sabato 7 settembre 2013

"Un pomeriggio allo Zini", di Andrea Cisi | seconda parte

[La prima parte]


Tre gradini sotto di noi un tizio di colore bello come un modello e detto Testa di Moro si volta, guarda Sabani e gli urla che gli deve ancora dei soldi e che gli spaccherà il fondoschiena, poi scompare nella mucchia con le mani nelle saccocce. Sabani inizia a sudare.
«È il suo spaccino...», precisa il Macellaio, ma non dice di cosa.
Per distrarci valutiamo e commentiamo la formazione di oggi dopo i primi minuti di gioco, spronati dalla disperazione suicida di un ciccione vestito di nero Iron Maiden che lamenta l’assenza del bomber e implora lo schieramento di La Cagnina.
«Ci vuole La Cagna!», urla rivolto alla lontana panchina, le mani nei capelli unti. «La Cagna ci vuole!»
«Ma dàaaai...», s’inserisce polemico un lungagnone dalla faccia di ramarro, «...La Cagna è un disastro!»
Nasce una nuova microrissa localizzata, col lungagnone che affonda le dita nella ciccia di Iron Maiden come manovrasse un gavettone molle.
Comunque davanti La Cagna non c’è. E meno male, che ultimamente prende più pali che caffè. C’è Campolonghi, invece, e Taddei dietro e Rossini in fascia, tre capelloni. Da lontano sembran tre fotomodelli, solo che Taddei è nano. Gli altri due han la fascetta ai capelli, a guardarli vien fastidio.
«A me han detto che Alviero si era dato al paracadutismo però», insiste l’Orlando, guardando ancora il ricciolone dalla pelle bruciata di sole. «Si lanciava qui in periferia, al Migliaro».
Tutti di nuovo a scrutare il tizio con interesse.
«Bah», fa Rebecchi, «buttarsi si buttava, però mi sa non era paracadutismo, mi sa era più tipo suicidio, qualcosa del genere. Era matto, se non era matto non veniva via da Genova per venir qui in provincia a fare l’idolo».
Muti e curiosi osserviamo ogni respiro del ricciolone, prima di tornare al gioco, mentre la Samànta indifferente fa il pallone con le cinque Vigorsol che ha in bocca e lo fa scoppiare con un plop accattivante.
«Figa, ce ne sta di roba lì dentro, eh?», le urla un borchiato baffuto sei gradoni sopra di noi che poi ride grasso coi suoi amici.
All’Orlando gli va subito a mucchio il cervello, sale furioso i gradoni, tre per volta, spostando la gente. Scompare nel gruppo di provocatori e si vedono le mani con gli anelli che mulinano di brutto. Maschio lo segue senza pensare, si butta in mezzo. I borchiati vengono massaggiati per bene, un po’ le prendono un po’ le danno, ma i sergenti di Töna salgono lesti a sedare ogni malinteso residuo.
Noi, avvezzi a queste scene moderate, si torna a guardar giù. Sembra si giochi bene, oggi. La figura pessima di domenica scorsa a Pavia potrebbe non ripetersi. I capelluti davanti corrono molto e si trovano, Taddei è funambolico, Rossini spinge e Campolonghi punge come un ago avvelenato.
La difesa è una garanzia, Iorio e Bertoni sono due colonne e l’assenza del pelato Mario Donadoni non si sente.
«Gran fisico però Donadoni...», fa la Samànta tutta calda, ma torna l’Orlando con in faccia i segni della rissa e la limona di brutto. Lei toglie le Vigorsol e ci sta, poi le rimette in bocca e fa il pallone.
Torna anche Maschio, ha un orecchio piegato come i cani legnati e due borchie in mano, le tira con rabbia a un fotografo a bordocampo.
In mezzo al campo il canuto Strada è regolarissimo e Furiani mostra grande sicurezza e buona tecnica, ma il Novara è davvero poca cosa, vede l’area grigiorossa solo col binocolo.
A un certo punto Bertoni riceve un colpo, crolla al suolo, ci resta agonizzante. Giaccanera non ammonisce il novarese cattivo e la folla inferocita gli grida: «Gnurànt!» (zoticone), mentre l’Orlando, ancora infuriato, si strappa altezza tasche i jeans a mani nude e la Samànta al telefono col solito tizio gli chiede se ha anche i Sonohra e l’ultimo degli Zeroassoluto.
«Io», mi fa tenera, «ai Sonohra mi inchino».
«E agli Zeroassoluto?», chiedo guardandola.
Sbam! Gol di Iorio!
Almeno pare, perché io ero girato...
Spalti in fiamme! Delirio!
«Com’è stato?», chiedo al Macellaio.
«Stavo telefonando alla Svetlana...», fa lui affranto.
«Com’è stato?», chiedo a Rebecchi.
«Stavo cercando una Gazzetta in terra da mettermi sotto il culo!»
«COM’È STATO?», grido a Sabani.
«Ero seduto per nascondermi da Testa di Moro!»
Nessuno l’ha visto! Robe da non credere. È che in Sud bene o male hai da fare dell’altro, che non sia seguire il gioco. A volte ti perdi il bello che c’è.
La folla comunque esplode, la curva da curva si fa dritta, il Villetta Grùp si spacca sulla testa lattine di Foster’s da 50 cl piene portate dentro pare da un cane poliziotto doppiogiochista addestrato nel quartiere Villetta, la frangia Castelleonese viene su, il ramo Casalmaggiore va giù, il ROV si strappa le magliette mostrando cicatrici e bruciature di mozziconi e Töna cade preda del misticismo e inneggia al gran gol.
E io me lo sono perso!
Inferocito fisso la Samànta.
«Agli Zeroassoluto sì», fa candida, «io m’inchino».
«Adès busoògna usaà! Adès!» (ora bisogna far sentire la voce, ora), grida il valchirio AdèsAdès senza bisogno di megafono, mentre sopra di noi transita Bodini, capotecnico della S.M.M. Impianti, ditta che produce trapani a colonna di altissima precisione. Anni fa giocavamo assieme negli amatori. È un nano che se ti prende tra le braccia ti spezza come un ramoscello, i muscoli litigano con la maglietta, sta ancora esultando come se il gol l’avesse fatto lui.
Mi vede, alza il pugno e grida carico come un missile. Ci raggiunge scavalcando gradoni e pestacchiando qua e là giovani ultras coricati in terra.
«Oh Bodo», saluto. «Com’è?»
«Tutto bene», urla ancora, sgomitando Sabani e appicciando una MS, «siamo chiusi!»
«Come chiusi?»
Annuisce mesto alzando un sopracciglio. «Cassa integrazione», spiega, «così di colpo il lavoro è sparito. Strategia mi sa, perché i padroni invece son sempre in giro per il mondo».
L’Orlando s’infiamma di nuovo, era pur sempre un sindacalista. Per consolarsi tira un altro giro di limone alla sua Samantona, fanno un rumore di risucchio tipo gorgo nel lavandino che io e Bodo tratteniamo un brivido perverso di piacere.
«Ci sto dentro alla grande», sorride Bodo, «prendo l’ottanta per cento per stare a casa e intanto lavoro in un bar al mio paese, a fine mese metto via due volte quel che mettevo via prima e ho le mattine libere!»
Saluta e se ne va.
Penso confuso alla fabbrica dove lavoro e ai giorni che verranno. Meno male che la selva umana della Sud è uno spettacolo folcloristico. Mi guardo un po’ attorno, c’è tutta la società cittadina fianco a fianco, padroni e operai, impiegati, spedizionieri, bancari, tossici, studenti e fancazzisti, gente che sta bene e gente che sta male. C’è di tutto, qui dentro. Ogni curva Sud del mondo è un microcosmo di inimmaginabile valore scientifico.
Anche la Nord però, alla fin fine, ci regala emozioni.
Nel deserto novarese delle gradinate color cemento bagnato, verso la fine del primo tempo, appaiono tre tifosi: un Indeciso, un Copione e un Uomo Camaleonte. I primi due in bianco, il terzo colore degli spalti. Osservo per un poco i loro movimenti, mentre Rebecchi dice che l’ometto accanto a noi, il quattordicenne coi baffetti, sta ascoltando la sua Coca-Cola con l’orecchio.
«Cosa fa il Mestre?», scherza, ma quello si spaventa e non risponde.
In Nord l’Indeciso va su e giù, piano piano, cammina sui gradoni, cerca la posizione in cui mettersi in quel deserto, ogni tanto si siede, estrae un giornale e lo legge, poi si alza e cambia posto. Copione aspetta che Indeciso si sposti, subito dopo lo copia. Si sposta anche lui uguale, lento uguale, quando quello legge lui finge di leggere.
«Oh ma cosa succede di là?», si chiede tra sé Töna a microfono aperto. «Oh, ma guarda quei due esauriti bianchi là, oh, il matto e l’infermiere, oh!»
Nessuno ride.
Töna guarda serio la curva.
Tutti ridono.
L’Uomo Camaleonte intanto è scomparso. Ma se guardo bene vedo il suo tronco, solo quello però, i pantaloni son dello stesso colore nebbia del cemento bagnato dei gradoni, svaniscono.
La Samànta, nel tripudio infernale di cori, chiede al telefono al solito tizio se le procura i biglietti per il concerto milanese di Eros. Mi volto verso di lei.
«Eros?», chiedo polemico.
Sbam! Gol di Manucci!
Lo stadio vacilla, la gente limona a caso, ci si fidanza, si squarciano ugole a forza di gridare per il bellissimo gol di Manucci.
E ANCHE QUESTO ME LO SONO PERSO!
Mi copro il volto con le mani. La Samànta mi mette una mano sulla spalla.
«Inchiniamoci», mi dice, «inchiniamoci al mitico Eros!»
La curva traballa. I giovani scapestrati del Collettivo Radioattivo aprono bustine con dentro coriandolini dai mille colori, qualcuno lo lanciano nel cielo, qualcuno lo mettono sotto la lingua; il Villetta Grùp prende un vecchio a caso, lo alzano e gli fan fare Goldrake su e giù dai gradoni tra la folla, si sente scricchiolio di femore incrinato e odore di svuotamento posteriore da tensione, poi si rompono e lo scaraventano oltre la recinzione, dietro i cartelloni pubblicitari in campo, dove i poliziotti lo salvano dai cani per un pelo.
Il povero Franzese viene seppellito di saracche da un Töna ispirato, mentre la Sud intera balla la tarantella e devota gli canta: «Su tua mamma noi saltiamo su tua mamma noi saltiaaamooo...»
Piiiiip. Fine primo tempo, partita dominata, tutto sembra funzionare per il meglio. Nell’intervallo gli ultras ne approfittano per distrarsi giocando a «Re-Boia», un curioso intrattenimento in base al quale schiccherando un pacchetto di sigarette vuoto sul bordo del gradone, a seconda di come ricade tu sei Re, Schiavo o Boia. Lo scopo è darsi un sacco di sberle a vicenda per ridere un po’, qualcuno fa anche il carrarmato sulle nocche o la tortura della matita tra le falangi da schiacciare. Si diverton come pazzi, gli ultras, un paio finiscono diretti in ortopedia.
La Uoma intanto chiama ancora a gran voce questo
MaDài usando complimenti degni di un anticristo. Sabani e
il Macellaio rivelano invece che il prossimo weekend andranno
a Milano Marittima.
«’Zzo andate a fare lì invece di essere a sostenere i ragazzi nella trasferta di Frosinone?», chiedo.
«Andiamo a far tavolo al Pineta!», fa Sabani.
«Con le russe!», precisa il Macellaio.«Svetlana aspettaci!»
Passa il Microlavorante, un mulettista magazziniere lungo un metro e mezzo, mi racconta della trasferta a Sassari tre settimane fa, erano in cinquantacinque sul traghetto e in quaranta han vomitato per il mare mosso. «Vomito dappertutto!», mi fa, poi va via a cercare della ganja giù nei cessi.
«Ma... nei cessi dello Zini?», chiedo a Rebecchi.
Allarga le braccia, fatalista.
«So anche di gente che laggiù ha rimorchiato», conferma, «e di uno che è andato a pisciare ha trovato un cobra rarissimo, lo ha ucciso a mani nude».
Intanto Töna giù al microfono borbotta lieto di come sia strano dopo mesi di assenza riprendere in mano la situazione, per aiutare i giovani capi che si devono fare le ossa.
«Mi vien voglia di cantare un pezzo vecchio, oh», si commuove, «non lo canto da quindici anni oh, Pirulì Pirulàaa, ecco a voi Sandra Milo con i Piccoli Faaaans!»
La curva si interroga sul significato, e ama Töna per la sua incomprensibilità, tipica delle leggende.
Sul nostro gradone transita Valo, albanese doc, un losco figuro noto in città, specie nelle discoteche. Sceglie Maschio, gli sussurra che se cerca «la zia» lui ne trova, roba buona, ma non dentro lo Zini no, ci sono i cani. Fuori, al parcheggio. Maschio lo manda avanti a male parole e spintoni, li separiamo, Valo finge di subire ma sappiamo tutti che il rischio poi è uscire e trovarne dieci, di albani pronti a ripassarti. Però i loro traffici li fan fuori, gli albani, che lo sanno che se i capi ultras si accorgono di loro li fanno sparire qui in curva, gli albani, per sempre.
Maschio si rilassa appicciando una siga, guarda il cemento, seduto, nessuno lo interpella. Sta pensando alla piccola, glielo leggo nel portamento rassegnato delle spalle, nel pulsare delle vene negli avambracci. La vita vera si è fatta largo nella foschia esterna e lo ha scovato per un istante nella bolgia dello Zini.
Da sotto, accanto ai tamburi, vedo alzarsi Popoìto e cercarmi con lo sguardo etrusco di terracotta. Lo saluto con un cenno, lui innalza il mio phon al cielo, lo sventola, lo dà a una tizia coi capelli color puffo e mi indica, poi si siede. Dopo un istante vedo il mio phon spostarsi di mano in mano, ogni persona che lo passa si alza e mi indica al successivo. Il lungagnone con la faccia di ramarro si alza e dice: «Ma dàaai, un phon? Ma dàaai...», e stavolta la Uoma lo blinda. «MaDài!», lo chiama, poi lo carica di parole e lo raggiunge. Limonano.
Nella filiera del phon c’è anche il tizio di colore detto Testa di Moro, che non indica me, indica Sabani con espressione omicida. Ma com’era purtroppo prevedibile, il cammino del mio phon si interrompe bruscamente nei pressi di una fila di schiene nude da scaricatore di porto, tutte tatuate, tutte sostenenti un cranio glabro e sudato. A marzo. Uno solo si volta a guardare se oso dir qualcosa, ha la faccia da killer. Gli faccio segno che hanno il mio phon, mi fa segno piuttosto violentemente che non sa di cosa io stia parlando, che se voglio
posso andar giù a discuterne con loro sette, quando voglio.
Maschio stesso mi fa cenno di lasciar perdere.
Mi chiama Popoìto al cellu. «È arrivato?»
«No. Si è fermato nel bel mezzo dei Longobards, ci vai te a fartelo ridare dato che è mio e ce l’avevi in prestito?»
Cade la linea.
Contemporaneamente parte un coro generale di sostegno al gemellato Ravenna, di cui ci sono due esponenti bizzarri, ubriachi e probabilmente fasulli.
«Ma da quando siamo gemellati?», chiede un tizio butterato giù tra gli ultras.
Töna lo fa prendere e gettare in pasto ai cani lupo del Foro Boario, tra i quali c’è anche il suo, la Gina. I gemellaggi non si contestano.
Torno a osservare il ricciolone abbronzato, che se è Chiorri davvero corro là a leccargli le scarpe.
Piiiiip. Secondo tempo. I due novaresi assurdi sugli spalti di là, i due visibili, innalzano subito uno striscione antisportivo su Cremona. A Töna e ai suoi sergenti gli esplode subito il cuore dall’indignazione, parte una raffica di cori tribali che parlan piuttosto male dei novaresi e delle loro parentele femminili, tra cui una splendida e violentissima versione di «La guerra di Piero» by Töna © che ci lascia di pietra anche noi, la canta lui da solo al megafono, sembra Braveheart!
Noi siamo in balia, lui ci verga tutti.
«Dai rega, oooh! (bestemmietta) Devono essere quarantacinque minuti di guerra! DAAAI! FUORILEVOCI! (bestemmiaccia contenuta) E CHI NON BATTE LE MANI MUORE DOMANI!»
Tutti a battere le mani di brutto.
Il secondo tempo parte in sordina, il ritmo è blando, rende il match noioso. La partita è di serie C1, bene o male ti aspetteresti il bel calcio fino alla fine, invece nel mare quieto e confuso del gioco, della partita ti arrivano solo pochi dettagli, colti tipo fuochi artificiali nella notte nel tramestio della curva, che è animale a sé stante e fa casino e ti distrae. Campolonghi non ferma più un pallone e protesta, Taddei sembra un invasato, o è in terra o fa il fallo e Strada finalmente dimostra la sua veneranda età, a guardarlo bene sembra uno dei Pooh, fatica anche a protestare. Che se non fossimo già 2-0 penseresti: «Hai voglia, ritornare in B giocando così...»
Ma ecco che, proprio quando meno te l’aspetti, il boccheggiante Strada inventa un gran numero inaspettato addomesticando sulla tre quarti avversaria il fùbal, uccellando il solito povero Franzese in uscita e imboccando un’autostrada deserta che conduce alla porta. E con lui è tutta la Sud a correre verso la rete, le recinzioni sotto gli spalti iniziano a tremare, decine di ultras a torso nudo nell’immobile cielo di marzo stanno a cavalcioni delle ringhiere dentate come colossi sudati e bramosi, le punte acuminate a strappare i jeans e la carne, sventolando ingobbiti sciarpe e urlando bestemmie a Strada per incitarlo alla corsa.
E Strada insacca, e la gente gode.
La B è più vicina, la nebbia schiaccia lo Zini sotto un cuscino claustrofobico e la Sud è una girandola di cori e braccia che mulinano.
«SULEMANIII!», urla Töna quando l’entusiasmo si quieta.
«Uno... due... tre... CREEE!... Oh rega, davvero, ieri sera ero alla Pergola in via Tonani e Guido ci ha fatto gli spaghi ai tre sughi e ha tirato fuori il Sangiovese che tiene giù in cantina, oh, quel rosso lì farebbe sbrodolare un cadavere e uno...due... tre... MOOO!... ’iga oh, rega, lo striscione più bello oggi è quello per Priscia con su “vi Prisciamo addosso”, ’iga oh, come me da piccolo all’oratorio col don, bellissimo oh, vince l’abbonamento stagionale al “giornalino della curva” per il 2005 che viene e Franceeese (bestemmia) rotto nel (parolaccia) pezzo di (parolaccia fecale) e uno... due... tre... NAAA! CRE-MO-NA! CRE-MO-NA!»
Ma attenzione! Sugli spalti di là qualcosa si è mosso... la Sud ammutolisce di colpo. L’Uomo Camaleonte si stava mimetizzando con le ringhiere verdi della Nord, ma improvvisamente ha perso la concentrazione e si mostra, perché proprio non ce la fa, alza repentino una mano per mandare la Sud a quel paese. La Sud non lo aveva ancora visto, ma ora si accorge anche di lui.
E l’Uomo Camaleonte scompare di nuovo.
«Oh rega, avete visto tutti?», chiede Töna lento, ma tutti scuotono la testa increduli, pensando al miraggio di massa.
Ripassa il Microlavorante, confuso tra gli ultras giovani.
«Vomito», fa scuotendo la testa, «c’era vomito ovunque, un traghetto impresentabile!», e mesto si fa inghiottire dalla massa.
A dieci dal termine una specie di magone prende la Sud, l’entusiasmo «a tutti i costi», come dire, inizia a scivolare via dalle vene.
Prima di andarcene Töna grida al popolo: «Dai rega oh, su le mani, contiamoci oh, vediamo quanti di noi domenica vanno a Frosinone a sostenere i ragazzi, dai oh, SU LE MANIII!»
Due.
Töna crolla seduto tra i suoi tamburi e i megafoni, in lacrime impotenti.
Cori cattivi soliti per le forze dell’ordine, buoni per i pompieri e per il mister, cattivi per l’emittente locale e per un paio di giocatori novaresi, buoni per il bomber Priscia e per Luisa Corna e via, si esce piano piano, lenti lenti tra i tornelli, a reimmergerci nella nebbia, controllando che il ricciolone abbronzato davvero non sia Alviero.
Non è lui, visto di fronte è uguale a Renato Zero.
Sui muretti del Foro Boario il clan albano di Valo aspetta noi, ma intorno al mio gruppetto c’è anche Marrachèsc coi suoi, le due bande non si pestano mai i piedi in città e tutto fila via liscio. Si resta con tre punti e la sensazione strana di una felicità piccola ed estemporanea, ma che ti riempie almeno questa fredda serata. E qualcuno, approfittando della cortina di foschia, per abitudine va a fare a inutili cornate con le camionette dei celerini al piccolo rondò di via Mantova, e Maschio è tra i primi. Ci lascia indietro, noi tifosi mediocri, spettatori inermi, corre al rondò con altri venti a urlare di rabbia e a tirar lattine vuote ai blindati, senza senso, senza scopo. Urlano e tirano.
E il manganello colpisce.
Maschio è grosso e cattivo, però è lento. Un minuto dopo è in terra, seduto sull’aiuola del rondò, si tiene incredulo una tempia, è stordito e sta sanguinando.
Lo osservo un istante, tutti via a rotta di collo, io vorrei avvicinarmi ma vorrebbe dire solo prender colpi. Mi accorgo che è sconvolto, ha lo sguardo fisso oltre la linea difensiva dei militari, mette a fuoco la vista, offuscata dal colpo.
Sembra guardare qualcosa che non c’è, il respiro affannoso. Muove una mano in avanti, come per toccare con le dita qualcosa di morbido. La piccola, forse. Poi viene preso di forza e caricato su una camionetta.
I celerini disperdono i pochi provocatori rimasti. Noi ci defiliamo giù lungo via Pippia, conduco a mano la bici e ho un piccolo magone che mi macina lo stomaco. La nebbia inghiotte ogni centimetro d’asfalto di Cremona, arrivata stamani dai fossi, uscita dai muri, salita dai tombini, scesa dalle cime alte degli ippocastani.
Lo Zini è scomparso definitivamente alla vista.
Passano motorini con su tre persone e auto che strombazzano con le sciarpe grigiorosse strozzate nei finestrini e nei bauli, e passa Popoìto in bici che mi saluta simulando una piega ai capelli. Si ritorna appagati ma mesti e stanchi, si pensa a ufficio, fabbrica, ferrovia, alle mogli e ai figli, alle morose, al Grosseto che palpa il La Spezia in trasferta, alla vita vera, quella di ogni giorno che ti aspettava dietro le muraglie grigie del Foro Boario.
Sirene, canti, saluti.
«...Oh Rebecchi, ci vediam domenica l’altra...»
«Oh...», mi saluta lui.
 (fine | qui la prima parte)


© minimum fax, 2010
«Un pomeriggio allo Zini»: © Andrea Cisi.
Published by arrangements with Berla & Griffini Rights Agency
Tutti i diritti riservati


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