mercoledì 25 dicembre 2013

Imma e il Barcellona. Un racconto di Natale




Para venir a poseerlo todo,
no quieras poseer algo en nada:
Para venir a serlo todo,
no quieras ser algo en nada.

San Juan de la Cruz

Ti ricordi, Imma, quando tornammo dal mare - era una fresca giornata di fine aprile, soleggiata, avevamo preso il treno ad Aragò e, dopo oltre un’ora passata a leggere i giornali e a guardare il Maresme fuori dal finestrino, eravamo arrivati a San Pol de Mar, e avevamo camminato senza meta per le sue strade di case bianche con l’intonaco macchiato dalla salsedine, prima di sederci al tavolo di un ristorante sulla spiaggia, con i piedi nudi nella sabbia e l’immancabile fritto di calamari – e, risalendo il Passeig de Gracia, trovammo la strada bloccata all’altezza della Diagonal, una folla tumultuosa assediata dietro le transenne, uno sventolio di senyeras rosse e gialle e vessilli azulgrana, tanto che ci dovemmo fermare, e fu anche piacevole per i nostri piedi martoriati dai granelli di sabbia nelle espadrillas, per attendere che passasse il corteo, il pullman scoperto, i giocatori festanti, la chioma bionda di Maxi Lopez, e tu mi chiedesti, con la faccia sorpresa ed elegantemente imbronciata, ma cosa sta succedendo? In quel momento pensai che tu, figlia del notaio, malinconica esponente della rigida borghesia catalana, cresciuta in una famiglia di soci del club, tu, con la tua carriera da giurista e i sogni da cantante d’opera, eri davvero una persona fuori dal mondo per non sapere che il Barcellona aveva appena vinto il campionato. Dopo quel giorno, dopo quella passeggiata, ve ne furono molte altre, quasi sempre inconcludenti, e per questo conservate nella mia memoria. Come quella volta che, dopo che finalmente avevi capito che mi piaceva il calcio, e che se il lunedì non ti accompagnavo al cinema non era perché non mi andava, ma perchè dovevo giocare in un campo arido e polveroso ai piedi del Monte Carmelo con una banda di sudamericani che, nel dedalo di strade intorno alla piazza dedicata a Francisc Macià, dove abitavi, si vedevano solo vestiti da camerieri, mi invitasti a vedere una partita importante – così diceva il messaggio, mi ha detto mio padre che stasera c’è una partita importante, non so cosa, vuoi venire a vederla a casa nostra? – e la partita importante era la finale di quella che un tempo si chiamava la Coppa dei Campioni, e io dissi di sì, che sarei venuto con piacere, anche se in realtà tutto questo piacere non lo sentivo, perché ero intimorito da tuo padre, il notaio, che, le poche volte che l’avevo incontrato, di solito fortuitamente quando ti accompagnavo sotto casa, mi dava sempre l’impressione di non fidarsi di me, di vedere nei miei occhi il desiderio sordido di deviare la carriera della figlia dal concorso notarile ai palchi dei teatri di provincia, o peggio, tuo padre temeva che io volessi entrare in te per entrare in società, quando io, in realtà, l’unica cosa che volevo, il mio desiderio più grande, era vederti seduta sulla terrazza di casa mia, al crepuscolo, era vederti contemplare la distesa dei tetti di Gracia, come tutto si diluiva in un colore indefinito tra l’arancione e il rosso, come tutto si disfaceva, e tanto meno avevo un’infanzia miserabile da trasformare in meraviglia perduta di fronte a un camino acceso nel Penedès. Quando segnò Belletti capii che il Barcellona avrebbe vinto, che il Barcellona avrebbe vinto sempre, e che io e te non saremmo mai stati insieme, perché tuo padre abbracciò tuo fratello e poi suo cognato, poi ti guardò con amore e guardò con amore sua moglie, che era uscita dalla cucina con uno scatto alla Eto’o e le presine in mano, tuo padre guardò tutti, ma non guardò me, perché sapeva che non tifavo il Barcellona, sapeva che odiavo il Barcellona, perché a me piaceva l’Espanyol, la sofferenza, le lacrime, aveva capito che ero una di quelle persone che detestano la normalità, il lento susseguirsi dei giorni a una temperatura tiepida, e aveva già iniziato la tua quarantena, aveva già iniziato a tenerti lontana da me. Quando a tavola mi chiese perché provassi tanta antipatia per la sua squadra, perché non condividessi neanche un frammento di tanta felicità, gli risposi, ma in realtà parlavo a te, che ogni vittoria del Barcellona non è altro che una reiterazione, una sterile ripetizione di un desiderio che già conosciamo, e che in assenza di mistero, il calcio, come l’amore, non trasmette nulla. Ma che importa?, mi troncò la frase, senza sfida, ma in realtà sfidandomi. Tutto è archetipico, caro Federico, però è. Devi imparare che nella vita le cose si fanno, non si sognano. Sulla strada del ritorno, per la prima volta, mi hai preso la mano, all’altezza della farmacia di tua madre, lì dove Tuset incrocia Travessera. Hai presente quando mi hai lasciato quel biglietto, la prima volta che siamo usciti, in cui mi hai scritto che volevi qualcuno che entrasse nella tua vita come un uccello che entra dentro una cucina e inizia a rompere tutto e a sbattere contro finestre e porte lasciando caos e distruzione, e poi siamo andati a casa tua e mi hai fatto ascoltare la canzone dei Migala a cui avevi rubato questa frase?, ecco, ti volevo dire che io non ce la faccio, mi dispiace tanto, ma non ce la faccio, ti amo ma non ho bisogno di te, ho bisogno di qualcuno che mi tenga con i piedi fermi per terra, che mi ricordi di andare a lezione e mi spenga il giradischi con la Bohème, mi dispiace ancora, perdonami, addio, addio mio caro Federico! Mentre parlavi, guardavo i tuoi capelli laboriosi, che mal celavano uno sforzo segreto e inutile, un sogno mille volte infranto e però intatto, quel sogno di risultare più attraenti di quanto lo si è. Arrivammo alla piazza della Virreina senza più dirci una sola parola. Le campane iniziarono a suonare. Era mezzanotte, ed eravamo accerchiati dai tifosi in festa che sciamavano con le sciarpe e le trombette verso il centro. Mi hai dato un bacio sulla guancia, un leggero sfiorare più che un bacio, un gesto che chiedeva scusa per tutti i peccati che avevi commesso, a partire da quello che stavi commettendo in quel momento. In tutti questi anni sei rimasta un mistero per me, Imma. Perché mai sarò venuto, in questi giorni di Natale? Cosa spero di ottenere, o semplicemente di scoprire? Sono passati più di sette anni da quel bacio alla Virreina, e fino alla settimana scorsa non avevo più ricevuto tue notizie. Ora sono sotto casa tua, di nuovo, come sette anni fa, con una tua lettera nella tasca del cappotto. Sono diventata un notaio, dice la tua grafia irregolare. E dice anche – in realtà non lo dice, ma lo riconosco - che sui fogli hai lasciato cadere tante gocce del tuo profumo al mandarino. Sapevi che avrei portato quei fogli alla bocca - perché la carta mi piace, e tu hai usato una carta francese, filigranata, irresistibile - e che in questo modo, quando avrei baciato un’altra ragazza, lo avrei fatto con il tuo odore sulle labbra.  

lunedì 23 dicembre 2013

Requiem per un brand defunto. Brevissima apologia della Ennerre.

“Chi stava peggio, era Maheu. Là in alto, la temperatura saliva sino a trentacinque gradi; l'aria non circolava e la sua mancanza diventava alla lunga mortale. Per vederci, aveva dovuto appendere a un chiodo, vicinissima alla testa, la lampada; che, scaldandogli il cranio, finiva di arroventargli il sangue. Supplizio che aggravava ancora l'umidità. La roccia sopra di lui, a pochi centimetri dal viso, trasudava acqua che in goccioloni rapidi e continui cadeva, con una specie di ritmo ostinato, sempre nello stesso punto. Lui aveva un bel torcere il collo, rovesciare la nuca; senza tregua i goccioloni lo colpivano in faccia, vi si schiacciavano schioccando. In capo a un quarto d'ora n'era inzuppato; e, madido per conto suo di sudore, fumava come un cencio nella conca del bucato.”

(Émile Zola – “Germinal”)

* * *

Confesso di aver scoperto solo stamattina, una glaciale mattina di fine 2013, che la gloriosa Ennerre - il cui logo composto di una enne e di una erre stilizzate ricordiamo tutti stampigliato sulle maglie del 95% delle squadre di serie A negli anni ’80 - non è sopravvissuta ai cataclismi calcistici della fine del secolo scorso. Essa, infatti, pare essere scomparsa gradualmente negli ultimi due decenni, giacché nel ventunesimo secolo siamo stati accompagnati dalla “Ennedue”, marchio nato nel 1987 dalle ceneri del brand montesilvanese. Perchè non ci sei più, cara “Ennerre”?
 
Il logo della Ennerre, una “enne” e una “erre” stilizzate, iniziali del fondatore, l’imprenditore pescarese Nicola Raccuglia
Lo scorso mese, in occasione dell’ennesimo trasloco, ho ritrovato la sacca nella quale ho sempre custodito memorabilia del calcio accumulati nell’arco temporale compreso tra la metà degli anni '80 e il 2000, grazie all’aiuto di mio padre (vado particolarmente fiero di una maglia appartenuta a Stefano Ghirardello nella stagione 1999-2000, quella dei 16 goal a Torre Annunziata). Ebbene, la maggior parte dell'abbigliamento tecnico contenuto in quel magico scrigno è a marchio Ennerre. Sostanzialmente si tratta di un paio di maglie del Milan ancora unte di olio Cuore, di alcune malandate maglie del Napoli, di calzettoni di lana e calzoncini appartenuti a mio padre quando giocava a calcio per dimagrire nel 1986 e di vario ed eventuale abbigliamento per il gioco del calcio, probabilmente di 30 anni fa. Nonostante sia assolutamente certo che in campo si corresse meglio con dei calzoncini Ennerre, non mi dilungherò a descrivere le loro fattezze (lunghi ben sopra il quadricipite e ben poco sotto l’inguine) o la loro consistenza. A beneficio di chi non sia un feticista di tessuti poco pregiati, garantisco che sfiorare una fibra di lanetta è un’esperienza tattile gagliarda.

Con Ennerre, in allenamento Antognoni, Socrates e Passarella si guadagnavano la pagnotta anche da fermi
 
Dopo la piacevole scoperta ho provato a chiudere gli occhi per un istante nel tentativo di tuffarmi nelle atmosfere sgranate, quasi documentaristiche e sovraccariche di colore del nostro campionato di 25 anni fa, quando poteva accadere che Schachner, una domenica, si trovasse a tu per tu con un Garella dal fisico ancora asciutto e vestito Ennerre da capo a piedi; quando Giampiero Galeazzi aveva il monopolio pressoché totale degli accessi alle aree riservate degli stadi italiani, nonché delle interviste pre, post, e infra gara; quando i calciatori capivano le battute e le gradivano perché dotati di un genuino sense of humour.

 
Ai tempi della Ennerre, Galeazzi intervistava i giocatori quando e dove voleva
 
Nelle fasi più concitate di questa operazione-nostalgia, accadeva che mentre tentavo di visualizzare nella mia mente la casacca di una qualsiasi delle sedici squadre della Serie A non riuscivo a metterne a fuoco una griffata da uno sponsor tecnico diverso dalla Ennerre, malgrado brand come Le Coq Sportif, Uhlsport e Adidas fossero già da tempo in progressiva espansione in Italia.
 
Calzoncini Ennerre
Credo che una delle peculiarità delle maglie Ennerre fosse la particolare composizione del tessuto, un mix di fibre sintetiche e lane a basso costo che persino il povero Maheu avrebbe indossato malvolentieri ed il cui utilizzo per l’attività sportiva sarebbe oggi considerato una forma di tortura prossima al waterboarding. La famigerata e letale mistura si chiamava “lanetta” (un sostantivo che oggi fortunatamente non usiamo più e che è definito dal dizionario on-line Hoepli come "tessuto di lana mista a cotone" ma anche "tessuto di lana scadente") la quale, se da un lato garantiva senz’altro un’ottima vestibilità, dall’altro accelerava talmente tanto la sudorazione termica ed emotiva che uno dei motivi per cui i campionati dell’epoca venivano disputati a girone unico e a sedici squadre era proprio quello di garantire ai calciatori dei lassi temporali di recupero sufficienti a smaltire le fatiche derivanti dall’utilizzo in partita e in allenamento del materiale tecnico Ennerre. Non dissimile dalla flanella, la lanetta delle magliette Ennerre è stata per decenni la peggior antagonista delle ghiandole sudoripare di fior di calciatori, da Maradona (alla Ennerre il merito di averne contenuto l’espansione corporea nei suoi anni migliori) a Giannini, da Fanna a Piovanelli, da Maccoppi a Salsano.

Hugo e Lalo Maradona: spettatori non paganti abbigliati Ennerre

Quando una casacca Ennerre era dotata di colletto anch’esso era in lanetta, la materia di cui erano fatti i sogni di pallone: se Vialli si involava verso la porta di Mario Paradisi, il colletto della Ennerre non restava su, ma, leggero ed impalpabile, assecondava l’andatura della falcata di Luca.

Un altro dei motivi che rendono questo brand carezzevole al mio ricordo è, con tutta probabilità, l’associazione mentale involontaria che scatta ineluttabilmente quando si inizia a pensare alla Ennerre e si finisce col visualizzare marchi di sponsor ufficiali leggendari (la Sèleco, le fotocopiatrici Mita, la Sweda, la San Marzano Borsci) appartenuti a società che oggi non esistono più. Marchi e prodotti che assieme ad Ennerre e allo stemma del club condividevano un’area di pochi centimetri quadrati in un magico ed irripetibile trapezio metafisico disegnato sul petto.

 
Naturalmente, anche la Longobarda vestiva Ennerre

Ex multis, hanno vestito Ennerre il Pescara (quello di Franco Baldini), la Sampdoria di Vialli e Mancini (sul petto Phonola, sul cuore Ennerre), il Milan di Gullit e Virdis, la Lazio (ricordo ad un certo punto una maglia Ennerre meravigliosa con Sèleco sponsor ufficiale), la Roma di Tancredi e di Giannini, il Cosenza, il Pisa di Anconetani, i Napoli di Ferrario e Bruscolotti (che ad Ennerre abbinavano a turno Mars, Latte Berna e Buitoni), la Fiorentina, l’Avellino, il Foggia ante Zeman e ante Casillo, il Campobasso, il Catanzaro, il Cagliari, il Palermo, i Kashima Antlers, i Toronto Blizzard e (non lo sapevo, non ci credevo), il Rapid Bucarest.
 
Moreno Ferrario e Beppe Bruscolotti indossavano maglie Ennerre soprattutto dopo il cenone di Natale
Dopo aver condotto qualche approfondimento sulla popolarità e sull’estensione geografica del brand, è emerso che tra le ultime compagini ad aver goduto della Ennerre come fornitore ufficiale figurano la Costa D’Avorio - che nel 1993 andava a giocarsi la Coppa Afro-Asiatica delle Nazioni a Tokyo in una partita durissima ed interminabile (purtroppo qualcuno l’ha caricata su Youtube, n.d.r.) decisa da Kazu Miura alla fine del secondo supplementare – e l’Uruguay, che ha sperimentato sulla propria pelle gli effetti funesti dell’acetato Ennerre.

Nel 1993 a Tokyo la Costa D’Avorio sudava (e perdeva) con Ennerre

Più di una volta ho ammirato direttori di gara del calibro di Luigi Agnolin e Tullio Lanese fasciati in splendidi completi nero corvino Ennerre.
 
Con l’acetato Ennerre il Chino sudava già durante l’esecuzione degli inni nazionali

Se sono così affezionato alla Ennerre (e se mi sento di difenderne le caratteristiche tecniche di bassa traspirazione nonostante l’elevato numero di infarti e decessi sul campo che essa ha causato negli anni) è perché nel mio immaginario essa rappresenta uno dei baluardi che più strenuamente hanno difeso la persistenza del piacevole ricordo del calcio che si giocava nel periodo dell'infanzia. L’ultimo baluardo del mio calcio crollava invece ad Udine, una domenica pomeriggio di una quindicina d’anni fa: al Friuli si utilizzava per l’ultima volta il Mikasa a ottagoni bianchi e neri.

P.S. Naturalmente non ho trovato alcuna foto del Rapid Bucarest vestito Ennerre. Quelle foto, se esistono, sono patrimonio dell’umanità.

mercoledì 18 dicembre 2013

La Giusta Chimica

“Lode a te, mia Lipsia, piccola Parigi che istruisci la tua gente!”.
Si, ok, questa è una clamorosa marchetta che pare Goethe abbia pronunciato a proposito della città, probabilmente in seguito a una delle sue visite alle birrerie locali (la Auerbachs Keller del Faust si ispira a un vero locale di Lipsia). Tuttavia in altri scritti, meno citati dalle guide turistiche, il buon Wolfango si lasciò un po’ più andare e definì la città come un centro dinamico, moderno rispetto alla sua arcaica Francoforte, attribuendo d’altro canto ai suoi abitanti una certa tendenza alla doppiezza e all’ipocrisia, sfociante talvolta nella più bieca falsità.

Una delle locali squadre di calcio si chiama (chiamava?) BSG Chemie Leipzig. Questa affonda le sue radici in una società fondata come Sv TuRa Leipzig nel 1932, un anno prima della Machtergreifung di Adolf Hitler. Viene presto promossa nella Gauliga, il principale campionato della Sassonia (e quindi un girone valido per il campionato nazionale, nell'assenza di una lega centralizzata). 
La squadra riemerge dalle macerie dei bombardamenti col nome di Bsg Chemie Leipzig: con questa denominazione inizia a attrarre una massa crescente di tifosi, che dal quartiere industriale di Leutzsch si recano al Georg Schwarz Sportpark, uno spartano catino da ventimila posti situato in un parco circondato dal grigiore industriale.
Sono inutili le bandierine del corner: se si sente nell’aria l’odore di bruciato vuol dire che il vento soffia dal deposito carbonifero, e quindi l’angolo va battuto a rientrare: se il battitore sente nell’aria l’acre scia proveniente dal distretto biochimico, il corner è invece da battersi a uscire, dato che il vento soffia sicuramente da est. 
La Chemie ottiene gradualmente risultati sempre migliori e nel 1950-51 raggiunge il primo titolo della Germania Est: i biancoverdi finiscono a pari punti in testa alla classifica con i "Puffbohnen" ("fave") della Turbine Erfurt.
Nello spareggio, combattuto nella ridente Karl Marx Stadt (oggi Chemnitz), allora anch’essa una delle città più inquinate d’Europa, la squadra di Lipsia soffre indicibilmente ma nella ripresa si impone 2-0 e alza al cielo grigioverde la coppa dell’Oberliga.

Alcuni torvi figuri però, non vedono di buon occhio che la Chemie Leipzig sia la migliore squadra in città: il loro piano è di favorire invece la Lokomotiv Leipzig (gialloblu), una società fortemente vicina alle autorità e formata anche saccheggiando rose di altre squadre.
Durante l’autunno 1954 la BSG Chemie viene praticamente smantellata nel giro di due giorni: i suoi migliori giocatori vengono obbligati a lasciare il club per andare a giocare per i rivali cittadini della Lokomotiv: a nulla vale opporsi, i tifosi possono solo assistere impotenti a questo esodo.
Si salva solo il portiere (e beniamino del pubblico) Günter Busch, il quale, avvisato da un dirigente di ciò che sarebbe accaduto, ne aveva approfittato per partire per le vacanze.
Tuttavia, nel giro di poco tempo la Chemie sparisce, svuotata dei suoi elementi cardine.

Nel 1963, nove anni più tardi, in città si sparge la voce di un progetto più ambizioso: le autorità sportive, indispettite dallo scarso rendimento delle varie squadre cittadine (su tutte Lokomotiv e Rotation), decidono di prendere i migliori elementi dalle varie società e formare un unico squadrone rappresentante Lipsia a livello nazionale: nasce l'SC Leipzig. Finalmente smetteranno di vincere il campionato cittadine come Zwickau, Jena o Halle…e che diamine.
La creazione di questa supersquadra lasciò però libero un posto nella prima divisione della Germania Est, l'Oberliga.
Si decise, tanto per non disputare un campionato con un numero di squadre dispari, di riempire questo vuoto con una squadra di riserve, scarti e giovani (in pratica Il Resto di Lipsia), rispolverando il nome di BSG Chemie Leipzig: i tifosi del quartiere di Leutzsch così avrebbero avuto il contentino di veder ricomparire la loro squadra affossata dal regime.
Questa d'altro canto sarebbe stata una partecipazione simbolica, giusto per fare numero, come squadra materasso che avrebbe probabilmente terminato la stagione con molte reti al passivo.
Nell’estate 1963 si tennero quindi le selezioni per dividere i buoni dagli scarti: a questi provini assisteva anche Alfred Kunze, ex allenatore della Lokomotiv.
Kunze si presentò al campo motivato da due intenti ben precisi: intanto il desiderio di scoprire talenti nascosti e ignorati dai più, ma soprattutto la volontà di vendicarsi della sua ex squadra, sentimento sorto in lui dal primo momento in cui gli era stata vagheggiata la possibilità di allenare “gli scarti di Lipsia”, incarico che infatti gli verrà affidato.   
Se la selezione della crème cittadina (Sc Leipzig) cominciò il campionato in maniera stentata, la rinata Chemie iniziò battendo il Wismut Aue (oggi Erzgebirge Aue) rullandolo 2-0. 
Mentre le autorità snobbavano l'inizio stagione della Chemie infarcita di scarti ritenendolo un fuoco di paglia, si giunse al derby di Lipsia, in cui si sarebbe assegnato il primato cittadino.
Incredibilmente, la Chemie battè con un rotondo 3-0 il dream team. Scherbarth, Pacholski, Scherbarth.
Due personaggi si dimostrarono indispensabili per questa imprevista metamorfosi:
Ha fatto bene a scrivere il nome della squadra in alto, con tutti questi cambiamenti…
In primis lo stesso Herr Kunze, secondo il quale le prestazioni sorprendenti della sua squadra erano spiegabili col grande entusiasmo dei giocatori, che essendo stati sempre riserve ebbero l’opportunità di esprimersi compiutamente per la prima volta, tentando di rompere le uova nel paniere alle società più blasonate. 
Bernd Bauchspiess era invece uno studente di medicina di Zeitz (Sachsen Anhalt), all’occorrenza centravanti: in possesso di un fisico torreggiante, i suoi punti forti erano la corsa e la determinazione in area. Di lui si diceva che avesse i polmoni di un cavallo. Con 13 gol fu il capocannoniere della Chemie Leipzig.

Si giunse così alla partita finale, con la Chemie, priva di Bauchspiess, impegnata sul campo del già retrocesso Turbine Erfurt: secondo a meno due l'Empor Rostock (progenitore dell'attuale Hansa). La SC Leipzig era solo terza.
La partita, la cui difficoltà era ingigantita dalla pressione di un traguardo storico, si rivelò invero piuttosto semplice, con un goal dell’ala Behla e un rigore di Walter per un 2-0 nel primo tempo. La partita finì così.
La squadra degli scarti, il resto di Lipsia, aveva vinto.
E non si fermò: conquistò pure la coppa nazionale due anni più tardi, prima di entrare in declino solo negli anni Settanta. 

Mister Kunze e bomber Bauchspiess sono morti pochi anni fa. 
Lo squadrone dell’ SC Leipzig riprese qualche anno più tardi l’originario nome di Lokomotiv, e con questa sigla raggiunse nel 1987 la finale di Coppa delle Coppe, perdendo di misura contro l’Ajax. Poi il nome Lokomotiv sembrò di colpo vetusto e tetro, sostituito da un più neutrale “VfB Leipzig” negli ottimistici anni Novanta.
Oggi in Regionalliga Nord-Ost, al quarto livello del calcio tedesco, è tornata a chiamarsi Lokomotiv.
L’eroica Chemie invece, ha cambiato denominazione nel 1990 in Sachsen Leipzig, fallendo poi nel 2011.
Da allora si è scatenata una faida intestina fra due squadre (mi state ancora seguendo?) che sostengono entrambe di essere la degna erede dello “spirito del 1964”: una col nome originario di BSG Chemie e l’altra leggiadramente battezzata “SG Leipzig Leutzsch”. Pare che la scissione sia a sfondo politico (la nuova Chemie è antirazzista e antifascista, mentre vari tifosi neonazisti del Leutzsch sono stati coinvolti in aggressioni ai danni di ehm… un’altra squadra di Lipsia! Eh si, la “Roter Stern”… ma qui mi fermo, tranquilli).
Scusate se mi sono perso qualche passaggio, ricostruire la storia calcistica di questa città è come tracciare l’intero albero genealogico di un immigrato ottocentesco di cui si conosce solo il cognome “Esposito”.    

Il bello è che oggi Lipsia è rappresentata al suo massimo livello (Dritte Liga) da un’altra entità, la RB Leipzig.
Che cosa indica la sigla? Qualcuno vuole darci a intendere che RB stia per “Rasen Ball” (“palla a prato”, come un modo arcaico per indicare il calcio), tuttavia ciò è ovviamente un astuto aggiramento della norma che impedisce la sponsorizzazione diretta del nome delle squadre, per cui un indizio ve lo do io:
Rasen Ball”, eh?
La Red Bull tentò anche di rilevare il titolo sportivo della vecchia Chemie, e molti tifosi rimasero basiti quando il loro vecchio eroe Bauchspiess si dichiarò a favore di questa operazione dichiarando "la bibita della Red Bull è chimica, e noi ci chiamavamo Chemie. Ci sta bene." Eresia. 
Che poi alla fine Goethe c'aveva visto lungo. 

Cambi di nome, manovre politiche, faide ideologiche, vendette personali, il moderno che sbrana il vecchio e lo scioglie in un barile di taurina… tutto questo sopportato stoicamente da undici statue verdi, che incuranti sotto le piogge acide dell’orribile quartiere di Leutzsch ricordano l’incredibile annata 1963-64.
Klaus Günther, Dieter Sommer, Manfred Walter, Bernd Bauchspieß, Heinz Herrmann, Horst Slaby, Wolfgang Behla, Lothar Pacholski, Dieter Scherbarth, Bernd Herzog, Wolfgang Krause, Klaus Lisiewicz , Hans-Georg Sannert. 

sabato 14 dicembre 2013

Literaria. "Le maglie della Serie A". Il perfetto regalo di Natale

Foto, morte e miracoli di 63 maglie italiane
Sono passati quindici mesi da quando scrissi su questo blog poche e inadeguate righe per celebrare la bellezza del libro, anzi del manuale (come lo definì Bostero) sulla storia delle casacche delle più importanti squadre di calcio del mondo, e quelle righe potrebbero essere riprese e riutilizzate per celebrare la bellezza del nuovo libro che la premiata ditta Codice Atlantico-Giorgio Welter ha appena sfornato - giusto in tempo per regalarci un Natale più felice - per raccontare, tramite parole e fotografie, la storia delle casacche delle squadre italiane ("Le maglie della serie A. Storia, miti e aneddoti sulle divise del campionato più bello del mondo", di Giorgio Welter, editore Codice Atlantico, in libreria dal 28 novembre a un prezzo bello, corretto, onesto, da veri #forconi, vale a dire 25 euro).
Gigi Riva, ultimo hombre vertical
C'è davvero poco che io possa aggiungere a quanto ho già scritto e a questa frase (che premetto a Bostero che sarà molto lunga): se vi piace il calcio, se vi piacciono le maglie da calcio, se vi piacciono i libri in cui ci sono introvabili fotografie a colori di Geronimo Barbadillo con la maglia dell'Avellino con lo sponsor Santal che tenta di dribblare Chicco Evani e di Massimo Rastelli che sprinta palla al piede con la maglia della Lucchese targata Umbro e di Ruben Buriani che con la chioma bionda sopra la maglia rossonera griffata POOH jeans sembra un incrocio tra Massimo Ambrosini e Boris Johnson e di Demetrio Albertini che si gioca l'ultimo scatto della sua carriera stritolato in una maglietta del Padova tutta sudata e di Filippo Inzaghi che corre come un fringuello con la maglietta del Piacenza allacciata fino al collo come l'ultimo degli hipster del Pigneto e di Carlo Ancelotti che indossa una maglietta di riserva della Roma che ha fatto bagnare di lacrime vere l'esemplare del libro di chi scrive e di Claudio Ranieri che già con la divisa del Catanzaro fa la faccia da lupo famelico ma pettinato alla Ridge di Beautiful e di Fabrizio Ravanelli che a sedici anni fa sfoggio di una maglietta minimal del Perugia e di un ricciolino bruno da abbacchietto al cartoccio arbasiniano e di Fabio Capello che ha una maglietta della Spal così elegante che non sorprenderebbe se la sia fatta fare su misura da Battistoni; dicevo, se vi piacciono queste cose, semplicemente non potete non avere o non farvi regalare dalle vostre fidanzate (evitando così anche il regalo-pacco) questo libro s-t-r-e-p-i-t-o-s-o.
 
Non potevo non mettere la foto di una maglia ssorica
Vi sorprenderà - almeno a me ha sorpreso - trovare una scheda dedicata al Legnano, al Casale, alla Pro Vercelli, e allora vi dico che il critierio utilizzato dall'autore del libro per includere o meno una squadra - e ne ha incluse 63 - è questo (copio dal comunicato stampa che mi sono fatto appositamente mandare): "tutte quelle che hanno vinto almeno un campionato sino al 1929 e tutte quelle che hanno giocato almeno una volta in Serie A dal 1929-30 in poi". Così ho scoperto, ad esempio, che la Pro Patria detiene un record: è la squadra rappresentante una città non capoluogo di provincia che ha giocato per il maggior numero di stagioni, sedici, nella massima serie del campionato italiano; che le leggende sulle origini della maglia del Palermo vanno da un lavaggio che avrebbe scolorito il rosso e blu originario fino all'omaggio reso al liquore rosolio; che la FIGC (probabilmente istigata dalla rissosa federazione bielorussa) obbligò il Novara ad avere il colletto e i polsini bianchi per differenziarsi dalla divisa della nazionale italiana (era un problema quando giocavano contro); che...basta non vi dico più niente, altrimenti vi rovino la magia del Natale. Poi ci direte qual è la vostra maglia preferita...
 
Se ve lo state chiedendo, non è il Cagliari, nè la Samb, ma il Genoa
 

lunedì 9 dicembre 2013

Karagounis!!!

e intanto Webb e Mejuto Gonzàlez se la ridono
Ieri sera il nostro amico e infaticabile pescatore di perle Alessandro Lusi ha organizzato un evento più unico che raro in un locale che, settimana dopo settimana, grazie anche alla generosa ospitalità di Gian Mario Bachetti (che su queste colonne versò una lacrima per Walter Junior Casagrande), è diventato un ritrovo domenicale di borghettari in libera uscita (sto parlando della Calzoleria). Il nostro Lusi, infatti, non solo ha portato e condiviso una generosa pirofila di gattò di patate preparato col Bimby (strumento che, posso dirlo, maneggia col virtuosismo di un Miles Davis o di un Gervinho), ma anche il documentario belga "Kill the referee", vale a dire un bellissimo film che ritrae dall'interno il mondo degli arbitri che hanno partecipato agli Europei del 2008 in Svizzera e Austria. Non voglio dire quasi nulla sul film, ma solo consigliare di vederlo, visto che è anche sottotitolato in italiano e dura il giusto (un'ora; per me, l'equivalente dei dischi che hanno dieci canzoni e durano 40 minuti, i dischi perfetti insomma, come l'ultimo di Vìctor Herrero - astenersi dall'ascolto chi non ama la vecchia musica spagnola); anzi, consigliare di vederlo mangiando un gattò di patate. Vi innamorerete anche voi, in ordine sparso: di Karagounis, che viene bistrattato, perculato (si dice questa parola? La sento spesso ultimamente; lo chiamano "campione") e soprattutto ammonito da tutti gli arbitri; del padre di Howard Webb, che non manca mai di parlare del figlio a chiunque gli stia vicino; del guardalinee di Howard Webb, che sbaglia un fuorigioco nella prima partita e non si è mai più ripreso; di Howard Webb, che prima fa il duro ma poi si caca sotto quando in Polonia lo minacciano di morte, e alla fine fa lo scemo in una festa di Signore in giallo; del ticinese Busacca, un piacione nato, che però si perde le azioni mentre corre ed è costretto a chiedere aiuto ai suoi assistenti che però sono più scemi di lui e allora risolve la situazione prendendosela - con chi altro? - con Karagounis!!!; di Mejuto Gonzàlez che passa le sue giornate ad ascoltare musica, a echar la siesta, a fissare il computer, insomma a non fare niente, e infatti poi viene fatto fuori dalle partite che contano; del nostro Rosetti, che tra le invidie generali arriva fino ad arbitrare la finale; del suo guardalinee, il classico ragioniere di Vimercate che sfruttando i warholiani quindici minuti di gloria si prende il lusso di far ammonire Michael Ballack; e di molti altri personaggi ancora.
 
siamo tutti Karagounis
Ma soprattutto, capirete anche voi delle cose che io avevo sempre ignorato, del tipo: perchè quando la palla va fuori, quando c'è una rimessa laterale insomma, il guardalinee non indirizza la bandierina verso la porta della squadra che deve battere la rimessa, ma dall'altra parte, e lo fa perchè indica il verso verso (scusate la ripetizione di parole) cui attacca la squadra che deve battere (occhio: questo non lo spiegano gli arbitri nel documentario, a me l'ha spiegato Lusi che era seduto accanto a me, però penso valga lo stesso); che gli arbitri non si interessano del risultato finale ma solo della loro prestazione, cioè loro alla fine della partita, nello spogliatoio, si congratulano per non aver commesso errori, esultano per aver azzeccato i fuorigioco, celebrano che il rigore che hanno fischiato effettivamente c'era; che i parenti degli arbitri quando guardano una partita non guardano la partita ma guardano il loro parente-arbitro che arbitra la partita; che arbitrare con due (ora quattro) deficienti che ti urlano nelle orecchie cose tipe "cazzo Roby l'ho perso" oppure "dice che domani arriverà la pioggia" è un bel casino; che la maggior parte dei falli non li fischia l'arbitro ma li fischia l'arbitro perchè gliel'ha detto il guardalinee perchè l'arbitro non ci aveva capito niente; che gli arbitri sono dei vanesi invidiosi che tra di loro si odiano da morire; che il sistema di sorteggio degli arbitri è più opaco di un bando della regione Molise avente ad oggetto la costruzione di impianti di energia eolica; che ogni arbitro spera che la propria nazionale esca subito dal torneo così ha più chance di dirigere la finale; che le battute di Michel Platini non fanno ridere nessuno, neanche gli arbitri.

Kill the referee! (Uccidi l'arbitro), un documentario del 2009 diretto da Yves Hinant, Delphine Lehericey e Eric Cardot, disponibile su YouTube, alla Calzoleria o a casa di Alessandro Lusi.