lunedì 4 marzo 2013

La Battaglia di Kenilworth Road (Avere Vent’anni a Croydon) Volume I





Croydon, 13 marzo 1985

Alba di merda, buia e fredda come al solito. Quartiere del cazzo, fetido e nauseabondo come l’odore di piscio e vomito che s’alza dalle strade, a stento ricacciato in basso dalla pioggia battente. Con la mano sinistra stringo sul collo la giacca della tuta bianca e blu di acetato e alzo al massimo il volume del walkman. I Crass urlano disperati Birth Control 'n' Rock 'n' Roll, ma qua a Croydon della politica non frega un cazzo a nessuno. Anche quando i giamaicani hanno incendiato Brixton, e i fuochi sono arrivati fin sotto casa, ne abbiamo approfittato giusto per prenderci un po’ di roba: quello che ci hanno tolto, una piccola parte di quello di cui abbiamo bisogno. Nulla di più. I ragazzi più grandi sono venuti a fermarci. Non immischiatevi con quei negri di merda! Croydon è sana e pulita, e tale deve rimanere! Siamo un quartiere rispettabile, di gente bianca che lavora, lasciate perdere quella feccia! Quartiere rispettabile un cazzo, qui è miseria e desolazione dappertutto. Non c’è lavoro, non c’è futuro. Il grigio plumbeo dell’orizzonte sopra la tangenziale si fa ogni giorno più denso e pesante, toglie il respiro. A furia di diventare densa e di appesantirsi, un giorno questa cazzo di nebbia che ci avvolge ci schiaccerà definitivamente come scarafaggi. Ma il problema qui sembra solo quello di non mischiarsi coi negri, con la feccia; per questo tutti qui a Croydon votano Tories o British National Party. Come il mio vecchio, che da quattro anni oramai vive sulla poltrona del salotto, con le birre pagate dal sussidio sociale e le vene degli occhi sempre più rosse prossime all’esplosione.Quando abbiamo invaso le Falkland aveva appena perso il lavoro ma da allora quando la sera se ne va al pub è sempre tutto tronfio, col poppy che celebra i morti in guerra a penzoloni sulla giacca sgualcita di tweed, e subito sotto la spilletta dell’Union Jack. Orgoglioso di cosa? Di vivere in un paese di merda che l’ha ridotto a un rifiuto umano a nemmeno quarant’anni: capace solo di ubriacarsi e di picchiare mia madre. Più il frigo si svuota, più lui sembra fiero di vivere in questa nazione che langue di imperi e di conquiste mentre pulisce il culo a zia Betty e offre il proprio in sacrificio alla Thatcher. E poi grida contro gli stranieri che portano via il lavoro; ma qui non lavora nessuno, non gli stranieri, non lui, men che meno io. Chi cazzo gli ha mai rubato nulla. Adesso è a casa, a guardare Breakfast Time, il nuovo programma della mattina che da quest’anno trasmette la Bbc, come fosse una flebo che lo mantiene in contatto con un mondo felice e colorato. E’ un’alba che non promette nulla di buono questa, oggi a Croydon sembra che nemmeno il sole abbia voglia di sorgere per illuminare e scaldare una terra che non lo merita. Per fortuna che c’è il Millwall F.C..

Qui a Croydon tutti tifano per il Crystal Palace, una squadra di merda, che ha pure venduto il suo stadio a un supermercato. L’unica cosa buona è che anche i suoi tifosi odiano il Charlton, e quei bastardi degli Hammers. Io no, io tifo Millwall F.C.. Come mio padre, come tutti i ragazzi su a Lewisham. Anche noi vivevamo lì, ma qualche anno fa dopo che mio padre ha perso il lavoro abbiamo dovuto andarcene; ci hanno rilocati dicono. Le nostre case popolari dei docks sono state abbattute. Dicono che i docks saranno completamente rifatti, e trasformati nel simbolo della nuova Londra, ma intanto a noi ci hanno mandato via. Ci hanno spedito a Croydon, nel mezzo del nulla, nel quartiere che doveva essere il simbolo della nuova Londra vent’anni fa e che invece è rimasto una landa desolata, circondata dalla tangenziale, dove il vuoto pneumatico ti comprime i pensieri fino a farti esplodere il cervello.  E’ da quattro anni che siamo a Croydon e ancora non ho trovato la via di uscita. Per fortuna non sono solo, anche le famiglie di Joe e Steve sono state rilocate qui. Anche loro sono figli dei docks, anche loro come me tifano Millwall F.C.. A noi tifosi del Palace fanno schifo; stanno alla larga le mammolette, ci temono. Sanno che noi siamo la F-Troop e quando ci incontrano cambiano marciapiede. Ma Joe e Steve li incontro più tardi, adesso vado a trovare Sara. Per arrivare al blocco di council houses dove vive Sara, attraverso il ponte sotto la tangenziale e taglio sul prato fangoso dove, dicono, costruiranno un centro ricreativo per i giovani del quartiere. Lo dicono da vent’anni.Quando citofono mi pulisco gli anfibi con la manica, sennò chi la sente sua madre se quando salgo le infango il soggiorno. Casa di Sara è un appartamentino di una stanza al sedicesimo piano di una quelle enormi torri che puntellano Croydon, e che probabilmente servono solo agli angeli per pulirsi il culo dopo che hanno cagato sul quartiere. E’ bello però, pulito, tenuto bene. Una reggia confronto a casa mia; dove per andare in cucina devo fare lo slalom tra i sacchi della spazzatura che mia madre non porta fuori, dove quando sto in salotto a guardare la televisione con mio padre il fetore dei topi morti copre ogni possibile discorso. Per questo stiamo sempre in silenzio a casa mia. Con le persiane chiuse. Per non accorgerci che fuori, oltre la strada, oltre Croydon, fuori da questa cazzo di isola, forse, da qualche parte, c’è vita.

Entro a casa di Sara. La colazione è pronta: uova, pancetta, broccoli e fagioli. Poi sua madre mi ha preparato dei panini con la frittata di spaghetti e cipolle da portar via. E’ italiana, emigrata da qualche cazzo di paesino di campagna alla fine degli anni Sessanta; giusto in tempo per farsi mettere incinta di Sara ed essere abbandonata. Per questo ci tiene sempre che mangi. E quando seguo il Millwall F.C. in trasferta, prepara sempre per me e i ragazzi qualcosa da portar via. Dopo la colazione sto un po’ in camera con Sara, mi perdo nei suoi riccioli neri e nel profumo di una calda terra lontana che nemmeno lei ha mai conosciuto. Le ho promesso che un giorno ci andremo insieme, ma sappiamo tutti e due che sto mentendo: da Croydon non c’è via di uscita. Con lei sto bene, mi fa vedere la vita in un modo diverso. Non capisce perché continuo a buttare via le mie giornate in strada, perché l’unica valvola di sfogo sia andare a fare a botte al The Den. Ma in fondo lo sa anche lei, qui non c’è un cazzo da fare: la violenza del sabato è catartica per il resto della settimana. Il Millwall F.C. è l’unica chiesa che ci è rimasta, dove siamo tutti fratelli e uguali per davvero, mica come in quelle cattedrali che riluccicano d’oro e predicano miseria. Sara continua, mi parla di comunità, di lotta di classe e di organizzazione; studia da infermiera e frequenta quelli dei Socialist Worker. Un paio di volte ci hanno provato ad avvicinarsi al The Den, i socialisti, coi loro banchetti e con il loro megafono; venivano in pace, li abbiamo respinti senza perdite. In realtà anche a me questa cosa della politica allo stadio non convince, dovrebbero essere due cose separate: uno è il nostro cazzo di divertimento, il nostro sfogo, l’altro un fottutissimo rompimento di palle. Prima datemi un lavoro, e uno anche a mio padre. Poi mi interesso di politica. Sara ha ragione su alcune cose, percarità, ma non c’entrano nulla col calcio. Allo stadio la comunità ce l’abbiamo già, siamo tutti fratelli, non abbiamo bisogno di chiamarci compagni e sventolare delle cazzo di bandiere rosse. Forse saremmo meno razzisti, ma così diventeremmo anche meno temibili, delle femminucce. E la F-Troop deve rimanere incazzata, e cattiva; e spaccare il culo al mondo!



Al muretto mi aspettano Joe e Steve. Mi prendono per il culo, mi chiedono se ho raddrizzato quella comunista di merda. Abbozzo, in fondo sono i miei fratelli. Faccio due tiri – che i giamaicani di merda sono buoni solo per venderci la roba – ma sun isn’t shining, fatica a farsi strada tra le nuvole, o forse non vuole scaldare queste strade di merda. Non avrebbe tutti i torti. Tutt’intorno è sempre grigio, e freddo. Steve dice che è inutile raggiungere suo fratello grande al The Den, che tanto a Luton bisogna arrivarci separati; meglio andare direttamente in stazione. Il fratello di Steve era al The Den nel 1978, quando l’Ipswich Town è arrivato per i quarti di finale di FA Cup: fu vera gloria quella. I ragazzi spaccarono tutto, volavano seggiolini e mattoni sulle gradinate, giravano coltelli e spranghe di ferro dentro e fuori lo stadio. Ne lasciarono a terra a decine, tra sbirri e contadini dell’East Anglia. Una grande battaglia che rese immortale il nome della F-Troop in tutta l’Inghilterra. Per giorni i tabloid non hanno fatto che parlare di noi, e il nome del Millwall F.C. è arrivato anche sulla prima pagina del fottutissimo The Times. Anche oggi contro il Luton Town giochiamo in Fa Cup,. Forse è la volta buona che riusciamo a ripercorrere le loro grandi gesta; che io, Joe e Steve una battaglia così non l’abbiamo ancora vissuta. Ogni volta che suo fratello la racconta, lo ascoltiamo rapiti, come se avessimo un nonno che potesse raccontarci le avventure di quando aveva combattuto contro i nazisti nella Seconda Guerra Mondiale. L’orgoglio sarebbe lo stesso. Ma mio nonno non me le racconta queste storie, è un rincoglionito; vive in una cazzo di casa di riposo lurida e merdosa a Muswell Hill, insieme ad altri vecchi decrepiti. E non lo vedo mai. Quando ero piccolo mia madre mi vestiva di tutto punto e andavamo a trovarlo, poi quando sono cresciuto mi diceva di andarci da solo, poi ha smesso; mi sa che non si ricorda più nemmeno lei che esiste. Con Joe e Steve camminiamo verso la stazione di Croydon, scavalchiamo i tornelli e prendiamo il primo treno per Paddington. Ho lasciato il walkman da Sara, e sul treno mi lascio trasportare dal rumore delle ruote che sferragliano sulle rotaie, come fossero le note che escono disturbate e torturate dal basso di Peter Hook. Ma la caciara che c’è nel vagone mi impedisce di viaggiare per conto mio, in un treno diverso, che mi porti da tutt’altra parte.

Usciti da Londra in direzione Luton, le F-Troop sono oramai quasi al gran completo. A Paddington ci siamo uniti con i ragazzi che venivano da Lewisham e di Greenwich. Molti di loro c’erano il 13 agosto del 1977, quando da New Cross marciarono verso Lewisham contro la società multirazziale dando vita alla battaglia delle battaglie. Alcuni sono iscritti al National Front: parlano di solidarietà e di credito sociale, cose che a Sara dovrebbero piacere. Lei dice di stare attento, di non farsi fregare, mi spiega che in realtà i fascisti sono sempre stati i cani da guardia del padrone e che servono a rompere la solidarietà di classe contro le ingiustizie. Cerca di convincermi che proprio la marcia su Lewisham è quella che ha distrutto secoli di lotte proletarie unite e ha aperto la strada all’avvento della Thatcher, la troia che sta distruggendo l’Inghilterra. Insiste che proprio guardando a quel 13 di agosto è evidente come la polizia abbia protetto il National Front e sia praticamente alleata con loro nelle strade, nel dare la caccia ai negri e agli immigrati. Che se fossero dei veri rivoluzionari non sarebbero mai protetti dalle guardie, come invece lo sono oggigiorno in ogni manifestazione. Dice che anzi, tutto ciò che vogliono quelli del National Front è scatenare guerre tra poveri, per proteggere chi ha il potere. Ma non capisce, negli stadi i loro discorsi funzionano: parlano il nostro linguaggio, quello della strada. Ci dicono che senza la feccia degli immigrati oggi avremmo tutti un lavoro, che finché l’Inghilterra era degli inglesi era un impero che dominava il mondo e oggi che è piena di feccia è un posto di merda. Io di mio preferirei parlare di calcio, del fatto che quest’anno con George Graham in panchina saremo promossi in Seconda Divisione, dopo aver appena salutato la Terza; che se continuiamo così in un altro anno saremo in First Division. Grande condottiero scozzese Graham, io lo so, perché ho studiato la storia del Millwall F.C., siamo stati fondati da degli scozzesi di Aberdeen che alla fine dell’Ottocento scendevano con le loro navi nei docks, e decisero di creare una squadra di calcio per sfidare il resto della città. Per questo ancora oggi giochiamo con le maglie biancoblu come la croce di sant’Andrea. Preferirei parlare del fatto che al The Den non abbiamo ancora perso una partita, perché quel cristo di Paul Sansome in porta le para tutte e Steve Lovell in attacco segna a ripetizione. Del fatto che se John Fashanu a vent’anni gioca così, presto arriverà in nazionale; del capitano Les Briley e di quel cazzo di imprendibile saetta polacca di Anton Otulakowski sulla fascia destra. E intanto Luton s’avvicina. Le birre e le canne girano vorticose, piovono pasticche. Un paio di ragazzi hanno già vomitato dentro e fuori dai bagni dello scompartimento: le anfetamine se mescolate all’alcool fan casino. 

(continua nella seconda parte...)

7 commenti:

  1. Bellissima la prima foto, Zio. Tua?

    Anche il passaggio a casa di Sara mi è piaciuto molto.

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  2. Lo zio di holloway è John King, finalmente si è svelato

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  3. @bostero la prima foto non è mia, anche se mi piacerebbe lo fosse.. sara invece è stata mia, ma chi non ha avuto una sara a croydon..

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  4. aspetto con ansia la parte in cui arrivano a lambrate...

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