giovedì 10 ottobre 2013

Quell'anno in cui impazzii per il Castel di Sangro



Introduzione

Non è solo mera questione anagrafica. In altre parole, meno criptiche, il fatto che sia nato a metà degli anni '80 - secondo il mio sindacabile parere - non ha contribuito in maniera decisiva al fatto che ad oggi reputi il calcio di metà anni '90, almeno alle nostre latitudini, il più eccitante e “mitologico” di sempre. La giusta mistura di tecnologia e “old fashion”, quell'epoca di mezzo in cui si passava con incoscienza dai due ai tre punti, dalla numerazione classica a tutto lo scibile a due cifre, dalla melina con portiere annesso al divieto di effettuare il retropassaggio all'estremo difensore (si, vabbé, al fatto che poi avesse potuto prenderla con le mani); un'era di soldi e vittorie, di eccentricità e album di figurine tra i più sentiti, di posticipi e anticipi, Telepiù, televideo a go go e coppe europee (tre... senza considerare l'Intertoto e un po' prima il torneo anglo-italiano) che avevano ancora il loro fascino intatto. Non poteva che incastonarsi in un contesto così puro - eppure agli albori di una marcescenza che farà sentire tutto il suo olezzo a inizio millennio - la storia di un paese poco più che minuscolo capace di scalare categorie fino ad arrivare in Serie B.

Nessun Chievo allora, nessun Albinoleffe, figurarsi se squadre come Giacomense o Castel Rigone si sarebbero sognate di giocare tra i professionisti; solo nobili, più o meno importanti, più o meno provinciali, che imperversavano nei quattro campionati maggiori, da nord a sud, a suon di derby, giocatori dal futuro assicurato, icone per presidenti e stadi traboccanti passione. E poi c'era il Castel di Sangro, squadra persa tra le montagne abruzzesi, poco più di 5000 abitanti, un presidente con le mani in pasta e l'entusiasmo di quello bello, lo stesso che l'aveva trasformata da una tosta compagine alla periferia dei radar peninsulari - che aveva vinto tra l'anonimato la finale play-off di C2 contro il Fano - in una vera e propria realtà del panorama calcistico italiano: dodici mesi prima aveva fatto piangere il Livorno (e il già citato Fano), nel giugno del 1996 si guadagnò le copertine (e una puntata di Sfide) per aver compiuto il miracolo, quello del doppio salto: il “Castello”, come veniva affettuosamente chiamato da tifosi e media, si posizionò secondo dietro il Lecce nel Girone B di terza serie, durante la post-season si sbarazzò prima del Gualdo e poi dell'Ascoli allo Zaccaria di Foggia, una sfida vinta ai rigori grazie a super Spinosa, portiere agée che, dopo il gol di Fusco, sventò il rigore di Milana e portò in Serie B lo sconosciuto Castel di Sangro.

Prologo

Ma veniamo a me. Avevo 12 anni e il mio bel da fare per stare dietro alle squadre del mio cuore, non una ma addirittura due: la Juventus, fresca vincitrice della Champions League, e la Salernitana, per due anni a un passo dal paradiso con Delio Rossi prima e Franco Colomba poi (due quinti posti e Serie A solo “annusata”). Ricordo era estate e sfogliando la Famiglia Cristiana, immancabile presenza dirimpetto al wc, fiondai l'attenzione su un articolo posto proprio nel mezzo, lì dove si vedono i piccoli ganci della rilegatura, posto riservato ai “pezzi” più fortunati perché quelli che vengono scorti più facilmente. Una bella foto di gruppo, festosa, i giocatori del Castel di Sangro in tuta che festeggiano nel centro del paese la promozione in cadetteria. Leggo dell'allenatore Osvaldo Jaconi, sanguigno e tarchiato dai baffi brizzolati, del presidente Gabriele Gravina, un bell'uomo dalle idee chiare, già all'opera per arrivare a posizioni di rilievo in Federcalcio, del vecchio Spinosa, e poi di un manipolo di giovanotti che a suon di gol, pane e salame avevano scalato la montagna del calcio italiano arrivando fino in Serie B. Una roba da rimanerci affascinato, incantato, da venir fuori dal bagno continuando a pensare: che simpatici, sono proprio curioso di sapere come andrà l'anno prossimo. Fu in quel momento, ancora inconsapevole, che mi ritrovai piombato in un tunnel da cui vidi la luce esattamente 10 mesi dopo: un'ossessione, la mia personalissima e fantastica ossessione della stagione calcistica 1996/97. Quella in cui un ragazzetto malato di Juve e Salernitana decise di mettere da parte le sue storiche fidanzate per dedicarsi all'amante più ruspante, inutile e bizzarra che avesse mai immaginato e, va da sé, incontrato: il Castel di Sangro.

(Un bello, un brutto)

Serie B 1996/1997

Il campionato quell’anno cominciò l’8 settembre, il Castel di Sangro per le sue prime uscite in seconda serie prese in prestito il campo del Chieti. Pronti, partenza e subito tre punti contro il Cosenza, un successo che col senno di poi si sarebbe rivelato fondamentale. All'inizio non ero così convinto: con un orecchio teso ai risultati della Salernitana e un altro a quelli della compagine abruzzese (senza dimenticare la Juve), iniziai ad interessarmi davvero alle vicissitudini della squadra di mister Jaconi dalla terza giornata in poi, quando arrivò un’altra vittoria contro la Cremonese: il lunedì scorsi sulle pagine sportive de Il Mattino un trafiletto sulla cronaca della partita (l’unico di una squadra non campana), al pomeriggio poi vidi le azioni salienti della partita su Rai Tre (vi ricordate di “A Tutta B”?): rimasi affascinato dallo sponsor sulle maglie, Soviet Jeans, dal look di alcuni dei giocatori, dalla posizione di classifica di questa matricola impazzita che dopo tre turni aveva sei punti e continuava a stupire. Cominciai dunque a fare sul serio. Reperii un quaderno con le righe da terza elementare e iniziai ad appuntarvici tutti i risultati: appiccicai sulla copertina un foglio A4 debitamente ritagliato in cui scrissi il titolo, incollai subito l’articolo della Famiglia Cristiana all'interno, lasciai uno spazio per le figurine Panini dei calciatori che avrei trovato da qualche parte, presi da Il Mattino l’articolo che avevo letto, lo estirpai dal quotidiano e lo misi in bella vista (per le sfide contro Cosenza e Foggia mi limitai a riportare risultato e marcatori, con qualche ghirigori annesso). Avevo deciso, avrei riempito quel quaderno di memorabilia, cronache e ritagli di giornali (sportivi e non, ma anche di settimanali in cui per caso si parlava della squadra, Il Mattino continuò per tutta la stagione coi suoi trafiletti), per tramandare ad imperitura memoria l’anno magico del Castel di Sangro.

Per diventare tifoso d’emblée di una squadra di calcio bisogna fare tre cose: seguire le partite (all’epoca solo la cronaca via carta stampata o quando possibile radio), spargere la voce sulla nuova passione e procurarsi un gadget che attesti la propria fede. Riuscii a trovare una sciarpa del Benevento, era del mio compagno di banco, e me la feci prestare per un anno: stessi colori, sarebbe stata la mia inseparabile sciarpa dell’inverno. Poi creai una bandiera, minuscola, stile Mille Miglia: una cannuccia come asta, un foglio come drappo, tutta gialla e rossa con sopra appuntati i nomi dei calciatori. Simbolo e vessillo, la piantai nei pressi del mio banco, a scuola, per mettere subito le cose in chiaro: qui sta seduto un tifoso del Castel di Sangro. Ancora la conservo gelosamente. Come ovviamente conservo il quaderno.

(Volevo i jeans di marca Soviet!)

Fu una stagione sofferta e stracarica di emozioni, come raramente nella storia sportiva di un club di calcio. Ne successero tante e tante che ormai la gente mi guardava con compassione, come a dire: caspita, si è scelto la più sfigata tra le squadre. Innanzitutto iniziarono a fioccare le sconfitte, sempre fuori casa, sovente tra le mura amiche; quando il Teofilo Patini, lo stadio cittadino, fu pronto e omologato per la cadetteria, arrivò il Genoa e un diluvio universale che costrinse l’arbitro a sospendere la partita alla mezz'ora del primo tempo: un bel modo di inaugurare il nuovo impianto. Nuovo impianto che fu anche teatro di una beffa storica, organizzata dalla trasmissione “Il Guastafeste”: d’accordo con società, mister e giocatori, la Mediaset organizzò uno scherzo a giornali locali e tifosi. Fu annunciato, anche sul 229 di Televideo, l’arrivo in squadra dal Leicester del potente attaccante nigeriano Ponnick che, alla sua prima in un’amichevole nel gelo di un pomeriggio infrasettimanale, prima segnò gol spettacolari con la complicità degli avversari, poi iniziò a litigare con tutti insultando anche i tifosi. Quando fu rivelata la verità a Castel di Sangro non la presero bene.

(Maglia del portiere pixelata: bellissima)

Anche perché l’8 dicembre, dopo 13 giornate, il Castello giaceva ultimo in classifica con 10 punti e una partita da recuperare (quella sospesa); nonostante i molti schiaffi l’umore era intatto, almeno quello del tecnico e dei giocatori: che sarà mai una retrocessione, l’importante è vivere con entusiasmo l’avventura in Serie B. Poi la tragedia. Mi chiamò un amico, a casa: era il 10 dicembre, vigilia del mio compleanno, aveva letto sul Televideo di un incidente stradale in cui erano morti due giocatori del Castel di Sangro. Si chiamavano Danilo Di Vincenzo e Filippo Biondi, una mezza punta che aveva già segnato due gol da sei punti (Cosenza e Padova) e un giovane centrocampista di belle speranze che faticava a trovare spazio; erano dei nuovi acquisti, la piazza gelò. Io feci altrettanto. La partita successiva, in casa con la Lucchese, fu una sorte di funerale: i tifosi toscani espressero solidarietà a quelli abruzzesi, mangiarono insieme, poi andarono a vedere quel che restava di un incontro di calcio. Finì 0-0 con zero emozioni e ancor meno voglia, io mi presi il punticino, la cronaca del match e incollai anche quella triste vicenda sul quaderno, insieme a un articolo apparso su un settimanale in cui si parlava di Scirea, Lentini e altri incidentati.

La squadra cambiò marcia, incredibile ma vero l’episodio straziante caricò Bonomi e soci: in porta brillava De Juliis, autentico eroe nella vittoria casalinga contro la capolista Lecce (via via il secondo Lotti poi prese il sopravvento); ancora tre punti contro la Salernitana (per mia felicità!), quindi successo anche contro il Genoa nel recupero: 9 punti in tre partite, altro che ruolino di marcia per salvarsi. Il Castello si era trasformato in una squadra arcigna, Jaconi la schierava in campo prima con un classico 4-5-1 con Fusco e Prete terzini e tanta densità in mediana, poi passò al più coriaceo 1-3-5-1, il pisano Cei libero vecchio maniera, difesa e centrocampo vicini e fitti con due peperini come Martino e Bonomi a scorribandare sugli out per il bomber Galli, l’idolo di casa che però non si rivelava adeguato per la categoria, o Pistella, il big del calciomercato estivo. Ci volevano rinforzi, per questo a gennaio arrivarono Russo, Franceschini e Spinesi, quest’ultimo siglò due gol pesanti da 6 punti contro Palermo e Reggina. Ero in totale apnea, fremevo, scalpitavo e avrei tanto voluto che qualcuno della mia famiglia chiamasse  “Carramba Che Sorpresa” per regalarmi una giornata al Patini, con annesso incontro coi miei eroi.

Marzo fu un mese campale per il sottoscritto. Il buon Pierluigi Prete, il terzino sinistro della squadra, venne arrestato per una faccenda di droga, qualcosa a che vedere con l’importazione di cocaina dalla Colombia tramite la moglie sudamericana: di nuovo la gente mi chiedeva come andasse, cosa fosse successo, cosa sarebbe cambiato psicologicamente e tatticamente, dal canto mio delucidavo gli interlocutori e aggiornavo il quaderno. Poi arrivò il gran giorno: unico anticipo al sabato di tutta la stagione, il Castel di Sangro ospitava l’Empoli al Patini e per l’occasione arrivava Telepiù. Non me la potevo perdere, la mia prima volta: avrei potuto vedere un match intero, e non solo le azioni salienti, del mio Castello. Costrinsi papà ad accompagnarmi al ristorante, costrinsi il proprietario a trasmettere la partita, costrinsi la squadra a non regalarmi una delusione. Sconfitta per 0-2, ho ancora vivido nella mente il gol del raddoppio di Tricarico. Ad aprile la prima e unica vittoria esterna, a Marassi contro il Genoa: diluviava a Genova, diluviava in Toscana, ero fuori con la mia famiglia per il ponte della Liberazione e seguii la partita in radio, in auto. Ricordo la gioia.

(Osvaldone Jaconi re delle promozioni: mai nessuno come lui)

Ero all’Arechi di Salerno a vedere Salernitana-Ravenna (1-0, gol di Dell’Anno) quando mi giunse la notizia via etere: il Castello aveva battuto il Torino in 10 contro 11, gol di Di Fabio per il 2-1 definitivo dopo il pareggio momentaneo di Scarchilli. Tripudio. Ansia. Attesa: aspettavo l’8 giugno con impazienza, puntuale arrivò e andai in brodo di giuggiole. Salernitana-Castel di Sangro, costrinsi i miei a recarsi allo stadio due ore prima, non potevo perdermi un dettaglio. Ero combattutissimo, anche i granata giocavano per la salvezza, quello era un vero e proprio scontro da dentro o fuori: Cremonese e Palermo ormai erano andati, il Cesena e il Cosenza invece tallonavano per mantenere la categoria. Faceva caldo. Fuori lo stadio vidi un tifoso ospite con la maglia di Prete, avrei voluto strappargliela per farla mia. Alla fine fu un brutto match, risolto sui titoli di coda da Masinga: vinse la Salernitana, io non esultai. Il Castel di Sangro si sarebbe giocato la salvezza nel derby, alla penultima, contro il Pescara. La seguii su Quelli che il calcio, sui risultati in sovraimpressione. Gol di Pistella, pareggio di Di Giannatale, a ripresa inoltrata Claudio Bonomi scagliò un bolide da fuori facendo esplodere il Patini: finì 2-1, il Cosenza pareggiò a Padova, era fatta! “Il Castello si è salvato, il Castello si è salvato” cantavo il giorno dopo nel bus che mi conduceva insieme ai miei compagni di classe verso il pranzo di fine anno coi professori: continuavo a fare cori da stadio e loro, in qualche modo contagiati per un anno intero, intonavano insieme a me. Pazzia, la mia. Follia, sempre la mia.

L’ultima partita fu a Bari: i galletti avevano disperato bisogno dei tre punti per salire in Serie A. Nel libro di Joe McGinnis, che comprai qualche anno dopo e che si intitolava Il Miracolo di Castel di Sangro (uno scrittore americano aveva vissuto per un anno nel piccolo centro abruzzese per descrivere, come me ma con molti più mezzi, il mitico anno in B dei giallorossi), lessi che se la vendettero, 3-1 Bari e tutti a casa, sipario.

(Da leggere)

Epilogo

Il calcio è strano: vinci un’inutile partita, la prima del campionato, e alla fine ti rendi conto che era quella decisiva per la salvezza. Perdi l’ultima, altrettanto inutile, e rompi l’incantesimo. La stagione successiva il mio entusiasmo era evaporato, senza una spiegazione. La Salernitana ruminava calcio per salire in Serie A, la Juve combatteva testa a testa con l’Inter di Ronaldo, del Castello ultimo e senza identità, non seguivo neanche più i risultati. I migliori giocatori erano stati venduti (chissà perché ma molti finirono o all'Empoli, in A, o alla Fermana), Jaconi finì col dimettersi, McGinnis aveva lasciato il paese e la squadra smise di combattere. Ora di quella società non è rimasto più niente, fallita, scomparsa: solo le statue di Biondi e Di Vincenzo fuori lo stadio, un libro che nessuno più si ricorda e un quaderno di uno squinternato tifoso campano di 12 anni. Dentro sono custoditi due sogni: quello mio e quello di una squadra scalcagnata. Il Castel di Sangro.

23 commenti:

  1. In Abruzzo, la parabola del Castel di Sangro è il sogno di tutte le società calcistiche regionali (tranne il Pescara, naturalmente): la squadra di provincia (che mai potrà sostituire nei cuori abruzzesi il magico pescara) vista con simpatia, ma sempre "a distanza".
    Ora abbiamo il Lanciano, prima ancora il Teramo sfiorò la B.

    Quella stagione la ricordo bene: andai anche a vedere a Chieti CdS-Brescia, finì 0-3 sotto i colpi di Doni e Hubner, e pensai "retrocedono sicuro".
    Ricordo la zazzera di Galli, attaccante per modo di dire, Danilo Di Vincenzo, che non era mezzapunta (l'anno prima era stato capocannoniere in C2, o C1, con il Giulianova), Claudio Bonomi e la sua mazzata da fuori aria contro il Pescara e Tonino Martino.

    Fu un vero e proprio miracolo, paradossalmente l'anno dopo la squadra era anche migliore (o meno peggio), ma retrocesse già al girone d'andata.

    P.S.: ricordo che quell'anno o l'anno dopo venne in prova il cugino (o amico) di George Weah: Zizi Roberts.
    Se ne andò dopo pochi giorni, probabilmente perché aveva capito che avrebbe trombato poco.

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  2. sei un gobbo e un rinnegato

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  3. Che ricordi il Castello.
    Concordo con Eltibe per il sogno parabolico delle piccole abruzzesi. Ci ha provato per anni il Giulianova, senza successo, e pure il Pescina Valle del Giovenco. Ci sta riuscendo a sorpresa il Lanciano.
    Comunque di quel Castello meriterebbe un post tutto per sé il mitico Jaconi e ricordo pure Di Fabio passato a Pescara durante l'anno in C1 con tutti i derby.

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  4. Che bello.

    Alla fine sono memorie collettive, anche se parallele e non condivise.
    Io per esempio posso dire che durante la Castel di Sangro-Empoli che tu ricordi di aver visto su Telepiù, mi trovavo da qualche parte sul Montalbano a cercare funghi coi miei genitori.
    Ricordo di essere rimasto un pò deluso quando mio babbo, che ascoltava la radiolina, mi informò che avevamo vinto "solo" 2-0: mi immaginavo il Castello come una squadra scarsissima che avremmo dovuto rullare cinque o sei a zero.
    Abbiate pietà, avevo sei anni.
    L'andata qui finì 1-1, viene commentata nel libro di McInniss chiaramente.

    Come giustamente dici, molti di quegli eroi che tu citi sono poi finiti da me: Fusco, Tonino Martino e Bonomi.

    Del primo, che rimase qui vari anni, ricordo soprattutto la partita che fece contro la Salernitana (che vestiva una maglia a quarti tipo Palio di Siena) circa nel 99: un Fusco che si era chiaramente venduto la partita stette sempre a più di venti metri da Di Vaio che infatti segnò una tripletta. Una cosa che (per mia fortuna) non ho più rivisto.
    Ma in quella stagione successero molte cose strane.

    Del secondo ricordo il soprannome Pecora Matta, e la sua abitudine di sollevare in aria un vecchio tifoso della maratona, una specie di mascotte della squadra. Ricordo anche la sua totale mancanza di senso tattico.

    Di Bonomi mi rimase impressa la capigliatura da Gesù della chitarra. Ricordo bene che si piccava di voler tirare tutte le punizioni dal limite, che solitamente finivano contro le vetrate della centrale dell'acqua potabile dietro lo stadio.
    Nel campionato 97-98 ricordo che in una partita noiosissima fece un cambio di campo al volo da una fascia all'altra col pallone che incredulo si infiascò in un bidone pieno d'acqua sulla pista d'atletica (se vi ricordate li mettevano per spegnerci dentro i fumogeni) splash coreografico e esultanza del pubblico - neanche Remi Gaillard -.

    Ah, e che tristezza le stagioni successive a questi miracoli, quando le squadre vengono smantellate e rimangono prive del loro carattere.

    Proprio ciò che il Lanciano ha evitato di fare... bravi.. Mammarella in nazionale !

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    1. Post stupendo, alzi la mano chi non è partito almeno una volta col Castel di Sangro a Scudetto 2 (proprio 96-97)? Io li ho portati in serie A con l'attacco Galli-Leonenko (un mercenario della Dinamo Kiev che andava a giocare dovunque).
      E ricordi stupendi caro Gaizka, lo splash coreografico su tutti, ho molto riso...

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  5. Che brutte cose mi tocca leggere. La partita all'Arechi con il Castel di Sangro fu epica, da lacrime. Un ragazzone sudafricano spuntato dal nulla e 30mila persone (sissignori, 30mila!) salvano la Salernitana dalla C, incredibile per giocatori che per due anni di fila erano arrivati ad un passo dalla Serie A (l'anno prima stavo piangendo quando la radio annunciò il vantaggio dell'Hellas a Perugia). Poi sentire che l'anno dopo la Salernitana "ruminava calcio" è un'ingiustizia! Non era la rosa del 94-95 però facevamo calcio-spettacolo.
    E poi la maglia "palio di Siena", quella con i quadratoni (c'ero ad Empoli, in Curva Ospiti: 3-2 con tripletta di Di Vaio), era meravigliosa. Pagherei qualsiasi cifra per averla. Che bei tempi!

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    1. Come scritto ero all'Arechi e ricordo la luce, il caldo, le palpitazioni, ma anche che la partita non fu bellissima, coi giocatori di casa come bloccati dalla paura e gli ospiti che si accontentavano del pari. "Ruminava calcio" ha per me un'accezione positiva, nel senso che quella squadra asfaltava tutto e tutti.

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    2. Si sta parlando di questa -> http://4.bp.blogspot.com/_6F788za1a-A/TDiO-QlcFCI/AAAAAAAAElc/VyVarHE0oWQ/s1600/salernit.jpg
      Ah che bei tempi, la Serie A, Vittorio Tosto...

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    3. Va bene per una volta la dico io la frase più gettonata di questo blog: "quant'era bella la Salernitana!"

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  6. Gran bel articolo,divo davvero ed aggiungo,ora ti seguo su twitter e se tutti gli articoli sono così "avvicenti" beh hai trovato un nuovo frequentatore del tuo blog!
    Ricordo l'anno della SerieC,il mio Lecce trovò come inaspettato avversario quel Castel Di Sangro e a fine stagione tutti felici e contenti in serie b (i giallorossi di Ventura continuarono la scalata,andarono in A ma retrocedemmo subito in una sventurata stagione) .
    Quella stagione,per me,è segnata dalle partite ascoltata da una radiolina rossa con mio padre e l'inviato Leccese,il buon Sergio Vantaggiato che morì un paio d'anni dopo a causa di una rapina a Parigi,parlava sempre di quell'incubo Castel Di Sangro ma alla fine andò bene per tutte e due le compagini.
    GRANDE,GRAZIE ANCORA PER L'ARTICOLO,comprerò anche il libro....continua così.

    Se mi vuoi seguire su Twitter mi farebbe piacere (DanieleGaetani)

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    1. Scusa puoi spiegarci meglio questa storia dell'inviato morto in una rapina a Parigi?

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    2. Sergio Vantaggiato era molto più di un semplice commentatore sportivo e non paragonabile ai vari odierni buffoni di corte in stile Pellegatti e grazie a questo suo modo di essere professionista in primis e grande ed equilibrato tifoso giallorosso in secundis è entrato nel cuore degli Ultras,cosa molto strana ed insolita per un giornalista,ed infatti al suo funerale la curvanord si presentò con uno strisicone SERGIO,LA NORD TI SALUTA.
      Scusami se ho divagato ma prendila con un'introduzione,perchè a Lecce era e sarà piu'di un semplice giornalista.
      Detto ciò,mentre in vacanza con la famiglia a Parigi fù scippato all'uscita della metro,cadde e ha sbattuto la testa a terra entrando in coma e morendo pochissimi giorni dopo!
      Il responsabile non fù mai identificato!
      Grazie per l'interessamento.

      DANIELE

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  7. Bellissimo post. Il quaderno dedicato ai ritagli di giornale (tipico di quegli anni (io avevo un quaderno per ogni cosa) e la bandierina al banco sono due chicche.

    Penso che a Lanciano stiano facendo le cose come si deve.
    Essendo un grande fan di Valentina Maio, proprio ieri leggevo uno speciale sulla Gazzetta sul Lancian. La cosa divertente è che molti giocatori contattati dalla società come prima cosa chiedono dov'è Lanciano.

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    1. I quaderni con i ritagli di giornale sono un ricordo fortissimo anche della mia infanzia. Mi hanno insegnato l'arte della pazienza. Ne ricordo almeno due: uno con le gesta di mio cugino in serie C e l'altro con le recensioni dei dischi.

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    2. come si fa a non essere fan di valentina maio

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  8. Bellissimo!
    Sono un tifoso Belga e 7 anni fa ho visitato la città! La storia è una delle più belle del mondo!!

    Forza Castello
    Sezione Belgio

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    1. Grande Joris. Senti, cosa si prova a essere tifoso della nazionale che l'estate prossima vincerà il Mondiale?

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    2. a Bruxelles già stanno preparando i caroselli

      markovic

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  9. Comunque la partita con il Bari non credo fu oggetto di compra-vendita nel senso - passatemi il neologismo- 'masielliano- del termine. Parliamo del Bari, lo so, ma in fondo quello era solo un incontro di fine campionato tra una squadra che non aveva niente da chiedere ed una che tornava in serie A. Insomma ce ne sono state centinaia di partite così in Itlaia, grazie alla nostra cultura molto britsh direi. Io c'ero comunque, se vi interessa. L'anno dopo Masinga lo prendemmo noi e come ha detto Tato fece meraviglie.

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    1. Sono d'accordo con te. Ho letto il libro di McGinnis e mi ricordo che pensavo povero americano che pensi che queste siano partite comprate, era la classica partita di giugno con due squadre con motivazioni diverse. Quei poveri sciamannati del Castel di Sangro avevano appena compiuto il più grande miracolo della loro carriera, immagina quanto gliene poteva fregare di andare con il coltello tra i dentri a Bari dove molto probabilmente avrebbero perso in ogni caso. Semplicemente decisero di non giocare, scegliendo di godersi il sole di Puglia e la piscina dell'hotel.

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  10. ricordo che retrocessi in C,scattarono subito in testa con Christian Baglieri che faceva gol a raffica.R.Baggio dichiarò che avrebbe voluto chiudere la carriera al Castello,da neoretrocessi furono sorteggiati in C.italia con i nerazzurri,0-1 a San Siro,partita di ritorno complicatissima per l'Inter catenacciara di Simoni che andò sotto 0-1 rete proprio di Baglieri e rischio spesso il tracollo,poi con i supplementari all'orizzonte quel cicisbeo leccato di Tombolini si inventò un rigore per fallo inesistente di Claudio Bonomi su ventola e il Divin Codino fece gol ma non esultò,una beffa che è presente su youtube integrale,la partita fu ripresa da una tv abruzzese,sono toscano,non ne conosco il nome ma anche io nell'estate di 2 anni prima ,dopo che mio nonno mi parlò di questa strana squadra ,che era promossa in B,mi appassionai alla vicenda e tutte le domeniche pomeriggio a giro con radiolina su 2tutto il calcio minuto per minuto" , per sentire il mio Parma di Malesani,squadra fortissima..no per sapere se gli Jaconi Boys si salvavano sperando di vedere i gol della B da qualche parte,che soddisfazione dopi Genoa-Castello 1-3 e al gol di Bonomi contro il Pescara,continuai a seguirli nel primo anno di ritorno in C dopo mancarono di nuovo la B per sfortuna,poi mi limitai a leggere i risultati sulla Gazzetta negli anni a venire sperando che rimanessero in C,sapevo che se fossero finiti in D addio Castello e così fu,ancora oggi tento saltuariamente di salvarli a Scudetto 3 season 97-98,non ci riesco mai eppure avevano Cudicini,Di Donato e la squadra era migliore del 96/97 ma non ci riuscirono perchè mancava il sacro fuoco e il modulo 3-61 con Selvaggi in panca scelto dal tifoso,proverò con quel modulo la lì la prox volta che mi metto a giocare ;)

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  11. Ricordo che retrocessi in C,scattarono subito in testa con Christian Baglieri che faceva gol a raffica.R.Baggio dichiarò che avrebbe voluto chiudere la carriera al Castello;da neoretrocessi furono sorteggiati in C.Italia con i nerazzurri,0-1 a San Siro,partita di ritorno complicatissima per l'Inter catenacciara di Simoni che andò sotto 0-1 ,rete proprio di Baglieri e rischiò spesso il tracollo,poi con i supplementari all'orizzonte quel cicisbeo leccato di Tombolini si inventò un rigore per fallo inesistente di Claudio Bonomi su Ventola e il Divin Codino fece gol ma non esultò,una beffa che è presente su youtube integrale,la partita fu ripresa da una tv abruzzese,sono toscano,non ne conosco il nome ma anche io nell'estate di 2 anni prima ,dopo che mio nonno mi parlò di questa strana squadra ,che era promossa in B,mi appassionai alla vicenda e tutte le domeniche pomeriggio a giro con radiolina su "Tutto il calcio minuto per minuto" , per sentire il mio Parma di Malesani,squadra fortissima voi direste......no per sapere se gli Jaconi Boys si sarebbero salvati, sperando di vedere i gol della B da qualche parte,che soddisfazione dopo Genoa-Castello 1-3 e al gol di Bonomi contro il Pescara,continuai a seguirli nel primo anno di ritorno in C dove mancarono di nuovo la B per sfortuna,poi mi limitai a leggere i risultati sulla Gazzetta negli anni a venire sperando che rimanessero in C1 o C2,sapevo che se fossero finiti in D addio Castello e così fu,ancora oggi tento saltuariamente di salvarli a Scudetto 3 season 97-98,non ci riesco mai eppure avevano Cudicini,Di Donato,una rosa più completa in ogni reparto,D.Longhi,Teodorani tutti professionisti ottimi per la categoria,e la squadra era migliore del 96/97 ma non ci riuscirono perchè mancava il sacro fuoco e il modulo 3-6-1 con Selvaggi in panca ormai retrocessi,scelto dal tifoso ahhh fantastico,proverò con quel modulo la prox volta che mi metto a giocare ;)

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