martedì 5 marzo 2013

La Battaglia di Kenilworth Road (Avere Vent’anni a Croydon) Volume II




(qui la prima parte...)


Quando scendiamo a Luton sono le 5 del pomeriggio e siamo tantissimi, e incazzatissimi. Non ci sono bobbies ad attenderci: sembra una provocazione, o almeno molti di noi la pensano così. Lungo la strada verso Kenilworth Road cominciamo a spaccare tutto. Steve e Joe sono esaltatissimi, infoiati dalle parole di quelli del National Front, sembra che stiano conquistando le Falkland anche loro; ogni giornalaio o pub dove si vede un negro o un asiatico è messo a ferro e fuoco. La patria è nostra, è bianca e senza la feccia risorgerà anche l’impero. Con i broadsheet rubati in giro costruiamo i millwall brick, li arrotoliamo e poi li pieghiamo in due, ci versiamo sopra della birra e li facciamo ancora più pesanti: così fanno più male di una mazza da baseball. Alcuni di noi poi schiacciano una delle due estremità, per renderla tagliente come un coltello. Mentre cammino e canto, canto e cammino insieme ai fratelli, vedo Joe inseguire un pakistano lungo una stradina laterale, mentre corrono Joe gli fa lo sgambetto da dietro e lo fa cadere a terra di faccia, quando quello si volta tutto insanguinato e si accuccia tremante sulle ringhiere di un cortile, Joe gli grida qualcosa e gli sputa in faccia. Poi gli tira un calcio sul costato, si gira, e mi sorride col suo sguardo sdentato; segnato dalle lotte di strada e dai glasgow kiss dati e ricevuti a ripetizione. Per non essere da meno, appena entriamo in un corner shop butto a terra cassette della frutta, bottiglie di latte, squarcio sacchetti di patatine e tiro lattine di cibo in scatola contro i muri. Quando vedo in fondo al corridoio dei detersivi un omino indiano alto come un bambino, che cerca di proteggere sua moglie e le sue figlie piccole, mi prende un groppo alla gola; vorrei scappare, correre da Sara e mettermi a piangere tra i suoi riccioli neri che profumano di terra e di sole. Che cazzo ci faccio qui? Non lo so. So solo che non posso fermarmi: i fratelli sono tutto quello che ho. Se anche mio padre li avesse, dei fratelli come i miei, non sarebbe seduto sulla poltrona a esercitare il suo potere sui sudditi immaginari attraverso il telecomando, sarebbe anche lui in piazza a lottare, a farsi restituire il suo lavoro di merda che adesso non ha più. E forse tratterebbe diversamente mia madre, smetterebbe di pestarla ubriaco ogni sera. E allora singhiozzando, con le lacrime che mi rigano le guance, comincio a spaccare tutto di nuovo. E quando due bobbies mi prendono alle spalle ne stendo uno con una gomitata e mi divincolo dall’altro; poi corro più veloce che posso per infilarmi di nuovo in mezzo al gruppo e confondermi con gli altri. Sono di nuovo in mezzo alla F-Troop, sono al sicuro: i fratelli mi proteggono. L’alcool e le anfetamine girano in quantità, e intanto su Luton è calata la notte. Dietro di noi la luce fioca dei lampioni è illuminata a giorno dai nostri fuochi; altro che le battaglie di Brixton o di Lewisham, questa è la vera guerra di noi inglesi, un popolo che merita un impero.

I bobbies ci scortano fino all’impianto di Kenilworth Road e ci buttano dentro a forza, quasi che in uno stadio possano contenere meglio la nostra rabbia; credono di metterci in gabbia, ma non sanno che stanno commettendo un errore di cui si pentiranno amaramente. Ci mettono tutti nella Kenilworth Stand, una delle tribune centrali, ma siamo tantissimi, troppi, forse più di diecimila. Molti di noi hanno già scavalcato le transenne e si sono seduti sui tabelloni pubblicitari a bordo campo. Indietro è impossibile tornare, la polizia sta continuando a spingere dentro tutti i tifosi ancora ai cancelli. Si soffoca, ci si comprime, si rischia di rimanere schiacciati. E allora sempre più fratelli cominciano a scendere verso il campo. E’ un’invasione. Dall’altro lato del campo quei froci dei MIGs cominciano a insultarci. Qualcuno alle mie spalle grida. Andiamo a fargli vedere chi siamo! Dai forza, siamo la F-Troop cristoddio! Quei coglioni dei MIGs (Men in Gear) vorrebbero essere gli eredi dei Bolts, la storica firm del Luton Town, dopo che questi ultimi li hanno decimati arrestandoli tutti; ma non valgono un dito dei Bolts, gli stramaledetti MIGs. E’ ora che glielo dimostriamo. Un po’ per farglielo vedere, un po’ perché se no nella Kenilworth Stand rischiamo di rimanere compressi, scavalchiamo anche noi le transenne e scendiamo sul terreno di gioco. Le guardie arrivano di corsa per respingerci ma da dietro i fratelli cominciano a fare fuoco di copertura con i seggiolini, prima divelti e poi tirati in campo. Appena i bobbies arretrano, corriamo verso la Oak Road End e cominciamo a lanciare di tutto addosso a quelle stramaledette merde dei MIGs: lattine, bottiglie, accendini, alcuni anche i seggiolini sradicati prima; i conigli scappano, evitano il confronto e cercano di salire verso le uscite, ma la gente che sta entrando nella tribuna blocca la loro via di fuga e così rimangono sotto il nostro tiro. Tra cariche dei bobbies e ritirate, sotto una pioggia battente di tutto quello che sia possibile far volare ad altezza uomo, il tabellone luminoso avverte che la partita così non può cominciare. Ma a noi non ce ne frega un cazzo del tabellone luminoso! Continuiamo con la tattica del mordi e fuggi: avanti e indietro, attacchiamo e indietreggiamo. E solo quando George Graham entra in campo e con il megafono ci chiede di tornare sugli spalti lo ascoltiamo. Ubbidiamo al nostro condottiero scozzese, figlio di un popolo fiero e ardito i cui discendenti hanno creato il Millwall F.C.. Io lo so, perché ho studiato la storia del mio club: viva gli scozzesi!, altro che quegli irlandesi di merda che mettono le bombe nelle nostre città: crepassero di fame loro e la loro isola di patate. Forse la Thatcher non ha tutti i torti.

La partita comincia ma la rabbia è troppa, la interrompiamo di nuovo dopo nemmeno un quarto d’ora e decidiamo di prenderci il campo; fanculo il calcio, fanculo alla FA Cup, vogliamo lo scontro! E scontro è, ma dura poco. I bobbies arrivano in gran numero con i cani e ci ricacciano nella Kenilworth Stand. Non tutti, alcuni fratelli hanno occupato la Main Stand a suon di cazzotti, scacciando via quelle merde del Luton. Altri si sono arrampicati sulle torrette laterali, agli angoli del campo. La partita riprende, e alla mezz’ora quel negro di merda di Brian Stein del Luton Town ci infila: 1-0 per loro. E’ troppo, che se torni in Sudafrica, lì i negri sì che sanno come trattarli, dicono i fratelli. E hanno ragione, cazzo! Con la vista annebbiata dall’odio mi lancio giù dalle gradinate ma sbatto contro il cordone di bobbies e sono rimbalzato indietro. Le mani dei fratelli mi riportano in tribuna. Steve mi prende con lui, dice che dobbiamo metterci di lato, vicino a suo fratello, dove stanno quelli tosti; è da lì che al fischio finale partirà l’invasione e la conquista definitiva del campo. Prenderemo Kenilworth Road, come ci siamo ripresi le Falkland. Quando la partita ricomincia, nella ripresa, vedo il fratello di Steve che gioca con un coltello a serramanico; appena l’azione è dall’altra parte del campo lo tira contro il portiere del Luton Town, mancandolo per un soffio. Dalle tribune parte di tutto; i bobbies in gran numero fanno scudo e respingono ogni cosa. Oramai vogliamo solo la sospensione della partita, e lo gridiamo a gran voce, ma quelli continuano a giocare. Appena l’arbitro fischia la fine capisco che è il nostro momento, l’ha fatto per noi; quel triplice fischio stridulo è il suono salvifico delle trombe dell’apocalisse. Il segnale definitivo che aspettavamo tutti quanti. Scendiamo in massa dalla tribune sul terreno di gioco a portare l’inferno sulla terra. Sul campo comincio a picchiare tutto quello che mi passa davanti, cado nel fango, mi calpestano e poi mi rialzo; chi sono io per arrendermi quando i nostri avi hanno conquistato il mondo e creato l’impero.Raggiungo uno stronzo dei MIGs e con il millwall brick gli apro uno squarcio sulla faccia sotto l’occhio destro, appena quello abbassa la guardia comincio a colpirlo in testa con la parte pesante. Una guardia mi prende le braccia da dietro e mi blocca, mentre mi divincolo faccio in tempo a vedere Joe che come una furia si getta addosso a David Pleat, il tecnico del Luton Town che non ha ancora abbandonato il campo. Prendono anche lui, lo sbattono a terra e lo riempono di calci e manganellate. Steve invece, lo vedo quasi al rallentatore, sta saltando a piedi uniti sulla faccia di uno stronzo rimasto a terra; i suoi anfibi schiacciano le ossa facciali di quel ragazzo pestandole come fosse merda, e la smorfia che ne esce dal suo viso deturpato sembra quella di un vecchio cartone animato giapponese. E’ l’ultima cosa che vedo, poi una botta in testa mi spedisce a faccia in giù sul prato verde oramai inzuppato di sangue; alla nebbia sugli occhi si sostituisce buio totale. Prima di perdere conoscenza sorrido, ho lottato come un vero uomo e i miei fratelli ne saranno fieri. Ho lottato perché non voglio finire i miei giorni in poltrona a guardare ogni mattina Breakfast Time in tv: lo devo a mio padre, lo devo a tutti i padri e tutti gli uomini che hanno fatto grande l’Inghilterra. Finalmente, per un attimo, sono felice.




Croydon, 16 febbraio 2013

Dalla stratificazione di nuvole che non hanno mai abbandonato le nostre vite, è uscito un flebile raggio di sole oggi su Croydon, a illuminare una desolazione che sembra eterna. Dopo essermi sputtanato al pub anche oggi, in un sabato mattina qualsiasi, metà del sussidio di disoccupazione ritirato ieri pomeriggio al Job Centre, ho accompagnato mio figlio più grande alla sala di scommesse della William Hill; quella sotto il ponte della tangenziale. Quando ho visto sugli schermi che in programma nel pomeriggio c’era Luton Town-Millwall F.C. di Fa Cup, un nodo mi ha strozzato la gola, ricordi sepolti mi hanno assalito, e ho cominciato a tremare; deve essere stato brutto, perché Sam mi ha chiesto se stavo bene. Certo, gli ho risposto, devo avere solamente bevuto un po’ troppo. L’ho guardato mentre faceva la sua giocata, lui non sa niente del Millwall F.C. e della gloriosa F-Troop; tifa Chelsea, fin da piccolo, quando a Match of The Day guardava gli italiani: Zola, Vialli, Di Matteo. Penso all’Italia e mi viene in mente Sara, i riccioli neri che lenivano le mie ferite di cucciolo incazzoso, sua madre, tutte le volte che aveva messo a tavola del cibo anche per me; e adesso mi rendo conto di quanto poco avevano e del tanto che mi davano. Non ho mai amato nessun altra donna come lei, anche se all’epoca non ero capace di amare. Forse nemmeno oggi. Non l’ho mai più rivista Sara da allora, nemmeno per caso: Croydon è il buco di culo del mondo, ma è un immenso buco di culo. Due anni fa sono scoppiati ancora dei casini, dei riots. I miei figli per fortuna non hanno partecipato a quelle cose da negri. Gliel’ho spiegato bene. E gli ho anche regalato la X-Box per tenerli lontani dalla strada, perché non facessero la vita di merda che ho fatto io. Ho anche messo la tv via cavo, così le partite della Premier League possiamo vederle alla televisione; che tanto il prezzo del biglietto non possiamo più permettercelo. Cinque anni fa mi hanno licenziato, è arrivata la crisi e ho perso il lavoro. Anche per i miei ragazzi la situazione è dura, sono disoccupati; ma almeno stanno lontani dalla strada e dalla droga. E dalla feccia degli immigrati. Vanno alle riunioni della English Defence League, e l’altro giorno mi hanno chiesto di appuntarmi sulla giacca una spilla con la Union Jack; l’ho fatto volentieri. Chissà cosa ne direbbe Sara, forse si metterebbe a ridere, ricordandomi cosa dicevo di mio padre; ma sono anni difficili, sono sicuro che lei mi capirebbe. Anche se, quando ripenso a trent’anni fa, mi sembra che non sia cambiato nulla; che siamo alla fine o all’inizio dello stesso circolo vizioso. L’unica cosa che è cambiata è che, dal 13 marzo 1985, non ho mai più messo piede in uno stadio. 

9 commenti:

  1. I dettagli rendono unico questo racconto.

    In ogni caso, sono d'accordo. Ciò che accade, se accade sempre, piega.

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  2. grazie zio, il finale è da mettersi a piangere. siamo tutti figli di croydon.

    (ps il video dello scontro è davvero notevole, altri tempi)

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  3. quella partita ha fatto decisamente epoca. e il sorteggio ha ispirato anche me. ne scrissi qua:
    http://trappoladelfuorigioco.wordpress.com/2013/01/27/incroci-pericolosi-in-fa-cup/

    certo, tutt'altro stampo.
    domenica sarò sugli spalti del The Den, si gioca il quarto con i Blackburn Rovers.

    Grandi zio, e grandi ragazzi! lacrime per tutti

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  4. grazie a te poltroni, il tuo "trappola del fuorigioco" è un signor blog, lo leggo sempre con piacere (e finalmente compare tra le nostre Rivalità)

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  5. grazie Dionigi. questo endorsment mi fa doppiamente piacere, visto che voi siete i maestri del genere ;)

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  6. Off Topic: sabato 16 sarò all'Olimpico per il rugby, tempo fa discettavate di fornai/pizzerie (?) nei pressi dell'Olimpico per lo spuntino pre-partita. Qualcuno può rinfrescarmi la memoria con nome e indirizzo ?
    Grazie.

    Cruyff

    In Topic: meraviglioso "trattato" sociale.
    Stand up for loziodiholloway

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    1. c'è il dolce forno a piazza mancini angolo via poletti......proprio all'inizio di via poletti c'è la birreria pink panter...e se vuoi andare a risparmio sempre a piazza mancini sullo stesso lato del dolce forno vicino ad una pizzeria a taglio(non male) c'è un cingalese che vende birra a prezzi onesti......

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  7. Complimenti bellissimo racconto.

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  8. l'immaginario che suscita questo racconto è notevole. la cura dei particolari è fantastica e permette perfettamente di calarsi in una realtà non più vicinissima dal punto temporale e per noi abbastanza lontana dal punto di vista culturale. fragorosi applausi una volta terminata la lettura, con quel po' di dispiacere che nasce quando si vorrebbe che una cosa durasse di più.

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