venerdì 31 maggio 2013

Literaria: "Manicomio Football Club". Storie di campioni e colpi di testa.



Ci sono tutti (o quasi) e se non li abbiamo vissuti ne abbiamo comunque sentito parlare. Ci sono tutti (o quasi) e Andrea Romano ci racconta le loro storie con involontaria devozione, evitando di esaltare le loro bravate, al contempo evitando anche di giudicarle. Manicomio Football Club (Andrea Romano - Zero 91 - 2013): 16 storie 16 di artisti del pallone e della provocazione, di macellai tutta grinta e tacchetti, di chi ha fatto la storia in campo ma anche fuori, di chi è diventato idolo incontrastato della propria tifoseria e nemico numero 1 di tutte le altre.

Il calcio non è solo una punizione a foglia morta, un colpo di tacco, uno scavetto (perchè si chiama "Scavetto" e non cucchiaio) ma anche una reazione eccessiva, un'esultanza provocatoria, un cartellino rosso al momento giusto. Un libro che racconta l'uomo più che l'atleta e lo fa tuffandosi nelle loro storie, nei loro vizi e nelle loro debolezze, nei loro "Colpi di testa" senza però mai mancare di rispetto. Un libro che parte da Harald Schumacher e dalla sua leggendaria uscita che quasi costò la vita a Patrick Battiston, commentata dallo stesso con un sarcastico: "Battiston ha perso due denti? Può stare tranquillo, gli regalerò una dentiera d'oro", che continua raccontando la vita di Bruce Grobbelaar a partire dalla sua esperienza nell'esercito della Rhodesia, passando per l'inizio carriera in Canada, la finale della coppa campioni a Roma (con le sue celebri quanto efficaci "Spaghetti legs") e lo scandalo scommesse dal quale uscì pulito.

Un  libro che racconta le vicende giudiziarie di capitan Tony Adams e la sua vittoria contro l'alcool, che ci parla della rivincita di Andoni Goikoetxea dopo le 18 giornate di squalifica per aver rotto la "Caviglia de Dios", delle svolte spirituali di Taribo West e di quando pensando a uno scherzo telefonico, Montero mandò a quel paese l'avvocato Agnelli. 


Molto belli i capitoli su Gazza - con una serie infinita di aneddoti (alcuni noti e altri meno) - e  su Roy Keane, dove viene raccontato il suo particolare rapporto con Brian Clough ai tempi del Nottigham.

Una guida a tutti i nostri idoli che non scivola nel banale neanche quando ci racconta le vicende che tutti conosciamo, come quelle di Best o Cantona, riuscendo nella non facile impresa di arricchirle con qualche particolare in più. Un libro che ci voleva, per esaltare quel lato del pallone che più ci diverte, che narra di gesta non proprio eroiche ma comunque eternamente scolpite nella nostra memoria. Un omaggio  alla faccia sporca del calcio, quella che oggi si combatte in nome del fair-play, escludendo i calciatori dalle nazionali per via del sempre più ipocrita codice etico e organizzando fasulli terzi tempi.

16 storie 16 raccontate con passione per rendere onore a chi ha acceso le nostre domeniche. 206 pagine utili più che mai in questo periodo in cui non esiste un solo centimetro del rettangolo di gioco non ripreso dalle telecamere, pronte a pescare ogni singolo equivoco comportamento dei 22 in campo, per poi riproporlo a ripetizione e permettere al giornalista o al perbenista di turno di puntare il dito, di sottolineare che così non si fa, perchè comunque i bambini ci guardano. 206 pagine che volano via. Tra un Effenberg che fa cornuto Strunz, un Edmundo che rimedia 40 giorni di stop per un esultanza molto poco british, Chinaglia e il suo fucile e Zigoni che  trova un modo molto poco carino per riscaldare chi si lamenta dell'acqua troppo fredda sotto la doccia. 206 pagine che scavano nella vita di 16 persone, che offrono goliardia e riflessione che non si ostinano a trovare una morale. Cronaca, pura cronaca per rendere certi gesti e certi atteggiamenti immortali. 16 storie di 16 folli, perchè comunque, vuoi o non vuoi, il calcio è anche, se non soprattutto, follia.

Manicomio Football Club (4-2-3-1) - Schumacher, Bruno, Goikoetxea, Adams, West, Gascoigne, Keane, Best, Cantona, Edmundo, Chinaglia. A disposizione: Grobbelaar, Montero, Effenberg, Zigoni. Allenatore: Raymond Domenech.

giovedì 23 maggio 2013

Lassame perde


In vista del derby più derby che c'è, l'imperativo è tenere bassi i toni. Lo dicono tutti: presidenti di vario genere, prefetti, sindaci ed alti prelati. Anche i commentatori TV ripetono questo ritornello da più di un mese.

Mi allineo a questa saggia valutazione. Low profile, è solo una partita di calcio in fin dei conti.
Che poi del portaombrelli a noi che ci frega? Sarebbe la decima, garantirebbe l'accesso all'Europa League ed alla Supercoppa Italiana contro la Juventus, ma ci importa davvero?

In ottemperanza a tale indicazione negli ultimi giorni avviene che i presidenti dei club capitolini vengono invitati da Papa Francesco per una benedizione (o estrema unzione).



Ma - dico io - a voi sembra una cosa normale? Sottacendo ogni valutazione di carattere religioso o politico - farei chiudere il blog in 9 secondi netti, roba che neanche Usain Bolt - vi sembra normale che il Papa, il  vicario di Cristo sulla Terra, debba benedire il derby della Capitale!!!!???

Una roba del genere sembra uscita da un film di Monicelli,  con l'affabile James "core de roma" Pallotta nelle vesti di Onofrio del Grillo. 

Stempera i toni anche un lampadatissimo candidato sindaco, che  parla di "lutto nazionale" in caso di macata vittoria della Roma.

Anche la gestione dell'evento è stata all'insegna del minimalismo:  sono stati preallertati circa 2000 poliziotti per la partita ed allestiti presidi in tutte le piazze principali della città.

Clima rilassato, non c'è che dire.

Qualche genio pensa inoltre di invitare questo tizio a cantare prima della partita.




Più che di cori razzisti, lunedì si parlerà dell'iniqua spartizione delle membra del malcapitato tra i capi ultras dei vari gruppi delle due fazioni. Se avanzano, gli occhiali sono miei.

 ***

Nel mio piccolo anche io mi sono attenuto alle direttive e - pertanto - la vivo con un certo distacco.

Devo confessare però che alcuni effetti collaterali li ho notati.
Alle 7 non mi serve più la sveglia. Il caffè non posso berlo. Fumo come Funari e bevo come Fred Buscaglione.
E poi ascolto tanta radio, leggo quotidiani e aggiorno compulsivamente stupidi siti che parlano di entrambe le squadre.

Capita poi che in una piovosa pausa pranzo, mentre vado a caccia di boxer per una nota via di Roma Sud (per inciso, siano maledetti quei cinesi chic che hanno chiuso la catena di negozi da cui mi rifornivo da 20 anni) incontro Daniele De Rossi.

Tripudio. Mi emoziono molto. Non è grasso come sembra. Trovo coraggio e mi avvicino.

"Daniè - farfuglio visibilmente emozionato - mi raccomando per domenica".

Mi guarda con un aria un po' stravolta (cit.) e mi dice "Lassame perde, so'n fascio de nervi."

Resto di sasso. La faccia era quella di chi soffre come un cane. Per intenderci, quella del pischeletto della salumeria sotto casa che tra una consegna e l'altra canticchia "..sei fantastica, superfantastica.." in motorino, con il casco all'altezza della nuca ed i gomiti larghi.

Mi allontano. Ora si che sono sereno.

Per dovere di cronaca, non trovo le agognate mutande. Pare che a Roma Sud i boxer non si usino più.

Peccato, per i prossimi tre giorni avevo stimato che me ne servissero almeno 7 paia.

Quello che segue è un piccolo pensiero a quelli dall'altra parte dello stadio. Penso che il loro umore sia pressoché lo stesso che ho io.




martedì 21 maggio 2013

Riflessioni sul Manchester City


Francis Lee


Doyle battè la rimessa, Lee irruppe nella fragile difesa del Newcastle e scagliò il pallone alle spalle di McFaul: 4-2! Era nostro. Potevo assaporarlo. Lee salì sul muretto dietro la porta in cui aveva appena segnato, le braccia in alto, in attesa dell'adorazione, che gli venne tributata in egual misura da tifosi e compagni.
Lee si vide annullare un altro goal, e fatalmente, a cinque minuti dal termine, un errore di Doyle provocò il 4-3. Lo united intanto aveva accorciato le distanze all'Old Trafford. Tutti i più spaventosi pensieri che avessero mai attraversato la mia mente tornarono a ossessionarmi. Se Mulhearn regala due goal in tre minuti e lo United pareggia, schiatterò. Il traversone è indirizzato verso il palo lontano... e Mulhearn resiste. Il direttore di gara guarda l'orologio. Mi manca il respiro. I giocatori quasi si fermano aspettandosi il fischio finale. L'arbitro fa cenno di continuare. Doyle butta via il pallone e il Newcastle avanza di nuovo. Sto per morire dalla paura E' come se fossi in un altro mondo. Non so dove mi trovo. Dov'è questo mondo? Il City vincerà il campionato in questo mondo? E poi David mi abbraccia e salta su e giù. E' finita, abbiamo vinto. Sto urlando e non sono il solo. E' un isterismo di massa, come i Beatles e le loro scatenate giovani fan.
(Colin Shindler - La mia vita rovinata dal Manchester United)



C'è un attimo preciso, forse una frazione di secondo, è l'istante appena dopo che un calciatore della tua squadra scocca il tiro verso la porta avversaria, in cui tu prendi fiato, rizzi la schiena e cominci ad alzare le braccia, ancora incerto se quel gesto servirà ad esultare o a disperarti. Il 13 maggio 2012 quel momento a Manchester è durato un'eternità. Quello del Kun è un gol rivoluzionario, importante quanto la caduta del muro, un cambio dei tempi, una rete che in un certo senso ha mutato per sempre la storia. A cambiare la storia ci provò già una volta il gol del 4 a 2 di Francis Lee in quel di Newcastle, nel lontano 11 maggio del 1968, gol che metteva in banca il secondo titolo del City a danno proprio dello United. La vittoria in campionato arrivò, ma fu parzialmente rovinata dall'impresa dei ragazzi in rosso, che appena 17 giorni dopo alzarono al cielo di Wembley la loro prima coppa dei campioni, frantumando le ossa del leggendario Benfica di Eusebio. Il Manchester United è come quel cugino (o figlio di amici di famiglia o dei vicini) che quando tu fai qualcosa di buono, lui riesce comunque a metterti in ombra, del tipo: tu trovi un bel lavoro lui viene promosso, tu ti fidanzi lui si sposa e fa un figlio, quello che tutto il resto della tua famiglia guarda con ammirazione nonostante sia uno stronzo arrogante, simpatico come una ginocchiata nelle palle. Manchester, un città e due facce, quella che ride e che si da di gomito dopo il goal di Mackie certa come non mai che il destino sia nuovamente pronto a sorridergli e l'altra, quella già in lacrime dopo il pareggio di Cissè, certa che il destino sia nuovamente in procinto di sputargli addosso. Il finale sembra scritto ed è sempre il solito, con la città bardata di rosso a celebrare l'ennesimo trionfo.

La delusione... Questa sconosciuta..

Di quel 13 maggio 2012, ci sono due immagini fisse nella mia testa. Una, quella forse più nitida, è di una cicciona bionda a Sunderland, che agita le sue grasse braccia red devils al cielo, convinta di averla sfangata ancora una volta, poi però, sente un boato e sempre con i suoi pugnetti lardosi al cielo, si rende conto che intanto a Manchester è successo qualcosa, si rende conto che il City ha segnato. E' talmente ben abituata che ci mette un po' a realizzare. Già signora mia, non è sempre domenica, non c'è sempre Ole Gunnar Solskjær e Terry non può regolarmente scivolare sul dischetto. Benvenuta nel mondo di chi ogni tanto se la prende nel culo. Fa male vero?

A Sunderland è finita, e lo United ha vinto, Balotelli al limite, scivola, serve l'assist per Aguero, Aguero!  Aguero! Aguero! Al 94', il gol del Kun, che vuol dire Titolo! Nella maniera più incredibile possibile! Nella maniera più pazzesca possibile! Nella maniera più impensabile possibile! Il Manchester City, non da Manchester City, diventa Campione d'Inghilterra! È il modo più bello per farlo, ma è il modo più rischioso, perché si prendono infarti così!
(Massimo Marianella 13/05/2012)

L'altra immagine è quella di un tizio del City, che poco dopo il pareggio di Dzeko prende a colpi di sciarpa in maniera rabbiosa il proprio seggiolino, perchè è talmente abituato male che sa già come finirà,  2 a 2 (sempre che non arrivi il vantaggio del QPR in contropiede) e titolo ai dirimpettai, quelli che vincono sempre, anche quando non devono. Poi il City segna, lui non viene più inquadrato, probabilmente è svenuto, il suo posto lo prende una ragazza con gli occhiali (la amo) che si sventola gli occhi per asciugarsi le lacrime e riprendere aria dopo l'orgasmo di una rete all'ultimo secondo, una rete che vale la Premier. Benvenuti nel mondo di chi  ogni tanto ha una botta di culo. Strana sensazione vero?

Queste righe, queste poche righe, le ho scritte qualche settimana dopo la vittoria in campionato del City. Volevo battere un post per celebrare una vittoria che da simpatizzante di vecchia data attendevo da molti anni. Poi però ci ho ripensato. Il City è una questione di cuore, un qualcosa di intimo e personale, non volevo si pensasse che fossi saltato in corsa sul carro dei vincitori (nonostante avessi già scritto del Manchester City in altre occasioni). Un anno dopo però è cambiato tutto o meglio, tutto è ritornato al proprio posto di sempre. Lo United trionfa in campionato e i citizens perdono in maniera stupida una finale. Ciò che lega con uno spago le due annate sono le critiche, rivolte, ieri come oggi, agli Sky blues. Un anno fa si denigrava la vittoria del City, perchè nonostante i petroldollari erano riusciti ad acciuffarla solo all'ultimo secondo. In questa stagione si deride il City perchè, nonostante i petroldollari, non sono riusciti nella facile impresa di  portare altri titoli in bacheca. Tanta, troppa gente in Italia parla e senza sapere nulla della storia di questo club. Si critica il City per via della sua proprietà dai fondi illimitati. Ipocrisia allo stato puro. Questi tanti, troppi tifosi italiani godono quando vedono vincere il Wigan, non per il Wigan, cosa che ci starebbe anche visto che solitamente in una finale siamo naturalmente portati a sostenere la squadra più debole, no! Queste persone tifano Wigan perchè così i cattivoni arabi che sperperano denaro non avranno la soddisfazione della vittoria. Sono però gli stessi tifosi che se domani arrivasse un ricco sceicco a risollevare le sorti della propria  squadra si metterebbero a 90, come peraltro è giusto che sia. Da molti sento dire che il blasone non si compra. Questa è la più grossa stronzata da quando l'uomo inventò il pallone (semi cit.). Le squadre vincenti sono da sempre le squadre più ricche. Io ho i soldi, io compro i migliori e io vinco. Da sempre. Lo United in questi anni ha vinto per quale motivo? Per via di una polverina magica o perchè sono stati spesi pacchi e pacchi di sterline?
No, però il problema è il City, brutto e antipatico perchè in mano a un pugno di arabi. Poco importa se in questa stagione i Red Devils si sono ritrovati con un passivo superiore (e non di poco) a quello dei cugini. Il City paga le spese "folli" di Mansour delle precedenti stagioni, cifre effettivamente astronomiche ma che sono servite a colmare il gap con le più forti squadre del paese. Il Ciclo dei Citizens è cominciato nella stagiione 2010/2011 e come convincere gente come: Yaya Tourè, Balotelli, Dzeko e Silva ad accettare una piazza come quella blu di Manchester (al tempo neanche in Champions) senza l'ausilio del vil denaro?

Quando si tifa contro il City non lo si fa solo contro lo sceicco, si tifa contro un'intera tifoseria che prima di questo paradiso ha vissuto praticamente costantemente all'inferno. Una vita passata a osservare dalla finestra i vicini esultare, un anno sì e l'altro pure. L'ultimo titolo conquistato dal City prima della Fa Cup del 2011 è stata la coppa di Lega datata 28 febbraio 1976. Sapete quanti trofei ha vinto lo United dal 1976 al 2011? Più di 40 (ho perso anche il conto), lo sceicco è un premio alla pazienza, lo sceicco è semplicemente giustizia divina. Nel 1999, 4 giorni dopo il trionfo di Barcellona del Man U contro il Bayern, il City a Wembley si giocava l'accesso alla seconda serie (First division) contro il Gillingham. Una partita emozionante come quella di Ferguson e soci, con pareggio di Dickov al 94esimo e vittoria ai rigori grazie a un super Weaver. Da una parte il tetto d'Europa, dall'altra una promozione in First division festeggiata con lo stesso identico entusiasmo. Nonostante tutto Manchester rimane sempre una città divisa in due, le nuove generazioni in blu cresciute giocando contro Portvale e Tranmere e non contro Real Madrid e Liverpool, non hanno tradito. Sono cresciuti insieme a Jeff Whitley e Shaun Goater, senza mai invidiare i vari Giggs e Beckham. Hanno accolto Distin e Sommeil mentre l'altra sponda si assicurava Rio Ferdinand, non hanno mollato neanche quando a suon di sterline Fergie convinceva Rooney, mentre loro al massimo ottenevano il prestito di Kiki Musampa.

Paul Dickov dopo il pareggio contro il Gillingham

L'anno prossimo quando vi ritroverete a gufare la "Squadra dello sceicco" in Premier, Champions e Fa Cup, pensate a quei tifosi che hanno visto la propria squadra annaspare per anni, a quei tifosi che tifano per la prima squadra detentrice di una coppa europea ad aver disputato una terza serie, a quei tifosi che per 35 anni non hanno vinto nulla e che per 35 anni hanno visto i loro rivali storici alzare trofei, a quei tifosi che nonostante rose non proprio esaltanti hanno continuato a riempire Maine Road prima e il City of Manchester poi. Se volete, continuate a tifare contro chi sta vivendo il  sogno di tutti noi, però prima di continuare a farlo non siate così tanto ipocriti da non ammettere che la vostra è solo e soltanto invidia.

Scout: "What could be better than Man united?"
Jimmy Grimble: "Man City!"
(There's Only One Jimmy Grimble)

venerdì 17 maggio 2013

Guida galattica allo US Soccer #9

Kansas City, skyline

Nel lontano 1856, la nave a vapore Arabia partì da St. Louis alla volta di Kansas City e Sioux City. Tuttavia, appena ripartita da Kansas City l'Arabia -si narra- urtò un albero lungo le acque del fiume Missouri e affondò in men che non si dica. I passeggeri vennero tutti soccorsi, ma la nave e il suo carico andarono perduti. Fino al 1987, anno in cui il relitto venne riscoperto e riproposto nell'attuale Arabia Steamboat Museum di Kansas City.
I resti dell'Arabia sono ora tra le principali attrazioni della città che si divide tra gli Stati del Kansas e del Missouri.

Famosa per il barbecue (ulteriori informazioni a piè di post), Kansas City ospita anche un importante museo dedicato alla Prima Guerra Mondiale, il Nelson Atkins Museum of Art e oltre 160 fontane.

James Cool Papa Bell
Tuttavia -inutile girarci attorno- i must see a Kansas City sono indubbiamente altri. Al primo posto il Negro League Baseball Museum (le Negro Leagues erano serie in cui i giocatori erano di origine prevalentemente afro-americana o latinoamericana). A seguire, i riverboat casinò, guida assoluta e primo step per la nightlife che conta a Kansas City.
Infine, 4 parole: Schlitterbahn Kansas City Waterpark. Il parco giochi ha da poco annunciato la novità delle novità, una Meg-a-Blaster speed-slide da 4 persone. Sarà la più alta, la più veloce e, quindi, la più figa speed-slide del mondo.

N.B. per chi non lo sapesse, la speed-slide è una corsia, una pista, uno scivolo che va giù dritto, come se fosse solo la discesa principale delle montagne russe. In Italia, ad esempio, c'è il kamikaze dell'Aquafan di Riccione, inaugurato nel 1991 da Alberto Tomba.


Prima di lanciarvi a cannone al waterpark, però, forse vale la pena di assistere ad un match dello Sporting Kansas City.
La squadra, fondata nel 1996, è da sempre partecipante alla Major League Soccer, originariamente con il nome Kansas City Wizards, dal 2010 come Sporting per questioni di copyright.

Pur essendo tra i più assidui frequentatori dei playoff della MLS, solamente nel 2000 i Maghi sono riusciti a vincere l'MLS Cup, sotto la guida di Bob Gansler e con Tony Meola a registrare il record di imbattibilità in stagione (oltre 680 minuti).
Grande protagonista di quella stagione il danese Miklos Molnar (che alcuni di voi -solo i più attenti- ricorderanno a Francia '98), trascinatore dei Wizards sia in semifinale (contro i Galaxy) che in finale (contro i Chicago Fire).
Dopo il trionfo del 2000, però, solo delusioni per Kansas City. Tra queste la finale persa contro lo DC United nel 2004.

Vitalis "Digital" Takawira
Sono passati da Kansas City Igor Simutenkov, il nigeriano Uche, Alexi Lalas e Vitalis "Digital" Takawira, da Salisbury, Zimbawe.

Nonostante il primo posto a Est nella regular season, lo scorso campionato i Maghi sono stati eliminati al primo turno di playoff dalla sorprendente Houston Dynamo (poi finalista perdente contro i Galaxy).

Quest'anno (la stagione 2013 è da poco iniziata) contano sui gol dell'argentino Bieler, del panamense Zusi e della stella Kei Kamara (di passaggio anche al Norwich) per tornare campioni. Magari prima aggiustando un poco alcuni meccanismi difensivi, come sembrerebbe suggerire la partita dello scorso 8 maggio contro Seattle: assurdo che in sette contro due in area su calcio d'angolo non hai la marcatura sulla punta avversaria.. maledetta zona sui calci piazzati..

Infine, una considerazione: forse con la terza maglia lo Sporting ha un po’ esagerato..
* * *

Il BBQ, dicevamo. Da quanto ho capito, il KC BBQ-style consiste in una sorta di affumicatura lenta della carne tramite vari tipi di legna (tra questi, il noce) e nel ricoprire la carne con una salsa densissima a base di pomodoro e melassa.
Un paio di dritte. Se preferiamo lo stile e l'arredamento del locale, imperdibile l'Arthur Bryant's Barbeque Restaurant. Se invece vogliamo affidarci alle classifiche, da non perdere il Fiorella's Jack Steak. Danny Edward's Bld BBQ sembra invece il set di un film di Tarantino.
Qui invece i principali eventi legati al BBQ a livello nazionale.

0% VEGETARIAN

mercoledì 15 maggio 2013

Chiacchiere da bar

Questo non è un vero e proprio post, ma semplicemente questa mattina stavo sfogliando AS e ho trovato un sacco di notizie che volevo commentare per mail con i miei amici e ho pensato, ma perchè commentarle solo con i miei amici se posso farlo con tutti gli amici di LB?

Quindi queste sono solo chiacchiere da bar.

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La prima cosa che ho scoperto è che stasera si gioca la finale di Europa League. Botta secca tra Chelsea e Benfica (in realtà non l'ho scoperto oggi, me l'aveva detto ieri sera lo Zio, però nel frattempo l'avevo dimenticato perchè mi sono innamorato di Natalia Oreiro, meravigliosa attrice di Montevideo, che, in un film molto bello, dedica un vecchio tango alla lotta dei Montoneros). Ora, abbiamo parlato già troppe volte del peccato che una competizione così affascinante sia stata svilita, dagli interessi commerciali che girano intorno alla Champions, a poco più di un torneo di calciotto di Roma nord. E però, se dovessi scegliere quale finale andare a vedere allo stadio, io sceglierei questa, non Bayern-Borussia. Mi aspetto, quindi, una gran partita, decisa da un gol - naturalmente da fermo - di Cardozo ai supplementari.

Restando in tema, leggevo che Benitez è riuscito a farsi apprezzare dai tifosi del Chelsea, all'inizio - come dire - un po' diffidenti. La torta era la qualificazione alla Champions dell'anno prossimo, questa sarebbe la ciliegina. Ciò nonostante, Rafa se ne andrà (a Stamford Bridge siederà, come tutti sanno, il suo specchio Mourinho). Voci di corridoio lo danno in trattativa con il Napoli. Le voci che mi incuriosiscono (le vicende di un personaggio scialbo come Benitez non incuriosirebbero neanche la madre), però, sono altre, e cioè quelle che parlano di un interessamento di De Laurentis per el loco Bielsa. Inutile aggiungere che sarebbe una cosa fantastica, per il Napoli, per lui e soprattutto per noi che finalmente potremmo gustarci un uomo e un calcio che, in Italia, con i Corini e i Donadoni, gli Allegri e i Pulga (Dio benedica sempre Ventura!), con tutto il rispetto, ce li sogniamo. Certo, poi penso a Ilaria D'Amico e a Massimo Mauro che lo intervistano mi sento male, è come far uscire a cena Borghezio con la citata Natalia Oreiro...di che cazzo parlano?

Ora che ci penso, Bielsa al Napoli e Mazzarri alla Roma. Dov'è che devo firmare? Anche per il viceversa, naturalmente.

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Mercato sparso (le chiacchiere che più amo): Villa e Fabregas sono in uscita dal Barcellona. Sul primo c'è l'Inter. Mi sembra un acquisto ideale. Lui si rilancerebbe e il povero Strama (un errore non confermarlo, nonostante il suo look da domenica al centro commerciale) potrebbe finalmente giocare con qualcuno più reattivo del mio comodino (Cassano, Rocchi, Alvarez). Ho i miei dubbi - atavici - sull'adattabiltà dei calciatori e delle basette spagnole nel nostro campionato, però 10 euro su 15 gol alla prima stagione li punterei subito. Fabregas sarebbe invece stato chiesto da Moyes come primo rinforzo del dopo-Ferguson. Mi pare un'ottima pillola del giorno dopo.

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Per restare in Premier, si prospetta un - finalmente - City di livello con Pellegrini in panchina e Isco in mezzo al campo. Pellegrini è il miglior allenatore del mondo palla a terra, una sorta di padre putativo di Montella. Non a caso vari giocatori sono transitati dal primo al secondo senza neanche accorgersene. Di Pellegrini mi ha sempre fatto impazzire quel modulo 4-4-2 con due fantasisti come esterni di centrocampo (Ibagaza idolo assoluto). Isco è la mezz'ala giovane con più prospettiva in Europa insieme a tutto il centrocampo del Borussia Dortmund...Se lo lasciano lavorare in pace, cosa che dubito, considerando anche che Moyes non potrà far centro al primo anno, prevedo che Nesat si divertirà.

Quanto a Mancini, se trova una Juve Stabia che se lo piglia è fortunato. Non ho nulla contro di lui, l'ho sempre amato come calciatore, non l'ho mai disprezzato come allenatore, gli ho anche copiato il ciuffo (un ciuffo che scopa da solo) da un po' di mesi a questa parte, però se hai una rosa come quella del City e dopo aver perso col Wigan (che è appena sceso in Championship, sta bene a Roberto Martìnez, non l'ho mai apprezzato) ti lamenti perchè è stato sbagliato il mercato estivo, ti meriti due o tre anni di esilio in serie B.

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Non è esilio ma trionfo quello del Trapani. Sì che mi fa piacere la notizia della loro prima volta nella serie cadetta. Trapani ha troppe belle chiese barocche per la Lega Pro. La prossima volta che passerò da Angelino al porto mi ricorderò di dedicare un calamaro ripieno ai gol che mio cugino segnò l'anno scorso, contribuendo alla prima delle due promozioni consecutive dei granata.

Concludo con due notizie inutili quasi quanto i gol di mio cugino. La prima: venerdì c'è la finale di Copa del Rey tra Real e Atletico Madrid. Pur non vedendola tiferò per i colchoneros e per interrompere questa maledizione che non so da quanti anni va avanti che non riescono più a vincere un derby. Ma il cholo resterà ancora al Calderòn? Mi sorprenderebbe quanto, se non più, un'eventuale permanenza di Falcao (che infatti danno già al Real Madrid via Monaco: già me lo immagino il minestraro che lo arringa nello spogliatoio: "devi essere un lupo famelico"). La seconda: Victor Valdes a fine stagione lascerà il Barcellona. Fossi il portiere della Juve Stabia, inizierei a cagarmi sotto.

giovedì 9 maggio 2013

Il Monolite Scozzese (ovvero i 26 anni che sconvolsero il mondo)


Manchester è il posto più ripugnante (…) Masse di immondizie, rifiuti e melma nauseabonda sono sparse dappertutto, in mezzo a pozzanghere permanenti; l'atmosfera è ammorbata dalle loro esalazioni e oscurata e appesantita da una dozzina di ciminiere; orde di donne e di bambini laceri si aggirano nei pressi, sudici come maiali sguazzanti tra mucchi di immondizia e nelle pozzanghere.

Friedrich Engels, La Situazione della Classe Operaia In Inghilterra, 1845





I PIANI QUINQUENNALI: MANCHESTER E’ ROSSA


In settembre il generale Kornilov marciava su Pietrogrado con l'intenzione di proclamarsi dittatore militare della Russia. Si riconobbe presto dietro di lui il pugno ferrato della borghesia, pronto ad abbattersi sulla rivoluzione”. A novembre, due mesi dopo, la storia si ribalta però clamorosamente. Arrivato in treno da Glasgow attraverso la Finlandia, appare a Manchester un immenso monolite - che gli indigeni giurano oggi ci fosse sempre stato – dalle sembianze di un tornitore e sindacalista scozzese. A questa pietra grezza, è dato il nome socialista di Alex Ferguson. Nato durante la seconda grande guerra a Govan, sobborgo di Glasgow, come tutti i ragazzi cresciuti in quelle strade di pietra levigata dal mare, a nemmeno 16 anni Alex Ferguson comincia a lavorare come tornitore nei cantieri del porto. Qui, grazie ai racconti dei compagni più anziani, nelle fredde notti passate a ubriacarsi intorno a fuochi che ardono nei bidoni industriali, si avvicina al comunismo. Legge Marx e Kropotkin, apprende il pensiero rivoluzionario sui testi di Lenin e Gramsci. In breve diventa sindacalista, e il suo cuore oramai rosso come la bandiera che sventola, lo porta a esporsi a tutela dei giovani e di quei compagni più anziani che lo hanno educato. Il monolite è comunista. Dopo il lavoro nel porto, la sera Alex Ferguson gioca a calcio nel Queen’s Park. L’impatto con il campo è duro. E’ tra il tornio e il terzo libro del Capitale, tra le lotte sulle banchine e sui campi di calcio della periferia di Glasgow, che il monolite chiamato Alex Ferguson consolida la sua tempra d’acciaio. 

Da calciatore vince un titolo di capocannoniere nella Scottish Football League e gioca per due anni nei Rangers Glasgow, la squadra unionista della sua città. Quegli anni al servizio del capitale imperialista lo convincono ancora di più della necessità storica della presa del  potere come culmine della lotta di classe. E qualche anno dopo, la mette in pratica. L’esportazione della rivoluzione pallonara comincia nel 1978, quando diventa tecnico dell’Aberdeen, con cui riesce a rompere il duopolio scozzese di Rangers e Celtic e a vincere tre campionati. Qui realizza l’impresa più bella. Nel 1983 a Goteborg con un manipolo di diseredati scozzesi travolge l’esercito franchista del Real Madrid in un’indimenticabile finale di Coppa delle Coppe. E’ il momento di partire: direzione Manchester. Il primo piano quinquennale (1986-1991) mancuniano comincia il 7 novembre del 1986, il giorno dopo la presa del Palazzo d’Inverno, coincisa con l’arrivo in città del monolite scozzese chiamato dal popolo a risollevare le sorti della repubblica decadente e imborghesita dal governo menscevico. L’inizio non è facile, mai. Dopo cinque anni l’eroe della battaglia di Goteborg è sull’orlo del licenziamento. Solo una fortunosa vittoria sul Crystal Palace nel replay della finale di FA Cup lo salva dal processo popolare e dall’allontanamento a fini rieducativi in un campo di lavoro in Siberia. Il secondo piano quinquennale (1991-95) coincide con l’arrivo del bandolero marsigliese Eric Cantona: rivoluzionario spontaneista di chiara matrice anarco-insurrezionalista. 

Nella pietra sono ancora scolpiti i nomi di quegli eroi. Roy Keane: mastino irlandese cresciuto nella rivolta repubblicana. Andrei Kanchelskis: immenso talento perso nell’alcol e nel gioco a furia di leggere romanzi di Dostoevskij. Lee Sharpe, sfortunato fuoriclasse cui lo stesso Fyodor dedica le sue pagine più toccanti ne L’Idiota. Saldata nella potenza dell’acciaio di Govan, temprata dal ritmo ossessivo delle catene di montaggio del Lancashire e foraggiata dagli stati satellite allineati e alienati del north-by-northest inglese, a Manchester si forma una res publica sovietica a immagine e somiglianza del monolite rivoluzionario che l’ha forgiata. Il terzo piano quinquennale (1995-98) è quello della crescita e dell’affermazione della generazione nata ai tempi della rivoluzione: i vari Giggs, Scholes, Beckham e Butt. I frutti più preziosi dei kolchoz, allevati dal monolite scozzese e iniziati ai segreti di Eisenstein e Majakovskij. Si vince ancora, anche grazie all’arrivo di Teddy Sheringham, vizioso dandy occidentale che abiura l’occidente capitalista e cerca la perfezione dell’essere, e quindi il suo oblio, al di là della cortina di ferro. Il quarto piano quinquennale (1998-99) è quello del trionfo, in cui i carri armati dell’Armata Rossa riescono a liberare il proletariato oppresso spingendosi fino a Barcellona: città socialdemocratica, le mani ancora sporche del sangue dei comunisti rivoluzionari e degli anarchici massacrati anni prima su ordine di Mosca. La vittoria in Coppa Campioni della brigata combattente del Lancashire contro le sturmtruppen naziste del Bayern Monaco - dopo aver rischiato il tracollo fino all’ultimo minuto - rimpiazza nella mitologia sovietica di Manchester e degli stati satellite perfino la Battaglia di Stalingrado. 





LA NEP (NUOVA POLITICA ECONOMICA): LA FINE DI UN SOGNO

Il quinto piano quinquennale (1999-2005) è dove appaiono le prime crepe sulle pareti del Cremlino di Manchester. Nonostante l’arrivo dello scrittore argentino surrealista e sovversivo Juan Sebastian Borges Veron, e dell’imnplacabile macchina da guerra olandese sottratta ai nazisti Ruud Van Nistelrooy, si contano i primi voti sfavorevoli e passano le prime mozioni contrarie. Nel 2001, al termine dell’odissea spaziale che certifica la supremazia comunista sull’occidente capitalista, tramite la certificazione dell’eternità spaziortemporale del monolite rivoluzionario scozzese, Alex Ferguson annuncia la sua decisione di ritirarsi a fine anno. E’ il primo segnale. Un nuovo occidente, basato sul neoliberismo finanziario e postindustriale, decreta la vittoria delle squadre della capitale come Arsenal e Chelsea: tigri di carta al servizio dell’impero. E’ l’inizio della fine. Terminato lo slancio rivoluzionario, messe da parte le speranze sulle magnifiche sorti e progressive dell’umanità nuova, il monolite scozzese comincia un lungo esilio che lo porta a intraprendere una lunga marcia dallo Jiangxi allo Shaanxi. Attraverso monti e pianure, boschi e altipiani, fiumi e foreste, cambi di clima e di stagione, conosce se stesso e l’antica sapienza cinese rivisitata nel conflitto di classe da Mao Zedong. Qui il monolite scozzese comporende l’importanza di una rivoluzione culturale che porti l’araba fenice della res pubblica mancuniana a risorgere nel nome splendente del comunismo e della libertà.

Anche perché, nel frattempo, nella oramai gloriosa res pubblica sovietica mancuniana, come dopo ogni rivoluzione è cominciato il periodo della restaurazione termidoriana. Nel maggio del 2005 una quinta colonnna menscevica approfitta dell’assenza del monolite dalle sembianze di tornitore e sindacalista scozzese, e del fatto che la società, benché sin dagli albori (1902) fosse costituita secondo la formula dell’azionariato popolare, per partecipare alle competizioni internazionali nel 1991 era stata costretta a quotarsi sul mercato azionario. Aggirando la vigile presenza di una brigata di Guardie della Rivoluzione, che sotto il nome di Manchester United Supporters' Trust vigila contro takeover ostili, la res pubblica mancuniana è scalata sul mercato da un manipolo ex cortigiani zaristi rimasti nell’ombra. E riapparsi quell’anno con l’appoggio della Cia. E’ il fantomatico miliardario americano Malcom Glazer - nom de plume di Henry Kissinger già usato in alcune delle più cruente Operazioni Condor - ad accaparrarsi il 97% della società e a decretare la fine dell’utopia egalitarista dell’Assemblea del popolo. La Nep (nuova politica economica) sovietica di Mr. Glazer prevede che per l’acquisto del club si chieda in prestito alle banche l’intero ammontare (circa 800 milioni di sterline) del valore d’acquisto. Il Lancashire entra definitivamente nel vortice critico dell’economia del credito: non più omnia communia sunt.

Eppure il monolite scozzese, grazie ai servigi dei fedeli luogotenenti Giggs e Scholes e delle nuove leve Rooney e Ronaldo, ritrova la tempra dell’acciaio in cui fu forgiato nel porto di Govan. Grazie ai preziosi insegnamenti maoisti, capisce che è ora di fare pulizia all’interno della res pubblica. La vittima sacrificale della rivoluzione culturale che sublima il nuovo corso, è il traditore Beckham. Il dissidente, discepolo di Solzenicyn, attratto dai jeans e dalla cocacola, è prontamente spedito nei campi di rieducazione siberiana, dove a lungo si convince di giocare a calcio per i monarchici imperialisti del Real Madrid, il nemico più acerrimo della rivoluzione mancuniana. Solo che lui a calcio non giocherà mai più, crederà solamente di farlo a furia di ripetersi che quell’immesa distesa di ghiaccio sia in realtà un rettangolo verde. Sono quindi il sottoproletario scouse, educato alle scuole del popolo del minatore Alexey Stakhanov, da cui ha appreso che la libertà è una forma di disciplina, e l’artista del popolo lusitano, figlio dell’incesto meccanico tra il vecchio centrocampista argentino Borges e il figlio Saramago, a rinvigorire l’ideale rivoluzionario del monilte scozzese. Oramai vecchio e stanco, non più in controllo della politica economica della res pubblica mancuniana, in mano alle multinazionali dell’imperialimo, Alex Ferguson deve concentrarsi sulla politica interna, riuscendo a ricacciare indietro i vanagloriosi tentativi del fronte italiano della triplice intesa e a suggellare un trionfo dietro l’altro.





FUORI DA MANCHESTER

Sul fronte esterno invece, il destino vuole che a fermarlo due volte (2009 e 2011) sia proprio quella Barcellona socialdemocratica in cui in altre epoche storiche la sua armata rossa aveva sconfitto l’avanzata delle truppe tedesche. Il mondo è cambiato.  Non solo la res publica sovietica del Manchester United, ma il globo intero è oramai preda dell’ultima fase dell’economia capitalista: l’età dell’immagine, intesa come capitale che si accumula fino a diventare spettacolo. Un’epoca in cui sulle barricate gli slogan cercano l’inclusione piuttosto che il conflitto, in cui il timore è di precipitare al di fuori dello spettacolo, dove c’è la vita ma dove si teme ci sia il vuoto. Un’epoca in cui regna sovrana l’immagine del falso, ben rappresentata da quel Barcellona che sconfigge due volte il monolite scozzese sussumendo tutte le istanze sovversive e rivoluzionarie e tramutandole nello spettacolo supremo del capitale. E nell’anno di grazia 2013 la narrazione tossica dell’immagine balugrana corrode definitivamente l’acciaio millenario del monolite, che accetta di sgretolarsi nella res pubblica sovietica mancuniana, solo perché consapevole che la sua materia si è già trasferita fuori da Manchester. Ovvero nella stessa Manchester dove nel frattempo un manipolo di valorosi eroi, fedeli alla linea dell’idea originaria che portò alla rivoluzione, si sono riorganizzati nell’opposizione totale e hanno officiato la nascita del sovversivo Fcum: il Football Club United of Manchester. 

E’ qui che una brigata di allegri combattenti, internazionalista, sognatrice e utopica, aperta al dialogo con i non-allineati e promotrice della rivoluzione permanente, ha deciso di vestire nuovamente i colori gialloverdi del Newton Heath. Luogo dall’alto valore simbolico, fu qui che nel 1878 un gruppo di giovani proletari e sindacalisti rivoluzionari delle ferrovie del Lancashire, fondò il Newton Heath LYR Football Club, la squadra da cui nel 1902 nacque il Manchester United. Questi valorosi rivoluzionari permanenti, contrari però ai calciatori che giocano con la permanente, allo stadio di Gigg Lane di Bury, periferia industriale di Manchester, hanno decretato la morte del calcio moderno e la rinascita della res pubblica socialista mancuniana. E’ qui che il proletariato unito ha dato scacco matto al capitalismo, e allo spettacolo che ne certifica il suo tardo impero. E sul luminoso sentiero che li condurrà a vedere sorgere il sol dell’avvenire, da pochi giorni è appraso un immesno monolite scozzese - che gli indigeni giurano oggi ci fosse sempre stato – dalle sembianze di un tornitore e sindacalista scozzese. E grazie a quel monolite, l'8 maggio 2013, il giorno in cui Alex Ferguson annuncia il suo ritiro dal Manchester United, finalmente: “II comitato centrale esecutivo panrusso dei Soviet degli operai e dei soldati, il Soviet di Pietrogrado ed il Congresso straordinario panrusso dei contadini, ratificano i Decreti sulla terra e sulla pace, (…) e così pure il Decreto sul controllo operaio (…) Le assemblee riunite dello Zik e del Congresso contadino panrusso esprimono la loro ferma convinzione che l'unione degli operai, dei soldati e dei contadini, questa unione fraterna di tutti i lavoratori e di tutti gli sfruttati, consoliderà il potere che essa ha conquistato e prenderà tutti i provvedimenti rivoluzionari necessari per affrettare il passaggio del potere nelle mani dei lavoratori negli altri paesi, assicurando così una vittoria duratura alla causa della pace giusta e del socialismo”.



Nota a margine. Questo post è stato pubblicato originariamente in due parti sul blog lo zio di holloway nell’ottobre 2010 (qui e qui) Essendo nel frattempo il suo autore passato a miglior vita, impegnato tutt'ora a fare la comparsa in un film di Ciprì e Maresco già uscito nelle sale più di sei anni orsono senza che lui se ne accorgesse e nessuno lo avvisasse, abbiamo pensato che editarlo e ripubblicarlo qui fosse cosa a lui gradita... 

mercoledì 8 maggio 2013

Il sangue dei vinti (l'Ascoli, la Sambenedettese e tutto il resto)


Tipo decidere di mettere sul comodino la foto della ragazza che ti ha spezzato il cuore, così, ogni mattina, ti svegli e ricordi immediatamente un motivo validissimo per odiare l'esistenza. Ché Emil Cioran era un dilettante e certi modi di farsi del male proprio non gli erano venuti in mente.


Ascoli-Sambenedettese, qualche secolo fa in serie B


Succede che tifi l'Ascoli, che dopo aver vinto a Bari in un gennaio di fuoco e fiamme vai a La Spezia, chiudi il primo tempo sul 3-0 e poi perdi 4-3. Da lì non ti riprendi più e dai sogni di playoff ti svegli a maggio sperando di riuscire a giocarti almeno i playout. Prima di un Ascoli-Verona ad aprile, il barista si era mostrato ottimista: «La lepre sta dove meno te lo aspetti». Quindi vai allo stadio pensando di rinascere contro gli scaligeri. Dopo quaranta minuti loro sono sopra di cinque gol e smettono di giocare per umanissimo sentimento di pietà. Che fai? Ridi, guardi Scalise sulla fascia, o Loviso in mezzo al campo, o l'evanescente Soncin davanti e ridi, come davanti alle barzellette 'a denti stretti' della Settimana Enigmistica, come per le battute sul Cucciolone o sulle bustine di zucchero. Dimostrazioni della totale mancanza di senso della vita umana, paradossi che si inseriscono tra la morte di Dio e, boh, qualcosa di infimo livello, tipo una puntata di Maria De Filippi con ospite Fabio Fazio che magnifica le sorti di Saviano mentre con una mano accarezza un busto di Matteo Renzi. Ecco, una cosa così.

Allora succede che il giorno dopo aver visto l'airone Caracciolo impallinarti per bene, regalandoti l'ottava sconfitta in dieci partite - o la nona in undici. Ho perso il conto -, il tuo beneamato giornale ti spedisce a San Benedetto del Tronto, ché la squadra locale sta per vincere il campionato di serie D. Tu sbianchi, la sera prima ti sbronzi, poi ti svegli inforchi gli occhiali più scuri a disposizione e ti immergi in una melma di bandiere rossoblù. Il maxischermo in centro è sintonizzato su RaiScuola, la rete della tv pubblica che trasmetterà le immagini imperdibili di Recanatese-Samb ai tanti che sono rimasti senza biglietto. RaiScuola, Recanatese, Samb. Ti viene da vomitare, senti ancora quell'inconfondibile sapore di gin tonic che si piazza alla base della gola e non va né su né giù. Segna la Samb, la piazza esulta, tu rimani impassibile. Accenni un sorriso a qualche collega giornalista, ostenti disinteresse. Pareggia la Recanatese, non esulti ma ghigni, ammiri la piazza improvvisamente silenziosa, ti compiaci mentre pensi a scene di funerali, campane a morto e cieli grigi sul mare. Al 98' - novantottesimo - l'abitro fischia un rigore alla Samb. «E vaffanculo», dici, ma la tua voce si confonde con l'estasi dei tifosi. Fissi lo schermo e implori a distanza il portiere della Recanatese - tal Paniccià - di fare il miracolo. Paniccià ovviamente sviene mentre il pallone si infila sotto la traversa. Rete, Samb campione. Roba da invidiare il 5 maggio di Napoleone e Cuper. Stai lì e guardi 'sti pesciari che festeggiano, si agitano, cantano, ballano, esultano. Mentre tu cerchi di sprofondare in silenzio, raggiungere le agognate fiamme dell'inferno prima che i caroselli invadano il lungomare.

Scrivi faticosamente settanta righe di celebrazione della magniloquenza della piazza rossoblù con il sangue che ti ribolle nelle vene. Ritorni a casa, ad Ascoli, con la sensazione di avere impresso in fronte il marchio dell'infamia. 
Non dormi, litighi un po' con la tua ragazza, fai strani sogni di derby che vanno in malora, universi paralleli popolati di mostri che manco Rob Zombie nelle notti di luna piena.


Centravanti di governo

Ti svegli con un curioso sorriso. Poi realizzi: la Juve ha vinto lo scudetto, l'Ascoli sta per retrocedere, la Samb viene promossa, la Dc è al governo. Alla fine scopri che è morto Andreotti e ti chiedi un'altra volta se valesse veramente la pena far fare quella fine ad Aldo Moro per ritrovarci in mano questo compromesso storico neanche tanto nascosto. Insomma, se valesse veramente la pena soffrire tutto un campionato per poi andare a vedere la festa della Samb. 

domenica 5 maggio 2013

L'immagine di un femminicidio


"In una via leggermente in pendenza, fiancheggiata di auto e camion distrutti, notai sul marciapiede un uomo, con una mano appoggiata a un lampione. Era un soldato, sporco, mal rasato, vestito di stracci trattenuti da spaghi e spilli, la gamba destra amputata sotto il ginocchio, una ferita fresca e aperta da cui colavano fiotti di sangue; l'uomo teneva sotto il moncherino una scatoletta o un bicchierino di stagno e tentava di raccogliere quel sangue e di berlo rapidamente, per evitare di perderne troppo. Compiva quei gesti metodicamente, con precisione, e l'orrore mi afferrò la gola".
Sono costretto a prendere in prestito le parole di Max Aue, l'indimenticabile protagonista de Le benevole, il romanzo capolavoro di Jonathan Littell,  per descrivere, nel modo meno inesatto possibile, la sensazione di disgusto, strazio e abiezione che ho provato quando l'arbitro ha assegnato alla Juventus il calcio di rigore che le ha permesso di sbloccare - e vincere - la partita odierna contro il Palermo e, in questo modo, di celebrare davanti al proprio pubblico la conquista del secondo scudetto consecutivo da quando la allena Antonio Conte. Non dedicherò molte parole alla descrizione dell'azione, che immagino tutti abbiano avuto modo di vedere - di fatto, un velleitario lancio in area di rigore verso Vucinic, l'anticipo non proprio pulito ma efficace e soprattutto corretto di Donati, la vigorosa presa di posizione con il corpo di quest'ultimo, con tanto di innocuo e fisiologico appoggio con il braccio, la rovina a terra dell'attaccante montenegrino, l'incomprensibile fischio dell'arbitro con contestuale indicazione del dischetto, la realizzazione di Vidal, il boato dello stadio, la celebrazione del goal. L'immagine di una festa? No, per me, l'immagine di un femminicidio.

L'aspetto più carico di abiezione dei femminicidi - la sfumatura più cupa del nero che colora la cronaca di questi mesi - è la ricorrente inutilità del gesto. L'insulto su Internet, il livido sullo zigomo, l'occhio pesto, la spruzzata di acido, lo stupro, la coltellata, non sono quasi mai il mezzo barbaro di cui l'uomo si serve per raggiungere il suo ignobile fine, sia esso un fine di assoggettamento, di controllo, di vendetta o di mero sfogo animale, ma il sigillo di sdegnosa prepotenza che viene apposto al termine dell'atto, quando già tale fine è raggiunto o è impossibile da raggiunere. In altre parole, l'aspetto più rancido dei femminicidi è la loro superfluità, la loro "oscena gratuità", per rubare un verso - da molto amato - di Cristiano Godano (quando Godano era ancora ispirato; e non è un caso che citi proprio lui, che venendo dalla provincia cuneese e potendo quindi legittimamente essere juventino sia, invece, un grande tifoso del Torino). La stessa oscena gratuità del rigore di oggi. Non c'era nessun motivo per fischiarlo (intendo: motivi oltre a quello lapalissiano per cui non era rigore, non poteva mai esserlo). La Juventus avrebbe vinto comunque - oggi - lo scudetto, perchè le bastava un pareggio; probabilmente, avrebbe vinto comunque anche la partita, perchè è più forte del Palermo, e di tutte le altre squadre del campionato. E però l'uomo che può umiliare la donna, anche se la donna non oppone resistenze, non ci pensa due volte a farlo. Anche se non serve. Anche se ha già vinto.

Altra costante del carattere del femminicida è l'assoluta insensibilità al pentimento. Il femminicida non cambia, non si redime, neanche se va un periodo in carcere. Non solo: se abita in un paese, più o meno piccolo, non si fa scrupoli a passare accanto alla donna che ha umiliato, a schernirla, a perpetrare l'offesa. Prima della partita di oggi, il canale 201 di Sky ha mandato in onda una sorta di speciale celebrativo (in anticipo?) dello scudetto della Juventus, con le immagini delle partite al termine delle quali la Juventus si è laureata campione d'Italia negli ultimi venti anni. I sigilli finali delle cavalcate verso il titolo con i vari Lippi, Capello e Conte. Per me, non devo neanche sottolinearlo, non è stata altro che una lunga galleria di femminicidi. Non quelli avvenuti nelle partite passate in rassegna, sempre pulite, ma quelli sepolti nella mia memoria, che hanno disseminato di sangue quegli scudetti, preparando quelle feste. Nella società dello spettacolo e di Sky, infatti, tutto diventa high-light, immagine, flash, perdendosi qualsiasi tipo di narrazione o contestualizzazione, ci si dimentica di come si arriva a certi eventi perchè (viene scelto che) rimangono solo gli eventi in sè considerati. Anche la partita di oggi è già diventata - sterilizzata, privata di significato - soltanto un'ulteriore trentina di secondi di immagini in movimento da aggiungere al video che ho visto e che verrà mandato in onda la domenica a pranzo l'anno prossimo, prima dell'inizio della partita che vedrà la Juventus laurearsi campione per la - finalmente! - trentesima volta. Eppure, l'immagine del rigore fischiato a metà del secondo tempo contro il Palermo segna un momento di discontinuità, perchè rimarrà a imperitura e retroattiva memoria dei tanti soprusi che non compaiono nel video, perchè avvenuti prima dell'ultima giornata, e ci ricorderà qual è il modo più ricorrente in cui, da quando quelli della mia generazione abbiamo iniziato a seguire il calcio, si vincono gli scudetti in Italia. Senza che, una cosa che mi sembra incredibile!, qualcosa cambi.



Scrivo tutto questo non perchè odio o ho sempre odiato la Juventus, ma perchè, con tutte le sue passate crudeltà, non posso - non voglio - tenere, anche questa volta, la mia sofferenza personale solo per me. Già so che il femminicida mi ignorerà beffardo, quando non mi riempirà di scherno. Non solo lui, però; tanta gente, tifosi normali, si è ormai assuefatta a questo stato delle cose, e magari ci scherza anche su. Questa è una dinamica non soprendente della natura umana. Racconta una storia terribile a questo proposito il grande scrittore V.S. Naipaul. Nel 1945, quando nei cinema di Port of Spain, la capitale dell'isola caraibica di Trinidad e Tobago dove Naipaul è cresciuto, il cinegiornale mostrava i sopravvissuti dei campi di concentramento, il pubblico dei neri nelle ultime file si metteva a sghignazzare. Riflette il premio Nobel che "forse le crudeli punizioni ai tempi degli schiavi erano accompagnate da reazioni come queste, e non sempre da paura o compassione". Mentre loro - i negrieri, i femminicidi - festeggiano, noi non solo non siamo capaci di ribellarci, di toglierci le catene come Django, di prendere il primo oggetto trovato per casa o nella borsetta e di conficcarglielo nelle palle nude, ma dopo un'iniziale momento di smarrimento, di incomprensione, ci rassegniamo che così doveva andare, che tanto avrebbero vinto comunque, che il fatto di essere i più forti in fondo li legittima anche ad abusare del loro potere, perchè pur essendo sbagliato in fondo non altera l'esito degli eventi. Stiamo lì, con il nostro barattolo di sangue in meno, lo beviamo e ci diciamo anche che in fondo è molto buono, finchè non moriremo dissanguati. Ancora un po', ancora qualche rigore così, infatti, e finirà che il calcio non lo seguirà più nessuno.

Anche questa non sarebbe una novità, però. Spiega Jonathan Wilson (nell'articolo "The essential backdrop", apparso sul sesto numero della sua rivista The Blizzard) che lo sport non ha bisogno delle folle intorno al campo per essere praticato; discipline come l'hockey, la pesca o l'arrampicata funzionano benissimo anche in assenza di migliaia di persone che urlano incoraggiamenti o insulti ai partecipanti. Lo stesso gioco del calcio non era stato programmato per attrarre le folle - a differenza, ad esempio, del wrestling o del cinema; è stato organizzato e strutturato perchè alla gente piaceva giocarci e voleva un set di regole standardizzate e degli avversari regolari. Gli spettatori sono arrivati dopo e sono arrivati perchè erano affascinati dalla sfida, dall'incertezza, dalla suspense: il divertimento era tutto nello scoprire, alla fine, chi avrebbe vinto. Dopo il rigore di oggi, dopo tutti i rigori di questi anni, chi si avvicinerebbe più a questo sport? Perchè dovrebbe farlo? L'alea non è più su chi vincerà, ma su quando vincerà (il come è noto).

Per me, la più bella poesia della poetessa argentina Alejandra Pizarnik, morta suicida troppo presto e, in un certo senso, vittima della diffidenza dell'ambiente letterario maschile del suo paese, è anche una delle più brevi. S'intitola Nombrarte

No el poema de tu ausencia, 
sòlo un dibujo, una grieta en el muro, 
algo en el viento, un sabor amargo.

A furia di fischiare rigore come questi, di vincere campionati come questi, di infliggerci crudeltà inutili come queste, del calcio che amiamo non ci rimarrà più niente, ci disamoreremo, ci distaccheremo, e quando tra trent'anni ci passerà, per casualità, un'immagine di Arturo Vidal che celebra il goal dal dischetto, il goal dello scudetto 2012-2013, ci ricorderemo all'improvviso di questo sport che avevamo tanto amato, un ricordo effimero e inafferrabile come "qualcosa nel vento", e un "sapore amaro" (non più l'orrore di un tempo, ma su di esso sedimentato) ci afferrerà la gola, come al grande Max Aue, insieme al quale tireremo dritto verso la fine della Storia. Ma intanto, lasciamoli festeggiare sulle macerie della nostra civiltà, con il corpo della donna ancora caldo accanto.
"Nel salotto, ansimando per riprendere fiato, sentii distintamente un pianoforte; impugnando la pistola mitragliatrice, aprii la porta della camera da letto: all'interno, sul letto disfatto era sdraiato un cadavere sovietico, e uno Hauptmann in colbacco, seduto a gambe incrociate su uno sgabello, ascoltava un disco su un grammofono appoggiato per terra. Non riconobbi l'aria e gli domandai cosa fosse. Attese la fine del pezzo, una musica allegra con un piccolo ritornello ossessivo, e sollevò il disco per guardare l'etichetta: "Daiquin. Il cucù"".

[i collage sono del grande James Gallagher]