martedì 26 novembre 2013

UCCIDI PAUL BREITNER (un dialogo sovversivo)


Dortmund, 24 settembre 1978, un gruppo di tre unità della Rote Armee Fraktion si sta allenando in un poligono di tiro clandestino poco fuori dalla città. Saranno sorpresi dalla polizia, e uno di loro resterà a terra ucciso. Questo è l’ultimo dialogo tra due di loro, Angelika Speitel e Michael Knoll, mentre il terzo, Werner Lotze, si era allontanato per una ricognizione.


 
Angelika: Ma è sicuro qui?
Michael: Sicurissimo, chi cazzo vuoi che venga a cercarci a Lüttringshausen, è un posto dimenticato da dio e dagli uomini.
A: Dagli uomini sicuramente, come la Germania. Che paese di merda… Qui a furia di voler rimuovere la propria storia, il proprio passato, hanno addirittura preferito dimenticare di esser uomini… Che schifo.
M: E’ proprio contro il rimosso che combattiamo, siamo l’avanguardia della memoria, pronti con tutti i mezzi a infilarci nel cuore e nel cervello di questo fottuto paese nazista.
A: Già, siamo lo specchio di Alice, davanti a cui i padroni e i borghesi di questa terra vedranno finalmente riflessa la loro vera immagine di gerarchi nazisti.
M: Per questo il mese scorso abbiamo rapito Hanns Martin Schleyer, fottuto esempio di come un bastardo carnefice delle SS si sia riciclato a capo della Confindustria tedesca.
A: Eh, siamo stati bravi… Ma avremmo dovuto prendere Breitner…
M: Paul Breitner, il calciatore?




A: Proprio lui, quel borghese finto rivoluzionario del cazzo.
M: Solo perché l’anno scorso è tornato in Germania a giocare con l’Eintracht Braunschweig, e chiaramente l’ha fatto solo per soldi? Perché si è fatto sponsorizzare da un’azienda di tabacco? Dai cristo, le sigarette le fumiamo tutti… Anzi, facciamo una pausa?
A: Si, aspetta un attimo che ricarico il ferro… Ecco, mica male, sei su sei a segno e tre centri, mi sento Clint Eastwood in Per un pugno di dollari.
M: Gian Maria Volonté piuttosto, che è un compagno.
A: Sì, Volonté, hai ragione… Comunque su Breitner, volevo dire…
M: Oh, senti, non mi toccare Breitner… Non mi frega niente che abbia fatto vincere alla Germania l’Europeo del 1972 o il Mondiale del 1974, segnando pure un gol, che ovviamente io non tifo per una nazionale che rappresenta un paese liberticida e assassino che affama il suo popolo. E’ che però Breitner è proprio un gran cazzo di giocatore, terzino, centrocampista attaccante: dove lo metti, gioca da dio.
A: E ha fatto vincere tutto anche al Bayern di Monaco, scudetti, la Coppa dei Campioni.. Al Bayern, capisci? La squadra dei padroni e del capitale... Senti... Non starò qui a farti una menata sul calcio come oppio dei popoli, che pure a me il calcio piace e anzi, potrebbe pure diventare una narrazione rivoluzionaria se non fosse in mano a una manica di pipparoli... Quello che mi disturba di Breitner è proprio il suo atteggiarsi a compagno quando è un lurido stronzo.
M: Dici la foto con Mao? Le storie che lui si presenta agli allenamenti con il libretto rosso, che dice di aver letto Lenin e fatto il ’68?
A: Appunto, che siccome gioca all’estrema sinistra l’estetica pop gli ha cucito addosso l’immagine di uomo di estrema sinistra. La banalità del male proprio. Che poi, e questo è il punto, non gliel’hanno mica cucita addosso, se l’è fatta fare lui dai migliori sarti di Monaco, e a caro prezzo.
M: Che sia un uomo falso non ci sono dubbi, è pure andato a giocare e a vincere per tre anni al Real Madrid, la squadra di Franco, dei fascistissimi Ultras Sur, come cazzo lo concili con il tuo essere maoista questo?
A: Si ma…
M: E poi a fine campionato, nel 1974, diceva che i soldi sono la rovina dell’uomo, e due mesi dopo, prima dei Mondiali, diceva che se in federazione non aumentavano il premio vittoria lui se ne tornava a casa e non avrebbe più giocato con la nazionale.
A: E sta zitto un po’, ho capito che quando si parla di calcio a voi maschietti vi parte subito il testosterone, ma stavo dicendo tutt’altra cosa…
M: …



A: Se la smetti di fare l’Helmut Schön della situazione, che in questo paese di merda siete tutti allenatori, dicevo, a me di Paul Breitner dà fastidio altro. Quello che odio è proprio il suo aver trasformato la controcultura in un modo di atteggiarsi, la rivoluzione in una parola da lasciar cadere in una cena elegante per far provare un brivido agli astanti e attempati signori borghesi.
M: Beh, ma dai, non è certo l’unico lui.
A: Certo, noi stessi stiamo scadendo nel ridicolo. Questa seconda generazione della Rote Armee Fraktion rischia di essere la brutta presa per il culo della prima. Già il fatto che a organizzare lo scorso anno il rapimento e l’esecuzione del banchiere Jürgen Ponto sia stata la sua figlioccia, ti dice molto sulla composizione rivoluzionaria del gruppo. Siamo diventati un gruppetto di borghesi che giocano alla guerra, non oso immaginare che farsa carnevalesca possa mai diventare un’eventuale terza generazione…
M: Ehi, ci credo che siamo la seconda generazione, la prima l’hanno sterminata… Guarda la povera Ulrike, ammazzata in cella come una cagna dopo averla condannata con prove false e averla tenuta in isolamento e in deprivazione sensoriale per anni.
A: Si certo le guardie del capitale sono sempre all’attacco, ma questo non giustifica essere diventati un gruppetto di figli di industriali che giocano a fare la guerra con i loro padri e le loro madri… Che consultassero un cazzo di psichiatra invece di arruolarsi con noi... In questo Breitner è l’esempio: lui è come noi oggi. Il comunista da esposizione nella galleria d’avanguardia pop, il finto rivoluzionario che passerà alla storia come tale, e screditerà quanto di buono fatto dagli altri.
M: Capisco cosa vuoi dire. Guarda Paolo Sollier, lui mica va giocare nella squadra di Mussolini o in quella degli Agnelli, non appare sui cartelloni pubblicitari né si atteggia sotto i poster di Mao, lui fa il calciatore perché gli piace giocare a calcio, perché è un mestiere, e perché attraverso il gioco tu puoi diffondere gli ideali rivoluzionari, e non al contrario ridurre la rivoluzione a un gioco.
A: Non mi stupirei infatti se tra qualche anno, magari al prossimo Mondiale, quando a Breitner un’azienda di dopobarba proponesse di rasarsi la barba e i basettoni in cambio di un mucchio di quattrini, lui dovesse accettare. E quando la rivolta è solo nei tuoi vestiti, quando sei nudo ti riveli per quel conservatore di merda che sei.
M: Quindi dici che dovremmo rapire Breitner, come esempio di giocatore controrivoluzionario?
A: Sarebbe il più bel messaggio possibile per sottrarre il calcio dal giogo capitalista e liberarlo nel suo potenziale rivoluzionario.





A: Merda la polizia..
M: Oh cazzo, spara, spara!
A: Giù la testa!
M: Cazzo, come cazzo ci hanno trovato!
A: Non lo so, qualcuno se l’è cantata. Sbirri bastardi, spara, spara, sparaaaaa…
M: Cazzo Angelika mi hanno preso… Mi hanno preso..
A: Michaaaaaael!
M: Scappa, Angelika ammazzali tutti e scappa, cazzo.
A: Michael no ti prego... Michael resisti... Non andartene ti prego, cazzo Michael... Non andar-te-ne…
M: N-non ce la faccio…
A: Michael…
M: Angelika,  non ce la faccio… Salvati, e fammi l'ultimo favore… Uccidi Paul Breitner…
 

venerdì 22 novembre 2013

La cavalcata giallorossa nella Uefa 90-91



Per me era ancora estate: al 19 settembre 1990 la scuola non era ancora cominciata e mi godevo gli ultimi giorni al mare della Calabria. Spiagge deserte, e lì dove quasi tre mesi prima si accalcava la gente per seguire gli azzurri nel mondiale delle notte magiche non c’era più nessuno.
L’Argentina aveva spezzato il sogno di invincibilità della nazionale di calcio, al ragazzino di dieci anni rimaneva la squadra del cuore, l’unico affetto che con la madre non si cambia mai (lo dice anche un mio amico boliviano tifosissimo dell’Huracàn: in Bolivia vanno pazzi per il calcio argentino).
Le premesse non erano incoraggianti: una serie di campionati passati di basso profilo, senza alcuna possibilità di lasciare una qualche traccia, con il ricordo lontano di quel suicidio di massa in Roma Lecce 2-3…un ricordo vago, oscuro, doloroso.
Il campionato era appena iniziato e la domenica precedente ne avevamo presi 3 a Genova. Mercoledì cominciava una nuova esperienza per me: la coppa Uefa.
Finalmente si potevano vedere le partite in diretta, senza dover ascoltare le telecronache di Giulio Galasso e Lamberto Giorgi su Teleroma 56 – “In campo con Roma e Lazio” - che ogni cinque minuti interrompevano il racconto della partita per ricordarci quanto era bello l’orologio princeps giamaica o per gustarsi il caffè di cui non mi ricordo la marca (che poi è vero che il telecronista brasiliano Pato era il fratello di Falcao?).

E qui apriamo una piccola parentesi: negli anni 80-90 a Roma, ancora prima delle fantomatiche radio ascoltate da tassinari e baristi che chiamano in trasmissione dicendo “Bella Mario, innanzitutto complimenti pe’ la trasmissione….te chiamo da via de Boccea dove ‘sto a fa’ ‘na consegna ….er capitano è troppo forte e la Roma è maggica!”, radio che vengono invocate da stampa tv e giornali come seminatori di odio e disordine tra la tifoseria, insomma prima di queste radio c’era una produzione calcistica televisiva locale di grandissimo livello: il già citato “In campo con Roma e Lazio”, telecronache in diretta e collegamento col campo tre ore prima della partita. 
Impossibile non citare il Professor Claudio Moroni, conduttore in solitaria di “Io e Monna Lisa”: questo qui stava seduto su una poltrona in stile neoimpero (finto), con un ritratto della Gioconda, con la quale dialogava parlando di Roma e di Lazio. Insuperabile quando se la prese con Carlos Bianchi, che chiedeva sempre ai giornalisti dopo una delle tante sconfitte della Roma se avessero mai giocato a calcio in vita loro, dicendo “Ah Bianci, e poi che ti chiedi sempre se uno ha giocato o non ha giocato a calcio?! Fatte li cazzi tua!!”. 
Il top era “Gol di Notte”, condotto da Michele Plastino (si fecero le ossa lì Sandro Piccinini e Fabio Caressa), grande estimatore del Profeta Boemo, che in quella trasmissione lanciò i primi attacchi sul doping. Quando Zeman passò alla Roma invecchiò di dieci anni in un colpo solo. Un sabato sera ho anche chiamato per partecipare ad un gioco dove si vinceva un orologio…l’emozione era tale che non risposi nel modo giusto.
Comunque queste televisioni locali offrivano un prodotto popolare e onesto: non c’erano inutili fighe rifatte da cartellone pubblicitario, filosofi del pallone e calciatori in pensione che facevano i tristi opinionisti, non ti scassavano la minchia con la moviola e c’era una cortesia di fondo tra conduttori, ospiti e ascoltatori. Nel contesto romano, il degrado culturale e la corsa al ribasso derivante da oltre trent’anni di berlusconismo televisivo ha portato, a mio avviso, alla sostituzione di quei programmi televisivi con le radio di oggi in stile Marione. A Roma, la mia impressione è che i tre quarti delle persone con cui parli di calcio per strada ripetono meccanicamente quanto sentono alla radio, senza alcuno spirito critico. Ho visto sempre meno quella leggerezza che vivevo nei primi anni da tifoso, e ho notato sempre più aggressività senza senso.
 

Tornando alla UEFA, il primo scoglio da superare ai miei occhi era insuperabile: il Benfica di Sven Goran Eriksson, sempre rimpianto anche quando è andato alla Lazio, che aveva qualche mese prima perso di misura la finale di Coppa Campioni contro il Milan stellare di Sacchi, Gullit, Van Basten e tanti altri. Quali speranze per la mia Roma contro i vice-campioni d’Europa? Non ne vedevo alcuna.
Era una squadra tosta quella Roma, che giocava un buon calcio all’italiana, di sostanza, senza brillare: a giocatori di cuore e quantità (il caterpillar Berthold, Sebino Nela, Fabrizio Di Mauro, Ruggiero Rizzitelli) ne univa altri di più o meno raffinata tecnica (il principe Giannini, Ciccio Desideri, Andrea Carnevale) e qualche fuoriclasse: Rudy Voeller, un rapace d’area di rigore stile Inzaghi ma non antipatico come lui (tra l’altro era il numero 9 della Germania campione del Mondo). C’era poi un giovane centrale difensivo brasiliano che giungeva proprio dal Benfica, proprio su suggerimento di Eriksson al presidente Viola: Aldair.
Uno spettacolo da veder giocare: abituato agli arcigni difensori italiani, questo qui si vedeva che veniva da un altro mondo. Non un difensore roccioso, particolarmente difficile da superare, ma una tecnica sopraffina, grande capacità di impostazione, personalità in campo e fuori, piede destro e sinistro equivalenti e un’eleganza naturale ad ogni pallone toccato…insomma, uno di quei difensori che con la palla tra i piedi fa impazzire gli attaccanti: stoppava la palla di petto, la metteva a terra sotto la suola, alzava la testa e faceva lanci millimetrici di 30-40 metri.
C’era poi un giovane, promettente e fortissimo portiere: Angelo Peruzzi, ma sappiamo come è andata a finire.
In panchina Ottavio Bianchi, allenatore del primo scudetto del Napoli: classico allenatore italiano e che gioca all’italiana nel senso tradizionale: marcatura a uomo con libero mascherato, ci si adatta alla squadra avversaria e si cerca di non prendere gol. Se capita ne facciamo qualcuno.
Torniamo al fine estate calabrese. Quel mercoledì sera mi reco al bar sportivo del paese, praticamente vuoto e chiedo al barista (panzone e coi baffi) se si può vedere la partita. “Quale partita…??” mi dice. “E’ la partita della Roma, la coppa Uefa….”, rispondo. Gentilmente e silenziosamente accende la TV, io mi siedo aspettandomi in cuor mio 90 minuti di agonia, e invece dopo 30 secondi dal fischio di inizio il miracolo: Carnevale la butta dentro su assist fortunoso di Aldair. Olimpico in delirio. Il resto della partita è un sostanziale assedio del Benfica ben orchestrato da Valdo, brasiliano dal piede vellutato, che trova però un insuperabile ostacolo in Peruzzi.
Si porta così a casa il risultato, che mi appariva una fragile assicurazione. Al ritorno a scuola, tra noi romanisti (ovviamente eravamo la maggioranza) giravano voci incontrollate su uno stadio, il Da Luz di Lisbona, impossibile da espugnare e difficilmente da uscirci indenne: a ricreazione facevamo la colletta, mi sembra 800 lire, per incaricare il bidello Ireneo, grande tifoso giallorosso con il poster dell’83-84 dietro al banco, di andare a comprare il Corriere dello Sport (a patto di lascargli il giornale a fine giornata).
Credo tra l’altro che sia stato in quel periodo che mi sia reso conto di quante minchiate spara il Corriere dello Sport.
Comunque arriva il giorno del ritorno (nel quale indossiamo un’interessante maglietta bianca con le scaglie giallorosse sulle maniche) e accade quello che sembrava impossibile: al 27° su incursione del tedesco volante, Giannini la mette dentro di ribattuta, sotto la curva dei tifosi romanisti. Il resto della partita scivola via con i portoghesi incapaci di imporre il loro gioco e la Roma a controllare la situazione. Al termine non ho più paura, non ho più timore: tutto è possibile per questa squadra.
 
Il turno successivo è preceduto da un evento che sconquassa l’ambiente a Trigoria e lascerà il segno per molto tempo: Peruzzi, già una certezza nonostante la giovane età, e Carnevale, comunque distinto attaccante che assicurava gol e qualità, vengono squalificati per doping. L’impatto è devastante, c’è chi grida al complotto, chi allo scandalo: sicuramente la società fa una gran bella figura di merda, consigliando ai due di giustificarsi in maniera ridicola, prima invocando una pasticca dimagrante presa per errore dalla mamma di Peruzzi dopo una scorpacciata di cinghiale (perchè poi invocare la magnata di cinghiale? Forse il carattere ruspante della presunta abboffata avrebbe reso la menzogna maggiormente credibile…), poi lamentando uno sciroppo contro il mal di tosse.
Un anno di squalifica (una mazzata…manco fossero stati cocainomani recidivi) e tante grazie. Alcuni dicono che ci sia stata dietro una volontà politica per mettere in difficoltà il Presidente Viola, ma un dato è certo: qualcosa di oscuro c’è stato; il controllo venne dopo un Roma-Bari, e sempre dopo un Napoli-Bari venne squalificato Maradona, essendo il Bari guidato da Antonio Matarrese. Solo coincidenze? Inoltre pare che proprio Peruzzi (che poi fu gentilmente regalato alla Juve, dove è diventato uno dei più forti portieri degli anni 90) e Carnevale fossero in quell’inizio stagione spesso sorteggiati dall’antidoping, come a volerli prendere in flagrante (la prima legge antidoping è arrivata subito dopo, sul punto vi consiglio i libri di Sandro Donati, "Campioni senza Valore" e  "Lo sport de doping", dove c'è un passaggio alla vicenda).


Col morale a terra la Roma si presenta a Valencia dove riesce a strappare un pareggio con una partita giocata in affanno (e un arbitraggio benevolo che ci grazia negando un rigore e annullando un gol al Valencia), grazie al gol di Ruggiero Rizzitelli, attaccante dai piedi scarsi e dal cuore grande.
Al ritorno all’Olimpico la squadra sta più in palla e riesce a sconfiggere 2 a 1 un modesto Valencia, grazie a Giannini che prende per mano la squadra e la guida per farla uscire dalle secche in cui si era incagliata.

Agli ottavi di finale ci ritroviamo contro il Bordeaux, semi sconosciuta squadra francese che si rivela avere una difesa scandalosa dotata di portiere citofono: complice anche un terreno di gioco che sembra quello di un oratorio e una serata freddissima che ghiaccia le mani del povero Bell (per la cronaca in quel Bordeaux giocavano Lizarazu e quel gobbo di Deschamps), ne riusciamo a fare 5 con tripletta di Voeller e doppietta di Gerolin. E’ una Roma in ripresa e il ritorno è una passeggiata, anche grazie al portiere Bell che pensa bene di sublimare la bella prestazione dell’andata facendosi espellere già nel primo tempo: finisce 0-2 con doppietta di Voeller e tutti felici!


Ai quarti di finale ci aspetta l’Anderlecht: squadra forte, più forte di noi. L’anno prima si era arresa in finale di Coppa delle Coppe alla Sampdoria campione d’Italia solamente ai supplementari: e invece con una prova pazzesca di tattica e agonismo la Roma gliene rifila 3: di particolare il 2 a 0 di Voeller su punizione, credo uno dei pochi o forse l’unico della sua bella carriera (culminata con la Coppa Campioni vinta col Marsiglia in finale contro il Milan di Capello e in coppia com Alen Boksic).
Il ritorno è una festa soprattutto per i tifosi in trasferta, che illuminano il grigio stadio belga e si godono la tripletta di Voeller, scatenato come una bestia….praticamente come tocca palla la mette dentro: risultato finale 2-3.
Per la semifinale sfida con una squadra danese assolutamente sconosciuta: il Brøndby (piccola cittadina vicino Copenaghen). All’epoca non era affatto strano che una squadra non nota e neppure particolarmente forte arrivasse in fondo ad una competizione europea: l’eliminazione diretta, anche in coppa Campioni e nella Coppa delle Coppe, poteva favorire squadre senza blasone che davano tutto per dieci partite l’anno e si ritrovavano alle fasi finali a giocarsi un posto nella storia. Oggi sarebbe impossibile.
In Danimarca pare che ci siano problemi di ordine pubblico: lo stadio è una bagnarola e basterebbero i tifosi in trasferta per riempirlo tutto. Non ci sono neanche le recinzioni, e le autorità danesi, preoccupate dal vitalismo latino dei romanisti, pensano (bene) di mettere le barriere al settore ospiti, col risultato di creare una gabbia per polli.
La partita è difficile e il Brøndby (in cui gioca il portiere Schmeichel) cerca in tutti i modi di segnare, ma la diga eretta da Bianchi e le parate di Cervone preservano uno 0-0 da giocarsi tutto al ritorno.


Qualche giorno prima della partita di ritorno comincia lo psicodramma: ce la fa l’infortunato Voeller a giocare o non ce la fa? La sua presenza è fondamentale: capocannoniere del torneo, la Roma si aggrappa a lui per arrivare in finale. A scuola il solito giro tra i banchi del Corriere dello Sport, fino a quando leggo la scritta a titoli cubitali che mi rassicura: “segno anche con una gamba sola”. Il tedesco giocherà, e sarà fondamentale: dopo il vantaggio di Rizzitelli e l’autogol di Nela (per la verità nel tentativo di rimediare ad una bella cappellata difensiva di Comi), durante un assedio scomposto, davanti al fantasma dell’eliminazione, riesce non so come a buttarla dentro in una mischia a due minuti dal 90°.
L’Olimpico è di nuovo in delirio.
Siamo in finale: c’è un posto nella storia anche per me.
L’Inter è più forte di noi e alla fine il 2-0 dell’andata – con un rigore inventato dall’arbitro russo su cui giravano strane storie di soldi e intermediari - li garantisce dalla finale di ritorno. L’uno a zero con gol di Rizzitelli non basta, e sette anni dopo la finale di Coppa Campioni dobbiamo subire un’altra finale persa in casa. La settima Coppa Italia vinta contro la Sampdoria campione d’Italia non servirà ad asciugare le lacrime, siamo su due piani completamente diversi. Nel frattempo la società passa di mano: il presidente Viola è morto e gli eredi cedono il pacchetto azionario a Giuseppe Ciarrapico.
Quella finale persa contro l’Inter è stata una mazzata durissima: ero convinto che ce l’avremmo fatta, non era pensabile che un’altra squadra avrebbe potuto alzare la Coppa nel nostro stadio. E invece successe. A 10 anni avevo sperimentato una delusione così grande da essere vaccinato per tutte quelle che ho vissuto in seguito, e non sono state poche.


E’ come se quella fantastica cavalcata nella coppa Uefa 90-91 mi abbia catapultato all’improvviso da uno stadio in cui il tifo è un passatempo piacevole ad uno in cui il tifo è fonte di emozioni fortissime: per questo sento un’empatia verso uno sconosciuto coetaneo tifoso sampdoriano, che l’anno successivo in finale di Coppa Campioni contro il Barcellona vivrà un’amarezza ancora più grande. Non ho vissuto il tuo dolore, ma ti posso capire benissimo. 

lunedì 18 novembre 2013

500 di questi post

 

Era dai tempi di Mazzone che non si viveva un momento così alto.

Lacrime di Borghetti è stato aperto da questa frase di Bostero, frase riferita al gol della qualificazione mondiale, messo a segno da Martin Palermo contro il Perù al Monumental.
 
Era il 12 ottobre del 2009, sono passati 4 anni. Quella riga bosteriana è da considerarsi il nostro "Plane Crazy". Che minchia è Plane Crazy? Vi starete giustamente chiedendo. Plane Crazy è l'opera prima di Walt Disney, un cartone della durata di sei minuti con Topolino e altre bestiacce intente a costruire un aereo, non ho idea di come vada a finire, visto che dopo 1:37 ho premuto pausa (e ho aperto sul porno streaming). Da quel cartone è partito l'impero Disney. Non fraintendetemi, non sto paragonando LB alla Disney (ci manca quel sano razzismo disneiano), però Lacrime di Borghetti è iniziato così: una riga, cinque commenti (tutti "Casalinghi" ovviamente) e una tag. Quattro anni dopo siamo un blog da 20.000 visite mensili, poche se paragonate alle visite di: supernapoli, urràjuve, megainter e dajeroma, ma veramente tante se si tiene conto che LB è un blog che raramente tratta di attualità. Piangendo (Borghetti) e scrivendo, ci siamo accorti di essere seguiti sempre di più. La "Popolarità" (molto tra virgolette) di LB o LdB è esplosa come l'acne sul volto di un quattordicenne. A tal proposito, dove sono finiti gli adolescenti di una volta, quelli con il viso deturpato dai follicoli piliferi infiammati e grondanti di Topexan? Io non ne becco più mezzo in giro, che siano spariti come i terzini alla Benarrivo, le torri alla Kennet Andersson e i calciatori con i baffi?
 
Lacrime di Borghetti ha ingranato di colpo, chissà perché, in realtà non era nei nostri piani. Tra noi autori non esiste e non è mai esistita una linea, da sempre ognuno scrive ciò che si sente di scrivere. Io mi sono aggregato in stile Ringo Starr, due giorni dopo l'apertura del blog, con un pezzo sul portiere tahitiano della nazionale under 20 ai mondiali di categoria. LB è stato per me l'occasione di poter parlare di quel calcio che non si caga nessuno, un modo per sfogare tutte le mie perversioni pallonare, un modo per evadere dalla moviola, dal telecronista urlante, dall'opinionista saccente e soprattutto dalla monotonia calcistica della mia città. Non posso parlare per tutti, però posso dire che LB è il nostro modo per staccare la spina e riportare un po' di romanticismo in questo sport che spesso e volentieri è ormai romantico come un rutto durante un matrimonio.

UN PO' DI NUMERI
Questo è il post numero 531. Il  più visualizzato (si contano le aperture di pagina) è "L'eleganza del nove e mezzo: Enzo Francescoli" (Dionigi) che tra prima e seconda parte ha raggiunto le 5.680 aperture di pagina. Seguono "L'avvocato dei lupi" (Tamas) con 5.446 visualizzazioni e "Hai mai visto il funerale di un cinese" (Nesat) con 3.296. Il post più "Chiacchierato" è il recentissimo "Calciomercato: la parola agli esperti! La seconda parte: i bidoni" con 82 commenti. Gli Stati Uniti sono il paese estero che ha visualizzato più volte la nostra pagina, seguiti da: Germania, Regno Unito, Francia, Paesi bassi, Ucraina, Cina, Spagna e Russia.
Su facebook ci stiamo avvicinando a 1800 like (attualmente sono 1782). I follower su twitter sono 791, i nostri Tweet 3026. Stando alle statistiche di Facebook, l'89% dei nostri fan è di sesso maschile (il restante 11% è dunque gente che amiamo), il 56% totale va dai 25 ai 34 anni. Roma è la città con il maggior numero di "Borghettari", seguita da: Milano, Bologna, Torino, Napoli, Trento, Padova, Prato e Cagliari.

UN PO' DI NOI

el señor dionigi

Età: 30.
Squadra del cuore: Roma. Fuori dall'Italia: Osasuna.
Calciatore preferito (di sempre): il Màgico Gonzàlez.
11 ideale (un 3-4-2-1 molto sbilanciato anni '90): Giovanni Cervone | Aldair, Agostino Di Bartolomei, Colin Hendry | Karlheinz Pflipsen, Patxi Puñal, José María Bakero, Jari Litmanen | Enzo Francescoli, Francesco Totti | Chris Sutton.
Post preferito: la trilogia su Menotti di Arturo, perchè è il mio ideale di scrittura calcistica di qualità. Lo trovo un capolavoro.

sigosiendobostero

Età: 30
Squadra del cuore: Bologna e Barcellona.
Calciatore preferito (di sempre): Baggio perche quando era in Nazionale non temevo nessun avversario perche noi avevamo Baggio.
11 ideale: Kahn, Montero, Vierchowood, Mascherano, Iniesta Rijkaard, Nedved, Boksic, Baggio, Batistuta.

Tato
Età 32
Squadra del cuore: Napoli e Roma: per non farmi mancare nulla, perché a me piace vincere facile.
Calciatore preferito (di sempre): Maradona (che domande sono??)
11 ideale (per qualità, simpatia, bellezza..fate voi) presto fatto: Lev Yashin, R. Carlos, Aldair, Krol, Maldini, Falcao, Gullit, Garrincha, Maradona, Totti, Careca. All: Brian Clough
A disp. René Higuita, Cafu, Bobby Moore, Baresi, Cabrini, Bernardini, Iniesta, Conti, Cantona, Cruijff, Puskàs.
Special guest: El Magico Gonzalez.
Sciuscià/sciacquasospensori: Pelé.
Post preferito: Il mago pigro, poiché dal suo Taxi, bordello o tomba che sia, sono certo che il Magico ci legga con simpatia, dedicandoci di tanto in tanto una birra ovvero un assopito cerchietto di fumo. 


Gegenschlag
Età: 30
Squadra del cuore: Lazio
Calciatore preferito: Gazza
Squadra:(4-3-1-2)  Soviero, Stam, Nesta, Mihajlovic, Sergi, Pirlo, Keane, Simeone, Gascoigne, Di Canio, Cantona.
Post: quello dello zio su Italo Allodi (per il valore letterario). Le polemiche di Dionigi meritano una menzione speciale per la loro ammirevole continuità nelle stagioni 2009-2010 (Roma Samp su tutte) e qualunque post commentato dal profeta del gol.

loziodiholloway

età: 96
squadra del cuore: Milan.
11 preferito: (4-3-3) Antonio Gramsci; Vladimir Ilich Lenin, Mao Zedong, Michail Bakunin, Petr Kropotkin; Rosa Luxemburg, Karl Marx, Leon Trotsky;  Malcolm X, Gaetano Bresci, Simon Bolivar.
All. Zdenek Zeman
Riserve: Fidel Castro, Lalla Fadhma n'Soumer, Ho Chi Min, Ernesto Che Guevara, Joseph ‘Tito’ Brosiz, Enrico Malatesta, Emiliano Zapata, Dolores Ibárruri, Marcos, Buenaventura Durruti, Vo Nguyen Giap.
Post preferito: tutti, tranne quelli dello zio di holloway che non lo sopporta

Nesat Gulunoglu

Età: 30
Calciatore preferito: Roger Milla
Squadra del cuore: Roma. Grandissima simpatia per il Manchester City (da quando erano morti di fame). Uno sguardo ogni domenica al risultato del Ragusa.
11 ideale: Chilavert, Bruno(C), Dunne, Lalas, Kallaste; Tofting, De Rossi, Lombardo, Whitmore; Milla, Goater.
A disp: N'Kono, Sunzu, Zago, Benarrivo, Morleo, Okocha, Di Biagio, Ingesson, Hagi, Ravanelli, Larsson.
Post preferito: I post che parlano di Gesù.

Ringraziamenti
I ringraziamenti da fare sono tanti e ho seriamente paura di dimenticare qualcuno. Intanto il nostro grazie più sentito va a chi in questi anni ha collaborato (con uno o più post) con noi. Gente come Tamas, che di tanto in tanto ci regala qualche sua perla o come Arturo che ha sottratto qualche post al suo blog per donarlo a noi. Persone vicine come il Fornaretto, amico e fan numero uno, Greezo autore di uno dei post più apprezzati di sempre, Isidro conosciuto in una serata di racconti al Belleville. Ragazzi come Gaizka, prima accanito lettore e poi anche autore. Le penne splendide di Giò e Oiram. Il nostro salernitano Vasilij Ivanovic, il mio grande amico Andrea Romano, autore di un libro stupendo che spesso ci onora della sua presenza.  E ancora: Alessandro, Calcio Corea, Eltibe, Everett D. Schmitt, Gian Mario Bachetti (e la sua "Calzoleria"), Il Pa, Il nostro amico Kalle, Lorenzo, Nicola Palmiotto, il ragazzo della cantera Paolo Pontari, Wal, il gioco del pallone direttamente dalla lontanissima Uganda e vieni_127.
Un particolare  ringraziamento va anche a chi tiene vivo il blog con i commenti, come il grandissimo Markovic, Anonimo sfidante, Oblomov, Alessandro Lusi (collaboratore sulla pagina FB), Vincenzo, la colonna borghettara di Trento, Edo Molinelli, Goliardia, Mostovoi, la grata vi uccide, il buon Pettinicchio, Lapo Scacciati e la brigata Mauro Repetto (chiedo scusa se ho dimenticato qualcuno). Grazie anche ai tanti (la maggioranza) che leggono senza commentare. Tantissime grazie anche a chi ci frequenta su Twitter e Facebook.
Infine GRAZIE per lo splendido logo a Ricardo Cavolo.

TUBO NERO
Ricordiamo con un minuto di silenzio Tubo Nero, ucciso ingiustamente dalla segnalazione di qualche represso per una paio di tag simpaticamente pornografiche e qualche dozzina di tette al vento delle WAGS. 

Per quanto possibile continueremo ad allietarvi (o a tormentarvi) con le nostre storie, perché noi: siamo quelli che detestano Pelè, quelli che hanno ballato la makossa con Milla, quelli che esultavano con Tuta, siamo quelli che la domenica uscivano solo dopo aver sentito le partite e visto 90esimo, quelli che entravano in tackle con Pasquale Bruno e correvano sulla fascia con Antonino Asta, siamo quelli che vorrebbero offrire una pinta a Gazza e Jimmy five bellies e che vorrebbero uscire a cena con la crazy gang del Wimbledon, siamo quelli che non si vergognano di piangere per una partita, quelli che non concepiscono i tizi che non seguono il calcio, siamo quelli che sanno a memoria Febbre a 90°, quelli che quando visitano una città cercano lo stadio sulla cartina, siamo quelli che quanto ci stava sul cazzo Maurizio Mosca, ma quanto ci manca Maurizio Mosca, siamo quelli che fanculo il fair play, quelli contro il terzo tempo, quelli cresciuti con le televisioni e le radio private, quelli che all'estero cercano un pub con le partite della serie A, siamo quelli con la figurina di gente tipo Firicano dentro al portafoglio, quelli che giocano a calcetto con magliette esotiche portate da uno zio, quelli cresciuti con Pizzul, quelli che il gol più bello della storia è senza dubbio quello di Bressan al Barcellona  o al massimo quello di Antonio Toma, siamo quelli che si ricordano Tiziano De Patre, quelli che vogliono Morleo in nazionale, quelli che il Foggia di Zeman è una religione,  quelli che se siamo in svantaggio per 1 a 0 al 62esimo diciamo che è finita e siamo quelli che se siamo in vantaggio per 3 a 1 a 2 dalla fine: "Adesso pareggiano", siamo quelli che dal minuto 85 gridiamo all'arbitro "Fischia stronzo che è finita", siamo quelli che si giocano il Mali vincente in coppa d'Africa, quelli che Zwolle merda, quelli che a differenza della Bielorussa vogliono la nazionale di Gilbilterra, siamo quelli pigri come il Magico Gonzalez, quelli che "Correvano" con Mazzone, quelli distrutti per il Vicenza eliminato in coppa coppe, quelli che rivogliono la coppa delle coppe, quelli delle figurone score, quelli delle brevi calcio sulla pagina 229 del televideo, siamo quelli della tedesca in spiaggia, quelli che speravano in un gol del Bari solo per vedere il trenino, quelli capaci di chiedere un autografo a Matrecano incontrato per caso in autogrill, quelli che rivogliono Gaucci, quelli che quando la nostra squadra sta perdendo e l'arbitro concede 7 minuti di recupero urlano: "Solo 7!? Bastardo!" e quando al contrario stiamo vincendo e l'arbitro da 2' di recupero urliamo: "2!? Ma quando mai... Bastardo!", siamo quelli che si esaltano per il primavera all'esordio, certi che sia nata una nuova stella, salvo poi ritrovarlo dopo un paio di anni in  eccellenza, quelli cresciuti con l'arbitro vestito di nero, quelli che contrattano il prezzo del borghetti prima di entrare allo stadio, quelli che giocavano con il portiere volante, quelli che urlavano: "Ultimo in porta!", quelli che Carlo Nervo meritava una maglia da titolare in nazionale, siamo quelli che il momento più bello non è quando il pallone entra, ma quando il pallone sta per entrare, siamo quelli che hanno imparato la geografia grazie al calcio, quelli incantati dal Parma di Scala, quelli che conoscono you'll never walk alone e i'm forever blowing bubbles, quelli  estasiati dalla Bulgaria del 1994 e siamo altre mille cose, che ora non ricordo. 
Siamo soprattutto quelli che: hanno versato, versano e per sempre verseranno Lacrime di Borghetti.

martedì 12 novembre 2013

Addio mia bella, addio (Fallire a novembre)


Vivissime condoglianze
«No shadows
no stars
no moon
no cars.
November»
(Tom Waits – November)

Quest'estate ridevamo. La Samb stava fallendo per la quarta volta in sedici anni. Abbiamo pure fatto passare un aereo sulle loro spiagge. Un aereo di quelli con lo striscione dietro, tipo Berlusconi dopo la sentenza della Cassazione. «Sua Eccellenza Sambenedettese», c'era scritto. Ridevamo del fatto che, per la prima volta nella storia del calcio mondiale, la squadra che ha vinto il campionato si trova a dover ripartire da una categoria inferiore rispetto a quella dalla quale proveniva. Qualche anno fa facemmo la stessa cosa per gli anconetani, anche loro vittime di una presidenza sconsiderata: «Cucu, l'Ancona non c'è più».
Questa volta tocca a noi, però, abbassare la testa e bere l'amaro calice: nessuno sembra capace di salvare quel che resta dell'Ascoli Calcio. Non Benigni – Roberto, il presidente milanista con il nome del comico –, non i tre volenterosi che lo hanno sostituito in un Cda d'emergenza. Naufragato dopo 36 giorni di parole gettate al vento. Le gazzette locali parlano di debiti, libri contabili in tribunale, litigi, assemblee roventi in sedi senza la connessione a internet. Clima da 8 settembre, «la morte della Patria», tutto è perduto persino l'onore.

Sfottò aerei ai cugini rivieraschi

In campo non riusciamo più a dire niente: chi viene al Del Duca vive la giornata come un'allegra scampagnata domenicale. Gli spalti sono mezzo vuoti. In campo si alternano loschi figuri con la chierica e la barba incolta, vecchi capitani di ventura passati ad Ascoli per caso, giovani di nulle speranze, figli d'arte senza parte. Fuori ridono tutti. O piangono. I debiti sono spalmati per mezza Italia. Pure andare in trasferta, per la squadra, è un problema: nessuna compagnia di trasporti vuole più fornire un autobus, dopo i mancati pagamenti delle scorse stagioni. Idem per gli alberghi. Tutte le partite fuori casa sono gite da fare in giornata. Si parte la mattina presto e si torna la sera tardi, in mezzo c'è tempo per prendere due o tre gol a seconda dello stato di forma dell'avversario. Mancano i cerotti in infermeria, il campo di allenamento è una distesa di erbacce, per mesi il sito internet della società è stato offline perché nessuno pagava il dominio.
Un disastro completo, il buio prima, durante e dopo la siepe. Comincia l'inverno e noi ci prepariamo a prendere freddo sugli spalti anche quest'anno. Ad incazzarci con tal Vegnaduzzo perché ha i piedi rettangolari, a bestemmiare contro Bruno Giordano perché fa l'allenatore e non si va a mettere lui, al centro dell'attacco.

Il bomber Vegnaduzzo

Prepariamo la calzamaglia da mettere sotto i jeans, litighiamo con le fidanzate perché «la trasferta a Nocera Inferiore comunque non si può saltare», tiriamo la sciarpa fin sopra il naso perché la polizia comunque non ha mai lo sguardo amichevole e si sa come vanno a finire certe domeniche. Chiamo un amico – lo stesso che mi ha comunicato la notizia della morte di Lou Reed –, all'inizio ci scherziamo sopra, alla fine la sfiga è un sentimento in tutto e per tutto comico. Poi rimaniamo qualche attimo in silenzio. E lui mi fa: «Stanotte dormo con la maglia che mi regalò Bierhoff ai tempi».

Scorrono i titoli di coda, le gazzette locali continuano a descrivere il disastro. Aspettiamo il compiersi del nostro destino con la serena consapevolezza che può andare sempre peggio. Fuori sta cominciando a piovere.

venerdì 8 novembre 2013

L’asse Pyongyang - Giakarta - Ulaanbaatar - Appiano Gentile


Analisi semiseria del nuovo corso neroazzurro 
e della geopolitica asiatica



Fiducia incondizionata nell’Internazionale socialista serpeggia da Milano. Fiducia nelle “orde neroazzurre”, la squadra italiana che per prima osò incontrare in una gara amichevole la nazionalesovietica e ruppe l’isolamento internazionale della Cina del Grande TimoniereMao Tse-Tung. Seguendo le radici del Partito falcemartelloneroazzurro, Massimo Moratti al momento di passare la mano decise di non lasciarsi ammaliare dalle sirene del capitalismo imperialista. Prima ci provò con i cinesi, e chi se no?!?, con le maglie rosse e con il tentato accordo con la China Railway Construction Corporation, avanguardia della classe lavoratrice del Celeste Impero. Poi arrivarono gli eurasiatici kazaki, eredi della gloriosa Unione Sovietica e del grande Segretario del PC di Alma Ata Leonid Brežnev. Trattative però fallite.
Ma è un erede del grande Kusno Sosrodihardjo Sukarno, il presidente indonesiano che addirittura cercò di scalfire il primato del Comitato Olimpico Internazionale organizzando i Giochi delle Forze Emergenti, ad aprire una nuova pagina della storia neroazzurra.
Per la prima squadra di Milano (la seconda è la primavera dell’Inter, ovviamente) è ora il turno dell’Indonesia. È Erick Thohir, il nuovo Caro Leader interista. È lui che guiderà la più eurasiatica e socialista squadra italiana a nuovi splendidi traguardi. È l’Inter la prima squadra che si volge ad Oriente, l’Oriente Rosso, evocato dal grande Karl Radek nel 1920, dodici anni dopo la fondazione delle Benamata: «Noi sappiamo, compagni, che i nostri nemici ci accuseranno di aver evocato la memoria di Gengis Khan, il grande conquistatore, e dei grandi califfi dell'Islam… E quando i capitalisti europei affermano che questa è la minaccia di una nuova barbarie, di una nuova invasione unna, noi rispondiamo loro: Viva l'Oriente Rosso!».
Viva l’Oriente neroazzurro! Notate i riferimenti, che in una sorta di nicciano Eterno Ritorno rieccheggiano nel 2013: Gengis Khan è la Mongolia, l’Islam dei califfati è l’Indonesia, il paese più popolato al mondo con maggioranza islamica, l’Oriente Rosso, anzi l’Estremo Oriente Rosso è la luminosa Repubblica Popolare Democratica di Corea. Nulla è un caso:

In un sistema finito, con un tempo infinito, ogni combinazione può ripetersi infinite volte


D’altronde Friedrich Wilhelm Nietzsche è José Mário dos Santos Mourinho Félix, cioè l’Inter. 

Please don't call me arrogant, but I'm European champion and I think I'm a special one


José Mourinho sulla prima pagina della Pravda

Per festeggiare il loro connazionale, nuovo Eroe di Milano, gli indonesiani che fanno? Mandano il ministro degli esteri, Marty Natalegawa, e soprattutto la nazionale di calcio a Pyongyang. A discutere di pace, nucleare, economia, calcio… ed Inter. A Pyongyang si sconteranno su un campo di calcio le due nazionali, guidate da Andik Vermansyah, il Messi (o meglio il Nicola Ventola) di Giakarta, e Jong Il-Gwan, il Cristiano Ronaldo (o meglio il Checco Moriero) di Pyongyang. Due talentini niente male. Che, ne siamo certi, sono già sotto osservazione dei nuovi scopritori di talenti di Thohir.

Jong Il-Gwan
A Pyongyang, in questi giorni c’è un altro grande tifoso interista: il presidente della Mongolia Tsakhiagiin Elbegdorj (a Pyongyang non ci vanno solo i Razzi… ci va anche gente più seria). Nel 2011 venne in Italia e chiese di conoscere il Papa e Massimo Moratti, la Chiesa e i Neroazzurri, Cristo e Mourinho. Il Papa fece gli onori di casa in Vaticano, Moratti nella sede dell’Inter. Mou non c’era più e quindi il Presidente portò con se Coutihno e Forlan, i due che occupavano il posto di Vermansyah e Jong. 

Il Presidente Elbegdorj con pezzi di storia dell'Inter: Moratti, Coutinho, Forlán e Toldo

Jong Il-Gwan è solo omonimo del sulfureo bomberone della nazionale dei Kim, quel Jong Tae-Se che dopo essersi fatto ammirare ai Mondiali sudafricani del 2010 dichiarò “il mio sogno è giocare in Serie A, nell’Inter”.
Tre indizi, fanno una prova. Tutto nel nome dell’Inter, potenza politico-calcistica dell’eurasiatismo socialista.
L’asse Pyongyang-Giakarta-Ulaanbaatar-Appiano Gentile è l’ultimo residuo del socialismo-calcistico italiano.
D’altra parte, la Juventus è da sempre la squadra del padrone, dell’asse Kissinger-Liebermann, il Milan è la squadra che geopoliticamente segue l’ondivaga politica berlusconiana, da putiniano a fedele cagnetto di Al Jazeera e delle forze reazionarie arabe, la Roma è ormai squadra Yankee a tutto tondo, il Napoli rispecchia appieno il “tu vuò fa’ l’americano” di carosoniana memoria.
Thohir, Kim Jong-Un, Elbegdorj, c’è li vediamo, fra qualche anno, discutere amabilmente del Triplete, di Mou, dell’Interismo-leninismo. E sullo sfondo una straordinaria amichevole tra Inter e 25 Aprile allo Stadio Kim Il-Sung. Rete di Jong Il-Gwan…in maglia neroazzurra. 

Il nuovo corso

lunedì 4 novembre 2013

Tra cinema e la chiusura di Sportitalia


La vita di Adele

Si fa un gran parlare di La Vita di Adele di Abdellatif Kechiche, il film che ha fatto impazzire Cannes.
La prima parte del film è effettivamente quasi perfetta. Come recitazione, come svolgimento e come inquadrature (la scena del bacio sulle scale). Poi il film si blocca, perde all'improvviso di consistenza, diventando insopportabile. La svolta è la scena dello screzio fuori da scuola tra la protagonista e un'amica, ultimo momento in cui viene affrontato il tema centrale.
Da quall'istante tutto si perde in stereotipi, circostanze e piatti di spaghetti bolognaise mangiati avidamente (come se chiunque potesse essere Christoph Waltz che mangia uno strudel). Le protagoniste si ritrovano infangate in ritratti, love parade e pianti isterici.
Il film, quando dovrebbe, non racconta nè l'uscita dall'adolescenza, nè l'omosessualità, nè l'amore.
Per lo più inutile e fuori luogo. Una delusione lunga tre ore, insomma.

* * *

Dopo 9 anni di calcio francese e sudamericano, di sport a 360 gradi e dirette calciomercato, chiude Sportitalia. O meglio, Sportitalia diventa LTSport. Lo annuncia in diretta un Michele Criscitiello a mezza via tra il tono severo e quello scherzoso. Lo scherzoso per sdrammatizzare, il severo per i 35 giornalisti la cui posizione rimane in bilico nel passaggio alla nuova emittente.
Di fatto, per noi spettatori non cambierà quasi nulla, giusto gli studi e un minimo i contenuti. Per loro, qualcosa di più.
Da Lacrime di Borghetti pieno sostegno a Sportitalia.

* * *

Barbara Berlusconi

La vera notizia del weekend è la crisi del Milan.
O meglio: Barbara Berlusconi che, risultati e campagna acquisti alla mano, ipotizza cambi a livello dirigenziale.
Allegri sempre più in bilico, Balotelli sempre più nell'occhio del ciclone (senza cresta e orecchino - peraltro - non mi piace, meglio il vecchio look) e Robinho sempre più titolare. Gli schiaffi viola hanno fatto malissimo.
Si ferma, invece, a Torino la striscia della Roma di Garcia (complice anche qualche spinta di troppo e un rigore che manca all'appello). L'enorme sforzo dei giallorossi è ora ridimensionato dai soli 3 punti che li dividono dalle inseguitrici. In altre parole, pesano un infinito alcune decisioni arbitrali pro-Juve e pro-Napoli.
Infine, Toni con attorno quella marea di sudamericani semi-sconosciuti fa impazzire.

Tutto questo per dire che stasera Bologna-Chievo è fondamentale e che presto o tardi vi esporrò la mia teoria sul perchè i jeans skinny fanno belli i fondoschiena - oggi non ho tempo.