giovedì 3 aprile 2014

La traversa quadrata di Hampden Park

 

L’albo d’oro della Coppa dei Campioni nella seconda metà degli anni settanta è una fotografia pressoché perfetta del concetto di “nobile decaduta”, soprattutto se si guarda nella colonna delle squadre sconfitte. Il fatto che il Malmo ed il Club Brugge abbiano disputato due finali consecutive può far sorridere di nostalgia, ma non c’è nulla di strano: il trend è continuato, moderatamente, fino ai primi anni ’90, per poi arrendersi o quasi allo strapotere di una decina di squadre sparse nel continente, fatte salve le sempre liete, benché rarissime, eccezioni.
 
Per tutte le squadre che arrivano ad un passo dal sollevare il maggior trofeo continentale, specie se poi non ci andranno mai più vicini, c’è sempre un colpevole: può essere l’arbitro che concede un gol irregolare, la sfortuna di un’assenza imprevista tra i titolari, il nervosismo del debutto contro chi è abituato a giocare finali del genere ogni anno... la tendenza a crearsi un mondo parallelo sulla base di un “what if…?” è insita nella sconfitta, permette di non razionalizzare i propri errori e per un pò, le ipotesi dei mille “se” possono esorcizzare il dolore di essere arrivati a tanto così dall’alzare al cielo la coppa con le orecchie. E a chi vi dice che la storia non si fa con i “se”, rispondete pure che è così perché la storia la scrivono i vincitori: a luogo comune, non si può che rispondere parimenti.
 
No al nuovo stemma"
In questo particolare insieme di squadre pronte ad incolpare il destino beffardo dello “scippo” di un trofeo in bacheca, nessuna ha trovato un colpevole più originale di quello chiamato in causa dal Saint Etienne: l’anno è il 1976 e i Verdi della Loira stanno ammazzando il calcio francese con il loro dominio, in 13 anni sono arrivati otto titoli di campione di Francia e nella stagione ‘74-‘75 hanno vinto tutte e 19 le partite casalinghe, tanto per gradire. L’ASSE (come viene comunemente chiamato dall’acronimo) diventa talmente sinonimo di calcio e vittoria che se oggi la nazionale francese viene chiamata da tutti “Les Bleus”, si deve proprio alla popolarità del Saint Etienne negli anni ’70 ed al loro soprannome cromatico, “Les Verts”, ovviamente dal colore della maglia di gioco: per assonanza e per associazione diretta di idee, nonché per la presenza massiccia di giocatori stéphanois in nazionale, anche la squadra con il gallo sul petto comincia ad essere chiamata per il colore di maglia e il coro "Allez les Verts" si trasforma nell'ormai consolidato "Allez les Bleus".
 
Il giocatore preferito dagli hipsters.
Il Saint Etienne imbattibile al Geoffrey Guichard del ‘74-’75 aggiunge ad una formazione già eccezionale l’esplosione di Dominique Rocheteau, stupenda ala destra con notevole propensione al gol che alla sua prima stagione da titolare (e nemmeno a tempo pieno), fermerà il tassametro delle marcature ad undici, dando nuova linfa (non che ce ne fosse bisogno, ma sempre meglio abbondare) ad un reparto offensivo già clamoroso di suo, col capitano Larqué, Jacques Santini e il baffo da Asterix di Revelli a dar supporto a centrocampo. Il titolo nazionale è una formalità per i verdi e l’ASSE può quindi concentrarsi sull’Europa, dove l’anno prima si erano fermati in semifinale di fronte al Bayern Monaco che avrebbe poi alzato la Coppa dei Campioni al Parc des Princes: stavolta si arriva fino in fondo, il gol nei supplementari di Rocheteau completa il 3-0 che permette di rimontare i due gol subiti a Kiev dalla Dynamo di Blokhin (nel più classico dei "gol mangiato - gol subito" che dà il via alla rimonta) nei quarti, mentre basta un gol del capitano Larqué per avere la meglio sul PSV in semifinale e dare appuntamento ad Hampden Park al Bayern Monaco per la rivincita dell’anno prima.
 
Il vostro classico stadio di Lega Pro Seconda Divisione
Ora, quando la finale di Coppa Campioni (o Champions League che sia) si gioca nello stadio del Queen’s Park di Glasgow, succede sempre qualcosa di memorabile: nel 1960, la prima finale disputata ad Hampden Park è, ad oggi e ragionevolmente lo sarà per sempre, quella che ha visto più spettatori sugli spalti, quando 127.621 fortunati appassionati videro il Real Madrid atomizzare per 7-3 l’Eintracht Francoforte. Ecco, giova notare come quella partita quasi non si disputò perché i tedeschi erano ancora offesi dalle accuse di Puskas: alla stella delle merengues non era ancora andata giù la finale di Berna e non perdeva occasione per ricordare che se i tedeschi non si fossero dopati come cavalli, col cavolo che lui e Hidekguti se ne tornavano in Ungheria senza Coppa Rimet. Comunque, ragion di stato impose al magiaro una lettera di scuse per far sì che la finale si disputasse, ma Puskas non deve averla presa benissimo e uscì dello stadio solo dopo aver rifilato quattro pallini all’Eintracht. Si fermò solo ad una tripletta un altro signore bravino, un certo Alfredo Di Stéfano, per iscrivere negli annali l’unica finale di Champions in cui due giocatori segnarono entrambi tre (o più, nel caso di Puskas) gol.
 
Michael Ballack a fine carriera.
L’ultima finale in ordine temporale disputata ad Hampden Park è quella del 2002, decisa da quell’assurdo ed indimenticabile gol in volée di Zinédine Zidane, che consegnò al Real Madrid la sua nona e per ora ultima Coppa dei Campioni, ai danni ancora una volta di una squadra tedesca, il Bayer Leverkusen. I “farmacisti” sono un’altra compagine che col destino vanta un credito non da poco, specie in quell’annata in cui riuscirono ad arrivare secondi anche nel torneo organizzato dal baretto sotto casa di Ballack, che per non farsi mancare nulla, perse pure la finale dei Mondiali poche settimane dopo.

Tendenzialmente quindi, Hampden Park non porta proprio fortuna alle squadre tedesche, non fosse appunto per la finale del ’76 tra Bayern Monaco e Saint Etienne: ora, inutile evitare spoiler, sappiamo già che l’ASSE perderà la finale e va anche detto che per i bavaresi sarebbe stata la terza Coppa consecutiva, con una squadra annoverata di diritto tra le migliori di sempre e che costituiva l’ossatura di fondo della Germania Ovest campione del mondo nel ’74 e finalista agli Europei del ’76, dove fu beffata ai rigori solo ed esclusivamente dal colpo di genio di Antonin Panenka. Per dare un’idea del valore di quel Bayern, basti ricordare che la spina vertebrale di quella squadra era formata da Sepp Maier in porta, Kaiser Franz Beckenbauer al centro della difesa, un giovane ma già stellare Rumenigge a centrocampo e una coppia d’attacco composta da Gerd Muller ed Uli Hoeness. Non proprio gli ultimi arrivati, per intenderci.
 
Tipo le porte del Subbuteo.
Il Bayern fa quello che gli viene meglio: attende gli avversari, si difende (vinceranno la coppa avendo subito solo 4 gol in tutta la competizione) ed aspetta il momento buono per colpire. Il Saint Etienne però non si fa intimorire ed attacca: i Verdi hanno un’elevata vocazione offensiva, ma per la partita più importante della loro storia devono fare a meno di Rocheteau, infortunato e solo in panchina al fischio di inizio, già di per sé una bella fonte di rammarico. L’assenza sarebbe meno pesante se non ci mettesse lo zampino il fato: per due volte, il Saint Etienne va vicinissimo al gol. Prima Bathenay con un destro da fuori e poi Santini di testa battono Maier, ma non la traversa. Ed è proprio la traversa che diventerà il capro espiatorio per tutti i tifosi della Loira, perché ad Hampden Park le porte hanno una caratteristica unica e un pò démodé: dal 1904 i montanti, pali e traverse, non sono rotondi come nel 99% degli stadi del mondo, ma sono squadrati, dei blocchi tetragoni su cui i tentativi di Bathenay e Santini vedono il pallone rimbalzare beffardo verso il centro dell’area, invece che accompagnarlo dolcemente verso la rete come, secondo tutti gli stéphanois, sarebbe avvenuto con una traversa tonda. Sì, va ammesso, è una teoria bislacca, ma chi siamo noi per negare al Saint Etienne la gioia di un “what if” simile?
 

Tant’è, come da copione, il Bayern colpisce ad inizio secondo tempo con un gol di Franz Roth, mediano di rottura che aveva il compito di annullare il capitano Larqué e che finirà come match winner della finale, mentre l’ASSE si ritrova a piangere lacrime sui “pali quadrati”, quei poteaux carrés che li perseguiteranno da lì in poi, diventando automaticamente sinonimo della loro squadra: in primis, simbolo di scherno da parte di tifosi avversari, poi come oggetto di osservazione della FIFA che sembra abbia normato in via ufficiale la rotondità dei montanti proprio tenendo a mente questo episodio.
La gloria del Saint Etienne praticamente si ferma qui, nonostante per qualche anno ci abbiano ancora provato, anche con l’acquisto di un giovane di belle speranze chiamato Michel Platini: arriverà un titolo nel 1981 con Le Roi già in bianconero e null’altro. Arriverà la disgrazia della serie B, del fallimento e del saliscendi tra Ligue 1 e Ligue 2, ma quel che è peggio, la beffa di vedere i rivali regionali dell’Olympique Lyonnais assurgere al ruolo di guida del calcio francese ad inizio secolo, un ruolo che i tifosi dei Verdi considerano usurpato, un affronto bello e buono in pratica (per intenderci sulla rivalità, andate a vedere come l'hanno presa i lionesi dopo aver perso il derby in casa, domenica).
Ma per uscire dal baratro, non c’è nulla di meglio che affrontare i propri demoni: è un fenomeno che in sociologia si chiama riappropriazione e per il quale una parola o un oggetto all’origine considerato derisorio viene fatto proprio da chi era l’obiettivo di tale irrisione. Come spesso avviene, l’iniziativa parte dai tifosi, molti dei quali magari nemmeno erano nati nel 1976: oggi uno dei maggiori siti web per i supporters dell’ASSE è appunto www.poteaux-carres.com ma a stretto giro anche la società ha abbracciato questa linea. La figura iconica delle porte dai pali quadrati era propria di Hampden Park che, una volta sostituiti con quelli a norma, li ha ovviamente esposti nel museo interno allo stadio. E siccome tra curatori di musei ci si intende, il direttore del museo storico del Saint Etienne ha chiamato il suo omologo scozzese ed ha lanciato lì la proposta: “quanto vuoi per i pali quadrati?”.
 
Musée des Verts
Ne sono seguite trattative ed alla fine (20.000 € per dei pali, marci peraltro, sia mai che gli scozzesi ti regalino qualcosa) le porte dai pali quadrati prendono la direzione della Loira, dove saranno esposti nel museo dello stadio Geoffrey Guichard, dove tutti i tifosi del Saint Etienne proveranno ad esorcizzare la loro nemesi maledicendo quella traversa che ora riposa dietro una teca, giurando di averla vista tremare ancora per il tiro di Bathenay.

Bonus track: per chi volesse saperne di più sull'epopea dei Verts negli anni '70, consigliatissima la monografia sul blog "Storie di Calcio".

5 commenti:

  1. pezzo bellissimo, i miei complimenti

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  2. Grazie, Isidro.

    Due cose non capisco, non condivido.

    Se ero gli scozzesi mi sarei strenuamente opposto a pali e traversa tondi.
    E poi mai e poi mai avrei venduto i pali quadrati ai francesi.

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  3. Voglio far notare che sulla sfiga di Ballack si potrebbe scrivere un libro;dal meisterschale perso all'ultima giornata dopo che il Leverkusen si era fatto battere da una squadra di pippe alle disfatte con la nazionale...

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  4. quella squadra ispirò pure un gruppo inglese (!) nella scelta del proprio nome http://it.wikipedia.org/wiki/Saint_Etienne

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