sabato 2 febbraio 2013

Note (calcistiche) a margine di un viaggio mitteleuropeo. Parte II: la Slovenia


Eccola finalmente la carretera. Lasciate alle spalle le sicurezze e le mollezze italiane, di colpo i cartelli stradali cambiano lingua e colore e tutto, d'un tratto, diventa viaggio e - già - esperienza del viaggio stesso. D'ora in poi non c'è disegno dietro i nostri gesti, non c'è itinerario da seguire sulla mappa (mittel)europea, e anche la nostra cosiddetta meta - il capodanno nella capitale dell'impero - si manifesta per quello che è, un mero pretesto per vedere e sentire cose durante il  tragitto. Un flusso di conversazioni su quello che eravamo, siamo diventati e possibilmente saremo che non s'interromperà più. Guidiamo verso est ma anche verso il passato, il nostro passato, quando con il Navarro era tutto diverso perchè attraversavamo la Spagna d'estate ma non avevamo nostalgia, all'epoca guardavamo solo al futuro perchè il futuro cambiava ogni cinque minuti, perchè credevamo nella possibilità di un incontro, nell'amore a prima vista, nel mistero che si nascondeva nel nome della prossima uscita stradale. Il Navarro - una specie di Dorian Gray il cui ritratto siamo noi altri - ascolta Nacho Umbert, si volta verso di me, mi fa un ghigno e riprende la guida verso Capodistria, la loro Koper, e mentre un paio di gocce grigie si depositano sul mio finestrino appoggio la fronte al vetro, osservo il cielo lattiginoso di fine mattina e cerco nello zaino un verso di Gil de Biedma, quello che dice "Y te vuelves hacia mì sonriéndome. Yo pienso en còmo ha pasado el tiempo, y te recuerdo asì". Se è vero che è malinconico pensare che bastano pochi giorni di vita ordinaria per cancellare l'effetto di una vacanza, è anche vero che bastano pochi minuti in macchina in un paese straniero per rimuovere le scorie di mesi di vita ordinaria.

Capodistria - consigliataci dall'ultimo benzinaio di Trieste prima della frontiera - è triste come ogni paese di mare fuori stagione. Le insegne dei negozi fanno l'occhiolino alla moda italiana, gli accenti delle cameriere delatano avi italiani, gli intarsi sui palazzi e le chiese ricordano i fasti dell'architettura italiana (veneziana, per essere precisi). Però non siamo in Italia, almeno questo dicono, ma in Slovenia, così come il Navarro, quando passeggia per Pamplona parlando euskera con la madre, non è nei Paesi Baschi, almeno questo dicono, ma in Spagna. Mangiamo calamari alla griglia in una veranda e beviamo un tè un in caffè con le immagini di barche affondate alle pareti (una metafora di qualcosa che mi sfugge). Abbiamo incrociato non più di venti persone e decidiamo di andare via prima che faccia buio.

Nonostante l'oscurità, per arrivare all'ostello non ci serve una mappa della città (che non abbiamo), nè un gps (che non abbiamo). Ci affidiamo all'istinto e al fatto che a Ljubljana - forse la capitale europea più piccola che abbia mai visitato - l'ostello in questione assurge al ruolo di monumento e quindi i cartelli ci guidano dalla periferia opposta al suo uscio. Già caserma e carcere in epoca austriaca, oggi il Celica - circondato da caseggiati anonimi ma signorili - offre al viaggiatore spartano celle minimaliste riconvertite in suggestive stanze e un eccellente bar, dove ci piazziamo a trangugiare birra Laško in attesa che arrivi anche l'Inglese. Insieme all'Hauptsturmführer Aue devo sorbirmi i passi più crudi della soluzione finale in Ucraina, mentre il Navarro segue senza troppa convinzione le nevrosi di Zelda Fitzgerlad in un libro che Arianna, l'illustratrice milanese, aveva dimenticato a casa sua qualche anno prima. La cameriera, una ragazza dall'aria post-punk con i capelli biondi ossigenati, una serie di tatuaggi disseminati sulle parti scoperte del suo corpo e seni che nascondono eleganti annoiamenti durante i pomeriggi di studio, che alla fine della fiera si dimostrerà la ragazza più attraente incontrata a Ljubljana (ma in quel momento noi non lo sapevamo), si siede a parlare con noi per spiegarci dove uscire la sera, dandoci appuntamento al Cirkus (dove, naturalmente, non la troveremo). Quando se ne va mi rendo conto che non ho mai parlato al Navarro della mia amica svizzera, e l'ora successiva trascorre con il racconto - a tratti poetico, a tratti patetico - dell'ultima storia epistolare romantica d'Europa. A pronunciare la parola fine è l'Inglese, che verso le sette appare nella hall con la sua zazzera bionda alla Prosinecki e un modesto borsone di pelle buono - a essere generosi - per un fine settimana primaverile nel Sussex, ma solo se non ti devi portare neanche gli asciugamani.

Non ho citato Prosinecki a caso. La sera, in un bar bizzarro scovato per caso (il bar è una costruzione isolata all'interno di un parcheggio semi-abbandonato, dove si accede da un ingresso buio presidiato da un portiere che, all'interno della sua cabina, ci grugnisce parole incomprensibili senza smettere di mangiare patate da un tupper e contemplare un film porno in un piccolo televisore quadrato il cui schermo, della grandezza di una mano aperta, proietta una luce retrofuturista sulla sua faccia rugosa), l'unico avventore seduto al bancone ci racconta della sua militanza ultras nei Green Dragons, i tifosi dell'Olimpija Ljubljana, un tempo orgoglio del calcio sloveno (l'unica squadra del paese ammessa nel campionato yugoslavo) e oggi, dopo passaggi proprietari burrascosi e non propriamente limpidi, alla ricerca dell'identità perduta in favore del Maribor, squadra con cui la rivalità trascende l'aspetto calcistico per canalizzare i venti secessionistici degli Stiriani del nord-est. Non a caso, la famosa e furente lite negli spogliatoi coreani dopo la prima partita del Mondiale 2002 (persa tre a uno contro la Spagna anche a causa di decisioni arbitrali discutibili) tra l'allenatore della nazionale, l'ex sampdoriano Srečko Katanec, sloveno (anche se di genitori croati) di Ljubljana, e la stella della squadra, il numero dieci e massimo goleador Zlatko Zahovič, sloveno [anche se la somiglianza con il nostro amico Olivo continua a seminare dubbi e dibattiti] di Maribor, aveva un corposo retroterra politico (oltre al fatto che i due non si erano mai presi). Fanno quasi tenerezza le lacrime - versate durante la conferenza stampa che seguì "l'incidente" nello spogliatoio e portò, a causa delle avventate dichiarazioni di Zahovič, al suo prematuro ritorno in patria - che solcano il viso di un uomo tutto d'un pezzo come Katanec, mentre racconta come già durante la partita Zahovič gli aveva dato dello stronzo lubianese, poi, quando lo sostituì al 63° per far entrare il talentuoso (e lubianese) Ačimovič (autore, forse, del gol più bello e importante della storia del calcio sloveno, il gol vittoria - un gol da brividi - nel play-off contro l'Ucraina che decretò il passaggio, per la prima volta, degli sloveni a una fase finale degli Europei, quelli del 2000), gli aveva urlato che avrebbe dovuto togliere anche gli altri stiriani in campo per far entrare gli amici suoi, e infine nello spogliatoio gli aveva rovesciato addosso tutta la sua rabbia dandogli del coglione sia come allenatore che come giocatore, e che lui valeva molto di più della sua persona, della sua casa, della sua famiglia e di quella merda di Šmarna Gora, la montagna vicino Ljubljana dove Katanec aveva una casa e dove aveva portato tutta la squadra in ritiro prima del Mondiale. Katanec piangeva per le parole di Zahovič, ma anche, e soprattutto, per il pensiero - ridicolo ma proprio per questo terrificante - che dopo tutto quello che (non) avevano sofferto, gli sloveni potessero logorarsi in una faida assurda per dividersi in qualcosa che neanche loro sapevano cos'era.

Prosinecki, dicevo. Mentre il padrone del bar ci offriva Jägermeister, il nostro amico al bancone ci raccontava della stagione - l'unica, ma indimenticabile stagione - in cui il croato Robert Prosinecki aveva regalato il suo talento infinito alla causa dell'Olimpija, con gol meravigliosi ancora impressi nella memoria collettiva. Per me, è stato il calciatore più forte ad aver mai indossato la nostra maglia, conclude. E Sebastjan Cimirotič, allora?, chiedo io. I suoi occhi si illuminano. Aspetta che chiamo sua cugina, dice. (A questo punto, rendiamo merito al nostro amico Olivo: Cimirotič fu una scoperta sua, durante un fantacalcio di tardo liceo. Un fenomeno, lo definì. La verità è che aveva ragione. Centravanti di classe cristallina, avrebbe sicuramente potuto rendere più di quanto ha lasciato intravedere, sia a Lecce, che in patria). La cugina di Cimirotič - un donnone giovane dall'aria allegra - arriva dopo un quarto d'ora e ci spiega che Cimirotič abita in una bella casa ex IACP non lontano da dove ci troviamo (nulla è lontano da dove ci troviamo, penso io, avendo in mente la mappa della città). Entro in bagno - la cui porta è coperta da una bandiera palestinese - e quando riesco lei non c'è già più. In compenso, il ragazzo al bancone sta spiegando all'Inglese che se vogliamo davvero divertirci non dobbiamo andare in Croazia e in Austria, come da nostri vaghi piani, ma in Ucraina, dove - testuali parole sue - sono tutti matti. Lui ci va appena può; è una giornata e mezzo di macchina, ma si fanno delle feste col botto. Lo ringraziamo e usciamo a farci una passeggiata sul lungofiume.

Camminiamo sovrappensiero - la mia testa da un lato si continua a chiedere che cos'è la Slovenia e dall'altro cerca di ricomporre i restanti frammenti di un discorso calcistico sloveno, dai 7 gol inflitti dalla Roma al Nova Gorica in coppa Uefa alla recente esplosione di talenti locali, passando per il lustro che i successi col pallone hanno dato a una nazione altrimenti troppo facile da confondere con la Slovacchia - e ci fermiamo a bere grappe e vin brulè nei baracchini disseminati per le strade. Parliamo con ragazze la cui bellezza non ci colpisce e, soprattutto, ci sembra impersonale, non riesco a trovare i tratti caratteristici della bellezza femminile slovena, mi sembrano, per dirla alla Gianni Clerici (che così definì - secondo me un po' frettolosamente - la bella tennista austriaca Barbara Schett), un po' "pastorotte", carine ma un po' grezze (nice but tacky, sentenzia l'Inglese), per non dire anonime, anche se persone sempre cordiali, educatissime, liberamente ingenue, come tutto il loro paese. Senza farlo apposta ci imbattiamo nel famoso Cirkus, il locale alla moda consigliatoci dalla cameriera dell'ostello. Non facciamo neanche in tempo a dire chi siamo che l'ennesima ragazza bionda ci accoglie all'entrata e, dopo aver chiamato un paio di amici, ci fa mettere dei bracciali da vip intorno ai polsi. Un paio d'ore dopo, felici di aver condiviso la giovinezza slovena, e dopo esserci  sentiti i più vecchi nella discoteca (alla Tatranky, per intenderci), saliamo su un taxi malandato che ci porta a letto, senza fretta, gli diciamo noi, in modo da raggiungere almeno 5 euro sul tassametro. Sul cruscotto, lo stemma dell'Olimpija Ljubljana mette ogni cosa al suo posto.

La mattina ci alziamo con calma, camminiamo al sole, ci perdiamo nel mercato ortofrutticolo e decidiamo di riposarci al Gostilna Dela, un bistrot per studenti che non sfigurerebbe a Williamsburg. Bottiglie di birra Laško innaffiano la zuppa di verdure e il salmone grigliato. Il cameriere appare quasi emozionato di servirci, ogni volta che viene si scusa per qualcosa che, però, non ha commesso. Lo invitiamo a sedersi con noi alla fine del turno. Non posso, dice, e torna in cucina. Per quasi tre ore, intanto, noi ci raccontiamo storie, a turno. Il Navarro e l'Inglese si conoscono da appena dodici ore, penso, eppure sembrano fratelli. Mi godo la tertulia, lo Stammtisch come direbbe Gegen, con un gusto che credevo perso nel turbinio superficiale delle conversazioni frammentarie dell'autunno urbano. Conversare con calma, eccolo l'ultimo lusso, la vera ragione per partire. Nessuno ci corre dietro, in Slovenia. Per la cultura del racconto contro la dittatura degli high-lights, recita uno degli slogan di questo blog. Forse la cosa più vera che abbiamo mai scritto. Paghiamo il conto e torniamo all'ostello. Null'altro ci trattiene a Ljubljana, no falta ni sobra nada dice il Navarro. All'entrata incontriamo dei ragazzi venuti in macchina da Napoli e diretti a Praga. In inglese ci chiedono di fargli una foto sotto i fili con le scarpe. Prima di allontanarci, ne faccio una anche io. Chissà chi è stato a lanciare il primo paio, mi domando, mentre siamo ormai già lontani dalla città, e nel retrovisore ci sono solo montagne.


[qui la Parte I]

12 commenti:

  1. io mi trovo sempre bene a Lubiana, come a casa. E, al di là di ciò che dicono, c'è da divertirsi, anche se questa stagione non le rende giustizia. Ma ci sono bellissimi posti come il Metelkova, enorme centro sociale a cielo aperto (o quasi) dove nei weekend l'offerta musicale è certamente migliore che in Italia, ovunque. c'è anche lo Svetlicarna che letteralmente significa 'mercato dei fiori' e che è un polo artistico e culturale. Lubiana non è bella a fronte di un casco viejo molto borghese, essenziale e curato, ma a me colpisce per il suo stile ombroso ed austero. Un mix tra architettura comunista, raccogliticcio ed impersonale postmodernismo e un pizzico di carattere stiriano. Zagabria, ad esempio, è molto più brutta. a Lubiana ho sperimentato per la prima volta il couch surfing con delle studentesse di là che si sono appropriate di una intera palazzina negli anonimi sobborghi popolari. Le ho conosciute ad una festa di halloween sempre a Lubiana e, confermo, la loro pastorale insipidezza. tuttavia la danno come l'acqua. oddio come l'acqua no, ma a confronto delle ragazze del nordest italico, che a provarci sembra che fai loro un dispiacere, è tutto più rilassato. Anche i ragazzi, a fronte di una viscerale antipatia per la fiat (in Slovenia pensano solo alle auto), sono molto più aperti di noi nell'accoglienza. ricordo sempre molto volentieri il compleanno di tale Lina, che ci ospitava, che si era presa una cottarella per me e che io non mi filavo. 25 dicembre, un tempo infame e il mio amico perse anche le chiavi dell'auto. Una mezza tragedia. eppure ricordo con molto piacere l'avventura. Ho perfettamente presente dove alloggiavi, il Celica. mentre del cirkus ho solo un vago ricordo. Le discoteche giuste, quelle frequentate dai fannecchi e dai freak di Lubiana stanno tutte un po' fuori. Grande che hai nominato Zahovic, Cimirotic e Acimovic, hai smosso i ricordi di pc calcio.

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  2. Onore per la Lasko.

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  3. Ero un grandissimo fan di Zahovic.....Talento puro...totalmente matto.....

    Mi ricordo un amichevole estiva tra Italia e Slovenia...vinse la Slovenia per 1 a 0 con gol di Cimirotic....la cosa veramente geniale è che la partita fu disputata a Trieste!...ricordo la linguaccia di Cimirotic dopo il vantaggio..e parecchi casini sugli spalti.....

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    1. con panucci irriso, per usare un eufemismo, da cimirotic, se non ricordo male...e sempre se la memoria non mi inganna, ultima telecronaca di brunone pizzul.

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  4. Curiosa storia quella della Slovenia che pensava che bastasse mettere i gerani sui balconi ed avere una politica bancaria e tributaria compiacente per diventare una piccola svizzera e rinnegare il Balkan...

    Zahovic talento cristallino. Sarà anche nato a Maribor, ma il nome suona sloveno quanto un "Ciro Esposito" suonerebbe lombardo.. Quel nome tradisce vero sangue balcanico!

    La partita che dice Nesat finì con parecchi scontri giusto per dimostrare quanto quella frontiera fosse immaginaria...

    Grande Dionigi, vogliamo subito la terza parte

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  5. Poesia pura. Attendo la parte dedicata a Praga (unica vera capitale mittel europea) se mai ci sarà!

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  6. Scusate l'off topic (forse è più adatto per il tubonero). Merita.

    http://www.youtube.com/watch?v=OnGODzso0qk

    lasizza.

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  7. sizza, sei ingiusto. gazza non si merita tutto questo. io sono, comunque, con lui.
    divertente però la storia dello struzzo.

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  8. Hai ragione. L'ho linkato e non l'avevo ancora visto, avevo letto solo l'articolo e sembrava l'ennesima bravata. Invece è terribile. Chiedo venia.

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  9. Lacrime per Gazza

    markovic

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  10. lacrime per il pezzo di dionigi, e per tutti noi, che dovremmo smettere definitivamente di andare in vacanza per non renderci conto, ogni volta di più, di essere entrati nella fase tatranky...

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