martedì 14 gennaio 2014

La maledizione del Rocco


-Dio no xe furlan, se no'l paga ogi el paga doman-


A Tommaso,
che con il suo battesimo
mi ha fatto perdere la trasferta di Lucca
e che da quando va al Rocco
non ne ha vista una giusta
 
“parlerò a fine stagione”

 

La storia del calcio è piena zeppa di iatture, sortilegi e maledizioni. Abbiamo già letto la storia della “maledizione di Guttman”, conosciamo a menadito la storia della “fatal Verona” (per il Milan) o le tragedie sportive di Perugia (per la Juve) e del 5 maggio (per l’Inter), delle due finali mondiali perse dall’Arancia meccanica o dell’incredibile serie negativa della Germania contro l’ltalia. Ci sono poi arbitri, allenatori, avversari che sembrano rebus irrisolvibili, condizioni psicologiche, mistiche, metafisiche che riscrivono la storia del giuoco del pallone, senza una sequenza logica. In fin dei conti sono anche queste “psicosi collettive” che rendono un campo d’erba e 22 ebeti che corrono dietro ad un pallone lo sport più bello e popolare del mondo. Ma esiste una maledizione che supera qualsiasi immaginazione: mai una squadra ha la sua maledizione nello stadio in cui gioca le partite casalinghe. Mai una squadra ha avuto la sua maledizione in casa. Mai, fino al 1992. È la “maledizione del Rocco”.

Tutto comincia con un Triestina – Sambenedettese. I padroni di casa sono in piena corsa per la promozione dalla serie C1 e si impongono con un perentorio 3-0. Sembra l’inizio di un cammino che porterà la squadra alla promozione ma, soprattutto è il commiato dal mitico Stadio Grezar, già del Littorio, già Comunale di Valmaura.
Dopo una lunghissima trafila burocratica e con una spesa perentoria e puntuale (due anni dopo i mondiali di Italia ’90, sempre sul pezzo gli amministratori di Piazza Unità, già all’epoca!) di 80 miliardi, l’amministrazione comunale e gli organi competenti danno il benestare al primo incontro al nuovissimo Stadio Nereo Rocco, sorto alle spalle del Grezar. Uno “stadio da sogno” come viene descritto dal volume stampato dal Comune.

Il 18 ottobre 1992 l’ingresso è gratuito e la città accorre in massa. Ogni seggiolino è pieno. Gli Ultras Trieste si accomodano nella “Curva Furlan”, all’opposto della “Curva nord” del Grezar: in questo modo eviteranno le sferzanti raffiche di bora negli anni a seguire, lasciando volentieri questa gioia ai tifosi avversari. Il giorno prima sulla città si era abbattuto un terribile nubifragio che aveva messo in dubbio la partita. Un segno. Un avvertimento.
La partita è una festa. I tifosi ospiti, della Vis Pesaro, si presentano con delle simpatiche magliette in cui hanno fatto stampare una cravatta e con uno striscione sui cui si legge “Grazie per l’invito”. Anche loro sanno di essere semplicemente ospiti di una straordinaria orgia alabardata. La Triestina domina. Colleziona 16 calcio d’angolo (a 0…). L’arbitro nega due rigori abbastanza evidenti. I pesaresi non fanno troppa resistenza, ma la loro porta sembra stregata. In soldoni: un tiro in porta della Vis e vittoria per 1-0. Qualcuno, camminando su piazzale Valmaura, cercando la fermata della 10 per tornare in città, già borbotta: “No xe che sto stadio porta sfiga?”. Un visionario malinconico o il solito pessimista cosmico?

Per dare una prima risposta bisogna fare un passo indietro di quarantasei anni. Stagione 1946-47: Trieste è occupata da americani e inglesi, che governano la città. Il Governo Militare Alleato vieta alla Triestina di giocare le partite in casa e l’alabarda chiede ospitalità e la ottiene al Moretti di Udine. Ma la stagione senza partite casalinghe si conclude in maniera disastrosa con l’ultimo posto nella Serie A. La federazione decide però di riammettere la Triestina nella massima serie, anche per questioni politiche. Il presidente Leo Brunner decide di affidare la squadra ad un giovane Nereo Rocco che, riabbracciato lo stadio comunale di Valmaura, chiude la porta in casa e non perde una partita. Arriverà uno storico secondo posto, con 49 punti. Il pragmatico Rocco siederà sulla panchina della squadra cittadina per altre due stagioni cogliendo degli ottimi risultati. Ma alla vigilia della stagione 1950-51 un battibecco tra Rocco e la dirigenza, certamente non privo di qualche sonora imprecazione blasfema…, pone fine all’esperienza del “mulo” che torna a lavorare nella macelleria del padre. Brunner chiama sulla panchina uno dei personaggi più emblematici della storia del calcio, il magiaro Béla Guttmann. Quello della “maledizione” di cui sopra. Che sia questa sovrapposizione di blasfemia, rancori, nomi, ricorrenze, a dare il via a quella maledizione che colpirà l’alabarda quarantuno anni dopo?

Ma torniamo con il racconto al 1992: la stagione si concluderà con più bassi che alti e la squadra mancherà la promozione chiudendo al quarto posto. L’anno successivo, nonostante il contentino di una Coppa Italia di serie C, vinta proprio al Rocco, contro il Perugia, la società fallisce e chiude baracca e burattini.

L’Alabarda riparte dalla serie D. La squadra è subito competitiva ma deve scontrarsi con il super Treviso, che promozione dopo promozione arriverà direttamente in serie B. Lo scontro diretto decisivo si gioca proprio al Rocco, gnianche dir! Accorre un pubblico eccezionale per un’interregionale. E gnianche dir!, finisce 1-2, con il Treviso che porta a casa il break decisivo e conquista il primo posto. La Triestina, seconda, verrà comunque ripescata per meriti sportivi e approda in C2.
Seguiranno alcune stagioni interlocutorie, con la squadra che manca sempre la promozione alla terza serie, perdendo anche quattro playoff (e incontrerà in ben due occasioni la Vis Pesaro, quella del 18 ottobre, oltre agli arcirivali del Livorno e ad un famigerato ex, Sandrin che la condannerà nella finale di Mantova). Sembra solo qualche anno sfortunato ma non è nulla rispetto a quanto succederà negli anni successivi, prima con il trionfo e successivamente con le disgrazie. Tra i ricordi di culto di quegli anni il pugno sferrato da un tifoso al portiere livornese Boccafogli (“un caloroso saluto”, cit.), con arbitro e polizia presi da una sorta di trance emotiva, incapaci di reagire. Una scena surreale e tragicomica. L’eroe di quegli anni è invece il “nasutoEnzoGambaro, che dopo una lunga carriera in Serie A e due esperienze all’estero, al Grimsby Town e allo Sturm Graz, sverna per una stagione a Trieste dove colleziona 28 prestazioni al limite dell’imbarazzante. Tutt’ora la definizione di “ciodo” (trad. chiodo) è quella che lo accompagna nei ricordi dei tifosi.

Enzo Gambaro. Il più amato.

Nella stagione 2000-2001 il piemontese Amilcare Berti diventa presidente della società. Cipiglio da sceriffo, sguardo truce, modi poco affabili, finissima intelligenza e sapienza da cinico stratega consumato. Il suo lavoro è quello di “salvatore”: compra aziende decotte, sull’orlo del fallimento, le ristruttura, le fa rinascere e poi le rivende al miglior offerente. Sceglie un allenatore che è il suo opposto, taciturno e serafico ma ambizioso e carismatico, Ezio Rossi. Il binomio porta la Triestina a due storiche promozioni consecutive: in città è l’orgasmo. Piccolo particolare: quel gruppo di giocatori passeranno alla storia come “Eroi di Lucca”, non “Eroi del Rocco”. Le due promozioni sono conquistate, va da sé, in trasferta. Dalla C2 alla C1 a Mestre e dalla C1 all’agognata B a Lucca, dopo 120 minuti al limite dell’epica, tra espulsioni, rigori sbagliati e un protagonista che il grande calcio l’ha visto solo con il cannocchiale: il veneziano Manolo Gennari, autore del rigore decisivo nei supplementari. Per tutta Trieste diventa “Robocop”, per la freddezza con cui spiazza il portiere avversario dopo oltre 100 minuti di fatica (qualche maligno aggiunge, anche per le movenze un po’ “robotiche” e non propriamente feline). Ancora oggi, in città credo siano una decina quelli che lo ricordano con il vero nome di battesimo. Per tutti è robocopgennari. Una parola unica. Un mantra. Uno slogan. Un’invocazione. Una sogno da tramandare ai piccini.

Rimane il fatto che Berti ha sconfitto la maledizione con un’astuzia degna dei grandi conquistatori: ai playoff si arriva da quinti, garantendosi il ritorno delle finali in trasferta, lontani dal Rocco. A mali estremi estremi rimedi. Una strategia degna di Sun Tzu: «quando sei forte, fingi debolezza». «Quando vuoi la promozione, qualificati ai play off per il rotto della cuffia» è il dogma imperativo. Gli infedeli lo chiamano “culo”. Ma per gli adepti è strategia.

Ma anche al Rocco, nella gara di andata, l’Amilcare sembra un estraneo. È epica la foto che lo ritrae in silenzio mentre guarda la Curva Furlan gremita completamente rossa. Sembra quasi una sfida, un duello. Tra lui e lo stadio. Tra la vittoria e la maledizione. Sembra quasi il rivale. Invece è il padrone di casa.

In serie B la squadra vola, è campione d’inverno (e che inverno, da queste parti, con temperature gelide!). Anche il Rocco sembra amico dei colori alabardati, come quando un lunedì in notturna il campano (di Sessa Aurunca, 22.000 abitanti in provincia di Caserta) Dino Fava stende il Napoli e porta la squadra al primo posto. Poi qualcosa si rompe, piovono accuse di “partite sistemate” (nemmeno troppo velate, con Berti che chiama in causa Angelo Pagotto e le sue debolezze che lo relegheranno ad una carriera infima, nonostante un talento mostruoso) e di sfavori arbitrali fin troppo evidenti (Nucini a Napoli…). Qualcun’altro dalle parti di Valmaura la ricorda come il “diktat di Moggi”. L’Amilcare sembra abbia pestato i piedi al Lucianone nazionale, che gliel’ha fatta pagare.
 
L'Amilcare e le sue cravatte.
Ma le prove mancano e possiamo solo dire che Berti si stufa, dura ancora un paio d’anni e vende tutto all’immobiliarista, architetto honoris causa (con un passato nelle giovanili dell’Inter, a suo dire), Flaviano Tonellotto. In un film americano sarebbe definito “un fottuto pazzo”, a Trieste viene subito appellato come un “fora coi copi”. La squadra, guidata da un monumentale Denis Godeas, si salva ai playout, giocati nella sfida decisiva in trasferta, gnianche dir!, a Vicenza.

La stagione successiva si apre con un folle tourbillon di giocatori, ne finiranno sotto contratto in 41, tra arrivi, partenze, rescissioni. Tra gli altri, presenze mistiche come Dino Baggio, Massimiliano Vieri, Marcello Albino, Malik Rezgane, Juan Manuel Landaida, Simone Groppi, Leonardo Raul Villa e soprattutto Massimo Orlando, 35enne ripescato dal prepensionamento nel Tamai in serie D. Per un paio di pomeriggi la fantasia vola: è provinato il figlio di Zico, Diagao Antunes de Coimbra, ma non solo non vale un’unghia del padre, ma nemmeno un paio di mutande sporche di un Moacir Bastos Tuta e poco dopo torna in Brasile. Da Andorra arriva uno stangone di 2 metri, difensore giramondo, capocannoniere della sua nazionale (con 7 reti): Ildefonso Lima Sola. Tonellotto impone il suo impiego in attacco. Non ne vuole sentire. Quel discreto marcatore deve diventare un bomber. I risultati, nonostante l’impegno dell’andorrano, fanno sembrare la sfida “scapoli-ammogliati” del primo Fantozzi la finale di Champions League. Verrà poi schierato a centrocampo, in una sorta di centromediano metodista, e solo come scelta disperata in difesa, il suo vero e unico ruolo, con il quale scaverà una dignitosa carriera. Tonellotto entra in contrasto con il capitano Godeas, uno che non disdegna la buona mangiata e il bicchierino di vino. Secondo il presidente gli atleti devono nutrirsi con cibi macrobiotici (anche se il buon Presidente, riportano i testimoni, ha una dieta più “sostanziosa”: nella sala stampa del Friuli, quando si recava a guardare i “cugini”, mangiava qualsiasi cosa gli si presentava davanti). Il tofu diventa il piatto principale della dieta. Poco meno di uno stuzzichino rispetto ad un bel piatto di ćevapčići o di gnocchi con il gulasch, prelibatezze della Trieste multiculturale.
La gestione della società è tragicomica, gli allenatori saltano come fossero in coda al banco salumi: “chiamiamo il numero 45”. Dopo l’ennesimo licenziamento proclama: «la formazione la facciamo io, Totò De Falco (bomber storico della Triestina e allora DS) e mio cognato Vittorio Meneghin (suo cognato, appunto)». Sembra la reincarnazione in versione tuttofare presidente-allenatore della “Iena del Tavoliere” Oronzo Canà: « Mentre i cinque della difesa vanno avanti, i cinque attaccanti retrocedono e così viceversa. Allora la gente pensa: «Ma quelli che c'hanno cinque giocatori in più?» Invece no, perché mentre i cinque vanno avanti, gli altri cinque vanno indietro, e durante questa confusione generale le squadre avversario si diranno: «Ah! Ah! Che cosa sta succedendo?». E non ci capiscono niente». A Pescara la squadra vince 1-0 dopo pochi minuti: Vierchowood durante il primo tempo fa una mossa tattica per salvaguardare il risultato, Tonnellotto in panchina si avvicina è gli dice «Vierchowood, lei è licenziato, i cambi li faccio io». Finisce 5-1 per gli abruzzesi. Il suo sogno è avere un allenatore che «vada nelle discoteche e prenda per le orecchie quei puttanieri dei giocatori», parole testuali. Arriva un fisioterapista-santone argentino, tale Miguel Enrique, che dura poco più di una settimana. Le soluzioni salvifiche di T8 (il “nickname” con il quale è ormai passato alla storia) finiscono in televisione. È una specie di clown. Propone di aprire un “Triestina store” nella periferica Via Tonello al numero 8. Via Tonellotto, praticamente. Puro auto-culto della personalità. Ma all’apparenza il gioco sembra funzionare e con un gol di Minieri la Triestina sbanca Bologna e si trova in zona promozione. Piccolo particolare: in cassa non c’è un euro. Si è mangiato tutto il “barbón”. Tutti i migliori vengono svenduti o regalati. Tonellotto prova a fare cassa con la vendita di Godeas al Palermo, ma i soldi pattuiti e versati da Zamparini non passeranno mai per le casse alabardate. La farsa è finita. Tonellotto “regala” la squadra alla moglie, Jannine Koevets, che qualche anno dopo dichiara: «di solito per far colpo su una signora le si regala una Ferrari o dei gioielli. Lui invece comperò una squadra, ovviamente, contro la mia volontà». Monta la contestazione, Tonellotto sfiora l’aggressione fisica («a Trieste stanno tutti dalla mia parte», aveva dichiarato). La Triestina entra in amministrazione pre-fallimentare ed è ad un passo dal secondo fallimento. La squadra si compatta e si salva sul campo: i giocatori vanno sotto la curva e cantano con i tifosi “Tonellotto barbón”. Tutt’ora, al Rocco, campeggia su una scalinata una scritta, con una lettera per scalino in una sorta di ordine geometrico-letterario perfetto: quindici scalini, uno per lettera “TONELLOTTO MONA”, spazio compreso. Ad imperitura memoria. Con gli occhi sognanti di un tifoso, sembra un talismano per scacciare il sacrilegio.
 
Flaviano e le sue geniali trovate
La società, dopo una trattativa che vede in campo il Comune e il curatore fallimentare, passa nelle mani del rampante “prosuter” e vinicoltore friulano Stefano Fantinel. Dietro alla faccia pulita, al successo in Lega, ai “conti a posto” sbandierati, si cela una trama sulla quale la magistratura sta indagando: sottrazione di denaro, compravendite gonfiate, consulenze a società di comodo, svendita di giocatori, acquisti misteriosi (come l’emblematico Sodinha) e svalutazione della squadra, nel periodo sotto indagine sembrano addirittura 8 milioni di euro i soldi sottratti dalla casse societarie. Eclatante è la vendita di Davide Bariti al Napoli per soli 10.000 euro. E poi c’è l’apice dell’umiliazione ai tifosi, alla squadra, alla città, con quell’infame installazione dei “tifosi di cartone” con la conseguente chiusura della Gradinata intitolata al bi-campione del mondo Gino Colaussi. Una vergogna che fa il giro del mondo. Ma a fare scalpore sono le dichiarazioni di Carnelutti, vice presidente: «Trieste dovrebbe fare una statua a Stefano Fantinel». L’omaggio nei confronti dell’indimenticato (in negativo) presidente arriva un paio d’anni dopo, quando si scontrano il San Daniele, di proprietà della famiglia di vinicoltori, e la nuova Triestina. I tifosi alabardati giungono in terra friulana con centinaia di maschere con la pingue faccia di Fantinel e il naso da maiale. Superate anche le ferree disposizioni del questore competente, che riteneva i fogli di carta degli “strumenti atti ad offendere”, la curva alabardata è un tripudio di “faccioni maialosi”. Il nostro omaggio. Per la cronaca, finisce 3-0 per la Triestina. In trasferta, ovviamente.
 
I tifosi di cartone.
Sul campo, dopo un paio di anni interessanti, la squadra crolla: «el pese spuza dala testa» recita un vecchio adagio. Nel 2009-2010 arriva ai playout contro il Padova. All’andata, all’Euganeo, finisce 0-0, con una partita sotto controllo. Al ritorno basta un pari per non retrocedere. Ma la legge del Rocco non perdona: finisce 3-0 per gli ospiti che festeggiano la salvezza sul campo. La partita ancora oggi è circondata da un alone di mistero: c’è chi parla di un “aiuto” da parte del presidente patavino per accomodare qualche alabardato. I fatti raccontano di Princivalli, capitano della squadra, che dopo l’infortunio nel primo tempo abbandona indignato lo stadio, di Pasquato relegato in tribuna, di Arrigoni, il tecnico, che scappa dallo stadio subito dopo la gara, senza rilasciare nessuna intervista (con i bagagli già pronti in macchina).

Sembra la fine della gestione Fantinel. Ma l’insperata ancora di salvezza arriva in estate con il ripescaggio (pagato da Cestaro, come confermato da lui, ebbro, in diretta tv?) in serie B. La squadra è però priva di valore e retrocede nuovamente, perdendo in casa, gnianche dir!, il derby con il Vicenza. Nel frattempo ci si toglie la soddisfazione (…caroselli in città, potete immaginarlo…) di vincere la prestigiosa “Capodanno Cup”, ospitata da Malta, con annesso “pittore o becchino” (cit. “Nanu” Galderisi, unica gioia) ad decantare le gesta dei nostri eroi. A pensarci, mi viene ancora da piangere. E non per la gioia.

In estate Fantinel trova un compratore per la squadra. I maligni dicono, e spesso ci azzeccano, che abbia trovato un “utile idiota” per coprire i suoi debiti e le “piste nere”. Rimane il fatto che Sergio Aletti rimarrà nella storia del calcio, oltre che per la sua fragorosa obesità (che combatteva mangiando 8 porzioni di tiramisù alle cene dei Triestina Club), al cuore ad un passo dall’implosione (che combatteva fumando sigari come un turco) e all’aspetto fisico che lo faceva sembrare una sintesi tra Shrek e il Gabibbo (che combatteva portandosi dietro come compagna una “velona” d’annata), per essere riuscito nell’impresa di far fallire due squadre in un anno: Ravenna e Triestina. Bastano cinque mesi per far affondare la nave alabardata, nonostante la “competenza” di compagna, figlia e genero, tutti inseriti in società a vari livelli, con “Sergione” che fugge verso la sua Romagna con una Fiat Punto rubata alla società (e la abbandona al ciglio della strada perché rimasto senza benzina), dopo aver blaterato di sponsor inesistenti (dalla Hyundai a Gardaland), di progetti fantasmagorici (dalla Cittadella Alabardata o Casa dell’Unione al nuovissimo pullman accessoriato, pronto ad essere parcheggiato sotto casa dell’autore di queste righe…), di giocatori di fantasia (come un improbabile sudcoreano [in Lega Pro non era previsto l’acquisto di extracomunitario] o il talento argentino Gaston Peralta, presentato come “il nuovo Zanetti”, in realtà l’uomo del mistero), di improbabili investitori australiani (“lo zio d’Australia”), di malattie inventate al momento di firmare gli assegni (un ictus con guarigione record in un paio di giorni) e di aggressioni avvolte nel mistero investigativo. Interviene costantemente sui social: ogni suo messaggio sembra una preghiera sanscrita, una poesia futurista, un delirio trash: «Ci proviamo Cristina, sperando sia una nebbia naturale...Sai bene che se ad esempio fossero lacrimogeni ...Sai che è sempre un'emozione scriverti». Ma la leggenda è raggiunta con l’ultima dichiarazione da Presidente, rilasciata di fronte al tribunale giuliano: «Triestina... Triestina... Triestina!!!... deve esser da ora in avanti... che quando mi arrabbio poi riesco anche a dire parole con... Triestina deve essere... eeehhh... non QUAQUARAQUA!!... Triestina... se ci son problemi... si viene da me a dirlo!!!... non da voi a dirlo!!!... se qualcuno è questo... Triestina nuova cambia» (un ringraziamento ad Alan per la trascrizione integrale). Poteva chiosare con un «kalimaaaa!» per completare questa straordinaria esibizione da attore consumato, con la chicca della finta convalescenza. Per raccontare tutte le storie assurde di quei cinque mesi non basterebbe un libro. Di fantascienza, naturalmente.

Di tutta questa farsa ci rimane un solo enorme dubbio, al quale solo l’ex DS Antonio Recchi (“gran figlio di portiere”, cit.) può rispondere: ma Gaston Peralta, esiste? A suo tempo mi ero speso in prima persona in un’infruttuosa ricerca telematica del fantasmagorico talento argentino. Ovviamente senza trovarne minima traccia, se non un probabile omonimo sedicenne autore di un clamoroso gollonzo da centrocampo in un torneo minore argentino. Tutto tempo perso, caro signor Recchi? Non QUAQUARAQUA!!
 
Sergione e signora. La classe al potere.
Sul campo si assiste a prestazioni imbarazzanti, con il mister Giuseppe “Nanu” Galderisi a guidare una banda disperata con scelte tattico-strategiche tragicomiche come il lancio rugbystico dal calcio d’inizio (che non solo non ha mai fruttato un’occasione da gol, ma ha causato almeno 3-4 contropiedi avversari insidiosi), l’attesa (“deve riscaldarsi!”) prima di sostituire un giocatore infortunato con la squadra in 10 che subisce 2 gol in 1 minuto o il cambio difensore-attaccante con la squadra avanti di 2-0 e raggiunta sul 2-2. Tutto al Rocco. Il culmine è però raggiunto in trasferta con un imbarazzante Prato-Triestina 5-0 e la squadra che finisce in 8 per tre espulsioni. Ma è al Rocco che si chiude la stagione con la finalissima Triestina-Latina. Ritorno dei playout. All’andata i ciociari hanno portato a casa il 2-0. Ma l’impresa per la Triestina sembra tutt’altro che impossibile, nonostante qualche assenza di troppo. Basta segnarne due senza subirne. Ma, come detto, siamo al Rocco. E nonostante due punizioni di Allegretti finisce 2-2. Gnianche dir! La stagione si chiude con l’ennesima beffa: Ildefonso Lima (ex idolo della curva, l’uomo dalle mille sceneggiate, il fratello di quel Toni Lima buggerato e umiliato da uno scatenato Ruud Van Nisterlooy, in un memorabile Olanda-Andorra 4-0), tornato a Trieste dopo qualche stagione in Svizzera si da per malato, salta tutta la fine della stagione e ritorna sui Pirenei. “Non è recuperabile” garantisce Galderisi. Due giorni dopo la gara di playout è in campo per 80 minuti con la sua nazionale (“i miracoli di Andorra lab”, cit.) contro l’Azerbaijan. Chissà se anche da quelle parti c’è una maledizione legata ad uno stadio…che ne so la “maledizione del Bakcell Arena”?!

La sceneggiata. Il pezzo forte di Ildefonso Lima.
Finisce così l’epoca Aletti e con la sua successiva morte si chiude forse il capitolo più nero della storia alabardata con molti lati ancora più oscuri. Il dubbio, però, si trasforma in certezza: “la maledizione del Rocco” esiste!

Il “simbolo” di questo periodo è il mitico Riccardino Gissi. Uomo adorabile e professionista serissimo, va detto. Ma una carriera che si chiude in modo (sportivamente) tragico: 2005-06 retrocessione con il Catanzaro; 2008-09 retrocessione con il Treviso; 2009-10, 2010-11, 2011-12 tripla retrocessione con la Triestina. Un incubo. Oggi è il capitano nella Lupa Frascati (che a quanto mi dicono non ha uno stadio intitolato a Nereo Rocco, ma a Pietro Desideri), squadra da battere della serie D laziale, dalla quale, sembra, non dovrebbe retrocedere. In boca al lupo, Riccardino!
 
Riccardino Gissi
La nuova società, messa (circa) in piedi dal sindaco, riparte dall’eccellenza regionale. Buttata su nell’arco di un paio di settimane con una dirigenza improvvisata e un tecnico poco più che amatoriale (sostituito nel corso della stagione da Costantini, vecchio capitano di mille battaglie), l’Alabarda si trova a fronteggiare la “corrazzata” (sic!) Unione Fincantieri Monfalcone. Nello scontro diretto al Rocco (in realtà si doveva giocare al Comunale di Monfalcone, ma avverse condizioni meteorologiche e una gestione non propriamente astuta dell’ordine pubblico hanno causato l’inversione del campo) sono Zetto e Muiesan, due “muli” triestini, a portare a casa la vittoria. Sembra, per l’ennesima volta, la fine della maledizione.

Ma poi la squadra perde qualche colpo (soprattutto al Rocco, gnianche dir!) e arriva seconda. Si aprono le porte dei playoff e la Federcalcio gioca un brutto scherzo: oltre alle trasferte lunghissime (Trieste al confine con la Slovenia, Dronero al confine con la Francia, St. Martin al confine con l’Austria…sembra di essere in Europa League), decide che l’eventuale finale di ritorno si giochi al Rocco. Ahia!
Liquidati gli austriaci del St. Martin (che il mitico Fulvio Germani, ex speaker, archetipo e personaggio totemico del Rocco, pronuncia alla francese “san martén”) la Triestina (apostrofata “merde, ma in senso bon!” da un aficionado) gioca la finalissima con la Pro Dronero, società che festeggia il centesimo anno della fondazione e che vanta di aver avuto Giolitti come presidente (sai che roba…tutta Italia ha avuto Giolitti come presidente e non è che va in giro a vantarsi…).
Nel campo parrocchiale di Dronero si chiude 1-1 con gli alabardati che sembrano in grado di vincere agevolmente ma sono bloccati da un nubifragio nel secondo tempo (ricordi del 17 ottobre 1992…). La stella della Pro Dronero è l’argentino Fabricio De Peralta (quasi omonimo del “Mister X” che doveva essere la superstar del mercato invernale di Aletti…) con un passato di bomber anche ad Andorra (altro oscuro presagio…). Tre presagi. Tre maledetti presagi.

Per la gara di ritorno accorrono oltre 6.000 tifosi: sembra il giorno della Redenzione. Si gioca per la D, ma l’entusiasmo e di almeno due categorie superiori. Ma il Rocco non perdona. Dopo mezz’ora è 0-3 per la Pro Dronero, gnianche dir! Spinti dalla forza della disperazione gli alabardati provano a raddrizzare il risultato e riescono a segnare 3 reti. A 20 dal termine è 3-3. Basta solo un tiro sbilenco, una deviazione, un colpo di testa per centrare l’impresa storica. Per avere finalmente da ricordare i primi “Eroi del Rocco”. Non succede più nulla. Il Rocco chiude la saracinesca. Sotto la Furlan l’arrembaggio è sterile. Altra gara decisiva e, gnianche dir!, altra sconfitta. Questa volta ulteriormente gravata da una categoria che non appartiene alla novantacinquennale storia della Triestina.
Nel frattempo, però, dalle parti dell’Acquedotto, Longera, Valmaura, Roiano, Barriera, Rozzol, San Giacomo, San Giovanni, Piazza Unità, Città Vecchia, Borgo, Melara, Altura, più di qualcuno quest’estate avrà goduto, avrà provato un brivido di gioia: preliminari di Europa League, Udinese – Slovan Liberec 1-3. Dove? Al Rocco, ovviamente. E dove sennò? “Vara” qualcuno avrà detto “ghe gavemo passà la sfigà ai lanfur” (sotto l’Impero Austroungarico, i triestini che finivano al fresco usavano come stratagemma per non farsi capire dalle guardie l’inversione delle due sillabe di una parola, usanza diventata di moda a cavallo tra anni ’80 e ’90, tanto che molte parole ormai sono di uso corrente).
Ventun anni di storia con alcune gioie indescrivibili e un museo degli orrori senza soluzione di continuità. Abbiamo ricordi ottimi di calciatori come Aquilani, Parisi, Cacciatore, Longhi, Mantovani, Galloppa, Siligardi, gli anni d’oro di Pagotto, un Eliakwu in stato di grazia, Godeas(con il suo record di ben 4 “ritorni in maglia alabardata”), Allegretti, Ferronetti, “Totò” Criniti (suo uno dei più bei gesti tecnici mai visti sul verde del Rocco, con uno stop volante di tacco su lancio di sessanta metri, altro enorme talento fottuto dal cervello), “Gege” Rossi, Mantovani, Zanini, “Ciccio” Bega, Gorgone, Marchini, “Pippo” Masolini, un Borriello infante, “El Diablo” Granoche, “El Gube” Gubellini, “Brad Pitt” Rigoni, il bomber di Champions Piovaccari, il sontuoso Davide Moscardelli allorasbarbatello ma già mascellone, oltre a straordinari professionisti come Emanuele “gel” Venturelli, Gianluca “Sindaco” Birtig, Andrea “Savonetta” Pinzan, Mauro “il Conte” Briano, Jehad “Mu Mu” Muntasser, Andrea “The Word” Parola, Paolo Scotti, Alessandro De Poli “na-na”, “Giorgione” Kyriazis, “il generoso” Emiliano Testini [ma ci aggiungerei anche gli scalcagnati “mini-eroi” dell’eccellenza, da Del Mestre a Cipracca, da Piscopo al “Toro” Araboni, da “Aladino” Franciosi a Paolucci, da Muiesan a Cardin (“pronuncia Cardén”, cit.), da Kalin (di cui custodirò gelosamente la maglia numero 16, conquistata a Dronero, dopo 700 chilometri e 1 ora sotto il diluvio) al “Premier” Monti, e molti altri… giusto ricordare anche loro, che con la loro-nostra scalognata “armata brancaleone” hanno sempre onorato la maglia]. Ma come a specchio, a causa della dantesca legge del contrappasso (senza la quale, la “maledizione del Rocco” non esisterebbe, ovviamente), abbiamo subito la visione del “Suino di Sidney” Max Vieri, di Andrea Cossu (solo omonimo del cagliaritano e con una carriera chiusa come fotomodello di intimo maschile), del “caminador” Matias Miramontes, del concreto Babù, del giovanissimo Oscar Magoni, di Roberto Gimmelli (Tavano ancora ride a pensare a quel Triestina-Empoli…), di Claudio Pani (successivamente protagonista di un memorabile scambio di opinioni con il leader degli ultras piacentini, Davide Reboli), del “bellissimo” Omar Roma, gli astemi Jaroslav Šedivec e Adrian Piţ, di Dan “salto poco” Thomassen, di Francesco “Ciccio” Evola, di Pietro “Neanderthal” Sportillo, di Darietto D’Ambrosio (il fratello scarso), di Alessio “fasetta” (cit.) Tombesi, di Catilina Aubameyang (figlio di Pierre, storico capitano del Gabon e già alabardato, e fratello di Willy, ora al Borussia), di Sebastian Berko e di tanti (troppi) altri… Ma soprattutto e sopra tutti Filippo Medri. Uno dei “baciati dal Sistema GEA” quindi “da Dio”. Un mistero tragico, non buffo.

In conclusione: "la sintesi della disgrazia" o "l'apice dell'apoteosi dellaschifezza" per dirla come il fine panettiere Antonello, maître à penser, dell’universo alabardato.
 
 
Una "figu" da brividi
La “maledizione del Rocco”, quindi. Qualcuno obietta che comunque abbiamo uno stadio stupendo. Che qualche bella partita l’abbiamo vista. Che qualche godimento ce l’ha regalato (così, a mente, Triestina – Livorno 4-3, Godeas-Moscardelli-Moscardelli-Aquilani, con il Mosca che segna rubando la palla di mano a Pavarini e Aquilani che insacca al novantaduesimo). Che momenti di puro giubilo li abbiamo vissuti (l’intera curva che inneggia all’arbitro Brighi dopo due rigori regalati al Bologna ed esulta ad ogni fallo fischiato). Ma in fin dei conti questo resoconto della mia vita di tifoso degli ultimi 21 anni (quando l’hanno inaugurato, ricordo, a 9 anni, il groppo in gola) è tutto riassunto nel busto che sta dietro alla Tribuna centrale: il busto del nostro caro Nereo Rocco, senza il suo proverbiale sguardo truce e il cipiglio da “boba de San Giacomo”, ma con occhi malinconici e soprattutto abbandonato nella sporcizia, ricoperto di escrementi di piccioni. Una vergogna, che si somma alla maledizione.

E lo immaginiamo, il Paròn, che dall’alto guarda lo stadio che porta il suo nome ed esclama, con il tipico sarcasmo: “ma cossa…no gavè ancora capì che sto mona de stadio porta sfiga? Sveieve! Buttè zo tutto o regaleghelo ai furlani”.

Non so se sotto al Rocco vi sia un cimitero antico, se da quelle parti abitava qualche serial killer, se è la troppa vicinanza con la Risiera, con il cimitero di Sant’Anna o l’area rarefatta e inquinata della Ferriera di Servola (la sorella gemella dell’Ilva di Taranto). Se prima della costruzione bisognava sgozzarci una capretta o bagnarlo con il sangue di una vergine. So solo che quando ci entro mi emoziono sempre. Come la prima volta. E in fin dei conti, maledizioni o meno, non riuscirei a staccarmene. E immagino che quel malinconico visionario del 18 ottobre di ventun’anni fa sia ancora lì sugli spalti a gridare “I disi che semo matti e fora de testa, ma a noi alabardati no ne interessa”.

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Fonti:

- Dante di Ragogna, Storia della Triestina. Dalla fondazione ai giorni nostri, Luglio editore.

- Luca Dibenedetto, I pionieri alabardati.

- I circuiti neuronali in cui alberga la mia memoria.

- I forumisti del Triestina forum - Nucleo Rindondo e de El sito de Sandro, amici e non.

- Le centinaia di tifosi con cui ho scambiato qualche impressione e con i quali ho condiviso un’imprecazione sugli spalti del Rocco e di altri “stadi” in giro per l’Italia.

24 commenti:

  1. Un gran piacere, grazie!

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  2. Per l'esattezza "Robocop" Gennari è di Bolzano, non di Venezia. Nonchè ragazzo simpaticissimo e compagno di molte uscite adolescenziali, quando giocava di punta con Inzaghi nella Primavera del Piace.

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    1. Chiedo venia per l'errore, ma volutamente ho puntato più sui ricordi rispetto ai dati statistici. Comunque Robocop era uno dei miei idoli, forse perchè era tra i più criticati prima di Lucca. Dopo Lucca poteva anche fotterti la moglie che comunque lo idolatravi.

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    2. Alessandro Orlando, non Massimo, epico racconto comunque! bravo

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  3. Complimenti vivissimi all'autore.

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  4. Bellissimo, altri colori ma mi ci ritrovo in pieno.
    E aggiungo un ricordo personale, un comodo Triestina-Torres 1-4 di fine anni 90

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    1. Alla prima di campionato, giusto?

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    2. Esatto. E poi l'anno dopo 4-1 per l'Unione

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  5. Un capolavoro, complimenti Bagozzi. Sono troppe le cose da commentare. L'astemio Pit, il talento di Criniti (ammirato anche da me e Nesat alla Lodigiani), quel talento inespresso di Zanini, la milf con cui si accompagnava Aletti, i tifosi di cartone (che infamia!), la Lupa Frascati (dove insieme a Gissi ha scoperto Nesat che gioca anche Diamoutene), Enzo Gambaro e cento altre cose. In tutto questo vi siete anche dovuti sorbire le partite del Cagliari. Penso che di tutto questo bisogna parlarne a voce, magari mentre mangiamo una pizza alla pizzeria Number One:

    http://www.lacrimediborghetti.com/2013/01/note-calcistiche-margine-di-un-viaggio.html

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    1. Assolutamente si!
      Su Pit segnalo: si presenta ubriaco all'allenamento del mattino. Il mister (mi sembra Somma) lo manda a casa e si raccomanda "ultima volta!". Due giorni dopo stessa scena, solo con il finale "fuori rosa". Splendido.

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  6. Peraltro sempre tra i commenti a questo vecchio post su Trieste (http://www.lacrimediborghetti.com/2013/01/note-calcistiche-margine-di-un-viaggio.html) si ricordano due fatti inquietanti: che Allegretti scopava un casino e che Eder Baù segnò un gol contro la Roma.

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    1. E si ricorda anche l'Ospedale di Cattinara, che nell'immediato post-Cernobyl fu scambiato su Rai1 per le prime immagini dopo l'incidente in Unione Sovietica.

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  7. malinconico. quindi, nella mia personale scala di valori. meraviglioso. per omonimia di cognome, la figu di maurizio costantini (di quelle in coabitazione con un compagno di squadra, come da tradizione per la serie b) per me era seconda solo a quella di platini.

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  8. Una delle cose più belle che abbia letto qua.

    Appunti sparsi:

    1) Pagotto l'ho sempre odiato, qui a Empoli si comportò molto male e, a dirla tutta, non gli ho mai visto questo talento che, se presente, ne avrebbe in parte giustificato le uscite poco simpatiche (prendiamo come non confermata, e quindi non consideriamo, la storia dello scambio Pagotto-Nakata sulla droga a Perugia).

    2) La partita a Lucca che tu citi è quella del rigore sbagliato da Eupremio Carruezzo? (idolo nonchè calciatore con la migliore combo nome-cognome di sempre- anche se sono molto affezionato pure a "Espedito Chionna")

    3) Geniale lo slang a sillabe invertite, mi ricorda il "vesre" argentino.

    4) Come qualcuno scrisse qua tempo fa, per le vicissitudini societarie più che la maledizione del Rocco, mi sembra agisca più la maledizione del Mar Adriatico!

    5) Mario Somma mammamia mammamia.
    Dato che sembri così informato, anche da voi giravano voci su sue strane attività?
    Comunque non si può dire che non sia un allenatore visionario, ricordo nel 2004 che in piena lotta promozione si era trasformato in un incrocio fra uno sciamano, un oracolo e un rabdomante. Facevamo gol anche con quattro rimpalli a fila. Mai più successo.

    6) A quando risale la partita Gimmelli-Tavano?

    7) Che bravo che era Godeas, che simpatici i pesaresi con la cravatta.

    8) Leggendo "Ravenna" sono rimasto scosso, avevo completamente rimosso questa squadra, che stette anche tanto in B. Spariti? Ricordo Dell'Anno e Buonocore ...

    9) I tifosi di cartone non ve li meritavate ...

    Grazie

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    1. 1) Pagotto si è comportato molto male anche qui. Ma nell'anno in cui ha giocato senza "grilli per la testa" è stato mostruoso.
      2) Si quella
      3) E in città ci sono degli specialisti anni '80 che possono parlare per ore in quel modo...
      5) Personaggio particolare sicuro. Strane attività non mi risulta.
      6) Credo 2003-2004
      7) Dennis, nonostante viaggi per i 40, fa ancora la differenza in CND. Peccato che manchi il resto (soprattutto una società seria...).

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  9. Non c'entra nulla, ma un mio amico alle elementari è stato compagno di classe di Muntasser.
    Gran bel pezzo comunque...

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  10. Bellissimo pezzo, che mi fa venir voglia di scrivere quel famoso articolo sul Prato che ho in canna da mesi.

    Ma l'autore è anche il curatore del blog "Chollima Football Fans" sul calcio nordcoreano?

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    1. Grandissimo, ho letto il libro e seguo sempre il blog. Sono anche riuscito a trovare in rete un database appositamente modificato per attivare il campionato nordcoreano (e le varie rappresentative nazionali) a Fm2013, uno spettacolo!

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    2. bene...allora ti anticipo il sequel ;) ...a breve novità!

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  11. Spettacolare. Ricordo tutto perfettamente. Dalla C2 alla B ero abbonato al Rocco ed ho vissuto quegli anni con grande entusiasmo tra la curva Furlan e la vita triestina tra bagordi e cori per l'Unione in ogni locale (non scorderò mai in piazza Unità Gegè Rossi che sorreggeva Allegretti imbriago smarzo, Godeas da Marino e i vari Ciullo, Aquilani e Ferronetti al Mandracchio). Emozionante l'ultimo incitamento che tutt'ora cantiamo anche in serie D, oltre la categoria. Ancora complimenti.

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  12. Una parabola societaria dolorosamente sperimentata. Ho fatto il quinquennio 2001-2006 all'Units e ho visto da vicino le due promozioni consecutive e lo scempio Tonnellotto (barbon). Due miei cari amici si facevano anche le trasferte ed io, povero e spiantato, vivevo solo i loro racconti, complice un odio spropositato per la Triestina, i tifosi fascisti e un generale senso di estraneità verso quel tifo becero. Tuttavia l'anno di Tonnellotto è stato qualcosa di mistico: il lunedì sul giornale c'era sempre una sua sparata e ricordo benissimo quella buona forchetta di Godeas alzarsi e andare via. Come ricordo la brunetta scjava (o comunque sangue misto) ingrumarsi sui divanetti del Mandracchio con Allegretti. Ragazze così non le fanno più: le bastava giusto un po' di mdma che trovava nei dispenser che davano in dotazione all'Ambasada Gavioli (izola) ai bei tempi. Tette d'altra generazione, giuro.

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  13. Bellissimo. Quante storie e memorie condivise. Adesso e per sempre, Forza Unione!

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