martedì 30 aprile 2013

Sfottò



Io come sono fatte le donne, l'ho scoperto ai tempi di Castroman al 95'. 
(Da una mail del mio amico laziale MCM)

Non è colpa nostra, ma purtroppo a Roma abbiamo solo quello. La verità è che, togliendo sporadiche annate vissute da protagonisti, non abbiamo mai contato un cazzo. Abbiamo vinto 5 scudetti in due, neanche la metà degli scudetti di una squadra strisciata. Tralasciando i discorsi sul "Vento del nord", giusti o sbagliati che siano, è questa la triste realtà. Il derby è dunque diventato un campionato nel campionato. Sono spesso le uniche soddisfazioni che riceviamo. Va detto che nessuno di noi (parlo di tifosi devoti e normali) vive la settimana del derby con gioia, per noi è solo angoscia e fastidio. Esci da casa teso, demotivato, non pensi minimamente alla vittoria (le volte che lo fai, per dirlo alla romana, la tua squadra "Scaja"), speri solo di non perdere. A me personalmente il derby fa veramente schifo e sono certo di non essere l'unico. E' sicuramente appagante vincerlo, ma non vale tutto lo sbattimento passato, l'andare allo stadio prima, evitare le zone calde, la tensione lunga novanta minuti che non ti abbandona neanche al minuto 85 in vantaggio di 3 reti, perché pensi sempre alla rimonta della vita, cosa che tra l'altro a parti inverse reputi assolutamente impossibile e, quindi, quando sei in svantaggio anche di una sola rete al 65esimo, hai la certezza di essere spacciato. Però come già detto per noi è tutto, perché per dirla alla zingara della metro A (la metro B è più patria di maghi cingalesi, suonatori e maglioni brutti): "Siamo due squadre povvere, con una dirigenza povvera". Capita quindi di ricordarsi delle tante stagioni anonime rievocando le stracittadine: "Ma sì l'anno del tacco di Amantino Mancini", oppure: "Il campionato del gol di Mutarelli sotto la nord". Peraltro questo giochino funziona anche con gli eventi della propria vita. Come quando mi sono messo con V, io mica mi ricordo il giorno esatto, mi ricordo solo che un paio di giorni prima Montella aveva infilato 4 volte Peruzzi. Anche quando mi sono messo con M, me la ricordo la data, ma ricordo ancor meglio che è stato il giorno dopo un derby di coppa Italia, con errore di  Marchegiani e gol sempre di Montella. Ora che ci penso, da quando Montella ha lasciato Roma...scopo molto di meno.

Tutto questo per dire che il derby del prossimo 26 maggio non è atteso con gioia, ma come un fottuto castigo divino. Il tifoso normale non lo vuole giocare, perchè quella stramaledetta partita è resa sopportabile dall'occasione di riscatto del successivo Roma - Lazio.  Questa volta in palio c'è un trofeo, un trofeo di cui ce ne fottiamo altamente tutti e due, che poco importa perderlo in finale 4 a 0 con l'Inter o contro la Reggina, ma che in questo caso diventa una sorta Champions League. Io in semifinale non ho tifato Inter, ma vi posso assicurare di non aver tifato nulla, e al fischio finale ho cominciato ad avere quel nodo allo stomaco da derby. Siamo in tanti a pensarla così, in tanti ma non tutti. Girando la manopola della radio e visitando social network mi sono accorto che esiste il partito degli ottimisti e cazzo sono tanti. Sono quel genere di tifosi che realmente credono di essere storicamente più forti non solo della rivale cittadina ma anche del Brasile del '58. Sono quelli che urlano per radio: "Ahoo e sfonnamo ste merde 3 a 0 e tutti a casa", sono quelli che scrivono su Facebook: "Asfartamo quei profughi e andiamo a arzà sta coppa". Ma io dico, ma la storia non vi ha insegnato nulla? Anche quando l'altra parte era NETTAMENTE inferiore il derby veniva spesso perso e anche male e ora come ora che le squadre sono praticamente identiche, cosa vi dà la sicurezza "De asfartà" l'avversario?
Oltre alla categoria ottimisti, composta comunque solitamente da tifosi veri anche se faziosi, si fa notare via etere e via Facebook il gruppo dei dispensatori di sfottò. Gente che viene allo stadio solo nelle poche partite di cartello, con sciarpe tarocche brutte; tutti abbiamo sciarpe tarocche, ma le loro sono quelle con colori accesi e lo stemma della società fatto male o con slogan da ebeti, per intenderci quelle che aveva appese in studio il grandissimo mago Nicola. Quelli con il cappello da giullare e i nomi su FB come Giada aquilotta Sbomberni o Guido ASR Frattarelli che si comprano l'orologio da muro con scritto "E' l'ora della Roma" o le pantofole con scritto: "Biancoazzurro dalla testa ai piedi". Sono quelli che dicono in radio e scrivono in giro per internet sempre le solite battute: "ContadiniguidateiltrattoreaveteportatoilcacioaRoma" o "Peperonescoattinoisiamonati27anniprima". Io odio il termine sfottò e odio ancor di più lo sfottò, una cosa da scuole elementari, come quando scrivevi M Lazio/Roma e W Lazio/Roma alla lavagna. Non fanno ridere cazzo! Sono una tristezza infinita.

Ma questi signori, entusiasti della finale del prossimo 26 maggio, hanno mai pensato anche solo per un minuto alla  possibilità che tutto possa concludersi ai calci di rigore, e, se sì, come pensano di sopravvivere?

Già so che sarò così tanto idiota da prendere il biglietto. Mi mancano i primi anni 90 con quella sequela di derby pareggiati e forse apparecchiati. E' proprio questo il problema, non potrà uscire il segno X, dovrà per forza esserci un perdente. E allora ripensando ai derby dominati e a quelli umilianti, non mi rimane che maledire Cianì per quel gol di testa al 94esimo contro il Siena e Destro per quel gol a Firenze ai supplementari. Sono questi i momenti in cui vorrei essere uno di quei tizi che odiano il calcio e che usano le domeniche per andare a fare un allegra gita fuori porta o al centro commerciale. Quelli che da bambini avevano l'album del WWF e non quello dei calciatori, che per disperazione e per non sentirsi emarginati cercavano comunque di scambiare una figurina di un dugongo con quella di Marco Osio.

Coso che fa le fiction insieme a coso che pure lui fa tipo le fiction.. In un derby del cuore

No vi prego! Non ce la faccio, anzi non ce la facciamo, qualcuno faccia qualcosa. Ministro Idem, Napolitano Bis,  nuovo papa così attento a tutto, fate qualcosa, fateci dividere la coppa e mandateci a casa.
E se proprio deve essere assegnata, fatecelo fare in fretta, a chi piscia più lontano tra i 2 capitani, a ruba mazzetto tra i portieri di riserva. Fate scendere in campo le formazioni del derby del cuore, che se la giochino Masciarelli e Ray Lovelock in un Olimpico semi deserto tra ole e gag del pelato della premiata ditta con Brignano. Lasciateci in pace, lasciateci marcire nella nostra splendida e meravigliosa mediocrità, con i nostri scudetti ogni 20 anni e i nostri quarti di coppe europee persi malamente, senza pressioni, senza stress, con due soli brividi l'anno....Perché in fondo a noi piace così.

giovedì 25 aprile 2013

Sulla morte del Barcellona (e, forse, della Spagna)

"E, forse, domani morirò! E non rimarrà in terra nessun essere che mi abbia capito completamente. Alcuni mi considereranno peggiore, altri migliore di quello che effettivamente sono. Alcuni diranno: era un gran bravo ragazzo; altri: un mascalzone. E gli uni e gli altri mentiranno. E dopo ciò vale la pena vivere? Ma si vive lo stesso, per curiosità: si aspetta qualcosa di nuovo. Fa ridere e fa rabbia".

Sono queste le riflessioni che attraversano la mente dell'ufficiale Pečorin la notte prima del duello che lo attende sulle alture caucasiche appena fuori la città termale di Pjatigorsk, e sono queste le riflessioni che dovrebbero attraversare le menti di Tito Vilanova e di tutti i giocatori e tifosi culé dopo la mazzata che hanno ricevuto dal Bayern Monaco proprio il giorno di Sant Jordi, il loro santo protettore, quello che aveva ucciso il drago, ma non è riuscito a tirare una sola volta nella porta di Neuer. Il Barcellona è morto, viva il Barcellona (?).

Sulla morte, c'è poco da dire. Intanto per questa stagione. Una stagione buttata (a chi obiettasse che "e però hanno vinto la Liga", rispondo che anche io martedì ho preso il tram al volo, senza doverlo aspettare, ma non per questo mi vanto di vittorie di così poco conto). E' completamente inutile sperare in una seconda remuntada. Desiderare qualcosa e raggiungerlo, va bene, ha un senso, ma sperare non serve a niente. A Montolivo gliela incarti, a Javi Martìnez proprio no. Secondo me, però, la morte sarà molto più lunga. E' proprio finito - come si dice in questi casi, in perfetto gergo da giornalismo calcistico - un ciclo.

La mia sensazione è che sia molto meglio così per il Barcellona. Il rischio, legato alle vittorie, ad alte vittorie, era quello di far diventare la squadra una presenza permanente nella mente dei tifosi di tutto il mondo, con l'unico scopo di vendere magliette. Una montagna di soldi, a fronte della perdità di identità. D'altronde, è evidente, i bambini cinesi sono più di quelli catalani. Un vero paradosso, per una città che fa dell'identità (regionale, pardon, nazionale) il proprio vessillo. Sarebbe stato un peccato trasformare il Camp Nou in un negozio da Duty Free. Il Barcellona, questo Barcellona, creato da Guardiola ed ereditato da Vilanova, è stato etichettato, in puro stile marketing, sicuramente scaturito da una brillante mente dell'ufficio branding della Nike, come "il Dream Team", ma in realtà stava diventando una specie di Harlem Globetrotters, di costola del Circo Togni, buoni giusto per tournè asiatiche estive e triangolari con la nazionale cantanti di Gianni Morandi e degli altri suoi colleghi dalle alimentazioni eccentriche. Tornare a perdere significa, invece, purificarsi; lasciare qualcosa per strada per ritrovare, appunto, la strada. Fossi in Rosell mi libererei anche di Messi, quest'estate, stravendendolo a qualche sceicco, e ripartirei con l'anima libera.

***

E' impossibile, poi, non vedere nei risultati di questi giorni (Germania-Spagna 8-1) un evidente riflesso dello spirito dei tempi, un'analogia con il trionfo tecnocratico della più grande potenza europea. Lo stesso che ho respirato il fine settimana scorsa a Mallorca, un'isola che se la Germania non si è ancora comprata dalla Spagna è solo perchè fa prima a lasciare che siano i suoi cittadini, singolarmente, a comprarsela casa per casa, terreno per terreno, hotel per hotel.

Con il trionfo delle squadre tedesche, il calcio sta tornando quello delle sue origini, quello di oltre un secolo fa, quando questo sport non era altro che il figlioccio e il riflesso (come diversivo, come dopo-lavoro) della seconda società industriale, ancora fondata sul lavoro fisico e intensivo. Forza fisica e affidabilità erano apprezzate sul campo da calcio così come lo erano in fabbrica o in miniera, e oggi non è cambiato niente, perchè la resistenza, l'abnegazione e, appunto, l'affidabilità sono le doti che si vendono negli uffici che producono servizi, derivati e burocrazia. In questo contesto - industriale prima, tecnocrata oggi - l'individualità dotata di talento ma un po' capricciosa è mal vista come una figura scostante, preoccupantemente imprevedibile.

Il calcio del Bayern (e del Borussia) segna il passaggio di consegne di questi anni, il mutamento dei rapporti di forza. Nella Liga, un campionato dove non esiste pressing, Xavi ha tempo per stoppare la palla, farsi un giro, chiacchierare con i compagni, dare uno sguardo alla Vanguardia per controllare il suo oroscopo e solo a quel punto, sempre con molta calma, decidere dove scaricare il pallone. Al contrario, l'altra sera all'Allianz Arena, prima ancora che il pallone gli arrivasse, aveva già mezzo Bayern Monaco intorno, con le fauci ben aperte e il Financial Times sotto il braccio. La stessa dinamica si intravede nella quotidianità del povero impiegato iberico, che iniziava le sue distese giornate con un'ampia lettura di Marca al bancone del bar di riferimento, quello sotto casa, gestito da Paco (un galiziano coi baffi), spalmando lentamente di pomodoro il suo pane croccante, mentre oggi, impiegato della multinazionale con sede legale in Germania, deve timbrare il cartellino alle otto in punto, altrimenti lo echan.

I tedeschi mi hanno impressionato per il modo in cui hanno coperto il campo. Cioè, sembravano che coprissero il doppio del campo rispetto ai catalani. Voglio dire, il campo a disposizione del Barcellona sembrava la metà di quello che, invece, aveva il Bayern. Poco spazio significa, quindi, più contatti, e sul piano fisico non c'è stata storia. Lo spread era enorme (sul primo gol, ad esempio, Dani Alves sembra il figlio scemo di Dante).

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Torniamo alla morte. Oltre a quella del Barcellona, per fortuna, c'è anche quella del tiqui taca. Con teutonico rigore, i numeri non mentono, e le statistiche della partita dell'altra sera - con i catalani largamente avanti quanto a possesso palla e passaggi realizzati - dimostra inequivocabilmente (una cosa che chi ha sofferto un anno di Luis Enrique già sa, e cioè) che maggiore il numero di passaggi in un'azione, minore sono le possibilità che esca un goal. 

Scrisse una volta il grande tecnico argentino Angel Cappa, commentando una vittoria del Brasile ai Mondiali dell'82:
"la palla arrivava in un lato del campo e poi scompariva, per apparire di nuovo dall'altra parte come un coniglio dal cilindro, e poi veniva nascosta di nuovo agli avversari che, in piena angoscia, la cercavano nei posti più assurdi senza essere capaci di trovarla...E il pubblico, me per primo, guardavamo l'orologio nella speranza che il tempo potesse fermarsi perchè volevamo che il gioco andasse avanti per sempre...".
L'avrebbe potuto dire anche del Barcellona, fino a martedì sera. Adesso l'orologio si è fermato, la palla non scompare più, la musica è finita, gli amici se ne vanno.

***

Oltre che del Barcellona, probabilmente, è la morte anche del modello Spagna, quello per cui i gol sono sopravvalutati, e l'unica cosa che conta è il controllo del centrocampo e, quindi, del gioco. La retorica del falso nueve, per capirci. Se si pensa troppo, ci si dimentica di giocare. D'altronde, l'unico organo della Spagna che rimaneva ancora in funzione era quello dello sport, che adesso seguirà, diligentemente, nella morte, il resto del corpo. 

Diceva Gil de Biedma che la Spagna, un paese feudale che non ha avuto feudalesimo e un paese borghese che non ha mai fatto la rivoluzione borghese, ha provato a diventare un paese neocapitalista senza un vero capitalismo. La Germania, in questi due giorni, gliel'ha semplicemente ricordato.


lunedì 22 aprile 2013

I più grandi numeri 10 della storia del calcio. Una presentazione

Noi abbiamo già scelto, e da tempo, da che parte stare...
Questo mercoledì, 24 aprile, al noto locale brasileiro Beba Do Samba (Via dei Messapi 8, a San Lorenzo, quartiere di ballatoi e borghettari), a partire dalle 19 si presenterà un curioso libro calcistico, diciamolo meglio, una bella antologia di brevi scritti calcistici, ritratti-flash aventi ad oggetto il tema classico, ma non per questo saturo, dei numeri 10 ("I più grandi numeri 10 della storia del calcio", Autori Vari, L'erudita editore). Tema su cui noi, sin dalla nascita del blog, abbiamo chiaramente preso posizione, in tante e variegate occasioni, ad esempio schierandoci dalla parte di Maradona (il detesto Pelè vergato da Tato in un momento di lucida follia è uno dei tatuaggi più diffusi a Roma) o rendendo il Màgico Gonzàlez nostro nume tutelare (fatemi levare un sassolino: prima che lo facessero anche molti altri...). Per non parlare dei tanti e marginali fantasisti di cui abbiamo narrato le gesta in questi anni.

A questa antologia partecipiamo, nascosti come vietcong tra i 40 autori, il sottoscritto (con un pezzo su Litmanen) e Lo Zio (con un pezzo su Le Tissier), nonchè alcuni amici di questo blog come il "doriano d'Argentina" Alberto Facchinetti (che parla di Omar Sivori).

Non solo io e lo Zio, però, ma [come tutti sanno, "ma, però" non si può dire, invece "però, ma", è molto chic] anche altri autori e amici di LB saranno presenti mercoledì al Beba Do Samba, quindi, per chi riesce a passare, è l'occasione per bere un borghetti insieme e versare qualche lacrima sui numeri dieci di questa antologia nonchè su quelli, tanti, della nostra infanzia che, per un motivo o per l'altro, ne sono rimasti fuori.

Vi lascio con tre stralci dei nostri contributi, in attesa di vederci mercoledì.
Lo chiamavano Le God. Sincretismo linguistico che deriva da fattori geografici e affonda le radici nella genesi del verbo, Le God nasce a Saint Peter Port, capitale dell’isoletta di Guernsey, sputo di terra, escrescenza del canale della Manica a una cinquantina di chilometri dalla Normandia, dove sul finire degli anni Settanta del muove i primi passi nella squadra locale: il Vale Recreation. Più prossima a Napoleone che ad Albione, Guernsey è protettorato della corona inglese. Ma Le God è lì a ricordarci anche che l’Inghilterra non solo non ha le tradizioni di cui si vanta, e su cui fonda il suo impero ideologico, ma nemmeno una lingua. E siccome come diceva il suo maestro Heidegger, è la lingua che fa l’uomo, un paese senza lingua è una terra senza uomini. Solo un sesto delle parole dell’inglese moderno proviene infatti dal cosiddetto inglese antico, il resto è frutto della colonizzazione normanna. E per chiudere il cerchio, è proprio dal Ducato di Normandia che nell’anno domini 933 viene donata alla grande isola britannica la piccola isola di Guernsey. Da lì, mille anni dopo, Le God parte alla volta della grande isola, e approda in una città portuale che quando l’aria è tersa ed il cielo è sereno, appare alla vista dei bambini di Guernsey che smesse le scarpette siedono sull’erba a rimirare l’orizzonte. E’ Southampton, il porto da cui nell’aprile del 1912 salpa per il suo primo viaggio il Titanic, e da cui nel settembre 1986 parte il viaggio di uno dei più sublimi talenti del fin de siècle calcistico britannico.

Se penso a Litmanen, penso a un talento puro, un inguaribile malato, un centrocampista fantasioso ma anche capace di finalizzare, spesso e volentieri al volo; penso al migliore interprete di un ruolo inclassificabile, dietro le punte ma anche punta, praticamente un trequartista metafisico, un otto e mezzo felliniano, uno da lasciare libero da compiti e pressioni, uno di quelli che gli allenatori italiani non saprebbero dove collocare; un campione incompreso e sfortunato, dagli occhi tristi e i capelli “a mezzo collo”, come Fantozzi quando fa il comunista; sicuramente, il personaggio calcistico che meglio incarna lo spirito del suo bizzarro paese, quel vivere alla propria maniera riassunto nel termine finlandese “itse tehty elämä”, la versione baltica della self-made life. 


Sregolato e geniale, Sívori fece perdere la testa prima ai tifosi della Juve, con la quale conquistò tre scudetti e, da oriundo italiano, un pallone d’oro. Quindi a quelli del Napoli, che lo acquistò nel 1965, anticipando di 19 anni il genio ditirambico del connazionale Diego Maradona, cui somigliava in non poche cose. La gente non si lasciava conquistare solo dai gol (ne fece tanti: quasi 200 in campionato), dai tunnel carogneschi agli avversari o dal modo in cui sapeva proteggere e nascondere la palla al difensore. Ma anche dalle sue pazzie.  

giovedì 18 aprile 2013

L'eterna beffa


Mark Berger non è nessuno, Mark Berger in realtà non esiste ma a tifosi, dirigenti e calciatori del Levski Sofia, il nome Mark Berger rimarrà impresso a imperitura memoria.

Quello tra Levski e Cska Sofia lo chiamano il derby eterno, anche se in realtà tutte le stracittadine dell'Europa dell'est sono chiamate così:  Partizan - Stella Rossa, Olimpja Ljubjana - Maribor, Dinamo - Steaua Bucarest e tante altre. Addirittura l'avvincente derby di Skopje tra Vardar e Pelister (il mai domo Pelister) può fregiarsi di questo appellativo. Quello di Sofia è seriamente un derby eterno, che va storicamente oltre la singola partita di calcio. E' un derby giovane, vede la luce nel 1948, l'anno in cui viene fondato il CSKA, club un tempo dell'esercito bulgaro. In questi pochi anni le due compagini di Sofia hanno dato vita  a partite memorabili, scontri cruenti in campo e fuori, ma, soprattutto, hanno dominato il campionato bulgaro trasformando una semplice stracittadina nella partita della vita. Dal 1948 ad oggi le due squadre si sono portate a casa la bellezza di 52 titoli su 64. 21 il Levski (che ne aveva vinti altri prima del 1948) e 31 il CSKA. Stesso copione ma a parti invertite in coppa, dove i due club hanno raccolto dal '48 ad oggi 41 titoli, 22 il Levski (che ne aveva vinti 3 prima della fondazione dei rivali) e 19 il CSKA.

CSKA - Levski non vale solo la supremazia cittadina, spesso vincere equivale a portarsi a casa un titolo. La partita è talmente sentita che da sempre (esclusa qualche recente edizione) viene disputata nello stadio nazionale Vasil Levski, stadio della nazionale di calcio bulgara, preferito per capienza (poco meno di 50.000 posti) ai due impianti dei club: il Georgi Asparuhov del Levski (19.000 posti) e il Bulgarska Armia (22.000). In tutto questo, le tensioni tra le due squadre e soprattutto tra le due tifoserie sono accentuate da una visione politica opposta, tradizionalmente di destra i tifosi del Levski e chiaramente orientati a sinistra quelli del CSKA.
Il match più duro, che in parte segnò la storia delle due squadre, fu disputato il 19 giugno del 1985. Finale di coppa di Bulgaria. Mentre sugli spalti la situazione rimane tranquilla per tutti i 90 minuti, in campo le due squadre se le danno (anche pesantemente) per 90 minuti. Finisce 2 a 1 per il CSKA con più di un episodio dubbio, 3 espulsioni e sei gialli. Sul campo non succede nulla, ma nel tunnel dello stadio nazionale si parla di scene da incubo, tra mani al collo, costole fratturate e spogliatoi in frantumi. Si parla appunto. A quanto pare, secondo molti dei presenti nel sottopassaggio dello stadio non successe nulla di così tanto grave. Due giorni dopo le due squadre vengono radiate dal Politburo del comitato centrale del partito comunista con la seguente motivazione: " I giocatori avevano violato le più elementari norme di comportamento sociale, degradato la dignità umana e offeso la morale sportiva socialista". Il campionato vinto in quella stagione dal Levski viene assegnato alla squadra terza in classifica, il Trakia Plovdiv (oggi Botev Plovdiv). Vengono squalificati a vita i seguenti calciatori: Borislav Mihailov, Plamen Nikolov, Emil Velev, Emil Spassov dal Levski e un giovane Hristo Stoichkov del CSKA. Squalifica per un anno al calciatore del Levski Nasko Sirakov. Anche diversi dirigenti vengono allontanati. CSKA e Levski sono costrette ad iscriversi al campionato seguente cambiando nome. Il Levski diventa Vitosha Sofia, il CSKA CFKA Sredets. A ordinare queste pesanti sanzioni, a quanto pare, fu il leader bulgaro Todor Živkov in persona. I derby tra Levski e CSKA erano diventati sempre più motivo di contestazione nei confronti della dittatura.

un giovane Hristo nella finale del 1985
Dietro lo scioglimento delle due squadre bulgare ci sono altri retroscena. Attorno al Levski, negli ultimi tempi, si era consolidata una sorta di "fronda" popolare verso il regime, che si manifestava con espressioni di tifo avulse dalle fasi di una partita e che esplodevano in particolare contro il Cska, la squadra più forte, che secondo la psicologia di massa, rappresentava il "potere". Gli incidenti del 19 giugno sono stati, in pratica, un pretesto colto al volo dal regime comunista per fare un rapido "repulisti" e sbarazzarsi di un problema politico molto fastidioso.
(La Repubblica 25/06/1985)
Dopo solo un anno le squalifiche vennero revocate (per fortuna della nazionale bulgara del 1994, vista la presenza di Mihailov e Stoichkov); le due squadre invece ritornarono al loro nome originale solo nel 1990.

Da citare anche il derby eterno del 27 aprile del 1996. Il CSKA vince la partita 1 a 0. I tifosi del Levski, decisamente contrariati, aprono una cesta e lanciano sulla terna arbitrale un serpente, a quanto pare una vipera. Un modo originale per farsi giustizia, parliamo pur sempre del paese che ha regalato al mondo l'ombrello bulgaro. La vipera verrà barbaramente giustiziata in campo da un poliziotto. Il rettile se ne è andato con il Levski nel cuore ma continua a seguire la sua squadra dalla tribuna paradiso.

Ma arriviamo a Mark Berger. E' il 17 settembre del 2009, mancano solo 3 giorni al derby e nella sede del Levski si lavora in vista del primo big match della stagione. Arriva un fax, è del Rubin Kazan, squadra russa con tanti dindini che da un po' di tempo a questa parte spende e spande in tutta Europa per formare una signora squadra. Il Rubin, secondo il fax, è intenzionato ad ingaggiare i 4 calciatori più forti del Levski: Zhivko Milanov, Darko Tasevski, Zé Soares e Youssef Rabeh. L'offerta è di quelle che non lasciano indifferenti, 1 milione di euro per Milanov, un altro milione per il macedone Tasevski, e qualche cosina in meno per il brasiliano Ze Soares e il marocchino Rabeh. L'occasione è troppo ghiotta e la dirigenza del Levski comincia a tentennare. Il giorno seguente arriva a Sofia un dirigente del Rubin, mette fretta al Levski, perchè a quanto pare la sua squadra è stata decimata dall'influenza suina e nonostante il mercato fosse chiuso, la UEFA, compassionevole, aveva concesso una deroga al club del Tatarstan. I calciatori devono partire subito per Kazan, altrimenti l'accordo salta. Il Levski in una conferenza stampa annuncia che i calciatori non prenderanno parte al derby, quei soldi al club servono per garantire un futuro luminoso. I giornalisti bulgari, poco convinti dalla faccenda, contattano il Rubin, e scoprono che a Kazan il mercato è chiuso come nel resto del paese e soprattutto non vi è stata alcuna epidemia di influenza suina.

Todor Batkov...un Sergio Vastano di Bulgaria
Il presidente del Levski Todor Batkov (personaggio non particolarmente amato dai propri tifosi) non vuole sentire ragioni e convinto dell'affare mette i propri giocatori su un aereo in direzione Mosca. I 4 atleti, accompagnati dal dirigente Konstantin Bazhdekov, atterrano nella capitale russa, dove ad attenderli trovano tale Mark Berger. Berger porta i calciatori e il dirigente in albergo, continua a parlare dei contratti e fissa per il giorno seguente (la domenica del derby) le visite mediche. La mattina seguente Zhivko Milanov, Darko Tasevski, Zé Soares e Youssef Rabeh effettuano la visita in una clinica moscovita; non resta che attendere i documenti dell'ingaggio. Documenti che ovviamente non arriveranno mai. Non arriverà mai neanche il buon Mark Berger. Solo allora i quattro tesserati del Levski  e Konstantin Bazhdekov sono colti da un leggero sospetto. Non resta che correre all'aeroporto e prendere il primo volo per Sofia. Una volta atterrati la prima notizia che giunge alle orecchie dei cinque è la netta vittoria per 2 reti a 0 dei cugini del CSKA. Un match senza storia, un assalto continuo del CSKA, risolto da 2 gol di Ivan Stoyanov (al 15esimo e al 65esimo).

Milanov lasciò il Levski per il Vaslui nel 2011, per 400.000 euro. Il macedone Darko Tasevski, passerà nel 2012 allo Shimona in Israele per 150.000 euro. Zé Soares al termine di quella stagione firmerà per il Metalurh Donetsk (350.000 euro). Infine, il difensore marocchino Rabeh tornerà in patria (al Moghreb Tétouan) nel 2010 per 100.000 euro. Il presidente del Levski è ancora oggi il lungimirante Teodor Batkov (di cui esiste una spassosa imitazione..almeno credo sia spassosa a giudicare da quanto ridono...). Konstantin Bazhdekov fa ancora parte del quadro dirigenziale. Quella stagione, la stagione 2009/2010, si chiuse con la schiacciante vittoria in campionato Liteks Loveč. Al secondo posto, con un solo punto di vantaggio sui rivali di sempre, si classificò il CSKA. Quella "Zingarata" messa in piedi chissà da chi (l'allora primo ministro bulgaro, Boyko Borisov si interessò al caso per scoprire i colpevoli), non servì a portarsi a casa il campionato. Di certo, però, fu utile per vincere in maniera schiacciante e umiliante una delle tante battaglie dell'eterna guerra di Sofia.

lunedì 15 aprile 2013

Appunti del lunedì


Mauricio Pinilla
1. Direi che la trasferta (a Trieste) contro il Cagliari mette la parola fine all'esperienza di Andrea "è vostro è vostro" Stramaccioni sulla panchina dell'Inter. Aspettando il ritorno di Coppa Italia (mercoledì sera) appuntiamo una media da zona retrocessione, una valanga di infortunati e il sorpasso della Roma (vittoriosa a Torino con un capolavoro di Lamela).

2. Corre forte la Fiorentina di Montella. Europa League ipotecata e tanti saluti all'emergenza (mancava pure Jovetic a Bergamo).

3. La lotta per non retrocedere si fa interessante. Trema il Genoa. Di rincorsa Siena e Palermo. Sul chi va là Torino e Chievo. Da qui in avanti tanti scontri diretti e i rosanero con il calendario forse peggiore.

4. Mettiamo a verbale il pronostico centrato da Laura Cremaschi su Milan-Napoli..

5. Paolo di Canio porta a casa un derby importantissimo. Il Sunderland ne rifila 3 al Newcastle e respira in faccia al Wigan, acciuffando Aston Villa e Stoke al quart'ultimo posto in Premier. Nel frattempo, il City batte 2 a 1 il Chelsea e si guadagna la finale di FA Cup. Avversario il Wigan.

6. Anche in Liga la lotta per non retrocedere è pazzesca. Sei squadre coinvolte: Osasuna 31, Depor 29, Granada 28, Saragozza 27, Celta e Maiorca 24. Chi sta peggio è il Maiorca, non solo per l'ultimo posto ma anche perchè in caduta libera. Osasuna e Saragozza le squadre che vedo meglio. In Liga 12 squadre hanno segnato meno di Messi (43 gol), 4 meno di Ronaldo (31).

7. Vi direi che il campionato francese è finito. Il PSG (che vince col Troyes grazie a un gol di Matuidi)  Marsiglia e Lione non lo riprendono più.

8. Diciamo questo: Come un tuono è bello per 1/3. Fin che c'è Ryan Gosling tutto bene, poi il film crolla. Perfetti gli occhiali e la moto di Luke il Bello. Una chicca la scena iniziale e quella della festa verso la fine. Da capogiro l'entrata di Eva Mendes.

Come un tuono

lunedì 8 aprile 2013

Ritratti (con flash) di Jari Litmanen



“Ralentissez! Les œuvres cachent les hommes” 
 (Da una cartolina di Jaime Gil de Biedma a Luis Antonio de Villena)

 

Litmanen e Rooney

Qualche tempo fa ho letto un’intervista di Wayne Rooney in cui il formidabile bomber del Manchester United raccontava, con il candore di un ragazzino, che la notte che precede ogni partita, prima di addormentarsi, si sdraia a letto e si “visualizza” mentre segna un gol il giorno dopo. Non si tratta di un rito o di una scaramanzia. Crearsi una memoria prima del match, immaginarsi la scena che lo vedrà protagonista, è proprio una parte essenziale della sua preparazione. Tutti i dettagli sono importanti, tanto che, prima di mettersi il pigiama, per sognare meglio la scena, Rooney chiama il responsabile della squadra e si fa dire quale maglia indosseranno.

Alla domanda del giornalista su quali sono i tipi di giocate che normalmente visualizza, Rooney rispondeva – in maniera ancora più sorprendente - che la maggior fonte di ispirazione gli proviene da Jari Litmanen. Non Messi, Ronaldo, Zidane, Pelè, Maradona. No. Jari Litmamen. Il più grande calciatore finlandese – finlandese - di tutti i tempi. La qualità che più lo affascinava dell’ex trequartista che aveva ammirato, da ragazzino, con la maglia dell’odiato Liverpool, era la sua capacità di sapersi muovere tra le linee e infilarsi negli spazi. E poi la sua pazienza. Osservandolo, sembrava che non avesse mai fretta. Si prendeva il suo tempo e, quando arrivava l’opportunità, si inseriva per calciare in porta. Con nonchalance, freddezza e un certo gusto per il gol ad effetto.

Dovrebbero insegnarla nelle scuole calcio, questa cosa di Rooney.




Litmanen e l’europa

 Litmanen arriva all’Ajax – l’unica squadra che il padre era riuscito a convincere - nel 1992, per fare la riserva di Dennis Bergkamp, idolo locale. Van Gaal non capiva quel ragazzo timido in campo e fuori, e dopo pochi mesi decise che era meglio se a fine stagione fosse tornato in quella landa desolata e piena di laghi da dove era venuto. Litmanen passò quindi buona parte del campionato in panchina, dove approfittò dell’occasione per studiare Bergkamp come uno stalker. Durante un allenamento, ormai a primavera, successe però che quest’ultimo si fece male. Stagione finita. La domenica, non sapendo cos’altro fare, il burbero allenatore decise di sostituirlo con quel ragazzino silenzioso. Non solo non lo tolse più dal campo, ma a fine stagione lo incoronò successore di Bergkamp, venduto all’Inter. Con il numero 10 sulle spalle, l’anno successivo Litmanen segnò 26 gol partendo sempre da dietro la linea degli attaccanti e condusse i lancieri al titolo in campionato.

Litmanen ha giocato sette anni nell’Ajax, sette anni di gloria. I tifosi li hanno congelati in un coro - “Litmaaanen / ooh ooh” sulle note di Volare che mette i brividi. Ma Jari non era uno che amava i riflettori. Pur di stare tranquillo, neanche andò a vivere ad Amsterdam, la languida Amsterdam, con i suoi canali e le sue case signorili. Non si è mai mosso dall’anonimo sobborgo di Diemen, vicino al campo di allenamento, perché l’unica cosa a cui pensava era il calcio, e tutto il resto era di troppo.

Dopo Amsterdam, è tempo di occasioni mancate e incomprensioni con gli allenatori a Barcellona e Liverpool. Dopo una seconda tappa ad Amsterdam, ecco la deriva nella periferia calcistica di Lahti e Rostock, Malmö e Helsinki. Più infortuni che gol, più silenzi che esultanze, ma la classe, la signorilità e la fantasia sono quelle di sempre. Iniziano i primi sibili giornalistici: ha disperso il suo talento, la sua carriera è un enigma, resterà per sempre un’Eterna Promessa. Eppure a me questa incompiutezza, questa malinconia per ciò che sarebbe potuto essere e non è stato, non fa altro che aumentare l’ammirazione verso Litmanen. Perché nella vita qualcosa bisogna pur perderla, lasciarla per strada, altrimenti l’esistenza diventa soffocante.

Certo, rimane il rimpianto per quel gol del pareggio segnato contro la Juventus nella finale di Coppa Campioni del 1996. A quella partita l’Ajax era arrivato, oltre che come detentore del titolo, imbattuto da diciannove partite, e Litmanen come capocannoniere della manifestazione, con otto gol. Davvero un peccato che quel gol, il nono, non sia servito a nulla.




Litmanen e la Roma

Estate 1996. In Italia impazza il calciomercato ed è un calciomercato di qualità eccellente. La Juventus ingaggia un talentuoso centrocampista offensivo franco-algerino, Zinedine Zidane. L’Inter risponde con un altrettanto talentuoso fantasista franco-armeno, Youri Djorkaeff. La Lazio prende Pavel Nedved, il Parma Enrico Chiesa, la Sampdoria addirittura Juan Sebastian Veròn. Tutti i presidenti, però, sognano di avere i gioielli più preziosi della corona euopea, gli uomini di quell’Ajax che, come detto, ha perso da pochi giorni la finale di Coppa Campioni. Mantovani si era già assicurato il talento di Clarence Seedorf, Berlusconi risponde con i muscoli di Edgar Davids, Gaucci promette che farà di tutto per strappare i fratelli De Boer.

In questo valzer di nomi, Franco Sensi non sta a guardare. Sul suo taccuino, c’è segnato un solo nome. Il più luminoso. Quello di Jari Litmanen. Le indiscrezioni parlano di un giocatore ben disposto a trasferirsi nella Capitale, dopo aver sperimentato tutto – grandi successi e grandi delusioni – in Olanda. La richiesta dell’Ajax è ragionevole: venti miliardi. Quanto lo vuoi pagare, altrimenti, il terzo talento d’Europa? Al Pallone d'Oro, infatti, era arrivato terzo, dietro a George Weah e - mah!- Jurgen Klismann. Inizio a crederci, inizio a sognare. Poi, una mattina di agosto, in spiaggia, col Corriere dello Sport aperto sulle gambe e il Cremino che sgocciola, arriva la doccia fredda. “Sensi chiude a Litmanen, venti miliardi sono troppi”, titola il giornale. Al suo posto arriverà, dal Verona, Damiano Tommasi. Grazie Sensi.

Come se non bastasse, Litmanen incrocerà la mia squadra in un’altra occasione. 19 marzo 2002, Liverpool – Roma, ultima e decisiva sfida della seconda fase a gruppi della Coppa Campioni. La Roma probabilmente più forte di sempre, dopo aver asfaltato il Barcellona e sprecato un match-point contro il Galatasaray, non deve perdere nella bolgia di Anfield per accedere ai quarti di finale e giocarsi le sue non poche chance di vincere la competizione. Dopo un altro Roma – Liverpool, è sicuramente la partita europea più importante della nostra storia.

Purtroppo, tutti sappiamo com’è finita, e tutti la ricordiamo per la sciagurata decisione di Fabio Capello di schierare Marcos Assunçao sull’ala destra. Proprio quel Marcos Assunçao che al settimo minuto commette un ingenuo fallo da rigore che rappresenta l’inizio della fine del sogno. Un calcio di rigore che, con ineffabile grazia, viene trasformato da Jari Litmanen. Il migliore in campo dei suoi.



Litmanen e Kaurismaki

Due finlandesi sono in un bar. Dopo un’ora passata in silenzio, uno alza il suo bicchiere verso l’altro ed esclama “Salute”. L’altro si volta verso l’altra parte dicendo “Non sono venuto qui per fare conversazione”.

Storielle come questa possono dire molto sul carattere di un popolo. Quello finlandese è famoso per la sua tendenza verso la depressione, la solitudine, l’alcolismo e il suicidio. È che la Finlandia è un posto da diventar scemi: culturalmente e geograficamente a metà tra l’est e l’ovest, tra la Scandinavia e la Russia, tra il socialismo e il capitalismo, ha una lingua assurda che ricorda l’ungherese, un clima orribile e pochi centri urbani che al tramonto – vale a dire, alle 3 del pomeriggio – diventano deserti.  Ma il vero problema è che manca la luce, in tutti i sensi. In Finlandia non brilla mai il sole, è sempre buio, e come disse una volta il più grande regista europeo vivente, Aki Kaurismaki, quando è buio fuori, è buio anche nella mente.

Ecco, Kaurismaki. Le sue malinconiche commedie, all’apparenza statiche e prive di ottimismo e di allegria, e invece geniali e piene di umorismo e romanticismo, sono il perfetto controcanto filmico alle giocate di Litmanen. Sullo sfondo di orizzonti plumbei e vecchie melodie popolari, Kaurismaki disegna personaggi unici che, come Litmanen nel calcio, in nessun altro luogo troverebbero un’identità. Ad aumentare il legame tra i due finlandesi più famosi (Mika Häkkinen mi scuserà) non vale neanche il gioco del “se fosse un film”, che comunque sarebbe L’uomo senza passato, o forse La vita da bohéme, perché Litmanen, in realtà, è un film di Kaurismaki, non di Aki, ma del fratello produttore Mika, che nel 2012 gli ha dedicato l’emozionante documentario Kuningas Litmanen.

Ma c’è qualcos’altro, di ancora più profondo, che lega i due uomini. Racconta Aki Kaurismaki che quando scrive una sceneggiatura lavora quasi solo in termini di subconscio. Fissa su carta il soggetto del film e qualche elemento della trama, poi attende per tre mesi che il suo subconscio – il più brillante ed economico dei mercenari - finisca il lavoro. È il metodo ideale per una persona pigra come lui. Anche il suo attore di culto, il mitico e compianto Matti Pellonpää, lo utilizzava per sviluppare il proprio personaggio. Scorreva la sceneggiatura tutta di un fiato, poi se ne dimenticava per i successivi tre mesi, finché arrivava il momento di girare ed era costretto a leggerla di nuovo, quanto meno per memorizzare i dialoghi. Ho qualcosa in più di un’impressione che sia questo il metodo che anche Litmanen ha impiegato durante tutta la sua carriera di calciatore. Non è che fosse lento; è che faceva giocare il suo subconscio.

venerdì 5 aprile 2013

5 Aprile 1988




Sono passati 25 anni da quel 5 Aprile del 1988, 25 anni dal giorno in cui un giovane marsigliese di 21 anni decise che era il momento di farsi notare, di uscire dall'anonimato a cui rischia di essere condannata ogni giovane promessa del calcio. Quel 5 Aprile del 1988 l'Auxerre fa visita al Nantes per il ritorno del 16° di finale di Coppa di Francia. La partita è in bilico dopo l'1-0 dell'andata (gol di Pascal Vahirua che risulterà decisivo per la qualificazione finale) e sono passati 37' minuti di gioco quando il protagonista di questa storia decide che è il momento di entrare nella storia, di diventare mito, icona della débauche calcistica, incarnazione del perenne spirito rivoluzionario francese. Quale miglior modo di entrare nella storia se non con una entrata, una entrata a gambe unite, una entrata volante... La giovane promessa ancora non lo sa, ma è destinato a diventare Re, il tagliatore di teste che salirà al trono di Inghilterra, il conquistatore francese che dominerà le isole britanniche per tutti gli anni '90. La giovane promessa non è ancora nessuno, ma quel 5 Aprile di 25 anni fa decise che era il momento di diventare qualcuno: di diventare sé stesso.
Al minuto 37' Michel der Zakarian, difensore del Nantes, sale la fascia destra palla al piede quando, all'improvviso, è investito da un tackle volante magistrale, all'altezza della vita, che lo lascia steso. Quello che segue è una breve rissa, uno schiaffo finisce sul volto di un compagno venuto a dar man forte all'aggressore circondato dagli avversari inferociti.
La vittima, intervistato da Le Monde, oggi minimizza, parla di un "cattivo tackle da attaccante", un fallo di nervosismo dopo un primo tempo di scaramucce e contatti, un regolamento di conti fra marsigliesi, fra gente dal sangue caldo. 
L'orgoglioso Der Zakarian non vuole certo esaltare il gesto del nostro eroe, ma chi ci dà la dimensione della nascita del mito, dalla assunzione di responsabilità propria del predestinato, è l'arbitro Wurtz, oggi bonario pensionato alsaziano che racconta di come il predestinato gli avesse annunciato il gesto. L'arbitro aveva notato le tensioni, fischiato dei falli e cercato di tenere sotto controllo la situazione, ma proprio in quel minuto 37 l'attaccante dell'Auxerre gli si avvicina e gli dice "Monsieur, prepari il cartellino rosso".
La migliore chiosa su quel 5 aprile non può che essere quella di Guy Roux, monumento del calcio francese, uno che ha passato una vita sulla panchina dell'Auxerre. Con la sua aria da francese bon vivant racconta di come l'espulsione fosse inevitabile, ma di come il tackle fosse spettacolare, alto, con la chiusura a forbice in piena vita, un gesto atletico folle, ma bello. Alla domanda sul successivo rimprovero Roux chiude con un laconico "ma quale rimprovero.. mica facciamo della letteratura".
La conclusione della vicenda è stata una convocazione alla commissione disciplinare dove la giovane promessa si difese dicendo:" Io e der Zakarian siamo di Marsiglia tutti e due, abbiamo fatto le scuole pubbliche, ci conosciamo da una vita e da sempre ci punzecchiamo"... Quel fallo e quelle tre giornate di squalifica fecero sì che quella giovane promessa divenne per tutti: Eric Cantona.