giovedì 26 giugno 2014

Al settantottesimo minuto di una partita di calcio sono diventato comunista. Un estratto da "Il desiderio di essere come tutti" di Francesco Piccolo

Dopo aver ospitato i racconti - due instant classic - di Roberto Bolaño e Andrea Cisi, ma anche i brani di Andrea Romano e Kansas City, è con vero, grande piacere che aggiungiamo un nuovo volume alla nostra biblioteca pubblicando oggi un estratto "calcistico" di un libro che calcistico non è, pur essendo molto borghettiano, vale a dire l'ultimo libro dello scrittore e sceneggiatore Francesco Piccolo, "Il desiderio di essere come tutti", pubblicato l'anno scorso da Einaudi e in lizza per il premio Strega della settimana prossima. Si tratta di un libro molto bello, molto spontaneo - e, mi sono permesso, molto borghettiano - perché nelle sue pagine si intrecciano storie personali e storie collettive, e in questo intreccio tra pubblico e privato si delineano i contorni di un vero e proprio romanzo di formazione (quello dell'autore, ma anche quello del nostro paese). Nell'immaginario di Piccolo c'è posto pure per il calcio e addirittura uno degli snodi cruciali della costruzione, per così dire, della sua personalità, è rappresentato da un gol, quello - famosissimo, ma spesso pure banalizzato -  che Sparwasser, attaccante della DDR, segna ai cugini tedeschi dell'Ovest durante il mondiale del '74. Sparwasser non poteva immaginare le conseguenze che quel gol avrebbe avuto su un ragazzo della provincia italiana come Francesco Piccolo e sui suoi rapporti con il padre...Non rimane che augurare a tutti buona lettura, non prima però di aver ringraziato l'editore Einaudi e l'autore - a cui auguriamo di vincere lo Strega con un gol nei minuti finali ("il ninfeo di Valle Giulia è una bolgia") - per la gentile autorizzazione  a riprodurre questo estratto del libro, che per esigenze di spazio è stato ulteriormente ridotto (la versione integrale può essere letta alle pagine 33-45).

***


Meno di un anno dopo, il 22 giugno 1974, al settantottesimo minuto di una partita di calcio, sono diventato comunista.

Ma non me ne sono reso conto subito. Quello che ho sentito sul momento è stato un sussulto, una specie di esultanza interiore non prevista, un singhiozzo, la reazione del ginocchio al martelletto che provoca i riflessi; una cosa controllata e allo stesso tempo incontrollata. Poco comprensibile, come la reazione di mio padre, che si è voltato di scatto a guardarmi, quasi per dirmi: ma che fai? – però non lo ha detto. Tutti e due siamo tornati composti e attenti alla partita, attenti ma non troppo, col distacco che avremmo dovuto avere per una partita dei mondiali che non ci riguardava e che in fondo aveva poca importanza anche per le due squadre che giocavano: erano entrambe già qualificate per il turno successivo e in palio c’era solo il primo posto nel girone.

Era il 1974. Avevo dieci anni e una conoscenza dei giocatori e delle squadre precoce e precisa. Erano i miei primi mondiali totalmente consapevoli, e si svolgevano in Germania. Avevo comprato anche l’album delle figurine München ’74; avevo imparato i nomi dei calciatori ancora prima dell’inizio. Era tutto pronto, l’Italia tra le favorite. Andava tutto bene, tranne una cosa. Un po’ inquietante. Ne aveva parlato anche La Gazzetta dello Sport. Diceva: un momento storico. Parlava di un’altra Germania, la Germania Est, e tutt’e due erano state sorteggiate nello stesso girone. Anche nell’album c’era quest’altra Germania. Era strano, perché in una c’erano Beckenbauer, Gerd Müller, Sepp Maier e altri che tutti già conoscevamo; nell’altra, solo giocatori sconosciuti, che giocavano quasi tutti nella Dinamo Dresda.

Mi ero dato questa spiegazione: la Germania Est era una specie di formazione delle riserve, la squadra B. Se me lo avessero chiesto, avrei risposto che forse era venuta a mancare qualche altra squadra e avevano messo in piedi una formazione per la regolarità della competizione. Solo per questo motivo c’era un’altra Germania con calciatori che nessuno conosceva e di cui nessuno parlava.

Intorno, c’erano nomi indimenticati o dimenticati come Francisco Marinho, Françillon, Heredia, Rivelino, Ronnie Hellström, Hristo Bonev, Bremner e il centravanti haitiano Sanon che segnò un gol a Zoff dopo diciannove ore e tre minuti di imbattibilità. C’erano le partite con l’Olanda più forte di tutti i tempi – Cruyff, Rep, Neeskens e Van Hagenem; il 9 a zero della Jugoslavia contro lo Zaire; c’era soprattutto la disfatta dell’Italia con la Polonia di Deyna e Szarmach e il gestaccio di Chinaglia all’indirizzo dell’allenatore. Dopo l’eliminazione dell’Italia, avevo paura che il mondiale non lo guardassimo più. E invece, fin dalla partita successiva, mio padre accese il televisore e io fui sollevato. Poi venne la sera del 22 giugno. Ad Amburgo, c’era la partita storica. L’incontro tra le due Germanie.

A quel punto, avevo ormai capito che la storia della squadra delle riserve non funzionava. La questione era più complicata. Scoprii che quella che avevo sempre chiamato la Germania era solo una parte della Germania; quella dell’Ovest, più precisamente. Mio padre non nominava volentieri l’altra, e se lo faceva sembrava avere un tono di disprezzo. Più esattamente, chiamava “Germania” la Germania Ovest, e “Germania Est” la Germania Est – e la nominava soltanto perché era ai mondiali (per questo non ne avevo mai saputo nulla). Anche gli altri facevano così, e quindi facevo così anch’io. Era come se non provassimo simpatia per quella squadra. Chiedevo spiegazioni e mio padre mi diceva che di Germania non ce n’era una, ma due. Diceva che per dividerle avevano messo un muro che attraversava tutta la città di Berlino. E quelli che stavano al di là del muro, non potevano venire più da questa parte.

Prima del fischio d’inizio, Beckenbauer e Bransch si erano scambiati gagliardetti e al telecronista era sembrato un gesto simbolico. Quando cominciò la partita, tutti i presupposti si rivelarono esatti: si capì subito che c’era una differenza tra le due squadre evidente e schiacciante, così da recuperare anche solo simbolicamente – come i gagliardetti – la mia idea di squadra A contro squadra B, titolari contro riserve, prima squadra contro squadra primavera. E allora io, nonostante una fosse la Germania e l’altra fosse soltanto l’Altra Germania, nonostante mio padre mi avesse raccontato le cose in modo tale che la scelta non potesse essere che una, pian piano cominciai a sentire crescere un’incontrollabile simpatia per quegli sconosciuti, più deboli, più fragili, più lontani, più poveri e con le tute più tristi.

Arriva il settantottesimo minuto. Fino ad allora, la Germania Est si è difesa e ha resistito e ha lanciato palloni lunghi sperando che succedesse qualcosa lì davanti, e intanto comunque c’era il tempo di rifiatare. Poi le cose nel calcio, e non solo nel calcio, accadono così, all’improvviso. Hamann fa un lungo lancio in diagonale verso il suo compagno, il centravanti Jürgen Sparwasser – un lancio in diagonale verso la porta avversaria, uno di quei lanci che conservano sempre la speranza intima e improbabile di mettere un compagno in posizione molto favorevole, ma anche uno di quei lanci che li fai cento volte e quella speranza si rivela infondata: il compagno non ci arriva, il difensore ci arriva prima, il lancio è fuori misura (troppo lungo, troppo corto), il portiere anticipa tutti; oppure il compagno ci arriva eppure non succede niente lo stesso, e dopo un minuto quell’azione l’hai già dimenticata.
Un lancio.
Un lancio di Hamann, in una specie di contropiede con qualche speranza che c’è sempre e che quasi sempre è delusa. Ma ciò che tiene in vita quella speranza, è che basta una volta su cento, anzi una volta su mille, se quella volta è quella giusta.

Adesso Jürgen Sparwasser, in un attimo, senza aver avuto il tempo di rendersene conto, si ritrova, nonostante sia in mezzo a tre giocatori avversari, con il pallone che gli rimbalza quasi davanti mentre lui gli sta correndo incontro – e il rimbalzo e la sua corsa fanno incontrare lui e il pallone in modo del tutto imprevedibile, visto che il pallone gli sbatte sul viso e lui non fa in tempo a girare la testa per colpirlo di lato, e lo prende in faccia, ma allo stesso tempo sa che il pallone è andato avanti ed è proprio dove lui sta correndo, così subito lo aggiusta un po’ con il petto, quanto basta.
E l’attimo dopo si ritrova con il pallone tra i piedi appena dietro il dischetto del rigore.

Tutto si svolge come in un teatro: quando Sparwasser ha la palla davanti ai piedi ed è davanti a tutti, con uno sguardo malefico chiama fuori il mitico Sepp Maier; Vogts, che ha già capito tutto, sta per volare in spaccata, perché la disperazione porta il difensore alla spaccata, forse per fare un tentativo reale o forse unicamente per salvare la faccia, per far vedere a tutti che lui, almeno, ci ha provato  - e anche questo è istinto; Höttges, nessuno saprà mai perché, ormai lontano dalla palla si lascia cadere in ginocchio, forse per pregare o forse per rendere evidente, simbolica, la resa (questa sarà la sua ultima partita in nazionale); e Sepp Maier, il povero grande Maier, fa quello che deve fare un portiere con finta improvvisazione, cerca il più presto possibile un punto dove l’attaccante, quando alzerà la testa e guarderà prima di calciare, vedrà davanti a lui un portiere grande grande e una porta piccola piccola, più piccola che si può – intanto Vogts è già atterrato inutilmente nella sua spaccata sopra le righe.

Jürgen Sparwasser, infine, fa quello che fa un attaccante quando il portiere chiude lo specchio della porta: mette il piede sotto la palla, per colpirla, e la palla si alza di quel tanto che basta a scavalcare l’ultimo baluardo dell’Ovest. Perché sa che dietro quel corpo c’è la porta, anche se si vede a stento, ma non importa, lui non ha bisogno di vederla, sa che c’è. E infatti la palla si dirige neanche tanto rapida verso la rete, giusto il tempo di far pensare a chi la guarda che non c’è più niente da fare. La palla si infila in rete. La rete si gonfia poco, perché il pallone è lento. Le maglie azzurre con lo scollo a V bianco, lo stemma e la scritta DDR sul cuore, si raccolgono tutte in un abbraccio. Sparwasser si butta a terra, faccia nell’erba, perché si rende conto in ritardo di quello che è successo.

Mio padre si è girato di scatto, al settantottesimo del secondo tempo di Germania Ovest – Germania Est. Ha sentito quel sussulto, anche se è stato soprattutto interiore, come uno scoppio detonato tra i polmoni e la gola. In quel momento, forse, abbiamo intuito tutti e due che non saremmo più tornati indietro al periodo che andava dalla mia nascita fino al settantasettesimo minuto di quella partita. L’abbiamo intuito e abbiamo evitato di guardarci, io perché avevo capito poco e lui perché aveva intuito troppo. E poi, mentre lo stadio ammutoliva e quelli con le tute tristi in panchina si abbracciavano, tra la poltrona di mio padre e la mia, un piccolo muro, invisibile e incompreso, ha cominciato a venire su, come se fossimo nel centro di Berlino. 




"Il desiderio di essere come tutti", di Francesco Piccolo, pp. 33-45 (riduzione di Lacrime di Borghetti) 

© 2013 Giulio Einaudi editore s.p.a., Torino

lunedì 23 giugno 2014

Literaria. "Contro il Tiqui Taca". Come ho imparato a detestare la scrittura calcistica contemporanea


Come quando giri a vuoto il cavatappi, la punta pare che avanzi.
Raffaele La Capria, "Ferito a morte" 

Intanto i luoghi. Ho comprato "Contro il Tiqui Taca. Come ho imparato a detestare il Barcellona", di Michele Dalai (Mondadori, 2013) in una libreria che vende libri usati in Prati (la stessa libreria dove il sabato mattina si ritrovano, nobilitandola, per parlare di letteratura e utopie, alcuni amici). Era sullo scaffale dove i volumi costano meno (2,50 euro), e ho pensato che avrei potuto fare questo investimento pur non essendo pienamente convinto - l'avevo sfogliato velocemente - del libro in sè; però, mi sono detto, in questi anni ho letto tanti libri sul calcio, questo è uno di quelli di cui più si è parlato, è bene che lo legga anche io, è bene che io sia aggiornato; ma, alla fine, è inutile che menta a me stesso, l'ho comprato più per la libreria che per il libro. Speriamo che queste librerie non muoiano mai.

La cosa migliore (non so se anche la più accurata, ma sicuramente la migliore nel senso di affettuosa) che si può dire di "Contro il Tiqui Taca" è che è un libro inutile. L'autore - nella foto del risvolto di copertina si vede un ragazzo con la barba dal viso simpatico, intelligente (mi ha ricordato il cantante degli Herman Dune) - è un giornalista e un editore e in questo che si potrebbe sicuramente definire, per utilizzare un linguaggio da comunicato stampa, "un agile e provocatorio pamphlet", vuole convincere il lettore - che assume essere un amante del calcio e un estimatore dell'ultimo Barcellona (quello che con Guardiola e Vilanova, e soprattutto con Messi, ha vinto tutto quello che si poteva vincere durante l'ultimo lustro) - che in realtà il gioco del Barcellona è, per farla breve, noiosissimo e va detestato. Questa teoria viene illustrata allo sfinimento durante l'arco dell'intero libretto, corredata da una serie di indizi più o meno indiscutibili, nonchè da varie note a piè di pagina (del tutto prescindibili, anzi rallentano la lettura almeno quanto Busquets rallenta il gioco; forse è un omaggio saponato a Foster Wallace, chissà). Di fatto, il libro non è altro che questa teoria anticipata, allusa, rimandata, descritta, ricordata, reiterata, stiracchiata etc. etc. tutto il tempo, inframezzata da luoghi comuni (la rete infinita e sterile dei passaggi), docili banalità (gli aiuti degli arbitri; l'autismo di Messi paragonato alla sfrontatezza di Ibrahimovic o di Cristiano Ronaldo; i confronti con Mourinho), frasi trite e ritrite (il culto della masìa: mi è venuto in mente un tassista che un paio di settimane fa, portandomi alla stazione mi raccontava di quant'era contento dell'imminente arrivo di Luis Enrique; gli dissi che era un pazzo perchè io il Luis Enrique l'avevo provato sulla pelle; lui mi rispose che uno "della casa" è sempre la scelta giusta), concetti abusati (il vessillo del nazionalismo catalano), scivoloni sdolcinati (il caso Abidal), critiche fiacche (la presunzione di considerarsi mès que un club), ogni tanto pure qualche frase divertente, arguta (soprattutto quando l'autore si fa prendere la mano dall'odio viscerale per Busquets, definito "una specie di sponda umana"), qualche osservazione condivisible (come quando afferma che "il Barcellona è il sublime assoluto per chi ama le statistiche", oppure quando scrive che questo Barcellona è un prodotto di laboratorio, puro marketing, "perchè incarna lo spirito Ikea nel calcio"), ma nulla di più. Il libro non è mai veramente esilarante, non è mai veramente caustico, non è mai veramente introspettivo, non è mai veramente culturale. Il libro rimane sempre in superficie, la superficie di una tesi di cui, peraltro, a parte Bostero che con l'Esquina Blaugrana ci mangia, qui siamo tutti già convinti da anni. Voglio dire, con questo libro l'autore ha scoperto l'acqua calda. Ma a parte questo, il libro, per pura eterogenesi dei fini, è noioso, sterile, onanistico come il gioco del Barcellona di Guardiola. Il libro è scritto in modalità Tiqui Taca. Il libro gira a vuoto, come un cavatappi.

Il problema di fondo è che non è chiaro per quale motivo io (per non parlare del lettore medio, che non è così dentro il mondo delle scritture calcistiche) dovrei andare in libreria a comprare un libro per scoprire che una persona che non ho mai sentito prima in vita mia che si chiama Michele Dalai detesta il Barcellona. Il libro, infatti, non ha meriti intrinseci dal punto di vista letterario. Non c'è profondità di analisi, non c'è prospettiva storica, non ci sono immagini evocative, non c'è uno stile riconoscibile. Manca anche la necessaria sprezzatura quando si parla di argomenti frivoli (non si capisce mai veramente se il libro si prenda sul serio oppure no). L'autore poi si rivolge spesso direttamente ai lettori (tecnica di scrittura che non mi piace, ma questi sono fatti miei), utilizzando la metafora del bancone del pub; ecco, sono certo che se avessi incontrato l'autore al pub (magari allo Shamrock di via del Colosseo), e parlando del più e del meno fossimo diventati amici, e avessimo cominciato a parlare di calcio, e lui mi avesse esposto la sua teoria sul Barcellona riempiendo poco a poco il bancone di bicchieri di Guinness e pistacchi e invettive, sarei tornato a casa contento per l'incontro e la divertente chiacchierata; ma tra una chiacchierata casuale al pub e un libro pubblicato da Mondadori c'è - o almeno ci dovrebbe essere - un abisso. Resta un mistero come un collage di chiacchiere sul Barcellona abbia trovato accoglienza (passando anche per le mani di Carlo Carabba, ringraziato nel libro; Carabba è un editor bravissimo, una persona coltissima) in una collana prestigiosa come le Libellule della Mondadori (la stessa, per dire, dove pubblica La Capria).

Il lettore potrebbe chiedersi: ma com'è nato questo Barcellona? Cosa c'era prima? Ha sempre rappresentato questi valori, e questa estetica, e ha sempre dato questa immagine di sè, nel calcio spagnolo? Questo aspetto non viene mai lambito, se non in un epidermico capitolo su un episodio del '43 che dovrebbe far passare il Barcellona per baluardo anti-franchista (quando in realtà neanche il Real Madrid, nonostante il nome, è mai stata veramente una squadra di regime; e comunque è stata più di sinistra, per dire, dell'Atletico Madrid, in quegli anni militarizzata nel nome di Atletico Aviaciòn) eppure è interessante pensare che il Barcellona-corazzata dell'era guardoliana è l'opposto del Barcellona fragile, lunatico, uterino, dannunziano, in fondo simpatico a tutti proprio per il suo alto senso estetico inversamente proporzionale al pragmatismo dei vincenti, del resto della sua storia. In un articolo del 1994 (lo prendo dalla bella raccolta "Salvajes y sentimentales. Letras de fùtbol", 2000) così descrive l'anima blaugrana lo scrittore Javier Marìas, ultras del Madrid:

"El Barcelona ha sido tradicionalmente un equipo exquisito y melancòlico, con jugadores delicados y dados a la depresiòn: recuérdese al maravilloso Marcial y a Martì Filosìa de tan fràgil ànimo, al suicida Kocsis de los cromos de mi infancia, al donjuanesco y doliente Ramallets y a tantos otros grandes futbolistas con un elegante punto de inseguridad y zozobra y artisticidad en sus botas".
Anche i Barcellona vincenti - quello di Cruyff, quello del Dream Team, quello di Ronaldo - hanno incarnato questo genius loci, a pensarci bene. Poi la città è cambiata, la squadra è cambiata, in ritardo anche la società è cambiata (nel documentario FC Barcelona Confidential, che racconta l'arrivo al trono del gruppone Laporta, si vede ancora un gruppo di simpatici cialtroni), ma del libro non c'è traccia di questi passaggi storici e caratteriali. Quella del libro è infatti una visione totalmente appiattita sul presente. Sarà questo un portato del cosiddetto new journalism che - mi pare di capire - ora va molto di moda? O delle battaglie contro il calcio come nostalgia che stanno portando avanti le nuove penne del giornalismo calcistico? Proverò a tornare dopo su questi argomenti.

Prima volevo concludere la recensione parlando del riferimento Tiqui Taca. Non per fare quello che ho scoperto tutto prima io, perchè non è vero e non me ne frega nulla, però ero seduto su un divano di Barcellona a guardare il mondiale del 2006 in televisione quando Andrès Montes, il compianto giornalista e telecronista della Sexta di cui (forse l'unico in Italia) scrissi un obituary appena morto, si inventò questo termine per descrivere il modo in cui giocava la Spagna, e un po' anche per prendere in giro, come faceva sempre, il suo collega di telecronache Julio Salinas. Ora, mi fa impressione che questo termine diventi sette anni dopo un marchio per libri e programmi calcistici mainstream in Italia. Possibile che non riusciamo a inventarci nulla? Possibile che dobbiamo copiare questo termine che nasce come boutade, neanche sapendo da dove viene? L'autore cita la genesi del termine in una nota a piè di pagina (sic), ma lì si ferma. L'ennesima occasione persa.

***

 A volte il pallone arriva sopra la terrazza e c'è sempre il fesso che corre ad acchiapparlo per levarsi lo sfizio di fare un tiro fortissimo.
Raffaele La Capria, "Ferito a morte" 

Il secondo incontro con Michele Dalai lo faccio sulle pagine di IL (sottotitolo: Idee e Lifestyle del Sole 24 Ore), un mensile patinato del Sole 24 Ore diretto dall'ex giornalista del Foglio, già juventino e neo-con, nonchè spassoso fustigatore di Repubblica, Christian Rocca. Nel maggio scorso esce, accompagnato da un certo hype soprattutto sui social network, un numero dedicato al calcio. Il tema, che campeggia già nella copertina (sopra la faccia di Tevez), è quello ormai famoso del cosiddetto Calcio Intelligente. Vado in edicola, compro il mensile, lo leggo tutto (ogni riga tranne un pezzo sull'Europa che era troppo noioso e un pezzo di tattica su Antonio Conte che proprio non ce l'ho fatta), rido come al solito con le cronache radical del grande michimas, ma rimango estremamente deluso. La parte sul calcio si rivela, infatti, una sòla terribile. Non starò qui a fare la recensione integrale pure di un mensile patinato, ma qualcosa la voglio dire.

Dalai (a cui già strizza l'occhio l'editoriale di Rocca ricordando come "da un articolo sul Barcellona scritto proprio per IL ha tratto un bel libro Mondadori intitolato Contro il Tiqui Taca", andiamo bene penso mentre leggo) è chiamato a fare il bastian contrario. Tutto il numero verte su questo concetto di calcio intelligente, nel senso dei cosiddetti Big Data applicati al calcio che dovrebbero migliorare la comprensione di questo gioco (è questo l'oggetto dell'articolo di Daniele Manusia, che riprende alcuni aneddoti curiosi raccontati - tra gli altri - da Simon Kuper), e però si chiede proprio a Dalai di raccontare "un magnifico irregolare come Carlos Tevez". La cosa mi fa piacere perchè sono molto scettico su questa cosa dei numeri, delle statistiche, delle tattiche, delle freccette, dei cerchiolini, dei fermo-immagine con le linee dei giocatori, mi hanno sempre annoiato a morte e mi sono sempre sembrate rimarcare o l'ovvio (Antonio Cassano è il giocatore che ha creato più occasioni nell'ultima seria A: chi l'avrebbe mai detto?) o l'inutile (Davide Astori è il difensore che ha fatto più respinte: ma chi se ne importa?) e non ne ho mai capito il gusto e il senso come scrittore e lettore di calcio (magari a un addetto ai lavori serviranno pure, ma non è il mio campo), anche perchè sono sforzi sovraumani destinati a essere obsoleti dopo un'ora, un giorno o una settimana, e insomma la cosa mi fa piacere e sono curioso anche perchè Dalai nel suo libro contro il Tiqui Taca mi ha tolto le parole di bocca quando scrive:

"Il Barcellona è il sublime assoluto per chi ama le statistiche.
Una valanga di passaggi, ore intere di possesso palla, quantità impensabili di chilometri percorsi dai suoi piccoli maratoneti, grappoli di gol a squadre giustiziate senza pietà.
Numeri su numeri su numeri. [...]
Nessuno qui vuole rallentare la marcia del progresso, se ci sono analisti e grafici che cerchiano i giocatori con pallini colorati e seguono la loro corsa sbilenca per il campo con tutta probabilità c'è anche chi quei replay pasticciati a matita li apprezza e studia con voluttà.
Tanta tecnologia per nulla".

Senonchè, se si vuole contrapporre un irregolare al calcio analitico contemporaneo, se si vuole cioè far passare il messaggio che nonostante tutto questo profluvio di dati ci saranno sempre dei giocatori pazzi che incarnano l'irrazionale, l'imprevedibile, che senso ha parlare di Tevez, con tutti i veri matti, i veri spiantati che ci sono in giro? Tevez sarebbe un magnifico irregolare? Uno che gioca nella Juventus, uno che è passato da una parte all'altra di una stessa città, uno il cui cartellino era di proprietà di un fondo d'investimento? Un miliardario? Ha ragione il mio amico Paolo, qui noto come Arturo, quando mi scrive che la scelta di Tevez è forse un segno inequivocabile dei tempi, che non fa neanche tanto sorridere, perchè è elegia della forza e del potere. Trattare Tevez, da un punto di vista letterario, come il Màgico Gonzàlez, sembra il segno di una resa definitiva al dato di fatto o un adeguamento, che si ostenta non imbarazzato, alle magnifiche sorti e progressive. Questo in premessa; nel merito, il pezzo di Dalai è inutile tanto quanto il suo libro contro il Tiqui Taca. Per intenderci: tra tutte le immagini, le suggestioni, le metafore, le invenzioni letterarie possibili, il meglio che si riesce a tirare fuori è quella del bambino povero che palleggiava con i sassi nel quartiere degradato. "No, vabbè" direbbe uno dei personaggi del romanzo di michimas.


Su questo cosiddetto "new journalism" applicato al calcio, esemplificato dalle iniziative editoriali più strutturate - e tutte in qualche modo legate tra loro - che sono comparse nell'ultimo anno (penso all'attenzione dedicata al pallone da Rivista Studio, da IL, poi alla rivista on line Ultimo Uomo e a quella cartacea Undici), allora, mi viene da dire una cosa, che condivido con il mio amico Paolo: l'idea di sollevare un minimo l'asticella dell'editoria calcistica mainstream, nella speranza, probabilmente vana, di fare un prodotto non dozzinale e un minimo divulgativo, che strappi lettori alla Gazzetta e spettatori a Sky Sport, non è un'idea sbagliata (anzi: penso a quando mi mandarono il numero zero della rivista spagnola Panenka, perchè le illustrazioni all'inizio erano del mio amico Ricardo Cavolo, quello di Mourinho immaginario, la prima cosa che pensai fu: che bello sarebbe se qualcuno facesse una Panenka italiana; e poi: che bello avere i soldi oppure un gruppo editoriale alle spalle per fare noi questa cosa). Sono gli esiti, finora, ad essere disastrosi. La maggior parte delle cose che ho letto (ci sono eccezioni naturalmente, fondamentalmente quando scrive Fabrizio Gabrielli) sono noiose, superficiali, pedanti, seriose, inutili. Il doppio esempio che ho fatto con Michele Dalai (il libro, e l'articolo) valga come prova. 

Poi c'è il problema dell'approccio. Nel dicembre scorso esce sull'ineffabile Rivista Studio un articolo in cui l'autore (tale Davide Coppo, mai sentito prima) si lamenta dello stato dell'arte della scrittura calcistica in Italia. Tra le altre cose scrive:


"a uno sguardo ancora poco attento, come era sicuramente il mio, l’attenzione alla scrittura e narrazione sportiva (e calcistica nello specifico) in Italia era visualizzabile sotto la forma di deserto, o ancora meglio: di buco nero".

Lì per lì ci sono rimasto molto male, perchè non è vero che la produzione letteraria calcistica italiana degli ultimi anni è stata un deserto (mi è subito venuta in mente, pur con tutti i suoi limiti, l'esperienza di Lìmina); un sacco di scrittori più o meno sconosciuti hanno pubblicato libri interessanti per case editrici altrettanto sconosciute (qualcuno l'abbiamo pure recensito); la televisione ci ha dato programmi fatti bene, magari un po' retorici, come Zona (quando c'era Carmelo Bene), Lo sciagurato Egidio, Sfide; il Guerin Sportivo dedicava le ultime pagine a belle storie dimenticate; ma soprattutto questo strano universo dei blog, con tutte le sue ingenuità dilettantesche, universo di cui anche Lacrime di Borghetti fa parte, addirittura quasi dall'inizio, ha raccolto, e continua a raccogliere, materiali di buona qualità. Ci sono rimasto male, ma ho pensato fosse solo un "tiro fortissimo" di questo Coppo, fatto per motivi noti solo a lui. Poi però questo concetto da arrivano i nostri, da meno male che ora ci siamo noi, da prima e dopo Cristo, da esportiamo la democrazia, l'ho ritrovato più volte: nell'editoriale di IL, nella presentazione di Undici, in articoli, post e tweet che parlavano di queste iniziative. Lì ho iniziato a pensare che questa gente, a differenza nostra, non c'è, ma ci fa.

Perchè una cosa va detta: la scrittura calcistica italiana, negli ultimi anni (da quando, almeno, la frequentiamo noi), è fondamentalmente una scrittura calcistica amatoriale, dopolavoristica, spontanea, estemporanea, passionale, gratuita, e che viene dal basso. Vista da fuori, è un arcipelago di piccoli progetti, tendenzialmente di blog, la maggior parte individuali (ma non necessariamente), senza altra ambizione che quella di condividere la propria visione di una partita, di un giocatore, di una squadra, di un libro, di un'immagine. Qualcuno ha provato anche a sistematizzarlo questo arcipelago, come gli amici di Futbologia nel loro documentario. Mi sento di dire che, a livello virtuale (ma alle volte anche reale, questa è per me la cosa più bella), ci si conosce, ci si apprezza, ci si confronta. Si fa polemica con tutti e nessuno si prende sul serio. Vedo questo mondo come una strada piena di bar, in cui entrare a dire una cazzata oppure fermarsi tutta la sera.

Negli ultimi mesi, però, questo panorama mi sembra cambiato. All'improvviso, sono arrivati dall'alto a dirci in maniera perentoria che la nostalgia è male, che il dilettantismo è male, che il chiacchiericcio da Processo del lunedì è male. Il futuro sono i numeri, le statistiche, le tattiche, i dati, le analisi accurate prima e dopo la partita, i ritratti simil-wiki dei giocatori, i centrocampi a Y. Questo famoso Calcio Intelligente. Non è la fantasia umida di un adolescente inquieto, non è l'utopia di un nerd cresciuto a Football Manager, non è la fissazione di un giovane blogger della provincia pavese; è un progetto editoriale totalitario, premeditato, supportato (beati loro) da soldi, sponsor, redazioni, che punta a innovare - spazzando via l'arcipelago passatista, amateur, biscardiano - il modo in cui si parla di calcio in Italia. Da un lato, lo story-telling di Buffa (e degli epigoni che verranno); dall'altro, i numeri del Calcio Intelligente, del new football journalism. In mezzo non resterà nulla. L'effetto, almeno per me, è stato quello di farmi repentinamente disamorare della scrittura calcistica. Forse sarebbe successo comunque, però adesso mi dedicherò di più al tennis, mi difenderò lì dalla vita di tutti i giorni, finchè naturalmente, tra qualche anno, verrà pubblicato un numero di IL dal titolo Tennis Intelligente in cui scoprirò di non averci mai capito un cazzo.

Se dovessi trovare - e qui concludo - uno slogan altrettanto efficace per descrivere il modo in cui mi piace parlare di calcio, il modo in cui noi e tutti gli altri blog abbiamo parlato di calcio in questi anni, probabilmente parlerei di Calcio Semplice.

Una sera del 2010, in un castello umbro dov'ero andato a fare un'etruscata piuttosto radical (avevo accompagnato una persona in questo posto che ospita artisti, di solito un po' in là con gli anni, che fanno un mese di residenza), lascio a metà la cena e salgo al secondo piano a vedere la partita tra Stati Uniti e Ghana. Dopo qualche minuto arriva un vecchio altissimo, con un sacco di capelli bianchi, che si siede vicino a me e non dice una parola. Questo vecchio non aveva detto una parola neanche durante la cena e quindi non sapevo chi fosse. All'improvviso, vivamente interessato alla partita, mi inizia a fare domande, in inglese. Che palle è la prima cosa che penso. Poi però per gentilezza rispondo a tutte le sue domande spiegandogli che bisogna far entrare la palla nella rete, che solo il portiere può prendere la palla con le mani, che se uno si fa male può essere sostituito, che se fai un fallo vieni ammonito, cose così. Allora il vecchio mi guarda (scoprirò solo più tardi che quell'ottuagenario è Mark Strand, il mio poeta americano vivente preferito, un grande) e mi dice, dopo avermi ringraziato per tutte le informazioni che gli ho dato, che "soccer is a very simple game".

Mark Strand aveva colto nel segno. Il calcio è un gioco semplice e mi piace perchè anche io mi reputo una persona semplice. Mi piace guidare per le strade di una Roma afosa e deserta ascoltando Kind of Blue. Mi piace passeggiare a Parco dei Daini con il cane fermandomi a chiacchierare con gli stranieri che hanno problemi con la mappa della città. Mi piace andare il sabato mattina fino in Tagliata per fare un lungo bagno a mare e poi tornare indietro con la sabbia nei pantaloni e la salsedine sulle guance con un disco degli Yo La Tengo. Mi piace vedere cosa succede tra un'ala che tenta un dribbling verso l'interno e un difensore che lo vuole portare verso l'esterno. Mi piace incontrare un amico al pub e ricordare le giocate di Dezotti e guardare la partita dei Mondiali ed emozionarmi per una finta o un taglio di capelli. Mi piace sentire le cose e non capirle. Mi piace il calcio semplice. Il resto - vabbè, lasciamo stare.    

mercoledì 18 giugno 2014

Jorge Valdivia, il miglior giocatore dei Mondiali

"Cuando más salí de noche, fue cuando mejor jugué"
(Jorge Valdivia)




Trentadue giocatori vestiranno la maglia numero 10 durante i mondiali: il regolamento lo vuole e così è obbligatorio inventare dei dieci anche dove non ce ne sono. I più spiritosi l'hanno data a terzini (Ayoví) e centrocampisti difensivi (Obi Mikel), le più vendute saranno probabilmente quelle di Neymar e Messi, ma nessuno saprà indossarla meglio di Jorge Luis Valdivia Toro.

Se il Cile sarà la grande sorpresa di Brasile 2014 il merito sarà ovviamente di Sánchez, di Vidal, di Sampaoli; ma per i cileni il grande protagonista è il Mago. È per lui che innamorati studenti invadono il campo in cerca di un abbraccio, noncuranti di finire nei guai, a lui che anonimi musicisti di Antofagasta dedicano canzoni; un mito che travalica i confini del trash e spinge il nostro a intervenire in diretta a trasmissioni cilene di gossip, a un mese dall'inizio dei mondiali, per smentire di conoscere la modella argentina Sandy Boquita (che sostiene di aver provato la bacchetta del Mago...e assicura che funziona).

Semisconosciuto al grande pubblico europeo, il Mago ha fatto di tutto, nei suoi primi trent'anni di vita, per tenersi alla larga dal calcio che conta e dilapidare al meglio il suo talento in squadre di indubbio fascino ma lontane dai riflettori. Nasce in Venezuela, cresce nel Colo-Colo, sboccia nell'Universidad de Concepción, che anche grazie a lui arriva per la prima volta a disputare una Copa Libertadores: a quei tempi porta sulle spalle un poco impegnativo 26, ma nel gol del novembre 2003 al Rangers di Talca, capelli al vento, stop, pallonetto al portiere e esultanza a zittire chissà chi (c'è sempre qualcuno da zittire), c'è già molto di quel che verrà.
 
Nel gennaio 2004, appena ventenne, arriva in Europa, ceduto in prestito al Rayo Vallecano, allora diciannovesimo nella seconda serie spagnola. Valdivia è un giocatore per molti, ma non per tutti, non per gli allenatori che si succedono sulla panchina del Rayo in quella disastrosa stagione: colleziona così soltanto sei presenze, passando le sue giornate a conoscere meglio la metropolitana di Madrid e a guardare il Real al Bernabeu, spiegando a chi lo accompagna che sì, in un campo come quello potrebbe giocare.

Passa quindi al Servette: i tifosi ginevrini vivono la retrocessione per debiti, ma ancora oggi, praticamente unici in Europa, possono vantarsi al bar di aver assistito dal vivo alle gesta del Mago, che dopo qualche mese senza stipendi torna al Colo Colo. A suon di gol e di passaggi che non stonerebbero sui piedi di Ronaldinho, come quello per il Chupete Suazo contro l'Universidad de Chile, Valdivia, partner di Mati Fernández in una coppia di rara eleganza, vince l'Apertura 2006. E poi parte per raggiungere il Palmeiras dove, a parte la breve parentesi negli Emirati, è rimasto fino a oggi, nonostante un sequestro di persona, una retrocessione in Serie B e infinite liti con allenatori e dirigenti sul suo stato di forma, diventando un idolo del Verdão.
 
Ci si stupirebbe del contrario, vista la sicurezza di sé in campo e fuori, che spesso supera i confini dell'irrisione: la sua giocata classica è l'espanta chunchos (qui vi insegna come fare), che gli ha procurato qualche nemico di troppo (e qualche entrata decisa sulle caviglie); a quelli del Corinthians, che gli danno del simulatore e del piangina prima di un derby, risponde, dopo aver fatto gol, mimando un pianto, mentre in un altro derby, tra Colo-Colo e Universidad Católica nel 2005, scatena una delle celebri risse del calcio cileno decidendo di festeggiare il pareggio in faccia al portiere avversario Johnny Herrera, che gli darà dello squilibrato e del poco normale (con i portieri il rapporto non è migliorato col tempo). Provate a chiedergli se non sia impressionante essere stato eletto miglior giocatore del campionato paulista nel 2007: la risposta è “no, e non sono una persona arrogante”. Nello stesso anno è nell'undici ideale del continente americano, membro di un immaginario centrocampo con Banega, Riquelme e Verón.

Chi è che piange adesso?

In una squadra come il Cile, che fa del pressing e dei ritmi alti delle ragioni di vita, Valdivia potrebbe sembrare un giocatore fuori posto, d'altri tempi: eppure Sampaoli, figura ascetica nel solco della tradizione inaugurata da Bielsa, l'ha voluto con sé, nonostante una storia con la nazionale molto tormentata. Nessuno può impedire di divertirsi al Mago, protagonista negli anni di una serie di scandali notturni con desinenza in -azo: nel 2007 la Roja approda ai quarti di Copa América in Venezuela e Valdivia, insieme ad alcuni compagni di squadra, pensa bene che sia il caso di festeggiare, all'alba, nel ristorante dell'albergo. I testimoni lo descrivono con la marmellata spalmata in faccia e del prosciutto in testa, mentre tutti insieme rompono oggetti a coltellate; sebbene fare le ore piccole con dei salumi in testa sia l'idea di divertimento che abbiamo un po' tutti noi, la federazione cilena non la prende bene (sarà per colpa del 6-1 subito poi contro il Brasile?) e punisce i protagonisti del Puerto Ordazo con pesanti squalifiche.



Senza Mago non si può stare e nel 2008 Bielsa, dopo una riduzione della squalifica, lo convoca nuovamente, venendo ripagato con il gol alla Colombia che, il 10 ottobre 2009, riporta il Cile ai mondiali dopo dodici anni di assenza. E pazienza se una mattina dell'ottobre del 2011, poco prima di un allenamento della nazionale, volano scarpe dall'auto con a bordo Valdivia e Beausejour, a quanto pare non del tutto sobri, e se, un mese dopo, il battesimo della figlia del Mago diventa un'occasione per prolungare i festeggiamenti, fare visita a vecchi amici, partecipare a un asado, di quelli che non sai a che ora finiscono, e arrivare in ritardo, ancora sotto l'effetto dell'alcol, al ritiro della nazionale (è il cosiddetto Bautizazo). Passiamo sopra anche all'episodio di qualche settimana fa, quando in un 'evidente estado de alegría', secondo il bell'eufemismo della stampa cilena, il nostro eroe scende dell'auto protagonista di un lieve incidente automobilistico e prende a male parole quelli dell'altra vettura, urlando loro che, volendo, potrebbe anche acquistare immediatamente la macchina danneggiata.

Il debutto con l'Australia è quanto di più valdiviano possiamo immaginare: una prima mezz'ora straordinaria a innescare Sánchez e Vargas, un gol fondamentale nell'economia del match, i cileni presenti a Cuaiaba che impazziscono e intonano Pereré, hit brasiliana associata al Mago per via del popolare imitatore Stefan Kramer; poi tante pause per riposare, permesse a lui e solo a lui in tutta la squadra, perché come sostiene Sampaoli si tratta pur sempre di un giocatore diverso dagli altri; infine l'uscita, per lasciare che il buon Beausejour, compagno di partite e di bevute, con meno classe ma molto più fiato, possa entrare in campo e realizzare il 3-1.