giovedì 20 giugno 2013

La storia dimenticata di Fernando “el Pajarita” Chillida. Parte I: il Cile



Un pomeriggio ozioso di ottobre, mentre passeggiavo in solitudine per il Passeig de Gracia di Barcellona, quasi all’altezza del Carrer d’Aragò, mi sono imbattuto in un banco che vendeva libri usati. Non erano libri alla rinfusa ma, come qualsiasi occhio allenato ai banchetti di libri usati avrebbe subito intuito, appartenevano a una medesima collezione. Il libraio, titolare della libreria antiquaria Garcia Prieto di Madrid, mi confermò che, in effetti, si trattava della biblioteca di un noto giornalista di Murcia da poco passato a miglior vita, di cui non ricordo il nome; o meglio, della parte di quella biblioteca di cui gli eredi si erano sentiti in diritto di poter fare a meno. Comprai incuriosito una serie di libretti, lasciandomi guidare da due criteri: la rarità dei volumi (raccolte di articoli fuori commercio, edizioni della Revista de Occidente, scambi epistolari fatti rilegare proprio dal defunto) e la presenza di oggetti (cartoline, ritagli di giornale, segnalibri, foglietti, appunti a margine) al loro interno. Un paio di settimane fa ne ho preso in mano uno, una collezione di brevi saggi di Jesus Aguirre, meglio noto (quando era in vita) come il Duque de Alba, intitolata “Casi ayer noche” (bellissimo titolo). Mentre sfogliavo le pagine, è saltato fuori un ritaglio di giornale, o forse di una rivista. Comunque una pagina ingiallita, appartenente a un’epoca passata. Lo spazio centrale del foglio era occupato da un articolo su Jesus Aguirre, nel quale fondamentalmente si spiegava che, ormai quattordicenne, aveva deciso di seguire la vocazione sacerdotale. Tuttavia, non fu quell’articolo a colpirmi, bensì un trafiletto sulla destra. Raccontava, in maniera piuttosto scarna, che qualche giorno prima, in un appartamento di Roma, era stato trovato il cadavere senza vita di Fernando Chillida, cittadino cileno, già calciatore, attore e – per questo immagino se ne ricordava la memoria – figura di spicco della Guerra Civile spagnola, dove aveva militato nel bando republicano, partecipando alle attività culturali del gruppo di Rafael Alberti e Maria Teresa Leòn, di cui era stato molto amico. Riposto il ritaglio nel libro di Aguirre, in queste due settimane mi sono dedicato a rintracciare, sulle fonti più svariate (su tutte, l’autobiografia di Maria Teresa Leòn, “Memoria de la melancolìa”), i frammenti della vita di questo sorprendente calciatore tra le due guerre, scoprendo quanto segue.

Avenida Los Pajaritos
Fernando Chillida nasce nel 1908 in Cile, a Maipu, un sobborgo benestante della capitale Santiago. Per qualche motivo (forse era orfano) cresce insieme ai nonni, originari dei paesi baschi (chissà se parenti della famiglia dello scultore dei Pettini del vento), nella loro casa situata nel quartiere di Pajaritos Sur, così chiamato per essere, appunto, la zona adiacente all’avenida Los Pajaritos, la grande strada alberata che taglia in due Maipu. A Maipu frequenta le scuole e si appassiona da subito, grazie al milieu familiare (la nonna dava lezioni di pianoforte, il nonno era stato giornalista de La Naciòn, quotidiano di sinistra), alla politica, alla recitazione e al canto. Va spesso a teatro ed entra, neanche adolescente, in una piccola compagnia, approfittando del boom di compagnie teatrali che il Cile conosce in quegli anni.

Il Club Deportivo Magallanes a inizio secolo
Parallelamente, coltiva la sua altra forte vocazione: il calcio. Dopo gli inizi nella squadra del quartiere, a 14 anni si presenta per un provino al Club Deportivo Magallanes. Già molto alto, di corporatura asciutta ma robusta, con i capelli castani pettinati all’indietro e lo sguardo fiero (non esistono fotografie di Chillida, ma dalle testimonianze questo si evince, che era un tipo molto bello, molto affascinante), i dirigenti della – all’epoca – più forte squadra di Santiago non ci pensano due volte e gli danno il benvenuto. È il 1922 e il Magallanes sta vivendo il miglior periodo della sua storia amateur. Siamo ancora ad un livello dilettantistico del calcio cileno, ma la squadra intitolata al noto navigatore ha vinto negli ultimi due anni il campionato locale, che all’epoca si chiama Asociaciòn de Fùtbol de Santiago. Nel 1923, con Chillida a farsi le ossa nella compagine giovanile, il Magallanes viene accolto nella neonata Liga Metropolitana. È lì che Chillida – appena diciassettenne - fa il suo esordio, in una partita storica: il primo clàsico con gli acerrimi rivali del Colo-Colo. Il Colo-Colo, infatti, era appena stato fondato proprio da un gruppo di ex giocatori del Magallanes, che erano entrati in collisione con la dirigenza albiceleste, guidata da Julio Molina Nuñez e Santiago Nieto, che non volevano concedere una serie di riforme organizzative all’interno del club. È il 19 luglio del 1925 e si gioca ai Campos de Sports de Nuñoa. Chillida – non l’ho ancora detto – gioca da ultimo difensore, guida la retroguardia insomma; non poca responsabilità per un esordiente. Anche per questo motivo, la tensione gli gioca un brutto scherzo e dalle sue parti gli attaccanti avversari fanno il bello e il cattivo tempo. Finisce 2 a 0 per il Colo-Colo, ma oltre che per questo dato statistico, la partita viene ricordata per gli incidenti seguiti all’aggressione del portiere del Colo-Colo, Eduardo Cataldo, da parte di alcuni ex compagni del Magallanes. Botte da orbi. Anche per via delle squalifiche pesanti inflitte ai compagni di reparto, ma soprattutto per le eccellenti prestazioni che inizia a offrire, Chillida mantiene il suo posto in mezzo alla difesa e non lo lascia più fino al 1932.

Eugenio Matte Hurtado
Nel frattempo, insieme ad altri sette club, il Deportivo Magallanes aveva fondato la Liga Central, l’antecedente della Liga Profesional de Fùtbol e dell’attuale Primera Divisiòn. Subito arrivano i primi trionfi: la squadra si laurea campione sia nel 1927 che nel 1928, grazie ai gol dell'imprendibile Guillermo "el Cacho" Torres, alle geometrie di Arturo "el Gordo" Carmona e alle sgroppate di Jorge "Cotroto" Còrdova. Chillida viene acclamato come un difensore deciso ma corretto, e il suo charme non lascia indifferenti le tifose. Alla sua attività sportiva continua ad unire la passione per il teatro, e, soprattutto, per la mondanità. Non manca mai agli eventi culturali che contano nella capitale ed è spesso avvistato in compagnia di giovani fanciulle dell’ ex aristocrazia cilena (siamo in piena republica presidencial). Allo stesso tempo, frequenta gli anarchici e i comunisti, studiando i testi della rivoluzione russa e diventando amico dell’avvocato Eugenio Matte Hurtado, uno dei personaggi più influenti di quest’area politica, tra i fondatori del partito socialista cileno e soprattutto influente massone (arriva ad essere anche Gran Maestro della Gran Loggia del Cile). È in questo periodo che gli viene affibbiato per la prima volta il nomignolo “Pajarita”. L’origine, però, è controversa. Logica vorrebbe che fosse un riferimento alle sue origini a Maipu, dove abitava accanto all’avenida Los Pajaritos. Nei resoconti mondani, però, si allude ad una sua rinomata raffinatezza nel vestire, ad un dandysmo nell’abbigliamento, che si sostanzia nell’immancabile accessorio del papillon, la pajarita, appunto, in lingua spagnola. Nelle cronache sportive, infine, si parla dell’eleganza delle sue movenze in campo, per cui sembra che giochi in smoking, e quindi ecco che ritorna il dettaglio del papillon. Com’è come non è, el Pajarita – neanche ventenne – è ormai un personaggio noto fuori e dentro dal campo.

La sua fama non viene intaccata nemmeno dal mancato ripetersi del Deportivo Magallanes in campionato, dove finisce terzo nel 1929 e nel 1930, e secondo nel 1931. Alla fine di quell’anno la società è colpita da una severa crisi economica e istituzionale, che la costringe a privarsi dei suoi uomini migliori. Chillida decide di rimanere, ma non riesce a frenare la caduta degli albicelestes, che finiscono la stagione al quinto posto, dovendo subire anche l’onta (loro, el primer campeòn!) di subire 12 gol in un incontro casalingo con l’Audax Italiano. Chillida capisce allora che è il momento di fare le valigie, ma la sua scelta è sorprendente: non rimane a Santiago, non rimane in Cile, non rimane in Sudamerica. Una notte di inizio giugno del 1932 saluta la nonna sul molo (il nonno era morto qualche anno prima) e s’imbarca su una nave che va in Europa. La sua destinazione è la Francia, in particolare Parigi, dove l’aspetta il Racing Club de France (sì, proprio la squadra del bel Renè…). In Cile non tornerà mai più.

Champagne!
I motivi di questa fuga – quanto mai insolita per l’epoca – non sono affatto chiari. Intanto, a livello calcistico, il Deportivo Magallanes si riprende subito, vincendo addirittura i tre successivi campionati, i primi da professionisti (dal 1933 al 1935). Quindi forse tutta questa necessità di cambiare squadra non esisteva. Certo, c'è il richiamo della vita culturale parigina – quello che ne può arrivare in quegli anni fino a Santiago - che rappresenta una calamita fortissima per un giovane intellettuale inquieto come Chillida, che in fondo considera il calcio come un gioco e nulla più. Tuttavia, è una spiegazione suggestiva ma che regge poco. Così come regge poco il blasone del Racing (che pure c’era). Più plausibile è la spiegazione politica. Dopo la crisi del ’29, che ha gettato sul lastrico l'industria e l'economia cilena, la situazione interna è molto confusa. Al Governo si succedono, per poco tempo, personaggi diversi come il generale Carlos Ibañez del Campo, conservatore dal pugno di ferro, il carismatico Arturo Alessandri, l’ex presidente del Senato Juan Esteban Montero. Nessuno riesce a trovare la quadra, e ognuno è costretto a lottare contro continui tentativi golpisti e rivoluzionari. Uno di questi, infine, riesce: è il 4 giugno del 1932, a campionato – sia detto per inciso - finito. Le cronache raccontano che all’ora del crepuscolo, un gruppo di ribelli proveniente dalla base aerea El Bosque si incammina verso il Palacio de la Moneda, che viene assaltato durante la notte. Il Presidente Montero viene costretto a dimettersi e il potere viene preso da Marmaduque Grove, Carlos Dàvila e proprio Eugenio Matte, che proclamano la Repùblica Socialista de Chile. Il principale obiettivo è quello di operare una profonda ristrutturazione della società cilena, assicurando il pane sulla tavola di tutti i lavoratori. La notizia del golpe, però, genera numerosi disordini in tutto il paese, e il nuovo Governo è costretto a far fronte al malcontento generale con misure impopolari (a partire dal ripristino della legge marziale) che portano, dopo neanche una settimana, allo scioglimento della giunta, presieduta da Dàvila. Il 16 giugno, tuttavia, Dàvila ritorna al Palacio de la Moneda, ma solo per prendersi tutto il potere per sé: Matte e Grove, infatti, vengono mandati in esilio sull’Isola di Pasqua. Inizia un nuovo periodo, caratterizzato da tensioni sociali e derive dittatoriali, che finirà solo con la “resa” di Dàvila a settembre (cui seguirà il ritorno di Alessandri). Tornando a Chillida, comunque, c’è da credere che sulla nave per l’Isola di Pasqua potesse esserci stato un posto anche per lui, visto il suo legame con Matte; ecco allora forse spiegata la decisione repentina di cambiare molo e imbarcazione e la precipitosa partenza per l’Europa. Ma anche qui qualcosa non torna: Chillida, infatti, come detto, deciderà di non tornare mai più in Cile. Ma Dàvila non è Pinochet, dura solo 100 giorni. Il suo capitolo nella storia cilena è breve e non lascia strascichi evidenti. Cosa è successo, allora, di così  grave, in quei giorni convulsi di Santiago, per fargli passare la voglia di non metter più piede sul suolo natio? Visto quello che succederà in seguito, non si può escludere la pista di una donna; ma è inutile farci ulteriori domande, tanto non lo sapremo mai. (continua)

Nessun commento:

Posta un commento