giovedì 26 settembre 2013

Il punto del Tato




Che poi a far pensieri sul campionato dopo poche partite si sbaglia puntualmente.
Ma dato che stiamo vivendo una settimana interessante e ricca di gare, vorrei condividere alcune considerazioni su quanto visto fino ad oggi nella benamata Seria A.
Passiamole in rassegna tutte rigorosamente in ordine alfabetico, che altrimenti ci squalificano il blog per razzismo.

Atalanta: sempre lei. Squadra accorta e con discreta qualità. Sempre bravo Colantuono in campo e – soprattutto – Marino in regia.

Bologna: ci sarà da soffrire, ma la coppia da scegliere è chiaramente Diamanti/Moscardelli. Non me ne voglia Bianchi, ma con quei due delle gran birre le berrei volentieri.

Cagliari: bella squadra. Peccato il Presidente e la grana stadio.

Catania: forse le dolorose cessioni di Gomez e Lodi sono state sottovalutate. La squadra non gira, eppure l’anno scorso entusiasmava. Sindrome di Tachtsidis?

Chievo: si appresta al quinto campionato fotocopia. Théréau la solita certezza.

Fiorentina: un Rossi così non se lo aspettava nessuno. Come se non si fosse mai fermato. Bravo Montella, la squadra gioca a memoria  e poca importa se Joaquin – come facilmente prevedibile – scalderà la panca tutto l’anno.

Genoa: vedasi scorso anno. Cambiare 20 giocatori all’anno giova solo ad una persona: l’uomo con la valigetta.

Inter: per quanto mi riguarda la vera sorpresa dell’anno. Sarà il capolavoro di Mazzarri? Domenica scorsa ho visto Jonathan fare una diagonale. Non scherzo.

Juventus: il solito caterpillar sul campionato italiano. Con in più Tevez, che onestamente pensavo fosse venuto per la bàgna cauda.

Lazio: rebus sic stantibus direbbe Lotito. Fatto sta che spende 20 e passa milioni di euro  e dimentica di comprare quello che serviva: una punta (non me ne voglia il grande Klose, unico laziale che stimo dai tempi di Veron) ed un difensore centrale (non la “cosa” Novaretti).

Livorno: partenza con il botto per gli amaranto. Nicola è bravo. Paulinho di più.

Milan: fa Kaka. Diciamocelo. L’attacco ci sarebbe pure. Manca tutto il resto.

Napoli: vediamo se riesce a tenere il ritmo della Juventus, ma già oggi sembra una squadra collaudata. Risolto il vecchio problema della difesa a cinque (…) si iniziano ad intravedere belle cose. Aggiungi Higuain ed Hamsik (a mio parere i migliori calciatori attualmente in Serie A) ed il gioco è fatto.

Parma: bella squadra, non c’è che dire. Crescerà.

Roma: Derby a parte, Garcia è la dimostrazione di quanto da me detto per due anni. Serviva un normodotato in panchina, poi le cose si sistemano. Certo, Strootman e Maicon qualcosina aggiungono rispetto a Piris e  Tachtsidis… Paradossalmente, qualche dubbio è lì davanti quest’anno.

Sampdoria: poca cosa. Consiglierei di camminare radente il muro quest’anno.

Sassuolo: ricorda il Pescare dello scorso anno. A quando una Seria A a 18 squadre??

Torino: Ventura è sempre bravo. Salvezza tranquilla ma senza grandi entusiasmi.

Udinese: vedasi ultimi 56 campionati. Fuori ai preliminari in Europa. Partenza drammatica. Girone di ritorno tra le prime della classe. Inutile.

Verona: squadra (che odio) magistralmente messa in campo da Mandorlini (che odio).
 
In sintesi: scudetto a due tra Juventus e Napoli. Dietro Fiorentina, Inter, Roma e Lazio a giocarsi i rimanenti tre posti in Europa. Con qualche rigore risorgerà anche il Milan. (Ovviamente l'Udinese arriva terza e fanculo al Ranking UEFA).

Per la salvezza tutto da decifrare. Data per scontata la retrocessione del Sassuolo, restano due prestigiosi posti che si contenderanno Livorno, Verona, Bologna, Sampdoria, Catania e Genoa. Attenzione però, lato retrocessione qualche outsider può sempre uscire fuori (Palermo docet).

martedì 24 settembre 2013

Route du Maroc - Terza parte - Fes

[La prima parte Casablanca e la seconda parte Rabat]

Concerie
La leggenda vuole che Fās al-Bālī, la città vecchia di Fes, sia percorsa da oltre 40.000 strade e vicoli.
Un labirinto senza uscita. Cunicoli stretti, asini e concerie. Il caldo appanna la vista mentre i negozi di souvenir rincoglioniscono la mente.

Arriviamo da Rabat all'ora di pranzo. Trovare Batha, la zona della Medina dove abbiamo prenotato il riad, si rivela un'impresa. Rotatorie e strade che non portano a niente. Ci avvicinano locali in scooter, vogliono portarci al riad in cambio di mance. Rifiutiamo l'aiuto del primo, che ci insulta, chiediamo a un benzinaio, ma le indicazioni di questo si rivelano confuse. Ad un tratto i Booster Track attorno a noi sono troppi. Cediamo e seguiamo un ragazzo con la cresta alla Chamakh. Dice che ci aiuta per il piacere di aiutarci e intanto carica un amico (che - guarda che coincidenza - "lavora per il riad"). Arriviamo al riad e l'amico di Chamakh si propone come guida per girare la città, tutta la giornata a 200 Dirham, 20 Euro. Prendiamo tempo, lo portiamo verso l'esterno. Ci lascia il numero. Semmai lo chiamiamo. Il dubbio rimane.
 
Bono - Rania di Giordania
Fes è famosa per l'accalappiamento dei turisti. Non passa attimo senza che qualcuno, il più delle volte di nome Mohammed, ti avvicini, ti offra aiuto, attacchi chiacchiera. La Medina è un groviglio e i locali lo sanno. Affrontarla con una guida permette di risparmiare tempo e approcci. Comporta però il passaggio da una serie infinita di negozi, botteghe e farmacie (per l'olio di argan) di amici, parenti e conoscenti.
La mattina successiva scopriamo che nel nostro riad hanno dormito, tra gli altri, Rania di Giordania (personalmente, voto molto alto) e gli U2 (per la registrazione di No Line On The Horizon) ma  non abbiamo ancora deciso sulla guida. L'amico di Chamakh si ripropone, decliniamo l'offerta e questi ci chiede 20 Dirham per il passaggio del giorno prima. Entriamo nella città vecchia. Resistiamo ad un primo approccio. Ad un secondo. Dopo mezz'ora crolliamo sotto i colpi di un ragazzetto che dichiara di voler solamente fare pratica di italiano.
Alla fine si rivela anche abbastanza simpatico, scambia solo poche parole e cammina qualche metro davanti a noi, avvicinandosi solo per concise spiegazioni.

In un paio d'ore o poco più riusciamo a visitare i principali luoghi di interesse e un numero infinito di negozi di amici suoi (farmacie, souvenir e pelletterie), ci presenta anche alcuni della sua famiglia, un sarto e un panettiere. All'ora di pranzo il caldo è tremendo. Lo salutiamo cavandocela con 100 Dirham e qualcosa. La cosa buona è che quando hai finito il giro puoi dire agli altri che hai finito e che sai (anche se non lo sai, diciamo che non ne hai neanche la più vaga idea) da che parte sia l'uscita.
* * *

Cimitero ebraico
Non solo le concerie e le madrase (scuole coraniche) della Medina meritano una visita a Fes. A sud di Fās al-Bālī (la vecchia Fes) si estende Fās al-Jdid (la nuova Fes). In realtà di nuovo a Fās al-Jdid c'è poco o niente. Si tratta di un'estensione della Medina in cui sorgono il Palazo Reale e il Mellah, il ghetto. Fās al-Jdid crebbe di dimensioni ed importanza già a partire dal Quattrocento a causa della cacciata dalla Spagna degli ebrei sefarditi. Bellissimo il cimitero ebraico nella parte sud-ovest del quartiere affacciato sulle dune che circondano la città (ingresso a prezzo variabile, una guida vi spiegherà ogni cosa su ebraismo, Fes e aldilà in meno di 1 minuto).

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#Grancampo
La Maghreb Association Sportive de Fès nasce nel 1946 come unione delle principali squadre di calcio della zona, ancora una volta in risposta al protettorato francese. Il MAS è famoso principalmente per due motivi. Il primo, nel 1954 ha raggiunto i 16esimi di finale in Coppa di Francia, perdendo contro i parigini del Red Star. Il secondo, ha vinto solo 3 Coupe du Throne nonostante abbia disputato ben 11 finali.
Les Tigres Jaunes hanno recentemente vinto la CAF Confederation Cup (ai rigori contro i tunisini del Club Africaine di Redès) e la Supercoppa CAF (contro l'Espérance sportive de Tunis).
La maglia giallonera del MAS è di gran lunga la più venduta in città. Più di nicchia la maglia bianconera del Wydad de Fès, l'altra (per nulla titolata) squadra di Fes. 
 
A pochi chilometri a sud di Fes, a Ifrane, è nata forse la più luminosa stella del calcio marocchino.  Pallone d'Oro africano nel 1998, Mustapha Hadji è cresciuto in Francia tra le file del Nancy per poi girovagare tra Portogallo, Spagna e Inghilterra (Coventry e Aston Villa). Per quanto mi riguarda, indimenticabile.

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#gerarchie
Assieme alla tajine, il cous cous è il piatto marocchino più famoso. Nella sua versione classica viene servito in scodelle di terracotta: alla base il cous cous, arricchito con spezie e legumi, sopra la carne, di pollo o di agnello, o il pesce e attorno le verdure (carote, zucchine e patate), disposte a piramide.
La versione base può poi essere variata o perfezionata. A mio avviso, il top lo raggiunge il cous cous di pollo con le cipolle caramellate e l'uvetta. Il cous cous di pesce è invece una piacevole scoperta.

A Fes mangiamo il cous cous in un ristorante vicino alla porta Bab Boujloud, ma non è un granchè, diciamo dimenticabile. Un pò tutta la cucina incontrata a Fes è dimenticabile.

giovedì 19 settembre 2013

Confessioni di un milanista pentito

Il primo ricordo calcistico risale agli albori degli anni '90. Poco dopo Tangentopoli e poco prima del famoso videomessaggio "L'Italia è il paese che amo" per il Paese; poco dopo aver smesso con i pannolini e cominciato a mangiare cibi solidi, per me. Mio padre - d'ora in avanti, per brevità chiamato "il professore" - mi portò a vedere una partita dell'Ascoli, non ricordo contro chi, ma mi sembra che si vinse tanto a poco. Uscito dallo stadio credevo che la squadra della mia città fosse la Juve, una convinzione nata dal fatto che mio padre fosse - ed è ancora - il gobbo più fazioso e irredento che conosca. Per dire, secondo lui Calciopoli fu un grande complotto ordito da Inter, Telecom e controspionaggio sovietico. Alle ultime elezioni ha votato Grillo.


L'età dell'innocenza finì alle elementari, un mio amico mi disse che tifava Milan e io mi accodai senza starci troppo a pensare. Erano le memorabili stagioni di Tabarez, del Sacchi e del Capello bis: parte destra della classifica, scontri diretti contro il Bari. Ricordo come un mezzo trauma un tremendo 1-6 contro la Juve e quel titolo del Corriere della Sera: "La Juve spacca San Siro in sei". Ricordo i sorrisoni del professore davanti alle mie lacrime. Per reazione lessi il libro "Berlusconi in concert" che il Presidente degli italiani aveva spedito a tutti i suoi sudditi. La sera mi addormentavo sognando un Milan che seppelliva di gol la Juve. L'anno successivo i gobbi vinsero 4-1, con un netto miglioramento rispetto all'ultima volta, pensai.


Poi l'Ascoli stravinse un campionato di serie C e il mio amore per i colori rossoneri cominciò ad affievolirsi, fino a scomparire quasi del tutto, oggi. Posso anche individuare l'esatto momento in cui sbandai verso il Picchio: un Ascoli-Avellino 4-0, giocato di mercoledì sera, con autogol di Portanova dopo pochi minuti. Una certa fede milanista, ad ogni buon conto, la conservo per la Champions League. La notte di Manchester con il rigore di Shevchenko - e il professore che spegne la televisione appena un attimo prima che Maldini alzasse la coppa al cielo -, la disfatta di La Coruna, la "partita perfetta" contro lo United (Kakà-Seedorf-Gilardino, per gradire), la maledetta finale di Istanbul, la vendetta di Atene, il gol di Adebayor che segnò il tramonto di quella squadra leggendaria. Intendiamoci, quando l'Ascoli tornò in serie A e all'esordio beccammo quel Milan, insultai gli undici rossoneri per tutta la partita, esultai come un matto al gol di Cudini, maledissi Sheva per quel tiro rasoterra che pareggiò l'incontro. 

Al ritorno bestemmiai contro la lumaca Adani che inseguì Inzaghi per mezzo San Siro senza riuscire a prenderlo, nell'unica azione solitaria conclusa con un gol della carriera di Super Pippo. Marco Giampaolo - allenatore di quel Picchio che si salvò magnificamente nella stagione di grazia 2005/2006 - rimane un modello di vita e di calcio, ma devo ammettere che il mio cuore è ancora tutto di Carlo Ancelotti. L'albero di Natale e i belli di notte, le partite che non potevi sbagliare e finivano sempre in trionfo. Quando se ne andò via, divenni un antiberlusconiano ancora più convinto di quanto non fossi. E già avevo letto l'intera bibliografia di Travaglio, e pure qualche testo apocrifo. Adesso vedere tal Valter Birsa al posto di Seedorf e Constant al posto di Serginho mi mette tristezza più di un Enrico Letta modello padre dei popoli alla festa dell'Udc, che, allargando le braccia, dice: "Chi è contro il mio governo è contro l'Italia". 


Queste confessioni di un milanista pentito finiscono con un sms, inviato a una ex ragazza dopo aver visto il Milan di Allegri eliminato dal Tottenham con un mesto zero a zero londinese: "Mi manchi come Ancelotti".

martedì 17 settembre 2013

Route du Maroc - Seconda parte - Rabat


Casbah degli Oudaïa
Settecento ed Ottocento sono ricordati come secoli bui per il Marocco. Il Marocco era perennemente in guerra. Contro i cristiani, contro le tribu ribelli e contro i turchi ottomani. Il territorio era diviso e segmentato. Da una parte il sovrano, il potere centrale di Meknes e le regioni a questo sottomesse. Dall'altra i numerosi dissidenti. Epidemie e carestie mantennero per oltre un secolo la regione ad un passo dal baratro. A tale caos deve aggiungersi la volonta delle potenze europee (Francia, Gran Bretagna e Spagna su tutte) di mettere le mani sulle ricchezze del Paese.

In quegli anni, gli Oudaïa erano predoni nomadi feroci e temuti in tutto il territorio dell'attuale Marocco. Stanco delle loro scorrerie, a inizio Ottocento, il Sultano Moulay Abderrahmane decise di catturare e imprigionare il loro capo. Come rappresaglia, gli Oudaïa si impadronirono di Fes, ma il Sultano riuscì a cacciarli anche da questa città e far si che si disperdessero per tutto il nord del Marocco.

Alcuni di loro, dopo lungo errare, si stabilirono a Rabat, in una parte della città allora disabitata, una rocca, una casbah fortificata risalente al XII secolo in riva al mare alla foce del fiume Bou Regreg.

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Rabat è la capitale politica ed amministrativa del Marocco. Fondata nel 1150 in prossimità delle rovine romane di Sala Colonia, per lungo tempo ha costituito la base per spedizioni belliche in Andalusia, convertendosi poi in covo di pirati.
Raggiungere Rabat da Casablanca non è impresa impossibile. Nonostante non vi siano indicazioni, è sufficiente costeggiare il mare verso Est e chiedere ai passanti. Questi vi risponderanno "Tout droit". Voi andrete, quindi, tutto dritto e dopo circa un'ora arriverete a Rabat.
Entrati a Rabat, andando tout droit, raggiungerete la Medina.
A dominare la Medina, le mura della Casbah degli Oudaïa.

Rabat ha tutt'altra faccia rispetto a Casablanca, più curata nei particolari, più conservata e pulita nelle architetture di passaggio nei secoli. La sua Medina è vivace e rumorosa. Punto di riferimento per il commercio delle maglie da calcio contraffatte e per lo street food.
I vicoli colorati e infarciti di botteghe più che di bancarelle per turisti.
Oltre alla città vecchia, sono da visitare anche il Mausoleo di Mohammed V e la necropoli di Chellah, a nord del centro.
Lo Ouadi Bou Regreg divide Rabat da Salè, un tempo luogo di perdizione e malaffare e ora sobborgo balneare.

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#GranClasse
Il Forces Armees Royales de Rabat è, assieme al Wydad di Casablanca, la squadra marocchina più titolata. Ha vinto il campionato 12 volte, la Coupe du Throne 11 volte e nel 1985 si è laureata campione continentale, asfaltando in finale di CAF Champions League l'AS Blima, squadra di Lubumbashi, Repubblica Democratica del Congo.
Fondato nel 1958 per volere del sempre elegante Hassan II, re del Marocco - non senza polemiche - dal '61 al '99, per statuto il FAR può avere in rosa solamente giocatori di origine marocchina.
La maglia a strisce nero-arancio-verdi è bellissima.
 
Il FAR Rabat gioca il derby contro il FUS Rabat (Fath Union Sport de Rabat). Squadra di grande tradizione ma con poche vittorie a palmares (solo 5 Coupes du Throne e nessun campionato). Curioso che il più grande tifoso del FUR sia stato il Principe Moulay Abdellah, fratello di Hassan II e anch'egli figlio di Mohammed V (di secondo matrimonio, mentre Hassan II nacque dal primo matrimonio).
Nel 2010 il FUS Rabat ha vinto la CAF Confederation Cup (l'Europa League africana) battendo in una rocambolesca finale i tunisini dello Sfaxien (0 a 0 a Rabat e 2 a 3 a Sfax - tunisini in vantaggio per 2 a 1 fino al 75esimo, poi il pareggio di Rokki e, all'89esimo, il gol partita di Zouidi, una cavalcata da cardiopalma la sua, antologia).

Entrambe le squadre giocano nel bellissimo Stade Moulay Abdellah, a sud della Medina, praticamente dove l'autostrada A3 (da Casablanca) entra in città.

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Harire
Il Restaurant Dinarjat è senza dubbio il miglior posto dove mangiare nella città vecchia a Rabat.
Costa, ma ne vale la pena. Sia per il posto (si cena nel patio di una casa riccamente rifinita), sia per la cucina, sia perchè serve alcolici (per questioni religiose la maggior parte dei locali in Marocco non possiede la licenza per la vendita di bevande alcoliche).
La Harire, la tradizionale soupe marocaine, del Dinarjat è la migliore mai assaggiata.
La Harire altro non è che una zuppa a base di concentrato di pomodoro, pasta (spaghetti sminuzzati) o farina, ceci, cumino, lenticchie e carne. Se siete fortunati, vi verrà servita arricchita da olive verdi. Durante il ramadan spezza il digiuno.
Laddove non vi soddisfi, potete ripiegare sulla Bissara, zuppa a base di fave, olio e spezie.
 
Per lo street food, invece, è sufficiente che seguiate il fumo delle griglie alla porta Bab Bouiba (vicino al mercato). Anche il Restaurant Taghazout segnalato dalla Routard merita ("marmitte fumanti, buone forme di pane allineate sugli scaffali, uomini che mangiano in silenzio gurdando la TV").

venerdì 13 settembre 2013

1997 o l'anno in cui iniziai a sentirmi sinistro (solo due o tre flash di un Bildungsroman)

Do you want to know what a hipster in Glasgow talks about?
The hipsters in Glasgow stay up until all hours discussing Biblical matters. that is how they greet the dawn in spring. But they still get up four hours later to see how their private world is affected by commerce and necessity.

Quello fu il primo anno in cui frequentai con assiduità il negozio di dischi usati a piazza Mancini e l'ultimo in cui andai - poche centinaia di metri oltre il fiume - allo stadio con mio padre (conservo ancora i biglietti di carta). Il primo in cui iniziai a leggere con frequenza i libri che volevo (Brizzi, Ammanniti, Bukowski) e l'ultimo in cui frequentai le discoteche del centro aperte il sabato pomeriggio. Il 1997 è stato un anno di dubbi interiori e crocevia esistenziali.

Prendevo il 910 e scendevo al capolinea. Con trenta o quarantamila lire recuperate dai nonni al sicuro nella tasca aderente del jeans pariolo - probabilmente un Cou cou, una marca che vendeva solo Fauro street, ma che il baffo di piazza Gastaldi faceva pagar meno - entravo nel negozio e iniziavo, con timidezza, a spulciare tra le copertine. Erano infilate in schedari rossi di finta-pelle, disposte in rigoroso ordine alfabetico. Non parlavo quasi mai con il barbuto proprietario perchè m'intimoriva, così come durante gli anni delle medie m'intimoriva quel piacione del proprietario di Città 2000, che però vendeva solo dischi nuovi, e di merda (lo odiavo, quello stronzo con le basettone e ho goduto quando è fallito). All'epoca il negozio era grande e c'era un buon ricambio di cd. Certo, non era come Disfunzioni Musicali, ma tanto lo spazio di San Lorenzo aveva chiuso e io non potevo più provare l'ebbrezza di tornare in tram accarezzando Catartica. Prima di andare mi preparavo a casa con il mio raccoglitore verde in cui conservavo i ritagli di Musica!, l'inserto di Repubblica che per me ha rappresentato una specie di Bibbia. Poi c'era il video beccato per caso nella programmazione di MTV o Videomusic, ma bisognava essere fortunati ed aver appuntato il nome del gruppo su un pezzo di carta prima che partisse quello successivo. Essere indie non era come oggi, era un lavoro a tempo pieno. Te la dovevi guadagnare la tua nicchia. Nel negozio, mettevo da parte le schede che m'interessavano, formavo una pila traballante, e alla fine ne sceglievo una. Una e una soltanto. Di più non potevo permettermi. Quello era il momento fondamentale: per un mese avrei ascoltato solo quel disco. Se sbagliavo, erano cazzi.

Anche se uno tra Cafu, Zago, Aldair e Candela sbagliava il fuorigioco erano cazzi. Prendevamo gol due volte su tre (la terza corrispondeva a un miracolo di Konsel). Con l'Inter, in casa, successe così. Due volte un tappeto rosso per Ronaldo e due volte a maledire Zeman con mio padre. La croce sulla nostra stagione (paradosso volle che l'ultima partita vista allo stadio con lui - mio padre - fu proprio il Roma-Inter dell'anno successivo, e quei cinque gol presi tipo giostra impazzita ancora amareggiano i nostri sguardi quando parliamo del boemo). Però quell'anno c'eravamo anche divertiti. Mi piaceva molto andare allo stadio con lui, erano le propaggini della bella relazione avuta quando ero piccolo, quando a settembre mi portava a mangiare la pizza o il gelato in Prati e mi parlava come se fossi un uomo. Un pomeriggio di sole di quasi primavera avevamo fatto tappa al bar di un suo amico al Flaminio per mangiare un tramezzino, poi avevamo passeggiato fino allo stadio per vedere i nostri asfaltare con quattro gol l'insidiosa Fiorentina di Malesani. Quel giorno Zeman non sbagliò nulla. La giornata perfetta.

Il disco perfetto fu If you're feeling sinister. Fu il primo che comprai dei Belle & Sebastian. Forse ne avevo letto su Musica!, forse neanche quello, soprattutto mi conquistò la fotografia rossa in copertina. Più che altro fu un rendez-vous duchampiano. Io non sapevo quasi nulla di loro, eppure sapevo che mi sarebbero piaciuti. Di più: sapevo che sarebbero entrati nella mia vita. Di più: sapevo che avrei trovato le mie giornate nelle loro canzoni. Per anni sono stati i miei mentori. Tante volte nella vita - per i viaggi, i dischi e le amicizie, non ultimi gli innamoramenti - mi sono fidato di questo istinto quasi animale, quasi esoterico; colto il dettaglio, il messaggio in codice, il quadro si sarebbe svelato. The stars of track and field fu una rivelazione. Allora era vero, un'altra musica era possibile; un'altra vita pure. Si poteva anche essere diversi dagli altri; ci si poteva limitare a sussurrare; come prima conseguenza decisi di non comprarmi le orride scarpe Oxs. Naif era la parola che mi girava per la testa. E pesce fuor d'acqua. Il pomeriggio, dopo le versioni, dopo il calcetto, dopo i troppi rovesci mandati in rete, invece di andare in qualche punto di ritrovo adolescenzial-pariolo, facevo partire lo stereo e, sdraiato sul letto, fingevo di essere un hipster di Glasgow (avrei letto quella parola solo qualche anno dopo, nelle note del libretto di Fold Your Hands Child, You Walk Like A Peasant), non mi vergognavo di accompagnare con la voce la melodia di fox in the snow, di pensare a una ragazza dell'altra sezione in termini di I will love you over e di sperare che qualcuno mi portasse via da quel quartiere di cretini perchè altrimenti sarei morto.

Said the hero in the story
"It is mightier than swords
I could kill you sure
But I could only make you cry with these words" 

Dissi basta alle sigarette fumate per finta al Gilda nel tentativo di impressionare chissà quale scema (primi sintomi di misoginia) e diedi fondo alla vita. Che poi uno pensa che vivere in un quartiere centrale di una grande città sia meglio di vivere in un paese abbandonato nell'entroterra ed invece a quattordici anni non c'è differenza, ci sono i dischi giusti, se li riesci a recuperare. Belle & Sebastian mi hanno accompagnato per tanti anni. Una volta andai anche a vederli con mio padre. Ci sedemmo sugli spalti del Centrale del Tennis. Lui non se la sentiva di stare in piedi. Questa cosa lì per lì mi dispiacque ma poi capii che aveva un senso. Seduta dietro di noi c'era Victoria Cabello con un misterioso amico. All'epoca - sarà stata una decina di anni fa - ero molto innamorato delle sue lentiggini. Provai a farglielo capire in tutti i modi ma non ci fu verso di comunicare. Non mi sono goduto per niente il concerto, però. Ora quasi quasi neanche so se esistono ancora, i Belle & Sebastian, eppure so che esisto io nelle loro vecchie canzoni.


Intabarrato nel loden blu che tanto mi rendeva felice mio padre mi lasciò sotto casa del mio amico dietro Ponte Milvio. Avevo comprato le crocchette al bar Euclide e le mangiammo nel tragitto a piedi. Anche lui sfoggiava un loden - verde però. Era la prima volta in curva e la prima volta allo stadio insieme a lui. Era la prima volta che parlavamo sul serio. Ci conoscevamo da una vita ma solo sulla carta; ci eravamo incontrati veramente solo qualche mese prima nella nuova scuola. Lui era due o tre mondi avanti a me e la soddisfazione di stare insieme quel giorno - di condividere quell'esperienza - era pari solo alla sorpresa di entrare nel mondo incantato degli scozzesi. L'Empoli aveva una difesa orribile e Balbo riuscì a sbagliare i gol più semplici. Ciò non diminuì il mio buon umore. Poi uno lo mise dentro e loro rimasero in dieci. A fine primo tempo conobbi due altri suoi amici che erano allo stadio con noi, uno ha da poco avuto un figlio che ha chiamato come me. Nel secondo tempo successe di tutto, anche che Cappellini ci fece paura con una doppietta spettacolare. Però entrò Omari Tetradze. Fu lui a risolvere la pratica con un guizzo inaspettato sulla fascia, concluso poi in rete da Balbo. "Tetradze, ti amo e ti ho sempre amato dai tempi del campionato russo", gridò il mio amico dopo il gol. Ero dove volevo essere. Qualche settimana dopo sempre lui organizzò una festa in giacca e cravatta al Fleming. Ci finii più per serendipity che per invito. Chiesi a mio padre di prestarmi un vestito; non volle. I pantaloni grigi ce li hai, al massimo ti presto una giacca sportiva, mi disse. E vada per la giacca sportiva. Una giacca a righe bianche e azzurre, coi bottoni d'oro. E che cazzo. Neanche il Grande Gatsby. Non avevo alternative e avevo troppa voglia di andare. Era dove dovevo essere. In ascensore mi ritrovai con due amici del tennis, più grandi, che mi chiesero se ero andato lì per fare il cameriere. Odiai mio padre ma in fondo sapevo che aveva ragione lui (però come entrai nell'appartemento mi tolsi la giacca e finsi di avere caldo tutta la sera). Oggi ne ho due di giacche così e non ho più paura di fare il dandy, anche in ufficio. Se If you're feeling sinister avesse avuto una traccia fantasma, probabilmente avrebbe parlato di me, della mia giacca a righe, delle ultime partite con mio padre, di imparare a essere quello che si è. 

Judy, where did you go wrong?
You used to make me smile when I was down
Judy was a teenage rebel

martedì 10 settembre 2013

Route du Maroc - Prima parte - Casablanca

 
 
Da qualche tempo ho difficoltà a scegliere il libro da leggere. Anche durante i preparativi per la partenza per il Marocco ho incontrato difficoltà. Prendo un libro a caso dalla libreria, leggo la quarta di copertina e lo ripongo nella libreria, che tanto nessuna storia mi sembra bella e attraente dalla quarta di copertina. Finito Nabokov (Re, Donna, Fante, niente di speciale, meglio La difesa di Luzin), rimandato Bolaño (perché i titoli che vorrei leggere sono troppo lunghi) e scartati alcuni autori italiani finalisti allo Strega, ecco che la scelta inevitabilmente ricade su Roth. D'altronde, in vacanza occorre andare sul sicuro. Quest'anno poi ho già avuto una fortuna sfacciata con libri come 54, Arrivano i Sister e Vedi di non morire. Con Roth mi sento tranquillo. Una storia americana quasi certamente ambientata a Newark, sulla costa Est.

Lamento di Portnoy è il monologo dall'analista di Alexander Portnoy, ebreo cresciuto negli anni Quaranta e Cinquanta in perenne conflitto con le proprie tensioni sessuali. Poco convinto a vivere da ebreo, non tanto per mancanza di fede quanto perchè perplesso dal quadro famigliare che lo circonda (la madre quasi ossessiva e il padre stitico).
La scoperta sociale e sessuale dell'America di un ragazzo cresciuto a Weequahic ("come se scopando volessi scoprire l'America. Conquistare l'America è forse più corretto."), fino all'esilio tragico e impotente in Israele.
 
Infilo il libro in valigia, sempre più convinto che per viaggiare il Kindle sia ormai essenziale. 

* * *


A detta di parecchi, Casablanca puo essere brevemente riassunta. Gli interventi chirurgici, il film Casablanca e la moschea Hassan II.

Tralasciando gli interventi chirurgici, non so quanto ancora di attualità, e il film, girato per lo più in studio (il Rick's Café Américain non è mai esistito, quella in città, al limitare della parte berbera della Medina, è solo una fedele ricostruzione gestita da un'americana stabilitasi a Casablanca), rimane la moschea Hassan II. In riva al mare con un minareto alto 200 metri. E' tra le più grandi moschee dell'Islam assieme alle moschee della Mecca e di Medina. Di effetto impressionante anche se particolarmente disadorna all'interno. Vale la pena spingersi al piano inferiore per visitare i bagni.

La verita è che Casablanca, come molti centri di sviluppo economico, risulta, ad un primo colpo d'occhio, impersonale e di scarso folklore.
A ben guardare, pero, è autentica larga parte della sua città vecchia, frequentata ed animata dai locali più che da una serie interminabile di negozi e bancarelle per turisti. Come autentico è il bighellonare della citta nuova e del quartiere degli Habbous, vicino al Palazzo Reale.

Magnifiche le sale da the - specie su Boulevard de Bordeaux -, ferme agli anni Sessanta quanto ad arredamento e accese dal match di Premier di turno (nel caso nostro, la prima vittoria di Moyes sulla panchina del Manchester United). Luoghi dove la gente passa il tempo per il solo piacere di non far nulla, stile ormai perduto dalle parti nostre.

Per nulla caratteristico, invece, il Quartier Gauthier, dominio di banche e multinazionali, vero cuore pulsante della finanza marocchina. Vi ceniamo la prima sera, in una specie di tavola calda la cui specialità sembra siano le coppe di gelato. Ordiniamo omelette e patatine fritte, che arrivano non asciugate dall'olio.

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Maglie - Casablanca, città vecchia
Inganna la pianta della guida riportando, a due passi dalla Chiesa del Sacro Cuore (inguardabile), nel bel mezzo del Parque de la Ligue Arabe, la dicitura "Stadio Municipale". Più che uno stadio una landa desolata di sabbia e malmesse tribune a gradoni.
Non credo giochino qui le due squadre di calcio di Casablanca partecipanti alla Botola, il campionato marocchino.

Il Raja Casablanca è senza dubbio la più famosa squadra di calcio marocchina. La maglia (ultimamente) in stile Celtic e da sempre vincente. Fondato nell'immediato Dopoguerra, il Raja (che significa "speranza") da sempre rappresenta l'alternativa operaia al protettorato francese.
Per lungo tempo a secco di vittorie, diventa dominante sul finire degli anni Ottanta. Alle affermazioni a livello nazionale si sommano le tre vittorie (quarto club in assoluto) in CAF Champions League ('89 contro gli algerini dell'MC Oran, '97 contro l'ES Tunis e '99 contro gli eigiziani dello Zamalek).

Noureddine Naybet
I 10 campionati marocchini a palmares non consentono tuttavia al Raja di primeggiare in città.
Les Rouges del Wydad si sono infatti laureati campioni ben 12 volte (5 prima dell'Indipendenza).
Curioso l'aneddoto legato al nome della squadra. Al tempo, siamo nel 1937, le attività ricreative e sportive a Casablanca erano riservate ai francesi. Tuttavia, visto il crescente numero di musulmani ed ebrei frequentatori (o aspiranti tali) di club sportivi, si decise per la fondazione di una polisportiva riservata ai locali. Nacque cosi l'allora Atheltic Club. Si narra che alla prima riunione dei soci fondatori uno di questi sia arrivato particolarmente in ritardo. La ragione del ritardo era dovuta al fatto che il tale aveva deciso di vedere l'ultima uscita cinematografica con protagonista la star (attrice e cantante) egiziana Oum Kalthoum: Wydad. In italiano, Amore.

Per completezza, occorre menzionare anche la terza squadra di Casablanca, l'Etoile. Attualmente i gialloverdi militano in terza divisione.

E' nato a Casablanca e ha giocato nel Wydad uno dei punti fermi della mia adolescenza da difensore: Noureddine Naybet. Oltre 100 presenze con la maglia della Nazionale e campione di Spagna con il Depor di Djalminha e Makaay. Dopo il ritiro, El Moro ha anche affiancato Michel alla guida della nazionale marocchina.

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Thé à la menthe

Secondo antiche tradizioni, il thé à la menthe richiede un lungo rituale di preparazione, che inizia con il risciacquo del the verde cinese (preferibilmente Gunpowder) per poi passare all'infusione in acqua caldissima (ma non bollente) delle foglie di menta. Secondo alcuni, ai rametti di menta è possibile mischiare qualche foglia di timo o di salvia (ma i puristi vi rinunciano).
Lasciate le foglie a macerare nell'infuso, la bevanda è travasata in bricchi d'argento riccamente decorati (in verità, spesso lo stagno sostituisce il materiale d'elezione di questi samovar d'Atlante), e viene versata in bicchieri intarsiati rigorosamente di vetro, da un'altezza di almeno 40 centimetri. Questa ritualità, dal fine, in apparenza, unicamente estetizzante ha, in realtà, un duplice scopo: ossigenare il liquido dorato in modo da formare una leggera schiuma nella parte superiore del bicchiere (ad evitare l'intorbidirsi della bevanda) e consentire che il the vada velocemente a temperatura ambiente (cosa che la porcellana o la plastica rallenterebbero oltremodo).
Perfetto ad ogni ora e a conclusione del pasto, meglio se molto zuccherato e accompagnato da kaab el ghzal (letteralmente, corna di gazzella), pasticcini a base di pasta di mandorle.