venerdì 21 giugno 2013

La storia dimenticata di Fernando “el Pajarita” Chillida. Parte III: la Spagna, la Francia, il Sudamerica e la fine della storia




Appesi gli scarpini ancora sporchi di fango al chiodo, spinto da chissà quale ragione, inseguito da chissà quali fantasmi, el Pajarita va incontro al suo cammino nella Spagna che arde di guerra civile. È l’estate del ’36 e Chillida è prima a Barcellona, ospite – tramite amicizie comuni - dalla famiglia Mercader (Maria, futura moglie di Vittorio De Sica, è un’attrice affermata, mentre il fratello, Ramòn, zio di Christian, qualche anno dopo avrà i suoi quindici minuti di gloria per aver ucciso Lev Trocki in Messico), e poi a Madrid, dove si sistema al civico 8 della calle Miguel Angel, al lato del comitato anarchista. Si unisce subito al bando repubblicano, nelle brigate internazionali, militando nel V reggimento, quello fondato dal triestino (meglio, muggiano, come Dario Hubner) Vittorio Vidali, che per tutti, all’epoca, è il Comandante Carlos Contreras. Persona coltissima e attenta alla cultura, deve la sua autorità anche alla bellissima fidanzata, quella Tina Modotti, fotografa comunista, anch’essa italiana, che morirà pochi anni dopo, in Messico, in esilio (ci torneremo).

Il V reggimento (Chillida è quello alto in mezzo)
Dopo qualche settimana, a Madrid arrivano (da Ibiza, dove erano letteralmente rimasti intrappolati) anche Alberti e la Leòn, che creano l’Alianza de Intelectuales Antifascistas, di cui era segretaria la stessa Leòn e in cui Chillida si dà da fare per metter su una compagnia teatrale. È la vecchia passione che ritorna fuori: ora che il calcio non c’è più, ora che ci sono le bombe, el Pajarita torna sul palco. Sono settimane convulse: non solo rappresentazioni teatrali, ma anche i viaggi nei paesi toledani e all’Escorial per salvare libri, quadri, arazzi; Chillida organizza poi, insieme ad Alberti, la spettacolare evacuazione e messa al sicuro dei capolavori del Prado, che passano dalla Torres de Serranos di Valencia al castello di Perelada, a Girona, e da lì, stipati nei camion dell’esercito, in mezzo al tristissimo esodo, superano la frontiera francese, con el Pajarita al volante...

Viva la muerte!
 ...Dalla Francia Chillida si ritrova con altri membri del V reggimento al Paraninfo dell’Università di Salamanca. È l’11 ottobre e si sta celebrando un atto letterario in commemorazione del “Dìa de la raza”. A presiedere l’evento c’è il grande scrittore Unamuno, all’epoca rettore dell’università, che è accompagnato dal generale Millan Astray, colui che nel 1920 aveva fondato il Tercio de extranjeros, anche noto como la Legione spagnola, della quale fu il primo comandante. L’obiettivo di Chillida e dei suoi sodali è l’uccisione di Astray. Qualcosa, però, va storto. Miguel Unamuno termina il suo discorso con una severa critica della situazione che la guerra ha generato, facendo allusione al fatto che si è intensificato l’odio all’intelligenza, concludendo che il bando sublevado avrebbe potuto anche vincere, con la forza bruta delle armi, però mai convincere. Tra le grida prende allora la parola il militare Astray, che termina il suo acceso intervento con le ormai celebri frasi che volevano contrapporsi alla tesi unamuniana: “Muoiano gli intellettuali! Viva la morte!”. Si scatena un parapiglia, volano dei colpi, ma l’attentanto salta.

Pablo Neruda con Delia del Carril
Tornato a Madrid, Chillida diventa molto amico del connazionale Pablo Neruda. Il poeta, infatti, per ragioni economiche, svolgeva ormai da molti anni il ruolo di console onorario, e dopo essere stato alcuni anni sull’isola di Giava, dove aveva consociuto sua moglie, l’altissima olandese Maryka Antonieta Hagenaar Vogelzang, nel ‘35 si era stabilito a Madrid. Chillida è anche il padrino della loro figlia, Malva Marina Trinidad, che però è affetta dalla nascita da una grave malattia. Anche per lo stato di frustrante prostrazione che ne deriva, il rapporto di Neruda con la moglie si lacera, fino a rompersi del tutto quando il poeta inizia a frequentare l’argentina Delia del Carril, di vent'anni più anziana di lui. A presentargliela è stato proprio Chillida, che la conosceva per le comuni frequentazioni teatrali, e che probabilmente aveva anche avuto una storia con lei.

Nonostante la guerra, il gruppo dell’Alianza, con attori del calibro di Andrès Mejuto, Marìa del Olmo e Edmundo Barbero, oltre che di Chillida stesso (ma contribuivano anche Malraux, Neruda, Hemingway…), organizza spettacoli diventati storici come la Numancia cervantina, a Valencia. Nell’ottobre del 37, nell’ambito di un omaggio all’Unione Sovietica per il ventesimo anniversario della Rivoluzione d’Ottobre, al Teatro de la Zarzuela di Madrid si rappresenta l’opera rivoluzionaria di Vsevolod Vishnevskii “La tragedia ottimista”, diretta da Maria Teresa Leòn. È la storia di un gruppo di ufficiali di marina, guidati dal leader anarchico Vozhak, che inizia la rivoluzione bolscevica, aiutati anche da una coraggiosa commissaria politica spedita dal Comitato Centrale. Chillida, ormai magnifico trentenne, si regala la sua più memorabile interpretazione come Vozhak, reso in maniera dura, ma umana.


Anche l’ultimo atto della sua permanenza in Spagna è teatrale. Partecipa, infatti, a Madrid e a Valencia, alla rappresentazione della “Cantata de los Hèroes y la Fraternidad de los Pueblos”, scritta da Alberti e musicata da Leoz, con l’intenzione proprio di omaggiare e ringraziare per il loro aiuto i brigatisti internazionali, quando ormai la guerra è perduta e la  maggior parte di loro sta lasciando il paese. E su queste note:

“Yo soy Espana.

Sobre mi verde traje de trigo y sol han puesto

Largo crespòn injusto de horrores y de sangre.

Aquì tenèis en dos mi cuerpo dividido:

Un lado, preso; el otro, libre al honor y el aire”

anche el Pajarita abbandona la Spagna, rifugiandosi in Francia, nascosto nella macchina di Neruda.

***

Chillida è di nuovo in piedi sul molo, questa volta di Marsiglia, di fronte a una grande nave pronta ad attraversare l’oceano. È l’estate del 1938. Il suo amico Pablo Neruda ha ricevuto l’incarico da parte del nuovo presidente cileno, Pedro Aguirre Cerda, di cui il poeta era stato grande sostenitore, di far evacuare dai campi francesi oltre duemila esiliati spagnoli e di trasferirli via mare in Cile utilizzando la nave Winnipeg. Ci sarebbe posto anche per lui, ma decide di non tornare indietro; o meglio, non così indietro, ma solo indietro fino a Parigi. Finite le operazioni di imbarco, sale in macchina con Neruda e la sua nuova compagna Delia del Carril e li segue a Parigi, dove il poeta gli rimedia una mansardina nel suo stesso quartiere, il Quai de l’Horloge, di fronte al Pont Neuf, alla statua di Enrico IV e alla piazza Dauphine. Qualche giorno dopo, quando la sconfitta repubblicana si è trasformata in epurazione dei vinti, arrivano anche i coniugi Alberti, che, grazie all’intercessione di Picasso, collaborano con Radio París-Mondiale.

Il ritorno di Henri Branca (con baffi)
In maniera del tutto sorprendente, el Pajarita, rispolverando lo pseudonimo francese di Henri Branca e i baffi, si ripresenta al campo di allenamento del Racing. Quando gli ex compagni lo vedono arrivare, quasi non ci credono. Addirittura, viene organizzata una festa in suo onore. Senza che il motivo sia chiaro – probabilmente su consiglio di Neruda – el Pajarita racconta ai compagni la sua storia e, quindi, la sua identità. Nei tabellini ufficiali ricompare quindi il suo vero nome. La notizia fa anche il giro dei giornali, e il cileno eroe delle brigate internazionali diventa un personaggio conosciuto ai più. Il primo anno gioca più la sera nei locali che in campo (appena 4 presenze); il secondo, invece, è di nuovo titolare fisso (19 presenze e 2 gol), anche se le gambe reggono meno. Nel maggio del ’40 si toglie addirittura la soddisfazione di vincere la Coppa di Francia (è suo, su rigore, uno degli 8 gol con cui viene asfaltato il Rouen in semifinale); a causa di un infortunio, tuttavia, non può giocare la finale, ma il suo giro di campo con il trofeo fa venire le lacrime agli occhi dei 25 mila spettatori del Parco dei Principi. L’estate stessa, però, spaventato dalla possibilità di farsi un’altra guerra o chissà da cosa, decide di tagliare la corda che lo lega all’Europa e si trasferisce a Città del Messico, in concomitanza all’esilio dei coniugi Alberti, che optano invece per l’Argentina.

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Sulla permanenza di Chillida in Messico, che dura fino al ’43, non ci sono quasi tracce. I motivi di questa scelta sono da rintracciare nel fatto che, qualche mese prima, Pablo Neruda era diventato il console generale e vi si era trasferito con Delia del Carril, con cui si sposa non appena arriva Chillida (che gli fa da testimone).

Tina Modotti
 Il nome di Chillida esce fuori due anni dopo, nell’ambito di una brutta storia. Il 5 gennaio del 1942 viene trovata morta a Città del Messico, dopo una cena con amici in casa dell'architetto Hannes Mayer, quella Tina Modotti che el Pajarita aveva conosciuto in Spagna quando militava nel V reggimento. Ufficialmente, muore per un infarto che la colpisce dentro il taxi che la sta riportando a casa; voci incontrollate attribuiscono invece la responsabilità a Vittorio Vidali, che era diventato sempre più geloso della fotografa. Chillida viene chiamato a testimoniare e risulta che in quei due anni aveva frequentato la Modotti, a insaputa di Vidali. La polemica monta e interviene pubblicamente anche Pablo Neruda, che, indignato per le accuse fatte a Vidali, ne prende le difese e compone un delicato poemetto per la morte di Tina in cui denuncia anche lo sciacallaggio fatto sulla sua morte. Riporto solo i primi versi:

“Tina Modotti hermana,

no duermes no, no duermes
tal vez tu corazon
oye crecer la rosa
de ayer la ultima rosa
de ayer la nueva rosa
descansa dulcemente hermana”

Evidentemente, comunque, non tira una buona aria per il Pajarita, che decide quindi di lasciare il paese e trova riparo a Buenos Aires, dagli eterni amici, i coniugi Alberti. Non solo loro, però. A Buenos Aires c’è anche Victoria Ocampo, con cui Chillida si ritrova (anche se i due non avevano mai smesso di scriversi), trascorrendo molto tempo nella deliziosa Villa Ocampo di San Isidro. Il resto delle ore lo passa in teatro, a provare le opere da mettere in scena, come “El Adefesio”, operetta amorosa di Rafael Alberti il cui estreno avviene nel Teatro Avenida della capitale il 3 novembre del 1944. E’ come fare un tuffo nel passato, perché sul palco, accanto a Chillida (che interpreta il mendicante Biòn), ci sono Maria Teresa Leòn e Edmundo Barbero, nonché la fascinosissima attrice catalana Margarita Xirgu, con cui Chillida inizia una breve, ma intensa relazione che – come testimonia una lettera inviata alla sorella Angelica il 2 dicembre 1944 – manda su tutte le furie Victoria Ocampo (che, comunque, lo perdonerà, così come aveva perdonato Roger Caillois, con il quale, peraltro, Chillida riprende a vedersi, sfidandolo a interminabili partite a scacchi nel suo appartemento di Belgrano).


L’anno successivo Chillida fa anche la sua prima e ultima apparizione sul grande schermo, nel famosissimo “La dama duende”, diretto dal suo amico Luis Saslavsky, uno dei più importanti registi argentini del novecento, e sceneggiato – neanche a dirlo – da Rafael Alberti. Il set è galeotto perché el Pajarita, ormai nel fiore degli anni, seduce la bella protagonista, la celebre attrice argentina Delia Garcès, di qualche anno più grande di lui. Il problema è che la Garcès è sposata con il drammaturgo Alberto Zavalìa, fondatore del gruppo “Teatro de Buenos Aires”. I due approfittano allora delle tournè di Zavalia per fuggire insieme in Uruguay, a Punta Ballena, poco oltre quella che oggi si chiama Punta del Este, ospiti dell’amica comune Margarita Xirgu, che a sua volta si intrattiene con l’architetto barcellonese in esilio Antonio Bonet. Probabilmente, però, in una di queste occasioni Zavalia li scopre (forse imbeccato proprio dalla Xirgu, ancora innamorata del Pajarita), o comunque, per interrompere la storia con la Garcès, che era una bella nevrotica, all’inizio del ’46, in piena estate argentina, Chillida lascia nuovamente il Sudamerica e torna in Europa.

***
 
Daniela di Montecristo
La prima tappa è a Parigi, dove però resta solo qualche mese. Non è più la sua città, non ha più gli amici. Trova riparo nelle braccia di Daniela di Montecristo, leggendaria bellezza argentina circondata da un’aura di mistero, autrice di un unico libro (“Le amazzoni”), di cui si innamora. Ma è solo un’illusione. La Montecristo, infatti,– così racconta nei suoi diari – non ne vuole sapere di avere una relazione seria con lui, e lo lascia. Annota – è il 12 ottobre – che ha visto Chillida in un bar, da solo, al chissà quale bicchiere. Mossa da rimorso, entra, gli parla, ma Chillida è fuori di sé, sembra drogato, non ragiona. La Montecristo se ne va, per Natale torna a Buenos Aires, e anche Chillida, all’inizio del ’47, lascia la città, e dopo chissà quali peregrinazioni, in primavera appare a Roma.

***

Gli anni romani sono un anticipo letale di dolce vita per il Pajarita. Con il suo inseparabile papillon, alloggia in una pensione dietro via Veneto e frequenta assiduamente il caffè Rosati, per poi sciamare nei pochi bar aperti fino a tardi popolati da ragazzi incerti ma belli, soldati statunitensi, vedove squattrinate, attori e pittori, signorini in principe di Galles, e tanta altra gente dai sogni rotti, che all’alba mischiano un piatto di carbonara con due strisce di cocaina. Le cronache rosa – nelle quali Chillida risulta finalmente per quello che è: ex attore, ex calciatore e ex eroe di guerra; ex della vita, insomma - gli affibbiano innumerevoli conquiste, soprattutto nel gruppo delle ricche signore dell’aristocrazia nera (che, c’è da scommetterci, lo mantengono). Le cronache e basta, invece, lo ritraggono una notte in Questura per essere stato pizzicato, in un’afosa sera di agosto, in un portale di via del Babuino con un soldato di Latina.

Ma soprattutto, il 12 febbraio 1948, martedì grasso, alle 3 di notte, il cadavere di Fernando Chillida, detto “el Pajarita”, viene ritrovato senza vita nella sua stanza, il cervello trapassato da un colpo di pistola. Si tratta, non ci sono dubbi, di suicidio. I giornali ricostruiscono i suoi spostamenti, raccontando di una festa in maschera nell’appartamento di un comandante della Marina a Lungotevere Flaminio 52. Chillida – raccontano i testimoni – è stato visto parlare tutta la sera con una misteriosa principessa iraniana. Ma è stato veramente un suicidio d’amore? E soprattutto, chi era Fernando Chillida, quando è morto? Quarant’anni, bello e fascinoso, un uomo forte, dai molti talenti e dalle mille esperienze, aveva attraversato la Storia e la Storia aveva attraversato lui, e forse era troppo stanco per iniziare una nuova vita, l'ennesima. La sera di Carnevale si è tolto finalmente la maschera, quella indossata per chissà quanti anni, e sotto non ha trovato più nulla. Come il leggendario Franz Tunda, protagonista di “Fuga senza fine” di Joseph Roth, “superfluo come lui non c’era nessuno al mondo”. (fine)

“Estoy cansado de estar vivo, / aunque màs cansado serìa el estar muerto”
Luis Cernuda, Estoy cansado

5 commenti:

  1. Bolaño vive!

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  2. E con ciò - con grande serenità - mi sento di dire che LdB ha raggiunto il suo apice.

    Difficile anche solo immaginare una storia tanto bella.

    Un dissipatore di talento (e vita) tra i due mondi, un artista in pantaloncini e scarpette di cuio con la maschera del dandy sempre pronta in valigia.

    C'è tutto: bellezza, violenza ed insoddisfazione del vivere, con lo sfondo dei tempi più belli e passionevoli della storia moderna.

    Nel frattempo, è giunto per me il momento di andare ad acquistare un tapiro, che sulla metro B di Roma non si vede da anni.

    Grazie Dionigi.


    Tato

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  3. Pochi commenti finora, per quanto mi riguarda rimando la lettura a quando potrò gustarmela con calma, come si conviene a un vero Borghetti.
    Intanto ringrazio Dionigi sulla fiducia.

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  4. Bevuto tutto d'un fiato.
    Complimenti, davvero una storia bellissima e scritta benissimo.

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  5. Una lezione sull'utilizzo del tempo e dello spazio. Di Dionigi e di Chillida.

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