giovedì 17 ottobre 2013

Io sono la Maledetta - Pensieri e solitudini di una maglia che porta sfortuna al Real

 

Loro vorrebbero vedermi chiusa per sempre sul fondo di un cassetto, lo so. Gliel’avrò sentito ripetere almeno un centinaio di volte. Sempre con lo stesso tono di voce, sempre con lo stesso sguardo furtivo, sempre con le stesse parole che grondano rabbia. Oppure vorrebbero vedermi bruciare poco a poco. Sì, fuoco che arde le mie fibre sintetiche miste a cotone, fiamme che consumano il mio tessuto bianco fino a liberarlo. Nessuno alzerebbe un dito per provare a salvarmi, anzi. Se ne starebbero lì a guardarmi morire con un sorriso che gli stira gli angoli della bocca mentre il fumo nero frantuma quell’incantesimo che gli impiomba il cuore. Non provano nessuna forma di compassione per me, loro. Mi odiano, semplicemente. E non passa un giorno senza che lo ribadiscano. Ovunque. Sulle panche degli spogliatoi, fra i sedili del pullman che li porta allo stadio, in quel locale dove si chiudono tutte le domeniche dopo aver dato una lezione agli avversari.
 
Ormai non mi stupisco più del modo in cui mi chiamano. Quelle parole le conosco a memoria. Proprio come conosco a memoria quelle facce che mi guardano e mi additano dalla tribuna. Settimana dopo settimana, stagione dopo stagione. Bocche di padri che raccontano a orecchie di figli la mia storia. La storia di una maglia che assorbe il sudore e succhia via il talento dal corpo di chi la indossa. O almeno così sono pronti a giurare loro. E non esiste giornata o panchina che possa salvarmi. In casa o in trasferta, nel nostro stadio da ottantamila posti o nel buco di culo più sperduto di questo Paese allo sbando, posso sentire costantemente i loro occhi che mi si appuntano addosso. I loro sguardi che lacerano le mie fibre, la loro superstizione che dilania il mio tessuto, le loro parole che mi si attaccano sulla schiena fino ad opprimermi. Le stesse, identiche, parole che il giorno dopo si vergognano di aver messo l’una dietro l’altra.
 
Se ancora sopravvivo è tutto merito della Federazione. Di quei parrucconi imbalsamanti che occupano poltrone e scrivanie. Sono stati loro a stabilirlo. Niente allusivi numeri 77, niente nostalgici 88, niente finti estrosi 99. Niente di niente. Solo un banale elenco di maglie in ordine crescente che va dall’1 al 25. E allora ecco che anche io, la maledetta numero 19 del Real Madrid, sono diventata imprescindibile. Più una condanna alla solitudine che una protezione dall’estinzione.
Fortunatamente non ho impiegato molto tempo per imparare ad accontentarmi delle briciole. Sia sul campo che fuori. Ho imparato a non farmi andare troppo stretto questo piccolo ghetto che mi hanno costruito intorno. Io sono quella diversa, quella che non viene mai scambiata a fine partita, quella che non viene mai richiesta da chi ha una qualche probabilità di finire su uno straccio di copertina. Anche in negozio è così. Nello sterminato negozio della società più opulenta del mondo. Nessuno si sognerebbe mai di fare la fila alla cassa per me. Mi tengono in disparte, confinata e piantonata in un angolino mentre migliaia di turisti aspettano pazientemente che venga stampata la loro maglia di Beckham, la maglia di quel cantante pop del cazzo che sa giocare a pallone soltanto con un piede. Non che io sia invidiosa, ci mancherebbe. Anzi, all’inizio era stato anche divertente. Una serie di indizi sui miei poteri che si sono trasformati in una prova schiacciante col passare del tempo. Come nel 1998, quando le “meringhe” vinsero la Champions League e io non entrai in campo nemmeno per un minuto. Come nel 2000, quando il Real alzò al cielo di Parigi la Champions e io non rientrai nel tabellino dei marcatori. Come nel 2002, quando nessuno aveva avuto il coraggio di scegliermi e i blancos entrarono nella storia baciando per l’ennesima volta la coppa con le orecchie. È stato allora che le cose hanno iniziato a cambiare. Tutti hanno cominciato a farsi domande, a guardarmi con sospetto, a mettere in correlazione causa ed effetto. E il mio destino era segnato. Giornata dopo giornata sono diventata io la responsabile di tutto. Come se quei passaggi sempre troppo lunghi o troppo corti di un centimetro fossero colpa mia. Come se quelle entrate in ritardo fossero una mia scelta. Come fossi stata io a pensare che Fernando Sanz poteva essere un giocatore di pallone. 

Una figurina del mai raccomandato
 Fernando Sanz
Il primo ad avermi scelto è stato Mikel Lasa Goikoetxea. Il basco a tutta fascia col cognome che, qui nel calcio spagnolo, evoca brividi e maldicenze. Era arrivato dalla Real Sociedad con l’etichetta cucita dietro al collo di uomo che doveva rompere gli equilibri del campionato. Se n’è andato con la scusa di essere stato danneggiato dalla sentenza Bosman. Me lo ricordo ancora alla perfezione il povero Mikel. Mi portava a spasso lungo la banda sinistra con un’insicurezza capace di trasmettere anche una certa forma di affetto. Eppure, prima del nostro legame, il povero Mikel sembrava destinato a diventare un gigante. Qualche buona giocata, un paio di presenze in Nazionale, addirittura un titolo olimpico conquistato a Barcellona. Come se il calcio potesse finire a fare il cameriere di Pierre de Coubertin. Poi sulla nostra panchina si era seduto Fabio Capello. E Lasa era stato trasferito in una dependance del dimenticatoio. Un’anticamera per il suo trasloco all’Athletic Club.
 
Subito dopo è toccato a Fernando Sanz. Un difensore che ha fatto mettere le mani nei capelli ai tifosi del Real Madrid e a quelli del Malaga. Un difensore senza particolari doti tecniche ma che aveva un padre che come hobby faceva il presidente del Real Madrid e del Malaga. No, non fraintendetemi, non voglio sembrare maliziosa. Non sto dicendo che le domande legittime sul motivo della sua presenza in campo trovassero risposta in quella singolare coincidenza. Solo che sì, ecco, non ci voleva poi tanto per capire che le sue spalle non erano così robuste da reggere il peso di questo blasone. Questioni di testa, di stomaco che si attorciglia su se stesso al momento di entrare in campo, questioni di carattere.
 
Lo stesso carattere che è mancato anche a uno come Nicolas Anelka. Quando mi ha ereditato dal figlio del presidente, era l’estate del 1999. Allora quel francesino dallo sguardo truce e dai modi poco eleganti era sbarcato dalla perfida Albione per 23 milioni di sterline. Una carrettata di soldi che sembravano spiccioli per l’uomo che doveva aiutarci a vincere tutto. Una spicciolata che si è trasformata in un patrimonio per un attaccante capace di mettere insieme solo due gol in tutta una stagione. Lorenzo Sanz prima gli aveva fatto firmare un contratto di sette anni, poi si era presentato davanti alle telecamere e aveva annunciato: “È la più grande follia che potevamo fare”. Una battuta imbevuta di piaggeria che ben presto aveva assunto i contorni cupi del presagio. Nicolas non stava simpatico a nessuno qui. Non che lui si sforzasse troppo di passare per buontempone, sia chiaro. Però in quei mesi vissuti al Bernabeu si era sentito addirittura boicottato. Lui aveva provato a far finta di niente, a tirare dritto per la sua strada, a infischiarsene di tutto quello che dicevano sul suo conto. Eravamo solo io e lui. Lui e io contro tutti. Contro la società, contro i tifosi, contro i nostri stessi compagni. C’eravamo fatti forza a vicenda io e Nicolas. Solo che quando calpestavamo l’erba verde del rettangolo di gioco ecco che iniziava a sentire nostalgia. Nostalgia della sua Francia, nostalgia dell’Inghilterra, nostalgia di qualsiasi posto lo facesse sentire a casa. Un posto che, evidentemente, doveva essere lontano anni luce da Madrid. Per mesi interi l’avevo sentito frignare e lamentarsi, lamentarsi e frignare. Fino a quando ne avevano avuto abbastanza di lui. Tutti. Anche Vicente Del Bosque. Anche il mansueto Vicente Del Bosque.
 
Un giovanissimo Anelka. A Madrid giuravano
che non potesse attraversare la strada da solo
A soli vent’anni Nicolas aveva capito che la sua carriera nel club più importante del mondo era finita ancora prima di iniziare. Così decise di far sentire le sue ragioni. E lo fece nel modo che in quel momento gli riusciva meglio, facendo finire sotto i riflettori i suoi colpi di testa e non le sue giocate. Per tre giorni non si era presentato agli allenamenti, poi si era sfogato sui taccuini di France Football. “Mi trattano come un cane. Ho letto cose incredibili. Che passo il mio tempo al telefono, che sono una bestia, che nemmeno so attraversare la strada da solo. È stato chiaro da subito che non mi volevano. Hierro andò da Sanz, quando questi annunciò il mio ingaggio, e disse: ‘Presidente, abbiamo già Morientes, non ci serve un’altra punta’”. E al mansueto Del Bosque non rimase altro da fare che metterci fuori squadra per 45 giorni e trattenerci 360 mila euro dallo stipendio. Anche per questo, alla fine, Nicolas mi era diventato simpatico. Un po’ ci assomigliavamo io e lui. Tutti e due sempre pensierosi, tutti e due guardati in cagnesco dal resto del gruppo, tutti e due sopportati a fatica. Eravamo diventati un tutt’uno, due facce della stessa medaglia. Tanto che dopo qualche mese nessuno sapeva più dire se lui giocava da schifo per colpa mia o se io ero diventata una iettatrice anche a causa delle sue risibili prestazioni. Un legame malsano, un idillio che non poteva durare. L’estate successiva Anelka salutò tutti senza troppi salamelecchi e se ne tornò a Parigi. Nella sua Parigi. Nell’unica città dove poteva ricominciare a giocare a calcio.
 
Per qualche giorno tutto tornò alla normalità. Gli altri giravano alla larga da me, evitavano di fissarmi, di prendermi in mano. Qualcuno addirittura si rifiutava di pronunciare il mio nome. Poi il mister decise di promuovere in prima squadra Jorge López Marco, per tutti Tote. Un ragazzo che nella cantera aveva spazzato via da solo intere difese. Testa, sangue freddo, senso del gol. E in più il vizio di mortificare gli avversari con quel tocco che aveva imparato alla perfezione. Un tocco che sapevano sfoderare in pochi e che faceva arrabbiare tanti. Un tocco che si chiamava rabona. Non ci aveva messo molto a scegliermi, Tote. E non aveva esitato neanche per un attimo. Come se le leggende messe in giro da quelle malelingue facessero il solletico all’autostima del “Señor de la Rabona”. Un talento straordinario che aveva bisogno solo dell’occasione giusta per esplodere. E di occasioni, Vicente del Bosque ce ne concesse addirittura sette. Solo che dopo il primo scatto il talento di Tote cominciava a evaporare. Piano ma inesorabilmente. Ogni secondo che passava in mezzo a quel prato le sue gambe diventavano più dure, i suoi occhi che trovavano sempre meno corridoi dove far correre il pallone, la porta che diventava sempre più piccola e lontana. Non esattamente le doti che vengono apprezzate nel club più famoso di questo continente vecchio e marcio. E poco importava quanto ci impegnassimo durante la settimana. Sudore, mascelle serrate e tanta corsa. Ma poi, quando arrivava il momento di fare sul serio, ecco che Tote spariva. Puntuale come le tasse o come uno schiaffo che ti colpisce appena pensi di esserti sistemato. Un copione che è andato avanti fino a gennaio. Poi un dirigente si è avvicinato e ha cominciato a parlare con Jorge. Una stretta di mano, una pacca sulla spalla e un incitamento. Tutto qui. Una stretta di mano, una pacca sulla spalla e un incitamento. E Tote è stato spedito a fare esperienza a un altro Real. Il Valladolid. Una mano sudaticcia che ti sia appoggia dietro la schiena mentre un’altra mano sudaticcia ti mostra l’uscita. E la tua carriera inizia a precipitare e ad avvitarsi su se stessa.
 
Portillo e Tote. I ragazzi di Coppa (!)
Dopo quell’ennesimo divorzio me ne sono stata buona per quasi un anno e mezzo. Più per necessità che per una mia scelta. Ho aspettato la fine della stagione in un angolo senza che nessuno mi prestasse attenzione. Un disinteresse dal quale speravo potesse nascere un legame, una quarantena dalla quale pensavo potesse nascere un briciolo di compassione. E invece niente. A luglio nessuno se l’era sentita di rischiare, di provare a dimostrare che tutte quelle storie sui miei poteri erano solo delle palle. Delle colossali palle. Ero tornata ad essere invisibile e sola. Un numero cancellato da una lista con un tratto di penna. Il mio mondo era tornato ad essere nero. Un universo senza colore dove tutto sembrava poter cambiare solo in peggio. Poi, quando sembrava tutto immobile e stanco, ecco che a spezzare l’incantesimo ci ha pensato un ragazzino. Un ragazzino che era arrivato dall’Argentina ancora giovanissimo e che in Argentina era stato subito rispedito a farsi le ossa. Per quattro anni. Un ragazzo che aveva un piede educato ma che sapeva perfettamente quando in campo era il momento di picchiare. Un ragazzino che si chiamava Esteban Cambiasso. La prima volta che mi ha indossato, Esteban aveva il cuore che gli pulsava all’impazzata e una decina di capelli che ancora non si erano arresi alla forza di gravità. Si era capito subito che non sarebbe durato molto qui. Non era bello, non era un personaggio, le sue giocate non strappavano nessuna esclamazione di meraviglia. Faceva tanta legna, quello sì. Ma a volte anche un pregio può trasformarsi in un difetto quando porti sul petto uno stemma sovrastato da una corona. Per due stagioni abbiamo combattuto in mezzo al campo. Due anni senza che nessuno della dirigenza si facesse vivo per rinnovare il suo contratto in scadenza. Così Cambiasso aveva acquistato un biglietto di sola andata per Milano e aveva firmato per l’Inter di Massimo Moratti. L’ennesimo abbandono, l’ennesima coltellata, l’ennesimo talento messo in fuga da un club troppo vorace. Ma allora non c’era stato tempo per capire l’errore che si era appena fatto. Si usciva dalla gestione di Carlos Queiroz. Dalla disastrosa gestione di Carlos Queiroz. Dodici mesi che avevano trasformato la casa blanca in un cumulo di macerie e che avevano annegato i galacticos nelle paludi del quarto posto. Bisognava ricostruire tutto. E bisognava farlo alla svelta. Così a maggio, prima della gara contro la Real Sociedad, Florentino Perez aveva preso la parola e aveva annunciato urbi et orbi il grande colpo. “Lunedì farò un annuncio che restituirà l’entusiasmo alla tifoseria del Real Madrid”, aveva dichiarato mentre il Valencia si cuciva lo scudetto sulla maglia. Un colpo che avrebbe fatto schiumare di invidia tutta Europa. Un colpo che si chiamava Walter Adrian Samuel.
 
Quell’anno ci misi un attimo ad accasarmi. A Roma Walter indossava il numero 19. Un numero dal quale, per motivi scaramantici, non voleva affatto separarsi. Avevamo iniziato anche bene, io e Samuel. Lui non era uno che si lasciava intimidire. No, lui le emozioni riusciva a chiuderle nell’armadietto. Sempre. Lui era quello che nei primi cinque minuti ti aveva fatto assaggiare i tacchetti, ti aveva spiegato che quell’area di rigore era la sua area di rigore, un tempio dove dovevi entrare in silenzio e dal quale dovevi uscire il prima possibile. Senza lasciare segni del tuo passaggio. E questo era tutto quello di cui avevamo bisogno. Solo che poi Florentino riuscì a sbagliare tutto. Dopo tre giornate cacciò José Antonio Camacho,  alla 17° silurò Mariano García Remón e mise tutto nelle mani di Vanderlei Luxemburgo. Tre allenatori che non riuscirono a mettere a posto la cosa più importante: la retroguardia. Vaglielo a spiegare ai tifosi che fra Roberto Carlos, Iván Helguera e Michel Salgado era difficile trovarne anche uno solo avvezzo alla fase difensiva. Tutti puntarono il dito contro Samuel. Lui, il difensore venuto dall’Italia con la fama di “muro” e che qui in Spagna veniva giù rapido come un tramezzo. Lui, il difensore costato 23 milioni di euro. Una cifra che, per uno che gioca dietro, da queste parti viene vista come un abominio. E così, a fine anno, anche Samuel aveva acquistato un biglietto di sola andata per Milano e aveva firmato per l’Inter di Massimo Moratti.
 
Sinceramente un po’ mi ero stufata di questo continuo tira e molla, di questa condanna a ricostruire sempre tutto da capo anno dopo anno. Così, quando nessuno mi aveva scelto per la stagione successiva, avevo tirato un sospiro di sollievo. Un ammutinamento forzato che aveva il gusto dolce della liberazione. Ero stanca. Stanca di essere umiliata per loro, di essere insultata, di dovermi sentire inadeguata. Poi, quando a gennaio venne annunciato l’acquisto di Antonio Cassano, avevo iniziato a convincermi che le cosse potessero cambiare. Sul serio. Finalmente ero finita sulle spalle di uno che con un tocco poteva cambiare la partita, di uno a cui bastava un guizzo per riscrivere la storia. Finalmente ero finita sulle spalle di uno che viveva al confine fra il genio e la follia. Sarei finita in copertina. E l’avrei fatto spesso. “Ecco la giocata di Antonio che ha risolto la partita” avrebbero scritto i giornalisti. “Guardatelo mentre esulta con la sua maglia numero 19” avrebbero urlato i tifosi. D’altra parte qui da noi gli italiani avevano lasciato un ricordo di quelli difficili da obliare. La prima volta che don Fabio Capello si era seduto sulla nostra panchina si era portato dietro Panucci. E aveva avuto ragione. Christian menava e si pettinava, macinava la fascia e si pettinava, crossava e si pettinava. E segnava, anche. Come al suo esordio con la maglia del Real. Prima aveva risolto la partita con un gol decisivo, poi si era seduto ad ascoltare le domande dei cronisti. “Panucci, veni, vidi, vici?” gli aveva chiesto qualcuno. “Biri biri biri? Io non capisco biri biri biri” aveva risposto lui. Uno scivolone che non gli aveva comunque impedito di diventare uno dei leader del nostro spogliatoio.
 
L'unica vera maglia di Cassano al Real Madrid
E così pensavo potesse essere anche con Antonio. Un sogno che avevo chiuso a chiave nel cassetto il giorno della presentazione. E non era a causa di quel giubbotto peloso con cui si era presentato davanti ai fotografi. La prima volta che Antonio mi aveva indossata mi ero quasi sentita male. Aveva infilato orima la testa, poi le braccia, infine giù fino a infilarmi nei pantaloncini. Avevo sentito la sua pancia tendermi di qualche centimetro in avanti, i suoi fianchi riempirmi fino quasi a deformarmi, la sua carne dilatarmi fino allo spasmo. Era grasso, Antonio. Quattro chili sopra il suo peso forma aveva sentenziato il preparatore della prima squadra. Ma in quel momento questo dato non era importante. Quello che importava era che Antonio sorridesse e salutasse i tifosi con la mano. Per pensare al futuro c’era tempo. Qualche giorno dopo io e Cassano avevamo esordito in un incontro di coppa del Re in casa del Betis. Un giorno che non dimenticherò mai. Un giorno che tutti i tifosi del Real non dimenticheranno mai. Io e Antonio eravamo entrati in campo nel secondo tempo mentre un soffio di speranza aveva riempito i polmoni dei tifosi che ci avevano seguito in trasferta. Ci erano bastati tre minuti per segnare e vincere una partita che sembrava maledetta. Un avvio da sogno al quale era seguito un finale da incubo. Juan Ramón López Caro aveva deciso di impiegarci col contagocce. E praticamente mai dall’inizio. Una strategia che aveva relegato il Real Madrid al secondo posto della Liga. L’ennesima stagione da nascondere sotto al tappeto, l’ennesima ricostruzione da tirare su a colpi di acquisti. Per prima cosa Ramón Calderón Ramos decise di restituire le chiavi della squadra a Fabio Capello, l’unico in grado di conciliare solidità collettiva e fantasia individuale. La cura migliore per un talento dilapidato come quello di Cassano. Ma quelli non erano più affari che mi riguardavano.

In estate Antonio era ritornato al suo primo numero, a quel banale numero 18 che si portava dietro da sempre.  E io, nell’indifferenza più totale, fui sballottata sulle spalle José Antonio Reyes Calderón, l’asso gitano proveniente dall’Arsenal che solo qualche settimana prima aveva riempito suo malgrado le pagine di tutti i quotidiani della penisola. Nel cuore del ritiro della Spagna ai mondiali tedeschi, infatti, Luis Aragonés aveva preso da parte il suo esterno e aveva provato a motivarlo come meglio credeva. “Al negro digli che giochi da solo. Digli: negro, sono meglio di te. Digli: me cago en tu puta madre negro de mierda. Sono meglio di te”. Solo che quel“negro di merda” era Thierry Henry. Uno il cui nome viene pronunciato con una smorfia di rispetto in ogni angolo del Regno Unito. Un paragone che aveva finito per fagocitare José Antonio fino a renderlo inoffensivo. Così inoffensivo che quelle parole farcite d’odio che gli aveva rivolto il suo tecnico rimasero le uniche tracce che Reyes aveva lasciato in quella annata. Dodici mesi così incolori che non potevano che terminare con un addio. Ed è stato dopo quell’ennesimo abbandono che per me le cose sono cambiate. Dopo quel divorzio non sono più riuscita ad innamorarmi di nessuno. Era come se sapessi che, tanto, da un momento all’altro sarebbe tutto svanito, bruciato, finito. Negli anni successivi ho visto Julio Baptista trasformarsi da Bestia ad animale da cortile, Klaas-Jan Huntelaar sparare alle stelle palloni che dovevano soltanto essere appoggiati in rete, ho guardato Ezequiel Garay farsi scherzare dagli attaccanti che tutto erano fuorché letali, Raphaël Varane impantanarsi nel ruolo di giovane promessa sempre sul punto di esplodere. È stato divertente, lo ammetto. Ma avevo capito che qualcosa era cambiato. Ero diventata vittima di me stessa, ero intrappolata nelle pagine di un libro che ripeteva all’infinito sempre lo stesso identico finale. Non c’era giorno in cui io non desiderassi di sparire ed essere dimenticata. Ma non potevo. E la colpa era tutta della Federazione. Di quei parrucconi imbalsamanti che occupano poltrone e scrivanie. Ero condannata a sopravvivere. Una parte essenziale di un gioco che iniziavo a detestare. E lo sarei stata per sempre. Io, la pecora nera di una squadra vestita di bianco come le meringhe.  

andrearomano12@yahoo.it

13 commenti:

  1. ma... anelka che mangia servendosi di un cotton-fioc ?

    RispondiElimina
  2. dopo essermi arrovellato sulla questione sono arrivato a credere che, verosimilmente, si tratti dei resti di un chupa chups...

    RispondiElimina
  3. Caro Andrea, un post davvero bello, un'idea geniale che non so come ti sia venuta; fa paura in effetti questa sorta di Re Mida al contrario che è la maglio numero 19 del Real, anche perchè ha "funzionato" con tutti: difensori centrocampisti attaccanti; promesse conferme campioni; spagnoli stranieri cassano.

    Mi ricordo che pensavo che Tote potesse diventare un fenomeno. Aveva un dribbling straordinario. Ma giocatori così ce ne sono mille in Spagna. Basta che dai un calcio a una pietra. Poi ti serve un Pellegrini che ti mette sulla fascia e ti insegna a giocare con gli altri.

    Anelka avrà fatto solo due gol ma quella testata improvvisa in semifinale di Champions a Monaco di Baviera quanto è stata importante? E' valsa tutti i soldi spesi per acquistarlo. Me la ricordo come se fosse ieri.

    (e sì, quello dev'essere un chupa chups, una delle poche invenzioni che la spagna ha regalato al progresso spirituale dell'umanità)

    RispondiElimina
    Risposte
    1. L'altro gol è stata una zampata che ha deciso un clasico, se non ricordo male

      Elimina
  4. Grazie Andrea.

    Su Tote ho un vuoto totale. Portillo, invece, la sua onesta carriera l'ha fatta. Ecco magari con qualche passaggio a vuoto tipo Firenze.

    L'accoppiata Gordito-Real Madrid è una delle più strane che io ricordi.
    Non ci stava a dire nulla ma era bellissimo. Mitico il suo gol all'esordio.

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Scusa Bostero che intendi per "carriera"? Portillo ha fatto una carriera di merda se ce n'è una. Chissà cosa fa ora. Me lo ricordo per l'ultima volta fare panchina al Gimnastic Tarragona. Ha fallito ovunque (alla Fiorentina, al Bruges, all'Osasuna). In confronto Bojan ha fatto e farà una carriera da campione.

      Triste la sorte degli attaccanti che fanno mille gol con la primavera, i vari Portillo, Bojan, Corvia, Okaka, Immobile...finiscono tutti male peggio dei Ragazzi della III C.

      Elimina
  5. Dionigi, Bostero,

    io ho avuto la sfortuna di vedere Tote dal vivo nel mio anno di abbonamento al Malaga (ho avuto anche la sfortuna di vedere insieme a lui Fernando Sanz, Amoroso etc etc)... Quando è stato annunciato sembrava dover essere l'anno del suo riscatto. Ha finito per fare la panchina anche a me.
    Il gol di cassano fu straordinario. Soprattutto perché non mi ricordo quale giornale scrisse che era finalmente rotta la maledizione della maglia 19... E infatti....
    Su Anelka concordo, ma quando è stato preso sembrava che dovesse essere un'ira di Dio. E poi la dichiarazione: "Qui dicono che non sono in grado neanche di attraversare le strada da solo è bella bella"...

    RispondiElimina
  6. @Dionigi, non tutti fallimenti dai. Ha fatto il suo per quello che è, cioè non certo il fenomeno che si sperava.

    RispondiElimina
    Risposte
    1. A questo punto insisto: mi spieghi dove - in quale stagione cioè - avrebbe fatto "il suo", considerando che ha segnato solo - e quasi mai più di dieci gol - in serie B? Stiamo parlando di uno che farebbe panchina a Caracciolo, un Inzaghi di sesto livello, un Corvia appunto.

      Elimina
  7. Adesso ce l'ha Modric che, per caratteristiche, non può nè granchè fallire nè granchè sbalordire (per quanto io lo ritenga un grosso grosso giocatore). Non seguo il real ma vedo che gioca titolare quindi si vede che gli dei del calcio hanno deciso di dare un po' di tregua alla povera diecinueve. Bel post

    RispondiElimina
  8. @Dionigi, semplicemente dico che ha fatto una carriera in linea con ciò che è. Sempre vicino ma mai in doppia cifra. A Bruges e nell'Hercules, ad esempio, ha fatto il suo. Che ci vuoi fare se 20 gol nei piedi non ce li ha?

    Questa discussione su Portillo comunque - come hai ben rilevato via mail - è una deriva. Io mi fermo.

    #seeraunInzaghidisestolivellogiàeraunfenomeno

    RispondiElimina
  9. ps: http://www.machacas.org/la-novia-de-portillo

    RispondiElimina
  10. Che storia! Un post stupendo, l'ho letto quasi con amore pur non amando la storia madridista, salvo pochi flash

    RispondiElimina