sabato 29 marzo 2014

59, Viale Tiziano


So you sometimes go out in the afternoon
Spend an hour with your lover in his bedroom 

hear old women rolling trolleys down the road
Back to Lyndhurst Grove
Lyndhurst Grove



Quando alzavo la testa dalla tua schiena, dopo esserti venuto dentro, i miei occhi si mettevano a fuoco sul poster di Francesco Totti attaccato con le puntine alla parete sopra il cuscino. Aveva i calzettoni abbassati a metà del polpaccio, i muscoli delle cosce tesi (come i miei, mi veniva da pensare), la maglietta aderente al corpo asciutto, la posa sprezzante, lo sguardo rivolto verso il compagno a cui aveva lanciato il pallone. I tuoi gemiti, poco prima di afflosciarti sul copriletto, mi riportavano alla realtà di una stanza, e di una casa, sconosciuta.

Sul comodino c'era la foto di una donna che non eri tu. Sorridente, minuta, con i capelli biondi corti ma mossi dal vento e gli occhiali da sole, come a voler velare la malinconia dell'osservatore, teneva in braccio un bambino con una salopette. Avrà avuto quattro o cinque anni. Così diversa da te, con il tuo viso lungo, spigoloso, le tue gambe fredde, la tua ombrosità, i tuoi capelli del colore del legno. Non ho mai capito come avesse fatto tuo marito, l'Architetto, a riparare tra le tue braccia dopo quel lutto così improvviso. La ferita ancora aperta, la frattura tra due vite, la leucemia, il romanzo postumo, quel bambino così piccolo da crescere. Due donne così diverse. Eppure.

Mentre sistemavi la stanza del bambino che non sei mai riuscita a chiamare tuo figlio andavo in cucina a prendermi da bere. Fare l'amore in quella casa mi disidratava e camminare a piedi nudi sul parquet era un modo per rinfrescarmi. Anche sul frigorifero c'era una fotografia dell'ex moglie. Mentre bevevo a lunghe sorsate l'acqua gelida che scorreva a fiotti dal rubinetto appoggiavo la fronte sudata al vetro della finestra della cucina. La solita immagine di cinque o sei tifosi che tornavano verso la fermata del tram camminando sui binari deserti, con le sciarpe intorno al collo, mi passava davanti. La partita era finita, anche io me ne sarei dovuto andare. Giusto il tempo di rivestirmi e di vedere i risultati della giornata sul televisore del salotto, che lasciavamo acceso con Diretta Gol per essere sicuri di non addormentarci a partite finite, e di chiederti chi aveva fatto quella macchia chiara sul divano grigio. Non l'abbiamo ancora scoperto, è successo qualche sera fa, durante la festa di Giorgio. Ti sei divertita? Sì, voglio dire, c'erano i nostri amici, hanno portato i bambini, loro hanno giocato in terrazzo mentre noi siamo stati qui a mangiare e a parlare di lavoro, libri, musica, arte e sesso. Arte e sesso? Sì, perchè no? E di calcio? No, di calcio no, lo sai che a Giorgio non piace, che quando va allo stadio con il figlio lo fa solo per lui. Dai, adesso vai che potrebbero tornare da un momento all'altro. Dimmi solo una cosa, com'eri vestita? Lei andò di là, e tornò appoggiandosi un vestito nero sul corpo ancora seminudo. Restammo in silenzio e pensai che esistono silenzi fatti solo per noi.

In quella casa, a volte la domenica pomeriggio, a volte il sabato sera, o comunque inseguendo i cervellotici orari della Lega Calcio, ho vissuto i migliori anni recenti della storia della Roma, quelli spallettiani. I gol più belli, le partite più sofferte, le emozioni più intense sono tutti ricordi legati a doppio filo con il sesso, le parole, l'intimità di quell'appartamento luminoso e minimalista, con le maschere africane e le scatole birmane in salotto. Le prime volte che ci entravo, nello stesso momento in cui le squadre erano sulle scale dell'Olimpico pronte per entrare in campo, sentivo lo stesso nervosismo dei giocatori, lo stesso mistero per quello che sarebbe accaduto nei successivi novanta minuti, la stessa ansia da prestazione. Mi sentivo come un turista che affitta una macchina in un paese straniero e inconsciamente si avventura in zone di guerra e non torna mai più indietro, almeno non con quella macchina. Poi, pian piano, seguendola nelle sue fantasie, nelle sue dolcezze, mi sono sciolto; con i nostri quasi vent'anni di differenza, lei è stata per me come un allenatore. Ho deciso di seguirla in tutti i suoi esperimenti tattici, cambiando varie volte la mia posizione in campo, memorizzando schemi e accettando anche delle dolorose panchine. Ricordo una sera - si giocava Roma-Palermo, e la Roma aveva appena segnato un gol da calcio d'angolo - in cui mi sostituì molto prima del finale. Di colpo le era presa un'inquietudine fortissima. Pensavo che non mi volesse più vedere, che mi avrebbe venduto o perlomeno dato in prestito a un'altra squadra. Invece era tutto il contrario: lei voleva fare coppia con me, come Totti e Mancini, come Romario e Bebeto, come Elber e Bobic. Tornando verso la macchina al Villaggio Olimpico, mischiandomi tra i pochi ignari passanti, le scrissi che anche io ero molto triste di vederla così poco e di non poter restare. Per un mese non ci vedemmo, era come se fossi stato squalificato. Poi però, un pomeriggio che la Roma dominava la Fiorentina, tutto tornò come prima, e iniziammo a frequentarci anche durante la settimana, approfittando del fortunato cammino europeo della squadra di Spalletti.


Giorgio lo amava, come si può amare una persona che non ti tradirà mai, che non le faceva mancare nulla, che le dava tutto quello che desiderava - almeno, tutto quello che poteva comprare. E allora perchè hai scelto me?, le chiedevo ogni volta che, sdraiati sul letto, le gambe arrotolate, ascoltavamo in lontananza i boati dell'Olimpico che ci informavano che De Rossi aveva segnato o che Panucci era stato ingiustamente espulso. Non dire che ho scelto tutto questo, mi rispondeva; vuol dire dare alla parola scegliere un senso veramente largo. Allora tornavo ad essere l'amante muto che ero sempre stato, fissavo le pareti della stanza di quel ragazzino che non avevo mai visto, se non in foto, e vivevo con malinconia quegli ultimi spezzoni di partita in cui si sa che non succede più nulla, il risultato è segnato, è inutile continuare ad attaccare. Perrotta veniva sostituito, il centrocampo infoltito, giocare in dieci non è mai semplice ed è meglio coprirsi. Testa contro testa, ascoltavamo il rumore dei passi dei tifosi sul marciapiede, fino alle cinque, quando bevevo un bicchiere d'acqua, appoggiavo la fronte al vetro della finestra della cucina, mi infilavo i pantaloni, le davo un bacio sulla bocca e me ne andavo via, come un tifoso qualsiasi.

Dopo l'estate del 2009 tutto cambiò. Quando la andai a trovare per la prima volta - era un Roma-Juve, Diego fece il fenomeno - capii che qualcosa era cambiato. Non so se in lei, o in me. Facemmo l'amore tre o quattro volte, e continuammo anche durante le interviste del dopo-partita. Giorgio e il figlio dopo lo stadio non sarebbero tornati a casa, perchè andavano a trovare i nonni. La notizia delle dimissioni di Spalletti mi colse all'improvviso, mentre lei mi stava facendo un pompino. Venni di colpo, fu "una scossa che mi svuotò la testa come un cucchiaio che raschia l'interno di un uovo alla coque". Il tecnico di Certaldo parlava ai microfoni di Sky dei problemi dello spogliatoio e io sprofondavo sul divano ancora macchiato. Non ricordo cosa dissi, ma ricordo che lei mi chiese se quelle parole significavano che era tutto finito. Non ho mai saputo se si riferisse alle mie o a quelle di Spalletti, ma risposi di sì, credo di sì, certo però è un peccato. Spalletti si era dimesso, e io con lui.

Oggi, quando ripenso a quei giorni, quei giorni felici in cui ho amato e sono stato amato, in cui mi sono illuso - ci siamo illusi - che un giorno avremmo anche potuto vivere insieme, non solo durante le partite della Roma ma anche nel resto della settimana, un sogno che sembrava possibile ed invece era inverosimile come vincere all'Old Trafford con Vucinic trequartista, non vedo le immagini delle partite, non vedo la stanza con il poster di Totti, non vedo neanche lei, ma vedo quei cinque o sei tifosi che tornano verso la fermata del tram camminando sui binari deserti, con le sciarpe nelle tasche.

mercoledì 19 marzo 2014

L'Illusionista, il viveur e il malato immaginario

Nota: sono cosciente che le vicende possano sembrare improbabili, ma esistono alcuni documentari e scritti che comprovano quanto narro.

Inquadratura panoramica su Rio De Janeiro, primissimi anni Ottanta. Atmosfera naif colorata da tinte a olio e da sfrenato edonismo (per chi se lo può permettere).
 

Primo piano su un ragazzetto malinconico e ricurvo di diciassette anni. E' nato in una famiglia molto povera e vive nel quartiere di Botafogo.
Gioca a pallone da piccolo, e neanche malaccio. Il suo Maracanà immaginario è incuneato in un vicolo senza sfondo, con una cuccia di cane in lamiera a fare da porta ad una estremità. Lo hanno chiamato "Kaiser" come il capitano della Germania Ovest.
Durante l'adolescenza però Carlos cresce alto, sgraziato, poco agile. Il talento drena via beffardo. Più tardi Kaiser stesso addurrà come causa l'eccessiva pressione della famiglia, che vedeva nel calcio l'unica via per migliorare la loro grama vita.
Tutti i provini vanno male. A sedici anni Carlos Kaiser è già un ex calciatore. Smette. Che fare?
A questo punto la disgrazia peggiore che gli sarebbe potuta capitare sarebbe stato recuperare improvvisamente il talento perduto, cosa che avrebbe consegnato Kaiser negli sdolcinati annali calcistici al pari di altri brasiliani passati in maniera ormai prevedibile dalle favelas all'opulenza, in una populistica retorica disneyana.
Passerà alla storia Carlos, ma in maniera meno buonista.
Il resto della popolazione mondiale qui si sarebbe arreso. Ma per il nostro questi fallimenti costituiranno il trampolino di lancio per una rutilante carriera ventennale da centravanti senza mai giocare.
 

Forse vi ho confuso troppo, andiamo con ordine.
Prima di rassegnarsi all'evidenza smettendo di calpestare malamente i terreni spelacchiati delle categorie più infime, il ragazzo ha avuto il tempo di fare amicizia con alcuni che ce l'hanno fatta davvero. Sentendo raccontare nei particolari la vita ricca e cafona dei veri calciatori, il nostro fatica ad accettare il suo ritiro, facendosi vincere dall'invidia.
Ma a un certo punto, l'Epifania. Kaiser si chiede come possa raggiungere questo status senza dover necessariamente giocare.
La svolta giunge in una imprecisata sera estiva del 1981 o '82, è uguale: imbucatosi in qualche modo in una festa piena di gente decisamente al di fuori della sua portata economica, Kaiser sfoggia una camicia aperta a livelli inguinali e una croce d'oro gigantesca a mezzo petto (il cui Cristo, per la vergogna, si copre la faccia). Il suo aspetto vistoso e la sua parlantina lo portano a attaccare bottone con alcuni calciatori presenti. Perchè Carlos, a differenza dei tanti giocatori che incrocerà in carriera è spigliato, intelligente, gentile, si esprime in un linguaggio articolato e soprattutto è in possesso di una simpatia immediata che sembra conquistare tutti. Sorte vuole che i giocatori che incontra quella sera non siano tipi a caso. Uno è Renato Portaluppi, futuro romanista, che figurarsi se non ci casca. L'altro è Gaucho. Cosa si siano detti quella sera non si sa, ma fatto sta che Kaiser fa suoi i primi agganci necessari al suo meraviglioso piano.
 
Kaiser (a sinistra) con Gaucho e Renato Gaucho Portaluppi)
Una volta fraternizzato con altri giocatori noti (incontra anche Romario e Bebeto, Branco e Rocha), mette in pratica il suo piano-truffa. Ogni volta che un suo amico giocatore firma un contratto di trasferimento, questi deve chiedere di inserire una clausola per cui il club acquista anche Kaiser, giovane crack verdeoro e futuro fenomeno.
Sembra impossibile che qualcuno ci caschi? Senza internet, youtube, wikipedia e valori di Football Manager ci cascano eccome.
Il nostro eroe viene acquistato da: Botafogo, Flamengo, Fluminense, Bangu, Vasco da Gama. Praticamente tutti top club.
Magari voi vi chiederete... "si, ma una volta che era lì che faceva? Come faceva a non essere scoperto?"
E qui esce il genio. La prassi è sempre più o meno la stessa. Appena arrivato confessa di non essere in gran forma fisica, magari aggiunge di essere appena uscito da un brutto infortunio, e dice di dover recuperare per due mesi.
Nel frattempo di giorno dice di allenarsi da solo (si, ciao) e la notte frequenta ogni giorno della settimana la bella vita carioca, dove immagino che il suo status da calciatore gli abbia garantito una percentuale di abbordaggio decisamente sopra la media.
Una volta passato questo periodo, deve presentarsi all'allenamento. E qui si scoprono gli altarini, eh? Scopriranno che è troppo scarso e sa a mala pena calciare? No. neanche per idea.
Kaiser paga un compagno perchè faccia su di lui un intervento rude così da poter fingere un infortunio. Non esistevano risonanze magnetiche, dovevano crederci. Se non trova nessuno che lo falci, fa finta di farsi male da solo.
Quando sente voci di qualcuno che si chiede il perchè di questo acquisto inutile, Carlos si prende la briga di comprare un bel telefono cellulare di quelli di allora, grossi e bianchi, e gira per il centro d'allenamento conversando animatamente al telefono in inglese. A chi gli chiede con chi stia parlando, risponde che sta trattando con il Liverpool e con la Juventus, perchè qua non si trova bene... la società allora abbocca a questi interessamenti esteri e pensa che non può farsi sfuggire un giocatore di tale rilievo. Contratto allungato.
In realtà Kaiser non sa parlare inglese (ma evidentemente neppure i suoi compagni), semplicemente inventa sul momento parole anglicizzanti infilandoci dentro ogni tanto nomi di club europei. Prisencolinensinainciusol.
Già, ma come faceva a non farsi scoprire dai compagni?
Semplicemente, come capiterà sempre nella sua vita, se li ingraziava... nessuno parlerà mai male di lui e Ricardo Rocha lo descriverà come un essere umano meraviglioso. Ma c'è pure altro: venendo a sapere prima in quali hotel la squadra avrebbe trascorso il ritiro prima di una trasferta, Kaiser (venuto nel frattempo in possesso di somme assai cospicue grazie agli ingaggi) fa trovare all'arrivo dei compagni nell'hotel una chiave.
La chiave è di una camera di un altro piano. Mettendola nella serratura e girandola, si apre davanti agli occhi dei compagni un Eden di donne più o meno nude. E chi fiata? Kaiser in squadra fa comodo, altrochè.
Altri regali vengono fatti ai giornalisti, categoria che il buon Kaiser è uno dei pochi a rispettare, salutando sempre gentilmente gli inviati e concedendo amichevoli interviste. Allora ecco che si sprecano i titoloni sui quotidiani sullo sfortunato Kaiser, che non appena potrà ristabilirsi si rivelerà il grande fenomeno che potrà portare il Brasile a vincere i Mondiali '86....
Poi dopo qualche mese la squadra lo cede, ma un altro amico calciatore ottiene un nuovo contratto inserendo il nostro eroe nella clausola, e il bengodi ricomincia da qualche altra parte. Che bella che è la vita.

Di tanto in tanto, può capitare che anche i geni possano vedere i loro piani sul punto di sbriciolarsi.
Durante il suo "soggiorno" al Bangu, nel periodo iniziale nel quale sosteneva di dover recuperare la forma, la squadra si trova piena di infortuni. Per la prima volta nella sua vita, il nostro eroe deve accomodarsi in panchina. La partita vede il Bangu in difficoltà, il mister disperato chiede a Carlos di scaldarsi.
Per un momento Kaiser avrà avuto una sensazione di totale panico, ma scommetto che sarà passata subito, perchè ai geni e ai supereroi succede così.
Nota i tifosi che contestano la squadra, allora sale sulla rete arrampicandosi, e si mette a insultare gli ultras. Espulso ancora prima di entrare.
Al presidente infuriato che gli chiede il perchè di tale sciocchezza risponde che per lui il proprietario del club non è solo un datore di lavoro, ma una specie di padre, e dichiara che non avrebbe mai permesso ai tifosi di contestarlo.
Il presidente, riconoscente, gli allunga il contratto di un altro anno, regalandogli altre 365 notti brave pagate dal club.
Potete pensare che questo sia il capolavoro definitivo di questo artista, ma forse non è così.
I migliori calciatori brasiliani degli anni Ottanta come Zico, Falcao e Cerezo emigrano in Europa a cercare fama e ingaggi milionari...pensate che il nostro sia rimasto insensibile a tale richiamo?
Per qualche mistero abbocca un squadra francese di seconda serie, il Gazelec Ajaccio.
Il campo è pieno di centinaia di tifosi che sono accorsi a vedere la nuova stella brasiliana, pubblicizzata da un enorme battage pubblicitario. Carlos è un pò frastornato, non se lo aspettava. Forse in questo caso non si può mettere in pratica il finto infortunio: in fondo è un tipo sensibile Kaiser, troppi tifosi rimarrebbero delusi.
Allora pronti via, tocca il primo pallone e subito calcia una puntata in tribuna, sorridendo.
E poi anche il secondo pallone, e anche il terzo. Ogni palla che gli arriva viene scaraventata gentilmente ai tifosi in tribuna che la prendono e la portano a casa applaudendo per il regalo del generoso brasiliano.
A un certo punto i palloni finiscono, l'amichevole non può proseguire. I restanti ottanta minuti si possono riempire solo con esercizi fisici e di corsa. I tifosi sono comunque in visibilio.
Non sappiamo come, pur senza giocare una sola partita venne riconfermato in Corsica anche l'anno successivo, dove per mancanza di effettivi viene costretto addirittura a entrare in campo qualche volta, per di più in spezzoni di cinque minuti scarsi.
La costa corsa però è sua, spadroneggia in ogni locale possibile immaginabile.
Poi torna in Brasile, passando anche dall'Independiente argentina.
Carlos Kaiser è stato tesserato per un totale di 11 (undici) squadre professionistiche fra Brasile, Messico, Stati Uniti e Francia.
La sua carriera ha coperto un arco temporale di 20 anni.
Partite giocate 11, gol zero, donne rimorchiate in numero incalcolabile.
Qualche filisteo sostiene che fosse un infame ladro di stipendi. Io invece mi chiedo se sia giusto che un artista di tale calibro, che ha dovuto idearsi dal niente una carriera costruita sul nulla, abbia avuto gli stessi stipendi di chi ha solamente avuto la fortuna di nascere particolarmente tecnico, coordinato o veloce.
 
Carlos Kaiser oggi (a destra), con un'amica un pò mascolina
Oggi fa il personal trainer, ma per noi resterà sempre
UN MITO

sabato 15 marzo 2014

I Marginali. A proposito di Llewyn Davis, Zero a Zero, mio cugino, e altri

Sono guidato da istruzioni generali, ma più vado avanti più sfuggo al loro controllo. Da parecchi giorni nessuno sa dove mi trovo, cosa faccio, cosa progetto. Tutto dipende da unicamente da me. Potrei ritornare sui miei passi, passare agli Inglesi oppure suicidarmi: i miei superiori non potrebbero farci niente. Tuttavia, come un asino al mulino, proseguo senza sosta il mio cammino, e giungerò alla meta perchè la possente calamita che mi attrae (non mi costa nulla, contrariamente a molti altri, rivelare il suo nome), è il desiderio e la volontà di potere. Ma non del potere scintillante dei grandi capi. Di un potere più discreto e diffuso, il potere di colui che muove i fili senza mostrarsi, che animando sia il teatro sia le marionette rimane sconosciuto al pubblico. [...] Ma questo desiderio e questa volontà sono temperati e come sminuiti da un rimorso sul quale un giorno dovrò pur spiegarmi.
                                        Langendorf, Una sfida nel Kurdistan



A fine gennaio, una sera in cui pioveva a dirotto e piazza Vittorio era sequestrata da un ingorgo apparentemente senza fine, siamo andati in un cosiddetto cinema off dell'Esquilino ad assistere alla proiezione di un documentario calcistico, "Zero a zero" di Paolo Geremei (persona molto gentile). La storia, che qui sintetizzo (per saperne di più, rimando alle ispirate recensioni che si trovano su Someone sill loves you, Bruno Pizzul e su Europa), è quella di tre promesse della Primavera della Roma degli anni '90, due portieri e un attaccante, che, per ragioni diverse seppur accomunate da un certo elemento di sfortuna e di incomprensione (uno si infortunia gravemente, uno non si prende con l'allenatore, l'altro non si capisce con se stesso), proprio al momento di compiere il grande salto verso il calcio che conta, si perdono, e si perdono in maniera fragorosa, irrimediabile. Costretti a giocare nei polverosi campi di pozzolana dell'Eccellenza centro-italica, quando va bene, o in quelli di erba sintetica dei tornei di calciotto di Roma nord, quando va male, i tre ragazzi - Daniele, Marco e Andrea - recriminano su quello che sarebbe potuto essere e non è stato, mostrando una comprensibile inclinazione all'auto-commiserazione e a incolpare gli altri per il loro misero destino, non senza punte di piacevole auto-ironia (elemento che, dal punto di vista filmico, dona ritmo al documentario).

Confesso che, tornato a casa dopo la proiezione, la sensazione che l'incontro con quei tre ragazzi poco più grandi di me mi ha lasciato è quella di una desolata tristezza. Non sono loro ad avermi messo tristezza, naturalmente, ma la loro storia. Non è tanto il fatto del destino che ti toglie quello che pensavi di aver già ottenuto (personalmente, non ho mai creduto che si possa dare qualcosa per scontato), nè la retorica e paradosso (a me molto cara e sempre presente in quello che scrivo) alla Lost in translation per cui ciò che ci rende infelici non è l'infelicità in sè, ma il sentimento di non essere felici quanto si vorrebbe (o meglio, quanto si pensa che si potrebbe) esserlo (e non a caso, anche i tre ragazzi di Zero a zero non sembrano mai provare infelicità per la vita che hanno vissuto, quanto, piuttosto, per quella che non hanno vissuto). No, quello che mi ha messo tristezza della loro storia è la consapevolezza che nella vita - la bella vita, la dolce vita, la vita facile - non c'è spazio per tutti. La consapevolezza che, per ogni Francesco (Totti) che sboccia dalla primavera e diventa leggenda, c'è un Daniele (Rossi) (si noti l'ironia malcelata già nell'anonimità del cognome) che si deve fare da parte e accontentarsi di quella minutaglia che la vita gli lascia. Non è una casualità, ma la rigida regola su cui si basa il mondo, non solo quello calcistico: per esserci un centro, ci devono essere dei margini. E questo sono i tre giocatori di Zero a zero, dei Marginali. Il problema è che non sono solo loro.


Voglio chiarirmi con un esempio tratto dal documentario. A un certo punto, nella meno attraente delle tre narrazioni (quella riguardante il portiere Marco, uno a cui in nazionale giovanile Buffon ha fatto da riserva), ci si chiede come mai, e vi è molto stupore che colora questa domanda, scaduto il suo contratto con la Primavera della Roma nessuna squadra di prima o perlomeno seconda fascia si sia fatta avanti per tesserarlo. Ci si chiede: era stato il portiere della Roma, della Nazionale, era insomma non solo risaputo, ma anche - per così dire - certificato che fosse forte, o comunque promettente, possibile che un'Atalanta, un Cagliari, un Foggia (i nomi delle squadre li ho messi io) non abbia fatto di tutto per prenderlo e salvarlo dall'oblio del dilettantismo (per la cronaca, infatti, Marco finirà al Fiumicino)? Secondo me non solo è possibile, ma è anche ragionevole, se si considera che il calciomercato è un ambiente limitato, come quel gioco di cui mi sfugge il nome in cui si devono muovere delle tesserine per creare una certa combinazione e però, ad ogni spostamento, una tesserina va dove deve andare e un'altra no. Voglio dire, ipotizzando che non fosse un fenomeno, che non fosse, per dire, un Buffon, la situazione era questa: estate '93 (più o meno), Marco, ex portiere della Roma Primavera, è sul mercato perchè la Roma non gli ha proposto di entrare in prima squadra; tutte le altre squadre - diciamo - di serie A e serie B si trovano nella medesima situazione di avere i due (se non tre) portieri della Primavera con il contratto scaduto o in scadenza e di dover decidere se tenerli oppure no; il direttore sportivo di una di queste squadre deve quindi scegliere se promuovere in prima squadra (al limite, poi, per girarli in prestito) i propri portieri, quelli su cui il settore giovanile della sua società ha investito per molti anni, quelli, insomma, che conosce e di cui si fida, ovvero se sacrificarne uno per prendersi quel Marco ex della Roma. In un caso o nell'altro, come si intuisce, c'è una tesserina che rimane fuori (Marco, o quello a cui Marco soffia il contratto da professionista); in un caso o nell'altro, quindi, si crea una storia alla Zero a zero. Tutto questo per dire che, nel mondo del calcio, le storie di Zero a zero non sono sorprendenti, nè insolite, ma - tutto il contrario - la normalità. C'è sempre qualcuno che rimane inculato.


E però, come anticipavo, questo pasodoble non avviene solo nel calcio. Cos'è "Inside Llewyn Davis", l'ultimo strepitoso film dei fratelli Coen (per un giusto elogio rimando alla recensione del mio critico cinematografico di riferimento), se non una rivisitazione in chiave musicale della storia di Zero a zero (o viceversa)? Per sintetizzarne la vicenda, potrei replicare lo stesso esempio fatto poc'anzi: per ogni Bob Dylan che sfonda, che ha successo, che s'impone, per ogni Bob Dylan a cui le cose girano bene, per ogni Bob Dylan a cui una discografica che s'innamora offre le proprie risorse, c'è un Llewyn Davis che non ce la fa ad uscire dal locale off, che non viene apprezzato, che fa le scelte sbagliate, che viene ignorato dall'industria di riferimento. Llewyn Davis, come i ragazzi di Zero a zero, è un Marginale, uno che rimane ai margini del suo mondo, e che, come quei ragazzi, oscilla tra l'auto-compiacimento e l'auto-commiserazione, finchè quest'ultima prevale; anzi, nella mia interpretazione, finchè quest'ultima trascolora in una invincibile tristezza, che poi è la tristezza dell'essere umano che si rende conto dei propri limiti. C'è una frase molto ispirata di Gabriele, il mio critico di riferimento di cui sopra, che spiega bene questo passaggio:

In quel momento, in quell'incontro con un animale "selvaggio" lo sguardo del protagonista si riempie di tutta la tristezza del vivere umano, al culmine di una serie di batoste tutta l'amarezza quotidiana che sconfigge la speranza si contamina con la tristezza e la compassione in una notte di neve.
Da questo contrasto in cui siamo immersi - esplicitato, per fare un esempio tra i mille, dall'ascolto di Sokolov che esegue Sonatine di Ravel mentre si è in un vagone della metro B romana che la mattina ti porta al lavoro - non si scappa. Non può scappare Llewyn Davis, che rinuncia alle sue velleità artistiche quando si ritrova con la schiena rotta sul selciato bagnato del vicolo contiguo al locale, non possono scappare i protagonisti di Zero a zero, che rinunciano alle loro velleità calcistiche quando si ritrovano di fronte a una macchina da presa che chiede loro di raccontare come sono finiti a fare quello che fanno oggi, non è potuto scappare neanche mio cugino, che a 19 anni, all'esordio da professionista, portò con i suoi gol la Fermana in serie B, strappò un prestigioso contratto con l'Empoli, segnò al debutto sia in coppa Italia che in campionato, e poi ha passato il resto della sua carriera a fare la spola tra i due rami della serie C, con qualche guizzo (quella rovesciata al Marsala quando vestiva la maglia del Palermo, quella storica promozione con l'Acireale grazie alla sua vena da trascinatore, quei gol pesanti nell'ultimo Trapani, quella squalifica per cocaina apparsa come flash sulla pagina 229 del Televideo) e molto anonimato. Io credevo che lui potesse essere un Eletto, un Prescelto, un Segnalato, ma anche lui non è altro che uno dei Marginali.


Infine, ci siamo noi. I più Marginali di tutti. Giriamo per Roma, scambiamo il parco di via Panama per Central Park, facciamo l'alba mischiando aglio e olio con due pasticche di cialis insieme a una sottocategoria di Marginali, i Localari, scriviamo su questo blog, e intanto gli Altri - gli equivalenti dei Francesco Totti, dei Bob Dylan, di quelli che hanno fatto carriera al posto di mio cugino - girano per il mondo, dalla finestra del loro duplex lo vedono davvero Central Park, fanno l'alba con modelle proporzionatissime, scrivono sulle riviste più fiche. Si può dire che, per essere Marginali, siamo infelici? No, non lo siamo, almeno io non lo sono, perchè il mio desiderio maggiore, l'unico per cui mi batto da quando sono nato, e per cui mi alzo ogni mattina dal letto, è quello di sedermi al tavolino di un bar all'aperto, di una terraza insomma, all'ora del crepuscolo, e vedere come tutto si diluisce in un colore tra l'arancio e il rosso, come tutto si disfa, come la gente che mi passa davanti, e i timidi rumori del traffico in lontananza, mi diventano così alieni, così indifferenti, così lontani, che per un momento sento la tranquillità di vivere al margine della vita, e sono contento di non farne parte.

lunedì 10 marzo 2014

Nell'anno del signore


Ascoli - Pontedera, settembre 2013. Il pubblico delle grandi occasioni
È tutta questione di abitudine: l'anno non comincia il primo gennaio, ma ad agosto. E non finisce il 31 dicembre,  ma a maggio. A meno che non ci siano gli Europei o i Mondiali. Cominci a pensarla così che fai ancora la prima elementare, poi diventa praticamente normale.
Il problema sono certe annate, mesi lunghissimi in cui «pioggia e sole abbaiano e mordono, ma lasciano il tempo che trovano» (F. De Gregori).

La mia squadra, l'Ascoli Calcio, galleggia sul fondo di una serie C in cui non si può retrocedere, la società è fallita a novembre ed è risorta a febbraio, sotto le insegne di un ricchissimo industriale canadese che ha promesso la zona Uefa in un quinquennio con la stessa nonchalance con cui Renzi ha giurato davanti al Parlamento, al popolo e a Dio che sbloccherà i debiti della pubblica amministrazione.
Tutto bellissimo, tutto fantastico. Ma, a parte che odio le feste di piazza e per tradizione personale boicotto gli appuntamenti con troppa gente troppo felice, per me il futuro rimane sempre lì dov'è: nel futuro, appunto. Dovessi cominciare a preoccuparmi del futuro, dovrei anche rammaricarmi per il passato: particolare che non si concilia con la mia volontà di bere di meno.

E allora sono sempre in questo-eterno-presente-che-capire-non-so, cioè il fondo della serie C, senza poter retrocedere, con una squadra che si comporta come la nazionale di rugby («sconfitta onorevole» è un'espressione ormai di moda) e un avvenire dipinto come magnifico ma che arriverà soltanto alla fine di agosto. Nel frattempo non vado più allo stadio, e la domenica cerco un Televideo per tenermi aggiornato. Mi sento un po' come Bill Murray in quel film, quello in cui lui continua a rivivere sempre lo stesso giorno:
Ascoli – Catanzaro 0-1
Salerinatana – Ascoli 2-1
Ascoli – Grosseto 0-1
L'Aquila – Ascoli 2-1
Barletta – Ascoli 1-0
Ascoli – Frosinone 0-1

La ripetizione di una ripetizione di una ripetizione.

Ma tanto c'è una proprietà nuova che ci farà sognare, in futuro. Per ora tutti sono obbligati a sorridere, a dire che «comunque i ragazzi si impegnano». E come negarlo: sono così scarsi che il portiere ha già fatto sapere che l'anno prossimo dirà addio al calcio per dedicarsi ad un altro sport, che questa avventura l'ha cominciata soltanto perché deve perdere peso e il medico gli aveva detto di muoversi un po'. Persino l'idolo delle folle – il centravanti Vegnaduzzo – dopo essersene andato (a novembre) si è aggregato all'Offida (Seconda Categoria) e manco lo fanno giocare titolare. Ha più di trent'anni e fa la riserva a un ragazzino che a volte non può andare agli allenamenti perché il giorno dopo c'è il compito di matematica.

San Benedetto del Tronto, l'umore dei supporter locali

Da un po' di tempo a questa parte vivo a San Benedetto del Tronto. C'è il mare, un bel molo, il centro è chiuso al traffico. Questo mi basta per ritenerla molto migliore di quel covo di fascisti chiamato Ascoli Piceno, con le sue grigie rovine che qualcuno spaccia ancora per bellezze architettoniche. Con gli abitanti del luogo mi trovo benissimo, con loro ho solo divergenze di natura calcistica. Ma anche la gioia di una sana discussione mi viene negata: mentre noi affondiamo senza poter realmente affondare, loro stanno stravincendo il campionato per palese superiorità tecnica sulle altre partecipanti al torneo. Credo che dall'inizio dell'anno abbiano pareggiato solo un paio di partite e vinto tutte le altre. Sai che divertimento. Poi hanno una storia tristissima alle spalle: promossi in Seconda Divisione, per colpa di una proprietà quantomeno poco avveduta – dopo i tentati blitz di Lotito e altri loschi figuri non necessariamente legati alla malavita romana – sono sprofondati giù in Eccellenza. Si è trattatto del quarto fallimento in sedici anni. Frequento un bar di tifosi locali, a volte giochiamo qualche 'bolletta' insieme. L'ultima vittoria risale a settembre. Ed erano tutte partite facili. Ed eravamo una marea a giocare. Alla fine in tasca sono entrati pochi spiccioli.
 
Comprereste un'auto usata da quet'uomo?
Intanto ad Ascoli provano a muovere la situazione e cambiano allenatore: Bruno Giordano, con la sua faccia da pugile, se n'è andato quando gli hanno fatto capire che non sarebbe stato confermato neanche a costo di affidare la squadra al magazziniere, al suo posto è arrivato Flavio Destro – papà di Mattia –, ma i risultati non cambiano e «sconfitta con onore» continua ad essere l'espressione preferita delle gazzette locali. Almeno a ottobre, quando le cose sembravano davvero compromesse, vidi il Lecce farcene cinque al Del Duca. Protagonista di quel pomeriggio fu Fabrizio Miccoli. Ce l'ho sempre avuto al Fantacalcio, Miccoli. Quest'anno l'ho sostituito con Maxi Lopez. Galleggio a metà classifica, senza rischiare di arrivare ultimo ma già escluso dalla lotta di vertice.
Quanto manca ad agosto?

giovedì 6 marzo 2014

Ricordando il Palermo



Ho cominciato a frequentare Palermo 2 anni fa per motivi personali. Prima di allora c'ero stato solo 2 volte, da ragazzino e girandola velocemente.
Per via delle mie origini conosco perfettamente gran parte della Sicilia orientale. L'altro lato della Trinacria è per me un mistero, posti visitati in mezza giornata ma mai vissuti. Fin da piccolo ho però maturato una grandissima simpatia per i rosanero, probabilmente perché il Palermo era l'unica squadra sicula che a metà anni '90 si trovava in una situazione semi decente. Catania e Messina lottavano contro problemi finanziari ed erano costrette a ripartire dall'Eccellenza, l'Acireale non sarebbe durato e delle altre inutile parlarne purtroppo, perchè da sempre pagano il problema delle gestioni poco solide. Il mio affetto per i rosanero è dimostrato anche da una maglia che conservo gelosamente, maglia della stagione 96/97, quella con Ronald Hoop in rosa, stagione conclusasi, purtroppo, con una triste retrocessione.

U pani câ meusa
Come dicevo, in questi 2 anni ho passato più di una singola giornata in quel di Palermo. Ho imparato a conoscere la città e mi sono goduto la splendida ospitalità dei palermitani, popolo di una gentilezza quasi imbarazzante. La mia passione per lo "Street Food" mi ha portato lo scorso settembre a esagerare. Dopo 4 giorni a base di pani câ meusa (milza, polmoni e trachea di bovino serviti in un panino con semi di sesamo), sfincioni, frittola e panelle sognavo qualcosa di più semplice per dare un attimo di tregua al mio fegato. Nonostante sia eternamente grato al "Meusaro" di porta Carbone per avermi nutrito (magari qualche palermitano me lo boccerà ma è il mio preferito) una sera mi sono buttato per le strade di Palermo alla ricerca di una sempre onestissima margherita. In questi due anni mi sono innamorato del quartiere La Kalsa, zona situata nel centro storico ma di tradizione popolare. Almeno a quanto ho capito. Mi era stato segnalato durante il mio primo viaggio, per via di un ristorante di pesce, ristorante che consiglio vivamente per lo straordinario rapporto qualità prezzo che offre (si trova appena superata la piazza della Kalsa a via Torremuzza, sulla destra). Quella sera di settembre mi sono quindi avventurato per le vie della Kalsa alla ricerca di una pizzeria. Acquistata una coca e una margherita per 3 euro 50 in totale, mi sono seduto in maniera accattona su una panchina appena al di fuori del quartiere. Tempo 5 minuti e si avvicina un individuo con la maglietta del Palermo e una bottiglietta di vino in mano. Decisamente un soggetto, un Paviglianiti vestito. Si siede vicino a me e comincia a lamentarsi in palermitano stretto della città. Capisco il siciliano, ma da una città a un'altra c'è un abisso, quindi al mio terzo "Scusa, non capisco" mi chiede con sospetto di dove sono. Non termino neanche di dire Roma, che mi domanda immediatamente per chi tifo. Risposta corretta a giudicare dalla sua reazione e dal suo abbraccio. Chiameremo questo strano signore "Pippo". Pippo è sulla via dei 50 anni, ha bevuto un bel pò e quella sera ha una fottutissima voglia di parlare. Per quanto una sana conversazione calcistica non si neghi a nessuno, non conosco bene Palermo, non ho idea di chi frequenti quella zona e soprattutto non vorrei mai che il signor Pippo, visibilmente alticcio, si possa risentire per qualche mia frase sbagliata. Tutte paranoie, Pippo in realtà non vuole solo parlare (adesso ci arrivo), ma sicuramente non vuole neanche darmi noie. Attacchiamo a parlare di calcio mentre io bevo la mia coca e mangio la mia pizza e lui continua a tracannarsi il suo vino. Mi racconta del Palermo di Barbera e di una delle 2 finali di coppa Italia di quelle stagioni, si sofferma su quella persa con la Juve, tra vino e palermitano strettissimo, capisco ben poco (non ho idea se l'abbia vissuta o meno). Non lo capisco ma non voglio offenderlo, appena prende fiato, chiedo di quello che mi ricordo io, di un Palermo che mi è rimasto impresso, il "Palermo dei picciotti", i suoi occhi brillano, forse per l'emozione, forse per la clamorosa ciucca di vino che sta prendendo e comincia a raccontare.
Piazza della Kalsa
Il Palermo dei Picciotti
E' l'estate del 1995, racconto io la storia, perchè Pippo dopo la mia domanda sul Palermo dei picciotti è entrato in loop ripetendo a manetta "Inchia Vasari" alternando questa frase pregna di significato a sorsi di vino. Dicevamo, estate 1995, Giovanni Ferrara diventa unico presidente del Palermo calcio, liberandosi del socio Polizzi. I soldi sono pochi, Ferrara paga tutti gli arretrati e si mette al lavoro per creare una squadra da salvezza. Le fondamenta del nuovo Palermo hanno un nome e un cognome: Ignazio Arcoleo. Arcoleo è nato a Mondello, ha vestito quasi 200 volte la maglietta rosanero e faceva parte di quel Palermo promosso in A nella stagione 71/72. Ferrara affida la panchina ad Arcoleo, non solo per il suo passato da calciatore, ma soprattutto per gli ottimi risultati raggiunti con il Trapani. Nel 93/94 il Trapani di Arcoleo aveva vinto la C2, l'anno seguente in C1 i granata arrivarono ai Play-Off per la B, eliminati a parità di gol dal miglior piazzamento in campionato del Gualdo (Gualdo che perderà ai rigori la finale contro l'Avellino). Arcoleo e Ferrara cominciano a formare la squadra. Confermato Iachini, arrivano alla Favorita: Berti, Ciardiello, Scarafoni, Di Già, Galeoto e Vasari. Si pesca anche dalla primavera come dimostra l'inserimento in prima squadra di Giacomo Tedesco e di molti altri giovani del vivaio. Ai nastri di partenza, il Palermo sembra spacciato. Prima dell'inizio del campionato c'è però la coppa Italia. Il 20 agosto del 1995 si gioca al Tupparello di Acireale il primo turno tra la squadra locale e il primo Palermo dei Picciotti. La squadra di Arcoleo ha squalificati illustri come Iachini e Ciro Ferrara (l'altro). In palio non c'è soltanto il passaggio del turno, in palio quella sera c'è anche la sfida con il Parma. Il vincitore affronterà il pallone d'oro Stoichkov, Cannavaro, Zola, Sensini e Dino Baggio. E' un'occasione d'oro per riportare il calcio che conta nel capoluogo siciliano e soprattutto per portare soldi nelle casse del club. La partita non ha storia, risolta con un gol per tempo proprio da due "picciotti" palermitani, ovvero Ciccio Galeoto del Rione Arenella, uno che prima di diventare professionista levigava il marmo per le tombe, e Massimiliano Pisciotta da Borgo Vecchio.

Passano 10 giorni, il Palermo torna in campo questa volta alla Favorita. 25.000 paganti a intimorire un attacco formato da Melli, Inzaghi, Stoichkov e Zola e a sostenere Berti, Galeoto, Caterino, Iachini, Ferrara, Biffi, Vasari, Pisciotta, Rizzolo, Di Già, Giacomo Tedesco. Passano 7 minuti, Giovanni Caterino lanciato da Iachini entra in area e con il sinistro fulmina Bucci. Nel primo tempo si fa male Rizzolo, il presidente Ferrara preoccupato per il giocatore lo raggiunge in ospedale, «Tranquillo presidente, non è nulla» dice il calciatore al Presidente in lacrime «Ma io sto piangendo perché ha raddoppiato Vasari...» Risponde Ferrara. E' il minuto 48 e Tanino Vasari, palermitano anche lui di Borgo Vecchio, supera Bucci. 2 a 0. Esplode la Favorita, esplode Palermo. A 3 dalla fine Caterino lancia per Vasari che di prima infila per la terza volta  gli uomini di Scala. Il Parma mette in campo i miliardi, il Palermo risponde con il cuore. 3 a 0. Il pallone d'oro Stoichkov è oscurato da Gaetano Vasari, ex garzone  di un bar del suo quartiere, uno alto un metro e sessantanove che però quella sera si trasforma in un gigante. Il Palermo continuerà a stupire, arrivando a novembre in zona promozione dopo aver battuto la Pistoiese. Poi entrerà in crisi e alla fine si piazzerà al settimo posto a 9 punti dalla serie A. In Coppa passerà anche il turno seguente, battendo con un gol di Galeoto il Vicenza. Sarà eliminato dalla Fiorentina (vincitrice poi del trofeo) di Batistuta ai quarti. Quello è il primo Palermo che ricordo e se lo ricordo io con emozione, non oso immaginare come possano ricordarselo i tifosi rosanero. In fin dei conti possiamo dire che la "Cantera" con Assennato, Di Somma, Ignoffo, Lo Nero, Pisciotta Tedesco, Giancarlo Ferrara, Vasari, Compagno e Campofranco è stata inventata a Palermo.
Il Palermo dei "Picciotti"
Dopo aver parlato dei "Picciotti" , Pippo senza guardarmi mi domanda: "Coca?". Ora, non sono nato ieri, vivo a Roma e in 30 anni di vita nella capitale mi è stata offerta qualunque sostanza psicotropa, tuttavia anche se al 99% mi stava offrendo della cocaina, c'era un misero 1% di possibilità che volesse un sorso della mia Coca Cola. Faccio finta di non capire e questa volta Pippo è decisamente più diretto. Rifiuto. Pippo mi guarda fisso e mi chiede: "Ma non è che sei della digos?" La mia reazione stupita lo tranquillizza e continua a parlarmi del  Palermo. Chiedo quale sia il suo giocatore preferito nella storia. I nomi sono due, uno è Fabrizio Miccoli, "Anche se ha sbagliato", tiene a precisare. L'altro nome  mi sorprende, si tratta di Cristian La Grotteria. E finiamo così a parlare del Palermo di Sensi.
Cristian Alejandro La Grottería
Il Palermo di Sensi
Ricordo del Foggia e anche del Nizza, società finite nelle mani di Sensi non so ancora per quale motivo. Quando acquistò il Palermo, esultai parecchio, pur sapendo che Sensi aveva comprato la società rosanero per fare uno sgarbo alla Juve, che aveva tentato la scalata tramite Briatore. Alla fine andò di lusso. Acquistata a marzo 2000 in C1, nel giro di un solo anno il Palermo si trovò lanciato verso la B, salvo poi farsi clamorosamente rimontare dal Messina. Dalla giornata 28 alla 32 il Palermo pareggia con Fermana, Atletico Catania e Fidelis Andria, come se non bastasse perde con la Torres e con il Messina. I peloritani recuperano 8 punti in 5 giornate e vincono lo scontro diretto. Ora a 2 turni dalla fine la promozione è nelle loro mani. Questa situazione costa il posto a Giuliano Sonzogni, sostituito dal fedele Ezio Sella. Vincono entrambe la penultima di campionato. Il Palermo sbanca Nocera e si appresta ad affrontare l'ultimo turno in casa contro l'Ascoli, mentre il Messina  volerà al Partenio di Avellino, due squadre ormai certe dei play-off. il finale è veramente da infarto. Al Palermo non serve solo la vittoria, deve sperare anche in un passo falso del Messina. Dopo 16 minuti Tiziano Maggiolini porta avanti i rosanero, poi solo attesa con il Messina bloccato sullo 0 a 0. Al 90' la beffa, rigore per i peloritani. La Favorita cade nello sconforto più totale. Sansonetti, portiere dell'Avellino, neutralizza il tiro dal dischetto di Vittorio Torino, un paio di minuti dopo l' Avellino si porta in vantaggio. Pippo mi racconta di quei 5 minuti finali, sudando al solo pensiero, 5 minuti di follia che fecero tremare l'intera città. Per quel che riguarda La Grotteria, in quella stagione, giocata fuori ruolo per volere di Sonzogni, mette a segno solo 4 reti, contribuendo comunque con le sue giocate alla promozione. Resterà a Palermo fino al 2003, diventando un idolo con 80 presenze e 17 gol. Sensi lo pagò 2 miliardi di lire, record per la C1, strappandolo all'Ancona. Pippo lo ricorda emozionandosi, solo Fabrizio Miccoli riuscirà a esaltarlo come "El Caballo".
E l'anno della promozione in A? E Luca Toni? Pippo, mi guarda e con estremo garbo, dopo aver finito il vino mi dice: "Devo pisciare".
Promossi in B
Seduto su quella panchina, in una città che non conosco, aspetto che ritorni uno sconosciuto per finire di raccontarmi le sue storie, sono ansioso di sentire altro come i bambini che ascoltano il saggio nonno intorno al camino acceso, con la differenza che io sto aspettando uno spacciatore alticcio, che sta pisciando mezzo litro di vino. Appena torna, proprio come un saggio nonno si siede, mi chiede una sigaretta e continua a raccontare con la patta aperta.

La promozione in A
Devo purtroppo censurare il suo pensiero su Toni (non ha digerito il suo passaggio alla Fiorentina), non saprei neanche come tradurlo in italiano, per carità il giocatore non si discute, ma a quanto pare l'uomo non è propriamente rimasto nel suo cuore a giudicare dal susseguirsi di termini poco lusinghieri rivolti al suo indirizzo. Peggio mi sento quando tocco il capitolo Zamparini: "E' un fango!" sentenzia. Sulla promozione è un fiume in piena, credo abbia elogiato anche l'ultimo dei panchinari. Parla bene di tutti, da Guidolin a Zauli, passando per Corini e Mutarelli. Definisce i gemelli Filippini "Due animali che non smettevano mai di correre". In tutto questo, tolta ovviamente la partita della promozione contro la Triestina, il momento più toccante rimane il gol del 3 a 0 di Vasari al Bari. In quella stagione "Tanino" viene convinto da Rino Foschi ad accettare un contratto a gettone e rinunciare quindi ai 250 mila euro stagionali con il Cesena. Vasari accettò anche perché promise al padre in punto di morte di riportare il Palermo in serie A. In quella stagione scese in campo 25 volte. All'ultimo minuto, dell'ultima partita contro il Bari, Gaetano "Tanino" Vasari firmò il gol del definitivo 3 a 0, gol che neanche a dirlo, fu dedicato al padre.

Serata indimenticabile, entrai sul 2-0, la gente voleva il mio gol, lo volevo anche io. Gol dedicato a papà Ferdinando: Prima di morire gli promisi che avrei portato il Palermo in A, mancava un minuto alla fine. Credo sia stato papà ad aiutarmi ad entrare nella favola. Urlavo e piangevo, piangevano i tifosi. Mi vengono i brividi. Non so quante volte ho rivisto quelle immagini, ricordo solo il tiro, il resto l’ho vissuto come in un film.
(Gaetano Vasari)
Tanino Vasari in trionfo dopo il 3 a 0
Quel gol di Vasari è poesia, un gol inutile, con il Palermo già promosso, ma un gol che comunque fa commuovere tutta la città. Pippo mi parlerà anche della A, delle vittorie con le grandi, dei vari campioni come Cavani e Pastore. Però i suoi occhi non luccicano come quando mi ha raccontato del Palermo dei Picciotti, di La Grotteria o del Palermo promosso in B o in A, solo quando parla di Miccoli rivedo l'entusiasmo, ma la storia del salentino merita un post a parte (quando e se mi andrà di farmi linciare per come la penso). Non so se sia un sentimento comune a tutti i palermitani, ma sembra quasi che questi 9 anni passati nella massima serie siano stati meno intensi di quelle stagioni in cui gli avversari si chiamavano Torres  o Pistoiese.

Per Pippo si è fatto tardi, mi saluta calorosamente e mi invita a non girare troppo a quest'ora di notte, faccio notare che sono appena le 9 e un quarto ma lui insiste, poi se ne va non prima di avermi augurato lo scudetto, faccio lo stesso per la promozione. Comincio a camminare per la città non seguendo i consigli di Pippo, anche perchè non ho avuto mai mezzo problema a Palermo. Il mio fegato ha avuto tregua quella sera, ma quando passo davanti al bar rosanero in via Lincoln, non posso non prendermi un cannolo (fanculo il fegato). Il giorno dopo andrò a vedermi Italia-Bulgaria (1 a 0 gol di Gilardino) al Barbera. Bellissimo stadio, vecchio ma bello. Parlo con tanta gente, sempre del Palermo e trovo tantissimi punti in comune con i racconti di Pippo. Prima di partire mi faccio un ultimo giro, passo un'intera mattinata a Ballarò, l'anima della città, basta mezza scusa e la gente comincia a parlare di calcio, quello che mi vende lo sfincione (una focaccia spugnosa con: pomodoro, origano, acciughe, cipolla e formaggio) è un grandissimo fan di Di Donato, mi dice anche che Vasari ha comprato un panificio proprio davanti al Barbera.

Palermo incanta e lo fa anche grazie ai suoi tanti problemi e ovviamente non parlo solo del "Traffico tentacolare e votticoso" (cit.) o del prezzo delle banane. E' una città folle, che nel giro di due strade ti porta del pieno centro storico alle zone popolari. Quel pubblico e quello stadio sono passati dal Tupparello a San Siro, dalla C1 all'Europa, senza mai cambiare atteggiamento, perché Palermo è folle e ama la sua squadra da sempre comunque e ovunque alla follia.