mercoledì 25 dicembre 2013

Imma e il Barcellona. Un racconto di Natale




Para venir a poseerlo todo,
no quieras poseer algo en nada:
Para venir a serlo todo,
no quieras ser algo en nada.

San Juan de la Cruz

Ti ricordi, Imma, quando tornammo dal mare - era una fresca giornata di fine aprile, soleggiata, avevamo preso il treno ad Aragò e, dopo oltre un’ora passata a leggere i giornali e a guardare il Maresme fuori dal finestrino, eravamo arrivati a San Pol de Mar, e avevamo camminato senza meta per le sue strade di case bianche con l’intonaco macchiato dalla salsedine, prima di sederci al tavolo di un ristorante sulla spiaggia, con i piedi nudi nella sabbia e l’immancabile fritto di calamari – e, risalendo il Passeig de Gracia, trovammo la strada bloccata all’altezza della Diagonal, una folla tumultuosa assediata dietro le transenne, uno sventolio di senyeras rosse e gialle e vessilli azulgrana, tanto che ci dovemmo fermare, e fu anche piacevole per i nostri piedi martoriati dai granelli di sabbia nelle espadrillas, per attendere che passasse il corteo, il pullman scoperto, i giocatori festanti, la chioma bionda di Maxi Lopez, e tu mi chiedesti, con la faccia sorpresa ed elegantemente imbronciata, ma cosa sta succedendo? In quel momento pensai che tu, figlia del notaio, malinconica esponente della rigida borghesia catalana, cresciuta in una famiglia di soci del club, tu, con la tua carriera da giurista e i sogni da cantante d’opera, eri davvero una persona fuori dal mondo per non sapere che il Barcellona aveva appena vinto il campionato. Dopo quel giorno, dopo quella passeggiata, ve ne furono molte altre, quasi sempre inconcludenti, e per questo conservate nella mia memoria. Come quella volta che, dopo che finalmente avevi capito che mi piaceva il calcio, e che se il lunedì non ti accompagnavo al cinema non era perché non mi andava, ma perchè dovevo giocare in un campo arido e polveroso ai piedi del Monte Carmelo con una banda di sudamericani che, nel dedalo di strade intorno alla piazza dedicata a Francisc Macià, dove abitavi, si vedevano solo vestiti da camerieri, mi invitasti a vedere una partita importante – così diceva il messaggio, mi ha detto mio padre che stasera c’è una partita importante, non so cosa, vuoi venire a vederla a casa nostra? – e la partita importante era la finale di quella che un tempo si chiamava la Coppa dei Campioni, e io dissi di sì, che sarei venuto con piacere, anche se in realtà tutto questo piacere non lo sentivo, perché ero intimorito da tuo padre, il notaio, che, le poche volte che l’avevo incontrato, di solito fortuitamente quando ti accompagnavo sotto casa, mi dava sempre l’impressione di non fidarsi di me, di vedere nei miei occhi il desiderio sordido di deviare la carriera della figlia dal concorso notarile ai palchi dei teatri di provincia, o peggio, tuo padre temeva che io volessi entrare in te per entrare in società, quando io, in realtà, l’unica cosa che volevo, il mio desiderio più grande, era vederti seduta sulla terrazza di casa mia, al crepuscolo, era vederti contemplare la distesa dei tetti di Gracia, come tutto si diluiva in un colore indefinito tra l’arancione e il rosso, come tutto si disfaceva, e tanto meno avevo un’infanzia miserabile da trasformare in meraviglia perduta di fronte a un camino acceso nel Penedès. Quando segnò Belletti capii che il Barcellona avrebbe vinto, che il Barcellona avrebbe vinto sempre, e che io e te non saremmo mai stati insieme, perché tuo padre abbracciò tuo fratello e poi suo cognato, poi ti guardò con amore e guardò con amore sua moglie, che era uscita dalla cucina con uno scatto alla Eto’o e le presine in mano, tuo padre guardò tutti, ma non guardò me, perché sapeva che non tifavo il Barcellona, sapeva che odiavo il Barcellona, perché a me piaceva l’Espanyol, la sofferenza, le lacrime, aveva capito che ero una di quelle persone che detestano la normalità, il lento susseguirsi dei giorni a una temperatura tiepida, e aveva già iniziato la tua quarantena, aveva già iniziato a tenerti lontana da me. Quando a tavola mi chiese perché provassi tanta antipatia per la sua squadra, perché non condividessi neanche un frammento di tanta felicità, gli risposi, ma in realtà parlavo a te, che ogni vittoria del Barcellona non è altro che una reiterazione, una sterile ripetizione di un desiderio che già conosciamo, e che in assenza di mistero, il calcio, come l’amore, non trasmette nulla. Ma che importa?, mi troncò la frase, senza sfida, ma in realtà sfidandomi. Tutto è archetipico, caro Federico, però è. Devi imparare che nella vita le cose si fanno, non si sognano. Sulla strada del ritorno, per la prima volta, mi hai preso la mano, all’altezza della farmacia di tua madre, lì dove Tuset incrocia Travessera. Hai presente quando mi hai lasciato quel biglietto, la prima volta che siamo usciti, in cui mi hai scritto che volevi qualcuno che entrasse nella tua vita come un uccello che entra dentro una cucina e inizia a rompere tutto e a sbattere contro finestre e porte lasciando caos e distruzione, e poi siamo andati a casa tua e mi hai fatto ascoltare la canzone dei Migala a cui avevi rubato questa frase?, ecco, ti volevo dire che io non ce la faccio, mi dispiace tanto, ma non ce la faccio, ti amo ma non ho bisogno di te, ho bisogno di qualcuno che mi tenga con i piedi fermi per terra, che mi ricordi di andare a lezione e mi spenga il giradischi con la Bohème, mi dispiace ancora, perdonami, addio, addio mio caro Federico! Mentre parlavi, guardavo i tuoi capelli laboriosi, che mal celavano uno sforzo segreto e inutile, un sogno mille volte infranto e però intatto, quel sogno di risultare più attraenti di quanto lo si è. Arrivammo alla piazza della Virreina senza più dirci una sola parola. Le campane iniziarono a suonare. Era mezzanotte, ed eravamo accerchiati dai tifosi in festa che sciamavano con le sciarpe e le trombette verso il centro. Mi hai dato un bacio sulla guancia, un leggero sfiorare più che un bacio, un gesto che chiedeva scusa per tutti i peccati che avevi commesso, a partire da quello che stavi commettendo in quel momento. In tutti questi anni sei rimasta un mistero per me, Imma. Perché mai sarò venuto, in questi giorni di Natale? Cosa spero di ottenere, o semplicemente di scoprire? Sono passati più di sette anni da quel bacio alla Virreina, e fino alla settimana scorsa non avevo più ricevuto tue notizie. Ora sono sotto casa tua, di nuovo, come sette anni fa, con una tua lettera nella tasca del cappotto. Sono diventata un notaio, dice la tua grafia irregolare. E dice anche – in realtà non lo dice, ma lo riconosco - che sui fogli hai lasciato cadere tante gocce del tuo profumo al mandarino. Sapevi che avrei portato quei fogli alla bocca - perché la carta mi piace, e tu hai usato una carta francese, filigranata, irresistibile - e che in questo modo, quando avrei baciato un’altra ragazza, lo avrei fatto con il tuo odore sulle labbra.  

10 commenti:

  1. Quasi lacrime (e basta, non di Borghetti).

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  2. Letto il giorno di Natale, riletto stamattina sotto un diluvio genovese, tutto improvvisamente è diventato perfetto

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  3. che bellezza

    markovic

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  4. Per la cronaca, sono a Barcellona ma non l'ho ancora rivista...

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  5. ps peró ho giá venduto a Chi l'esclusiva sulle foto dell'incontro...

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  6. Jesper Blomqvist3 gennaio 2014 10:50

    Ma è opera tua?..un racconto vero?..o è tratto da un libro?e se sì da quale?

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    1. Ciao Jesper (stima), non è tratto da nessun libro, se non quello della mia vita (che gran frase, devo averla inconsciamente rubata a Moccia).

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  7. Vengo con questa mia a dirvi che siete veramente dei grandi e che anche se non ho mai commentato alcun post vi seguo con assiduità da pressing alto a tutto campo. Vi faccio i migliori auguri, non tanto per il nuovo anno quanto per la vita. Siete i detentori del triplete della vita avendo vinto nel cervello, nel cuore e nello stomaco.

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