mercoledì 30 aprile 2014

12 - Nostalgia del vecchio portiere di riserva

 Era mia, mia, mia
l'ho gridato e non hai sentito
su di lui ti sei precipitato
l'hai atterrato.
Solo davanti
a questa porta spalancata
mentre il centravanti mi guarda.
Solo quando c'é il rigore
vi ricordate di me,
del vostro portiere
ditemi perché.

Era fuori, fuori, fuori
il fallo era fuori dell'area
quel cretino d'arbitro e' arrivato
ha fischiato.
Solo davanti a voi centomila
che ansiosi spiate.
Solo quando c'é il rigore
vi ricordate di me,
del vostro portiere
ditemi perchè.

E dai tira, tira, tira
cosa aspetti a finirmi?
vedo il pallone calciato che arriva
come una locomotiva
e sono solo nel cielo
mentre volo incontro al tiro
e voi trattenete il respiro.
Solo quando c'è il rigore
vi ricordate di me, lo so
del vostro portiere
chissà se parerò.
 (La solitudine del Portiere di Calcio - Stefano Benni)


Ma se il portiere per tutti è un uomo solo, il suo vice cos'è?
C'era una volta e adesso non c'è più, estinto come il dodo, ingurgitato dal calciomercato moderno, il numero 12 mi manca davvero. Parlo dei 12 storici, quelli che arrivavano maturi per fare i secondi e che secondi rimanevano anche per anni, lustri e decenni. Oggi non è più così, spesso si preferisce la riserva giovane e straniera, costa di meno e forse prende di meno ma in quanto a garanzie, meglio lasciar perdere.
Il 12 di una volta poteva passare anni senza infilarsi i guanti o poteva farlo per un centinaio di minuti a campionato, al limite poteva fare la passerella in qualche partita di coppa Italia. Il 12 di una volta era quello seduto all'angolo della panchina, magari vicino al mister per diventarne un consigliere. Il 12 di una volta anche quando aveva 30 anni ne dimostrava 45, perché lui doveva trasmettere sicurezza, lui era quello d'esperienza pronto a rimpiazzare, ma che non doveva neanche mai spiccare in quelle poche occasioni, forse per contratto, forse perché consapevole di essere solo la "Toppa" del momento. Il 12 di una volta era anche brutto, come già detto un giovane vecchio, magari con il baffo, meglio se con la stempiatura, il 12 era l'antidivo, sempre serio e professionale e mai sopra le righe.
Oggi non c'è più spazio per loro, o meglio, nessuno viene addestrato da 12. Colpa delle frontiere aperte e delle stecche dei vari agenti... Perché  tenersi un vecchio quando con 2 lire si può prendere quel portiere con 27 presenze in qualche campionato est europeo e nel giro dell'under 21 del suo paese? Perché non puntare sulla scuola brasiliana che improvvisamente dopo un secolo passato a esportare giocolieri, bomber, mezzale e dribblomani vari, ha scoperto di avere anche gente che sa parare o forse pensa di saperlo fare?
Forse in serie A il 12 è un mestiere che gli italiani non vogliono più fare, meglio la gloria in B, in lega pro o financo in qualche sperduto paese estero, piuttosto che una vita da condannato in panchina.
E' brutto non vedere più il 12, che per la squadra solitamente era fondamentale. Un saggio uomo spogliatoio. Quando penso a loro, penso anche al cinema di oggi, non a quello impegnato, alle commediole. Il 12 è sparito come sono spariti i caratteristi dalle commedie italiane,  il caratterista brutto, che però con 3 smorfie, un'ansimata, una sola battuta era capace di arricchirti un film. Oggi i caratteristi sono stati sostituiti da qualche sfigato uscito da un reality o peggio ancora da qualche comico di quarta fascia che basa il suo successo su qualche tormentone che per mesi altro non ha fatto che polverizzarci i testicoli. I caratteristi anche solo con 3 scene a film ti mettevano allegria, come il numero 12, che serviva solo per contorno, ma comunque quelle 2/3 presenze l'anno te lo facevano amare.
 
Nino Terzo, quello che ansimava nei film (consiglio questo sito)

Quando penso a un 12, penso a Fernando Orsi. Non sono laziale, ma Fernando Orsi era il portiere di riserva perfetto. Arrivato per sostituire Pulici, dopo 3 anni e 80 e passa presenze, parte per Arezzo e dopo 4 ritorna  nella capitale a 30 anni per fare il secondo, prima a Fiori e poi a Marchegiani. Rimane in panchina per 9 anni, senza mai lamentarsi, senza fare un fiato e difendendo la porta per 43 volte. 9 anni, 43 presenze e una coppa Italia, vinta senza disputare neanche l'unica gara saltata da Marchegiani (il ritorno degli ottavi contro il Napoli), perché quella partita la giocherà Ballotta. Si ritira nel 1998, due anni prima dello scudetto.
 
Il vero 12 non deve mai scomporsi... MAI
Prendete un Di Fusco, una vita al Napoli, 14 anni in azzurro (con piccoli intervalli a Vicenza, Catanzaro e Torino), sempre coprendo le spalle a gente come: Castellini, Garella, Giuliani e Taglialatela. Con il Napoli ha vinto due scudetti, una coppa Italia e la coppa Uefa, tutto questo con poco più di 30 presenze. Ha vinto anche una coppa Italia con il Torino, neanche a dirlo, sempre da dodicesimo. Di Fusco, portiere di riserva, che durante un Ascoli-Napoli del 1989 fu schierato in attacco al posto di Careca infortunato. 11 minuti da attaccante dove riuscì anche a concludere in porta, con un colpo di testa parato da un disorientato Pazzagli. Certo fu inserito da Ottavio Bianchi in polemica con i dirigenti per protestare contro una campagna acquisti non soddisfacente, ma nelle sue 33 presenze può vantare anche questo. Oggi fa il preparatore dei portieri a Lecce. Ha ideato e brevettato il deviatore di traiettoria, una W di metallo che viene posata a sull'erba con lo scopo di simulare le deviazioni sui tiri rasoterra.
 
Di Fusco e un suo compagno di squadra
Se il 23 febbraio del 1992 Rampulla non avesse segnato quel gol all'Atalanta... Sarebbe ugualmente finito alla Juventus? Me lo chiedo sempre e mi chiedo anche che piega avrebbe preso la sua carriera. Il gol di Rampulla è per me un ricordo nitido, l'entusiasmo di "Tutto il calcio" e l' aspettare con impazienza 90° per vedere un'impresa storica.
Nei 10 anni da dodicesimo uomo della vecchia signora è sceso in campo parecchie volte, complice la non sempre perfetta forma di Angelo Peruzzi. Rampulla avrebbe potuto fare tranquillamente il titolare in qualche squadra da media classifica in A, dubito però che rimpianga quel colpo di testa.
Fu un 12 atipico, protagonista in una semifinale di Uefa (sia all'andata che al ritorno) contro il PSG e nella finale di coppa Italia del 1995 vinta contro il Parma. Senza contare che dal 1995 al 2001 è stato sempre schierato per almeno una partita di Champions.
 

Astutillo Malgioglio comincia la sua carriera di secondo alla Roma dopo qualche stagione buona a Brescia e alla Pistoiese. Lo fa per 2 anni, poi decide di scendere di categoria per giocare titolare con l'altra sponda del Tevere. Passare dalla Roma alla Lazio (o viceversa) è però a quei tempi (stagione 85/86) un suicidio (in realtà lo è ancora oggi). Ci sono cori, striscioni e insulti per tutta la stagione e un episodio che scatena un vero proprio inferno. E' il 9 marzo del 1986, la Lazio perde in casa 4-3 con il Vicenza. Malgioglio non è esente da colpe, la tifoseria biancoceleste se la prende principalmente con lui. Tra un "Venduto e "Un bastardo giallorosso" sugli spalti, secondo quanto afferma Malgioglio, compare uno striscione con la scritta: "Torna dai tuoi mostri". Astutillo dedicava il suo tempo libero gestendo una palestra per bambini distrofici. Malgioglio esasperato a fine partita si toglie la maglia, la calpesta, ci sputa sopra e la lancia ai tifosi. Nessuno notò quello striscione, la Lazio si schierò dalla parte dei suoi tifosi e chiese la radiazione del suo tesserato. Astutillo Malgioglio rescisse il contratto e annunciò il ritiro. Giovanni Trapattoni all'epoca allenatore dell'Inter lo convinse a non lasciare il calcio portandolo a Milano, dove per 5 anni Malgioglio tornò a  vestire la maglia numero 12. Riserva per 5 anni, da un quasi ritiro alla vittoria dello scudetto 88/89. Destinato ad essere 12 fino alla fine della sua carriera, 12 come le presenze in quelle 5 stagioni, una di queste mette però i brividi e vale più di una finale di coppa. E' il 4 marzo 1990, allo stadio Flaminio di Roma (l'Olimpico è chiuso per i lavori in vista dei mondiali) scendono in campo Lazio e Inter, il destino vuole Zenga infortunato, Trap vuole Malgioglio titolare. Il presidente Pellegrini impaurito chiede ad Astutillo un gesto distensivo verso la tifoseria laziale: "Porta dei fiori alla curva". Malgioglio sa benissimo che non servirà a nulla, anzi servì a far cominciare  con 15 minuti di ritardo la partita per lancio di oggetti. Vola di tutto in campo e per tutta la partita (persa 2 a 1 dall'Inter) l'ex viene ovviamente preso di mira. Malgioglio fu un 1 che diventò 12 che tornò 1 e ritornò 12 salvo poi tornare ad essere 1 nella partita più sbagliata. In tutto questo da riserva vinse una coppa Italia con la Roma e uno scudetto, una supercoppa italiana e una Uefa con l'Inter.
 
Astutillo e la sua faccia da membro del cast di "La soldatessa alle grandi manovre"
Nista è stato un altro tipo di 12, il classico 12 che neanche il destino riesce a far diventare numero 1 in una grande. Dopo qualche anno da titolare tra Pisa e Ancona, Alessandro Nista decide saggiamente di fare panchina a Bucci nel super Parma di Tanzi. Ha qualche record personale Alessandro Nista, è stato il primo italiano a (non) giocare in Inghilterra tra le file del Leeds in Championship ed è stato anche il primo ed ultimo portiere a prendere un gol (in campionato) da Marco Van Basten (Pisa-Milan 1987 e Ancona-Milan del 1993).
Nella sua prima stagione a Parma sembra rassegnato a cominciare la sua lunga carriera da secondo, quando a fine ottobre la spalla di Luca Bucci va fuori uso. Il 5 novembre del 1995, Alessandro Nista arrivato come riserva, scende in campo da titolare contro la Cremonese allo Zini, 0 a 2 per il Parma, Nista rimane con la porta imbattuta e la prospettiva di disputare il prossimo match di campionato contro il Milan di Baggio e Weah. Passano 2 settimane, ritorna il campionato dopo credo una sosta per la nazionale, non ritorna Bucci, ma Nista per quel Parma-Milan ritorna in panchina. Nevio Scala decide di puntare tutto su un ragazzino della primavera di soli 17 anni. Un primavera titolare in Parma - Milan, ci sono grandissime possibilità che il ragazzo "toppi" la partita e ritorni tra i suoi pari età lasciando la nuovamente la porta a Nista. Inutile dire che in quella partita Gianluigi Buffon 17enne di Carrara  risulterà il migliore in campo. Così Nista arrivato per fare il 12 a Luca Bucci finirà per fare la riserva a Buffon.
 

E poi c'è LUI, il 12 per eccellenza, l'eterna riserva. Giulio Nuciari, nipote di Antonio, storico portiere titolare della Triestina anni 50, faccia da caratterista (per tornare al discorso di prima) con tanto di baffo, 11 anni di serie A, 333 panchine (record assoluto del nostro campionato) e 17 presenze tra Milan e Sampdoria. Cosa si può aggiungere? Forse che basta fare un giro su internet, magari su qualche forum per scoprire quanto comunque fosse amato e rispettato dalle sue due tifoserie storiche (nel caso del Milan anche grazie ad uno spareggio Uefa disputato proprio contro la Samp da protagonista). 2 scudetti, 2 coppe Italia e  una Coppa delle Coppe in bacheca.


Non torneranno i 12, ormai 12 lo diventano Amelia, uno che comunque è campione del mondo e Storari che forse farebbe il titolare in quasi tutte le squadre di A. I nuovi 12 spesso sono i terzi portieri e in più di un caso sono stranieri anche loro. Che poi 12 un cazzo visto che ormai anche il portiere di riserva usa il 74 o il 37.
Oggi si va avanti a selfie e twittate, una volta bastavano un 12 stampato sulla maglia, 4 parate l'anno (quando andava bene) e tanta panchina per diventare idoli di una tifoseria.

giovedì 24 aprile 2014

L'Adolescenza, la Rivoluzione e Mattia Biso

 
 
 
Non sono mai stato una di quelle persone con un film preferito; una di quelle persone da canzone del cuore o da gruppo musicale per il quale pagare qualsiasi cifra pur di vederlo dal vivo. Probabilmente per la stessa ragione, non sono mai riuscito a mettere su un altarino particolarmente alto una qualsivoglia personalità, una sorta di fonte d’ispirazione. Da quando il mio maestro di musica delle medie mi raccontò di come visse la morte di John Lennon – senza uscire di casa per settimane e ascoltando fino allo sfinimento tutti i dischi in cui il suo idolo aveva piazzato anche solo un mezzo accordino – mi chiesi come una persona potesse arrivare a trovare un feeling così forte, una comunione così totalizzante con qualcuno che, sebbene fosse un punto di riferimento intellettuale, era a conti fatti uno sconosciuto. Devo dire che ero anche abbastanza invidioso della cosa e mi chiedevo per quale strano motivo io non fossi mai riuscito a provare, non dico le stesse sensazioni, ma un piccolo, piccolissimo dispiacere per la morte di qualche famoso, e me lo chiesi per tutti gli anni successivi: ogni volta che una persona più o meno nota, che in un certo senso era stata per me “importante”,  finiva all’aldilà, non riuscivo proprio a versare una lacrima, non provavo il benché minimo desiderio di tapparmi in casa e non ero in grado di compiere un’azione o un qualsiasi gesto rituale per esorcizzare l’accaduto.
 
Ma proprio quando mi ero convinto che nella vita non sarei mai riuscito a trovare un’empatia così importante con una persona “famosa” e al tempo stesso sconosciuta, vidi entrare Mattia Biso a San Siro per il riscaldamento. Era il 4 dicembre del 2005 e a Milano c’era la neve.

Momento: facciamo un passo indietro lunghissimo.
 
 
È il mercato di riparazione della stagione 2002-2003, l’Ascoli Calcio sta disputando, come da qualche anno a quella parte, un serenissimo campionato di Serie B. Tuttavia in quei giorni, il suo capitano, uomo simbolo e chi più ne ha più ne metta, Gaetano Jimmy Fontana (fino ad allora 104 presenze e 34 reti con la maglia bianconera) viene ceduto a una Fiorentina fresca fresca dell’acquisto dei Della Valle, che non si capisce ancora bene come diamine si chiami, se Fiorentina 1926 Florentia, Florentia Viola, AC Fiorentina o ACF Fiorentina. Poco cambia, la società è ricca e ambisce a tornare in Serie A ed è per questo che decide di affidare le chiavi del centrocampo all’ex capitano dell’Ascoli. Neanche a dirlo, nel 4-4-2 duro a morire di Aldo Ammazzalorso (ora responsabile del settore giovanile dell’Associazione Sportiva Pineto Calcio, che si barcamena da anni in Eccellenza) manca una pedina fondamentale: il mediano. O, con molto più romanticismo, il centromediano metodista; il ruolo - credo - più affascinante del calcio. Il ruolo dei lenti, di quelli non hanno bisogno di correre dietro al pallone perché fanno correre entrambe le squadre al ritmo che decidono di imprimere ai loro passaggi, il ruolo dei direttori d’orchestra, il cardine del 4-4-2, che nel nostro calcio sta finendo sempre più spesso in soffitta, sostituito da mezzale scorbutiche e trequartisti moderni. Ora, immaginate una piazza come Ascoli, sicuramente non una delle più razionali e fredde d’Italia, privata in un colpo solo del proprio capitano e del custode della propria identità di gioco: psicodramma collettivo. Se avete immaginato senza difficoltà le scene di lutto comunitario che si susseguirono alla notizia della cessione di Fontana alla Fiorentina, potete altrettanto facilmente immaginare con quanti dubbi e con quante perplessità venne accolto l’arrivo di Mattia Biso in terra marchigiana, l’uomo che nei piani della società avrebbe dovuto raccoglierne l’eredità.
 
Anche Mattia Biso era il classico regista, classico nel termine più vero del termine, era quasi vintage: un amplificatore Vox o un basso Rickenbacker, una Giulietta, un cappotto di renna, un pacchetto di Cinnamon. Fu così che i tifosi ascolani, che come ben saprete (e se non lo sapete ve lo dico io) non sono famosi per le posizioni politiche internazionaliste, si videro arrivare, a bordo di una station wagon rossa, un tipo allampanato e dinoccolato, con una cesta di capelli ricci e scuri chiusi in una sorta di chignon più degna di un tizio armato di bolas e boccioni al Primo Maggio che di uno strenuo difensore dell’orgoglio Piceno, con una barba ispida e malcurata e un orecchino d’oro da pirata su ogni lobo. 

Il trasfert, con un me tredicenne che iniziava a prendere dimestichezza con l’adolescenza, fu immediato.

Mattia Biso lo ricordo immobile in mezzo al centro di centro campo, che sventaglia a destra e a manca con una precisione - che la mia memoria al limite della leggenda ha trasformato in – millimetrica il pallone, per lanciare gli esterni di quel 4-4-2 tipicamente ascolano, forse ancor più caratteristico delle olive fritte (dal 1997 ad oggi ricordo ben pochi allenatori che giunti in città abbiano abbandonato questo credo dogmatico, in cui tutti i giocatori – tranne, appunto, il mediano – si muovono come su binari prestabiliti dalla Divina Provvidenza, da un Demiurgo che tutto prevede e tutto sa). Ricordo, negli stralci dei discorsi con gli amici e con gli adulti, di essere stato uno dei pochi a sostenere questo calciatore così atipico. Ricordo, che andavo allo stadio felice di vederlo, che ero contento quando indovinava la giocata e provavo un vero e proprio godimento quando potevo ammirarlo mentre si avvicinava al pallone e, con un equilibrio che sembrava esistere a prescindere dalla gravità e dalla terra sotto i tacchetti, un equilibrio storto e isterico, gli arrivava con il corpo sopra; poi, guardando a destra, incrociava il piatto destro nella direzione opposta, lanciando l’ala o il terzino di turno. Un no-look si direbbe oggi. Era bello perché era iconico, riconoscibile anche a chilometri di distanza e con la nebbia, riconoscibile per questo suo modo instabile di muoversi, per i calzettoni bassi a sfidare l’autorità costituita e per la capigliatura stile dottor Socrates. Ecco, il Dottore: per me Mattia Biso in quegli anni che mi fecero entrare nell’adolescenza e conoscere la musica rock e le droghe leggere, era una sorta di eroe proletario, l’emblema di una rivoluzione fantasiosa che si compie con la semplicità di un gesto quotidiano, di una rottura dei soliti schemi narrativi ed estetici, era la ribellione di Woodstock e di Che Guevara che batteva le punizioni contro la Ternana. 

I due anni di Serie B vennero vissuti con alti e bassi. Ad ogni “Quanto cazzo è lento” che esplodeva dai distinti quando perdeva un pallone, io vedevo soltanto un passo falso della storia, ad ogni “È il decimo lancio che sbagli” io vedevo i partigiani ritirarsi sulle montagne pronti per sferrare un nuovo attacco. Il Sol dell’Avvenire era alle porte e io mi sentivo uno dei pochi fortunati che se ne stavano accorgendo. A conti fatti, il Sol dell’Avvenire ad Ascoli arrivò davvero: nella stagione 2004-2005 la panchina bianconera venne affidata all’ex calciatore, punta arcigna, Massimo Silva e a un giovane dalle belle promesse di nome Marco Gianpaolo. Nonostante una partenza non brillantissima, l’Ascoli centrò la qualificazione ai play off, dove, però (mentre io ero in una gita in Sicilia, condita da vino rosso e pomiciate) perse contro un Torino agguerrito e determinatissimo a tornare in Serie A. Fu lì però che vidi la manifestazione della Provvidenza: non solo il Geona primo classificato venne retrocesso, ma il Torino e il Perugia, rispettivamente secondo e terzo, fallirono. Fu così che l’Ascoli, con una piroetta degna dello Steven Bradbury più fortunato, durante un’afosa estate del 2005, si trovò magicamente in Serie A. 
 

In quella stagione però Mattia Biso non trova spazio, chiuso da una coppia di mediani robusti e pelati, Guana e Parola, centrocampisti rocciosi necessari a far legna in mezzo al campo per sostenere due ali offensive come Foggia e Fini e due terzini di spinta come Del Grosso e Comotto. Poi, aimè, forse la Serie A ha dei ritmi troppo veloci per un giocatore che ha bisogno di pensare e immaginare tutto prima di trasformare ciò che ha in mente in atto: lancio, tiro, stop. Tuttavia, in un trionfo di corsi e ricorsi storici arriva l’esordio in Serie A: è il 6 novembre del 2005. Si affrontano Fiorentina e Ascoli, ma Fontana è già a Napoli. La partita si gioca a porte chiuse perché nell’esultanza della vittoria casalinga contro la Sampdoria di qualche giorno prima, un razzo di segnalazione navale è partito dalla Curva Sud: una parabola perfetta, una fune rossa e fluorescente che attraversa tutto il terreno di gioco in una manciata d’istanti che per i presenti sembrano un’ora. Poi lo schianto sulla gradinata semi deserta della Curva Nord. Una signora viene colpita da una scheggia del razzo frantumatosi su quei vecchi scalini di cemento armato; perderà un dito o forse un occhio, o forse nulla – non ricordo. È così che in un Del Duca deserto per questo eccesso di entusiasmo, al sedicesimo del secondo tempo di Ascoli-Fiorentina, Mattia Biso sostituisce Tosto per il suo esordio in Serie A. Io sono a casa, sul divano. 
Il calendario corre, l’Ascoli pareggia uno a uno al Bentegodi e poi, con lo stesso risultato, in casa contro il Palermo. Biso parte titolare nella prima partita - “Uno spettro si aggira per la serie A” - ma viene sostituito all’ottavo minuto del secondo tempo - la Rivoluzione può aspettare. Contro il Palermo invece non vede neanche la panchina - Il mio Trotskij, mandato in esilio, colpevole del suo passo utopico e della sua Rivoluzione Permanente. 

Poi, il giorno in cui la storia della gente comune incontra quella con la S maiuscola, la storia dei libri e dei bassorilievi di marmo.
 
È il 4 dicembre del 2005 e io sono un quindicenne scazzato in trasferta a Milano con il padre e gli amici del padre. Sotto la Madonnina fa un freddo cane e nevica. Tira un vento gelido che come raffiche di mitra ti schiaffeggia la faccia, con una violenza che giustificheresti soltanto in seggiovia. La strada per arrivare a San Siro non è poca o meglio, non è poca per me che sono abituato ad andare allo stadio a piedi in cinque minuti e che ancora non immagino la difficoltà di raggiungere l’Olimpico il sabato sera. San Siro è meraviglioso, un gigante di cui intuisco il design futuristico per i tempi che furono, che si fa strada a manate da una nebbia densa e bagnata, circondato dalla luce livida dei lampioni che virano sull’arancio. Salgo al secondo anello e guardo i giocatori entrare in campo per scaldarsi. Per me che fino all’anno prima tifavo l’Inter, per me che avevo pianto il Cinquemaggio e che ero rimasto immobile davanti a un Ronaldo abbattuto in area di rigore, per me che mi ero esaltato nel vedere Ze Elias con la maglia rossoblu in un Ascoli-Genoa di serie B di qualche tempo prima, era una sfida ideologica e politica, prima ancora che calcistica. La piccola squadra della tua città, costruita in pochi giorni prima di Settembre, quando gli stabilimenti balneari si iniziano a svuotare, che arriva a San Siro. Un sogno. Avevo vissuto gli anni di C1 e di B con i racconti di mio padre sull’Ascoli del record di punti in Serie B, con nella mente le scorribande di una squadra provinciale abilmente costruita da Rozzi e Mazzone, contro le grandi di Serie A e ora, finalmente, ero in piedi alla Scala del Calcio, pronto ad applaudire.

Quell’Ascoli non sarebbe stato un agnello sacrificale, perché Silva e Giampaolo avevano messo in piedi una squadra ben disposta in campo, che giocava un calcio semplice ed efficace, il giusto equilibrio tattico che ti faceva credere che nessun risultato fosse mai scontato. Ero in piedi, alla Scala del Calcio, quando vidi entrare questo capellone dinoccolato con i calzettoni bassi e gli scarpini neri. Cosa ci faceva lui in questo santuario del calcio borghese? Lui che sarebbe stato più degno di un Valle Occupato? Lo vidi scaldarsi e per tutto il tempo seguii con gli occhi lui e solo lui; dall’altra parte della linea mediana c’erano gli Zanetti, i Veron, i Figo, i Recoba ma io non potevo fare a meno di guardare quella corsa svogliata e così fottutamente proletaria. A un tratto Biso si staccò dal gruppo palla al piede, lo vidi percorrere una ventina di metri, oscillando, come se il suo baricentro venisse continuamente spostato prima alla destra e poi alla sinistra della sua spina dorsale. Lo vidi accarezzare una dozzina di volte il pallone con l’esterno del piede, entrare in aria di rigore e, all’altezza del dischetto, calciare verso la porta vuota: GOL! Mattia Biso aveva messo una palla in rete a San Siro. E poco m’importava che la partita non fosse neppure iniziata, ma Mattia Biso aveva segnato a San Siro e io ero contento per lui. Ero contento perché aveva fatto ciò che avrei fatto anch’io, quindicenne scazzato. Si era allontanato dal gruppo e aveva segnato a San Siro. A lui, come a me, non interessava che fosse solo il riscaldamento. 

La Rivoluzione va prima immaginata.
 
Biso restò in campo per tutti i novanta minuti. L’Inter vinse uno a zero con una punizione all’incrocio di Adriano al 24’ del primo tempo, ma cosa importava? Biso aveva segnato ed entrambi sapevamo che depositare una palla in rete a San Siro per un ragazzo che fino a qualche anno prima aveva giocato con Tempio, Faenza, Fidelis Andria, Mestre, Lecco, Carrarese era più importante di qualsiasi punto assegnato dalla Federazione Capitalista. 

La Rivoluzione prima si immagina e poi si compie e io la vidi manifestarsi sotto i miei occhi, in tutta la sua forza deflagrante; ancora una volta sul divano, ancora una volta senza punti per l’Ascoli. Il 2005 sta finendo, in centro ci sono già le bancarelle natalizie e con gli amici inizio a programmare Capodanno. Abbiamo quindici e sedici anni e le nostre preoccupazioni principali sono cercare di fare un buon rock, ambire ad amplessi modesti e procurarci le canne per festeggiare il nuovo anno sufficientemente tumefatti per non pensare a quelle delusioni amorose che solo l’adolescenza riesce a generare, come se le andasse a capare direttamente all’inferno. È il 18 dicembre, una fredda domenica pomeriggio. Di quelle con il sole che scalda poco e ad Ascoli fanno scendere la temperatura sotto lo zero non appena il giorno sfuma.

L’Ascoli gioca in trasferta a Cagliari, con nove infortunati e uno squalificato e va sotto di due reti nel giro di una quarantina di minuti. La Rivoluzione però si compie nel secondo tempo: Guana imposta verso Comotto che sulla fascia destra allarga per Fini, l’ala va sul fondo. Al centro, nei pressi dell’area piccola, ci sono Quagliarella e Colombo, il cross di Fini però è arretrato, verso il dischetto. Foggia, che si trova dal lato opposto si stacca dalla marcatura e va indietro, a inseguire il pallone di Fini e si appresta a calciare di destro come in un meccanismo perfetto e oliato da anni. Ma la Rivoluzione, per definizione, distrugge lo status quo. Biso arriva da dietro - un balzo: si coordina e quasi in posizione orizzontale tira fuori dal meandro più fantasioso della sua intelligenza una semirovesciata di destro, strozza il pallone che si schiaccia contro l’erba a qualche metro di distanza dal portiere. La sfera s’imbizzarrisce, schizza in aria e finisce in rete. Biso si alza ed esulta; forse dovrebbe fare un piccolo slalom tra i difensori, scavalcare il portiere, prendere il pallone e portarlo nel centro di centrocampo, con la grinta di chi vuole almeno un punto. Ma perché? È il suo primo gol in Serie A e non ne farà altri. Ha appena alzato la testa dell’amplesso più estatico della sua esistenza, compiuto con l’eternità in testa, all’indicativo presente, come se dovesse durare per sempre, come i grandi primitivi e i rivoluzionari all’alba della rivoluzione. Perché non dovrebbe esultare? Chi l’ha detto che questo magma di sensazioni debba essere strozzato dalla necessità di raggiungere il profitto? Chi l’ha detto che vada sacrificato in nome dello stereotipo del successo borghese chiamato “pareggio” o “vittoria”? 

Il risultato rimane invariato: l’Ascoli perde due a uno. Biso a gennaio farà le valige, retrocesso a Catania, in Serie B. Poi Spezia, Frosinone, Fidene, Monza, Civitanovese, Ancona. Io nel frattempo uscirò dalla mia adolescenza. Forse.

lunedì 14 aprile 2014

VIVERE NSEREKO

Savio. Dal latino Sapius, Saggio. Capace di seguire la ragione in ogni circostanza, con equilibrio e prudenza. Nomen Omen, dicevano sempre loro, i latini, quelli saggi. Chissà se a Kampala, capitale dell’Uganda, esiste un professore della nostra lingua originaria, che potesse spiegare al signor Nsereko e alla simpatica signora tedesca che lo aveva maritato che cosa stavano combinando. Chissà se il 27 luglio del 1989 quando i coniugi scelsero il nome Savio per il loro pargolo sapevano quale micidiale cocktail di estro, fantasia e talento andavano a generare: Savio Magala Nsereko. Tre nomi, diciotto lettere, un mito. Più che un saggio, un genio. Di quelli che la storia regala ogni mille anni, forse di più. Se fosse stato idiota sarebbe diventato un noioso Messi qualsiasi.
Trasferitosi da giovanissimo in Germania il geniale talento dell’ugandese esplode nel Monaco 1860, i cugini poveri del Bayern. A 16 anni è già su tutti i taccuini dei migliori osservatori, ma con un colpo incredibile di mercato finisce nel Brescia di Corioni. A 18 anni esordisce in serie B e stupisce tutti. Talento cristallino, dribbling a tutto campo, rapidità, visione di gioco, facilità nell’arrivare al tiro. Fisicamente è ancora tutto da formare e una semplice maglia delle Rondinelle addosso sembra uno di quei felponi da rapper. Tempo di un anno ed è protagonista assoluto degli Europei under-19 in Repubblica Ceca, vinti dalla nazionale teutonica. È nominato miglior giocatore del torneo, superando la concorrenza di stelle di primo livello come Mihail Aleksandrov, Vladimir Koman, Ben Mee, Fran Mérida, Tomáš Necid, Stefano Okaka, Kyriakos Papadopoulos, Silvano Raggio Garibaldi e Richard Sukuta-Pasu. Che dire: una manifestazione indimenticabile!


A gennaio del 2009 il grande salto: viene acquistato a peso d’oro (9 milioni di sterline!) dal West Ham. Veste in appena 10 occasioni la maglia numero 10 degli Hammers e si brucia tra panchina e tribuna.

Il carattere fumantino non paga da quelle parti e dopo sei mesi è rispedito in Italia, alla Fiorentina. La Toscana è il punto di non ritorno del “Saggio”: brutte compagnie, affitti non pagati, lungo periodo di inattività. Viene quindi spedito al Bologna: due presenze e altri problemi caratteriali. A Firenze non ne vogliono più sapere, lo impacchettano e lo mandano al Monaco 1860: riassaporando aria di casa, magari, riesplode e riusciamo a scavarci qualche euro. Con i Löwen ancora tanta panchina e tribuna. Ma nel momento in cui la carriera sembra finita, cancellata, distrutta, arriva il colpo di genio: Savio non si fa più trovare e la società denuncia la sparizione.
Nei giorni precedenti il fantasista aveva fatto trapelare di essere coinvolto in un brutto affare riguardante un suo fratellastro, sembra una sparatoria tra clan rivali. Dopo pochi giorni è ritrovato nella casa della sorella, in ottime condizioni di salute. Girano voci su strani rapporti con la malavita della città. Dopo poco il 1860 ne annuncia il licenziamento e il “Saggio” ritorna a Firenze, che nel tentativo di trovargli una sistemazione tranquilla lo sbatte in Bulgaria, nel Černomorec Burgas, sulle rive del Mar Nero, dove se non altro ritrova un po’ di continuità di prestazioni. Ma il campionato bulgaro e la tranquilla zona balneare non fanno per lui: vuole la luce dei riflettori per tornare protagonista, vuole un campionato di livello. Finisce la stagione e la Fiorentina è alla ricerca di un acquirente. Per qualche giorno si fa il nome della Triestina. Il mio cuore alabardato scalpita: finalmente il Genio nella mia città! Invece finisce alla Juve Stabia, serie B. A Castellammare altro calvario, due risicate presenze. Ma arriva un altro colpo di genio: una nuova sparizione.
Fa perdere le sue tracce per venti giorni. Verrà ritrovato a Londra con 16.000 euro in meno sul conto corrente, dopo due settimane godute tra prostitute ed alcoolici. Inutile dire che la Juve Stabia non accetta il comportamento del “Saggio”, rientrato alla base con la mamma e il procuratore, e lo rispedisce al mittente. Ennesimo trasferimento ed ennesimo calvario: finisce al Vaslui in Romania, 2 presenze. Successivamente passa all’Unterhaching, squadra di terza divisione tedesca, stagione 2012-13. L’anno del grande colpo. L’anno del ritorno in grandissimo stile. Non sul campo di calcio, ovviamente, dove colleziona solo le solite 2 presenze. Nonostante giochi, o quanto meno ci provi, nell’Alta Baviera il “Saggio” da il meglio di sé dall’altra parte del mondo. Il 28 ottobre 2012 è infatti arrestato a Pattaya, Thailandia: aveva inscenato un finto sequestro, il terzo, per estorcere alla sua famiglia 25.000 euro che gli servivano per pagare due prostitute tailandesi. Mai il mondo del calcio ha visto una cosa del genere. Divino. Epico. Leggendario. Quel poppante di Balotelli in confronto è una nullità. George Best un dilettante. Edmundo un cagnolino ammaestrato. Imparate, imperate tutti! Nelle vostre camerette pretendo un poster di Savio Magala Nsereko, il “Saggio”.

Rescisso, neanche a dirlo, il contratto con l’Unterhaching, finisce nella periferie del calcio tedesco, quarta divisione, firmando per il Viktoria Köln. Dopo alcune iniziali buone prestazioni trova il tempo di rubare un orologio ad un compagno di squadra e viene licenziato. Ennesima genialata.
Lo abbandonano tutti. Sembra destinato a chiudere la carriera ad appena 23 anni. Ma c’è ancora chi crede nel “Saggio” e la chiamata arriva addirittura da Israele. Contratto con l’Hapoel Akko. Avventura che dura il tempo di un sospiro, sulla quale non si sa nulla.
Oggi Savio è ripartito dal Kazakistan dove ha trovato un accordo con l’Atyrau Futbol Kluby e dove finalmente ha riassaporato la gioia del gol che gli mancava dal 17 gennaio 2009, quando segnò una doppietta in Brescia-Pisa 4-0.


Con l’Atyrau è subito andato in rete, segnando, con una sensazionale barbogia urticante (citando la Gialappa, quando ancora faceva ridere) il gol vittoria contro il Kairat nella prima giornata del Campionato Kazako. Il “Saggio” ha definito questa esperienza “la mia ultima occasione”. Chissà se a 24 anni ha deciso di farla finita con i colpi di genio e di diventare un po’ più idiota: i suoi primi 24 anni di vita si possono riassumere parafrasando l’ottimo Federico Guglielmo Nietzsche “Meglio essere Savio Nsereko per conto proprio, anziché Savio secondo la volontà altrui”.
PS: ricordatevi di comprare i poster per le vostre camerette!

giovedì 10 aprile 2014

Viaggio sentimentale negli anni '80. Una gradita replica sull'epopea della Ennerre.

Ho un talismano, qui nel mio petto. E' un talismano che sa un pò d'oriente, è qualche cosa molto attraente come un amante, riconoscente. Mi condiziona, però funziona. E mi controlla, spia, traccia la mia via.
(Marina Occhiena/Cristiano Malgioglio, Talismano, 1981)
La cagnolina Betta ha involontariamente distrutto il mio pc costringendomi ad utilizzare una specie di Pentium I di (s)fortuna, privo delle necessarie autorizzazioni Office. Scrivo perciò con Wordpad a circa 20 anni dall'ultima volta, quando mi esercitavo nella battitura con questo programma dai pochi comandi e funzioni ridotte all'osso, adatto ad un bambino di 10 anni.

La ferocissima Betta
Siamo più o meno a metà degli anni '90, vivevo a Napoli, ed iniziavo a frequentare il San Paolo con una certa regolarità, forse perchè stufo del calcio alla radio, forse perchè in Serie A giocavano Ronaldo ed Enrico Chiesa. Arrivano così la stagione '97-'98 e Napoli-Inter alla sesta. Ricordo l'eccitazione di quel giorno come fosse ieri: avrei visto dal vivo Ronaldo e allo stadio con me e mio padre sarebbe venuto anche un compagno di classe, il peggiore della classe, il mio migliore amico. Nel tragitto da casa allo stadio ero incontenibile, immerso in una giornata di ottobre soleggiata e caldissima con il mio amichetto che non faceva che ripetermi "Ronaldo? E' 'a uallera 'e Maradona". 

Ronaldo? 'A uallera 'e Maradona
Quel Napoli fu davvero sfortunato, sia contro Ronaldo e Galante che nell'arco di quella sciagurata stagione. La sindrome di Paperino di quella squadra mi pareva ancor più evidente e crudele quando mi soffermavo a riflettere sulle curiose congiunture che avevano portato il Napoli a vestire Nike (uno sponsor che per me era leggendario, appannaggio esclusivo delle squadre e degli sportivi migliori) dopo una bella e divertente campagna pubblicitaria con i numeri della smorfia e contemporaneamente a venire scherzato quasi tutte le domeniche, in casa e in trasferta, a nord e a sud.

* * *
A Natale, sulle pagine di questo blog, mi ero e ci eravamo divertiti a ricordare il ruolo nella storia del calcio della Ennerre, la Nike degli anni '80, il meglio del meglio dell'industria tessile italiana del tempo. 

Ravanelli: "La Ennerre? Meglio dell'orgasmo de' mi moje"
Se prima di scriverne la curiosità sulla storia e sull'evoluzione del brand erano forti, dopo averne scritto siamo divenuti dei veri feticisti del marchio e abbiamo continuato ad approfondirne estensione geografica e particolarità. Ebbene, si sono aperti degli scenari difficilmente preventivabili alla vigilia. Fra tutti, mi limito a menzionare la diffusione capillare del marchio in Giappone (nel corso di tutti gli anni '90 e anche successivamente) e in diversi paesi del sudamerica, tra cui il Brasile.

A 14 anni Ronaldo veste già Ennerre
Non avremmo mai raggiunto questi incredibili risultati senza il contributo di Vittorio, ascolano, ex-designer Ennerre nei primissimi anni '90 che lo scorso febbraio ci regalava un paio di graditi interventi farciti di informazioni, o meglio, di vere e proprie perle, sulla gloriosa società pescarese. In particolare, in uno dei suoi commenti al post Vittorio ci raccontava che "(...) la Ennerre nacque da un'idea di Nicola Raccuglia, ex calciatore pescarese che in società con la famiglia Lazzarini titolare della Pantofola d'Oro fondò la Ennerre New Line. Nell'89 la Pantofola d'Oro rilevò la parte di Raccuglia che fondò la N2. La Ennerre però aveva già un buco di diversi miliardi di lire e grazie ad una pazza gestione i debiti affondarono sia la Ennerre che la Pantofola d'Oro che prima dell'acquisizione era un marchio molto saldo nel mercato delle scarpette da calcio. Dopo il fallimento entrambi i marchi furono acquisiti da una cordata di imprenditori piceni che dopo un attenta valorizzazione e puntando maggiormente sullo sportswear ha fatto della Pantofola d'Oro una realtà sana e vivace anche fashion. 

La Pantofola D'Oro
La Ennerre è tutt'ora al palo aspettando momenti economici migliori che possano stimolare nuovi investimenti. Qualche anno fa ho saputo che il marchio Ennerre è stato ceduto al prezzo di circa 222/24000 euro, una miseria che se avessi saputo avrei sborsato con piacere ma così è la vita! Purtroppo l'abbigliamento sportivo è molto rischioso e sarebbe necessario produrre tutto nei paesi orientali e non so poi quanto si riuscirebbe a salvare dello stile retrò e speciale che la ennerre ha nei suoi geni.".

Nel 2011 Ennerre è proud sponsor del Verdy Tokyo

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Con immenso piacere accogliamo su queste pagine l'altrettanto splendida lettera di precisazioni di Nicola Raccuglia, ex calciatore professionista, fondatore della Ennerre, l'uomo con le iniziali più famose al mondo, un amico del calcio:

"Buongiorno, sono Nicola Raccuglia, fondatore della NR ENNERRE. 
Innanzitutto voglio farvi i complimenti per il vostro sito.
Volevo replicare al fantomatico Sig. Vittorio che in data 17 e 18 Febbraio c.a. ha buttato fango su un'azienda che tutt'oggi è ricordata in tutto il mondo. Tra l'altro questa persona non la conosco.Vi prego di pubblicare quanto sto per dire di seguito. 
Vedo che probabilmente questo "Signore" ha collaborato con l'azienda NR, all'epoca di proprietà della famiglia Lazzarini -Pantofola D'Oro, proprio negli ultimi anni, dove poi è fallita.
Questo "Signore" dichiara (sotto la sua responsabilità) addirittura che la Pantofola D'Oro sia fallita a causa dei debiti acquisiti dalla ENNERRE. 
Preciso che NR ENNERRE fu creata da me nel 1972 e sono uscito nel 1985, quando l'azienda era in ottimo stato, con 200 dipendenti, e fatturava all'epoca 20 miliardi di vecchie lire, con più di 700 punti vendita in tutto il mondo. Aveva un valore enorme.Quindi probabilmente fu l'incapacità della successiva gestione a portare l'azienda al crollo.
Fino all'ultimo anno in cui ero proprietario, curavo personalmente il look dei vari modelli, tenevo molto alla vestibilità ed ero sempre alla ricerca di materiali e filati di ottima qualità per ottenere risultati sempre migliori. Sono stato calciatore professionista, per cui mi ero appassionato al look delle maglie da calcio e sotto questo aspetto sono stato molto avvantaggiato: mi piaceva molto curare i particolari ma soprattutto la vestibilità.
Per chiudere volevo anche brevemente chiarire come è nata la società con i Lazzarini.Conobbi Emidio Lazzarini negli anni '60, quando giocavo col Vicenza calcio, e dal quale acquistavo le scarpe. Tramite me, anche gli altri miei colleghi dellasquadra vollero le scarpette Pantofola D'Oro. Poi il caso volle che andai a giocare con l'Ascoli calcio e nacque una profonda amicizia col Sig. Lazzarini, il quale lo ricordocome una persona stupenda, generosa e leale, soprattutto stimato da tante persone, avevamo un rapporto quasi come padre e figlio.
Nel 1982, appunto per la grande amicizia che ci legava, ma anche perchè avevamo gli stessi rappresentanti in tutta Italia, nacque la società con i Lazzarini, e perquesto legame "NR ENNERRE - PANTOFOLA D'ORO" , le due aziende ebbero davvero enorme successo.  Poi nel 1985 di comune accordo uscii dalla società liquidandomi la mia quota del 50%, e da allora creai il nuovo marchio N2 ENNEDUE.
Quindi volevo dire a questo "Signore" di non permettersi più di divulgare notizie false e di gettare fango su un marchio che è tutt'ora richiesto e ricordato in tutto il mondo. Ho solo voluto precisare alcune cose molto importanti. Mi auguro che possiate pubblicare e far sapere a tutti quello che ho appena scritto. Grazie. 
Nicola Raccuglia


La famiglia Ennerre

P.S. vi allego una foto recente nella quale potete vedermi al centro (ho il maglione chiaro), i miei ex dipendenti organizzano una cena per me e per ricordare il bel rapporto che avevo con loro.".

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Grazie a questo blog ho avuto la fortuna di entrare in contatto con Vittorio, autore dei commenti che hanno provocato la replica di Nicola Raccuglia e persona estremamente gentile, disponibile, ma soprattutto ricca di passioni. 

Una delle creazioni di Vittorio
Durante la sua collaborazione con Ennerre in qualità di designer, oltre ad aver realizzato moltissime maglie con grafica e colorazioni accattivanti, Vittorio ha partecipato con passione alla vita dell'azienda, presentando con coraggio e determinazione le proprie idee stilistiche ed imprenditoriali. 
Come direbbe Isaac B. Singer "È meglio commettere un peccato con fervore che una buona azione senza entusiasmo.".


PS. Enrico Chiesa oggi allena la Samp primavera. Ronaldo veste la doppia XL.

lunedì 7 aprile 2014

Leggings, The Body e le Magista: perchè i fondoschiena sono tutti belli?


Bazaar Australia - The Body At Fifty

The face you have at age 25 is the face God gave you,
but the face you have after 50 is the face you earned
(Cindy Crawford)

Il mese scorso, la top model Elle McPherson ha compiuto 50 anni. Le photogallery delle riviste di tutto il mondo dedicate a The Body offrono lo spunto per riprendere un vecchio discorso, su leggings e fondoschiena e super top-model. Vorrei, in altre parole, provare a rispondere all’annosa questione del perché i culi di ‘sti tempi sono tutti belli.

Penso questo. Fino agli anni Novanta se una ragazza era bruttina, rimaneva bruttina. Fino agli anni Novanta se passava per strada Claudia Schiffer o Cindy Crawford o Eva Herzigova, ti giravi. – peraltro, ti giri pure ora, o almeno, mi sono girato la volta che ho visto Naomi a Milano, un lampo, l'istantanea del perchè ci sono gambe e gambe-. Ora, se una ragazza è bruttina non è detto che sia bruttina, probabile pure che piaccia, abbia un suo perché. Ora, se una modella passa per strada probabilmente non ti giri, o ti giri. Comunque, è indifferente. Sei certo che all'angolo successivo vedrai qualcosa di similare, analogo.
Quello che cambia è la definizione di bellezza, la percezione della stessa. Mentre un tempo c’erano le super top-model, inarrivabili e divine a fare da punto di riferimento e se non eri come le super top-model allora avevi dei difetti qua e là, ora tutto è smussato, confuso, oltre il tollerato.

Gli anni Duemila sono il punto di non ritorno rispetto alla forma. Il canone imposto - salvo rare eccezioni, s'intende. O forse solo una, Gisele - diventa la discrezione dei contorni, l'omologazione dello stile attraverso il GAG. Il resto lo fa il jeans skinny (o, ancor peggio, push up). Meno copertine patinate, meno divismo, come se le super top-model non esistessero più.
 
Nel momento in cui il punto di riferimento diventa una bellezza quasi asettica, magra e ruvida, viene meno il concetto di forma perfetta, e quindi ogni forma, come ribellione, sale alla bellezza.
 
* * *
 

Sono assolutamente convinto di due cose. La prima è che Ronaldinho andrà al Mondiale.
La seconda è che Riquelme dovrebbe andare al Mondiale. Il brasiliano è tiratissimo, sempre decisivo, in forma splendida. L'argentino da sempre fenomeno d'altra velocità.
Un'antitesi rispetto alla bionicità di Cristiano Ronaldo, alla rapidità di Neymar e alla freddezza di Diego Costa in area di rigore.
Non ditemi che preferireste a Ronaldinho e Riquelme uno qualsiasi dei centrocampisti di Brasile o Argentina che in genere vediamo di questi tempi. Non ditelo, mi offendo.
 
* * *


A proposito di estetica.
Tra le mie maglie preferite per il Mondiale brasiliano della Nike ci sono sicuramente Brasile, Olanda e Inghilterra (elegantissima).
Dell'Adidas bella e cattiva la seconda del Messico, la seconda della Spagna con il giallo fluo e la home della Colombia - Colombia ridimensionatissima dalla lesione di Falcao e Belgio sempre più ultra-favorito per la vittoria finale -. 
Meritano anche la Joma dell'Honduras e la Puma del Camerun.
Mi lascia molto perplesso la prima dell'Italia. Preferivo la vecchia, quella dell'Europeo. Meglio la seconda, stile baseball.

Qui potete vederle tutte.

In questi ultimi tempi in allenamento Andres Iniesta sta poi provando gli scarpini nuovi della Nike per la prossima estate.
Si chiamano Magista, non si capisce bene come funzionano, come si allacciano, ma tant'è..
L'Adidas ha prontamente risposto riproponendo le Copa Mundial di mille colori.

* * *

#GranPunto a Milano sabato sera. Peccato solo per il Sassuolo che ha sbancato Bergamo.

giovedì 3 aprile 2014

La traversa quadrata di Hampden Park

 

L’albo d’oro della Coppa dei Campioni nella seconda metà degli anni settanta è una fotografia pressoché perfetta del concetto di “nobile decaduta”, soprattutto se si guarda nella colonna delle squadre sconfitte. Il fatto che il Malmo ed il Club Brugge abbiano disputato due finali consecutive può far sorridere di nostalgia, ma non c’è nulla di strano: il trend è continuato, moderatamente, fino ai primi anni ’90, per poi arrendersi o quasi allo strapotere di una decina di squadre sparse nel continente, fatte salve le sempre liete, benché rarissime, eccezioni.
 
Per tutte le squadre che arrivano ad un passo dal sollevare il maggior trofeo continentale, specie se poi non ci andranno mai più vicini, c’è sempre un colpevole: può essere l’arbitro che concede un gol irregolare, la sfortuna di un’assenza imprevista tra i titolari, il nervosismo del debutto contro chi è abituato a giocare finali del genere ogni anno... la tendenza a crearsi un mondo parallelo sulla base di un “what if…?” è insita nella sconfitta, permette di non razionalizzare i propri errori e per un pò, le ipotesi dei mille “se” possono esorcizzare il dolore di essere arrivati a tanto così dall’alzare al cielo la coppa con le orecchie. E a chi vi dice che la storia non si fa con i “se”, rispondete pure che è così perché la storia la scrivono i vincitori: a luogo comune, non si può che rispondere parimenti.
 
No al nuovo stemma"
In questo particolare insieme di squadre pronte ad incolpare il destino beffardo dello “scippo” di un trofeo in bacheca, nessuna ha trovato un colpevole più originale di quello chiamato in causa dal Saint Etienne: l’anno è il 1976 e i Verdi della Loira stanno ammazzando il calcio francese con il loro dominio, in 13 anni sono arrivati otto titoli di campione di Francia e nella stagione ‘74-‘75 hanno vinto tutte e 19 le partite casalinghe, tanto per gradire. L’ASSE (come viene comunemente chiamato dall’acronimo) diventa talmente sinonimo di calcio e vittoria che se oggi la nazionale francese viene chiamata da tutti “Les Bleus”, si deve proprio alla popolarità del Saint Etienne negli anni ’70 ed al loro soprannome cromatico, “Les Verts”, ovviamente dal colore della maglia di gioco: per assonanza e per associazione diretta di idee, nonché per la presenza massiccia di giocatori stéphanois in nazionale, anche la squadra con il gallo sul petto comincia ad essere chiamata per il colore di maglia e il coro "Allez les Verts" si trasforma nell'ormai consolidato "Allez les Bleus".
 
Il giocatore preferito dagli hipsters.
Il Saint Etienne imbattibile al Geoffrey Guichard del ‘74-’75 aggiunge ad una formazione già eccezionale l’esplosione di Dominique Rocheteau, stupenda ala destra con notevole propensione al gol che alla sua prima stagione da titolare (e nemmeno a tempo pieno), fermerà il tassametro delle marcature ad undici, dando nuova linfa (non che ce ne fosse bisogno, ma sempre meglio abbondare) ad un reparto offensivo già clamoroso di suo, col capitano Larqué, Jacques Santini e il baffo da Asterix di Revelli a dar supporto a centrocampo. Il titolo nazionale è una formalità per i verdi e l’ASSE può quindi concentrarsi sull’Europa, dove l’anno prima si erano fermati in semifinale di fronte al Bayern Monaco che avrebbe poi alzato la Coppa dei Campioni al Parc des Princes: stavolta si arriva fino in fondo, il gol nei supplementari di Rocheteau completa il 3-0 che permette di rimontare i due gol subiti a Kiev dalla Dynamo di Blokhin (nel più classico dei "gol mangiato - gol subito" che dà il via alla rimonta) nei quarti, mentre basta un gol del capitano Larqué per avere la meglio sul PSV in semifinale e dare appuntamento ad Hampden Park al Bayern Monaco per la rivincita dell’anno prima.
 
Il vostro classico stadio di Lega Pro Seconda Divisione
Ora, quando la finale di Coppa Campioni (o Champions League che sia) si gioca nello stadio del Queen’s Park di Glasgow, succede sempre qualcosa di memorabile: nel 1960, la prima finale disputata ad Hampden Park è, ad oggi e ragionevolmente lo sarà per sempre, quella che ha visto più spettatori sugli spalti, quando 127.621 fortunati appassionati videro il Real Madrid atomizzare per 7-3 l’Eintracht Francoforte. Ecco, giova notare come quella partita quasi non si disputò perché i tedeschi erano ancora offesi dalle accuse di Puskas: alla stella delle merengues non era ancora andata giù la finale di Berna e non perdeva occasione per ricordare che se i tedeschi non si fossero dopati come cavalli, col cavolo che lui e Hidekguti se ne tornavano in Ungheria senza Coppa Rimet. Comunque, ragion di stato impose al magiaro una lettera di scuse per far sì che la finale si disputasse, ma Puskas non deve averla presa benissimo e uscì dello stadio solo dopo aver rifilato quattro pallini all’Eintracht. Si fermò solo ad una tripletta un altro signore bravino, un certo Alfredo Di Stéfano, per iscrivere negli annali l’unica finale di Champions in cui due giocatori segnarono entrambi tre (o più, nel caso di Puskas) gol.
 
Michael Ballack a fine carriera.
L’ultima finale in ordine temporale disputata ad Hampden Park è quella del 2002, decisa da quell’assurdo ed indimenticabile gol in volée di Zinédine Zidane, che consegnò al Real Madrid la sua nona e per ora ultima Coppa dei Campioni, ai danni ancora una volta di una squadra tedesca, il Bayer Leverkusen. I “farmacisti” sono un’altra compagine che col destino vanta un credito non da poco, specie in quell’annata in cui riuscirono ad arrivare secondi anche nel torneo organizzato dal baretto sotto casa di Ballack, che per non farsi mancare nulla, perse pure la finale dei Mondiali poche settimane dopo.

Tendenzialmente quindi, Hampden Park non porta proprio fortuna alle squadre tedesche, non fosse appunto per la finale del ’76 tra Bayern Monaco e Saint Etienne: ora, inutile evitare spoiler, sappiamo già che l’ASSE perderà la finale e va anche detto che per i bavaresi sarebbe stata la terza Coppa consecutiva, con una squadra annoverata di diritto tra le migliori di sempre e che costituiva l’ossatura di fondo della Germania Ovest campione del mondo nel ’74 e finalista agli Europei del ’76, dove fu beffata ai rigori solo ed esclusivamente dal colpo di genio di Antonin Panenka. Per dare un’idea del valore di quel Bayern, basti ricordare che la spina vertebrale di quella squadra era formata da Sepp Maier in porta, Kaiser Franz Beckenbauer al centro della difesa, un giovane ma già stellare Rumenigge a centrocampo e una coppia d’attacco composta da Gerd Muller ed Uli Hoeness. Non proprio gli ultimi arrivati, per intenderci.
 
Tipo le porte del Subbuteo.
Il Bayern fa quello che gli viene meglio: attende gli avversari, si difende (vinceranno la coppa avendo subito solo 4 gol in tutta la competizione) ed aspetta il momento buono per colpire. Il Saint Etienne però non si fa intimorire ed attacca: i Verdi hanno un’elevata vocazione offensiva, ma per la partita più importante della loro storia devono fare a meno di Rocheteau, infortunato e solo in panchina al fischio di inizio, già di per sé una bella fonte di rammarico. L’assenza sarebbe meno pesante se non ci mettesse lo zampino il fato: per due volte, il Saint Etienne va vicinissimo al gol. Prima Bathenay con un destro da fuori e poi Santini di testa battono Maier, ma non la traversa. Ed è proprio la traversa che diventerà il capro espiatorio per tutti i tifosi della Loira, perché ad Hampden Park le porte hanno una caratteristica unica e un pò démodé: dal 1904 i montanti, pali e traverse, non sono rotondi come nel 99% degli stadi del mondo, ma sono squadrati, dei blocchi tetragoni su cui i tentativi di Bathenay e Santini vedono il pallone rimbalzare beffardo verso il centro dell’area, invece che accompagnarlo dolcemente verso la rete come, secondo tutti gli stéphanois, sarebbe avvenuto con una traversa tonda. Sì, va ammesso, è una teoria bislacca, ma chi siamo noi per negare al Saint Etienne la gioia di un “what if” simile?
 

Tant’è, come da copione, il Bayern colpisce ad inizio secondo tempo con un gol di Franz Roth, mediano di rottura che aveva il compito di annullare il capitano Larqué e che finirà come match winner della finale, mentre l’ASSE si ritrova a piangere lacrime sui “pali quadrati”, quei poteaux carrés che li perseguiteranno da lì in poi, diventando automaticamente sinonimo della loro squadra: in primis, simbolo di scherno da parte di tifosi avversari, poi come oggetto di osservazione della FIFA che sembra abbia normato in via ufficiale la rotondità dei montanti proprio tenendo a mente questo episodio.
La gloria del Saint Etienne praticamente si ferma qui, nonostante per qualche anno ci abbiano ancora provato, anche con l’acquisto di un giovane di belle speranze chiamato Michel Platini: arriverà un titolo nel 1981 con Le Roi già in bianconero e null’altro. Arriverà la disgrazia della serie B, del fallimento e del saliscendi tra Ligue 1 e Ligue 2, ma quel che è peggio, la beffa di vedere i rivali regionali dell’Olympique Lyonnais assurgere al ruolo di guida del calcio francese ad inizio secolo, un ruolo che i tifosi dei Verdi considerano usurpato, un affronto bello e buono in pratica (per intenderci sulla rivalità, andate a vedere come l'hanno presa i lionesi dopo aver perso il derby in casa, domenica).
Ma per uscire dal baratro, non c’è nulla di meglio che affrontare i propri demoni: è un fenomeno che in sociologia si chiama riappropriazione e per il quale una parola o un oggetto all’origine considerato derisorio viene fatto proprio da chi era l’obiettivo di tale irrisione. Come spesso avviene, l’iniziativa parte dai tifosi, molti dei quali magari nemmeno erano nati nel 1976: oggi uno dei maggiori siti web per i supporters dell’ASSE è appunto www.poteaux-carres.com ma a stretto giro anche la società ha abbracciato questa linea. La figura iconica delle porte dai pali quadrati era propria di Hampden Park che, una volta sostituiti con quelli a norma, li ha ovviamente esposti nel museo interno allo stadio. E siccome tra curatori di musei ci si intende, il direttore del museo storico del Saint Etienne ha chiamato il suo omologo scozzese ed ha lanciato lì la proposta: “quanto vuoi per i pali quadrati?”.
 
Musée des Verts
Ne sono seguite trattative ed alla fine (20.000 € per dei pali, marci peraltro, sia mai che gli scozzesi ti regalino qualcosa) le porte dai pali quadrati prendono la direzione della Loira, dove saranno esposti nel museo dello stadio Geoffrey Guichard, dove tutti i tifosi del Saint Etienne proveranno ad esorcizzare la loro nemesi maledicendo quella traversa che ora riposa dietro una teca, giurando di averla vista tremare ancora per il tiro di Bathenay.

Bonus track: per chi volesse saperne di più sull'epopea dei Verts negli anni '70, consigliatissima la monografia sul blog "Storie di Calcio".