lunedì 23 giugno 2014

Literaria. "Contro il Tiqui Taca". Come ho imparato a detestare la scrittura calcistica contemporanea


Come quando giri a vuoto il cavatappi, la punta pare che avanzi.
Raffaele La Capria, "Ferito a morte" 

Intanto i luoghi. Ho comprato "Contro il Tiqui Taca. Come ho imparato a detestare il Barcellona", di Michele Dalai (Mondadori, 2013) in una libreria che vende libri usati in Prati (la stessa libreria dove il sabato mattina si ritrovano, nobilitandola, per parlare di letteratura e utopie, alcuni amici). Era sullo scaffale dove i volumi costano meno (2,50 euro), e ho pensato che avrei potuto fare questo investimento pur non essendo pienamente convinto - l'avevo sfogliato velocemente - del libro in sè; però, mi sono detto, in questi anni ho letto tanti libri sul calcio, questo è uno di quelli di cui più si è parlato, è bene che lo legga anche io, è bene che io sia aggiornato; ma, alla fine, è inutile che menta a me stesso, l'ho comprato più per la libreria che per il libro. Speriamo che queste librerie non muoiano mai.

La cosa migliore (non so se anche la più accurata, ma sicuramente la migliore nel senso di affettuosa) che si può dire di "Contro il Tiqui Taca" è che è un libro inutile. L'autore - nella foto del risvolto di copertina si vede un ragazzo con la barba dal viso simpatico, intelligente (mi ha ricordato il cantante degli Herman Dune) - è un giornalista e un editore e in questo che si potrebbe sicuramente definire, per utilizzare un linguaggio da comunicato stampa, "un agile e provocatorio pamphlet", vuole convincere il lettore - che assume essere un amante del calcio e un estimatore dell'ultimo Barcellona (quello che con Guardiola e Vilanova, e soprattutto con Messi, ha vinto tutto quello che si poteva vincere durante l'ultimo lustro) - che in realtà il gioco del Barcellona è, per farla breve, noiosissimo e va detestato. Questa teoria viene illustrata allo sfinimento durante l'arco dell'intero libretto, corredata da una serie di indizi più o meno indiscutibili, nonchè da varie note a piè di pagina (del tutto prescindibili, anzi rallentano la lettura almeno quanto Busquets rallenta il gioco; forse è un omaggio saponato a Foster Wallace, chissà). Di fatto, il libro non è altro che questa teoria anticipata, allusa, rimandata, descritta, ricordata, reiterata, stiracchiata etc. etc. tutto il tempo, inframezzata da luoghi comuni (la rete infinita e sterile dei passaggi), docili banalità (gli aiuti degli arbitri; l'autismo di Messi paragonato alla sfrontatezza di Ibrahimovic o di Cristiano Ronaldo; i confronti con Mourinho), frasi trite e ritrite (il culto della masìa: mi è venuto in mente un tassista che un paio di settimane fa, portandomi alla stazione mi raccontava di quant'era contento dell'imminente arrivo di Luis Enrique; gli dissi che era un pazzo perchè io il Luis Enrique l'avevo provato sulla pelle; lui mi rispose che uno "della casa" è sempre la scelta giusta), concetti abusati (il vessillo del nazionalismo catalano), scivoloni sdolcinati (il caso Abidal), critiche fiacche (la presunzione di considerarsi mès que un club), ogni tanto pure qualche frase divertente, arguta (soprattutto quando l'autore si fa prendere la mano dall'odio viscerale per Busquets, definito "una specie di sponda umana"), qualche osservazione condivisible (come quando afferma che "il Barcellona è il sublime assoluto per chi ama le statistiche", oppure quando scrive che questo Barcellona è un prodotto di laboratorio, puro marketing, "perchè incarna lo spirito Ikea nel calcio"), ma nulla di più. Il libro non è mai veramente esilarante, non è mai veramente caustico, non è mai veramente introspettivo, non è mai veramente culturale. Il libro rimane sempre in superficie, la superficie di una tesi di cui, peraltro, a parte Bostero che con l'Esquina Blaugrana ci mangia, qui siamo tutti già convinti da anni. Voglio dire, con questo libro l'autore ha scoperto l'acqua calda. Ma a parte questo, il libro, per pura eterogenesi dei fini, è noioso, sterile, onanistico come il gioco del Barcellona di Guardiola. Il libro è scritto in modalità Tiqui Taca. Il libro gira a vuoto, come un cavatappi.

Il problema di fondo è che non è chiaro per quale motivo io (per non parlare del lettore medio, che non è così dentro il mondo delle scritture calcistiche) dovrei andare in libreria a comprare un libro per scoprire che una persona che non ho mai sentito prima in vita mia che si chiama Michele Dalai detesta il Barcellona. Il libro, infatti, non ha meriti intrinseci dal punto di vista letterario. Non c'è profondità di analisi, non c'è prospettiva storica, non ci sono immagini evocative, non c'è uno stile riconoscibile. Manca anche la necessaria sprezzatura quando si parla di argomenti frivoli (non si capisce mai veramente se il libro si prenda sul serio oppure no). L'autore poi si rivolge spesso direttamente ai lettori (tecnica di scrittura che non mi piace, ma questi sono fatti miei), utilizzando la metafora del bancone del pub; ecco, sono certo che se avessi incontrato l'autore al pub (magari allo Shamrock di via del Colosseo), e parlando del più e del meno fossimo diventati amici, e avessimo cominciato a parlare di calcio, e lui mi avesse esposto la sua teoria sul Barcellona riempiendo poco a poco il bancone di bicchieri di Guinness e pistacchi e invettive, sarei tornato a casa contento per l'incontro e la divertente chiacchierata; ma tra una chiacchierata casuale al pub e un libro pubblicato da Mondadori c'è - o almeno ci dovrebbe essere - un abisso. Resta un mistero come un collage di chiacchiere sul Barcellona abbia trovato accoglienza (passando anche per le mani di Carlo Carabba, ringraziato nel libro; Carabba è un editor bravissimo, una persona coltissima) in una collana prestigiosa come le Libellule della Mondadori (la stessa, per dire, dove pubblica La Capria).

Il lettore potrebbe chiedersi: ma com'è nato questo Barcellona? Cosa c'era prima? Ha sempre rappresentato questi valori, e questa estetica, e ha sempre dato questa immagine di sè, nel calcio spagnolo? Questo aspetto non viene mai lambito, se non in un epidermico capitolo su un episodio del '43 che dovrebbe far passare il Barcellona per baluardo anti-franchista (quando in realtà neanche il Real Madrid, nonostante il nome, è mai stata veramente una squadra di regime; e comunque è stata più di sinistra, per dire, dell'Atletico Madrid, in quegli anni militarizzata nel nome di Atletico Aviaciòn) eppure è interessante pensare che il Barcellona-corazzata dell'era guardoliana è l'opposto del Barcellona fragile, lunatico, uterino, dannunziano, in fondo simpatico a tutti proprio per il suo alto senso estetico inversamente proporzionale al pragmatismo dei vincenti, del resto della sua storia. In un articolo del 1994 (lo prendo dalla bella raccolta "Salvajes y sentimentales. Letras de fùtbol", 2000) così descrive l'anima blaugrana lo scrittore Javier Marìas, ultras del Madrid:

"El Barcelona ha sido tradicionalmente un equipo exquisito y melancòlico, con jugadores delicados y dados a la depresiòn: recuérdese al maravilloso Marcial y a Martì Filosìa de tan fràgil ànimo, al suicida Kocsis de los cromos de mi infancia, al donjuanesco y doliente Ramallets y a tantos otros grandes futbolistas con un elegante punto de inseguridad y zozobra y artisticidad en sus botas".
Anche i Barcellona vincenti - quello di Cruyff, quello del Dream Team, quello di Ronaldo - hanno incarnato questo genius loci, a pensarci bene. Poi la città è cambiata, la squadra è cambiata, in ritardo anche la società è cambiata (nel documentario FC Barcelona Confidential, che racconta l'arrivo al trono del gruppone Laporta, si vede ancora un gruppo di simpatici cialtroni), ma del libro non c'è traccia di questi passaggi storici e caratteriali. Quella del libro è infatti una visione totalmente appiattita sul presente. Sarà questo un portato del cosiddetto new journalism che - mi pare di capire - ora va molto di moda? O delle battaglie contro il calcio come nostalgia che stanno portando avanti le nuove penne del giornalismo calcistico? Proverò a tornare dopo su questi argomenti.

Prima volevo concludere la recensione parlando del riferimento Tiqui Taca. Non per fare quello che ho scoperto tutto prima io, perchè non è vero e non me ne frega nulla, però ero seduto su un divano di Barcellona a guardare il mondiale del 2006 in televisione quando Andrès Montes, il compianto giornalista e telecronista della Sexta di cui (forse l'unico in Italia) scrissi un obituary appena morto, si inventò questo termine per descrivere il modo in cui giocava la Spagna, e un po' anche per prendere in giro, come faceva sempre, il suo collega di telecronache Julio Salinas. Ora, mi fa impressione che questo termine diventi sette anni dopo un marchio per libri e programmi calcistici mainstream in Italia. Possibile che non riusciamo a inventarci nulla? Possibile che dobbiamo copiare questo termine che nasce come boutade, neanche sapendo da dove viene? L'autore cita la genesi del termine in una nota a piè di pagina (sic), ma lì si ferma. L'ennesima occasione persa.

***

 A volte il pallone arriva sopra la terrazza e c'è sempre il fesso che corre ad acchiapparlo per levarsi lo sfizio di fare un tiro fortissimo.
Raffaele La Capria, "Ferito a morte" 

Il secondo incontro con Michele Dalai lo faccio sulle pagine di IL (sottotitolo: Idee e Lifestyle del Sole 24 Ore), un mensile patinato del Sole 24 Ore diretto dall'ex giornalista del Foglio, già juventino e neo-con, nonchè spassoso fustigatore di Repubblica, Christian Rocca. Nel maggio scorso esce, accompagnato da un certo hype soprattutto sui social network, un numero dedicato al calcio. Il tema, che campeggia già nella copertina (sopra la faccia di Tevez), è quello ormai famoso del cosiddetto Calcio Intelligente. Vado in edicola, compro il mensile, lo leggo tutto (ogni riga tranne un pezzo sull'Europa che era troppo noioso e un pezzo di tattica su Antonio Conte che proprio non ce l'ho fatta), rido come al solito con le cronache radical del grande michimas, ma rimango estremamente deluso. La parte sul calcio si rivela, infatti, una sòla terribile. Non starò qui a fare la recensione integrale pure di un mensile patinato, ma qualcosa la voglio dire.

Dalai (a cui già strizza l'occhio l'editoriale di Rocca ricordando come "da un articolo sul Barcellona scritto proprio per IL ha tratto un bel libro Mondadori intitolato Contro il Tiqui Taca", andiamo bene penso mentre leggo) è chiamato a fare il bastian contrario. Tutto il numero verte su questo concetto di calcio intelligente, nel senso dei cosiddetti Big Data applicati al calcio che dovrebbero migliorare la comprensione di questo gioco (è questo l'oggetto dell'articolo di Daniele Manusia, che riprende alcuni aneddoti curiosi raccontati - tra gli altri - da Simon Kuper), e però si chiede proprio a Dalai di raccontare "un magnifico irregolare come Carlos Tevez". La cosa mi fa piacere perchè sono molto scettico su questa cosa dei numeri, delle statistiche, delle tattiche, delle freccette, dei cerchiolini, dei fermo-immagine con le linee dei giocatori, mi hanno sempre annoiato a morte e mi sono sempre sembrate rimarcare o l'ovvio (Antonio Cassano è il giocatore che ha creato più occasioni nell'ultima seria A: chi l'avrebbe mai detto?) o l'inutile (Davide Astori è il difensore che ha fatto più respinte: ma chi se ne importa?) e non ne ho mai capito il gusto e il senso come scrittore e lettore di calcio (magari a un addetto ai lavori serviranno pure, ma non è il mio campo), anche perchè sono sforzi sovraumani destinati a essere obsoleti dopo un'ora, un giorno o una settimana, e insomma la cosa mi fa piacere e sono curioso anche perchè Dalai nel suo libro contro il Tiqui Taca mi ha tolto le parole di bocca quando scrive:

"Il Barcellona è il sublime assoluto per chi ama le statistiche.
Una valanga di passaggi, ore intere di possesso palla, quantità impensabili di chilometri percorsi dai suoi piccoli maratoneti, grappoli di gol a squadre giustiziate senza pietà.
Numeri su numeri su numeri. [...]
Nessuno qui vuole rallentare la marcia del progresso, se ci sono analisti e grafici che cerchiano i giocatori con pallini colorati e seguono la loro corsa sbilenca per il campo con tutta probabilità c'è anche chi quei replay pasticciati a matita li apprezza e studia con voluttà.
Tanta tecnologia per nulla".

Senonchè, se si vuole contrapporre un irregolare al calcio analitico contemporaneo, se si vuole cioè far passare il messaggio che nonostante tutto questo profluvio di dati ci saranno sempre dei giocatori pazzi che incarnano l'irrazionale, l'imprevedibile, che senso ha parlare di Tevez, con tutti i veri matti, i veri spiantati che ci sono in giro? Tevez sarebbe un magnifico irregolare? Uno che gioca nella Juventus, uno che è passato da una parte all'altra di una stessa città, uno il cui cartellino era di proprietà di un fondo d'investimento? Un miliardario? Ha ragione il mio amico Paolo, qui noto come Arturo, quando mi scrive che la scelta di Tevez è forse un segno inequivocabile dei tempi, che non fa neanche tanto sorridere, perchè è elegia della forza e del potere. Trattare Tevez, da un punto di vista letterario, come il Màgico Gonzàlez, sembra il segno di una resa definitiva al dato di fatto o un adeguamento, che si ostenta non imbarazzato, alle magnifiche sorti e progressive. Questo in premessa; nel merito, il pezzo di Dalai è inutile tanto quanto il suo libro contro il Tiqui Taca. Per intenderci: tra tutte le immagini, le suggestioni, le metafore, le invenzioni letterarie possibili, il meglio che si riesce a tirare fuori è quella del bambino povero che palleggiava con i sassi nel quartiere degradato. "No, vabbè" direbbe uno dei personaggi del romanzo di michimas.


Su questo cosiddetto "new journalism" applicato al calcio, esemplificato dalle iniziative editoriali più strutturate - e tutte in qualche modo legate tra loro - che sono comparse nell'ultimo anno (penso all'attenzione dedicata al pallone da Rivista Studio, da IL, poi alla rivista on line Ultimo Uomo e a quella cartacea Undici), allora, mi viene da dire una cosa, che condivido con il mio amico Paolo: l'idea di sollevare un minimo l'asticella dell'editoria calcistica mainstream, nella speranza, probabilmente vana, di fare un prodotto non dozzinale e un minimo divulgativo, che strappi lettori alla Gazzetta e spettatori a Sky Sport, non è un'idea sbagliata (anzi: penso a quando mi mandarono il numero zero della rivista spagnola Panenka, perchè le illustrazioni all'inizio erano del mio amico Ricardo Cavolo, quello di Mourinho immaginario, la prima cosa che pensai fu: che bello sarebbe se qualcuno facesse una Panenka italiana; e poi: che bello avere i soldi oppure un gruppo editoriale alle spalle per fare noi questa cosa). Sono gli esiti, finora, ad essere disastrosi. La maggior parte delle cose che ho letto (ci sono eccezioni naturalmente, fondamentalmente quando scrive Fabrizio Gabrielli) sono noiose, superficiali, pedanti, seriose, inutili. Il doppio esempio che ho fatto con Michele Dalai (il libro, e l'articolo) valga come prova. 

Poi c'è il problema dell'approccio. Nel dicembre scorso esce sull'ineffabile Rivista Studio un articolo in cui l'autore (tale Davide Coppo, mai sentito prima) si lamenta dello stato dell'arte della scrittura calcistica in Italia. Tra le altre cose scrive:


"a uno sguardo ancora poco attento, come era sicuramente il mio, l’attenzione alla scrittura e narrazione sportiva (e calcistica nello specifico) in Italia era visualizzabile sotto la forma di deserto, o ancora meglio: di buco nero".

Lì per lì ci sono rimasto molto male, perchè non è vero che la produzione letteraria calcistica italiana degli ultimi anni è stata un deserto (mi è subito venuta in mente, pur con tutti i suoi limiti, l'esperienza di Lìmina); un sacco di scrittori più o meno sconosciuti hanno pubblicato libri interessanti per case editrici altrettanto sconosciute (qualcuno l'abbiamo pure recensito); la televisione ci ha dato programmi fatti bene, magari un po' retorici, come Zona (quando c'era Carmelo Bene), Lo sciagurato Egidio, Sfide; il Guerin Sportivo dedicava le ultime pagine a belle storie dimenticate; ma soprattutto questo strano universo dei blog, con tutte le sue ingenuità dilettantesche, universo di cui anche Lacrime di Borghetti fa parte, addirittura quasi dall'inizio, ha raccolto, e continua a raccogliere, materiali di buona qualità. Ci sono rimasto male, ma ho pensato fosse solo un "tiro fortissimo" di questo Coppo, fatto per motivi noti solo a lui. Poi però questo concetto da arrivano i nostri, da meno male che ora ci siamo noi, da prima e dopo Cristo, da esportiamo la democrazia, l'ho ritrovato più volte: nell'editoriale di IL, nella presentazione di Undici, in articoli, post e tweet che parlavano di queste iniziative. Lì ho iniziato a pensare che questa gente, a differenza nostra, non c'è, ma ci fa.

Perchè una cosa va detta: la scrittura calcistica italiana, negli ultimi anni (da quando, almeno, la frequentiamo noi), è fondamentalmente una scrittura calcistica amatoriale, dopolavoristica, spontanea, estemporanea, passionale, gratuita, e che viene dal basso. Vista da fuori, è un arcipelago di piccoli progetti, tendenzialmente di blog, la maggior parte individuali (ma non necessariamente), senza altra ambizione che quella di condividere la propria visione di una partita, di un giocatore, di una squadra, di un libro, di un'immagine. Qualcuno ha provato anche a sistematizzarlo questo arcipelago, come gli amici di Futbologia nel loro documentario. Mi sento di dire che, a livello virtuale (ma alle volte anche reale, questa è per me la cosa più bella), ci si conosce, ci si apprezza, ci si confronta. Si fa polemica con tutti e nessuno si prende sul serio. Vedo questo mondo come una strada piena di bar, in cui entrare a dire una cazzata oppure fermarsi tutta la sera.

Negli ultimi mesi, però, questo panorama mi sembra cambiato. All'improvviso, sono arrivati dall'alto a dirci in maniera perentoria che la nostalgia è male, che il dilettantismo è male, che il chiacchiericcio da Processo del lunedì è male. Il futuro sono i numeri, le statistiche, le tattiche, i dati, le analisi accurate prima e dopo la partita, i ritratti simil-wiki dei giocatori, i centrocampi a Y. Questo famoso Calcio Intelligente. Non è la fantasia umida di un adolescente inquieto, non è l'utopia di un nerd cresciuto a Football Manager, non è la fissazione di un giovane blogger della provincia pavese; è un progetto editoriale totalitario, premeditato, supportato (beati loro) da soldi, sponsor, redazioni, che punta a innovare - spazzando via l'arcipelago passatista, amateur, biscardiano - il modo in cui si parla di calcio in Italia. Da un lato, lo story-telling di Buffa (e degli epigoni che verranno); dall'altro, i numeri del Calcio Intelligente, del new football journalism. In mezzo non resterà nulla. L'effetto, almeno per me, è stato quello di farmi repentinamente disamorare della scrittura calcistica. Forse sarebbe successo comunque, però adesso mi dedicherò di più al tennis, mi difenderò lì dalla vita di tutti i giorni, finchè naturalmente, tra qualche anno, verrà pubblicato un numero di IL dal titolo Tennis Intelligente in cui scoprirò di non averci mai capito un cazzo.

Se dovessi trovare - e qui concludo - uno slogan altrettanto efficace per descrivere il modo in cui mi piace parlare di calcio, il modo in cui noi e tutti gli altri blog abbiamo parlato di calcio in questi anni, probabilmente parlerei di Calcio Semplice.

Una sera del 2010, in un castello umbro dov'ero andato a fare un'etruscata piuttosto radical (avevo accompagnato una persona in questo posto che ospita artisti, di solito un po' in là con gli anni, che fanno un mese di residenza), lascio a metà la cena e salgo al secondo piano a vedere la partita tra Stati Uniti e Ghana. Dopo qualche minuto arriva un vecchio altissimo, con un sacco di capelli bianchi, che si siede vicino a me e non dice una parola. Questo vecchio non aveva detto una parola neanche durante la cena e quindi non sapevo chi fosse. All'improvviso, vivamente interessato alla partita, mi inizia a fare domande, in inglese. Che palle è la prima cosa che penso. Poi però per gentilezza rispondo a tutte le sue domande spiegandogli che bisogna far entrare la palla nella rete, che solo il portiere può prendere la palla con le mani, che se uno si fa male può essere sostituito, che se fai un fallo vieni ammonito, cose così. Allora il vecchio mi guarda (scoprirò solo più tardi che quell'ottuagenario è Mark Strand, il mio poeta americano vivente preferito, un grande) e mi dice, dopo avermi ringraziato per tutte le informazioni che gli ho dato, che "soccer is a very simple game".

Mark Strand aveva colto nel segno. Il calcio è un gioco semplice e mi piace perchè anche io mi reputo una persona semplice. Mi piace guidare per le strade di una Roma afosa e deserta ascoltando Kind of Blue. Mi piace passeggiare a Parco dei Daini con il cane fermandomi a chiacchierare con gli stranieri che hanno problemi con la mappa della città. Mi piace andare il sabato mattina fino in Tagliata per fare un lungo bagno a mare e poi tornare indietro con la sabbia nei pantaloni e la salsedine sulle guance con un disco degli Yo La Tengo. Mi piace vedere cosa succede tra un'ala che tenta un dribbling verso l'interno e un difensore che lo vuole portare verso l'esterno. Mi piace incontrare un amico al pub e ricordare le giocate di Dezotti e guardare la partita dei Mondiali ed emozionarmi per una finta o un taglio di capelli. Mi piace sentire le cose e non capirle. Mi piace il calcio semplice. Il resto - vabbè, lasciamo stare.    

50 commenti:

  1. Grazie Dionigi. La penso allo stesso modo per quanto riguarda il libro, ma mi alzo virtualmente in piedi per la seconda parte. Avevo bisogno di leggere questo sfogo.

    Proprio qualche giorno fa ho trovato un'intervista al direttore di una di queste riviste patinate -perdonate se non ho voglia di cercare il link- e sbalordito ho letto una dura invettiva contro la nostalgia nel calcio. Sono rimasto letteralmente allibito. Poi ho pensato a Osvaldo Soriano e José Sanfilippo tra gli scaffali di un Carrefour nel vecchio barrio di Boedo e tutto è tornato al suo posto.

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    1. Ti ringrazio Gianni. Ho pensato anche ad Aguante Futbol quando scrivevo.

      Che sia chiara una cosa: io non voglio fare la guerra a nessuno, già la faccio tutti i giorni nel lavoro. Voglio che ognuno continui a leggere e scrivere quello che vuole. Questa del calcio per me è - per dirla alla Mario Benedetti - una tregua. Però sentivo che era arrivato il momento di lasciare una traccia scritta di un malessere che mi sembra (parlando in giro, ricevendo certe mail) diffuso tra chi scrive di calcio in maniera disinteressata da tanti anni.

      Perchè ci sarà pure una differenza tra chi vuole fare cultura e chi vuole fare carriera; tra chi vuole condividere un'esperienza e chi vuole vendere un prodotto.

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    2. Precisazioni doverose, che condivido.

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  2. Mi unisco a G.B. per i ringraziamenti. Ho apprezzato moltissimo la recensione del libro e ancora di più la tua analisi in chiusura del post.

    Essendo nuovo della "letteratura calcistica", mi permetto di chiederti quali sono i tuoi 5 libri sul calcio da, diciamo, isola deserta.

    un saluto cordiale.

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    1. Ti ringrazio. Il mio approccio è lo stesso di quella canzone bellissima dei Marcello e il mio amico Tommaso, in cui fanno capire che le parole sono importanti ma in fondo sono solo parole, e neanche le sappiamo usare.

      Sui libri, qualche indicazione puoi fartela tra quelli che abbiamo recensito sul blog (sezione Literaria, o in alto o a destra). Non mi permetterei mai di dare consigli a nessuno, anche perchè ne avrò letti una miseria rispetto a quelli pubblicati. Posso dirti cinque libri che mi sono piaciuti molto, sperando piacciano anche a te: 1) "La vita è un pallone rotondo" di Vladimir Dimitrijevic; 2) "Fùtbol" di Osvaldo Soriano; 3) "Fuori rosa" di Gianni Clerici; 4) "Behind the curtain" di Jonathan Wilson ; 5) "Sforbiciate" di Fabrizio Gabrielli. Poi io sono un fan di tutti i libri di memorie di Civolani ma quelli solo se hai un minimo di affetto per Bologna.

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    2. Grazie di cuore... :) A questo punto sembra fatto apposta, ma TUTTI i libri di Civolani sono probabilmente gli unici libri che ho letto in materia.

      Sono bolognese, anzi, Bolognesissimo, e fan sfegatato del Civ che, caratteraccio a parte, trovo sia uno dei più grandi giornalisti sportivi italiani di sempre.

      Farò tesoro dei tuoi consigli e leggerò con grande interesse i titoli da te indicati; ti ringrazio ancora, di cuore.

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    3. Sì sembra veramente fatto apposta! Io non sono bolognese ma tramite Bostero è come se lo fossi diventato, per me il Civ è un'istituzione e i suoi libri sono una miniera di aneddoti. Spero di riuscire a incontrarlo prima o poi.

      Alla lista aggiungici tutte le cose scritte da Beppe Di Corrado negli anni sia il sabato sul Foglio che in alcuni libri (il più bello è "Doppio passo", edito da Limina), detta così sembra una captatio benevolentiae perchè ora è il direttore di Undici, ma è un autore a cui voglio davvero bene perchè nei primi anni duemila, quando sul serio c'era un bel deserto, l'appuntamento con i suoi ritratti era tra i più attesi della mia settimana (e di quella di Gegen). Questo in fondo mi fa sperare bene anche per il futuro di Undici.

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  3. Bellissimo pezzo, l'altro giorno parlavo con un mio amico proprio di questo fatto.
    Sta prendendo piede un'intellighenzia tattico/statistica in cui se non sai come scalano i due esterni del costa rica sei un cretino incompetente.
    Oh, gusti personali, a qualcuno può interessare, oltre Adriano Bacconi, leggere un'analisi tattica fiume su Ghana-Germania.
    A me, di quella partita, è piaciuto assaporare gli ultimi minuti con continui cambi di fronte e occasioni clamorosamente sbagliate.
    A me è piaciuto Feghouli che in campo fa un po' come je pare e s'inventa quasi da solo un gol da playstation.
    Poi, ripeto, sono gusti, ma nel fútbol non esistono piedistalli su cui pontificare.

    Tra l'altro in una di queste riviste puoi anche trovare Buffa che racconta lo spareggio farsa Cile-Urss del '73, quindi si predica bene, si razzola male...

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    1. Ps: il tiqui taca di montesiana memoria (io ancora lo rimpiango) ha un precursore, ovvero un mio pseudo-allenatore dei giovanissimi, che apostrofava chi si azzardasse a fare 3 passaggi rasoterra di fila con "a Mallo (apostrofava tutti con la parola mallo) chi è ssù Mic e Mac".
      Ecco, per me il tiqui taca è il Mic e Mac.

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    2. Sono d'accordo. Il problema è il piedistallo.

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  4. Condivido molte cose di questo pezzo, ma devo fare questa domanda: quale è la differenza tra Dalai e voi? É provocatoria, ma importante. Non è la tattica, tipo di analisi nella quale ormai tutti indugiano (ed io dico che se uno fosse bravo ad analizzare la tattica lavorerebbe nel calcio e non nel giornalismo).
    É la differenza tra dilettantismo/passione e professionismo giornalistico?
    A me sembra che da due o tre anni TUTTI scrivano di calcio mettendoci dentro quello che importa a loro. Per questo chiedo quale sia la differenza sostanziale.

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    1. Credo che con quella domanda tu ti sia già dato una risposta.

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    2. Verissimo. Ma ti sembra una differenza fondamentale? Le due cose non si escludono in nessun ambito e di solito convivono tranquillamente l'una a fianco dell'altra. Si pretendeva di avere l'esclusiva della scrittura calcistica? Ma non si può monopolizzare una moda. Io condivido molto questo senso di saturazione che il pezzo esprime. Ed ho notato che negli ultimi tre o quattro anni questa moda dello scrivere di calcio è un modo per parlare di altro. Nella scrittura calcistica ognuno ci mette il proprio mondo: chi un progetto imprenditoriale milanese, chi una serie di riferimenti letterari, chi la militanza politica. É questo che trovo stucchevole e borioso ogni tanto. Fingendo di parlare di calcio si descrive il proprio mondo.

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    3. Ciao Tommy. Mi devi scusare ma non riesco a mettere fuoco la tua critica.

      A chi ti riferisci quando parli dell'esclusiva sulla letteratura calcistica? Spero non a noi perchè: 1) siamo sempre stati i primi a fomentare il pluralismo e l'amicizia tra blog; 2) quella è proprio parte della critica che faccio ai nuovi arrivati.

      Quanto alla saturazione, al fatto che ora tutti scrivono di calcio, per me non è un problema, come potrebbe esserlo?, al contrario mi fa piacere, più gente scrive meglio è. L'importante è che nessuno pretenda di scrivere cose più intelligenti degli altri.

      Quanto all'ultima stoccata, devi essere nuovo di questo blog, visto che noi abbiamo sempre e solo descritto il nostro mondo. Altri mondi non ne abbiamo. Questo è un blog che non solo parla di chi ci scrive, ma è, rappresenta, emana chi ci scrive. Ci piace così, il calcio come esperienza personale.

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    4. No ma non era una critica articolata, erano solo una serie di punti che mi erano venuti in mente. Fatico anche io a metterla a fuoco, forse l'unica cosa che non mi è chiara è che se bisogna "fomentare il pluralismo" allora non si capisce il perché della critica a Sole24ore e compagnia bella.

      Ma ad ogni modo, io non sono nuovo del blog e so benissimo cosa fate, solo che non mi è mai pesato come negli altri blog. Mentre l'elemento "wannabe scrittore" è fastidiosamente preponderante in altri luoghi, qui no, qui mi sembra che il calcio sia l'elemento del quale si vuole parlare. Forse non c'ho capito niente eh ! :D

      Mi piacerebbe continuare a discutere, ascoltare soprattutto, ma qui è complicata.

      A rileggerti dunque.

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    5. Per discutere e ascoltare sei sempre il benvenuto, questo stiamo facendo e questo abbiamo sempre fatto. Quando vuoi anche in carne e ossa, ci trovi nei dehors più freschi dei pub e delle gelaterie bio di Roma.

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  5. Quindi ho fatto bene a non comprare mai quel libretto (piuttosto non sarebbe meglio tradurre in italiano il bel libro di Sid Lowe 'Fear and loathing in La Liga', anche per farla finita con i luoghi comuni su Real Madrid, Barcellona, franchismo, ecc.?).

    Sul resto: non ho problemi in generale con le statistiche (anche se spesso vengono usate per dimostrare l'ovvio) e nemmeno con buona parte di quel che si legge su Rivista Studio-Ultimo Uomo ecc. ecc. (anche per me il migliore resta Fabrizio Gabrielli). Ma come si può immaginare di usare un'etichetta boriosa come quella di 'calcio intelligente' senza scoppiare a ridere (quando di nuovo e rivoluzionario, giustamente, non c'è nulla)?

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    1. Anche io ho mal digerito quella che tu chiami boria, perchè non ce n'era proprio bisogno. Il passo alla mitomania poi è brevissimo.
      Comunque hai ragione, una risata li seppellirà.

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  6. "INDUGIANO".. ops.
    volevo dire "nella quale tutti si lanciano"

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  7. Già sai come la penso, Dionigi, su Big Data e Calcio Intelligente. Ne abbiamo parlato proprio al Parco dei Daini qualche settimana fa. Penso che il sistema dei dati, delle statistiche possa funzionare per sport segmentati, laddove vi sia spazio per una minuziosa preparazione del singolo gesto rispetto a singoli scenari. Un giocatore di baseball passa le giornate a lavorare sulle palle curve, sul doppio gioco, sui bunt. Nel basket, vi faccio un esempio, Nowitzki ha passato intere estati a lavorare su particolari tipologie di tiro. Nel football comandano gli schemi.
    Il calcio è un flusso, continuità di azione. Lascia meno spazio alla cura del micro-dettaglio rispetto ad altri sport. Si, toh.. possiamo parlare delle punizioni, dei rigori.. grazie.. ma in linea generale le statistiche assumono una rilevanza minore.
    Lo sappiamo pure noi, semplici spettatori della domenica, che Beckham o Valencia dello United crossano meglio e di più di, che so, di Dodo o Isla (non me ne vogliano, faccio nomi a caso). Che De Jong recupera una marea di palloni e che Xavi azzecca(va) più passaggi del Ruso Perez. Lo vedi se la tua squadra non ha soluzioni in avanti o se sballa le distanze in difesa.

    Trovo, in altre parole, inutile, assurdo questo esercizio di voler ricondurre a logiche matematiche un flusso di tanti attimi sempre diversi.
    Preferisco godermi l’angolino pescato da Messi al 90esimo, un tacco volante di Ibra o dispiacermi per la marea di errori, tutti nella stessa azione, dei centrali inglesi sul primo gol di Suarez.

    D’altronde, c’è già tantissimo ad annoiarci, perché annoiare anche una partita di pallone?

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    1. Con la tua ultima frase hai riassunto tutto quello che ho cercato di dire nel lungo post. Quando si dice il dono della sintesi.

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  8. Grazie Dionigi, questo pezzo roboante è il modo perfetto per aprire il dibattito, o forse per chiuderlo ermeticamente.

    Sono confuso, non so davvero cosa pensare se non a Gianni Paladini, che adesso è a Wimbledon, con una coppa di fragole in mano, a godersi l'erba perfetta del Centrale.

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    1. Come ha detto Gegen l'altro giorno, tanto ormai Lacrime di Borghetti è morto...ma aggiungerei, citando Auden, che anche se non ce ne ricorderemo il motivo, comunque ci ricorderemo di essere stati felici.

      Quanto a Paladini, sarà sicuramente lì al Centrale come dici tu, e pronuncerà "Wimbeldon", come i veri inglesi.

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  9. Per chi ce l'ha chiesto, traduco (a braccio) la citazione di Javier Marìas:

    "Il Barcellona è stata tradizionalmente una squadra squisita e malinconica, con giocatori delicati e inclini alla depressione; pensiamo al meraviglioso Marcial e a Martì Filosìa con il suo animo così fragile, al suicida Kocsis delle figurine della mia infanzia, al dongiovannesco e dolente Ramallets e a tanti altri grandi calciatori con un elegante punto di insicurezza e inquietudine nei loro scarpini".

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  10. interpretare la realtà con la statistica è un compito arduo e spesso si scambia la causa con l'effetto. La statistica è uno strumento che va saputo usare se si vogliono dire delle cose intelligenti, la statistica vuota è una perdita di tempo, trovo più utile in ordine godersi la partita, giocare la partita, appassionarsi alla statistica e magari applicarla al calcio.

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  11. la statistica non potrà mai cogliere il senso di Morfeo

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    1. Sono innamorato di questa frase...

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    2. Se ci pensate, nel suo momento migliore di carriera, un talento senza eguali come Morfeo non è stato mai convocato in nazionale (vado a memoria; a parte quella under 21 ovviamente). Oggi non vedo un trequartista italiano più forte di lui, probabilmente sarebbe stato il nostro 10 in Brasile.

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    3. Morfeo ha mandato in doppia cifra Igor Budan. Che altro dire?

      markovic

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  12. Una delle cose più lucide che abbia mai letto. Grazie.

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  13. Bel post. Senso che sia doveroso, anche se non seguendo il "mondo" del giornalismo pallonaro italiano mi sono perso qualche riferimento. Condivido l'astio verso la statistica applicata ossessivamente e le dettagliatissime analisi tecnico-tattiche (per inciso, ho scoperto da poco l'Ultimo Uomo e leggo quello che scrivono anche con interesse, ma non mi trasmette nulla). Anche perché il più delle volte non è che le statistiche dicono tutto, famoso l'esempio di Stam al Man Utd o di Maldini che fa pochissimi tackle perché perfetto negli anticipi.
    Trovo che nel calcio è facile parlare e analizzare con competenza una partita, ma è anche molto meno interessante di parlare delle cause esterne e delle storie personali.
    Sul libro di Dalai non sei il primo a parlarne male, eh si che ci sarebbero tante motivazioni per essere "contro" il tiki-taka e contro il Barça, ma mi sembra che Dalai dia quelle sbagliate (o quelle più superficiali).

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  14. Per quanto pericolosa,la statistica la ritengo ancora un "contorno" con cui si può anche convivere...la cosa che invece mi fa molto più paura e temo irreversibile è il commento tecnico durante la partita dell' "ex calciatore"...

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  15. grande dionigi, lucido, decisivo, necessario e interamente condivisibile. mi sono tatuato tutto il pezzo sulla gamba destra, poi per fortuna ho cancellato perché ho trovato la sintesi in un tuo commento: il problema è il pedistallo

    ora posso tornare ad abbronzare anche la gamba destra a wimbledon a fianco di gianni palladini

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  16. Tutto giusto, tutto condivisibile, erano settimane che aspettavamo un pezzo così ...

    Nel merito. Libro mai letto, se non altro perché già odiavo il tiki taka da solo. Sulla questione statistiche, big data etc, me ne fotto altamente.
    Mi pare abbastanza sintomatico che uno dei "padrini" di questa operazione editoriale sia christian rocca, ossia un professionista che ha già dimostrato la sua lungimiranza e competenza in campo di poltica internazionale e geopolitica. Ricordiamo tutti il suo capolavoro "cambiare regime" da subito entrato nel gotha dei libri di politologia accanto al Nomos della Terra di Carl Schmitt e gli studi di Kissinger su Metternich e l'equilibrio dei poteri,
    Del resto, quando il tuo sponsor è Gianni Riotta (uno che non sapeva se l'italia fosse mai uscita ai gironi) è facile passare per esperto di calcio.
    tuttavia io rimango fedele alla mia teoria della "svolta", tutti abbiamo diritto a mangiare e a ritagliarci la nostra piccola nicchia per svoltare, quindi se un centrocampo ad Y o un articolo su tevez ti garantisce una cena, una scopata, un weekend ospite da qualche parte, va benissimo, non ne faccio una questione di principio... solamente non sarò io ad offrire nessuna di queste cose per un articolo che sembra un F24 (già pago il commercialista).
    Dopo il coro di elogi però, una considerazione:
    per tutto il post dionigi ha resistito alla tentazione di parlare di sé, poi però non ce l'ha fatta.. l'articolo poteva concludersi con "sono una persona semplice", ma poi c'è la coda intimistica sulle abitudini dionigiane... è la prova che ognuno di noi ha i suo "tiki taka".

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  17. Vorrei scrivere tante cose, mi limito ad alcune domande sparse a Dionigi e osservazioni di contorno

    Il problema credo che non sia una generale deriva antinostalgica e antinarrativa, del resto come scrivi tu ci sono molti esempi recenti di tentativi di narrare il calcio, mi sembra solo che come tu osservi, i risultati di queste iniziative siano proprio deludenti. Quindi non mi sembra ci sia un appiattimento verso un solo modo scientifico, impersonale, statistico, di vedere il calcio (che non mi appassiona e trovo fuorviante, ma che a qualcuno può piacere, sebbene un tale modo di apprezzare il gioco alla lunga renda ciechi). Rimango più che altro deluso da ciò che viene presentata come l'alternativa, che alla fine alternativa non è (emblematico il caso del "ribelle" Tevez).

    E' come se non si riuscisse ad aver mai il coraggio di andare oltre, non si vuole mai cercare qualcosa di nuovo, non si offrono mai stimoli nuovi, storie nuove. Ci si rifugia nel cantare il già noto e rassicurante, facendoci addormentare sussurrandoci che siamo ancora al centro del mondo, e che fuori è il niente.
    Mi sembra che a livello editoriale si abbia sempre paura che dedicando lo spazio dato a Tevez, per dire, al Magico, si perdano duemila tifosi da bar che potrebbero saltare le pagine...forse non comprendendo che (ma è un'opinione mia) in Italia basta che ci sia un pallone di mezzo e la gente, più o meno, ti ascolta. Magari non capisce tutto, ma ascolta.
    Del resto un esperimento di narrativa calcistica su un canale popolare e generalista come quello di Buffa mi pare che abbia fatto ottimi ascolti.
    Ma se si vuole scrivere qualcosa che vada un po’ oltre, che divulghi un minimo, perché ci si preoccupa del target dei tifosotti da bar? Che non leggeranno le lodi di un “magnifico irregolare” anche se quello che gli viene presentato così è il rassicurante Tevez, perché di Tevez gli interessano comunque solo il numero di goal realizzati e la moglie scosciata?
    Non è che si stia facendo un po’ di confusione a livello di target, mischiando pretese elevate e commerciabilità, finendo per non ottenere né una cosa né l’altra, come certi gruppi finto alternativi e finto indie di cui il nostro paese è pieno?

    Da un po’ di mesi ho il vezzo di farmi consegnare a casa Kicker (tedesco), FourFourTwo (inglese), e France Football.
    Su Kicker devo dire che la cosa per noi impensabile è che dedica sempre due pagine per ogni partita, sia essa Bayern-Borussia o Braunschweig-Augusta. Fantascienza pura.
    Di France Football mi fa cagare la prospettiva gallocentrica ma fanno inchieste con le palle (es. la corruzione circa i Mondiali in Qatar, mentre sorvoliamo sul modo e il ritardo con cui tale argomento è stato coperto dalla stampa italiana.)
    Per tornare a quello di cui stavamo discutendo, negli scorsi numeri invece FourFourTwo ha dedicato quattro pagine a storie di approfondimento su argomenti “insoliti” come la storia di Archie Goodall, calciatore maledetto del primo 900 divenuto star del circo e morto povero.

    Mi piacerebbe sapere che ne pensi su Buffa, al di là dell'inascoltabilità del suo pupillo musicale Calamaro e della sua mania di protagonismo...per me il suo programma è ottimo, specie nelle puntate riguardanti Mondiali in cui l'Italia non ha un ruolo rilevante, svincolando quindi la narrazione da obblighi nazionalpopolari... Ecco, forse lui è in parte un toccasana rispetto all'appiattimento sul presente che tu indichi..io penso, per dire, che Buffa al netto di tutti i suoi tic sull'origine del termine tiqui taca ci avrebbe scavato un pò...che al posto di Tevez ci avrebbe messo chessò, Le Tissier o chi per lui, ecc...

    Adriano Bacconi spero scompaia tipo subito.
    “Calcio Intelligente” pensavo fosse una presa in giro, invece esiste veramente.

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    1. Calamaro è un grande! Buffa l'ho conosciuto tardi, mi piace più come opinionista che come racconta-storie, però tutti gli amici come Bostero e Gegen che lo seguono dai tempi del basket me ne parlano benissimo e quindi mi fido di loro.

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    2. Federico Buffa è magnifico,io sono decenni che seguo le sue telecronache NBA in coppia con Flavio Tranquillo...pensa che son talmente belle che molte volte ti scordi di seguire il punteggio che al basket è davvero impossibile

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    3. Buffa era inarrivabile nel college basket.
      nel suo storytelling a volte però lo trovo troppo caricato. In particolare quando si lascia andare a paragone suggestivi, ma francamente difficili da ritenere altro che suggestivi.

      Esempio per definire il giocatore x potrebbe dire una cosa del tipo"prendete il fascino michelle pfeiffer, aggiungeteci la storia della filosofia greca e l'agilità di un ghepardo".
      Ok Buffa, fico, ma ti seguo fino ad un certo punto...

      mi dicono di un sanguinoso litigio con lo zoccolo duro dei giornalisti di calcio sky capitanti da De grandis che non ha gradito il fatto che buffa sia in brasile e loro a cologno...

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    4. Lui su NBA e college basket credo sia un'autorità anche negli States.

      Del suo storytelling sul basket mi fanno impazzire le introduzioni, quella a Latrell Sprewell per esempio.

      L'impressione che può dare è di essere molto costruito, ma i contenuti sono veramente tanti.
      (parlo sempre del basket, i suoi programmi sul calcio non li ho visti)

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    5. Si perchè la conclusione?Pensare a "Spree" mi mette ancora i brividi come quella volta che mise le mani al collo di P.J. Carlesimo e fu cacciato da Golden State....si forse a qualcuno vedendolo diciamo in camicia bianca può dare l'impressione di uno un po costruito come dice Bostero ma non è così...e non perchè lo dico io(vabbè io lo dico) ma lo dice il sanguinoso litigio con quel secchio di segatura chiamato zoccolo duro giornalisti sky

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  18. Lo Shamrock di via del Colosseo... anni fa, quando venni a Roma da turista, a me e ai miei amici non ci fu permesso entrare. Ma capimmo di essere giunti in un momento sbagliato, intimo, fatto di chiacchiere, Guinness e fumo di sigarette (all'epoca si poteva, o forse no, non ricordo). Ora che a Roma ci vivo (ancora per poco) mi piacerebbe tornarci, e magari perdermi in una di quelle splendide chiacchiere etiliche. :)

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    1. Passa venerdì sera, saremo lì a festeggiare il Fornaretto...

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    2. Se ci passo vi trovo?

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  19. Hai tirato un bel sasso nello stagno, Dionigi, e il bello è che l'hai tirato di taglio per farlo rimbalzare. La chiave di tutto è quella semplicità da te evocata, che resta in cima alla lista delle ragioni della presa che il calcio ha sempre avuto sul "popolo". Il calcio, inteso come singola partita, sa essere anche terribilmente noioso, lo sappiamo benissimo, ma il proliferare delle statistiche e dei campetti colorati (e di libri, e di articoli) è decisamente preoccupante, perché oscura le storie vere che ci sono dietro a ogni partita. Anche la più brutta.
    Per restare a oggi, chi se ne sbatte dei salotti con la grafica e le righe colorate in corrispondenza dei movimenti dei giocatori, fammi un cazzo di servizio di un quarto d'ora sui 7 minuti in campo di Mondragon!
    E ora basta, che sono le 4 e ci siamo scolati tutta la birra.

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  20. Prendendo spunto e citando una frase presa dal rap nostrano:"PARLARE DI CALCIO NON E' OBBLIGATORIO!"
    Cobrito

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  21. Tevez l'Irregolare è emblematico di alcune situazioni. Prima di tutto la mancanza di spazio per l'Irregolarità nel calcio moderno - basti pensare al Camerun, ormai un ibrido insipido di europeismo condensato e Africanismo da esportazione, una squadra senza una sua presenza/peculiarità ( dicasi anche Sassuolo o Chievo Verona) e quindi sparring partner ideale -. In secondo luogo l'apparato giornalistico-letterario (sic) ha necessità di espandersi e comprendere gli Irregolari perché se la variazione sul tema viene controllata e catalogata, nuove sacche di potenziali clienti accorreranno ( Ehi da oggi anche noi abbiamo le bacche di Goji della Mongolia Sud Orientale....). Ci muoviamo verso la manipolazione dell'irregolare, verso la creazione di una narrazione emotiva a che comprenda soprattutto situazioni Borderline. Perché la famigerata globalizzazione non ha bisogno di muoversi su territori già suoi- quelli del consenso di massa, degli apparati culturali certificati, quelli di Cristiano Ronaldo – ma lavora sulle situazioni Borderline, da confini precisi all'imprecisione e ci lascia in dono Tevez l'Irregolare, Pogba della Banlieu o Cassano di Bari Vecchia al posto del Magico G., di Carlos Marinelli, di Robin Friday, del Wimbledon degli '80. Lo so, rimane sempre quella puzza di plastica bruciata, ma ci daranno sempre nuovi deodoranti per dimenticare.

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    1. Commento molto giusto, lo condivido in pieno.
      IL è la classica rivista che - magari dopo calcio, occhiali, vini e barche - potrebbe dedicare un numero alle bacche di Goji...e probabilmente potrebbero anche riciclare due o tre articoli...

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  22. ciao, leggo LdB da circa un anno e trovo che sia il miglior blog di calcio che finora abbia incontrato. Storie di vita, di vittori e e sconfitte, cosi é bello leggere di sport, non con certe noiosissime tirate statistico-tattiche che si trovano in giro. Poi penso che il calcio é storia collettiva, ma é soprattutto un gioco, il gioco piu bello del mondo, e come tale va raccontato con emozione e autoironia, senno che PALLE! continuate cosi!

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    1. Ti ringrazio Giovanni. "Emozione e autoironia" penso siano alla base di ogni cosa che scriviamo.

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