lunedì 2 settembre 2013

Una polemica calcistica tra Noam Chomsky e Slavoj Zizek



Quando il 27 luglio 2013 al Westfalenstadion di Dortmund il piccolo mago Marco Reus infilava per la seconda volta la porta di Tom Starke per il 4-2 definitivo con cui il Borussia stendeva il Bayern Monaco nella supercoppa tedesca, apparve chiaro a tutti noi che la polemica tra Noam Chomsky e Slavoj Zizek avrebbe riportato in auge il più fondamentale dei dibattiti calcistici: l’uomo o lo spazio? Il giorno in cui il filosofo sloveno rispose alle accuse del linguista americano era infatti il 27 luglio 2013, la coincidenza non poteva essere tale. Anche perché Marco Reus gioca a sinistra e il suo soprannome Rote Rakete significa razzo rosso nella stessa lingua in cui fu pubblicato il Manifest der Kommunistischen Partei: le sorti del calcio e del comunismo internazionale erano, una volta di più, per sempre interconnesse. Quella stessa fresca sera del 27 luglio a Monchengladbach, in un caffè a pochi passi dalla stazione centrale di Rheydt Hauptbahnhof, un anziano signore stava infatti comodamente adagiato su una poltroncina di velluto rosso, e mentre tra l’odore acre della vernice del legno e un olezzo di piscio che usciva dalla porte basculante del bagno in fondo a destra ammorbavano l’aria, sullo schermo al plasma osservava placido la sua ex squadra, che aveva appena condotto a un fantastico triplete, squagliarsi al cospetto del sole giallo e nero dei prussiani.


L’unico moto di stizza del vecchio, che di nome faceva Jupp Heynckes, fu quando sulla panchina bavarese vide inquadrato un giovane hipster spagnolo che al posto dei caratteristici sandali Birkenstock – che l’idioma ricorrente in questa storia sembrava essere quello di Odino – sfoggiava una lucente e catarifrangente cravatta grigio acetato. Il suo nome era Pep Guardiola. Lo stesso motto di stizza aveva attraversato, non lontano dalla macchinetta del caffè posta al terzo piano del Mit Media Lab all’interno del Massachusetts Institute of Technology, la mente di uno dei più noti e decorati professori di quel prestigioso ateneo. “Basta con questi giovani atteggiati, che sotto la maschera della teoria dello spazio da attaccare non hanno nulla da proporre”, dissero i due all’unisono. La risposta non tardò ad arrivare, e a pronunciarla fu il filosofo hipster sloveno che grattandosi la barba e carezzandosi i pidocchi amava discettare di morale proiettando Sound of Music e di psicoanalisi attraverso la decostruzione della scena finale di Intrigo Internazionale, quella del monte Rushmore. “Si affidano ai fatti, quando poi i fatti sono sbagliati” aveva detto, e il suo seguace catalano lo tradusse immediatamente in: “che senso ha affidarsi agli uomini se essi sono fallibili, l’ideologia dello schema è ciò che permette alla squadra di sapere cosa fare anche in caso venga a mancare la scintilla dell’individuo”.


Attenti osservatori italici della filosofia del calcio, oramai relegati alle ore notturne delle televisioni provinciali sovrastati dal baldanzoso incedere dell’arroganza saputa del giovane cronista vestito alla boutique di Cologno Monzese, colsero in questo ennesima disfida a colpi di stili di gioco l’antica e atavica divisione che aveva infiammato la loro età dell’oro, quando in Via Teulada potevano processare il pallone in prima serata con Carmelo Bene. Il dramma dei Sacchiani contro i Trapattoniani, dell’emergere del concetto di spazio, seppur negato come sostenevano i maestri Jacques Lacan e Rinus Michels, a sostituire il concetto di uomo, seppur idealizzato come insegnato dai maestri Renato Cartesio e Nereo Rocco. Trent’anni dopo, quando l’assenza di Carmelo Bene si era oramai fatta presenza catodica e digitale e quindi non lo si riusciva più a vedere, il tecnico americano Chomsky e l’allenatore sloveno Zizek, rappresentanti di due nazioni calcisticamente deboli eppur capaci di segnare l’epoca grazie ai loro precipui stili di gioco, riaprivano nel calcio oramai pacificato un’antica e ancor sanguinante ferita: l’uomo o lo spazio?


Quel 27 luglio a Monchengladbach, quando anche l’ultimo stanco treno notturno aveva attraversato la stazione ferroviaria, deciso forse a evadere dai suoi rigidi binari e raggiungere solitario la Val Clarea dove negli interscambi di tutt’Europa si sussurrava volessero costruire un paradiso degli oramai inutili treni merce superveloci, l’anziano Heynckes conveniva tra una birra e l’altra con la sua teutonica combriccola che quella partita era l’esempio definitivo di come le presunte nuove leve del calcio, di cui l’hipster catalano era senza dubbio l’esponente più in vista, cercando di rivoluzionare l’ideologia non facessero altro che soggiogarsi a una antica visione del mondo da cui il lume della ragione li aveva già liberati: una riproposizione postmoderna, vuota e nostalgica, dell’ancien regime pallonaro degli Herbert Chapman e dei Karl Rappan. E mentre Chomsky e Zizek oramai degeneravano nell’insulto personale, senza più curarsi di quale astruso pensiero o elaborata teoria li avesse fin lì condotti, la risposta la diede un mese dopo, il 31 agosto 2013, il catalano in una elegante suite dell’Gran Hotel Europa che affacciava sulla Piazza Venceslao di Praga.


Dopo gli innumerevoli dispiaceri che gli aveva inflitto nelle battaglie fantasy del clásico spagnolo, in cui guerrieri alabardati e folletti dispettosi si scontravano in spettrali e fantasmagorici paesaggi in cui la roccia era vita e gli animali di contorno erano morti, per l’ennesima volta Guardiola aveva sconfitto ai rigori la sera prima nella kafkiana capitale ceca – trattavasi anche questa volta sempre di Supercoppa, ma d’Europa e non di Germania, se la distinzione abbia mai avuto senso per i figli di Odino e i loro vassalli e valvassori continentali – l’homem vertical Josè Mourinho che della predominanza dell’uomo sullo spazio si era sempre fatto alfiere. E così sorseggiando con quel disgusto necessario a mostrare apprezzamento secondo il galateo dei nostri tempi uno spritz con Aperol, e guardando con modulato disincanto e imposto disinteresse la piazza dove Praga non conobbe la sua primavera, il giovane Guardiola spiegò agli amici riuniti in videoconferenza su traslucidi computer i cui schermi riflettevano un’asessuata glabrezza che solo il riconoscimento dello spazio eterno e sospeso, composto dal nulla che è un immanente tutto di pura gioia, avrebbe potuto liberare l’uomo dal suo fardello: e il terzino sinistro dal giogo fordista di aggredire l’ala destra avversaria.

Fu allora che Noam Chomsky e Slavoj Zizek si guardarono negli occhi, e capirono di non avere risposta alcuna.

3 commenti:

  1. Caro Zio, ieri sera, verso le dieci, tornando a casa dopo la palestra approfittando della pubblicità da Montalbano, ho incontrato Jupp Heynckes a viale Parioli. Era a cena, con l'amante (la moglie la conosco, siamo entrambi appassionati di Roland Petit, ci siamo presi un Campari a Caracalla a luglio), nell'elegante dehors del Caminetto. Non provo mai piacere nel disturbare la gente a cena, soprattutto quando il clima è ancora così gradevole, ma avendo nella testa l'eco del tuo post, non ho potuto esimermi dal farlo. Ho aspettato che finisse di trangugiare l'ultima forchettata di spaghetti paglia e fieno, mi sono avvicinato con discrezione al tavolo e, dopo essermi scusato per l'intrusione, gli ho domandato:

    "Herr Heynckes, può dirmi se il calcio è una questione di uomini, o di spazio?"

    Heynckes non è sembrato sorpreso dalla mia domanda. Lì per lì ha corrugato la fronte, ma solo perchè si stava leccando dal labbro un po' di ragù. Poi mi ha sorriso e, pacatamente, mi ha risposto in un italiano impeccabile:

    "Caro amico, sono troppo vecchio per continuare a interrogarmi su questo dilemma. Quando si ha la sensazione che gli anni si accorciano e che il panorama si oscura, bisogna saper amministrare le proprie energie. Bisogna rifugiarsi in un senso di meraviglia. Io lascio il mondo dei dogmi ai giovani, agli esuberanti, ai ribelli. Ora, per cortesia, se lo vede, può dire al cameriere di portarci un'altra bottiglia di vino?"

    L'ho ringraziato in maniera sobria e ho proseguito per la mia strada.

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  2. A mio avviso il calcio di Guardiola parla della Frammentazione dello spazio, per questo è postmoderno. Bisogna ammettere che il Barcellona ha creato un senso di insoddisfazione consumistico. Lo spazio integro, il campo da calcio percepito tutto insieme, ha la possibilità di trasmettere una grande narrazione attraverso la crescita e la libertà d'azione al suo interno dell'uomo eroe. Il giocatore di calcio nella squadra guardiolana smette di essere eroe per diventare performer. Dimostra la superiorità della tecnica sull'uomo. A quel punto l'aspettativa dello spettatore non puó essere altra che quella di assistere a più vittorie, più goal segnati, più tocchi difficili, più dribbling. Lo spazio viene frammentato e ripartito affinchè ne emergano delle porzioni funzionali. La squadra ci sembra ferma ma alla fine scopriamo che ha percorso più km di quella avversaria. L'impressione peró è quella di un uomo che viaggia continuamente fra gli aeroporti di tutte quelle città ultra ricche e tutte uguali che rem koolhaas definisce generiche. Ha fatto migliaia di km guadagnato milioni ma non è successo niente. In questo senso forse questo calcio nega lo spazio. È un peccato, ideologicamente spiacevole. Rimango nel dilemma del desiderio:
    Perchè mi piace pur pensando che non sia giusto?

    Vostro
    Gippis

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  3. Credo perché in varie occasioni l'insieme ha presentato la perfezione, l'inarrivabile, fino a quel momento impensabile.

    L’aspetto più curioso è che, se vogliamo, il tracollo del metodo Barca (il 7-0 incassato dal Bayern) sia figlio anch’esso di un (diverso) modo di frammentare funzionalmente lo spazio e di applicare a ciò la pura tecnica. Come se il gioco presentato dal Bayern altro non fosse che una naturale evoluzione.

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