giovedì 20 giugno 2013

La storia dimenticata di Fernando “el Pajarita” Chillida. Parte II: la Francia

[qui la prima parte]


Fernando Chillida fa la sua comparsa a Parigi nell’agosto del 1932. Questa affermazione, però, non è proprio corretta. A Parigi, infatti, non arriva Fernando Chillida, ma Henri Jorge Branca, un giovane cileno di origini francesi (origini nobili, sottolinea più volte). È con questo pseudonimo, infatti, che viene presentato dal Racing Club de Paris (per casualità, anche il Racing Club de France aveva cambiato nome in quell’anno). I motivi di questo mascheramento dell’identità non sono noti, e c’è da presumere che siano collegati alla fuga senza ritorno dal Cile sul piroscafo Mendoza. Peraltro, Chillida rinuncia al suo vero nome (e al nomignolo “Pajarita”) solo in pubblico, perché le lettere e le testimonianze private dei suoi amici lo ritraggono quasi sempre come Fernando.

Roger Caillois e Victoria Ocampo
Prima ancora del pallone, la vita parigina che interessa a Chillida è quella culturale. Tramite alcuni intellettuali cileni esiliati (gente come il filosofo Alberto Von Beck Iraola, padre di quella Tatiana – femminista, gallerista e scultrice – che animerà la vita culturale cilena del secondo novecento; Esteban Garcìa, poeta e traduttore dal francese; Juan Josè Macaduck, fotografo e sperimentatore, aiutò Duchamp a congegnare il suo Anémic Cinéma) entra in contatto con il demi-monde della cultura sudamericana a Parigi, la cui gran dama è quella Victoria Ocampo che all’epoca passava molto tempo in Europa e soprattutto a Parigi e il cui mecenatismo e la cui curiosità hanno segnato il felice scambio letterario tra i due lati dell’oceano nella prima metà del secolo scorso. Da alcune lettere successive inviate dalla Ocampo alla sorella Angelica, può dedursi che tra i due ci sia anche stata una liaison sentimentale, circostanza che non deve sorprendere – nonostante la differenza di età (l’Ocampo era di vent’anni più grande di lui) – vista la fortissima carica seduttrice dell’intellettuale argentina e la sua passione per gli uomini più giovani, come testimonia la lunga e tormentata relazione che intraprenderà a breve con Roger Caillois (su cui mi permetto di segnalare la “Corrispondenza. 1939-1978” edita da Sellerio). A proposito di Caillois, Chillida lo conosce bene perché frequenta assiduamente – tra un allenamento e un cocktail – il Collége de Sociologie, dove nasce una solida amicizia tra i due che ritornerà anche più avanti in Argentina.

Andrè Malraux
Non è qui il caso di stendere l’elenco delle amicizie che coltiva Chillida negli anni parigini; stiamo parlando, d’altronde, della Parigi tra le due guerre, brodo di coltura delle avanguardie artistiche che segneranno un intero secolo. Basti citare le sue strette frequentazioni – per ragioni di lingua - con i surrealisti di origine spagnola come Dalì, Buñuel, e in seguito con Picasso, e soprattutto l'indissolubile legame che si crea con la coppia composta da Rafael Alberti e Maria Teresa Leòn, che (quest'ultima) Chillida conosce  appena arrivato durante una cena a casa di Breton e di cui diventa inseparabile compagno di viaggio, perlomeno intellettuale (chissà se anche qualcosa in più). Non solo amici spagnoli, però. Il rapporto di amicizia più sincero Chillida lo stringe in quegli anni con Andrè Malraux, anche perché lo scrittore francese era un grande appassionato di calcio. Malraux, a dispetto del suo carattere tramandato come cinico e sprezzante, ha grande rispetto per le opinioni di Chillida, tanto che lo presenta a Jacques Duclos, il già fondatore e all’epoca segretario generale del Partito Comunista francese. Il carteggio successivo intercorso tra Chillida e Malraux rivela addirittura come il suo romanzo L’espoir, uscito in Francia nel ’37, si basi in massima parte proprio sui racconti della guerra che gli mandava l’amico cileno. Non è un caso, peraltro, che quando il film verrà portato sul grande schermo – nel 1945 - il ruolo del protagonista (la storia è quella degli scontri tra repubblicani e franchisti nelle lande desolate della provincia di Teruel) è affidato proprio - come si dirà in seguito - ad un grande amico di Chillida, l’attore spagnolo Andrès Mejuto.

Prima di accennare, sulla base delle scarne cronache a disposizione, al Chillida calciatore, sia consentito raccontare due aneddoti che raccontano bene l’impossibilità di capire completamente il personaggio Chillida.

Nella sua autobiografia, in una delle tante almeno, è Dalì a mostrare un lato frivolo – quasi macchiettistico - di Chillida. Racconta il pittore catalano che, nella capitale parigina, Chillida si dava arie di essere un principe cileno, erede di non si sa bene quale famoso casato. La sera non era raro vederlo girare  per Montparnasse con un levriero afgano (vezzo surrealista che impallidiva di fronte alle eccentricità dei suoi sodali, se pensiamo che a Cadaques Dalì si faceva vedere con un elefantino al guinzaglio, o nel metrò di Parigi, invece, con un esemplare di tapiro). Si diceva, inoltre, che fosse l’amante di un potente cardinale. Il dettaglio più grottesco è, però, un altro. Siccome viveva oltre le sue possibilità, Chillida si era inventato questo sistema per racimolare qualche soldo in più: andava in giro con la sua automobile lussuosa per farsela urtare da ignari tamponatori, ai quali mostrava una strisciata sulla portiera che stava lì da anni. Grazie a testimoni amici – Dalì per primo – si faceva pagare lì per lì qualcosa, sfruttando il fatto che all’epoca non esistevano le assicurazioni, e con quei cento o duecento franchi pagava la cena e lo champagne per tutto il gruppo.

il torero Ignacio Sanchèz Mejìas
Un diverso lato, più umano, è invece messo in luce da Maria Teresa Leòn nella sua già citata raccolta di memorie. Racconta la moglie di Rafael Alberti che nel giugno del ’34, a campionato finito, Chillida andò a trovarli a Madrid. Era stata proprio lei ad invitarlo, visto che, nel corso del loro incontro a Parigi a casa Breton (come detto, Alberti non c’era), Chillida gli aveva raccontato che uno dei suoi sogni era quello di conoscere l’autore di Marinero en tierra. Quando però Chillida entra nell’appartamento di calle del Marquès Urquijo, non si trova di fronte solo la coppia Leòn-Alberti, ma una serie di amici radunati per l’occasione del compleanno del grande torero-intellettuale Ignacio Sànchez Mejìas: tra gli altri, Pablo Picasso, il torero Mejìas appunto e la sua bellissima amante Encarnaciòn Lòpez, meglio conosciuta come la Argentinita, una delle più importanti figure della danza spagnola, con tutta la sua compagnia al seguito (Mejìas era sposato con Lola Gómez Ortega). Racconta la Leòn che il gruppo si reca a pranzo in un ristorante della calle Segovia, e il pranzo si prolunga così tanto che, a un certo punto, usciti gli ultimi commensali, il titolare chiude la porta e lascia le chiavi al poeta Alberti. L’atmosfera si surriscalda: le gitane ballano a pieni nudi sui tavoli con i lunghi capelli sciolti, anche la Argentinita si unisce, battendo palmas, cantando una vecchia copla popolare (“Es tu queré como er toro/que adonde lo yaman ba,/y er mìo como la piedra,/donde lo ponen està”) in maniera angosciosa, perché una festa, meglio, una juerga, per come la interpreta la tradizione andalusa, non è solo allegria, ma è l’esame profondo della coscienza, il momento dell’assalto dei ricordi. Salgono tutti sui tavoli, sulle sedie, ballando con ansia, frenesia. Anche Chillida si muove al ritmo del battito delle mani, segue la melodia dell’Argentinita, alza le braccia e le riporta accanto al corpo. Suda, come non suda neanche in campo. Sembra che sta per svenire. A un certo punto scompare. Picasso e Alberti (il torero no perché era completamente ubriaco) lo vanno a cercare e lo trovano in bagno, mentre piange appoggiato al lavandino da cui scende un filo d’acqua. I due si commuovono. Che succede, ragazzo?, gli chiede Picasso. Chillida tira fuori a singhiozzi che tutte quelle emozioni gli hanno fatto tornare alla mente la sua infanzia cilena, la sua famiglia e la sua terra che non sa se e quando rivedrà. Tutto qua? Ma è normale, lo rassicura Alberti. No, c’è altro, dice Chillida: è che non avrei mai pensato, non avrei mai neanche sognato di essere qui, oggi, con maestri come voi. Non so se sono all’altezza. Picasso lo guarda e gli dice: ma tu giochi a pallone benissimo. Quando giochi, sembra che balli. Rinuncerei a tutte le mie opere per sapere giocare a pallone come te...

La squadra campione nel '36 (Chillida dovrebbe essere il primo a sinistra, seduto)
Venendo allora al calcio, Chillida – in quell’ambiente meglio conosciuto come Henri Branca – si impone subito come il leader della difesa del Racing. Senza rinunciare al suo stile di gioco – lento ma estetizzante, compassato ma autoritario – si concede qualche scappatella nell’area avversaria che gli porta i primi gol della sua carriera. Il suo sguardo misterioso, che trasuda America, ipnotizza gli attaccanti avversari e le frequentatrici dei caffè di Pigalle. Sotto la guida di allenatori inglesi conservatori come Curtis Booth, Peter Farmer e Jimmy Hogan, il Racing gioca un calcio frizzante, in linea con gli standard spettacolari dell’epoca, che accompagna a buoni, ma non esaltanti piazzamenti in campionato. La svolta per Chillida e per les Pingouins arriva, però, nel 1935, con lo sbarco sulla panchina parigina (da quella della nazionale) di un geniale manager inglese, Sid Kimpton, un vero innovatore, tanto da essere considerato colui che ha portato il modulo WM in Francia. Kimpton porta la disciplina nella squadra, ma soprattutto la marcatura a uomo. Per Branca è la consacrazione: il suo fisico, il suo mestiere, il suo carisma gli permettono di controllare senza fatica i movimenti del centroattacco. Questo catenaccio ante litteram porta dei risultati inaspettati, che si concretizzano – nonostante le diffidenze e le perplessità dei tifosi, che all’inizio non approvano questo calcio economico - nella doppietta del Racing, che nel 1936 si laurea sia campione di Francia che vincitore della coppa nazionale. Testimonianze dell’epoca raccontano di un Kimpton in lacrime al fischio finale, appoggiato sulle spalle possenti proprio di Chillida, dal cui viso fiero, però, questa volta non scende neanche una lacrima. Fernando, infatti, sta già guardando avanti, verso un orizzonte diverso. Quell’estate – di nuovo, con grande sorpresa di tutti - lascia il club, lascia il calcio, lascia la Francia, e si lancia in una nuova avventura: la guerra civile spagnola. (continua)

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