lunedì 22 aprile 2013

I più grandi numeri 10 della storia del calcio. Una presentazione

Noi abbiamo già scelto, e da tempo, da che parte stare...
Questo mercoledì, 24 aprile, al noto locale brasileiro Beba Do Samba (Via dei Messapi 8, a San Lorenzo, quartiere di ballatoi e borghettari), a partire dalle 19 si presenterà un curioso libro calcistico, diciamolo meglio, una bella antologia di brevi scritti calcistici, ritratti-flash aventi ad oggetto il tema classico, ma non per questo saturo, dei numeri 10 ("I più grandi numeri 10 della storia del calcio", Autori Vari, L'erudita editore). Tema su cui noi, sin dalla nascita del blog, abbiamo chiaramente preso posizione, in tante e variegate occasioni, ad esempio schierandoci dalla parte di Maradona (il detesto Pelè vergato da Tato in un momento di lucida follia è uno dei tatuaggi più diffusi a Roma) o rendendo il Màgico Gonzàlez nostro nume tutelare (fatemi levare un sassolino: prima che lo facessero anche molti altri...). Per non parlare dei tanti e marginali fantasisti di cui abbiamo narrato le gesta in questi anni.

A questa antologia partecipiamo, nascosti come vietcong tra i 40 autori, il sottoscritto (con un pezzo su Litmanen) e Lo Zio (con un pezzo su Le Tissier), nonchè alcuni amici di questo blog come il "doriano d'Argentina" Alberto Facchinetti (che parla di Omar Sivori).

Non solo io e lo Zio, però, ma [come tutti sanno, "ma, però" non si può dire, invece "però, ma", è molto chic] anche altri autori e amici di LB saranno presenti mercoledì al Beba Do Samba, quindi, per chi riesce a passare, è l'occasione per bere un borghetti insieme e versare qualche lacrima sui numeri dieci di questa antologia nonchè su quelli, tanti, della nostra infanzia che, per un motivo o per l'altro, ne sono rimasti fuori.

Vi lascio con tre stralci dei nostri contributi, in attesa di vederci mercoledì.
Lo chiamavano Le God. Sincretismo linguistico che deriva da fattori geografici e affonda le radici nella genesi del verbo, Le God nasce a Saint Peter Port, capitale dell’isoletta di Guernsey, sputo di terra, escrescenza del canale della Manica a una cinquantina di chilometri dalla Normandia, dove sul finire degli anni Settanta del muove i primi passi nella squadra locale: il Vale Recreation. Più prossima a Napoleone che ad Albione, Guernsey è protettorato della corona inglese. Ma Le God è lì a ricordarci anche che l’Inghilterra non solo non ha le tradizioni di cui si vanta, e su cui fonda il suo impero ideologico, ma nemmeno una lingua. E siccome come diceva il suo maestro Heidegger, è la lingua che fa l’uomo, un paese senza lingua è una terra senza uomini. Solo un sesto delle parole dell’inglese moderno proviene infatti dal cosiddetto inglese antico, il resto è frutto della colonizzazione normanna. E per chiudere il cerchio, è proprio dal Ducato di Normandia che nell’anno domini 933 viene donata alla grande isola britannica la piccola isola di Guernsey. Da lì, mille anni dopo, Le God parte alla volta della grande isola, e approda in una città portuale che quando l’aria è tersa ed il cielo è sereno, appare alla vista dei bambini di Guernsey che smesse le scarpette siedono sull’erba a rimirare l’orizzonte. E’ Southampton, il porto da cui nell’aprile del 1912 salpa per il suo primo viaggio il Titanic, e da cui nel settembre 1986 parte il viaggio di uno dei più sublimi talenti del fin de siècle calcistico britannico.

Se penso a Litmanen, penso a un talento puro, un inguaribile malato, un centrocampista fantasioso ma anche capace di finalizzare, spesso e volentieri al volo; penso al migliore interprete di un ruolo inclassificabile, dietro le punte ma anche punta, praticamente un trequartista metafisico, un otto e mezzo felliniano, uno da lasciare libero da compiti e pressioni, uno di quelli che gli allenatori italiani non saprebbero dove collocare; un campione incompreso e sfortunato, dagli occhi tristi e i capelli “a mezzo collo”, come Fantozzi quando fa il comunista; sicuramente, il personaggio calcistico che meglio incarna lo spirito del suo bizzarro paese, quel vivere alla propria maniera riassunto nel termine finlandese “itse tehty elämä”, la versione baltica della self-made life. 


Sregolato e geniale, Sívori fece perdere la testa prima ai tifosi della Juve, con la quale conquistò tre scudetti e, da oriundo italiano, un pallone d’oro. Quindi a quelli del Napoli, che lo acquistò nel 1965, anticipando di 19 anni il genio ditirambico del connazionale Diego Maradona, cui somigliava in non poche cose. La gente non si lasciava conquistare solo dai gol (ne fece tanti: quasi 200 in campionato), dai tunnel carogneschi agli avversari o dal modo in cui sapeva proteggere e nascondere la palla al difensore. Ma anche dalle sue pazzie.  

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