giovedì 26 giugno 2014

Al settantottesimo minuto di una partita di calcio sono diventato comunista. Un estratto da "Il desiderio di essere come tutti" di Francesco Piccolo

Dopo aver ospitato i racconti - due instant classic - di Roberto Bolaño e Andrea Cisi, ma anche i brani di Andrea Romano e Kansas City, è con vero, grande piacere che aggiungiamo un nuovo volume alla nostra biblioteca pubblicando oggi un estratto "calcistico" di un libro che calcistico non è, pur essendo molto borghettiano, vale a dire l'ultimo libro dello scrittore e sceneggiatore Francesco Piccolo, "Il desiderio di essere come tutti", pubblicato l'anno scorso da Einaudi e in lizza per il premio Strega della settimana prossima. Si tratta di un libro molto bello, molto spontaneo - e, mi sono permesso, molto borghettiano - perché nelle sue pagine si intrecciano storie personali e storie collettive, e in questo intreccio tra pubblico e privato si delineano i contorni di un vero e proprio romanzo di formazione (quello dell'autore, ma anche quello del nostro paese). Nell'immaginario di Piccolo c'è posto pure per il calcio e addirittura uno degli snodi cruciali della costruzione, per così dire, della sua personalità, è rappresentato da un gol, quello - famosissimo, ma spesso pure banalizzato -  che Sparwasser, attaccante della DDR, segna ai cugini tedeschi dell'Ovest durante il mondiale del '74. Sparwasser non poteva immaginare le conseguenze che quel gol avrebbe avuto su un ragazzo della provincia italiana come Francesco Piccolo e sui suoi rapporti con il padre...Non rimane che augurare a tutti buona lettura, non prima però di aver ringraziato l'editore Einaudi e l'autore - a cui auguriamo di vincere lo Strega con un gol nei minuti finali ("il ninfeo di Valle Giulia è una bolgia") - per la gentile autorizzazione  a riprodurre questo estratto del libro, che per esigenze di spazio è stato ulteriormente ridotto (la versione integrale può essere letta alle pagine 33-45).

***


Meno di un anno dopo, il 22 giugno 1974, al settantottesimo minuto di una partita di calcio, sono diventato comunista.

Ma non me ne sono reso conto subito. Quello che ho sentito sul momento è stato un sussulto, una specie di esultanza interiore non prevista, un singhiozzo, la reazione del ginocchio al martelletto che provoca i riflessi; una cosa controllata e allo stesso tempo incontrollata. Poco comprensibile, come la reazione di mio padre, che si è voltato di scatto a guardarmi, quasi per dirmi: ma che fai? – però non lo ha detto. Tutti e due siamo tornati composti e attenti alla partita, attenti ma non troppo, col distacco che avremmo dovuto avere per una partita dei mondiali che non ci riguardava e che in fondo aveva poca importanza anche per le due squadre che giocavano: erano entrambe già qualificate per il turno successivo e in palio c’era solo il primo posto nel girone.

Era il 1974. Avevo dieci anni e una conoscenza dei giocatori e delle squadre precoce e precisa. Erano i miei primi mondiali totalmente consapevoli, e si svolgevano in Germania. Avevo comprato anche l’album delle figurine München ’74; avevo imparato i nomi dei calciatori ancora prima dell’inizio. Era tutto pronto, l’Italia tra le favorite. Andava tutto bene, tranne una cosa. Un po’ inquietante. Ne aveva parlato anche La Gazzetta dello Sport. Diceva: un momento storico. Parlava di un’altra Germania, la Germania Est, e tutt’e due erano state sorteggiate nello stesso girone. Anche nell’album c’era quest’altra Germania. Era strano, perché in una c’erano Beckenbauer, Gerd Müller, Sepp Maier e altri che tutti già conoscevamo; nell’altra, solo giocatori sconosciuti, che giocavano quasi tutti nella Dinamo Dresda.

Mi ero dato questa spiegazione: la Germania Est era una specie di formazione delle riserve, la squadra B. Se me lo avessero chiesto, avrei risposto che forse era venuta a mancare qualche altra squadra e avevano messo in piedi una formazione per la regolarità della competizione. Solo per questo motivo c’era un’altra Germania con calciatori che nessuno conosceva e di cui nessuno parlava.

Intorno, c’erano nomi indimenticati o dimenticati come Francisco Marinho, Françillon, Heredia, Rivelino, Ronnie Hellström, Hristo Bonev, Bremner e il centravanti haitiano Sanon che segnò un gol a Zoff dopo diciannove ore e tre minuti di imbattibilità. C’erano le partite con l’Olanda più forte di tutti i tempi – Cruyff, Rep, Neeskens e Van Hagenem; il 9 a zero della Jugoslavia contro lo Zaire; c’era soprattutto la disfatta dell’Italia con la Polonia di Deyna e Szarmach e il gestaccio di Chinaglia all’indirizzo dell’allenatore. Dopo l’eliminazione dell’Italia, avevo paura che il mondiale non lo guardassimo più. E invece, fin dalla partita successiva, mio padre accese il televisore e io fui sollevato. Poi venne la sera del 22 giugno. Ad Amburgo, c’era la partita storica. L’incontro tra le due Germanie.

A quel punto, avevo ormai capito che la storia della squadra delle riserve non funzionava. La questione era più complicata. Scoprii che quella che avevo sempre chiamato la Germania era solo una parte della Germania; quella dell’Ovest, più precisamente. Mio padre non nominava volentieri l’altra, e se lo faceva sembrava avere un tono di disprezzo. Più esattamente, chiamava “Germania” la Germania Ovest, e “Germania Est” la Germania Est – e la nominava soltanto perché era ai mondiali (per questo non ne avevo mai saputo nulla). Anche gli altri facevano così, e quindi facevo così anch’io. Era come se non provassimo simpatia per quella squadra. Chiedevo spiegazioni e mio padre mi diceva che di Germania non ce n’era una, ma due. Diceva che per dividerle avevano messo un muro che attraversava tutta la città di Berlino. E quelli che stavano al di là del muro, non potevano venire più da questa parte.

Prima del fischio d’inizio, Beckenbauer e Bransch si erano scambiati gagliardetti e al telecronista era sembrato un gesto simbolico. Quando cominciò la partita, tutti i presupposti si rivelarono esatti: si capì subito che c’era una differenza tra le due squadre evidente e schiacciante, così da recuperare anche solo simbolicamente – come i gagliardetti – la mia idea di squadra A contro squadra B, titolari contro riserve, prima squadra contro squadra primavera. E allora io, nonostante una fosse la Germania e l’altra fosse soltanto l’Altra Germania, nonostante mio padre mi avesse raccontato le cose in modo tale che la scelta non potesse essere che una, pian piano cominciai a sentire crescere un’incontrollabile simpatia per quegli sconosciuti, più deboli, più fragili, più lontani, più poveri e con le tute più tristi.

Arriva il settantottesimo minuto. Fino ad allora, la Germania Est si è difesa e ha resistito e ha lanciato palloni lunghi sperando che succedesse qualcosa lì davanti, e intanto comunque c’era il tempo di rifiatare. Poi le cose nel calcio, e non solo nel calcio, accadono così, all’improvviso. Hamann fa un lungo lancio in diagonale verso il suo compagno, il centravanti Jürgen Sparwasser – un lancio in diagonale verso la porta avversaria, uno di quei lanci che conservano sempre la speranza intima e improbabile di mettere un compagno in posizione molto favorevole, ma anche uno di quei lanci che li fai cento volte e quella speranza si rivela infondata: il compagno non ci arriva, il difensore ci arriva prima, il lancio è fuori misura (troppo lungo, troppo corto), il portiere anticipa tutti; oppure il compagno ci arriva eppure non succede niente lo stesso, e dopo un minuto quell’azione l’hai già dimenticata.
Un lancio.
Un lancio di Hamann, in una specie di contropiede con qualche speranza che c’è sempre e che quasi sempre è delusa. Ma ciò che tiene in vita quella speranza, è che basta una volta su cento, anzi una volta su mille, se quella volta è quella giusta.

Adesso Jürgen Sparwasser, in un attimo, senza aver avuto il tempo di rendersene conto, si ritrova, nonostante sia in mezzo a tre giocatori avversari, con il pallone che gli rimbalza quasi davanti mentre lui gli sta correndo incontro – e il rimbalzo e la sua corsa fanno incontrare lui e il pallone in modo del tutto imprevedibile, visto che il pallone gli sbatte sul viso e lui non fa in tempo a girare la testa per colpirlo di lato, e lo prende in faccia, ma allo stesso tempo sa che il pallone è andato avanti ed è proprio dove lui sta correndo, così subito lo aggiusta un po’ con il petto, quanto basta.
E l’attimo dopo si ritrova con il pallone tra i piedi appena dietro il dischetto del rigore.

Tutto si svolge come in un teatro: quando Sparwasser ha la palla davanti ai piedi ed è davanti a tutti, con uno sguardo malefico chiama fuori il mitico Sepp Maier; Vogts, che ha già capito tutto, sta per volare in spaccata, perché la disperazione porta il difensore alla spaccata, forse per fare un tentativo reale o forse unicamente per salvare la faccia, per far vedere a tutti che lui, almeno, ci ha provato  - e anche questo è istinto; Höttges, nessuno saprà mai perché, ormai lontano dalla palla si lascia cadere in ginocchio, forse per pregare o forse per rendere evidente, simbolica, la resa (questa sarà la sua ultima partita in nazionale); e Sepp Maier, il povero grande Maier, fa quello che deve fare un portiere con finta improvvisazione, cerca il più presto possibile un punto dove l’attaccante, quando alzerà la testa e guarderà prima di calciare, vedrà davanti a lui un portiere grande grande e una porta piccola piccola, più piccola che si può – intanto Vogts è già atterrato inutilmente nella sua spaccata sopra le righe.

Jürgen Sparwasser, infine, fa quello che fa un attaccante quando il portiere chiude lo specchio della porta: mette il piede sotto la palla, per colpirla, e la palla si alza di quel tanto che basta a scavalcare l’ultimo baluardo dell’Ovest. Perché sa che dietro quel corpo c’è la porta, anche se si vede a stento, ma non importa, lui non ha bisogno di vederla, sa che c’è. E infatti la palla si dirige neanche tanto rapida verso la rete, giusto il tempo di far pensare a chi la guarda che non c’è più niente da fare. La palla si infila in rete. La rete si gonfia poco, perché il pallone è lento. Le maglie azzurre con lo scollo a V bianco, lo stemma e la scritta DDR sul cuore, si raccolgono tutte in un abbraccio. Sparwasser si butta a terra, faccia nell’erba, perché si rende conto in ritardo di quello che è successo.

Mio padre si è girato di scatto, al settantottesimo del secondo tempo di Germania Ovest – Germania Est. Ha sentito quel sussulto, anche se è stato soprattutto interiore, come uno scoppio detonato tra i polmoni e la gola. In quel momento, forse, abbiamo intuito tutti e due che non saremmo più tornati indietro al periodo che andava dalla mia nascita fino al settantasettesimo minuto di quella partita. L’abbiamo intuito e abbiamo evitato di guardarci, io perché avevo capito poco e lui perché aveva intuito troppo. E poi, mentre lo stadio ammutoliva e quelli con le tute tristi in panchina si abbracciavano, tra la poltrona di mio padre e la mia, un piccolo muro, invisibile e incompreso, ha cominciato a venire su, come se fossimo nel centro di Berlino. 




"Il desiderio di essere come tutti", di Francesco Piccolo, pp. 33-45 (riduzione di Lacrime di Borghetti) 

© 2013 Giulio Einaudi editore s.p.a., Torino

1 commento:

  1. Mi è piaciuta l'immagine del muro invisibile e incompreso.

    Un bellissimo estratto. E, ovviamente, quello di Sparwasser un gol pazzesco. Lineare e impossibile.

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