mercoledì 24 luglio 2013

Essere un Pauleta


Muoversi con indolenza è fondamentale, strascicare un passo dopo l'altro, correre faticosamente, con le braccia che non seguono la linea del corpo. E anche l'espressione del volto dev'essere sofferente e un po' sciatta, gli occhi intorpiditi e via dicendo fino a quando un cuore di sudore non ti appare sulla maglietta. E' un cuore che diventa man mano più grande perchè dalla pancia si suda molto più che dalle ascelle. Non saltellare durante il riscaldamento, grattati le palle, il tuo abbigliamento poco adatto risalterà tra i tuoi compagni di squadra parastincati e calzettonati, a loro modo protagonisti di una parata e addobbati il necessario per incutere timore. Ecco, il tuo lavoro è l'opposto, palesare un assoluta imperizia, una sonnolenza da fine estate mentre ti aggiri nella tua personale meta campo a testa bassa per ripararti gli occhi dal sole. Quando entri ricordati non solo di essere l'ultimo tra i tuoi compagni, ma fatti staccare mentre arrivate a centrocampo. E sorridi quando gli altri sono tesi, spara cazzate mentre tutti sono intenti a farneticare di tattiche varie. Non è veramente necessario che tu stia a sentire tutti gli intrallazzi, tutte le voci. Appena hai la palla, se mai dovesse rotolare verso te fai la cosa più semplice, tira. Come ti viene, ma tira.

I trequartisti non sono mai veri trequartisti, si muovono, si rimbalzano, hanno gel tra i capelli e toccano la palla come se volessero riempirti gli occhi, come se il calcio fosse un modo per sublimare il proprio ego nei secoli. Alle ali manca saggezza, la velocità preclude il ragionamento e quindi non riescono mai a capire quando è il momento di rallentare, lanciati nella loro corsa senza ricordi. Mentre a te sta rimontando il fernet, ma il fernet non è generalmente una bevanda che rimonta. In mediana ci sono dei ragazzi più giovani, avranno una ventina d'anni, hanno le gambe muscolose e sono un po' quadrati, non parlano molto, stanno a sentire cos'hanno da dire i trequartisti, li lasciano sfogare, poi giustamente non eseguono. I più timidi giocano uno accanto all'altro, così da potersi liberare facilmente di quel fardello. Per il resto  facciamo quadrato. In difesa c'è da sgangherarsi veramente. Il terzino di paese deglobalizzato ancora non spinge, supera a fatica la metacampo e quando ha la palla addosso la sparacchia via il più lontano possibile. E quelli sono i tuoi palloni, quelli persi, che tanto non prenderai mai, che scivolano inoffensivi verso il fondo oppure si alzano e sembrano finire dritti e morbidi tra le braccia del portiere. Cosa devi fare? Primo togliti le mani dalle palle che non sta bene, poi vai, prova, sbatti, colpisci, cadi, rialzati, sei già tutto sudato e i capelli ti stanno da schifo, sputa a terra e se mai dovessi tentare uno scatto quelle specie di scarpe da calcio anti-infortunistiche che porti ai piedi, mai trasudanti per nessuna ragione al mondo, ti ricorderebbero che La Sensibilità Del Piede è l'utopia fasulla di un qualche telecronista esaltato. Se dovesse arrivare la palla, tira, colpiscila, insomma. L'unica mossa tattica dell'allenatore per te è farti giocare con il sette, quando invece sei un nove. Nessun altro trucco.



Pensa ai movimenti dei centravanti veri, quelli ancora lontani da un'idea di gioco collettivo. Non quelli infighettiti che arretrano e tirano pure le punizioni, non quelli che provano a dribblare in area, neanche quelli aggressivi che sembrano voler segnare a tutti i costi. Il tuo riferimento è Pauleta. Ricordi Pauleta? Sembrava sbarcato da un gommone la sera prima. Ricordi la sua espressione? Era malinconia pura. E dire che dietro aveva dei Figo, dei Rui Costa, e poi dei Deco, dei Ronaldo. E giù di facili ironie – “chiunque può  fare di più di Pauleta” – e invece no. Nessun allenatore ha mai sentito il bisogno di sostituirlo. Dicevano che faceva salire la squadra. Cazzate, non riusciva a tenere un pallone che fosse uno. Avrà dei santi in paradiso? Neanche. E perchè sta lì? Perchè Pauleta è un simbolo di resistenza, di imperturbabile resistenza. Pauleta non si è mai imbellettato per apparire seducente. Pauleta non si è mai secolarizzato, mai, giocava così anche negli anni cinquanta e giocherebbe così fra duemila anni. Non ha mai imparato altro. Pauleta soffriva a ogni scatto e a fine partita col cazzo che rimorchiava. Restava in camera a curarsi quei piedi torturati dalle scarpe troppo strette. E sbagliava pure dei gol fatti, certo che si. Con la supponenza di certi trequartisti è un godimento sbagliare certi gol davanti al portiere e poi voltarsi e fingere di scusarsi, mentre il trequartista già sta pensando ad altro.

Fred... La versione 2.0 di Pauleta
Sono passati venti minuti e hai toccato un pallone, di testa. Eri voltato e ti è finito addosso. Poi si è alzato a campanile ed è finito quasi in rimessa laterale. I peruviani giocano di squadra, la palla ce l'hanno sempre loro e voi fate cagare. Però loro non tirano, è come se fossero frenati da qualcosa. Come se rendere concreto quel diadema colorato di passaggi banalizzasse tutto. La verità è che hanno una paura fottuta che non ne valga la pena. Il cuore sudato si allarga sempre più sulla tua maglietta e senti che davvero non sai se riuscirai ad arrivare a fine primo tempo. Ti han lasciato da solo tra questi nanetti ipertrofici che sgambettano e si girano e si rigirano e tu fai un pressing scialbo che sembri Paula Radcliffe a fine maratona. Ti avvicini alla panchina perchè hai sete e di tutta risposta ti danno una Ceres calda. Ecco, come a Pauleta. Nell'intervallo di una semifinale europea, ai Ronaldo, ai Figo, ai Rui Costa, energydrink, massaggi, cambio scarpe, pulizia intima, gel, deodorante e a lui una Ceres calda, da consumare sotto al sole, in un parcheggio sterrato. A fine primo tempo siete ancora zero a zero perchè nessuno è riuscito a tirare in porta. L'allenatore non ti dice nulla e allora tu parli con il portiere, che è l'unico che può capire, ma è troppo esistenzialista e farnetica, quindi vi fate una cicca a metà. Tanto lui deve stare là e tu dal lato opposto e fine. A un certo punto parlate anche della partita. Dici “Lanciala lunga”, lui – che capisce di calcio come un percussionista di musica – ti chiede “Dove?”. Rientri in campo che il sole è sempre più accecante e ti senti quasi ridicolo nell'ostentare la tua mancanza di voglia. Loro, i peruviani sgambettano ancora e a un certo punto, alla seconda palla che tocchi in tutta la tua partita, la prima di piede, ti si lanciano addosso in quattro, ti spostano senza fatica e tu ti volti, ma nessuno sta guardando. L'allenatore non ti incoraggia ma nemmeno ti insulta. Tu sei un dato di fatto. In difesa fanno muro, ma hanno visto troppe partite internazionali per cui non sparacchiano via la palla, ma la giocano e quando si arriva a metacampo, si torna daccapo, è tutto uno scambiarsi di posizioni, di tocchi, di finte, di “lascia”, di veli, di strutture e post-strutture. Si irridono l'un l'altro come se ancora dovessero dimostrare qualcosa. Tu passeggi al limite dell'area e ti senti anche un po' rincoglionito da tutto quanto. La terza palla che tocchi riesci a tirarla verso la porta, male e di punta, il portiere avversario si china e la raccoglie. Hai deluso anche le aspettative degli avversari, che nel loro intricato desiderio di bellezza ti avevano per un attimo immaginato letale. La chiazza di sudore si estende sempre più sulla tua maglietta, ora ricorda la forma dell'Africa. Siete sempre zero a zero, una serie di rifrazioni compiaciute che vanno a spegnersi lentamente, senza una sola scintilla. Allora in questo purgatorio pigro, il portiere sparacchia finalmente la palla a caso oltre la sua metacampo e tu te la ritrovi lì, che ti corre fianco a fianco, mentre i difensori avversari fanno finta di disinteressarsi di una tale casualità. E quando finalmente la palla scende lievemente ti accorgi di essere da solo davanti al portiere avversario. Tu vedi la palla scendere e ti prepari a colpirla. Qualcuno si è accorto che la cosa sta sfuggendo di mano. Appena hai la palla, se mai dovesse rotolare verso te fai la cosa più semplice, tira. Come ti viene, ma tira. Sei da solo, davanti al portiere, la palla a mezz'altezza e tu da solo, appena dentro l'area. Allora colpisci di mezzo piatto, mezzo collo, non sai, tant'è che prende una traiettoria strana e si schiaccia a terra,  e tu cadi come una pera per lo sforzo. Riesci solo a vedere la palla che dopo il rimbalzo si impenna e scavalca il portiere. D'improvviso sei il centro di tutto, gli altri corrono verso di te e le energie sembrano ritornare. Ti abbracciano, ti sommergono. E tu pensi che sono dei poveracci, degli artistucoli da quattro soldi che festeggiano per aver trovato una quadratura. E non importa che vada contro i loro ideali, contro la bellezza, contro loro stessi. Ti senti quasi deluso da tutto ciò. Allora chiedi il cambio e vai a rilassarti all'ombra e qualcuno ti passa un'altra ceres, un po' meno calda di quella prima.

7 commenti:

  1. 174 gol fatti tra terza , seconda e prima categoria. Ma sono sempre stato goffo, e giocare fino a trentanove anni mi ha reso noto solo per l'età avanzata sui campi biellesi. I migliori sono sempre stati altri, e questo post mi ha fatto sorridere:sono io, con ceres e tutto il resto. Alla salute

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  2. "Mentre a te sta rimontando il fernet, ma il fernet non è generalmente una bevanda che rimonta".
    Cristo, qui vi siete superati.
    Qui c'è la poesia del vero uomo, non inteso come macho.
    Qui c'è l'indolenza di chi la sa ma non la dice perchè tanto non gliene frega un cazzo che gli altri la sappiano, e poi non servirebbe.
    Qui c'è come si dovrebbe essere nella vita, a colpir sbilenchi come viene, con la sigaretta a bordo bocca.

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  3. Grazie Wal, una perla.

    "Alle ali manca saggezza"..

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