giovedì 27 giugno 2013

Noi rispondiamo con Gilardino unica punta




26 giugno 2013, è il 13mo minuto della semifinale di Confederations Cup tra Brasile e Uruguay, quando el cacha Forlàn si avvicina col pallone tra le mani sul dischetto dell’area di rigore. Il silenzio dei 60mila spettatori stadio Mineirao di Belo Horizonte è assordante: i più vecchi non possono fare altro che pensare a o maracanaço, i più giovani invece si lasciano scappare un sorriso ricordando quello che può succedere dagli undici metri. Forlan posa la palla sul prato verde, si allontana di tre passi camminando all’indietro e tenendo fisso lo sguardo sul pallone. Tra i pali Julio Cesar lo aspetta con l’allegra arroganza che solo il portiere di una nazionale verdeoro in una manifestazione internazionale può sfoggiare. Forlan comincia la rincorsa, si avvicina al pallone e... Bum! 


Quarantacinque metri più in là, l’ennesimo lacrimogeno sparato dalla polizia in assetto antisommossa si infrange su un lamione del piazzale antistante il Minierao prima di rotolare mestamente sull’alsfalto in calcio d’angolo. Poi cariche, pestaggi, manganellate sui volti e calci sulla milza, proiettili di gomma sparati ad altezza uomo e gas urticanti che si diffondono nell’aria, già irrespirabile da quel 7 giugno in cui, proprio a Belo Horizonte, i manifestanti hanno dato fuoco a un autobus per protestare contro il rincaro dei biglietti dei trasporti pubblici. Da allora, da quando il 15 giugno è cominciata la Confederations Cup, manifestazione che non serve a un cazzo se non come prova generale in vista dei Mondiali del 2014 e delle Olimpiadi di Rio 2016, in Brasile sono scesi in piazza oltre un milione di donne e uomini. 

La protesta, nata contro i tagli dissennati al welfare e il conseguente aumento del costo della vita, ha presto trovato nella Confederations Cup un obiettivo sensibile. Non fosse altro che per le spese folli, già 3 miliardi di euro (il 160% in più di quanto previsto) di spesa pubblica dati in mano agli speculatori solo per costruire o riammodernare gli impianti sportivi in vista di Mondiali e Olimpiadi su un totale di 12 miliardi già spesi. Alla protesta popolare che oramai dilaga in occasione dei grandi eventi sportivi e non, carrozzoni necessari a un’élite politica che altrimenti fatica a trovare consenso e legittimazione popolare, dove una gestione del potere senza contatto con il territorio cerca legittimazione attraverso lo spettacolo per sopravvivere e riprodursi uguale a se stessa, si aggiunge in Brasile il fattore calcio.



Dall’Egitto alla Turchia sono oramai gli ultras, dopo avere sperimentato sulla loro pelle le più avanzate forme di repressione legislativa e poliziesca, gli unici a essere stati in grado di dotarsi di tattiche e stratigie di guerriglia urbana tali da resistere e passare al contrattacco. E così quando la piazza si è trovata impreparata a fronteggiare l’esercito e le forze dell’ordine, ha chiamato in suo soccorso chi di battaglie di strada era suo malgrado più esperto. Dopo l’Egitto e la Turchia, anche in Brasile, dove le vittorie della nazionale verdeoro fu la maggiore fonte di consenso per la feroce dittatura di Garrastazu Médici, i rapporti di forza tra calcio e politica cambiano. E dagli stadi, una volta laboratorio delle nuove forme di controllo sociale e repressione, comincia la nuova rivolta.



Come scrive oggi Eduardo Galeano, poeta degli splendori e delle miserie del gioco del calcio e capace come pochi altri di immergersi nelle vene aperte dell’America Latina:

Me parece justa esta explosión de los indignados en Brasil. Y mucho se parece, por su vocación de justicia, a otras manifestaciones que en estos últimos años están conmoviendo a muchos países en muchos lugares del mundo. El pueblo brasileño, el más futbolero de todos, se niega a seguir aceptando que el fútbol se utilice como coartada para humillar a muchos y enriquecer a pocos. Esta fiesta, fiesta de las piernas que la juegan y los ojos que la miran, es mucho más que el gran negocio de los señores que la dirigen desde Suiza. El más popular de los deportes quiere servir al pueblo que lo practica. La violencia de la policía no podrá apagar ese fuego.

(Per quanto mi riguarda, lo scoppio di indignazione in Brasile è giustificato. Nella sua sete di giustizia, è simile ad altre proteste che negli ultimi anni hanno scosso diversi paesi in diverse parti del mondo. I brasiliani, che sono fra tutti i più grandi amanti del calcio, hanno deciso di non permettere che il calcio fosse utilizzato come pretesto per umiliare i molti e arricchire i pochi. Questa festa, una festa per le gambe che lo giocano e gli occhi che lo guardano, è molto più di un grande business gestito da dei padroni che comandano dalla Svizzera. Lo sport più popolare del mondo vuole essere al servizio del popolo che lo pratica. E la violenza della polizia non potrà spegnere questo fuoco.)



Per il resto, lì dove in attacco giocano Neymar-Oscar-Hulk-Fred-Hernanes / Cavani-Forlan-Suarez / Torres-Silva-Mata-Villa, noi rispondiamo con Gilardino unica punta..

venerdì 21 giugno 2013

La storia dimenticata di Fernando “el Pajarita” Chillida. Parte III: la Spagna, la Francia, il Sudamerica e la fine della storia




Appesi gli scarpini ancora sporchi di fango al chiodo, spinto da chissà quale ragione, inseguito da chissà quali fantasmi, el Pajarita va incontro al suo cammino nella Spagna che arde di guerra civile. È l’estate del ’36 e Chillida è prima a Barcellona, ospite – tramite amicizie comuni - dalla famiglia Mercader (Maria, futura moglie di Vittorio De Sica, è un’attrice affermata, mentre il fratello, Ramòn, zio di Christian, qualche anno dopo avrà i suoi quindici minuti di gloria per aver ucciso Lev Trocki in Messico), e poi a Madrid, dove si sistema al civico 8 della calle Miguel Angel, al lato del comitato anarchista. Si unisce subito al bando repubblicano, nelle brigate internazionali, militando nel V reggimento, quello fondato dal triestino (meglio, muggiano, come Dario Hubner) Vittorio Vidali, che per tutti, all’epoca, è il Comandante Carlos Contreras. Persona coltissima e attenta alla cultura, deve la sua autorità anche alla bellissima fidanzata, quella Tina Modotti, fotografa comunista, anch’essa italiana, che morirà pochi anni dopo, in Messico, in esilio (ci torneremo).

Il V reggimento (Chillida è quello alto in mezzo)
Dopo qualche settimana, a Madrid arrivano (da Ibiza, dove erano letteralmente rimasti intrappolati) anche Alberti e la Leòn, che creano l’Alianza de Intelectuales Antifascistas, di cui era segretaria la stessa Leòn e in cui Chillida si dà da fare per metter su una compagnia teatrale. È la vecchia passione che ritorna fuori: ora che il calcio non c’è più, ora che ci sono le bombe, el Pajarita torna sul palco. Sono settimane convulse: non solo rappresentazioni teatrali, ma anche i viaggi nei paesi toledani e all’Escorial per salvare libri, quadri, arazzi; Chillida organizza poi, insieme ad Alberti, la spettacolare evacuazione e messa al sicuro dei capolavori del Prado, che passano dalla Torres de Serranos di Valencia al castello di Perelada, a Girona, e da lì, stipati nei camion dell’esercito, in mezzo al tristissimo esodo, superano la frontiera francese, con el Pajarita al volante...

Viva la muerte!
 ...Dalla Francia Chillida si ritrova con altri membri del V reggimento al Paraninfo dell’Università di Salamanca. È l’11 ottobre e si sta celebrando un atto letterario in commemorazione del “Dìa de la raza”. A presiedere l’evento c’è il grande scrittore Unamuno, all’epoca rettore dell’università, che è accompagnato dal generale Millan Astray, colui che nel 1920 aveva fondato il Tercio de extranjeros, anche noto como la Legione spagnola, della quale fu il primo comandante. L’obiettivo di Chillida e dei suoi sodali è l’uccisione di Astray. Qualcosa, però, va storto. Miguel Unamuno termina il suo discorso con una severa critica della situazione che la guerra ha generato, facendo allusione al fatto che si è intensificato l’odio all’intelligenza, concludendo che il bando sublevado avrebbe potuto anche vincere, con la forza bruta delle armi, però mai convincere. Tra le grida prende allora la parola il militare Astray, che termina il suo acceso intervento con le ormai celebri frasi che volevano contrapporsi alla tesi unamuniana: “Muoiano gli intellettuali! Viva la morte!”. Si scatena un parapiglia, volano dei colpi, ma l’attentanto salta.

Pablo Neruda con Delia del Carril
Tornato a Madrid, Chillida diventa molto amico del connazionale Pablo Neruda. Il poeta, infatti, per ragioni economiche, svolgeva ormai da molti anni il ruolo di console onorario, e dopo essere stato alcuni anni sull’isola di Giava, dove aveva consociuto sua moglie, l’altissima olandese Maryka Antonieta Hagenaar Vogelzang, nel ‘35 si era stabilito a Madrid. Chillida è anche il padrino della loro figlia, Malva Marina Trinidad, che però è affetta dalla nascita da una grave malattia. Anche per lo stato di frustrante prostrazione che ne deriva, il rapporto di Neruda con la moglie si lacera, fino a rompersi del tutto quando il poeta inizia a frequentare l’argentina Delia del Carril, di vent'anni più anziana di lui. A presentargliela è stato proprio Chillida, che la conosceva per le comuni frequentazioni teatrali, e che probabilmente aveva anche avuto una storia con lei.

Nonostante la guerra, il gruppo dell’Alianza, con attori del calibro di Andrès Mejuto, Marìa del Olmo e Edmundo Barbero, oltre che di Chillida stesso (ma contribuivano anche Malraux, Neruda, Hemingway…), organizza spettacoli diventati storici come la Numancia cervantina, a Valencia. Nell’ottobre del 37, nell’ambito di un omaggio all’Unione Sovietica per il ventesimo anniversario della Rivoluzione d’Ottobre, al Teatro de la Zarzuela di Madrid si rappresenta l’opera rivoluzionaria di Vsevolod Vishnevskii “La tragedia ottimista”, diretta da Maria Teresa Leòn. È la storia di un gruppo di ufficiali di marina, guidati dal leader anarchico Vozhak, che inizia la rivoluzione bolscevica, aiutati anche da una coraggiosa commissaria politica spedita dal Comitato Centrale. Chillida, ormai magnifico trentenne, si regala la sua più memorabile interpretazione come Vozhak, reso in maniera dura, ma umana.


Anche l’ultimo atto della sua permanenza in Spagna è teatrale. Partecipa, infatti, a Madrid e a Valencia, alla rappresentazione della “Cantata de los Hèroes y la Fraternidad de los Pueblos”, scritta da Alberti e musicata da Leoz, con l’intenzione proprio di omaggiare e ringraziare per il loro aiuto i brigatisti internazionali, quando ormai la guerra è perduta e la  maggior parte di loro sta lasciando il paese. E su queste note:

“Yo soy Espana.

Sobre mi verde traje de trigo y sol han puesto

Largo crespòn injusto de horrores y de sangre.

Aquì tenèis en dos mi cuerpo dividido:

Un lado, preso; el otro, libre al honor y el aire”

anche el Pajarita abbandona la Spagna, rifugiandosi in Francia, nascosto nella macchina di Neruda.

***

Chillida è di nuovo in piedi sul molo, questa volta di Marsiglia, di fronte a una grande nave pronta ad attraversare l’oceano. È l’estate del 1938. Il suo amico Pablo Neruda ha ricevuto l’incarico da parte del nuovo presidente cileno, Pedro Aguirre Cerda, di cui il poeta era stato grande sostenitore, di far evacuare dai campi francesi oltre duemila esiliati spagnoli e di trasferirli via mare in Cile utilizzando la nave Winnipeg. Ci sarebbe posto anche per lui, ma decide di non tornare indietro; o meglio, non così indietro, ma solo indietro fino a Parigi. Finite le operazioni di imbarco, sale in macchina con Neruda e la sua nuova compagna Delia del Carril e li segue a Parigi, dove il poeta gli rimedia una mansardina nel suo stesso quartiere, il Quai de l’Horloge, di fronte al Pont Neuf, alla statua di Enrico IV e alla piazza Dauphine. Qualche giorno dopo, quando la sconfitta repubblicana si è trasformata in epurazione dei vinti, arrivano anche i coniugi Alberti, che, grazie all’intercessione di Picasso, collaborano con Radio París-Mondiale.

Il ritorno di Henri Branca (con baffi)
In maniera del tutto sorprendente, el Pajarita, rispolverando lo pseudonimo francese di Henri Branca e i baffi, si ripresenta al campo di allenamento del Racing. Quando gli ex compagni lo vedono arrivare, quasi non ci credono. Addirittura, viene organizzata una festa in suo onore. Senza che il motivo sia chiaro – probabilmente su consiglio di Neruda – el Pajarita racconta ai compagni la sua storia e, quindi, la sua identità. Nei tabellini ufficiali ricompare quindi il suo vero nome. La notizia fa anche il giro dei giornali, e il cileno eroe delle brigate internazionali diventa un personaggio conosciuto ai più. Il primo anno gioca più la sera nei locali che in campo (appena 4 presenze); il secondo, invece, è di nuovo titolare fisso (19 presenze e 2 gol), anche se le gambe reggono meno. Nel maggio del ’40 si toglie addirittura la soddisfazione di vincere la Coppa di Francia (è suo, su rigore, uno degli 8 gol con cui viene asfaltato il Rouen in semifinale); a causa di un infortunio, tuttavia, non può giocare la finale, ma il suo giro di campo con il trofeo fa venire le lacrime agli occhi dei 25 mila spettatori del Parco dei Principi. L’estate stessa, però, spaventato dalla possibilità di farsi un’altra guerra o chissà da cosa, decide di tagliare la corda che lo lega all’Europa e si trasferisce a Città del Messico, in concomitanza all’esilio dei coniugi Alberti, che optano invece per l’Argentina.

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Sulla permanenza di Chillida in Messico, che dura fino al ’43, non ci sono quasi tracce. I motivi di questa scelta sono da rintracciare nel fatto che, qualche mese prima, Pablo Neruda era diventato il console generale e vi si era trasferito con Delia del Carril, con cui si sposa non appena arriva Chillida (che gli fa da testimone).

Tina Modotti
 Il nome di Chillida esce fuori due anni dopo, nell’ambito di una brutta storia. Il 5 gennaio del 1942 viene trovata morta a Città del Messico, dopo una cena con amici in casa dell'architetto Hannes Mayer, quella Tina Modotti che el Pajarita aveva conosciuto in Spagna quando militava nel V reggimento. Ufficialmente, muore per un infarto che la colpisce dentro il taxi che la sta riportando a casa; voci incontrollate attribuiscono invece la responsabilità a Vittorio Vidali, che era diventato sempre più geloso della fotografa. Chillida viene chiamato a testimoniare e risulta che in quei due anni aveva frequentato la Modotti, a insaputa di Vidali. La polemica monta e interviene pubblicamente anche Pablo Neruda, che, indignato per le accuse fatte a Vidali, ne prende le difese e compone un delicato poemetto per la morte di Tina in cui denuncia anche lo sciacallaggio fatto sulla sua morte. Riporto solo i primi versi:

“Tina Modotti hermana,

no duermes no, no duermes
tal vez tu corazon
oye crecer la rosa
de ayer la ultima rosa
de ayer la nueva rosa
descansa dulcemente hermana”

Evidentemente, comunque, non tira una buona aria per il Pajarita, che decide quindi di lasciare il paese e trova riparo a Buenos Aires, dagli eterni amici, i coniugi Alberti. Non solo loro, però. A Buenos Aires c’è anche Victoria Ocampo, con cui Chillida si ritrova (anche se i due non avevano mai smesso di scriversi), trascorrendo molto tempo nella deliziosa Villa Ocampo di San Isidro. Il resto delle ore lo passa in teatro, a provare le opere da mettere in scena, come “El Adefesio”, operetta amorosa di Rafael Alberti il cui estreno avviene nel Teatro Avenida della capitale il 3 novembre del 1944. E’ come fare un tuffo nel passato, perché sul palco, accanto a Chillida (che interpreta il mendicante Biòn), ci sono Maria Teresa Leòn e Edmundo Barbero, nonché la fascinosissima attrice catalana Margarita Xirgu, con cui Chillida inizia una breve, ma intensa relazione che – come testimonia una lettera inviata alla sorella Angelica il 2 dicembre 1944 – manda su tutte le furie Victoria Ocampo (che, comunque, lo perdonerà, così come aveva perdonato Roger Caillois, con il quale, peraltro, Chillida riprende a vedersi, sfidandolo a interminabili partite a scacchi nel suo appartemento di Belgrano).


L’anno successivo Chillida fa anche la sua prima e ultima apparizione sul grande schermo, nel famosissimo “La dama duende”, diretto dal suo amico Luis Saslavsky, uno dei più importanti registi argentini del novecento, e sceneggiato – neanche a dirlo – da Rafael Alberti. Il set è galeotto perché el Pajarita, ormai nel fiore degli anni, seduce la bella protagonista, la celebre attrice argentina Delia Garcès, di qualche anno più grande di lui. Il problema è che la Garcès è sposata con il drammaturgo Alberto Zavalìa, fondatore del gruppo “Teatro de Buenos Aires”. I due approfittano allora delle tournè di Zavalia per fuggire insieme in Uruguay, a Punta Ballena, poco oltre quella che oggi si chiama Punta del Este, ospiti dell’amica comune Margarita Xirgu, che a sua volta si intrattiene con l’architetto barcellonese in esilio Antonio Bonet. Probabilmente, però, in una di queste occasioni Zavalia li scopre (forse imbeccato proprio dalla Xirgu, ancora innamorata del Pajarita), o comunque, per interrompere la storia con la Garcès, che era una bella nevrotica, all’inizio del ’46, in piena estate argentina, Chillida lascia nuovamente il Sudamerica e torna in Europa.

***
 
Daniela di Montecristo
La prima tappa è a Parigi, dove però resta solo qualche mese. Non è più la sua città, non ha più gli amici. Trova riparo nelle braccia di Daniela di Montecristo, leggendaria bellezza argentina circondata da un’aura di mistero, autrice di un unico libro (“Le amazzoni”), di cui si innamora. Ma è solo un’illusione. La Montecristo, infatti,– così racconta nei suoi diari – non ne vuole sapere di avere una relazione seria con lui, e lo lascia. Annota – è il 12 ottobre – che ha visto Chillida in un bar, da solo, al chissà quale bicchiere. Mossa da rimorso, entra, gli parla, ma Chillida è fuori di sé, sembra drogato, non ragiona. La Montecristo se ne va, per Natale torna a Buenos Aires, e anche Chillida, all’inizio del ’47, lascia la città, e dopo chissà quali peregrinazioni, in primavera appare a Roma.

***

Gli anni romani sono un anticipo letale di dolce vita per il Pajarita. Con il suo inseparabile papillon, alloggia in una pensione dietro via Veneto e frequenta assiduamente il caffè Rosati, per poi sciamare nei pochi bar aperti fino a tardi popolati da ragazzi incerti ma belli, soldati statunitensi, vedove squattrinate, attori e pittori, signorini in principe di Galles, e tanta altra gente dai sogni rotti, che all’alba mischiano un piatto di carbonara con due strisce di cocaina. Le cronache rosa – nelle quali Chillida risulta finalmente per quello che è: ex attore, ex calciatore e ex eroe di guerra; ex della vita, insomma - gli affibbiano innumerevoli conquiste, soprattutto nel gruppo delle ricche signore dell’aristocrazia nera (che, c’è da scommetterci, lo mantengono). Le cronache e basta, invece, lo ritraggono una notte in Questura per essere stato pizzicato, in un’afosa sera di agosto, in un portale di via del Babuino con un soldato di Latina.

Ma soprattutto, il 12 febbraio 1948, martedì grasso, alle 3 di notte, il cadavere di Fernando Chillida, detto “el Pajarita”, viene ritrovato senza vita nella sua stanza, il cervello trapassato da un colpo di pistola. Si tratta, non ci sono dubbi, di suicidio. I giornali ricostruiscono i suoi spostamenti, raccontando di una festa in maschera nell’appartamento di un comandante della Marina a Lungotevere Flaminio 52. Chillida – raccontano i testimoni – è stato visto parlare tutta la sera con una misteriosa principessa iraniana. Ma è stato veramente un suicidio d’amore? E soprattutto, chi era Fernando Chillida, quando è morto? Quarant’anni, bello e fascinoso, un uomo forte, dai molti talenti e dalle mille esperienze, aveva attraversato la Storia e la Storia aveva attraversato lui, e forse era troppo stanco per iniziare una nuova vita, l'ennesima. La sera di Carnevale si è tolto finalmente la maschera, quella indossata per chissà quanti anni, e sotto non ha trovato più nulla. Come il leggendario Franz Tunda, protagonista di “Fuga senza fine” di Joseph Roth, “superfluo come lui non c’era nessuno al mondo”. (fine)

“Estoy cansado de estar vivo, / aunque màs cansado serìa el estar muerto”
Luis Cernuda, Estoy cansado

giovedì 20 giugno 2013

La storia dimenticata di Fernando “el Pajarita” Chillida. Parte II: la Francia

[qui la prima parte]


Fernando Chillida fa la sua comparsa a Parigi nell’agosto del 1932. Questa affermazione, però, non è proprio corretta. A Parigi, infatti, non arriva Fernando Chillida, ma Henri Jorge Branca, un giovane cileno di origini francesi (origini nobili, sottolinea più volte). È con questo pseudonimo, infatti, che viene presentato dal Racing Club de Paris (per casualità, anche il Racing Club de France aveva cambiato nome in quell’anno). I motivi di questo mascheramento dell’identità non sono noti, e c’è da presumere che siano collegati alla fuga senza ritorno dal Cile sul piroscafo Mendoza. Peraltro, Chillida rinuncia al suo vero nome (e al nomignolo “Pajarita”) solo in pubblico, perché le lettere e le testimonianze private dei suoi amici lo ritraggono quasi sempre come Fernando.

Roger Caillois e Victoria Ocampo
Prima ancora del pallone, la vita parigina che interessa a Chillida è quella culturale. Tramite alcuni intellettuali cileni esiliati (gente come il filosofo Alberto Von Beck Iraola, padre di quella Tatiana – femminista, gallerista e scultrice – che animerà la vita culturale cilena del secondo novecento; Esteban Garcìa, poeta e traduttore dal francese; Juan Josè Macaduck, fotografo e sperimentatore, aiutò Duchamp a congegnare il suo Anémic Cinéma) entra in contatto con il demi-monde della cultura sudamericana a Parigi, la cui gran dama è quella Victoria Ocampo che all’epoca passava molto tempo in Europa e soprattutto a Parigi e il cui mecenatismo e la cui curiosità hanno segnato il felice scambio letterario tra i due lati dell’oceano nella prima metà del secolo scorso. Da alcune lettere successive inviate dalla Ocampo alla sorella Angelica, può dedursi che tra i due ci sia anche stata una liaison sentimentale, circostanza che non deve sorprendere – nonostante la differenza di età (l’Ocampo era di vent’anni più grande di lui) – vista la fortissima carica seduttrice dell’intellettuale argentina e la sua passione per gli uomini più giovani, come testimonia la lunga e tormentata relazione che intraprenderà a breve con Roger Caillois (su cui mi permetto di segnalare la “Corrispondenza. 1939-1978” edita da Sellerio). A proposito di Caillois, Chillida lo conosce bene perché frequenta assiduamente – tra un allenamento e un cocktail – il Collége de Sociologie, dove nasce una solida amicizia tra i due che ritornerà anche più avanti in Argentina.

Andrè Malraux
Non è qui il caso di stendere l’elenco delle amicizie che coltiva Chillida negli anni parigini; stiamo parlando, d’altronde, della Parigi tra le due guerre, brodo di coltura delle avanguardie artistiche che segneranno un intero secolo. Basti citare le sue strette frequentazioni – per ragioni di lingua - con i surrealisti di origine spagnola come Dalì, Buñuel, e in seguito con Picasso, e soprattutto l'indissolubile legame che si crea con la coppia composta da Rafael Alberti e Maria Teresa Leòn, che (quest'ultima) Chillida conosce  appena arrivato durante una cena a casa di Breton e di cui diventa inseparabile compagno di viaggio, perlomeno intellettuale (chissà se anche qualcosa in più). Non solo amici spagnoli, però. Il rapporto di amicizia più sincero Chillida lo stringe in quegli anni con Andrè Malraux, anche perché lo scrittore francese era un grande appassionato di calcio. Malraux, a dispetto del suo carattere tramandato come cinico e sprezzante, ha grande rispetto per le opinioni di Chillida, tanto che lo presenta a Jacques Duclos, il già fondatore e all’epoca segretario generale del Partito Comunista francese. Il carteggio successivo intercorso tra Chillida e Malraux rivela addirittura come il suo romanzo L’espoir, uscito in Francia nel ’37, si basi in massima parte proprio sui racconti della guerra che gli mandava l’amico cileno. Non è un caso, peraltro, che quando il film verrà portato sul grande schermo – nel 1945 - il ruolo del protagonista (la storia è quella degli scontri tra repubblicani e franchisti nelle lande desolate della provincia di Teruel) è affidato proprio - come si dirà in seguito - ad un grande amico di Chillida, l’attore spagnolo Andrès Mejuto.

Prima di accennare, sulla base delle scarne cronache a disposizione, al Chillida calciatore, sia consentito raccontare due aneddoti che raccontano bene l’impossibilità di capire completamente il personaggio Chillida.

Nella sua autobiografia, in una delle tante almeno, è Dalì a mostrare un lato frivolo – quasi macchiettistico - di Chillida. Racconta il pittore catalano che, nella capitale parigina, Chillida si dava arie di essere un principe cileno, erede di non si sa bene quale famoso casato. La sera non era raro vederlo girare  per Montparnasse con un levriero afgano (vezzo surrealista che impallidiva di fronte alle eccentricità dei suoi sodali, se pensiamo che a Cadaques Dalì si faceva vedere con un elefantino al guinzaglio, o nel metrò di Parigi, invece, con un esemplare di tapiro). Si diceva, inoltre, che fosse l’amante di un potente cardinale. Il dettaglio più grottesco è, però, un altro. Siccome viveva oltre le sue possibilità, Chillida si era inventato questo sistema per racimolare qualche soldo in più: andava in giro con la sua automobile lussuosa per farsela urtare da ignari tamponatori, ai quali mostrava una strisciata sulla portiera che stava lì da anni. Grazie a testimoni amici – Dalì per primo – si faceva pagare lì per lì qualcosa, sfruttando il fatto che all’epoca non esistevano le assicurazioni, e con quei cento o duecento franchi pagava la cena e lo champagne per tutto il gruppo.

il torero Ignacio Sanchèz Mejìas
Un diverso lato, più umano, è invece messo in luce da Maria Teresa Leòn nella sua già citata raccolta di memorie. Racconta la moglie di Rafael Alberti che nel giugno del ’34, a campionato finito, Chillida andò a trovarli a Madrid. Era stata proprio lei ad invitarlo, visto che, nel corso del loro incontro a Parigi a casa Breton (come detto, Alberti non c’era), Chillida gli aveva raccontato che uno dei suoi sogni era quello di conoscere l’autore di Marinero en tierra. Quando però Chillida entra nell’appartamento di calle del Marquès Urquijo, non si trova di fronte solo la coppia Leòn-Alberti, ma una serie di amici radunati per l’occasione del compleanno del grande torero-intellettuale Ignacio Sànchez Mejìas: tra gli altri, Pablo Picasso, il torero Mejìas appunto e la sua bellissima amante Encarnaciòn Lòpez, meglio conosciuta come la Argentinita, una delle più importanti figure della danza spagnola, con tutta la sua compagnia al seguito (Mejìas era sposato con Lola Gómez Ortega). Racconta la Leòn che il gruppo si reca a pranzo in un ristorante della calle Segovia, e il pranzo si prolunga così tanto che, a un certo punto, usciti gli ultimi commensali, il titolare chiude la porta e lascia le chiavi al poeta Alberti. L’atmosfera si surriscalda: le gitane ballano a pieni nudi sui tavoli con i lunghi capelli sciolti, anche la Argentinita si unisce, battendo palmas, cantando una vecchia copla popolare (“Es tu queré como er toro/que adonde lo yaman ba,/y er mìo como la piedra,/donde lo ponen està”) in maniera angosciosa, perché una festa, meglio, una juerga, per come la interpreta la tradizione andalusa, non è solo allegria, ma è l’esame profondo della coscienza, il momento dell’assalto dei ricordi. Salgono tutti sui tavoli, sulle sedie, ballando con ansia, frenesia. Anche Chillida si muove al ritmo del battito delle mani, segue la melodia dell’Argentinita, alza le braccia e le riporta accanto al corpo. Suda, come non suda neanche in campo. Sembra che sta per svenire. A un certo punto scompare. Picasso e Alberti (il torero no perché era completamente ubriaco) lo vanno a cercare e lo trovano in bagno, mentre piange appoggiato al lavandino da cui scende un filo d’acqua. I due si commuovono. Che succede, ragazzo?, gli chiede Picasso. Chillida tira fuori a singhiozzi che tutte quelle emozioni gli hanno fatto tornare alla mente la sua infanzia cilena, la sua famiglia e la sua terra che non sa se e quando rivedrà. Tutto qua? Ma è normale, lo rassicura Alberti. No, c’è altro, dice Chillida: è che non avrei mai pensato, non avrei mai neanche sognato di essere qui, oggi, con maestri come voi. Non so se sono all’altezza. Picasso lo guarda e gli dice: ma tu giochi a pallone benissimo. Quando giochi, sembra che balli. Rinuncerei a tutte le mie opere per sapere giocare a pallone come te...

La squadra campione nel '36 (Chillida dovrebbe essere il primo a sinistra, seduto)
Venendo allora al calcio, Chillida – in quell’ambiente meglio conosciuto come Henri Branca – si impone subito come il leader della difesa del Racing. Senza rinunciare al suo stile di gioco – lento ma estetizzante, compassato ma autoritario – si concede qualche scappatella nell’area avversaria che gli porta i primi gol della sua carriera. Il suo sguardo misterioso, che trasuda America, ipnotizza gli attaccanti avversari e le frequentatrici dei caffè di Pigalle. Sotto la guida di allenatori inglesi conservatori come Curtis Booth, Peter Farmer e Jimmy Hogan, il Racing gioca un calcio frizzante, in linea con gli standard spettacolari dell’epoca, che accompagna a buoni, ma non esaltanti piazzamenti in campionato. La svolta per Chillida e per les Pingouins arriva, però, nel 1935, con lo sbarco sulla panchina parigina (da quella della nazionale) di un geniale manager inglese, Sid Kimpton, un vero innovatore, tanto da essere considerato colui che ha portato il modulo WM in Francia. Kimpton porta la disciplina nella squadra, ma soprattutto la marcatura a uomo. Per Branca è la consacrazione: il suo fisico, il suo mestiere, il suo carisma gli permettono di controllare senza fatica i movimenti del centroattacco. Questo catenaccio ante litteram porta dei risultati inaspettati, che si concretizzano – nonostante le diffidenze e le perplessità dei tifosi, che all’inizio non approvano questo calcio economico - nella doppietta del Racing, che nel 1936 si laurea sia campione di Francia che vincitore della coppa nazionale. Testimonianze dell’epoca raccontano di un Kimpton in lacrime al fischio finale, appoggiato sulle spalle possenti proprio di Chillida, dal cui viso fiero, però, questa volta non scende neanche una lacrima. Fernando, infatti, sta già guardando avanti, verso un orizzonte diverso. Quell’estate – di nuovo, con grande sorpresa di tutti - lascia il club, lascia il calcio, lascia la Francia, e si lancia in una nuova avventura: la guerra civile spagnola. (continua)

La storia dimenticata di Fernando “el Pajarita” Chillida. Parte I: il Cile



Un pomeriggio ozioso di ottobre, mentre passeggiavo in solitudine per il Passeig de Gracia di Barcellona, quasi all’altezza del Carrer d’Aragò, mi sono imbattuto in un banco che vendeva libri usati. Non erano libri alla rinfusa ma, come qualsiasi occhio allenato ai banchetti di libri usati avrebbe subito intuito, appartenevano a una medesima collezione. Il libraio, titolare della libreria antiquaria Garcia Prieto di Madrid, mi confermò che, in effetti, si trattava della biblioteca di un noto giornalista di Murcia da poco passato a miglior vita, di cui non ricordo il nome; o meglio, della parte di quella biblioteca di cui gli eredi si erano sentiti in diritto di poter fare a meno. Comprai incuriosito una serie di libretti, lasciandomi guidare da due criteri: la rarità dei volumi (raccolte di articoli fuori commercio, edizioni della Revista de Occidente, scambi epistolari fatti rilegare proprio dal defunto) e la presenza di oggetti (cartoline, ritagli di giornale, segnalibri, foglietti, appunti a margine) al loro interno. Un paio di settimane fa ne ho preso in mano uno, una collezione di brevi saggi di Jesus Aguirre, meglio noto (quando era in vita) come il Duque de Alba, intitolata “Casi ayer noche” (bellissimo titolo). Mentre sfogliavo le pagine, è saltato fuori un ritaglio di giornale, o forse di una rivista. Comunque una pagina ingiallita, appartenente a un’epoca passata. Lo spazio centrale del foglio era occupato da un articolo su Jesus Aguirre, nel quale fondamentalmente si spiegava che, ormai quattordicenne, aveva deciso di seguire la vocazione sacerdotale. Tuttavia, non fu quell’articolo a colpirmi, bensì un trafiletto sulla destra. Raccontava, in maniera piuttosto scarna, che qualche giorno prima, in un appartamento di Roma, era stato trovato il cadavere senza vita di Fernando Chillida, cittadino cileno, già calciatore, attore e – per questo immagino se ne ricordava la memoria – figura di spicco della Guerra Civile spagnola, dove aveva militato nel bando republicano, partecipando alle attività culturali del gruppo di Rafael Alberti e Maria Teresa Leòn, di cui era stato molto amico. Riposto il ritaglio nel libro di Aguirre, in queste due settimane mi sono dedicato a rintracciare, sulle fonti più svariate (su tutte, l’autobiografia di Maria Teresa Leòn, “Memoria de la melancolìa”), i frammenti della vita di questo sorprendente calciatore tra le due guerre, scoprendo quanto segue.

Avenida Los Pajaritos
Fernando Chillida nasce nel 1908 in Cile, a Maipu, un sobborgo benestante della capitale Santiago. Per qualche motivo (forse era orfano) cresce insieme ai nonni, originari dei paesi baschi (chissà se parenti della famiglia dello scultore dei Pettini del vento), nella loro casa situata nel quartiere di Pajaritos Sur, così chiamato per essere, appunto, la zona adiacente all’avenida Los Pajaritos, la grande strada alberata che taglia in due Maipu. A Maipu frequenta le scuole e si appassiona da subito, grazie al milieu familiare (la nonna dava lezioni di pianoforte, il nonno era stato giornalista de La Naciòn, quotidiano di sinistra), alla politica, alla recitazione e al canto. Va spesso a teatro ed entra, neanche adolescente, in una piccola compagnia, approfittando del boom di compagnie teatrali che il Cile conosce in quegli anni.

Il Club Deportivo Magallanes a inizio secolo
Parallelamente, coltiva la sua altra forte vocazione: il calcio. Dopo gli inizi nella squadra del quartiere, a 14 anni si presenta per un provino al Club Deportivo Magallanes. Già molto alto, di corporatura asciutta ma robusta, con i capelli castani pettinati all’indietro e lo sguardo fiero (non esistono fotografie di Chillida, ma dalle testimonianze questo si evince, che era un tipo molto bello, molto affascinante), i dirigenti della – all’epoca – più forte squadra di Santiago non ci pensano due volte e gli danno il benvenuto. È il 1922 e il Magallanes sta vivendo il miglior periodo della sua storia amateur. Siamo ancora ad un livello dilettantistico del calcio cileno, ma la squadra intitolata al noto navigatore ha vinto negli ultimi due anni il campionato locale, che all’epoca si chiama Asociaciòn de Fùtbol de Santiago. Nel 1923, con Chillida a farsi le ossa nella compagine giovanile, il Magallanes viene accolto nella neonata Liga Metropolitana. È lì che Chillida – appena diciassettenne - fa il suo esordio, in una partita storica: il primo clàsico con gli acerrimi rivali del Colo-Colo. Il Colo-Colo, infatti, era appena stato fondato proprio da un gruppo di ex giocatori del Magallanes, che erano entrati in collisione con la dirigenza albiceleste, guidata da Julio Molina Nuñez e Santiago Nieto, che non volevano concedere una serie di riforme organizzative all’interno del club. È il 19 luglio del 1925 e si gioca ai Campos de Sports de Nuñoa. Chillida – non l’ho ancora detto – gioca da ultimo difensore, guida la retroguardia insomma; non poca responsabilità per un esordiente. Anche per questo motivo, la tensione gli gioca un brutto scherzo e dalle sue parti gli attaccanti avversari fanno il bello e il cattivo tempo. Finisce 2 a 0 per il Colo-Colo, ma oltre che per questo dato statistico, la partita viene ricordata per gli incidenti seguiti all’aggressione del portiere del Colo-Colo, Eduardo Cataldo, da parte di alcuni ex compagni del Magallanes. Botte da orbi. Anche per via delle squalifiche pesanti inflitte ai compagni di reparto, ma soprattutto per le eccellenti prestazioni che inizia a offrire, Chillida mantiene il suo posto in mezzo alla difesa e non lo lascia più fino al 1932.

Eugenio Matte Hurtado
Nel frattempo, insieme ad altri sette club, il Deportivo Magallanes aveva fondato la Liga Central, l’antecedente della Liga Profesional de Fùtbol e dell’attuale Primera Divisiòn. Subito arrivano i primi trionfi: la squadra si laurea campione sia nel 1927 che nel 1928, grazie ai gol dell'imprendibile Guillermo "el Cacho" Torres, alle geometrie di Arturo "el Gordo" Carmona e alle sgroppate di Jorge "Cotroto" Còrdova. Chillida viene acclamato come un difensore deciso ma corretto, e il suo charme non lascia indifferenti le tifose. Alla sua attività sportiva continua ad unire la passione per il teatro, e, soprattutto, per la mondanità. Non manca mai agli eventi culturali che contano nella capitale ed è spesso avvistato in compagnia di giovani fanciulle dell’ ex aristocrazia cilena (siamo in piena republica presidencial). Allo stesso tempo, frequenta gli anarchici e i comunisti, studiando i testi della rivoluzione russa e diventando amico dell’avvocato Eugenio Matte Hurtado, uno dei personaggi più influenti di quest’area politica, tra i fondatori del partito socialista cileno e soprattutto influente massone (arriva ad essere anche Gran Maestro della Gran Loggia del Cile). È in questo periodo che gli viene affibbiato per la prima volta il nomignolo “Pajarita”. L’origine, però, è controversa. Logica vorrebbe che fosse un riferimento alle sue origini a Maipu, dove abitava accanto all’avenida Los Pajaritos. Nei resoconti mondani, però, si allude ad una sua rinomata raffinatezza nel vestire, ad un dandysmo nell’abbigliamento, che si sostanzia nell’immancabile accessorio del papillon, la pajarita, appunto, in lingua spagnola. Nelle cronache sportive, infine, si parla dell’eleganza delle sue movenze in campo, per cui sembra che giochi in smoking, e quindi ecco che ritorna il dettaglio del papillon. Com’è come non è, el Pajarita – neanche ventenne – è ormai un personaggio noto fuori e dentro dal campo.

La sua fama non viene intaccata nemmeno dal mancato ripetersi del Deportivo Magallanes in campionato, dove finisce terzo nel 1929 e nel 1930, e secondo nel 1931. Alla fine di quell’anno la società è colpita da una severa crisi economica e istituzionale, che la costringe a privarsi dei suoi uomini migliori. Chillida decide di rimanere, ma non riesce a frenare la caduta degli albicelestes, che finiscono la stagione al quinto posto, dovendo subire anche l’onta (loro, el primer campeòn!) di subire 12 gol in un incontro casalingo con l’Audax Italiano. Chillida capisce allora che è il momento di fare le valigie, ma la sua scelta è sorprendente: non rimane a Santiago, non rimane in Cile, non rimane in Sudamerica. Una notte di inizio giugno del 1932 saluta la nonna sul molo (il nonno era morto qualche anno prima) e s’imbarca su una nave che va in Europa. La sua destinazione è la Francia, in particolare Parigi, dove l’aspetta il Racing Club de France (sì, proprio la squadra del bel Renè…). In Cile non tornerà mai più.

Champagne!
I motivi di questa fuga – quanto mai insolita per l’epoca – non sono affatto chiari. Intanto, a livello calcistico, il Deportivo Magallanes si riprende subito, vincendo addirittura i tre successivi campionati, i primi da professionisti (dal 1933 al 1935). Quindi forse tutta questa necessità di cambiare squadra non esisteva. Certo, c'è il richiamo della vita culturale parigina – quello che ne può arrivare in quegli anni fino a Santiago - che rappresenta una calamita fortissima per un giovane intellettuale inquieto come Chillida, che in fondo considera il calcio come un gioco e nulla più. Tuttavia, è una spiegazione suggestiva ma che regge poco. Così come regge poco il blasone del Racing (che pure c’era). Più plausibile è la spiegazione politica. Dopo la crisi del ’29, che ha gettato sul lastrico l'industria e l'economia cilena, la situazione interna è molto confusa. Al Governo si succedono, per poco tempo, personaggi diversi come il generale Carlos Ibañez del Campo, conservatore dal pugno di ferro, il carismatico Arturo Alessandri, l’ex presidente del Senato Juan Esteban Montero. Nessuno riesce a trovare la quadra, e ognuno è costretto a lottare contro continui tentativi golpisti e rivoluzionari. Uno di questi, infine, riesce: è il 4 giugno del 1932, a campionato – sia detto per inciso - finito. Le cronache raccontano che all’ora del crepuscolo, un gruppo di ribelli proveniente dalla base aerea El Bosque si incammina verso il Palacio de la Moneda, che viene assaltato durante la notte. Il Presidente Montero viene costretto a dimettersi e il potere viene preso da Marmaduque Grove, Carlos Dàvila e proprio Eugenio Matte, che proclamano la Repùblica Socialista de Chile. Il principale obiettivo è quello di operare una profonda ristrutturazione della società cilena, assicurando il pane sulla tavola di tutti i lavoratori. La notizia del golpe, però, genera numerosi disordini in tutto il paese, e il nuovo Governo è costretto a far fronte al malcontento generale con misure impopolari (a partire dal ripristino della legge marziale) che portano, dopo neanche una settimana, allo scioglimento della giunta, presieduta da Dàvila. Il 16 giugno, tuttavia, Dàvila ritorna al Palacio de la Moneda, ma solo per prendersi tutto il potere per sé: Matte e Grove, infatti, vengono mandati in esilio sull’Isola di Pasqua. Inizia un nuovo periodo, caratterizzato da tensioni sociali e derive dittatoriali, che finirà solo con la “resa” di Dàvila a settembre (cui seguirà il ritorno di Alessandri). Tornando a Chillida, comunque, c’è da credere che sulla nave per l’Isola di Pasqua potesse esserci stato un posto anche per lui, visto il suo legame con Matte; ecco allora forse spiegata la decisione repentina di cambiare molo e imbarcazione e la precipitosa partenza per l’Europa. Ma anche qui qualcosa non torna: Chillida, infatti, come detto, deciderà di non tornare mai più in Cile. Ma Dàvila non è Pinochet, dura solo 100 giorni. Il suo capitolo nella storia cilena è breve e non lascia strascichi evidenti. Cosa è successo, allora, di così  grave, in quei giorni convulsi di Santiago, per fargli passare la voglia di non metter più piede sul suolo natio? Visto quello che succederà in seguito, non si può escludere la pista di una donna; ma è inutile farci ulteriori domande, tanto non lo sapremo mai. (continua)

venerdì 14 giugno 2013

Il Bel René



Se dovessero chiedere a René Vignal, brillante portiere del Racing Parigi a cavallo tra anni ’40 e ’50, quali siano le statistiche che hanno più segnato la sua vita, il nativo di Béziers non vi snocciolerà la sua media gol subiti, il record di rigori parati o le partite senza prendere gol. Non vi citerà nemmeno le 17 presenze in Equipe de France. La sua risposta sarà rinchiusa in due numeri: 19 e 27. Il perché è presto detto, se avrete la pazienza e la voglia di leggere queste poche righe.
Come detto, René Vignal nasce a Béziers, nel 1926: viene definito un giovanotto vivace, con il più classico degli eufemismi, anche perché il nonno, che si è appena visto una guerra e si appresterà a vederne un’altra nel giro di pochi anni, non si fa certo pregare nella schiettezza e dichiara candidamente che a quel suo nipotino, molto bello ed in salute grace à Dieu, gli manca qualche rotella, visto che non fa che buttarsi nei fossi e attaccar briga. Come ogni ragazzino turbolento, si spera che facendo un po’ di sport gli si possa placare un po’ gli animi: siamo nel profondo Sud della Francia, dove nei paesi si parla quasi più catalano che francese e dove ogni 15 agosto, cascasse il mondo, si organizza la feria, con tori, corridas e bodegas di ordinanza. Ed in questa parte della Francia, a maggior ragione se dimostri una certa attitudine al parapiglia, la palla che ti mettono vicino già nella culla è solitamente ovale.
La statua di Moliere:
bersaglio preferito del giovane René
A René il rugby non dispiace, si trova anche benino come estremo: maneggia bene l’ovale grazie alle mani che fanno provincia, ha un timing invidiabile nel gioco aereo ma soprattutto tira certe pedate da una parte all’altra del campo che c’è da rimanerci scemi. Con quel piede, attira le attenzioni dell’AS Béziers, quelli con la palla tonda che fanno un po’ da tappezzeria, ma in cui c’è meno concorrenza e si riesce pure a rimediare qualche franco per i premi partita: René si fa convincere assai presto e comincia nelle giovanili come attaccante. Dove si prende qualche banconota in più è però in prima squadra ed è solo per pure caso che Vignal fa il suo esordio tra i grandi, a soli 16 anni e mezzo: il portiere titolare, un certo Serano è indisponibile per la partita della domenica. E sì che l’allenatore lo cerca, pensa si sia infortunato, teme addirittura che l’abbiano chiamato nell’Esercito: macché, Serano si trova nelle patrie galere, colto in flagrante mentre rubava una dozzina di fascine di legna. Vignal quindi si accomoda tra i pali e l’impressione è quella di un talento naturale: esplosivo, reattivo e mezzo matto, come si conviene ad ogni buon portiere. Lo diceva il nonno, senza una rotella. È talmente bravo che arriva prima il Toulouse (e con i viola del TéFéCé vincerà la simbolica “Coupe de la Libération” a guerra finita) e poi la chiamata dalla capitale, dai "pinguini" del Racing.
Il suo stile ed il suo atletismo rivoluzionano il ruolo del portiere, almeno fino a come si era visto sino ad allora in Francia: come tradisce anche il nome, il Racing nasce come club d’atletica, salvo poi diventare polisportiva nel corso degli anni, uno di quei club omnisports che ha fatto la fortuna di tanti atleti d’Oltralpe. A Vignal, per scherzo ma nemmeno troppo, propongono di allenarsi anche con la squadra di atletica: ridicolizzati i velocisti sui 60 metri e asticella dell’alto fermata ad 1,85 in era pre-Fosbury.
"Metterci la faccia"
I racconti dell’epoca e le foto che ci arrivano (oggi penseremmo ad una grande opera di Photoshop...) raccontano di una via di mezzo tra Higuita, con cui condivide non solo il nome di battesimo, ed il mitico Ed Warner, il portiere-karateka della Toho che tutti noi (almeno spero) avremmo voluto titolare al posto di quel fighetto di Benji nella nazionale giapponese. Oltre all’atletismo, non è certo il coraggio a far difetto a René Vignal: il suo marchio di fabbrica diventa presto l’uscita spericolata sui piedi degli attaccanti, assieme al tuffo a volo d’angelo e alla manchette, la respinta di avanbraccio. Se quest’ultima non crea danni, le prime due carrateristiche portano presto delle conseguenze non proprio piacevoli: è la prima delle due statistiche che segnano la carriera di Vignal. Diciannove fratture. Parecchia avrebbe smesso dopo la prima, che avvenne quando era ancora al Toulouse in un derby occitano col Bordeaux: uscita tra i piedi dell’attaccante dei Girondins, il quale non si ferma e prende in pieno il portiere. Distaccamento della retina e frattura dell’osso temporale: da quel giorno in poi, il berretto di René non sarà più solo un vezzo, ma una necessità, visto che all’interno nascondeva una specie di primitivo caschetto di protezione.
"Sortie aérienne"
Proprio questa mancanza apparente del senso del pericolo rese velocemente René una figura di spicco, a cui la stampa dedicava spesso e volentieri le proprie attenzioni: accanto a France Football e L’Equipe, non era raro trovare articoli o fotografie del portiere del Racing su France Soir, e quasi sempre per le sue avventure extra sportive nei vari night club della capitale francese.
René è ormai lontano dal ragazzetto che dava una mano nella vigna di Béziers e la bella vita parigina non gli dispiace affatto: miracolosamente, non è uno di quelli che si lascia prendere la mano dalla bottiglia. Il vino rosso non gli piace, René ne ha bevuto troppo e di non ottima qualità quando si vendemmiava ed i film di gangster che renderanno famosi whisky e gin non hanno ancora fatto furore in Francia (ci si arriverà di lì a poco, con il mitico Du Rififi chez les Hommes, nel 1955), quindi per lui ed i suoi amici si serve solo champagne. La classe René, in campo e fuori.
Già perché in campo, tra una frattura e l’altra, Vignal continua a far furore, fino ad arrivare alla maglia numero 1 della nazionale francese, per ben 17 volte ed in palcoscenici storici, contruibuendo al primo storico pareggio dei bleus in casa degli amati-odiati inglesi, parando anche un rigore nella partita di Highbury. Ad un altro rigore parato in terra britannica, in quel di Glasgow, è legato uno degli aneddoti più folli della carriera da giocatore di Vignal, un
episodio che sembra essere a metà tra un film di Stallone (ed in effetti, una certa somiglianza con Sly in Fuga Per La Vittoria, sembra esserci) e quelle storie che l’amico di mio cugino ha sentito da uno che era presente: Young, tornante destro della Scozia, si presenta sul dischetto a metà del secondo tempo; ha capito che si trova di fronte un portiere particolare e che per battere la sua esplosività c’è bisogno di un tiro decisamente potente. Al fischio dell’arbitro, Young fa partire una bordata clamorosa che però Vignal non solo intuisce, ma ci arriva comodo. Voilà, allo scozzese gli pariamo il rigore con il marchio di fabbrica, solo che la manchette opposta al penalty fa schizzare il pallone altissimo ed oltre il cerchio di centrocampo! Ora, da questo episodio son trascorsi circa 65 anni ed il relatore è lo stesso Vignal, quindi c’è da fare una necessaria tara alle proporzioni, ma giornalisti dell’epoca sembrano quantomeno confermare la straordinarietà dell’evento.
Con le sue gesta in campo internazionale, la popolarità di René Vignal raggiunge il suo apice: il Racing quando è chiamato per amichevoli all’estero, contratta due ingaggi, uno standard e uno con “tariffa René”, superiore circa del 30% al precedente e subordinato alla presenza del loro portiere volante. Purtroppo però, le fratture cominciano a farsi sentire, nonostante René cominci a farci l’abitudine: in una partita al Parco dei Principi finisce con un radio in pezzi, ma rifiuta comunque di lasciare il campo ed i compagni in inferiorità numerica.

È il 1954 e a soli 28 anni René Vignal è costretto a ritirarsi: prova a mettersi a disposizione della Federazione, cercando di iscriversi al corso di formazione per allenatori, ma lo mandano via perché è ancora troppo giovane per prendere i gradi da “trainer”. Gli rimane la bella vita parigina: le donne, soprattutto quelle di una certa età, lo adorano e una di queste gli regala un appartamento nel quartiere di Clignancourt, con tanto di “diaria” per il disturbo; c’è da immaginare che René non spiegasse alla signora come parare i calci di rigore...
Cerca di riconvertirsi in “uomo immagine”, d’altra parte il suo è ancora un nome che attira le folle, anche se non più allo stadio: lavora per Ruinart (un distributore di champagne, ovviamente...) e come venditore di Martini di giorno, ma la sua vera occupazione rimane quella di frequentatore dei cabarets e dei clubs di Pigalle. Il problema è che all’epoca, oltre alle inevitabili donnine discinte e ad attori come Belmondo e Chevalier, tali locali servono anche da ritrovo per i personaggi di spicco del milieu, la criminalità organizzata che fa base a Marsiglia ma che non disdegna di fare affari nella capitale e va in sollucchero quando si trova nello stesso locale dell’ex portiere della nazionale francese. I fratelli Antoine e Memé Guerini sono tra i più attivi, stringono amicizie, fanno foto e soprattutto, presentano gente: oh ecco, giova ricordare come i due fratelli corsi, sebbene fossero nella fase di “riconversione” in cui cercavano di fare affari all’apparenza puliti, sarebbero sempre quelli della famosa “French Connection”, che si occupava di far arrivare l’eroina negli States nella misura di 270 kg per mese...
French Connection (sullo sfondo, un emulo di Gabriele Paolini?)
Quindi, ciò premesso, potete immaginare che le persone che venissero presentate a René Vignal non fossero esattamente teologi e filosofi del diritto, mentre ricorrevano sovente nome del tipo “Jo il Chimico”, “Serge il Bello” e soprattutto “Francis Mani di Fata”. Quest’ultimo in verità col giro grosso dei Guerini aveva ben poco a che fare e bazzicava l’ambiente proprio in cerca della grande occasione, in ragione del fatto che quel soprannome se l’era meritato sul campo a forza di rapine...René è reduce da una carriera distrutta, un divorzio devastante che gli toglie i due figli e molti risparmi, all’ennesima proposta di “colpo facile” cede all’insistenza di Francis e si affida alle sue mani di fata. Ed in effetti, i colpi sono davvero abbastanza facili e si susseguono senza colpo ferire (a questo ci tiene particolarmente René, che accetta a patto che non ci sia violenza alcuna) fino ad arrivare a 27 rapine, per un totale di 65 milioni di “vecchi franchi”.
Al processo, i suoi complici prendono tutti 5 anni, René invece se ne vede comminati il triplo, nonostante a suo favore arrivino le testimonianze di Kopa, Batteux e Fontaine: un po’ come se ad un teorico processo contro Barthez arrivassero a testimoniare Zidane, Deschamps e Thuram (che poi, siamo sicuri che i suoi ex compagni di squadra si spenderebbero in prima persona per il portiere pelato? No, perché a occhio, Barthez mi è sempre sembrato un discreto idiota...). Il giudice dimostra di gradire il giusto e al “Justo” dice testualmente: “Monsieur Fontaine, non sono qui per giudicare il calciatore ma il rapinatore!” che in effetti non fa una piega...tant’è, Vignal andrà in carcere con la convinzione che il sistema penale abbia voluto far di lui un esempio e nelle patrie galere ci resterà circa 10 anni, fino al rilascio per buona condotta. Del calcio, almeno ad alti livelli, non ne vorrà più sapere.
Oggi, René Vignal vive in un appartamentino alla periferia di Tolosa, non ha praticamente idea di quello che succeda nel calcio ed ha ancora problemi di vista a causa delle tante pedate rimediate nelle uscite sui piedi degli attaccanti. Per lui è una magra consolazione, ma nella mia personalissima classifica dei calciatori più matti e fuorilegge, ha appena soffiato il gradino più alto del podio ad Higuità. Sarà il nome René, che vi devo dire...

lunedì 10 giugno 2013

Inglourious Glories, Ch. IX, Selección Peruana de Fútbol


Il 31 maggio 1970 il Perù trema fortissimo. Una scossa di terremoto di magnitudo 8.1 della scala Mercalli investe i dipartimenti di Áncash, Yungay, Lima e La Libertad.
Il sisma provoca la morte di quasi 80.000 persone.   Altre 20.000 risultano disperse.   Città come Chimbote, Casma e Huarmey vengono completamente distrutte.
I 45 secondi di terremoto causano anche la rottura dei ghiacci della parete nord del massiccio di Huascaran, sulla Cordigliera Andina, e la conseguente alluvione della provincia di Yungay.
Il Peru è in ginocchio.

Due giorni dopo la tragedia, il 2 giugno 1970, la Nazionale di calcio peruviana fa il suo esordio ai Mondiali di calcio in Messico.   Contro la Bulgaria.

Per le Qualificazioni al Mondiale della zona CONMEBOL, il Peru era stato inserito nel primo dei tre gironi, assieme a Bolivia e Argentina. Sfruttando il fattore campo i peruviani avevano ipotecato la qualificazione già alla terza giornata, con un rotondo 3 a 0 ai boliviani, che andava a sommarsi alla precedente vittoria di misura contro gli argentini.   Il pareggio (2 a 2) all'ultima giornata alla Bombonera di Buenos Aires aveva portato il punto mancante per la qualificazione al Mondiale messicano.

Ai Mondiali, il Peru si presenta come una vera e propria incognita.   La squadra è per lo più formata da giovani ancora poco affermati, pressoché sconosciuti al di fuori dei confini nazionali.
 
Hector El Granitico Chumpitaz
L'allenatore Valdir Pereira, meglio noto come Didì (tra le altre cose, due volte campione del mondo con la Nazionale brasiliana, nel '58 e nel '62) decide di affidare le chiavi della difesa ad un ragazzo di 26 anni che gioca nell'Universitario, Hector Chumpitaz.   Nato a Canete da famiglia di imprenditori e trasferitosi in giovane età a Lima, dove inizia a giocare nell'Unidad Vecinal Numero Dos per poi affermarsi nel Deportivo Municipal, Chumpitaz è soprannominato in patria El Granitico. I capelli crespi e lunghi ma mai troppo e la bocca larga. Lo sguardo di Chumpitaz è sempre serio.  Nonostante la giovane età già un anno prima era stato premiato come Miglior Difensore del Sudamerica dalla rivista El Grafico.

La regia del centrocampo è, invece, nei piedi di un ragazzino nato nel distretto di Puente Piedra, a nord di Callao. Si chiama Teofilo Cubillas. Classe '49 e nessuno lo conosce. Si sa solo che da qualche anno gioca nell'Alianza Lima e che ha il compito di servire il centravanti della formazione: Hugo El Cholo Sotil, coetaneo di Cubillas e bomber di razza del Municipal, rapido e dal dribbling micidiale.

L'avvio contro i bulgari conferma ogni peggior timore. La squadra di Bojkov passa subito in vantaggio con Dermandzhiev e raddoppia ad inizio ripresa con Bosiev. ll colpo è forte e ben assestato, ma il Peru ha la fortuna ed il coraggio di accorciare immediatamente le distanze, con l'ex-cagliaritano Alberto El Jet Gallardo. I sudamericani continuano a spingere e riescono a pareggiare con Chumpitaz al 55esimo. Una boccata di ossigeno dopo la grande paura.

Sul 2 a 2, fra il frastuono del pubblico, la partita si trascina indolente per una decina di minuti o poco più. Fino al minuto 73.
Ramón Mifflin, raffinato interno dello Sporting Cristal, porta palla a centrocampo. Il passaggio in verticale a Cubillas, che chiede e ottiene il triangolo, attaccando l’intervallo tra le linee avversarie. I centrali bulgari sembrano bambole mentre il peruviano scivola verso sinistra. Alza la testa, un altro passo. Il tiro non incrocia, battendo Simeonov in uscita sul palo alla sua sinistra.
Un istante. E la terra in Peru è come se smettesse di tremare. Come se per un attimo non ci fosse più alcun rumore.
El Nene, lo chiamano. Perché timido e con il viso pulito di un bambino.
Le braccia alzate verso il cielo, il numero 1 nella colonna delle vittorie e il successivo match contro il Marocco.
 
Ramón El Cabezón Mifflin, qui con la maglia dello
Sporting Cristal di Lima
Tra le squadre partecipanti al Mondiale, quella africana è sicuramente tra le meno temibili.
Il Peru tuttavia fatica, almeno nel primo tempo, a superare la difesa alla porta di Ben Kassou. Nel secondo tempo però l'aria cambia e arriva la doppietta di Cubillas, inframezzata dalla segnatura di Challe.
Un'altra vittoria e la qualificazione ai Quarti di Finale in tasca.
Contro la Germania Ovest, nell'ultima partita del girone, arrivano le pallonate (tripletta di Muller nella prima mezz'ora di gioco). E la rete di Cubillas nel secondo tempo rimane solo per le statistiche.
Ai Quarti, ai tedeschi l'Inghilterra campione in carica, ai peruviani il Brasile di Pele e Jairzinho, che nel proprio girone ha collezionato tre facili vittorie (oltre all’Inghilterra, Romania e Cecoslovacchia).

Il Quarto di Finale tra Brasile e Peru si gioca a Guadalajara, all'Estadio Jalisco, uno degli impianti più belli della competizione.
La storia racconterà di un Brasile distratto e di una vittoria a fatica. La realtà vide un Peru mai in partita e forse non ancora pronto per battere la squadra che quel Mondiale l'avrebbe fatto suo qualche giorno dopo a spese dell'Italia di Riva e Rivera.  Brasiliani sul 2 a 0 dopo un quarto d'ora con Rivelino e Tostao, rete di Gallardo e 3 a 1 ancora di Tostao. Nella ripresa la rete di Cubillas a riaccendere gli animi dei tanti peruviani in tribuna e il definitivo 4 a 2 a firma Jairzinho.

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Il Peru non prenderà parte ai successivi Mondiali, in Germania. A spuntarla, infatti, nel girone di qualificazione sarà il Cile, complice anche l'assenza di Cubillas nel match di spareggio (2 a 0 all'andata con doppietta di Sotil e di nuovo 2 a 0 questa volta per i cileni, nel ritorno a Santiago). Curioso il fatto che la terza squadra del girone, il Venezuela, risulti "ritirato".
Si narra che i venezuelani, la cui storia calcistica internazionale è relativamente recente, alla prima apparizione in un torneo internazionale di prestigio, la Taça Independência del ’72 (una competizione organizzata in Brasile per celebrare i 150 di indipendenza), abbiano a dir poco sfigurato (segnaliamo solo un 10 a 0 dalla Yugoslavia) e che vari disaccordi in seno alle istituzioni calcistiche locali abbiano in quegli anni sfasciato, a livello gestionale ed organizzativo, la Nazionale.   E quindi il ritiro, d'accordo con la FIFA, dalle qualificazioni per il Mondiale tedesco.
Poco male, sia per il Peru sia per il Venezuela. Il divario scavato da Olanda e Germania nel 1974 era, in ogni caso, troppo ampio. Un calcio differente.

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Nel 1975, invece, la sfortuna e l'inesperienza che avevano accompagnato il Peru negli ultimi anni svaniscono d'un colpo.
Mentre Love will keep us together di The Captain and Tennille e Fame di David Bowie scalano le hitlist di tutto il Mondo, la nazionale peruviana prende parte alla Coppa America.
Proprio a partire dal '75 la Coppa America ha una nuova formula. Fase a gironi, semifinali e finale. Nessun Paese organizzatore e scontri andata e ritorno. L'Uruguay - Campione uscente - ad aspettare in semifinale le vincenti dei tre gironi eliminatori.

Il Peru pesca bene: Cile e Bolivia. Ma deve fare i conti con la pesante assenza di Hugo Sotil, che il Barcellona non lascia partire alla volta del Sudamerica.
Per fortuna dell'allenatore Marcos Calderon per la fase a gironi bastano i gol di Percy El Trucha Rojas, Oblitas e Cubillas. Il Peru è imbattibile in casa (3 a 1 sia contro il Cile sia contro la Bolivia) e sereno fuori (una vittoria a Oruro e un pareggio a Santiago).
La Blanquiroja vola in semifinale, dove la attende il Brasile di Vanderlei e Dinamite.

A dire il vero quello allenato da Osvaldo Brandao è un Brasile strano. Per scelta, tra le sue file non ci sono i vari Falcao e Jairzinho ma solamente giocatori provenienti dallo Stato di Minas Gerais. In altre parole, giocatori per lo più di Cruzeiro e Atletico Mineiro.
 
Enrique El Loco Casaretto, qui con la maglia del
Club Universitario de Deportes di Lima
Andata a Belo Horizonte, senza Rojas. Al suo posto Enrique El Loco Casaretto, delantero d'esperienza e dalle basette importanti, come impongono le mode di quegli anni. In carriera ha sempre segnato tanto e, fuori dal campo, a palmares ha anche una relazione con Gisela Valcárcel, la reina del mediodia televisivo sudamericano.  Alla prima palla utile, la punta non sbaglia e fora anche Plassman, portiere della Seleção.
Ad inizio del secondo tempo, però, un gol rocambolesco di Roberto Batata riporta il risultato in parità. Il Brasile è di nuovo in gara e prendono forma gli spettri di sempre. Anche contro un Brasile strano e nonostante il bel calcio espresso, il Peru fatica. E Belo Horizonte dai televisori di Lima sembra bruttissima.

Fino al minuto 82.
 
Punizione appena fuori area. Sulla palla El Nene.
La rincorsa è breve. Il corpo rigido, quasi pietrificato al momento del calcio. La traiettoria è rassegnazione nella mente di Plassman.
Un altro istante. Il Peru sospeso in un respiro. Vantaggio peruviano a Belo Horizonte.
Dopo qualche minuto, Casaretto segna di nuovo. 3 a 1 in casa del Brasile. Nessuno lo aveva mai visto. Forse nessuno lo vedrà più.

El Nene
Il ritorno a Lima è l'ennesimo soffio infinito.
Già al decimo del primo tempo i brasiliani sono in vantaggio (autogol di Melendez). Ad inizio ripresa il raddoppio, a firma di Campos, abile a sfruttare un'indecisione di Chumpitaz. Il Brasile spreca ancora. Il Peru sembra bloccato, lontanissimo dall'impresa ipotecata all'andata.
 
Il risultato rimane inchiodato e tocca alla sorte. Tra le due contendenti, a scamparla è il Peru, si dice perché al bambino incaricato di estrarre la pallina vincente fosse arrivata voce di privilegiare la pallina fria. E migliaia di persone riprendono fiato dopo interminabili minuti di apprensione.
 
In finale la Colombia, che con una certa facilità ha avuto ragione dell'Uruguay.
A Bogota diluvia. Il campo è inzuppato e lento. Il vantaggio colombiano beffardo. Punizione sulla sinistra. Gli ospiti, concentrati sulle proteste, dimenticano di posizionarsi in barriera. Castro calcia verso la porta difesa da Otorino Sartor. La palla finisce la sua traiettoria in una pozza nell’area piccola, schizza ovunque e passa sotto le gambe di quest'ultimo. Senza Cubillas e Sotil, trattenuti in Europa. rispettivamente. da Porto e Barcellona, il Peru gioca male e non riesce a raddrizzare il risultato.
 
Juan Carlos Oblitas
soprannominato El Ciego perchè giocava con le lenti a contatto
All'Estadio Nacional di Lima tocca vincere.
I peruviani si scrollano di dosso il nervosismo e iniziano fin da subito a macinare gioco contro una Colombia che ambisce chiaramente al pareggio.
Arriva subito il vantaggio di Ramírez, a dire il vero molto contestato dai colombiani per una sospetta posizione di fuorigioco. A mettere tutti d’accordo è una magia del Ciego Juan Oblitas: dopo un’azione personale nell’area avversaria, il talento di Mollendo sembra andare verso l'esterno sull'uscita di Zape ma con un tacco coglie tutti in controtempo e porta il Peru sul 2 a 0. Ad uno storico desempate.

28 ottobre 1975. Caracas. Estadio Olímpico Público. Pioggia torrenziale. Dai televisori di Lima sembra Caracas sembra bruttissima. Un film già visto, i dolci piedi peruviani bloccati dal campo e la Colombia ad abbracciare il lieto fine. Ma tra le file della nazionale peruviana c'è una sorpresa. Per l'occasione Calderon può di nuovo contare sulla "Dupla de Oro". Cubillas e Sotil sono in Colombia con i compagni. E la Colombia ha paura.
El Nene gioca per ciò che è: un genio. Chiama palla, verticalizza, conclude. E' immarcabile. Si procura un rigore, ma lo sbaglia. Prova a forare Zape con una gran botta da fuori, ma la traversa gli dice di no. Ci riprova e trova la respinta di un difensore avversario. Sulla palla si avventa El Cholo. Corpo in avanti e sguardo fisso all'angolo sinistro. Steccata secca, rasoterra. 1 a 0. Caracas è zittita. La Colombia non si alza più.

Il Peru è Campione del Sudamerica.
 
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Juan Domingo Perón
Fresco vincitore della Coppa America, il Peru non inciampa nel corso delle Qualificazioni al Mondiale 1978, staccando il biglietto ai danni di Ecuador e Cile nel primo girone e della Bolivia (costretta ad uno spareggio contro l’Ungheria – perso dai boliviani per 9 a 2 nell’aggregato) nel girone finale.

Il Mondiale di Kempes e senza Johan Cruyff. Del Processo di Riorganizzazione Nazionale e di Jorge Videla, cattolico e anticomunista con la faccia da attore. E del logo sbagliato, perché ispirato al saluto di Perón.

Il Peru viene inserito nel girone di Olanda, Iran e Scozia.
E proprio quest’ultima è il primo avversario di Cubillas e compagni. Il pre-Mondiale scozzese era stato altisonante. MacLeod, il Cittì, aveva promesso grandi prestazioni e almeno il terzo posto, forte della stella Kenny Dalglish, già leggenda del Celtic e appena passato al Liverpool.
 
Cesar El Poeta Cueto
L’esordio Mondiale scozzese si rivela invece un incubo. Cubillas ha un altro passo. Si muove tra le linee e rende un nulla la difesa avversaria. Dopo l’immeritato vantaggio della Scozia, con Jordan, El Poeta Cueto ristabilisce la parità con un’incursione centrale. Il secondo tempo è un monologo del bambino nato a Puente Piedra.
Minuto 70. Punizione dal limite sinistro dell’area di rigore. Cubillas sfrutta la finta del compagno e con un’esterno fortissimo insacca nel Sette. Alan Rough, il portiere biancoblu, non capisce. Probabilmente non capirà mai. Peru in vantaggio.
Minuto 76. Azione di contropiede. Cubillas accena due passi, come passeggiasse. All’improvviso destro fortissimo nello stesso Sette. Alan Rough continua a non capire. Forse è impossibile capire.
Il bambino è diventato mago, il numero 1 nella colonna delle vittorie e il successivo match contro l’Olanda.

Un pareggio a reti inviolate che ha il sapore della vittoria. Quell’Olanda, sebbene senza Cruyff continuava a giocare un calcio diverso, uno sport differente a firma Rep e Resenbrink.
Tutto facile per gli uomini di Calderon nella terza partita contro l’Iran. Cubillas è sempre più immarcabile (tripletta) e assieme a Velasquez e al Poeta forma una mediana stratosferica. Il Peru si qualifica quindi alla seconda fase a gironi del Mondiale argentino. Purtroppo però le avversarie sono tra le peggiori: il Brasile di Zico, Amaral e lo zingaro Dirceu, l’Argentina padrone di casa e la Polonia di Boniek.
 
Il Peru perde alla prima contro il Brasile e ha sfortuna contro la Polonia (1 a 0, gol di Szarmach).

L’ultima partita è nient’altro che una rovinosa fine. La realtà dei gol di Kempes (2), Tarantini, Luque (2) e Houseman. L’immagine del sogno che si interrompe. L’immagine peggiore perché - si dice - truccata dalla necessità degli argentini di raggiungere la finale. Sul risultato strambo, sull’esigenza degli argentini di segnare più di quattro gol per estromettere il Brasile, sulla nazionalità argentina del portiere Quiroga (nazionale peruviano solo grazie a un passaporto fornitogli assieme al contratto dallo Sporting Cristal di Lima) si spaccheranno la testa in tanti.
Quel che resta è un Mondiale vinto tra le ombre e la fine sporca, miserabile della generazione de oro.
 
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18 novembre 2007. Forse la pagina più buia della storia recente della nazionale peruviana. Dopo l’incontro a Lima contro il Brasile, valido per le qualificazioni al Mondiale sudafricano, Claudio Pizzarro, Jefferson Farfan, Andres Mendoza e Santiago Acasiete vengono scoperti in compagnia di ragazze e alcool nelle stanze dell’Hotel Golf Los Incas, sede del ritiro del Peru prima del successivo incontro contro l’Ecuador.
Gli organi competenti della Federazione peruviana decidono per la mano pesante: 18 mesi senza la possibilità per i giocatori coinvolti di essere convocati (verranno poi ridotti a 3). Per il calcio peruviano è un colpo tremendo. Pizarro e Farfan erano considerati la luce dopo due decenni di buio pesto. Finalmente il Peru aveva tra le sue fila giocatori di spessore europeo e sognava un ritorno alle vette. Donne e alcool avevano rovinato tutto.
 
Nel 2010 solamente la fine dell’esilio. A convocare nuovamente Pizarro, Farfan e Acasiete (ma non, per ragioni tecniche, Mendoza) è un allenatore uruguaiano da poco sulla panchina della Blanquiroja.
Sergio Markarián è nato a Montevideo e nella sua vita ha allenato ovunque. Racconta di aver scelto il mestiere di allenatore dopo aver assistito alla sconfitta dell’Uruguay contro l’Olanda nel ’74.  La sua è la disperata lotta di chi deve ricostruire su 30 anni di macerie e gestioni scellerate. Un compito quasi impossibile. Ha deciso di lasciarsi alle spalle la generazione dei Solano e dei Palacios, ripartendo dai ragazzini, da Carlos Kaiser Zambrano, Yoshimar Yotún, Paolo Guerrero e Juan El Loco Vargas. Da una linea offensiva spregiudicata e spesso eccessiva. Vulcanico e calcolatore, la voce trascinata, quasi svogliata. Il cappelino sulla testa e la pancia tirata. Prepara le partite con strategia esasperata. L’occasione è ghiotta, alle qualificazioni per il prossimo Mondiale non prende parte il Brasile e anche se Colombia e Cile spingono forte, i posti che contano non sono troppo lontani. La sua è la disperata lotta contro un passato de oro e miserabile.
 
Juan Manuel El Loco Vargas