mercoledì 28 agosto 2013

Tony Adams, l'asino. Un ritratto di Andrea Romano (Manicomio Football Club)


Sembra incredibile ma in quasi quattro anni non abbiamo mai parlato di Tony Adams, l'indimenticato capitano dei Gunners della nostra adolescenza. Rimediamo oggi, e alla grande, ospitando il lungo e affettuoso ritratto che il nostro amico e collaboratore Andrea Romano gli ha dedicato nel suo "Manicomio Football Club. Storie di campioni e colpi di testa", ormai un piccolo classico di letteratura calcistica, di cui abbiamo già parlato qualche mese fa. Per la gentile concessione dell'estratto ringraziamo, oltre l'autore, la casa editrice Zero 91.

***


TONY ADAMS
L’Asino

La matita nera scorre veloce sul foglio bianco. Tratti nervosi, rapidi, confusi. Tratti che sono un grido d’aiuto muto in un mondo blindato nel silenzio. Tony Adams passa ore intere a disegnare su quel pezzo di carta. Tratteggia quello che gli passa per la testa: qualche caricatura delle Tartarughe Ninja, una manciata di ritratti dell’Orso Baloo, una lunga sfilza di caricature di principi e principesse presi in prestito dalle favole della Disney. Centinaia di figure che lo tengono occupato e che gli impediscono di pensare, ritratti che spera di regalare il prima possibile ai suoi bambini. Perché è questo l’unico modo in cui ti puoi prendere cura dei tuoi figli quando sei chiuso a triplice mandata in una cella. Un buco di quattro metri per tre con le pareti di mattoni sudici e con l’umidità che penetra a fondo nelle ossa. Un buco tetro che devi imparare a chiamare casa. Anche se è arredato con due brande e un secchio. Un secchio che va riempito con i propri escrementi e che va svuotato prima fuori dalla finestra, poi giù nel cortile. Due, tre, quattro volte al giorno. Rituali che ti spogliano della tua umanità, cerimonie che trasformano l’umiliazione in routine.
Quando non disegna, Tony Adams chiude gli occhi e cerca di fuggire lontano. Via da quella prigione dove il tempo gli scivola lentamente di mano. Via da quel buio perenne che sbriciola il suo autocontrollo. Via da quei pensieri con la punta aguzza come frecce che bersagliano il suo cervello.
Tony farebbe di tutto pur di non rimanere solo con se stesso, pur di non essere costretto a regolare i conti con i suoi dèmoni. Un’impresa disperata quando hai una colpa da espiare. I pensieri bussano alla sua porta senza preavviso. E Tony è costretto a farli accomodare. Nel cuore della notte o lì nel cortile, sotto la pioggerellina fina d’Inghilterra. Affanni che lo abbracciano all’improvviso, quando è sdraiato da solo sul letto avvolto da coperte ruvide o quando gioca a carte con gli altri detenuti. Paure che riescono a farlo sentire sempre più solo e vulnerabile. Tormenti che scavano un fossato fra lui e le persone che ama. Chiuso in quella scatola di angoscia, Tony Adams pensa al suo matrimonio, alla sua
carriera, al suo futuro. E tutto gli sembra impalpabile e lontano, indefinito e sconnesso. L’unica cosa che non riesce a togliersi dalla testa è quel pomeriggio. Un anonimo pomeriggio dell’estate del 1990. Il pomeriggio in cui la sua vita ha cominciato a correre veloce. Nel verso sbagliato.
Tony si ricorda del suo piede destro che pigia forte sul pedale del gas mentre il motore comincia a scalpitare sotto la lamiera. Ricorda di aver visto la lancetta che s’impennava sul tachimetro e di non aver battuto ciglio.
Su fino a ottanta chilometri orari. E le auto intorno a lui diventano delle piccole chiazze di colore. Su fino a cento. E l’asfalto di un quartiere residenziale di Londra si traveste da superstrada. Su fino a centoventi. E tutto diventa sfumato e lontano come un acquerello.
Tony non si accorge di niente. Neanche del volante che si imbizzarrisce e che gli scivola via di mano. Non ha nessuna idea di dove stia andando. Ma sa che ci sta andando velocemente. Un proiettile su quattro ruote motrici che schizza lungo le vie della City.
L’unica cosa che gli rimbalza nel cervello, durante quella corsa sull’orlo dell’autodistruzione, è la certezza di non voler guidare fino all’aeroporto per salire su quell’aereo. Un aereo che è pronto per portare lui e l’Arsenal a Singapore per un’odiosa tournée estiva.
Il viaggio di Adams dura molto di meno. Appena 500 metri o giù di lì. Solo sessanta yard prima che la sua Ford Sierra si ciancichi contro un palo del telefono e venga sputata contro il muretto di mattoni rossi di una villetta. Un boato che fa ghiacciare il sangue nelle vene seguito da un silenzio che strozza il respiro. Tony non sa dire per quanto è rimasto fermo immobile a bordo dell’auto che gli era stata affidata dallo sponsor. Sa solo che in quegli istanti ha smesso di essere il capitano dei Gunners. Lui, un corpo ancorato al sedile dalla cintura di sicurezza con la testa che viene risucchiata in un vortice di paura.
Osserva l’acciaio della vettura trasformarsi in un cumulo cubista dalle forme sgraziate, guarda la ruota che continua a girare come in una di quelle gag che si vedono al cinema, intravede il parabrezza che esplode inondandolo di vetri aguzzi.
Tony ci mette un poco per trovare la forza di aprire lo sportello e scendere dall’auto. Un piede dietro l’altro per battere la gravità. Un passo alla volta per vincere quella sensazione di essere sul punto di cadere. Un respiro profondo per smettere di tremare.
Qualche secondo più tardi una coppia di anziani si precipita nel giardino di casa. Lo stesso giardino nel quale una Ford Sierra 4x4 si era appena schiantata.
«Oddio, stai bene? Vuoi un drink per i tuoi nervi?» domanda la coppia pensando a una tazza di tè.
«Grazie, ma credo di averne presi a sufficienza» risponde Adams pensando che gli volessero offrire un bicchiere di brandy.
Tony si siede e aspetta. Aspetta che la sua testa smetta di fluttuare. Aspetta che le gambe acquistino di nuovo un minimo di sensibilità. Aspetta di spiegare quello che è successo alla polizia. E sa perfettamente che non sarà così facile.
Gli agenti ci mettono pochi minuti per arrivare. La prima cosa che fanno, una volta capita la situazione, è chiedere al difensore dell’Arsenal di soffiare in un tubo di plastica. Tony obbedisce e svuota i polmoni nel cilindro. Dopo qualche secondo sul display appare un numero. Un numero che indica il tasso di alcol che fermenta nel suo sangue. Il numero 134. Gli agenti sgranano gli occhi e lo invitano a salire in macchina. Nella loro macchina. Già, perché la legge non gradisce che su quel display compaia un numero superiore al 35.
Per Adams comincia un viaggio con una destinazione tutta nuova. Una destinazione che è il commissariato di polizia più vicino. Una destinazione dove tutto ricomincia daccapo.
Tony è ancora sotto shock ma cerca di farsi capire ugualmente. Prova a spiegare che quando era al volante aveva visto una macchina muoversi e venirgli addosso. Per questo aveva sterzato ed era finito in testa coda. E poco importa se, in verità, quella macchina non si era mai mossa, il suo era stato il gesto istintivo di chi guarda il mondo con gli occhi dell’alcol. Gli agenti annuiscono e gli chiedono di rimanere seduto ancora per qualche minuto. Devono ripetere il test, i primi risultati potrebbero essere imprecisi. Tony sbuffa, pensa a quell’aereo pronto al decollo, soffia di nuovo nel cilindro. 
E poi pazienta. Secondi interminabili. Secondi in cui non teme tanto quello che potrà succedere all’interno del commissariato, quanto l’ira di George Graham, il suo allenatore. Secondi in cui la lampadina che si accende nel centro del suo cranio gli suggerisce che niente sarà più come prima.
Dopo qualche istante i poliziotti tornano stringendo in mano i nuovi risultati del test. Avevano ragione, i primi erano sbagliati. Stavolta sul display lampeggia il numero 137. Gli agenti gli sfilano la patente e gli consegnano le imputazioni per guida pericolosa e in stato di ebbrezza. Tony annuisce e si alza, stringe mani e si fa accompagnare da un amico all’aeroporto.


Quando arriva a destinazione i suoi compagni sono già tutti sull’aereo. Qualcuno prova a chiedergli come si sente. Domande distratte, lontane, fumose. Parole pronunciate da chi non sa bene cosa dire. Adams si siede al suo posto e allaccia stretta la cintura. Solo allora si accorge di avere ancora dei pezzetti di parabrezza fra i capelli. Prova a farli cadere passando una mano sulla testa, poi chiude gli occhi e si concede qualche ora di riposo. Un riposo minato dal rimorso, dai sensi di colpa e dalla vergogna.
Appena sbarcati a Singapore i giornalisti cominciano a braccarlo. «Ehi, Tony Adams, è vero che hai distrutto una macchina?» gli urlano da lontano. È solo l’inizio del suo incubo. Un incubo che si trasforma in realtà il 19 dicembre del 1990, un mercoledì. È in quel giorno che la Southend Crown Court è chiamata a pronunciarsi sulle accuse di guida pericolosa e in stato di ebbrezza. Prima di entrare in aula, Tony prova a infondersi una briciola di coraggio. «Non sono un criminale. Sono una brava persona che ha fatto qualcosa di sbagliato» ripete fra sé. Un pensiero che il giudice Frank Lockhart non deve aver condiviso fino in fondo. No, il giudice Frank Lockhart si limita a scandire le parole “Nove mesi”, prima di battere forte sulla scrivania con il suo martello di legno.
Adams rimane impalato per qualche secondo. Lo sguardo nel vuoto, la testa che si fa leggera, il sangue che sfreccia nelle vene. La sua lingua non riesce ad articolare nessun fonema. Nemmeno un misero monosillabo mentre le parole “nove mesi” ronzano e sbattono contro la sua calotta cranica. Tony sente il braccio della guardia che lo afferra e lo trascina giù verso le celle del tribunale. Il suo era il primo caso della giornata. Deve aspettare che altre persone vengano processate. Deve aspettare che altre persone vengano condannate e si mettano a sedere vicino a lui. Mentre mangia il sandwich che il secondino gli ha gentilmente offerto, Tony ascolta in silenzio il destino degli altri ragazzi. Un destino simile al suo. Un destino d’isolamento e inquietudine. In poche ore lo raggiungono in tre. Un totale di quattro criminali che vengono fatti salire sul mini-van bianco diretto verso la prigione. Prima di lasciare il tribunale, il capitano dell’Arsenal viene ammanettato insieme a un ragazzo che si era appena beccato 18 mesi per aver provocato una rissa e aver pestato un poliziotto. «Ecco, questo ha veramente rovinato la mia giornata – esordisce il suo nuovo compagno – io sono un tifoso del Tottenham e sono stato ammanettato con te. È un vero incubo».
Appena arrivati al penitenziario di Chelmsford, Tony viene accompagnato all’area di “accoglienza”. Chiude i suoi oggetti in una scatola e scarta la sua divisa: jeans blu scuri, t-shirt celeste, un maglione di lana troppo stretto, calzini blu e scarpe da ginnastica. E nel momento esatto in cui s’infila quei vestiti che erano stati indossati da chissà chi, capisce che tutto sta cambiando. Capisce di non essere più Tony Adams. Capisce di essere solo il prigioniero LE1561. Un numero che viene marchiato sopra la sua vita. Un numero che fagocita il suo passato e che rende nebuloso il suo futuro.
Tony cammina lentamente verso la sua nuova cella. Una cella ripugnante con due letti a castello. «Io prendo quello di sotto, okay amico?» urla al suo nuovo compagno, un uomo di passaggio. Uno che doveva passare in carcere solo due notti per aver guidato senza assicurazione. Uno che appena uscito penserà bene di mettersi in tasca qualche bigliettone extra raccontando ai tabloid di Sua Maestà le sue notti in carcere con Tony Adams. Notti passate a ridere e a giocare a carte. Notti senza lacrime che porteranno i giornali a titolare: “La prigione è uno scherzo per Adams”. Uno scherzo che dura poco.
Il giorno di Natale Tony lo passa ad ascoltare la radio e a scrivere lettere. Chiuso dietro le sbarre per 23 ore. Non ci sono abbastanza secondini per passare più tempo in cortile, sono tutti in permesso per sentire il calore delle loro famiglie. Non c’è neanche un rancio speciale per la festa. Solo la solita, oscena, sbobba. Qualche tempo dopo Adams conosce il suo primo, vero, compagno di cella. Tale Rob da Colchester. Uno che da ragazzino era stato un discreto pugile, ma che in seguito aveva cominciato un pellegrinaggio fra diverse prigioni del Regno. Uno che aveva il vizio di rubare. E di farsi beccare troppo spesso. Rob gli insegna a dipingere con il dentifricio sui muri e a ricaricare le pile della radio sbattendole contro il termosifone. Un bagaglio di conoscenze che in quelle situazioni vale più di una laurea. Quasi tutte le notti un topolino entra nella loro cella. Un topolino che ribattezzano Mickey. Un topolino che diventa parte di un trio. Qualche volta Rob e Tony mettono Mickey in una scatola e lo liberano sotto le docce. Un modo creativo per riuscire a strappare una risata.
Per il resto Adams parla solo quando viene interrogato e cerca di non incrociare lo sguardo di nessuno. Ogni giorno. Tutto quello che gli interessa è tenersi il più lontano possibile dai guai. Niente di più e niente di meno. Come se la sua esistenza fosse stata messa in pausa. Un cammino forzato verso l’atarassia dove la sua unica speranza è di non incontrare qualche tifoso del Tottenham. Qualcuno mette in giro la voce che il barbiere sia un tifoso degli Spurs. Nel dubbio, Tony preferisce scontare la sua pena con i capelli che si allungano poco a poco. Nel tempo libero Adams prova a leggere le decine di lettere che gli vengono recapitate. E a qualcuna decide anche di rispondere. Lettere firmate dagli amici, da tutti gli uomini più famosi della Premier League, dai suoi compagni dell’Arsenal. Ma anche lettere firmate da tifosi delle squadre rivali. Lettere piene d’odio, d’insulti e minacce. Una di queste Tony non se la dimenticherà mai. Sulla copertina c’è la foto di un asino mentre sul retro una mano incerta ha tratteggiato: «Sto trascorrendo una splendida vacanza in Spagna, spero che tu stia passando giornate difficili in carcere».
A gennaio Adams comincia a lavorare nella palestra della prigione. Deve premurarsi personalmente che tutti gli attrezzi siano in ordine e al loro posto. Non esattamente il lavoro dei suoi sogni. Un lavoro che gli frutta poco più di tre sterline. Una miseria che a Tony basta per comprare barrette Mars e batterie per la sua radio.
A inizio febbraio, il difensore riceve un’altra lettera. Una lettera diversa da tutte le altre. Tony la apre e per la prima volta, dopo tanto tempo, torna a sorridere. La sua buona condotta era stata premiata. Il suo voler stare lontano dai guai aveva trasformato quei nove mesi in cinquantotto giorni di prigione. Adams esce dal carcere il 15 febbraio 1991. Alle 7,30 del mattino. Finalmente torna a essere libero. Finalmente torna a non essere solo il prigioniero LE1561.


Pochi giorni dopo le riserve dell’Arsenal affrontano quelle del Reading. In settemila riempiono Highbury per assistere al ritorno di Adams fra la sua gente. La partita finisce 2-2, ma al fischio finale Tony stringe forte i pugni e urla verso il cielo. Un colpo di teatro per sputare fuori quel pastone di emozione e rabbia che aveva ingoiato nelle ultime settimane. Un colpo di teatro che rappresenta la sua rinascita. Tre mesi più tardi Tony alzerà al cielo il secondo scudetto della sua carriera. Per vincere la sfida con l’alcol, invece, servirà ancora tempo.
Adams non si ricorda quando è diventato un alcolizzato cronico, ma si ricorda perché lo è diventato. «Questo è stato il percorso della mia vita e della mia carriera: ubriacarsi per riuscire ad affrontare le grandi delusioni, ubriacarsi per riuscire ad affrontare i momenti felici – dirà nella sua autobiografia – l’alcol agiva per me come un anestetico per sfuggire dai sentimenti intensi».
Tony aveva imboccato il percorso dell’autodemolizione già da bambino. Allora birre e liquori non c’entravano niente. Allora era solo un ragazzino che si sentiva diverso dagli altri e inadeguato, uno che poteva sentirsi solo anche in mezzo a una marea di persone. Un semplice pre-adolescente che alle quattro del pomeriggio guardava il sole tramontare e si sentiva misteriosamente perso. A scuola non brillava particolarmente e bastava che un insegnante gli chiedesse di leggere a voce alta per farlo arrossire. Le ragazze per lui erano delle creature che mettevano i brividi, perché non sapevi mai dove
potevi arrivare. Per questo si teneva a debita distanza. Poi era arrivato il calcio, e tutto aveva cominciato a cambiare. Suo padre Alex, un ex giocatore che aveva dovuto smettere per un problema ai reni, aveva fondato una squadra per ragazzi, il “Dagenham United”. Una squadra capace di vincere l’Essex Cup per cinque anni di seguito. Una squadra capace di tritare gli avversari e segnare ben 151 gol in una stagione senza subirne neanche uno. Tony, ovviamente, è il difensore centrale e il capitano di quella squadra. Ben presto tutti i più grandi club d’Inghilterra sono sulle sue tracce. Il giorno del suo quattordicesimo compleanno, Adams dice di sì all’Arsenal. L’allora capo scout Steve Burtenshaw fa fare un giro a Tony e al padre per il centro sportivo. Cerca un luogo tranquillo dove firmare il contratto. Poi, visto che lo spogliatoio è pieno, Tony appone la sigla più importante della sua carriera nel bagno.
L’apprendistato nelle giovanili dura poco. Il 5 novembre del 1983 l’Arsenal riceve in casa il Sunderland. E lo fa senza David O’Leary, vittima di un infortunio al ginocchio. Quando Tony non legge il suo nome sulla lista dei convocati per le giovanili per poco non si sente male. Pensa di essere stato escluso, di essere stato messo da parte e degradato. Poi realizza e per poco non si sente male. Di nuovo. Terry Neill, all’epoca allenatore dell’Arsenal, annuncia alla stampa che sarà il giovane Adams a sostituire l’infortunato O’Leary. Poi aggiunge che, quella mattina, lo stesso giovane Adams era stato incaricato di pulire i bagni della società. Una manna dal cielo per i tabloid che per tutto il giorno non fanno altro che chiedere ai Gunners una foto di Tony con in mano lo spazzolone.
In campo l’avvio non è dei migliori. Al secondo minuto Tony si fa rubare palla da Colin West e regala al Sunderland la rete del vantaggio. Un inizio disastroso. Un inizio che avrebbe stroncato chiunque. Un inizio da incubo che, alla fine del primo tempo, Kenny Sanson cercherà di rendere meno pesante. «Forza, hai i calzoncini al contrario, con il numero dietro. Se riesci a sistemarli, vedrai che migliorerai». Un incidente di percorso che sarà solo l’inizio di una carriera sfavillante. Una carriera che lo vedrà indossare la fascia di capitano dell’Arsenal e dell’Inghilterra. Una carriera costellata da tanti successi e qualche figuraccia. Come quella del 2 aprile 1989, quando in un pesce d’aprile differito Tony segnò entrambe le reti nell’1-1 contro il Manchester United. Il giorno seguente il Daily Mirror pubblicò una sua foto con le orecchie d’asino. Uno scatto che lo marchierà a fuoco per tutto il resto della sua carriera.
 

Ma oltre ai trofei, Tony comincia a collezionare pinte di birra. Sempre più spesso si trova a svegliarsi la mattina nel suo letto con vestiti e maglie sparse da ogni parte. Le prime domande che gli passano per la testa sono “Che ho fatto? Cosa ho detto? Mi sono reso ridicolo? Come sono tornato a casa?”. Poi i suoi pensieri tornano inevitabilmente all’alcol. Nei giorni più caldi la sua giornata inizia con un paio di pinte ghiacciate di Guinness. Abitudini che cominciano a sfuggire al suo controllo e che lo portano a un passo dall’umiliazione. Come quel lunedì mattina, quando aveva bussato alla porta di un bar cinque minuti prima dell’apertura solo per buttare qualche drink nello stomaco. Bill, il proprietario di uno dei sui locali preferiti, gli aveva detto che era il “miglior” bevitore di Guinness del suo locale. Una medaglia che Tony si era appuntato al petto con un certo orgoglio. Anche perché per arrivare a quel livello aveva dovuto lavorare sodo. Tony riusciva a tracannare quattro pinte in un’ora. Una media di venti pinte per ogni sessione di bevute. Un record al quale il suo corpo inizia a ribellarsi. Tony comincia a svegliarsi sempre più spesso con il letto bagnato. Una mattina, durante gli Europei in Germania del 1988, il difensore apre gli occhi su un materasso completamente fradicio mentre una cameriera alle sue spalle gli ripeteva «Pìpì, pipì» turandosi il naso. La voce ci mette poco a diffondersi e quando scende al piano di sotto per la colazione, Adams trova alcuni ragazzi che lo additano urlando «Pipì, pipì». Tony sorride e passa oltre, sorride e maschera la voglia di piangere, di condividere con qualcuno quel fardello che gli pesa sulle spalle e che rischia di schiacciarlo da un momento all’altro.
Nella settimana delle nozze, nel luglio del 1992, Tony beve senza sosta per cinque giorni di seguito. Al momento di infilare la fede al dito della sua Jane in pochi riescono a capire le sue parole. A ottobre, prima di un match di qualificazione contro la Norvegia a Wembley, il difensore decide di fare
uno scherzo a David Seaman insieme al suo compagno Paul Merson. I due provano a ostruire lo scarico del suo bagno con la carta igienica. L’estremo difensore della nazionale li guarda appoggiato allo stipite della porta e non riesce a trattenere le risate. Poi la memoria di Tony si annerisce. Tutto quello che si ricorda è di essersi svegliato la mattina successiva con il letto bagnato e con la porta della camera divelta. E presume di essere stato lui a combinare quel disastro. Niente in confronto alla performance durante la vacanza a Rodi del 1990. Allora Tony si era abbassato i pantaloni e le mutande fino alle caviglie ed era pronto a orinare nel foyer di un albergo a cinque stelle. Un’eventualità che solo l’intervento tempestivo di un suo amico era riuscito a scongiurare. Umiliazioni pubbliche che lo feriscono nel profondo ma che non riescono a fargli perdere il vizio. Tre anni più tardi, in Jamaica, Adams era così ubriaco che il barista se l’era dovuto caricare in spalla per portarlo in camera e metterlo a letto.
È nel 1996, però, che Tony Adams tocca il fondo. Si ricorda anche il giorno preciso. È il 26 giugno e, a Londra, Germania e Inghilterra si giocano l’accesso alla finale di un Europeo importantissimo, un europeo al quale i britannici tengono in modo particolare. Questioni di storia. Ma soprattutto di piaggeria. “Il calcio è tornato a casa” recita lo slogan di presentazione della competizione. Uno slogan dal quale uscirà anche un motivetto neanche troppo accattivante.
 

Quel giorno i gol di Shearer e Kuntz inchiodano prima i tempi regolamentari e poi supplementari sull’1-1. Una parità che deve essere interrotta dai rigori. Dal dischetto segnano tutti. Così, tocca a Gareth Southgate tirare il penalty decisivo. Mentre aspetta il fischio dell’arbitro, Tony Adams sa già tutto. Sa già che si sarebbe ubriacato come non aveva mai fatto prima. Sia che quella maledetta palla fosse entrata in rete, sia che avesse centrato un tifoso sugli spalti. Adams, il capitano, se ne sta sul cerchio del centrocampo congratulandosi con i compagni che avevano realizzato il loro rigore: Shearer, Platt, Pearce, Gascoigne e Sheringham. Tutti. Avevano segnato tutti. Tutti tranne Gareth Southgate. Così quando il difensore dell’Aston Villa spara il suo rigore addosso a Andreas Köpke, Tony sa perfettamente che nelle successive sette settimane non avrebbe fatto altro che bere. Non avrebbe fatto altro che bere fino a quando il dolore non fosse affogato e non fosse defluito via dal suo corpo. Ma allo stesso tempo sente che c’è qualcosa che non va. D’un tratto si rende conto di essere stanco di sentirsi inadeguato, di sentirsi solo, di essere costretto a sostenere lo sguardo critico dei suoi amici e dei suoi tifosi. È stufo dell’alcol. Per la prima volta nella sua vita, Tony capisce di avere la forza per spezzare questo incantesimo, per riprendere in mano la sua esistenza. E non ha intenzione di lasciarsi sfuggire questa opportunità.
Venerdì 16 agosto 1996 Adams beve il suo ultimo goccio d’alcol. Per due giorni se ne sta rannicchiato a letto in posizione fetale ad aspettare che il suo corpo espella le ultime gocce etiliche. In quelle quarantotto ore capisce che non ce la può fare da solo, che si trova ad affrontare l’avversario più difficile della sua vita. Un avversario che può essere battuto solo con il gioco di squadra. Il lunedì incontra per caso Steve Jacobs, un amico di Paul Merson che l’aveva aiutato a uscire dai suoi problemi di dipendenza. Non servono molte parole, Tony decide di entrare a far parte degli alcolisti anonimi.
Dopo quattro settimane passate da sobrio il capitano dell’Arsenal annuncia la sua decisione ai compagni. Li riunisce tutti nello spogliatoio e gli spiega la situazione. Gli racconta del suo disagio, di tutti quei giorni in cui si era sentito inutile e piccolo, di quelle volte in cui era arrivato a un passo dal baratro. In un mondo imbevuto di cinismo, Tony decide di non bluffare e di mettersi a nudo. E i suoi compagni sembrano apprezzare. «Io ho sempre pensato che avessi una bottiglia da qualche parte – gli dice Ian Wright nel tentativo di rompere quella cappa di tensione – ora, finalmente, lo so per certo». I ragazzi dell’Arsenal si stringono intorno a lui, ma il giorno dopo la notizia è su tutti i giornali. “Il capitano dell’Inghilterra è un alcolizzato”, titola il Daily Express. Adams fa spallucce e, grazie anche all’infortunio al ginocchio, nei primi novanta giorni da sobrio si presenta a cento incontri degli alcolisti anonimi. Ogni ora che passa sente il suo corpo che si asciuga e che si rimette in forma. E il suo ritorno al calcio giocato avviene prima del previsto. Tony viene convocato per una partita delle riserve dell’Arsenal contro i corrispettivi del Chelsea. Sugli spalti ci sono circa duecento persone. Duecento persone che urlano e sbraitano macinando decibel. In novanta minuti gli rovesciano addosso di tutto. Insulti, sfottò, minacce e cattiverie assortite. “Vuoi un drink Tony?” grida qualcuno. “Ma che per caso hai perso la tua bottiglia oggi?” aggiunge qualcun altro. Fino a quando Tony non vede un bambino camminare vicino alla linea di fondo. In mano ha una bottiglia di birra e sulla faccia un sorriso tagliente. «Gradisci una Bud?» gli domanda allungando la sua manina.
Adams resta impassibile anche se dentro si sente morire. Come in una partita contro il Coventry giocata qualche mese dopo. Allora Gordon Strachan, allenatore-giocatore degli avversari, aveva provato a fargli perdere la bussola mimando il gesto di bere una pinta di birra. Un colpo basso al quale Tony non aveva replicato nemmeno. Per lui ci sono nuovi traguardi da raggiungere. E una battaglia personale da portare a termine.
Adams alzerà al cielo ancora sei trofei prima di ritirarsi da capitano dell’Arsenal, un ruolo che ha ricoperto per quattordici stagioni. Ma, soprattutto, non si accontenterà di vincere la sua sfida con l’alcol. Sì perché dopo aver sconfitto il suo mostro, Tony decide di aiutare gli altri a uscire dal proprio tunnel fondando una clinica per la riabilitazione, la Sporting Chance. La stessa clinica dove Adrian Mutu andrà a risolvere i suoi problemi di dipendenza da cocaina.
Tony, però, ancora non è pronto a passare la sua vita con addosso il camice bianco o seduto dietro una scrivania. Sente di avere ancora qualcosa da poter dare al calcio. Così nel 2004 accetta di sedersi sulla scottante panchina del Wycombe, ultimo in Second Division a un paio di galassie di distanza dalla lotta per non retrocedere. Adams si era presentato dicendo che gli era stata affidata una squadra scarsa, che Arsene Wenger non gli aveva insegnato nulla che potesse essere utilizzato in Second Division e che, al di là di come sarebbe finita, non avrebbe mai perso la certezza di essere un buon tecnico. Nonostante il suo arrivo, però, la situazione non era cambiata granché. Ad aprile, dopo aver perso per 1-2 contro il Tranmere Rovers, il Wycombe era già aritmeticamente retrocesso. Non per Tony che, nel dopopartita, aveva deciso di mostrare il suo solito carattere: «Finché i numeri non ci condanneranno, noi continueremo a lottare e a credere nella salvezza». Una delle poche entrate a vuoto della sua vita.


venerdì 23 agosto 2013

Calciomercato: la parola agli esperti! Terza parte: le sorprese e l'epilogo con Tamas

 

Si è detto che questa adolescenza consapevole di sé è altamente patetica, perché mossa innanzitutto dal presupposto che l’età giovanile possa prolungarsi in definitivamente; idea talmente assurda che deve per forza condurre alla psicopatia.

J. Rodolfo Wilcock, Fatti inquietanti
  | LA SORPRESA |

“Le tragedie si replicano come farse” recita un luogo comune classico e quindi, messe alle spalle le polemiche di ieri sull’elezione di Fernando Llorente come possibile bidone (su Kevin Strootman miglior acquisto c’è stato invece un consolante silenzio-assenso), concludiamo oggi il nostro viaggio tra opinionisti, esperti e amici di questo blog alla ricerca di colui che sarà la sorpresa del prossimo campionato, naturalmente sempre tra i giocatori arrivati in questa sessione estiva di mercato (ormai agli sgoccioli, tranne che per Sabatini). Nella ricerca ci guiderà la riportata citazione del più importante scrittore italiano del ventesimo secolo, J. Rodolfo Wilcock, nel senso che l’età non sarà il fattore determinante della scelta, o meglio, si utilizzerà quella peculiare concezione dell’età calcistica che ha concesso - ad esempio – a Roberto Baronio di fregiarsi dello status di “eterna promessa” fino al giorno prima del suo ritiro. Allo stesso tempo occorre ricordarsi della massima arbasiniana per cui, in Italia, “c’è un momento stregato in cui si passa dalla categoria di bella promessa a quella di solito stronzo. Soltanto a pochi fortunati l’età concede poi di accedere alla dignità di venerato maestro”. Ecco, vediamo allora chi sono queste belle promesse.
 

Oggi non si può parlare di plebiscito, perché le indicazioni sono frastagliate come il tratto di scogliera basca che unisce Hendaya da Sanint-Jean-de-Luz, però scorre carsica nelle dichiarazioni degli esperti una preferenza: questo – di riffa o di raffa - sarà l’anno di Manolo Gabbiadini, già centravanti dell’under 21 e del Bologna, approdato a Genova, sponda blucerchiata, alla corte di (Con) Delio Rossi. Il più appassionato estimatore del Gabbia è Vasilij Ivanovic, peraltro – va detto – un pasdaran dell’allenatore riminese: “Il crack potenziale di quest’anno può essere Manolo Gabbiadini. Il giovane attaccante dell'Under 21 ha ben figurato negli ultimi due anni ma non è mai stato protagonista. A Bologna si è limitato a fare la comparsa di Gilardino. Quest’anno è la grande occasione per esplodere: giocherà in una piazza che può dargli i giusti stimoli, spazi in squadra (dovrà rimpiazzare Mauro Icardi) e sarà affidato alle cure di Delio Rossi, tecnico che in passato ha dimostrato di saper valorizzare al meglio moltissimi attaccanti. Davanti a lui c’è una stagione da protagonista e, perché no?, l’aereo per il Brasile. Prandelli ha l’occhio vigile ed un attaccante mobile come lui potrebbe esser utile in prospettiva futura per la Nazionale”. Anche secondo Emanuele Giulianelli questo “può essere l’anno decisivo per la maturazione e la consacrazione di Manolo Gabbiadini, in quella Genova sponda blucerchiata che da sempre è la palestra migliore per i giovani attaccanti italiani”. Da twitter, dov’è attivissimo, il nostro amico e gran lettore calcistico vhreccia dà addirittura i numeri: “Gabbiadini a me piace un monte. Se la Doria, che pure non vedo una grande squadra, lo supporterà un minimo, allora m’aspetto una quindicina di gol”. Fa il nome di Gabbiadini anche Fulvio Paglialunga, giornalista di RadioRai e autore del bel libro Ogni benedetta domenica (ma che ci tiene a precisare: se mi chiamate esperto poi dovrete vedervela con il mio avvocato”), anche se in deroga allargomento 'sorpresa': perché Gabbiadini non è certo da scoprire, ma potrebbe affermarsi definitivamente questanno. Pure Enrico Veronese si unisce al coro, lanciando “una nota di merito per chi valorizzerà al massimo i talenti in fiore, come la Sampdoria con Gabbiadini”. Sulla stessa scia si pone Lapo Scacciati, a cui è piaciuta “la praticità di alcune squadre di metà/bassa classifica nel rinforzarsi là dove più serviva”. Tra queste fa proprio il nome della Sampdoria: “Regini e Gabbiadini sono due giovani interessanti e la scommessa fatta su di loro secondo me verrà premiata”.
 

Ci sono altri due nomi, più esotici, che i fantacalcisti italiani dovrebbero segnarsi nella loro lista della spesa. Anche perché arrivano con referenze importanti. Il primo è quello di Abdallah Yaisien, presentato dagli esperti di Aguante Futbol: “Giovanissimo fantasista classe ‘94 svincolatosi dal PSG e tesserato dal Bologna. Va in una squadra che negli ultimi anni ha saputo far crescere dei giovani interessanti e lui è uno con qualità da vendere, come dimostrato al Mondiale U17 di due anni fa”. Un secondo endorsement arriva dal think tank di Sciabolata Morbida: “Il Faraone francese è trequartista tecnicamente dotatissimo che, giostrando tra le linee, potrebbe consacrarsi nel nostro campionato, dopo aver lasciato quel PSG capace di crescerlo ma non di valorizzarlo, perso tra i colpi di mercato milionari cui si stanno ormai abituando a quelle latitudini. In realtà il ragazzo non dovrebbe partire titolare,chiuso da Diamanti e Konè. Più probabile quindi che non sia questa la stagione, in cui da neofita della Serie A avrà anche bisogno di tempo per ambientarsi, in cui si imporrà all'attenzione di tutti. Però lo conosciamo da anni e crediamo in lui. Quindi ci proviamo”. Alla cieca, vi seguiamo su questo colpo ad effetto, come quando – a proposito di sorprese – alle feste delle medie provavamo il colpo grosso durante il gioco del postino recapitando un “bacio con la lingua” alla bionda con le lentiggini dell’altra sezione. Speriamo per Yaisien che finisca meglio.
 

Il secondo è quello di Ezequiel Cirigliano, nuovo cagnaccio del centrocampo veronese. “Se posso, vorrei spendere una parola per Ezequiel Cirigliano, preso dall’Hellas per poco più di due milioni di euro dal River Plate”: a parlare è Andrea Bracco, redattore di Calcio Sudamericano e del blog Pallonate – Il calcio totale. “Questo ragazzo ha tutto per fare bene in Italia, nonostante in Argentina non abbia fornito costantemente prove convincenti. Potrebbe essere una scommessa vinta dal bravissimo Sogliano”. Anche Fabrizio Gabrielli, sorianamente, invita “a non sottovalutare Cirigliano, canaccio rioplatense che difenderà digrignante la mediana scaligera”.


E gli altri nomi di sorprese su cui puntare? È un bel pot-pourri di brillanti promesse e soliti stronzi. Proviamo a metterli disordinatamente in fila, come se fossero i componenti di un trenino che attraversa il terrazzo di Jep Gambardella (ricordando che “I nostri trenini sono i più belli di Roma perché non vanno da nessuna parte”). In testa c’è Dries Mertens, nuova ala del Napoli, segnalato da Giakimo: “Potrei essere banale e dire che uno qualunque dei giovani dell’Udinese sarà la sorpresa della stagione, ma scelgo il belga. Perché è da un po’ di tempo che si parla del Belgio come possibile sorpresa Mondiale e perché la partenza del Papu Gomez e di Giaccherini ci hanno privati di goleador bassi degni di questo nome, quindi dico che Mertens risponderà ad entrambe le richieste. Su Youtube Mertens è un fenomeno [nda anche Ivan Tomic nella cassetta del Corriere dello Sport lo era], inoltre ha avuto il coraggio di segnare in finale della Coppa d’Olanda nel 2012, segno che l’orrore non lo spaventa. Infine, sono sicuro che odia lo Zwolle merda”. Dietro di lui c’è il difensore serbo del Torino Nikola Maksimovic, indicato da Monia Bracciali (nonostante Emanuele Giulianelli parlasse ieri di possibile flop): “Se n’è parlato benissimo in questo pre-campionato e al di là che lo sponsorizza Sinisa Mihajlovic – una garanzia fino ad un certo punto – spicca per personalità nonostante sia un classe ‘91. Una stazza imponente che non lo farà certo sembrare un fulmine di guerra ma pare sia davvero arcigno nelle marcature a uomo: di fondo, questo ormai serve nella nostra Serie A quando ci si deve salvare”. Non si deve salvare ma comunque anche la Viola dovrebbe aver azzeccato il colpo con Marcos Alonso, che incuriosisce molto Fabrizio Gabrielli: “A Firenze farà bene perché da quelle parti c’è molta campagna, molta Ispagna e bene se magna: ma soprattutto perché l’ambiente è carico di buoni propositi e voglia di vincere, che a vent’anni sono propellente mica da poco”. Piuttosto sorprendente è la scelta di Emanuele Giulianelli, che vede bene un giocatore circondato da un certo scetticismo: Raul Albiol. “Il difensore spagnolo è arrivato un po’ in sordina a Napoli, sovrastato dal clamore per lo sbarco in stile principesco del Pipita, ma è l’uomo giusto per la retroguardia della squadra di Benitez. Proprio dietro, infatti, il Napoli aveva mostrato lacune negli anni scorsi, che non gli hanno consentito di arrivare a contendere lo scudetto alla corazzata di Antonio Conte. Chissà che con l’inserimento del ventottenne Campione del Mondo e due volte Campione d’Europa il Napoli non possa finalmente lanciare la sfida ai bianconeri”. Giulianelli non si ferma qui però e – prendete carta e penna - lancia una raffica di possibili sorprese da vero intenditore del sottobosco calcistico mondiale: “Un potenziale crack è Jacopo Sala, arrivato al Verona dopo due anni ad Amburgo: ha i numeri per diventare titolare della Nazionale italiana. Per quanto riguarda i giovani, occhio a Gino Peruzzi del Catania, a Iakovenko della Fiorentina e, soprattutto, al biondo centrocampista serbo del Parma Filip Jankovic, proveniente dall’infinito serbatoio di talenti della Stella Rossa di Belgrado. Infine, Simone Zaza può arrivare in doppia cifra e lanciarsi tra i grandi attaccanti del nostro campionato”. Punta su Zaza anche Fulvio Paglialunga  (che prima fa una giusta precisazione generale: con il calciomercato ho un rapporto strano, perché è bello da seguire da giornalisti finché si parla di trattative ma a volte costringe a una pratica da cui spesso mi astengo: quella di giudicare in anticipo un calciatore. In questo caso, per coerenza con la mia incoerenza, mi viene chiesto di giudicare prima e dunque lo farò”): “Sono curioso di seguire il Sassuolo per vedere fino a che punto può arrivare Zaza, che è un giocatore che in Lega Pro non mi ha fatto subito innamorare e che probabilmente è proprio così di suo: uno che segna senza necessariamente accumulare premesse. Ricorda Ravanelli, poi decidete se questo è un complimento. In ogni caso è forte fisicamente e ha guizzi improvvisi che possono renderlo artefice di gol pazzeschi. In più gioca nel Sassuolo, quindi avrà spazio per mettersi in mostra. Detto che sia Vasilij Ivanovic (che ricorda come “sono stati i D.S. delle cosiddette provinciali a pescare meglio sul mercato, come ormai consuetudine in questi ultimi anni”) sia vhreccia (che si sbilancia pure su “Kurtic del Sassuolo, un giocatore in crescita costante, che se Eusebio utilizzerà con continuità, come credo, darà un sacco di soddisfazioni”) consigliano di tenere d’occhio Monzòn del Catania, la menzione finale spetta all’unico venerato maestro del lotto, uno che ha vinto un Mondiale: il grande Luca Toni. Sarà lui la sorpresa secondo il nostro lettore storico Lapo Scacciati: “Tra le candidate alla retrocessione mi è piaciuto come il Verona si stia attrezzando per non tornar in serie B alla velocità della luce. Toni è l’alcolista d’esperienza che non dovrebbe mancare mai in nessuna squadra di bassa classifica, e credo che in veneto troverà finalmente il modo di chiuder degnamente la carriera tra goal e grappini”.

 

A questo punto, non mi rimane altro da fare che ricordare a queste giovani sorprese l’insegnamento del già ricordato Jep Gambardella, che da sempre abbiamo fatto nostro, perché non bisogna aver paura di dilapidare il proprio talento: “è triste essere bravi, si rischia di diventare abili”.


| EPILOGO (CON TAMAS) |

Per concludere questa lunga traversata nello strano mondo del calciomercato, abbiamo chiesto al nostro amico e collaboratore Tamas, l’unico vero erede di J. Rodolfo Wilcock con il suo Un Tamas al giorno, di darci la sua opinione. Questa è la sua testimonianza. Buon campionato a tutti!

***

Ho ricevuto con piacere l’invito, da parte degli amici e sodali di Lacrime di Borghetti, a trattare di calciomercato sulle loro (e nostre, consentitemi) prestigiose colonne. Non avendo seguito quest’anno le vicende della Serie A estiva con la solerzia della mia passata giovinezza, ho ritenuto tuttavia utile confrontarmi con Qoliqon B. Manfroi, un extraterrestre recentemente giunto sul nostro pianeta (ove ha trovato lavoro grazie alla curiosa coincidenza del proprio cognome extraterrestre con uno abbastanza diffuso nella provincia veneta), molto appassionato di calcio, il quale non ha ovviamente verso il nostro campionato i pregiudizi e le romanticherie che io ho accumulato nei decenni.
L’incontro fra noi è avvenuto in una tigelleria di Modena, vicino al parco Novi Sad, e il resoconto che ne segue è fedele ma non stenografico*.
T.: Mi hanno chiesto quelli di Lacrime di Borghetti di scrivere qualche riga sul calciomercato italiano.
Q.: Ah, Lacrime di Borghetti! Bel sito, anche se non sempre colgo tutti-tutti i riferimenti dei post.
T.: D’altronde sei sulla Terra da poco...
Q.: Ma mi riprometto di leggere e migliorarmi come individuo, se non proprio come essere umano.
T.: Poi, a questo proposito, ti porto a visitare il Duomo di questa città, esempio notevole di architettura romanica e non solo...
Q.: ...Mi ha già portato una volta una tipa di Carpi: una ragazza irriverente, devo dire, che mi avvicinò solo per un suo dubbio impertinente...
T: Sui nani?
Q.: Veramente faccio uno e settantadue (piccato). No, sugli extraterrestri.
T.: Scusami, è il condizionamento culturale, il citazionismo, il gusto dei porti sicuri... La tua ignoranza, in un certo senso, dovresti tenertela stretta; ma è un discorso complesso. Mi passi il parmigiano per il pesto (alla modenese, Ndt)?
Q.: Tieni. Comunque, venendo al punto: è evidente che c’è stata una certa ricerca del colpo ad effetto, in questo calciomercato, del centravanti da molti gol e abbonamenti.
T.: E quale ti ha impressionato di più, fra gli acquisti di Tevez, Gomez, Llorente, Higuain, Icardi, ecc.?
Q.: Mah, io - per centrare subito la questione principale, ritengo che l’ingaggio migliore, fra quelli per così dire di fascia alta, sia destinato ad essere quello di Higuain: confido che garantirà al Napoli non solo molti gol, ma anche una partecipazione attiva al gioco di squadra e un’ottima intesa con i compagni, soprattutto con Insigne.
T.: Un Higuain un po’ alla Cavani?
Q.: A metà fra il Cavani del Napoli e quello dell’Uruguay, diciamo, se proprio vogliamo fare questo paragone (non del tutto azzeccato, secondo me). Ma mi pare soprattutto che la squadra sia quella giusta per lui.
T.: La coppia Gomez-Rossi promette però molto bene.
Q.: Indubbiamente, e soprattutto da parte del primo mi aspetto una certa efficienza realizzativa (il secondo, credo, crescerà durante l’anno). Tuttavia, se mi domandano di un crack, allora rispondo Higuain.
T.: Icardi mi suscita invece qualche perplessità.
Q.: Diciamo che il suo inserimento in quella squadra e quell’ambiente potrebbe essere problematico, pregiudicandone i risultati sul breve periodo. Mazzarri però è sempre stato garanzia di successo per i propri centravanti, e ho motivo di credere che questo influsso positivo controbilancerà quelli negativi.
T.: Tevez e Llorente? Di difficile lettura anche per te?
Q.: Penso che il primo saprà essere, ma più a momenti e in certe partite che come costante, l’altro colpo dell’annata. E mi stupirebbe se Conte non dovesse cogliere i momenti giusti per sfruttarne le potenzialità. Llorente, invece, lo immagino più utile in Europa.
T.: Riguardo al resto del mercato, ci si può chiedere come andranno Gilardino e Cassano in un anno pre-mondiale...
Q.: Mah, il primo è un giocatore assai migliore del secondo, ed è anche probabilmente una persona più seria, ma farà, temo, un campionato peggiore: il Genoa è una squadra con troppe incognite e con la solita rivoluzione senza logica visibile. Potrebbe brillare Bianchi al Bologna, se, come credo, Diamanti sarà autore di un campionato strepitoso.
T.: A me incuriosiscono Zaza e Biglia.
Q.: Il primo è un buon attaccante, ma il Sassuolo non mi pare granché attrezzato e in grado di aiutarlo. Il secondo è un giocatore di qualità, ma penso che le sue annate migliori siano trascorse. Non che io ci fossi, all’epoca.
T.: Quanto ai flop?
Q.: Un flop assoluto? Difficile da dire, e anche antipatico... Gervinho non risulterà particolarmente incisivo, credo, ma forse lo aspetteranno di più di altri acquisti passati dell’AS Roma. L’Hellas nel suo complesso mi pare una grossa scommessa: una squadra costruita più per Scudetto 97/98 che per la Serie A attuale, con un attacco rivoluzionato e una difesa immutata, benché - va detto- quest’ultima in B fosse totalmente affidabile.
T.: A me l’Hellas non dispiace.
Q.: Ma tu giocavi con quello Scudetto.
T.: Sì.
Q.: Ma se dobbiamo parlare di possibili delusioni, ho in mente Benatia (ho il sospetto che lo scambio fra lui e Nico Lopez non sia stato favorevole alla Roma) e soprattutto Callejón, che non penso sia nel posto adatto a lui.
T.: Si potrebbe dire che, mentre Higuain è più un giocatore da Napoli che da Real Madrid, Callejón è più da Real Madrid che da Napoli. No?
Q.: Stavolta sono abbastanza d'accordo.
T.: Perfetto. Andiamo al Duomo, dai.
Q.:E ricordati che prima o poi dovrai scrivere quel post, per LdB...
T.: Sì, certo. Ogni cosa a suo tempo.

* “Chi pretenda di ricordare tutta una conversazione parola per parola, mi è sempre sembrato un bugiardo o un mitomane” (M. Yourcenar, Il colpo di grazia).

giovedì 22 agosto 2013

Calciomercato: la parola agli esperti! La seconda parte: i bidoni


D’estate la terrazza del Sacher era il nostro luogo d’incontro abituale, era lì che passavamo la maggior parte del nostro tempo a lanciare accuse. Qualsiasi cosa o persona ci capitasse davanti agli occhi, noi l’accusavamo. Passavamo ore e ore sulla terrazza del Sacher ad accusare cose o persone.

Thomas Bernhard, Il nipote di Wittgenstein


| IL BIDONE |
 
“L’attesa del miracolo si rafforza con i fallimenti” scriveva il mio mentore Alejandro Rossi ed è tanto vera questa frase che, anche quest’anno, come ogni anno, tra i nuovi acquisti si annidano i futuri flop della stagione che ci attende. Dopo aver parlato ieri dei crack, abbiamo chiesto oggi ai nostri esperti di sedersi, come Thomas Bernhard e il suo amico Paul Wittgenstein, al nostro bar sport, per lanciare accuse gratuite e scoprire, insieme, quali sono i bidoni di questo calciomercato. Il verdetto è praticamente unanime, e sorprendente: la nuova coppia d’attacco della Juventus.
 

Il bidone più votato è Fernando Llorente. È una sfiducia che mi fa male, perché stravedo per il re Leone riojano, da sempre, e una delle prime cose che scrissi su questo blog fu proprio per esaltarne la grandezza in una memorabile rimonta basca sotto la pioggia, in cui lo definii “un centravanti per cui sognare”. Prima ancora, però, devo ammettere che mi fa male che sia andato alla Juve, anche perché vedo sprecata tanta epica in una città così austera che, in gelateria, considera la panna un gusto. “Llorente si candida a essere il nuovo Bentdner”. Sono spietati gli amici di Mondo Calcio, che proseguono a girare il cucchiaino nella cioccolata calda: “A lungo atteso, osannato come il top player che mancava alla Juve per affermare il suo dominio anche fuori dai confini patrii, da quando è arrivato a Torino ha avuto poco spazio e ha segnato solo contro i dilettanti. Alla fine Conte lo ha fatto accomodare in panchina, dove è rimasto anche durante la finale di Supercoppa con la Lazio, anche dopo il 4-0 bianconero, in quella che era diventata l’ennesima amichevole estiva. E lì sembra destinato a rimanere, almeno nel prossimo futuro. Certo vanno considerati i tempi di ambientamento, il fatto che la scorsa stagione nell’Athletic abbia giocato poco o nulla. Fatto sta che del campione annunciato non vi è traccia”. Fanno leva sulle aspettative che verranno frustrate (quanto aveva ragione – mi pare – Juan Marsè quando scriveva che nella vita la cosa più difficile è non farsi illusioni per le prossime tre ore) anche quelli di Crampi Sportivi: “È vero. Ci sono stati acquisti decisamente peggiori (Rolandino!). E poi Llorente arriva alla Juve a parametro zero. Tuttavia giunge con un ingaggio pesante, dopo quasi un anno di estenuanti trattative, e, soprattutto, aspettative. Arriva, in un reparto alquanto affollato, da prima punta pura, finalizzatore; ben diverso, cioè, da quel centravanti di manovra che caratterizza il gioco di Conte. Inoltre, si allontana di casa per la prima volta, abbandonando, dopo un anno sprecato tra incomprensioni e fischi, figliolo perso e non ancora ritrovato, la culla basca per le piazze dechirichiane di Torino”. Sulla scarsa attitudine al gol del riojano (ricordiamoci sempre che la gente vuole il gol) insiste lo juventino, anzi “trezeguetiano osservante” Enrico Veronese: “Per la mia Juve vorrei un centravanti in grado di segnare i goal facili e di avere i crismi per realizzare quelli difficili, non necessariamente uno fisicamente possente. Non mi pare quindi che Llorente abbia, in potenza, le caratteristiche per piazzare venti goal dietro i portieri avversari: so che piace a Conte perché torna indietro e apre spazi (come Vucinic, altro che la porta la vede sfocata) al vero tesoro della squadra - i centrocampisti - ma per me dev'essere il centravanti il primo terminale offensivo”. Sottolineano lo scarso feeling con gli schemi di Conte (ma allora perché l’ha preso?) anche i sodali di Trappola del fuorigioco: “Inchiodato al suo destino di top player, Fernando Llorente sarà, invece, il flop della stagione. Sia chiaro, questa valutazione non dipende dal fatto che sia scarso, tutt’altro, lo riteniamo un ottimo calciatore, ma crediamo che le sue caratteristiche siano agli antipodi del calcio predicato da Conte. Il centravanti basco, infatti, è una punta fisicamente fortissima, che vede la porta come pochi. Il problema è che è allo stesso tempo molto poco mobile. Conte richiede ai suoi attaccanti corsa e sacrificio per creare spazi per gli inserimenti dei centrocampisti, i veri goleador juventini. Llorente, invece, è un autentico nueve: un totem da area di rigore come lui potrebbe avere problemi di inserimento in questo impianto e fare più panchina che gol”. Infine, come chiosano da Crampi Sportivi, il vero guaio è che “Fernando-dagli-occhioni-blu è spagnolo. In Italia. Non per essere schiavi dei pregiudizi di nazionalità, ma per i giocatori iberici, abituati a difese molto alte e poco concentrate, e a linee mediane dove la tecnica è predominante sull’agonismo, il passaggio nella Serie A è oggettivamente difficile. Anche se, sinceramente, avendolo ammirato nell’Athletic Bilbao, ci auguriamo che El Rey León, come Luisito Suárez prima di lui, possa essere l’eccezione che conferma la regola. Ma, seguendo il consiglio di Flaubert, non ci azzarderemo a spiegare come”. E io con loro (pur aderendo all’augurio).


Peggio di Llorente, secondo i nostri cani da tartufo, farà solo il suo compagno d’attacco Carlitos Tevez. È icastico il nostro lettore storico Lapo Scacciati: “La Juventus secondo me ha preso un bidone vero (Llorente) e un fenomeno da baraccone a fine corsa (Tevez)”. Ma come? Un attaccante del suo calibro, della sua esperienza, della sua cattiveria, non è proprio quello che serviva alla Juve? Chiedo ausilio al nostro collaboratore storico, e grande saggio, Vasilij Ivanovic: “Sembrerà assurdo a dirsi adesso ma il rischio che Carlitos Tevez possa fallire alla Juventus è enorme. Non si discute né il palmares né il valore tecnico del giocatore. Il problema è un altro: saprà adattarsi ai metodi spietati e al gioco dispendioso di Antonio Conte? La Juventus prevede un pressing feroce, a tutto campo e grandi doti di sacrificio da parte di tutti. Non si può permettere che un giocatore sia avulso dal resto della squadra e lo dimostra Mirko Vucinic, capace d’esser devastante ma solo quando compie le due fasi di gioco. Il montenegrino dimostrò già nella Roma di Spalletti i suoi limiti, quando cominciava a diventare avulso dal gioco. E più volte, negli ultimi due anni alla Juve, ha alternato grandi partite a prestazioni pessime. L’Apache ha lo stesso difetto e tatticamente questa Juve non può permettersi, contemporaneamente, due giocatori che in qualsiasi momento possono sparire dal campo: gli scompensi sarebbero enormi. Inoltre il ricco ingaggio e la pesante scelta del numero 10 quasi imporrà all’allenatore salentino l'utilizzo di Tevez. Ma a che prezzo?”. Sull’irrequietezza caratteriale di Tevez pronta a generare scintille con Conte accelera Gian Mario Bachetti: “La motivazione ve la illustro parafrasando Cassano: l’Apache non è un ‘soldatino’ ma un fottuto elicottero da guerra corazzato, non nuovo a qualche colpo di matto (come quando scappò in Sud America e tornò in Inghilterra più gonfio di un camionista del Sussex). Come si troverà alla corte del tenente di ferro Antonio Conte, in uno spogliatoio che sembra felice come la casa dei Teletubbies? E poi siamo così sicuri che una squadra il cui punto forte negli ultimi due anni è stata la capacità di mandare in rete tanti giocatori differenti avesse così tanto bisogno di un ‘uomo gol’?”. Sulla testa dell’Apache si addensano più domande che languidi sospiri nel disco di Beth Gibbons e allora cerco di capirne di più con gli esperti di Aguante Futbol: “Carlitos è uno dei nostri grandi idoli, ma più di un indizio porta a lui: lo stipendio principesco, gli eccessivi proclami, le aspettative (è arrivato per lottare fino in fondo in Champions League, giusto?), i metodi di allenamento di Conte e poi la cosa più importante, la fame. L’Apache è partito dalla periferia di Buenos Aires e ha conquistato tutto grazie alla sua straordinaria cattiveria, al suo agonismo, alla sua garra, ma nel corso degli anni la lontananza dall’Argentina e dal suo barrio si è fatta sentire e ora è in un momento delicato della carriera. Ci sono giocatori con molte più possibilità di fallire, però nessuno di questi si porta sulle spalle le aspettative dell’ex-Citizen”. Finalmente ho capito: il problema è quello delle aspettative, perché nel calcio, come nella vita, si è puniti più per quello che non si è fatto che per quello che si è fatto, si è puniti per il non riuscire a essere, e allora tanto vale accettare il proprio ruolo di soccombenti, come il compagno di Thomas Bernhard, Wertheimer, che sapendo di non essere all’altezza di Glenn Gould, lascia il pianoforte e si toglie la vita a Coira (“A Coira una persona, anche se si ferma una notte soltanto, può essere rovinata per tutta la vita”).


Ma solo la Juventus, come si dice a Roma, ci ha preso la sòla? Certamente no, anzi, proprio la Roma ha in casa uno che – ahinoi – ha già le stimmate del Bidone: Gervais Yao Kouassi in arte Gervinho. “Come bidone non si può non pensare a Gervinho” dice Vitellozzo. “Esploso nel Lille di Rudi Garcia con un’ottima media-gol (quasi uno ogni due partite), ha sofferto di stitichezza realizzativa per il cambio d’aria londinese all’Emirates, a causa della sua coordinazione nel tiro piuttosto drammatica. Di sicuro dovrà faticare molto e incaponirsi molto di meno contro le difese schierate della Serie A. Alla prima percussione offensiva conclusa in modo goffo in fallo di fondo dovrà vedersela contro l’attacco schierato delle radio romane. Che per un calciatore appena arrivato è assai peggio”. Dal suo salotto milanese, rincara la dose Marco Maioli: “Se cercate Gervinho su Google, tra le ricerche correlate trovate hair, nose, esultanza, scatarrata, moccio, naso. Si capisce che la Roma abbia voluto accontentare Garcia e che l’ex Arsenal sia più adatto di altri a ricoprire il ruolo di esterno d'attacco nel 4-3-3; però, pur augurandogli tutto il bene possibile, l’ivoriano sembra essere un calciatore di livello tutt’altro che eccelso. Stando a Wenger avrebbe bisogno di molta fiducia per essere completamente efficace: auguri”. Non solo Gervinho, però. Ad ascoltare – e come non ascoltarlo! – Mister Vujadin Boskov, la Roma la sòla l’avrebbe presa non solo con Gervinho, ma anche con Maicon: “Grande bidone di calciomercato è Maicon. Roma comprato perché pensa lui diventa nuovo Cafù, ma lui rischia diventare nuovo Portaluppi”. Almeno, le signore e signorine di Roma Sud saranno contente. Fa una sintesi perfetta Lapo Scacciati: “L’aver preso Maicon dimostra che l’esperienza del fallito tentativo di recupero di Adriano dal mondo dell’obesità non è servita a molto, mentre Gervinho ha le qualità per far dimenticar al mondo l’esistenza del parrucchino di Conte”.

 

Se la Roma piange, però, anche le altre non ridono. Ce n’è un po’ per tutti. Per la Lazio, che secondo Markovic avrà il suo bidone in Felipe Anderson: “Pagato parecchio per essere un 1993, circa otto milioni di euro, è arrivato a Roma fisicamente mezzo rotto e reduce da una stagione in cui ha fatto solo il compagno di PlayStation di Neymar (solo 3 presenze nel campionato nazionale brasiliano). In genere Tare ha culo oltre che occhio, ma vista anche la difficile collocazione tattica (seconda punta? trequartista? ala destra?) prevedo un’annata difficile per l’ex Santos. Tra l’altro davanti ha Hernanes e Ederson”. Per il Napoli, dove, secondo Monia Bracciali di Tacchetti a spillo, Josè Maria Callejòn avrà parecchie difficoltà ad integrarsi: “Prevedo un anno con più ombre che lampi di luce. Più portato a far segnare che a buttarla dentro – caratteristica che non lo avvantaggia - si deve misurare con le difese della Serie A, dopo aver avuto a che fare con quelle della Liga. Non gli gira a favore nemmeno il fatto che i suoi predecessori spagnoli in Italia abbiano lasciato impronte troppo impalpabili per rimanere indimenticabili. Quando è andata bene, sono rimasti alla soglia del subliminale”. Sul povero Callejòn rincara la dose Giakimo: “Era lui che veniva accusato da Mourinho di essere un bidone, no?”. Se deve sbilanciarsi su un nome, però, Giakimo lo fa su (e come dargli torto! Ecco ho fatto capire qual è il mio bidone) Mauro Icardi: “Dopo l’orgia del treble, l’Inter è tornata quella pre-Calciopoli che strapaga giocatori inutili e non compra mai i giocatori che le servono veramente. In quest’ottica l’acquisto di Icardi è un perfetto riassunto della follia dirigenziale nerazzurra. Pagare tredici milioni un giovane attaccante che ha azzeccato un mese di campionato (e ha segnato la metà dei gol alla difesa da C1 del Pescara) è buttare i soldi dalla finestra, sopratutto se poi piangi miseria perché a centrocampo gioca ancora un Cambiasso in modalità moviola e in difesa ci si affida ancora a Chivu senza un piede. Infatti si sono già accorti del pacco e stanno cercando un’altra punta”. Oltre a Icardi, secondo gli amici di Sciabolata Morbida, ad Appiano Gentile è sbarcata un’altra bella pippa al sugo: Rolando. “A prescindere da quanto potrà giocare, è un giocatore che abbiamo seguito un po’ ai tempi del Porto di Villas Boas e nonostante il tecnico lusitano si fidasse moltissimo di lui e lo facesse giocare con estrema continuità a noi è sempre parso un difensore con limiti piuttosto evidenti, che potrebbero palesarsi ulteriormente in un contesto come quello italiano in cui - pur nonostante il nostro non sia più il campionato migliore al mondo – l’attenzione difensiva deve essere sempre massima”. Tra le grandi, infine, una stoccata se la prende anche il mercato della Fiorentina. Secondo Lapo Scacciati si è trattato di “una pletora di acquisti utili per la panchina (Joaquin, Ilicic, Alonso e compagnia cantante sono al livello dei titolari) e nessuno per rimediare al problema del portiere, ruolo in cui continua a mancare in rosa qualcuno a cui la madre non abbia ripetuto per tutta l’infanzia la frase ‘Puoi fare quello che fanno tutti gli altri bambini, hai bisogno solo di un poco più di tempo’. In compenso con Gomez dovrebbe aver risolto il problema di non aver un centravanti capace di trasformare i 90 minuti di melina in qualcosa di concreto. Questo ancora in linea teorica perché il crucco, accolto a Firenze come il salvatore della patria al grido di ‘Supermen Nazisti sono nostri superiori’, non ha troppo impressionato nelle prime uscite e per di più si è scelto un numero di maglia improponibile per chi di mestiere vuole giocare a calcio degnamente. Spero solo che dipenda dal fatto che è per metà Spagnolo”. Bello notare, ad ogni modo, come ci sia grande simpatia per i nostri cugini iberici.


 Tra le piccole, invece, chi sembra messo peggio è il Genoa. E il motivo è presto detto: Mattia Perin, che è de Latina (“Ahò se è robba da froci io non ce ‘sto”). Impietosa, ma allo stesso tempo non priva di pietas, è la motivazione dello scrittore Fabrizio Gabrielli: “Il peggior acquisto, invece, come sarebbe a dire, come si fa a tirare a indovinare, mica si può sperare di tirare la freccia e fare centro e vincere un pollo. Peggiore rispetto a cosa, poi? Alle aspettative? Al predecessore? Al prezzo di mercato? Perché io direi Perin, il neoportiere del Genoa. Che, a impegnarcisi, riuscirà a rispondere a tutti e tre gli interrogativi di poco prima. Perin. Poraccio. Perin”. Molto più diretto – ma la sostanza non cambia - è Giakimo: “Menzione d’onore per Perin. Se sarà lui il titolare, il Genoa retrocede al cento per cento”. Vede male un altro portiere il giornalista Emanuele Giulianelli: “Kevala a Udine ha mostrato grosse lacune tecniche e caratteriali e non ha la stoffa per sostituire l’infortunato Brkic”. Ma il vero flop, secondo il fondatore della Bottega del calciofilo, sarà Nikola Maksimović del Torino: “I giornali italiano lo hanno pompato moltissimo, dicendo che gli andavano dietro il Manchester City, il Milan e la Juventus; in realtà lo scorso anno ben due allenatori a Belgrado lo hanno escluso dalla formazione. Non è il difensore che può sostituire Ogbonna”. Il nostro Nesat, invece, come al solito passa in rassegna i possibili flop per ogni ruolo, partendo sempre dal portiere: “Il peggior acquisto in porta è chiaramente Pepe Reina, personaggio geniale ma portiere scarso (comunque è coperto da Rafael). In difesa non mi convince Albiol e ritengo eccessiva la spesa della Juve per Ogbonna, calciatore da quindici partite a campionato se tutto va bene. A centrocampo il Catania rischia scambiando Lodi con Tachsidis (anche se in quel contesto il greco potrebbe fare molto bene) e Joaquin non mi esalta. Attacco. Brutta storia cambiare Gila con Bianchi, per me Icardi è sempre stato una sega, lo stesso vale per Immobile, anche se a Torino potrebbe fare la sua parte grazie soprattutto a Ventura”.

Come ieri, lasciamo tirare le fila del discorso all’artista del gruppo, il grande Vincenzo Profeta del Laboratorio Saccardi: “... il peggior acquisto? Prendete la tabella acquisti dell’Inter e bruciatela in un uno strano rito indonesiano”. Sarà fatto, caro Vicè…

mercoledì 21 agosto 2013

Calciomercato: la parola agli esperti! Prima parte: i crack



“L'estate stafinendo e un anno se ne va” cantavano i Righeira, più che altro è il calciomercato – eterno rituale estivo, come gli ombrelloni che vengono riposti nei magazzini (per restare dentro la canzone) – che è agli sgoccioli, e anche se spesso i veri botti arrivano alla fine, con i contratti lanciati dietro le porte delle stanze tipo granate nei carrarmati, a pochi giorni dalla chiusura Lacrime di Borghetti ha voluto interrogare alcuni tra i maggiori esperti di calcio – gente che non sfigurerebbe nei migliori salotti biscardiani – per provare a fare il punto su questa sessione, ed eleggere i migliori colpi, le possibili sorprese e i temuti flop della stagione che ci aspetta. Prima di iniziare, approfitto allora per ringraziare tutti coloro che – in pieno Ferragosto, con le mani unte di fritturina di calamari e le gocce di Calippo Fizz sul mento - hanno collaborato a quest’iniziativa, inviandoci le loro preziose opinioni, e ricordo che, in coda a questa serie di post, arriveranno altri contributi.


|BREVE PREMESSA|

Innanzitutto, dobbiamo chiederci: che calciomercato è stato, quello di quest’estate?

Enrico Veronese, giornalista e football analyst, non ha dubbi: (come direbbe Bugo) c’è crisi, dappertutto. “A memoria non ricordo un mercato così deprimente, grigio, al ribasso, recessivo delle squadre italiane. I campioni stagionali - vedi Falcao - non vengono più qui, e chi vende i propri non lo fa più per necessità di sistemare un bilancio ballerino, ma per l'impossibilità di pagare ingaggi che sceicchi e petrolieri russi offrono: al punto da augurarsi, forse, l'ingresso di questi calibri anche nell'ormai inappetibile calcio nazionale, altro che disputare amichevoli negli USA o coppette in Cina. Oppure - ed è la mia teoria - provare a lanciare in Italia il modello Arsenal (o Barcelona), ovvero fiducia ai diciottenni allevati in casa, stessa formazione per molti anni, resistere alla razzia dei vari Marquinhos sui quali si può costruire una squadra”.

Meno negativo è il giudizio del nostro collaboratore Gian Mario Bachetti, per il quale, se è vero che i top player alla Messi e Ronaldo sono ancora comodi nella Liga e non è arrivato in Italia neanche mezzo Robben, “tuttavia, a discapito di quanto si dicesse ultimamente sul fatto che la Serie A fosse diventato un torneo per giocatori finiti e giovani promesse a prezzi del Lidl, sono arrivati parecchi giocatori che sono ancora in grado di fare la differenza”.

Vediamoli, allora, quali sono questi giocatori, i migliori acquisti secondo i nostri opinionisti, fermo restando che, come ricorda Vitellozzo, fantasista nella formazione di Someone still loves you, Bruno Pizzul e star di twitter [nonché idolo di chi scrive dopo questo tweet], causa orari improbabili di un calcio estivo venduto all’ESPN e agli interessi americani, le partite amichevoli che è stato possibile vedere sono state davvero poche. Per fortuna, aggiungo io, ci rimane l’intuito, forgiato su centinaia di posticipi serali avvolti nella nebbia della Bassa.

 
|IL CRACK|
 
La prima considerazione è questa: non c’è un colpo di mercato che abbia messo in ombra gli altri. Il podio dei crack, però, è presto fatto: Kevin Strootman, Mario Gomez e Gonzalo Higuain. Partiamo dal nuovo centrocampista della Roma, forse il meno conosciuto tra i tre.


“Nell’estate in cui i grandi calciatori stranieri sembrano essersi ricordati che esiste anche il campionato italiano, credo che il miglior colpo di mercato sia stato l’acquisto di Kevin Strootman da parte della Roma” sostiene Emanuele Giulianelli, giornalista e padrone della Bottega del Calciofilo. “Ambito da grandi club, ha ventitré anni ma è già un veterano, con più di 130 presenze in Eredivisie e 15 nelle coppe europee. Personalità da vendere, grinta e carattere gli hanno consentito di diventare il più giovane capitano della nazionale olandese: possiede tutte le caratteristiche che negli ultimi anni sono mancate alla squadra giallorossa”. Sulla stessa lunghezza d’onda è Monia Bracciali, che con i suoi Tacchetti a spillo afferma che nonostante “nell'Europeo Under 21 non abbia brillato, Strootman diventerà fondamentale nel centrocampo della Roma. Ha gran fisico, buona tecnica e tiro da fuori, ma soprattutto la cattiveria giusta, interpretando bene la voglia di rivalsa di una piazza intera. Unica cosa che non mi convince molto è la costanza di rendimento in un 4-3-3, perché a mio parere la rosa a disposizione di Garcia non la vedo adatta a quel modulo”. Come precisa Enrico Veronese, “Strootman può essere la rivelazione e diventare una carta in più in mano a Garcia, essendo abile nelle due fasi e pronto al 4-3-3”. Sulla bontà del nuovo acquisto giallorosso sono perentori anche gli amici di Crampi Sportivi: “Dubbi di inserimento ce ne sono pochi, Ambiente-Roma, questioni tattiche, coesistenza con altri giocatori, pochi cazzi:  Strootman è un capo, uno di quei giocatori che semplicemente si impongono aldilà di ogni contingenza”. Peraltro, “neanche l’imbarazzante somiglianza con Alf, l’alieno ghiotto di gatti proveniente dal pianeta Melmac, dovrebbe mettere in ombra l’ultimo prodotto del totaalvoetbal olandese. Giocatore più giovane a indossare la fascia di capitano della nazionale, Van Gaal lo ha già eletto tra gli intoccabili da qui a Rio, nella stessa categoria di Van Persie e Robben. Facile capire il perché: Strootman sa fare praticamente tutto quello che un centrocampista dovrebbe saper fare, e lo fa con la disinvoltura di chi conosce le metafisiche segrete dei campi di pallone, di chi conosce la complessa arte di far risultare ogni gesto funzionale al gioco”. La benedizione al colpo della coppia Sabatini-Zanzi arriva, infine, anche da un tifoso romanista come Fabrizio Gabrielli, che già si auspica una sforbiciata (come il suo meraviglioso libro che lo ha reso, almeno per chi scrive, il Soriano italiano): “Se il vissuto degli ultimi due anni non m’incombesse sulle spalle e sulla memoria come invece malandrino fa, sciorinare entusiasmo per Strootman sarebbe facile e scontato come liberare uno stormo di colombe all'uscita degli sposi. Strootman ch’è giovane, Strootman ch’è giocatore bell’e compiuto, Strootman responsabile, Strootman autorevole, Strootman forte fisicamente e coi piedi raffinati e una buona castagna e tutte le carte in regola per far bene nel gioco dell’aèsseroma, sebbene bisognerebbe sapere, tanto per cominciare, qual è che sarà, il gioco dell’aèsseroma. E il fatto che sia l’aèsseroma, poi, nondimeno, invalida ogni considerazione potenzialmente positiva, sbarazzina e spensierata dishonoris causa. Come non dargli torto? Io e Nesat, precauzionalmente, ci tocchiamo (non a vicenda, s’intende).


Come numero di preferenze, il secondo acquisto più apprezzato dai nostri opinionisti è Mario Gomez, il panzer tedesco della Fiorentina. Una scelta inevitabile secondo gli amici di Aguante Futbol, “tenendo in considerazione carriera, profilo e prezzo. La Viola lo ha comprato a una cifra relativamente bassa e il tedesco in carriera ha sempre (eccezion fatta per quel tristemente famoso Europeo) segnato moltissime reti. L’unico grande dubbio è legato alla Fiorentina, che, al di là del precampionato non proprio brillante, è a nostro avviso una grande incognita. Potrebbe ripetere lo splendido campionato dell'anno scorso, ma alcuni segnali non sono molto incoraggianti”. Così la pensano in molti: Gomez grande acquisto, a condizione che la Fiorentina mantenga le attese. Markovic (frequentatore storico del blog e devoto al taconazo), ad esempio: “Se la Fiorentina continuerà a fare il gioco farfallone dello scorso anno, tutto al servizio dell’attacco, e se Cuadrado e Pasqual (e si è aggiunto Joaquin) metteranno ancora in area venti cross a partita, penso che Marione nostro lo vedremo spesso sotto la Fiesole. Me lo gioco capocannoniere”. Sono ottimisti gli amici di Trappola del fuorigioco, che vedono in Gomez l’uomo della provvidenza per la Fiorentina: “I viola di Montella hanno un sistema di gioco ormai consolidato nell’ottima stagione passata, dove l’unico difetto è stato la mancanza di un catalizzatore dell’enorme gioco offensivo prodotto”. Ecco, allora, che “la campagna acquisti è stata finalizzata a cercare un punto di riferimento per l’orchestra viola. Gomez è in grado di svolgere questo ruolo e realizzare molti gol. L’impatto del tedesco potrebbe essere devastante nel campionato italiano e la sua esperienza internazionale potrebbe far fare alla viola il salto di qualità anche in Europa League. E se Ljajic dovesse rimanere viola, Gomez avrebbe un meraviglioso assist-man in più per la scalata alla classifica cannonieri”. Sottolinea la sua impressionante vena realizzativa anche Giakimo, altro lettore storico del blog: “Super Mario Gomez, oltre ad avere una canzone stupenda a lui dedicata, ha già segnato 221 goal in carriera, pur avendo una tecnica direi approssimativa e non partecipando per niente alla manovra della squadra (contro l’Olanda agli Europei ha toccato palla per 24 secondi segnando però due gol). In sostanza, lui sa fare una cosa sola: trovarsi nel posto giusto al momento giusto. Il nuovo Inzaghi (o meglio, il nuovo Trezeguet, Super Pippo almeno correva)”. Ma se è così forte, mi chiedo, com’è possibile che la Fiorentina abbia potuto fare questo colpo, senza neanche versare lacrime, sangue e nero di seppia da Giannino? La risposta me la dà sempre Giakimo: “L’acquisto di Gomez da parte della Fiorentina testimonia la follia calcistica degli ultimi anni, con tutte le squadre a rincorrere il marchio del tiki-taka, dei passaggi infiniti, del falso nueve ecc. Solo così si spiega la volontà del Bayern di liberarsi di Gomez e la possibilità che una squadra come la Fiorentina sia riuscita a prenderlo abbastanza indisturbata”. Affascinante e nostalgica è, come sempre, la lettura che di Gomez dà il nostro amico Arturo, che la Viola, tra l’altro, la tifa. Secondo lui, è Llorente, e non Gomez, il bomber che sarebbe dovuto sbarcare a Firenze: “Llorente mi è sempre sembrato uno dei pochi giocatori in grado, moralmente ed esteticamente, di raccogliere l’eredità di Batistuta. Gomez, al contrario, fa parte di un ‘progetto’ (parola odiosissima) che, anche se si rivelasse vincente, non sarebbe mai in grado di colmare il vuoto che si creò in due fatidici giorni di storia della Fiorentina: quello in cui Batistuta si infortunò contro il Milan alla ricerca dello scudetto del 98/99 e quello dell’anno successivo in cui si gettò in lacrime nella rete dopo avervi gettato il pallone contro il Venezia (sua ultima partita in viola, suo ultimo gol e record di Hamrin battuto)”. Da cui il paradosso: “Llorente il miglior acquisto, anche se fallisse, e Gomez il peggiore, anche se riuscisse”.


Da un centravanti all’altro, il terzo nome su cui i fantacalcisti d’Italia possono andare sul sicuro è Gonzalo Higuain, che, secondo gli esperti di Mondo Calcio, a Napoli sembra già sentirsi a casa. “È vero che l’eredità di cui si deve far carico, quella di Cavani, è pesantissima, così come è consistente la cifra sborsata da De Laurentis per averlo; l’impressione, però, è che l’argentino si faccia carico senza problemi delle enormi aspettative che hanno accompagnato il suo arrivo, com’è normale per uno abituato a segnare (e far segnare) con impressionante regolarità, che stia indossando la maglia della seleccion o quella del club. Probabilmente da solo non basterà a cambiare gli equilibri in campionato. L’idea però è che si sia di fronte a un vero top player, il solo che possa realmente fregiarsi del titolo tra coloro che sono arrivati in Italia nel corso del calciomercato”. Su questo punto concorda anche Enrico Veronese: “Il Napoli, che ha sostituito una delle migliori punte al mondo con un suo pari grado, ha compiuto il teorico colpo dell’estate. Higuain ha tutte le carte in regola per non far rimpiangere l’uruguagio, a cominciare dal tabellino dei marcatori. Favorito in questo anche da un centrocampo a trazione offensiva”. Il curriculum di Higuain non lascia adito a dubbi neanche secondo Gian Mario Bachetti: “Se due anni fa qualcuno ci avesse detto che l’attaccante della nazionale argentina (chi vuol capir capisca...) ex Real Madrid (190 presenze e 109 gol con la camiseta blanca ma con tanti spezzoni di 90 minuti) sarebbe arrivato in Italia, non gli avremmo creduto. Avrei potuto dire tranquillamente Mario Gomez, ma penso che all’ombra del Vesuvio in coppia con Benitez il Pepita possa finalmente far vincere qualcosa al Napoli, più di quanto possa fare Super Mario in tandem con l’Aereoplanino all’ombra di Palazzo Pitti"

Detto che anche secondo Nesat “Higuain e soprattutto Mario Gomez non possono fallire”, dobbiamo quindi aspettarci una corsa a due per la classifica cannonieri? Mario di Vito, collaboratore del blog, da quel di Ascoli non è convinto e lancia una provocazione sempre a strisce bianconere: “Il più grande contributo alla rinascita nazionale uscito fuori durante questa prima fase di calciomercato è senza dubbio alcuno Carlitos Tevez. Non dico solo sul versante calcistico, ma anche sul versante umano, politico, culturale. Chiunque abbia visto la serie Boris sa benissimo che «l’unica cosa seria in Italia è la ristorazione» e l’esser riusciti a far sbarcare da queste parti il pingue attaccante argentino vuol dire aver portato nel Belpaese anche il suo chef, che donerà nuova linfa alla terra che ha dato i natali alla benemerita pasta asciutta. Insomma, gli Agnelli - uomini dall’occhio lungo - hanno intuito che la popolarità crescente di spettacoli come Masterchef rischia di svalutare la nostra gloriosa tradizione gastronomica. La soluzione a questa paventata, ennesima, decadenza dei costumi nazionali è chiaramente lo chef di Tevez”. Non rimane che metterci a tavola.


A proposito di attaccanti con tendenza a ingrassare, una doppia preferenza dimostra come ci siano addetti ai lavori – e che addetti! – ancora disposti a credere all’ennesima resurrezione di Antonio Cassano. Mister Vujadin Boskov ne è convinto: "Io dice che grande sorpresa in questo calciomercato è Cassano, io pensa lui a Parma può fare buono campionato se non esagera con tortelli”. Il suo personalissimo suffragio lo dà a Cassano anche Vitellozzo: “Al netto degli infortuni, che a causa dell’età si fanno sentire, è il pezzo mancante all'attacco di Donadoni. La sua fantasia, unita alla velocità, non sempre fruttifera, di Biabiany e alle potenzialità da bomber, non sempre espresse, di Amauri, può lanciare il Parma verso posizioni di classifica più consone ai ducali”. Per tenersi comunque una porta aperta, Vitellozzo consiglia di tener d’occhio (tranquillo, i Vigili di Roma Capitale sono già allertati) anche Maicon: “In vista dei Mondiali brasiliani il terzino destro ha molto da (ri)guadagnare, essendo uscito da mesi dal radar di Felipao Scolari, e il gioco offensivo di Garcia può spingerlo verso il Maracanà”. Esperto di resurrezioni è anche Joaquìn, che a Malaga ha ritrovato lo smalto degli anni migliori. È lui, secondo Marco Maioli - tra l'altro, grande esperto di Calcio Sudamericano -, il vero colpo (un po’ alla Borja Valero): “Probabilmente una delle ali migliori d’Europa. Nel corso dell’ultima stagione ha dimostrato, anche in Champions League, di poter essere ancora devastante sulla fascia. Vero, non è più un ragazzino, ma secondo suo padre avrebbe davanti a sé un paio di lustri di calcio giocato, grazie al latte materno assunto fino all’età di sei anni. Idolo vero a Malaga, Montella gli troverà un posto nella Fiorentina”.

E noi che diciamo? Abbiamo fatto sbilanciare i due esperti del calciomercato (che io, Lo Zio e Gegen al massimo possiamo parlarvi degli affari al mercato sotto casa, destreggiandoci alla grande tra seppie in offerta e carciofi di importazione). Bostero, sdraiato in piscina con i suoi braghini azulgrana, è telegrafico: i colpi sono Mertens, Cirigliano, Rolando Bianchi e la non cessione di Muriel. Poi arriva la stoccata: “va da sé poi che chi sposta DAVVERO è Biglia”. Nesat, invece, oltre a addensare i dubbi che lo vogliono alter ego di Vitellozzo (o viceversa) ha voluto indicare un acquisto azzeccato per ogni ruolo. “Per quel che riguarda la porta, il miglior colpo lo ha fatto la Samp cedendo Romero. Oddio, non che l’attuale titolare Da Costa sia meglio, Romero però è chiaramente uno che è diventato portiere perché era sempre il bambino in più al parco:  ‘sì, puoi giocare con noi ma devi stare fisso in porta’. In difesa punto sulla rinascita di Silvestre al Milan e su quella di Maicon alla Roma. Scommetto su Monzòn del Catania e sono certo di una grandissima stagione di Yepes in quel di Bergamo. Centrocampo. Biglia è da sempre un mio pallino, credo tantissimo in Chibsah a Parma e Cirigliano a Verona. Strootman mi convince sempre di più. Spero possa trovare spazio Mertens. In attacco, oltre a Gomez, Higuain e Tevez, il miglior acquisto è Gabbiadini, impazzisco per Leto e non sputo sopra Gervinho. Zaza grande incognita, Cassano a Parma torna quello di Genova. Trovo assurda la cessione in prestito di Vydra da parte dell’Udinese: a me piace da morire”.

Per chiudere la pagina sui crack, sui grandi colpi insomma, fedele al suo cognome non poteva mancare anche una visionaria profezia di Vincenzo del Laboratorio Saccardi. “Faccio il gradasso come un calabrese che ha aperto un’agenzia conciliazioni a Milano e nonostante la crisi va di Findomestic:  il miglior acquisto sarà Christian Eriksen dell’Ajax al Milan...se il Milan passa il turno e Galliani ci farà il miracolo, trequartista completo e potente, mi pare un talento unico, anche se il flop è sempre dietro l’angolo visto che proviene da quel paese ridicolo e insulso che è l’Olanda, prego che entrambe le previsioni si avverino, mi pare un altro potenziale Sneijder...spero meno fighetto”. Tornando sulla terra, Vincenzo – che da palermitano lo conosce bene - vede come crack Ilicic alla Fiorentina: “se la smetterà di fare venire il voltastomaco e si metterà a lavorare, ne vedremo delle belle”. Sottoscrivo!