sabato 16 febbraio 2013

Un tifoso in esilio

[questo post è stato pubblicato originariamente dal nostro amico in Uganda "Il gioco nel pallone". per ragioni tecniche è stato cancellato e ripubblicato da noi]
La quinta gamba di Bull Bull
Uganda e Italia sono due paesi che hanno molti punti in comune: entrambi hanno una democrazia basata sul clientelarismo, un forte campanilismo o tribalismo, un presidente al potere da più di quindici anni (o appena destituito) e un gruppo dirigente pseudo macho con a casa mogli che comandano. Per molti aspetti anche le loro capitali sono simili: ambedue sono state realizzate su sette colli, la Domenica sono praticamente deserte e soprattutto sono piene di buche. Forse Kampala è una Roma un po’ meno vaticana e un po’ più porno.

Vivo in Uganda da più di quattro anni e invece di annoiarvi con interminabili storie vi riassumo brevemente le ragioni del mio esilio con una lista di pregi e difetti del mio quotidiano da tifoso.

Pregi:
Kido-kidogo: termini swahili per trovare una soluzione ad ogni problema con del cash
Le sigarette Dunhill a 4,000 scellini (1€=3,500 scellini)

Una birra a 2,500 scellini

La marca di preservativi americani Rough Rider (cavalcatore rozzo o ruvido) che van per la maggiore alle casse dei supermercati di Kampala
Le donne che adorano fare del bend over nei night club (modo elegante per dire pecorina)
Il porco alla brace di Wandegeya
Sufficientemente distante dalla politica italiana
Il clima sempre mite
Il boda boda (moto-taxi) che per due denari ti porta dove vuoi

I pastori della Karamoja che fanno razzie di bestiame armati di AK 47

La comprensione e il perdono dei poliziotti italiani quando gli dici che sei appena tornato dall’Uganda…
 
Il porco
Difetti:
Rai international
Il mondo dei cooperanti
Le divise troppo bianche dei poliziotti

Le strade improponibili
La chiesa pentecostale e i born again
Il neocolonialismo delle elezioni e dei diritti umani

Il clima che non cambia mai

Tutti conoscono Rino Gattuso e nessuno Beppe Signori
Il posticipo di serie A alle 22 e 45
Il matoke, piatto locale a base di platani bolliti, una sorta di bolo intestinale predigerito
La stucchevole differenza tra snack e food

I sassi nel riso che hanno fatto ricco il mio dentista
Nel 2008 quando dicevo che ero italiano tutti volevano darmi una testata…grazie Materazzi!
Mi stavo quasi dimenticando: CL e i ciellini



Le strade
Quando torno in Italia e racconto che vivo in Uganda la prima reazione è quasi sempre la stessa: “Ah si Amin…ma poi è vero che era cannibale?” Senza dubbio sono di più le persone che hanno sentito delle gesta di Idi Amin Dada (dittatore al potere dal 71 al 79), che quelle che conoscono dove sia l’Uganda sulla mappa geografica (prima di andarci a vivere neanche io sapevo dove fosse…)
Superato questo livello un po’ così, ci sono quelli che conoscono l’Uganda grazie a Joseph Kony, ribelle del Nord che voleva costituire uno stato basato sui dieci comandamenti nonostante la sua fede animista. Pochi la conoscono perché è la terra dove è stato ritrovato il più antico antenato del homo sapiens sapiens (il pithecus Major), dove è stato riscontrato il “primo” caso di AIDS/HIV e quasi nessuno perché gli ugandesi hanno il più elevato consumo di alcol puro per persona al mondo (OMS, 2004).

La prima sera che sono uscito a Kampala, nel Settembre del 2008, ho compreso immediatamente le cause della leadership mondiale nel consumo di alcol. A Kampala la vita notturna è come si dice qui 24/7 e gli ugandesi sono tutti, senza distinzione etnica, di clan, sesso, età e classe sociale, dei party animals. A Kampala ogni sera si può uscire in un locale diverso e la stessa sera cambiare facilmente tre-quattro club senza per questo perdere tempo nel traffico o nel cercare parcheggio. L’unica difficoltà sono i costanti posti di blocco della polizia, che consistono in un cartello metallico un pò arrugginito con su scritto incidente e dietro appostati uno sciame di poliziotti affamati di scellini. Di solito capita che uno di loro si avvicina al finestrino della mia macchina, mi fa segno di abbassarlo e mi annusa come un cane da tartufi in una sorta di rudimentale alcol test. Anche di giorno vengo continuamente fermato, e vuoi per la pressione delle gomme o per l’acqua dei tergicristalli alla fine mi beccano sempre. Nonostante queste difficoltà ho una vita notturna di tutto rispetto. Dopo tanto tempo vissuto a Kampala sono finalmente riuscito ad ideare una settimana tipo di cui sono molto orgoglioso. Almeno una volta a settimana vado a giocare a pool table al Just Kicking con il mister della nazionale di calcio Bobby Williamson. In alternativa, sfido i migliori pool-listi della città nel locale adiacente, il cui nome recita: Fat Boyz lousy food and warm beers letteralmente: “ragazzi grassi cibo schifoso e birre calde.” 

Il Fat Boyz
Il Martedì sera dopo un piatto di Gricia stracolma di pecorino e una partita di Champions al Caffè Roma, osteria romanista gestita da uno che sembra Sergio Citti, spesso faccio un salto alla serata rock dello Steak Out, per lo più frequentata da studenti dell’università di Makerere. Malgrado sia odiato da molti, perché considerato un posto dove vanno quelli che sono appena arrivati in Uganda, il Mercoledì sera adoro il muzunghissimo (bianchissimo) Irish pub (Bubbles), con musica live e working girls di alto profilo. In alternativa, vado all’Iguana bazzicato dalla borghesia Kampalese (la maggior parte tifosi del Manchester United), dove suonano hip pop old school e dove talvolta proiettano filmati di bianchi che ballano fuori tempo. Il Giovedì ricarico le batterie per il fine settimana sperando in una Europa League o nel calcio spezzatino inglese che è buono per ogni sera.

Senza voler stravolgere consolidati principi secondo cui gli africani nello sport sono buoni a correre ma pessimi con i piedi e a nuotare (non ci sono nuotatori neri neanche americani o inglesi) e soprattutto senza offendere il grande Stephen Kiprotich, ugandese del Nord medaglia d’oro alla maratona di Londra 2012, è il pool table il talento nazionale in Uganda. In Uganda la passione per il pool supera certi credi popolari dove per alcuni il pool è una metafora coloniale, in cui per vincere, la palla bianca deve spingere la nera in buca così da rimanere l’unica superstite sul campo di battaglia. A Kabalagala quartiere frequentato da working girls di basse pretese, con vie affumicate di pollo e salsicce alla brace, si erge il mitico Capital Pub, a mio avviso il miglior locale della città. Il Capital Pub è un locale storico di Kampala, dove la musica, le donne, il pool, l’alcol e il pallone sono un tutt’uno! Il lato pool prevede muri dipinti da disegni allucinogeni e giocatrici che indossano succinte gonnelline, che brandeggiano con estrema maestria lunghe stecche di legno. I colpi migliori sono ovviamente quelli dove lei si arrampica sul tavolo per colpire. Ecco quei colpi sono letali! Al di là del pool le donne ugandesi meritano una menzione speciale, soprattutto quelle di Kampala sono celebri in tutto l’East Africa. Le ragioni sono molteplici: perché bevono succo di frutta all’ananas che a loro dire le rende estremamente juicy e non il caffè come le bianche che invece le rende dry, ma soprattutto perché sin da piccole si tirano il clitoride per accrescere il piacere…ma questa è un’altra storia!  
Una amica
Torniamo al pool. Le partite si prenotano mettendo 500 scellini sul bordo del tavolo, che ovviamente dopo poco diventano una lunghissima fila di monetine irriconoscibili dando luogo ad interminabili discussioni sulla paternità delle stesse…le palle sono ahimè gialle e rosse e di piccole dimensioni. Ad ogni bel colpo si batte velocemente la mano sul bordo del tavolo e quando ti succede è un grande onore. E’ invece meno onorevole quando vieni battuto da uno che gira la testa prima di mettere la nera in buca. Mi è anche capitato di giocare a pool contro italiani di fede romanista, i quali posseduti da una psicosi da “cucchiaio” o “scavetto” (come dice Mister Delio) replicavano le gesta del loro capitano con le palle da biliardo, incredibile!

Oltre al pool uno dei miei passatempi preferiti a Kampala è portare le mie feci, possibilmente fresche di mattinata, dal dottor inglese Dick Stockley, giusto per acquietare la mia costante ipocondria. Il dottor Dick Stockley è un noto personaggio in città per via della sua apparizione nel celebre film “The Last King of Scotland” nel ruolo del giornalista e per la sua ossessione con l’impero britannico e la regina (la clinica è tappezzata di foto della regina, di cui addirittura una con lui che gli stringe la mano). Come medico è considerato da alcuni un genio delle malattie tropicali (io sono tra quelli), da altri, un mostro, tra cui mia moglie a cui ha prescritto psicofarmaci senza che lo sapesse, suggerendole tra l’altro che i suoi mal di testa erano dovuti alle corna che le mettevo…grazie Dick!  
Dick Stockley
Veniamo ora alle mie lacrime di borghetti per il fine settimana. In Uganda il calcio italiano è poca roba, qui la fa da padrone la Premier League, forse per un retaggio coloniale, forse perché in Premier ci sono tanti giocatori africani o comunque di colore, forse perché la nostra serie A non è più quella che mandava a fine carriera Vialli, Zola e Di Matteo a giocare in Premier. Sta di fatto che gli ugandesi si mettono in fila nelle banche pur di guardare le partite di Premier, o si ammassano lungo i marciapiedi fuori dai bar per vedere una partita, nonostante la maggior parte di loro non abbia mai messo piede né in uno stadio né tantomeno in Inghilterra. Mi è anche capitato di non pagare il boda boda (tifano tutti Arsenal) solo perché gli dicevo che simpatizzavo per la sua squadra. 
Il pallone
La verità è che gli inglesi, senza troppi meriti, vendono un prodotto televisivo migliore di Rai international, che è senza dubbio la peggiore emittente televisiva con cui abbia mai fruito in vita mia. Rai international è composta da un ammasso di scarti di giornalai Rai, mai visti in Italia prima, neanche su Rete Capri o T9, che conducono senza troppa vergogna l’unica emittente televisiva italiana all’estero (per cortesia fate un sondaggio con gli altri emigranti e vedrete che non esagero). La partita su Rai international prevede una telecamera fissa sul campo, che di tanto in tanto perde il controllo del pallone, un commentatore assolutamente inconsapevole e un post partita a base di Italo Cucci, che ancora parla di quanto era forte Baggio. Per fortuna di pochi c’è l’evergreen D’Amico…
Malgrado queste difficoltà, le poche volte che Rai international decide di trasmettere la mia squadra è un’opportunità che non mi lascio sfuggire. Quando non la trasmettono, ovvero la maggior parte delle volte, ci sono diverse alternative: guardare la partita di cartello (ossia Juve-Pescara, Juve-Siena, Juve-Chievo, Juve-chi te pare) con una versione tristissima della diretta goal di Sky, praticamente, ti dovrebbero far vedere tutti i goal dagli altri campi ma quasi sempre vedi solo le immagini dei tifosi che esultano. Questa oscenità è resa ancor più amara a causa del solito hangover della Domenica o come dicono gli spagnoli resaca, che qui in Uganda è più difficile da smaltire, forse per l’altitudine (1300 metri) o forse per l’infima qualità dei birrifici locali…

Le alternative a Rai international sono anche peggiori, vado su internet e premo compulsivamente il pulsante aggiorna sulla pagina web della Gazzetta, oppure passo la Domenica al Kabira, country club molto fighetto dove le persone si dedicano alla cura del corpo. Il Kabira è di proprietà di Sudhir Ruparelia, arcinoto indiano scappato durante il periodo di Amin poi tornato e diventato insieme al presidente Museveni uno dei ricconi del paese. Imbarazzante è il momento che precede l’entrata nel club dove un folto gruppo di Askari (guardiani) maleducatamente ispeziona il piccolo cassettino passeggeri della mia macchina con la scusa di cercare armi di ogni tipo, salvo poi tralasciare il controllo del bagagliaio posteriore. Mitica è invece la collezione di macchine prototipo della famiglia Sudhir nel parcheggio del club con tanto di targhe di famiglia personalizzate: SR per lui e JR per il figlio, immagino perché Junior. Nell’ambito delle targhe personalizzate di Kampala è interessante quella di Babe Cool, il più famoso rapper del paese, con su scritto Big Size, giusto per mettere in chiaro chi è lui e chi sono gli altri. 

Babe Cool
In quelle giornate spese al Kabira, dopo qualche birra a bordo piscina e un paio di tentativi non troppo convinti di fare due bracciate, mi capita anche di fare una sauna nella bellissima SPA del club. Purtroppo non sempre c’è la pace che richiederebbe una vera sauna. Settimana scorsa durante la sauna, il mio vicino di apparenze russe, ma con voce simile a Luca Laurenti, raccontava al suo vicino pakistano di quando viveva in Afghanistan e forniva elicotteri da combattimento agli americani. A quanto pare al momento rende lo stesso tipo di servizi alle truppe americane in Uganda che sono alla ricerca di Joseph Kony. Insomma è Domenica, mi stavo facendo una santa sauna rimuginando se sui calci piazzati è meglio marcare a zona o a uomo e devo sentire tutta questa roba? Ma poi parliamone, un battaglione di 100 soldati americani mandati da Obama per soddisfare un gruppo di sfigati californiani chiamati Invisible Children dopo una campagna mediatica oscena con ahimè il video più cliccato nella storia di youtube. L’unica soddisfazione è stata vedere il giorno dopo la fine della campagna, il capo dell’organizzazione Jason Russell camminare nudo per San Diego mentre si masturbava furiosamente. Le conseguenze per il povero Jason sono state nefaste, arrestato dalla polizia esausto, in stato di disidratazione e malnutrizione.

In conclusione, nelle Domeniche senza pallone mi riempio la bocca di esterofilia, hamburger e patatine e mi convinco che alla fine sono in piscina sotto le palme, all’equatore, mi abbronzo, faccio il bagno, origlio storie surreali, mi complimento quando incontro un bel paio di gambe, e penso a quelli che stanno in piedi su un seggiolino di plastica, con zero gradi, dietro la pista d’atletica a cantare di quando avevano il moschetto…! Quando faccio così finisce che il Lunedì lo perdo passando la giornata ad ascoltare in streaming le pubblicità di radio sei…ma poi quanti saranno quelli che ascoltano radio sei dall’Africa sub-Sahariana...?

La radio in Karamoja

1 commento:

  1. Peccato, ripubblicando il post si sono persi tutti i vostri commenti...vorrà dire che ne dovrò scrivere un altro!

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