lunedì 11 febbraio 2013

L'anno in cui non sono stato da nessuna parte


Mi è stato chiesto tempo fa di scrivere un pezzo sull'Ancona dell'ultima serie A, ossia su quella sfortunatissima annata che vide i dorici relegati fin dall'inizio all'ultimo posto, e a lungo in lotta per alcuni dei primati negativi del nostro calcio (alcuni dei quali furono effettivamente raggiunti). Io, a parte il fastidio del dover ripensare a cose già da tempo rimosse, non riesco davvero a scrivere un pezzo unico e coerente su quell'obbrobrio, che mi pare sfilacciato e privo di unità; però qualcosa devo buttar giù. Sicché eccovi un comodo manualetto in forma di alfabeto su tutto quello che non avreste mai voluto sapere e su tante cose che mi hanno fatto male.

***

Ancona. Città capoluogo delle Marche, fondata a suo tempo dai siracusani, vanta duemilaquattrocento anni di storia gloriosa e mai una squadra di calcio seria. A cagione di ciò, per non avere ossia mai conosciuto il bene, la tifoseria dorica non ne ha nostalgia (cfr., inter alia, "La Canzone di Marinella"); fra le meno umorali d'Italia, si appassiona al discreto e festeggia il poco. Inoltre, un po' per lunga abitudine, un po' per indole fatalista orientale, accetta le sconfitte, talvolta anche quelle ignominiose, senza particolari recriminazioni. E chi potrebbe essere tanto malvagio da provocare dolore a gente simile (Chi mai farti soffrire?, per dirla con Saba, altro adriatico appassionato di pallone)? La risposta è: chiunque sia tanto immorale da gestire una squadra di calcio, specie di questi tempi. Per essere più specifici, chiunque prometta la coppa Uefa per il 2005 - anno in cui l'Ancona calcio avrebbe festeggiato il centenario - e poi lasci fallire quella stessa antica società.
Tanto può forse servire a spiegare, o almeno a comprendere, quell'annata un po' così.


  Quelli erane tempi: anconetani a Terni interpretano il cavallo di battaglia della tifoseria dorica (stagione 2002/03)

Black-out. Nel settembre 2003, per l'esattezza un sabato sera, a causa del maltempo un abete cadde su un traliccio in Svizzera e questo, credo per motivi attinenti alla teoria del caos, causò l'interruzione per molte ore della corrente elettrica in Italia. Io mi trovavo ad Arcevia (AN), che è la mia cittadina, alla locale Festa dell'uva. Ricordo che la luce si spense verso la fine della serata, quando i carabinieri giravano fra le locande per chiuderle e convincere gli ubriachi ad andare a letto. Nonostante le fiamme in dotazione, i militi si spaurarono del buio - invero impressionante - e tornarono in caserma.
Io e i miei amici ci avvicinammo alle mura medievali, a (non) vedere lo straordinario spettacolo di una notte e di due o tre valli marchigiane completamente nere. Poi, come ovvio, parlammo un po', e tra i normali argomenti da giovani uomini spicca notoriamente il calcio, ma non ricordo nulla con maggiore precisione.
Il giorno dopo l'Ancona perse 3-0 a Roma la sua quarta partita di campionato. La corrente elettrica era tornata da un paio d'ore.

Collettivo Ancona. Tra le varie disgrazie di quell'annata sfortunata, non ultima, sta lo scioglimento del gruppo ultras che da una quindicina d'anni rappresentava e guidava la tifoseria biancorossa; mi rendo conto che tali parole, dette in generale, possono suonare vuote e antipatiche o tronfiamente retoriche (ma quella retorica della mentalità non mi appartiene), ma in una città come Ancona significa semplicemente che da anni in curva vedevi quelle facce lì, sui pullman parlavi con quelle persone lì, sulle sciarpe avevi scritto quel nome lì.
Insomma, li davi un po' per scontati.
Ho l'impressione che la notizia dello scioglimento me l'abbia data per telefono un mio conoscente anconetano, uno che appunto avevo incontrato in curva; ero sulle scale di casa, la mia casa da studente al Tuscolano, e forse avevo appena parlato con la mia ragazza di allora. Stranamente, non ho memoria di chi fosse quella voce al telefono, con cui pure dovevo avere contatti passabilmente stabili; come se tutta una parte della mia giovinezza non esistesse più.
Sciolta anch'essa.

D. Avevo una ragazza dagli occhi verdi, in quei primi mesi del calendario calcistico (diciamo da settembre a novembre 2003); un paio di domeniche di campionato le passai da lei: ho buoni motivi per identificare quelle due date nel 26 ottobre (Reggina-Ancona 0-0) e in un 16 novembre che risulta senza partite, forse per via della nazionale. A D. volevo un bene non molto profondo, non so se per incapacità o per immaturità, ma caldo e caloroso come quello dei cuccioli di cane.
C'è anche un aneddoto semi-calcistico su quella relazione, ma non ha a che fare con l'Ancona calcio e non lo racconto.
In ogni caso, a un certo punto ci lasciammo, soprattutto per la mia superficialità; io le avevo però promesso di farmi sentire, mi pare, ma non lo feci più. E non lo feci perché, per via di un'altra assurda e infondata storia di gelosia, un mio coinquilino calabrese cancellò dal mio 3310 tutta una serie di numeri di donne (tra cui quello di una sua amica, in effetti, ma la sua interpretazione era comunque sbagliata): fra questi c'era anche quello di D., che dunque non ho più sentito (la rividi in una breve occasione, molto tempo dopo; ma non conta). E niente, scusa di tutto, D. Sinceramente.

Esordi. Nei tre anni di Serie B precedenti quel campionato (dal 2000 al 2003) avevo sempre fatto l'abbonamento in curva Nord. D'altronde al Del Conero la partita si vede bene, e la B dell'epoca era divertente e tecnicamente valida.
In serie A, tuttavia, visto il mercato e avendo poco interesse a farmi prendere per il culo, decisi di non rinnovare la tessera e che quell'anno mi sarei dedicato più che altro, come mio dovere, a terminare gli studi universitari.
La prima partita di quell'anno la vidi perciò in un pub, vicino alla fermata della metro di Giulio Agricola. L'Ancona si presentò con uno smagliante 3-6-1, infarcito oltretutto di pescaresi, e io seppi dal primo minuto della prima partita che le cose sarebbero andate malissimo (facile previsione, d'altronde). Poi segnò Ševčenko, seguito da un giovane brasiliano dal buffo nome di Kakà, ma la cosa non sorprese nessuno.
Io e il mio coinquilino calabrese (lui per gentilezza) eravamo gli unici nel pub a non tifare Milan.

Finding Nemo. Che è poi "Alla ricerca di Nemo", film che uscì in Italia per il Natale del 2003 e che io andai a vedere, gustandomelo molto. Questa è la prima parte dell'aneddoto, che a ben vedere è fatto di due metà non comunicanti.
La seconda parte ha a che fare con la decisione dell'Ancona Calcio di affidare a Nedo Sonetti l'impossibile compito di salvare una mandria di vecchi e pippe, o in subordine quello - comunque assai difficile - di evitare il ridicolo. Questo secondo obiettivo venne in parte raggiunto: perlomeno le sconfitte divennero meno umilianti.
Per questo motivo io e un mio amico decidemmo, nel gennaio 2004, di recarci in trasferta a San Siro con uno stendardo recante la scritta "Alla ricerca di Nedo". Purtroppo la neve, e forse un sabato sera troppo allegro, ci impedirono di andare ad Ancona per salire sui pullman della trasferta; io, anzi, dovetti fuggire in fretta e furia sulla mia Honda Civic, lasciando le colline che già cominciavano a imbiancarsi.
Sull'ultimo curvone in uscita dalla mia città, soddisfatto della mia capacità di tenere la guida sull'asfalto nevoso, mi rilassai troppo; e per la prima e unica volta in vita mia finii in testacoda sul ghiaccio. Ma fu un errore lieve e breve, e potei tornare subito in strada.
Più tardi scoprii che l'Ancona aveva perduto 5-0, dopo una lunga e valida resistenza, fiaccata solo dal classico rigore casalingo pro-Milan (casalingo lato sensu). Se non sbaglio, ma forse sbaglio, in quella partita debuttò Jardel, e fece una bella impressione, che si sarebbe poi rivelata totalmente illusoria.
Nedo fu cacciato più tardi, benché non avesse colpe dell'incompetenza altrui.

Quelli erane tempi: Emiliano Tarana festeggia la promozione in A, sotto il paterno sguardo di Maurizio Ganz

Graaf, Magdalena. Moglie di Magnus Hedman, discreto portiere arrivato nella Dorica nella seconda parte di quella sfortunata stagione; noto marginalmente per le denunce di partite truccate (presto insabbiate) e soprattutto per essere il marito di Magdalena Graaf. Costei è a sua volta conosciuta come moglie di Magnus Hedman e sorella di Hannah Graaf, ma più che altro per l'evidente fatto che a dir le sue virtù basta un sorriso (o google immagini).
Votata a suo tempo come la più bella compagna di un calciatore, detiene l'unico primato positivo assimilabile ai biancorossi di quell'anno.

Hubner, Dario. Generoso e potente centravanti muggiano, capace anche di gonfiare con una certa regolarità le reti avversarie. Giunse all'Ancona già nella bara, il che ne inficiò in parte le qualità offensive; mise in mostra tuttavia una notevole borsite e altre patologie tipiche della senescenza.
Si segnala come emblema di una campagna acquisti indecorosa, spiegabile soltanto con il dolo e la cattiveria d'animo.
Altri ritiene che la ragione del suo calo fisico e morale sia da ricercare nell'umlaut, da poco riscoperta, che all'Ancona lo fece presentare come Hübner; tali voci antitedesche non hanno tuttavia necessariamente riscontro nella realtà.

Imbarazzo.
Lasciatemi dire che, se un giorno d'inverno non siete mai saliti su un treno in compagnia di una vostra ex compagna di liceo, chiacchierando anche amabilmente mentre tale treno tagliava la campagna marchigiana e poi umbra in direzione della Capitale, ed era domenica pomeriggio e come ogni domenica pomeriggio si giocava il campionato di calcio (voi eravate giovani e tornavate all'università), e quando il treno già entrava nel Lazio qualcuno che non conoscevate assolutamente, parlando con altri che tantomeno, quel qualcuno ha recitato i risultati della domenica, ed è venuto fuori che il risultato che a voi interessava era un Empoli-Ancona 4-0; beh, se non vi è mai successo di apprendere per caso tale risultato, e senza dire nulla a nessuno seppellirlo nel vostro animo come un qualcosa di ineluttabile e già passato, allora non avete idea di cosa sia l'imbarazzo.
E tutto il campionato 2003/04, tutto sommato, fu come quella domenica e quel treno.

Litote.
Figura retorica per cui si afferma un concetto attraverso la negazione del suo contrario. L'esempio classico che se ne dà in lingua italiana è "Don Abbondio non era un cuor di leone". Nel corso della stagione 2003/04 feci spessissimo ricorso alla litote, quasi ogniqualvolta venivo interrogato, di solito da qualche studente della Sapienza appassionato o anche solo informato di calcio, sulle performance dell'Ancona calcio 1905.
"Non è una grande annata", rispondevo dunque, "i giocatori non ci credono, la squadra non è costruita bene, il progetto non è chiaro né credibile", e via così. E non so se parlassi così per innato moderatismo - in fondo, sia pure della metà celtica, sono pur sempre marchigiano; ed esprimo nel cuore il bisogno di colline morbide, di poesie interrotte da siepi, di maggioranze PD-UDC -, o per non ferirmi dell'altro raccontando anche a me stesso la verità più cruda. Oppure invece, molto più nobilmente, quelle domande - quell'annata in sé - ci torturavano, e far finta di nulla era il nostro modo di non cedere agli aguzzini della nostra passione.

Mazzone, Carlo. Cioè: uno - in questo caso il tifoso dell'Ancona - viene da un anno non solo vincente, con la promozione, ma da uno spettacolo calcistico di prim'ordine, giacché, checché se ne dica, Gigi Simoni sapeva far giocare le proprie squadre (e l'anno prima c'eravamo goduti Spalletti). Uno viene da questa fortunata condizione, dicevamo, e d'estate, il periodo dei sogni estivi, la prospettiva che gli viene proposta è Carletto Mazzone.
Sì, perché secondo il patron Pieroni l'uomo giusto per salvare una squadra di pellegrini era lui (peraltro già in evidente declino) con il suo calcio che va be'. In ogni caso, Mazzone ebbe l'intelligenza di non accettare quella panchina; mandò tuttavia il proprio vice, Leonardo Menichini, destinandolo a una ben magra figura.
In seguito Mazzone si accasò al Bologna. Quello stesso dicembre - Menichini era già stato allontanato - andai a Bologna a trovare degli amici e a vedere l'Ancona.
Il settore ospiti, costituito da una buona rappresentanza della comunità marchigiana a Bologna, si mostrava allegro e caloroso, e non smise di festeggiare neanche di fronte a piccolezze come la vittoria del Bologna o la fine della partita. Di quel match mi piace ricordare due cose: un gol di Carlo Nervo molto simile a quello realizzato da Marco Van Basten nella finale degli Europei 1988, che però, essendo stato messo a segno da Nervo, passò ingiustamente sotto silenzio; la convinzione diffusa, espressa anche in coro, che una squadra tanto mal guidata come il Bologna mazzoniano ci avrebbe presto seguiti in serie B, il che accadde puntualmente l'anno dopo (ma l'Ancona si era già dissolta nelle nebbie della C2).

Novemila. Il numero, misteriosamente alto, degli abbonati alle partite casalinghe dell'Ancona in quel 2003/04. Adesso quei novemila, con l'ancora l'orrore negli occhi, vagano per il mondo: alcuni si sono arruolati nella Legione Straniera o sono entrati in qualche setta protestante, altri lavorano nel marketing, certi si sono ritirati nel deserto a meditare sull'esistenza; pochi disperati si sono accecati, altri ancora sensibilizzano la gente via internet.
Quelli rimasti ad Ancona, se li incontri in giro e il discorso va a finire su quei fatti, non vogliono parlarne.

Opinionismi. Sono passati molti anni da allora e mi sono successe cose anche importanti, a volte gradevoli, a volte dolorose, che hanno spazzato via le piccole preoccupazioni universitarie e i nomi e le facce che ero sicuro avrei ricordato per sempre; perciò non so più chi l'abbia detto o scritto, ma ricordo ancora che qualcuno, nell'estate 2003, valutò la rosa dell'Ancona come competitiva e in grado di lottare davvero per la salvezza. C'è ancora un "6,5" , scritto o pronunciato da chissà chi, che mi rimbalza nelle pareti del cervello: 6,5! Io 6,5 non lo darei neanche a tua moglie, e sì che sono di manica larga.
Ora, non siamo qui per fare del gramellinismo o per sentirci sto cazzo: ho visto un terzino sinistro del Castelnuovo Garfagnana segnare un gol amaramente decisivo sotto la mia curva (al novantesimo), per dire come io sia messo e quanto poco voglia ergermi a qualcosa. E credo d'altronde che si possa sbagliare; siamo umani.
Però vorrei che qualcuno scrivesse un ponderoso volume sulla storia dell'incompetenza e dedicasse un paragrafo a quei Titani del settore che videro una squadra decente in quell'Ancona lì. Vorrei che i loro nomi non si perdessero e che ancora fra mille anni, quando la nostra lingua sarà dimenticata e i nostri discendenti saranno dei cinesi vestiti male, si serbasse memoria di quelle grandissime, luminose teste di cazzo.

Pearà. Non so cosa sia e non mi metterò a cercare in Internet per supplire alle mie scarse conoscenze. So che è una salsetta veronese e che è molto buona, o almeno a me è piaciuta parecchio.
L'ho mangiata una sola volta, nel dicembre del 2003, l'ultima domenica prima delle vacanze natalizie. Andammo a Verona a trovare un amico che all'epoca studiava là; il pretesto era quello di Chievo-Ancona. La giornata era fredda e nebbiosa, condizione che peraltro esaltava la bellezza della città veronese. Attraversammo l'Adige, gelido anche da guardare, e mangiammo nei capannoni di una qualche fiera gastronomica. Il pearà mi è rimasto impresso, per il resto boh.
La partita mi parve venduta. Dopo un golletto di Cossato, l'Ancona ebbe perfino l'occasione di pareggiare su rigore: ma Rapaić lo sbagliò. Non ce la prendemmo più di tanto. Dietro di me c'era un tale che reggeva uno stendardo con la scritta Turisti per naso e passava il tempo a insultare Hubner; aveva ragione. Poi la curva del Chievo alzò una sciarpata: le contammo, erano trentacinque.
Tutto sommato fu una gita divertente. Verona e una città stupenda; non ci torno da allora, ma adesso mi è venuta voglia di pearà.

Fedeli alla linea. Anconetani post-fallimento, in una trasferta che mi rifiuto di specificare

Quarantasei. i giocatori utilizzati dai vari allenatori dell'Ancona in quella stagione. Molti di questi pippe o pescaresi o entrambe le cose. Fra questi vogliamo ricordare - no, lasciamo stare.

Rapaić, Milan. Che dire? C'è quel pregiudizio secondo cui gli jugoslavi sono tutti vagabondi, o quantomeno degli inquieti giramondo. Lui invece, sarà perché veniva dalla Slavonia profonda, terra austera e mitteleuropea quanto la Dalmazia è mediterranea e rumorosa, non aveva tutta questa voglia di spostarsi. Avevano chiesto di lui quelli del Liverpool; ci pensò su, poi preferì gli altri reds, quelli un pochino meno blasonati e competitivi (se ve lo stavate chiedendo: sì, non è un caso che l'Ancona vesta la stessa divisa dei rossi di Anfield. Fu un mercante marchigiano, con frequenti rapporti di lavoro con l'Inghilterra, a innamorarsi delle divise rosse e ad importarle sull'Adriatico).
In ogni caso, neanche Rapaić combinò granché. Ma almeno in Ancona c'è l'aliscafo, e poteva tornare a casa quando voleva.
Va detto comunque che, almeno nel caso di Rapaić, un'indole domestica non è per forza sinonimo di un'anima timida e casalinga. Giravano infatti aneddoti su di lui, storie certamente esagerate; ricordo ad esempio un'amichevole fra la squadra del mio paese e l'Ancona, durante il ritiro estivo 2004 (prima che l'Ancona fallisse). Rapaić era marcato da un mio conoscente; ma la partita si giocava di domenica, e quel mio conoscente aveva terminato il sabato sera che era già mattina, malmesso fuori da una discoteca di Senigallia. L'allenatore, tuttavia, valutò che l'ala croata non avesse passato diversamente la nottata e lo schierò lo stesso in marcatura.
Purtroppo ho dimenticato i risultati di quella scelta. Si sa tuttavia che il calcio d'estate lascia il tempo che trova.

Saluti. Ho già scritto e riscritto che la campagna acquisti dell'Ancona 2003/04 fu ridicola e deludente, e che i nomi ascoltati in tv e letti sui giornali, più che titillare la curiosità, stimolarono le ghiandole dell'imbarazzo.
Ci fu però, devo essere onesto, una grossa eccezione: ricordo infatti che ero in casa, a Roma, intento a guardare Sportitalia (quell'anno seguivo con attenzione il campionato portoghese, vinto con la consueta sapienza dal Benfica di Trapattoni), quando scorsi una notiziola in sovraimpressione. "Jardel all'Ancona", diceva la scrittina, e io, non so come dire, mi emozionai.
Forse voi non avete più presente cos'era e cosa sapeva fare Jardel, ai tempi suoi, ma per uno nato nel 1980 e cresciuto a pallone e fantasia, beh, Jardel era Jardel.
Quello Jardel purtroppo non esisteva più: lo si capì ancora prima del suo esordio. Fu infatti presentato, anche se credo che poi non giocò quella partita, nel prepartita di un Ancona-Perugia: lui salutò i tifosi al centro del campo, poi volle avvicinarsi alla curva per farsi acclamare meglio dalle frange più calorose, e tuttavia scelse quella occupata dai tifosi del Perugia (i colori sono una ben magra scusante, di fronte a evidenze quali il numero stesso dei tifosi).
Seppi di questa cosa solo qualche mese dopo, ma, seppure a posteriori, mi chiarì tutti gli interrogativi provocati da quella presenza grassa e irriconoscibile.

Tournier, Michel.
Fu in quell'anno che lessi "Il re degli ontani", geniale, inquietante, meraviglioso romanzo del bravo autore francese. La lettura mi piacque tanto che non solo la ripetei a stretto giro di posta, ma in un certo senso entrai nelle atmosfere stesse del racconto, nel mondo bianco e nero della Prussia umida, nella follia di un'Europa crollante, nella storia dell'orco minore che ama i bambini e dell'orco maggiore che li manda al macello.
Amavo trascorrere le domeniche pomeriggio, da sempre dedicate all'ozio, leggendo del gigante pedofilo Abel Tiffauges, della sua dieta a base di latte e carne di cavallo semicruda. delle sue tenerezze per i piccioni e della sua vita nel campo di prigionia nazista. Tale era la mia evasione.
Poi accendevo la tivù, leggevo dell'Ancona, e tornavo alla triste realtà.

Ultras Jesi. Sono fermamente convinto di aver predetto nell'estate 2003, in un forum di tifosi della Jesina che non so più perché allora frequentavo, tutto ciò che sarebbe successo nell'anno calcistico: l'improponibile campagna acquisti, le umiliazioni, la retrocessione, probabilmente il fallimento. Io so, potevo dire con Pasolini, ma non lo dissi (o forse sì; chissà se quella pagina è recuperabile). Io sapevo, d'altronde, perché era facile sapere: Ermanno Pieroni, allora azionista unico dell'Ancona calcio, era infatti di Jesi... E basta conoscere anche poco questa terra medievale, perfetta nelle forme del paesaggio e arcaica negli odi, per capire che l'ipotesi di gran lunga più attendibile, quando uno jesino compera l'Ancona, è il progetto di demolirla.
Non mi credettero, o forse sapevano tutto e non vollero scoprirsi; o forse non lessi mai nessuna risposta al mio j'accuse, oppure boh. In ogni caso l'odio, specie quand'è lucido e di antica data, spiega sempre tutto, e anzi muove il mondo assai più di quanto lo faccia l'amore nella mente dei semplici e nelle più banali canzoni r'n'b.
Va detto, se guardiamo la cosa dal punto di vista tecnico, che Pieroni fu bravissimo (inoltre aveva una ragazza ascolana: come potemmo non accorgerci di nulla? Folli, fummo, folli!).

Vavassori, Giuseppe. Che poi sarebbe Giovanni, ma è da tanto di quel tempo che non mi veniva in mente che mi ero dimenticato perfino il nome. Giovanni Vavassori, adesso sembra impossibile però è vero, era un allenatore emergente: un esonero a Bergamo, subito quando ormai la squadra era condannata alla retrocessione, non aveva cancellato i tre anni precedenti, in cui aveva collezionato alla guida dell'Atalanta una promozione in A, un settimo e un nono posto nella massima serie.
Nell'estate 2004 lo avevano chiamato ad Ancona: la rosa della squadra, molto sfoltita rispetto al caravanserraglio della serie A, pareva estremamente competitiva per la B. Una coppia d'attacco di lusso per la categoria, formata da Rapajć e Bucchi, sembrava garantire che i dorici avrebbero lottato per la promozione. In altre parole, Vavassori aveva l'opportunità di rilanciare da subito la propria carriera; se posso immedesimarmi in un allenatore bergamasco con cui non ho mai parlato, azzardo che fosse felice.
Poi l'Ancona fallì, per un debito di una quindicina di milioni di euro (negli stessi giorni alla Lazio fu accordata la spalmatura negli anni di qualche centinaio di milioni di arretrati verso il fisco; ma non voglio paragonare le due vicende). Che io sappia, nonostante qualche vittoria in campionati minori, Vavassori finì lì: non gli fu più data l'occasione di allenare una squadra altrettanto valida, figuriamoci poi quella di tornare in A.
Non so questa vicenda cosa dimostri; forse la teoria del caos, forse nulla, forse boh.

Zingara. Dopo la serie A venne la C2 (girone B. Annoto a margine che, dal 2002 ad oggi, quand'era in B, l'Ancona è retrocessa una volta, ha vinto tre campionati e ha usufruito di un ripescaggio. Nonostante ciò, grazie a due fallimenti, oggi gioca tre categorie sotto la B). Che dire della C2? Mah, è un mondaccio, ma offre spunti divertenti.
Ad esempio nel dicembre 2004 o nel gennaio 2005 l'Ancona giocava a Viterbo; io studiavo ancora a Roma e decisi di seguirla. Feci il biglietto per la Tuscia il giorno prima, dato che mi trovavo a passare a Termini; mentre inserivo il denaro nella macchinetta, mi si avvicinò una zingara, in attesa che le donassi qualcosa. Quando il ferro sputò il resto, allora, le misi in mano una o due delle lucentissime monetine da cinquanta centesimi in dotazione a ogni macchinetta; quella volle guardare il mio biglietto, lesse "Viterbo", mormorò qualche parola di benedizione e poi sputò.
Io mi fingo razionale, a volte, di solito quando parlo con le ragazze o con i professori universitari; ma nulla mi toglie dalla mente che fu quell'incongrua benedizione impartita alla città laziale a permettere a un giocatore gialloblù di azzeccare il giorno dopo un bolide da trenta metri, regalando alla Viterbese l'immeritatissimo 1-1. Quell'anno, a forza di risultati simili con squadre di stramerda, restammo in C2.
Credo che sia giusto, e rappresentativo di tutto un mondo di calcio minore e di squadre che passano il tempo a fallire e a deludere i propri tifosi, chiudere così.

31 commenti:

  1. Grandissimo...
    giocava anche un giovane Pandev in quell'ancona?
    Liverani con la maglia della Lazio infilò un fantastico pallonetto da 35 metri al Conero..
    Quello è stato un anno in cui nessuno di noi è stato da nessuna parte, anni uguali e inutili i primi del XXI secolo. Non resterà nessuna traccia, come di quell'Ancona

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  2. Anonimo Baciccia11 febbraio 2013 16:24

    Sbaglio, o Milan Rapaic era stato convocato anche per gli Europei in quell'anno?

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  3. uhm mi sa tanto che al massimo fra un paio d'anni potrei scrivere lo stesso articolo sul pescara, che a mio avviso è destinato a fare la stessissima fine di quell'ancona... calciomercato indecente fatto ugualmente con "odio e cattiveria", decine di giocatori improbabili, dirigenza dilettante e approssimativa.. sì, tutto torna. alex

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    1. nù quand' p'rdem c' ngazzem però!

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  4. Il destino comune dei gemellati, pure noi della spal siamo falliti due volte dal 2005 ad oggi (ma nel frattempo col cazzo che l'abbiamo vista la serie b). Però la serie D non è così male, niente tessera del tifoso (sigh).

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  5. quell'ancona li mi ricorda molto il como del 2002-2003

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  6. Cmq Sommese non era male, o almeno fino ad un certo periodo era l'unico che giocava a pallone in quell'Ancona..

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  7. Anche io intravedo un futuro simile per il Pescara.
    Che dire? Tra Adriatici (nonostante l'odio campanilistico) ci si intende e succedono sempre le stesse cose.
    Unica eccezione il Bari che inossidabilmente è sempre lì. Per tutte le altre, dalla Triestina al Lecce (comunque al confine), passando per Venezia, Rimini, Ascoli, Sambenedettese è sempre la stessa storia.
    Comunque complimenti per il post, un'annata così non la si augura a nessuno.

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  8. tamas, hai scritto il post più bello dell'anno (e mi sbilancio anche per i mesi a venire), grazie per aver messo il tuo cuore a nudo. quell'ancona faceva veramente orrore ma non impedì comunque alla roma di pareggiarci zero a zero. c'era della gente assurda, forse ancora dino baggio ci giocava (ma potrebbe essere un'allucinazione).

    dicci una cosa tamas: ma D. è la stessa ragazza del bingo a crotone? e il tuo coinquilino calabrese, che per gentilezza non tifava milan, è quello che ti ammanettò al mobile della cucina? noi non abbiamo mai dimenticato quei tuoi racconti sotto la tangenziale...

    quello che salverei di quell'anno (concordo con gegen, anni inutili, come l'università) sono tutti i viaggi che ti sei fatto e le curve che hai visto e le cose strane che hai mangiato.

    saluti da uno che se fosse stato di ancona sarebbe stato "uno dei novemila"...

    ps suggestiva l'ipotesi adriatica di giakimo, non ci avevo mai pensato...

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  9. D. è di Roma Nord, se me la fossi tenuta ora andremmo tutti al circolo di tennis con qualche parlamentare del Pdl. Mentre il coinquilino che mi ammanettò era una guardia giurata marsicana (ma allora vivevo al Prenestino, là se non ti ammanettano si può dire che neanche hai capito il quartiere).
    Quell'anno, in realtà, ho totalizzato solo un paio di trasferte perché di più proprio non m'avrebbe retto il cuore. Devo dire però che il pearà è valso la pena

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  10. anonimo sfidante12 febbraio 2013 10:34

    Considerando che dietro il fallimento del Pergocrema dovrebbe esserci sempre Pieroni (così dicono voci fondate), ringrazio Tamas perché con questo post ora so che città odiare e che abitanti disprezzare: Jesi deve sparire dalle carte geografiche.

    C'è da dire che, guardando le cose da una prospettiva migliore, ora si ha più tempo da dedicare ai piaceri della carne.
    Però il più delle volte la domenica è da depressione.
    Bel post.

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  11. il parco attaccanti era semplicemente leggendario
    http://it.wikipedia.org/wiki/Ancona_Calcio_2003-2004

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  12. bellissimo post, in cui mi ci sono immedesimato parecchio tra fallimenti in serie, serie C, serie D..però credo che una squadra così orrenda, praticamente retrocessa a fine settembre, sia stata unica nel suo genere. ecco, forse solo il como ma anche no. Di quell'ancoa mi ricordo 2-3 cose: Jardel (mitico anni prima in portogallo) soprannominato subito Lardel, uno striscione leggermente ironico contro la Roma (tipo "A voi segna Totti, a noi segnano tutti) e il fatto che dovrebbe averci giocato anche Paolino Poggi, il quale poco ha potuto di fronte alla criminalità del piano.

    Di Spalletti all'Ancona proprio non mi ricordavo

    tommaso

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  13. La squadra dei fratelli sfigati: vedi Jorgensen e Helguera

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  14. Se non sbaglio l'Ancona riuscì a vincere la prima partita contro il Bologna,poco dopo la matematica certezza della retrocessione. Ricordo che volevo scommettere sulla vittoria dell'Ancona (ebbene sì) ma scoprii che non si poteva proprio perchè già matematicamente retrocessa (mancavano diverse partite alla fine del campionato).
    Qui uno dei momenti più alti di quella stagione
    http://www.youtube.com/watch?v=a0afFBjwPF4

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  15. D la mia lettera preferita. In ogni vita c'e' una D. Le prime poco sagge convinzioni che sia al limite pure giusto accantonare il campionato per la figa.

    Stravedevo per Rapaic, punta di movimento e di poca sostanza.

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  16. Il post più bello da mesi a questa parte. Da tifoso della Torres conosco alla perfezione l'argomento fallimenti e pure io ora bazzico in serie D.
    Però posso buttare sul tavolo due elementi interessanti: ebbene sì, ero presente a San Siro in quel Milan-Ancona in cui esordì Jardel e ricordo che il Milan rubò la partita, sbloccando il risultato con un rigore inventato. Jardel c'era ed era grasso da morire.
    E poi una volta sono stato inspiegabilmente dentro la curva di Jesi per un Jesina-Angelana. Li ho odiati perché nel secondo tempo hanno abbandonato la loro curva per trasferirsi in gradinata ed essere più vicini alla porta dove attaccavano.
    Ti sfido a trovare un altro sardo che ha messo insieme queste due esperienze senza senso.

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    1. Jesina-Angelana è follia....geniale....

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    2. non ci hai detto perchè l'hai fatto (perchè ti trovavi in curva a Jesi, insomma). non so gli altri ma io lo vorrrei sapere.

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  17. Dunque intanto mi faccio i complimenti da solo per aver Stalkerizzato Tamas...obbligandolo a battere questo post....

    il risultato era prevedibile...una PERLA...

    Di quel Ancona ho 2 ricordi vivi...
    Ero a Perugia mancavano una manciata di giornate alla fine del campionato, l'Ancona giocava a Roma contro la Lazio...un po' per innervosire il mio amico laziale..un po' per la quota alta... buttai 5 ero sulla vittoria in trasferta dei dorici....mi ricordo che ero al bar della stazione quando Daniel Anderson segnò il 2 a 1....sono salito sul treno con l'ancona in vantaggio e per le 3 ore di viaggio non ho voluto sapere nulla...sceso a Termini due ragazzi parlavano del 4 a 2 laziale e della doppietta di Couto......

    l'altro ricordo è Perugia - Ancona...ultima di campionato.. al Perugia serviva una vittoria per andare allo spareggio con la Fiorentina......ero al curi.....partita mostruosa di Hedman che parò tutto...goal credo di Bothroyd...e soprattutto l'ex Bucchi che sbaglia un goal a porta vuota in maniera sospetta.....

    @Tamas...ci racconti l'altro aneddoto calcistico su D.?

    Su Ancona Roma 0 a 0..poco da dire...un vero trauma...ricordo una grande partita di Marcon.. ma forse ricordo male..in ogni caso..che cazzo di fine ha fatto Marcon?

    Bello lo striscione post mercato di gennaio "Ade semo na potenza"(o una cosa del genere)

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  18. Quante verità nel tuo post! E da tifoso Hellas, tutte provate sulla propria pelle non 1 ma 3 stagioni a fila nell'inferno della serie C!
    e ti assicuro che un conto è essere bastonati a San Siro e un altro è essere umiliato dal Legnano, Cittadella, Manfredonia et simila...

    PS Jardel = Bojinov

    PPS orrore!!! si dice LA pearà...femminile, come una bella donna che ci fa battere il cuore!

    Jardel Fat Player Crew

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    1. senti jardel, da veronese, ci puoi dire qualcosa in più su questa pearà, che a parte essere una salsetta non si è capito bene cos'è o su cosa va? grazie.

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    2. Nelle fredde domeniche d'inverno ogni brava massaia ha il compito di portare in tavola il piatto principe della cucina veronese: lesso con la pearà!

      Lesso = carne bollita (di solito manzo, vitello, lingua, cotechino)
      Pearà = salsa molto densa color sabbia a base di brodo, pane grattuggiato e midollo di bue, servita con abbondante pepe nero (da qui il nome!).

      So che detta così sembra una ciofeca, però una volta che te la trovi nel piatto è estasi pura!

      La cosa poetica sta nel fatto che è un piatto veronese doc, ad esempio a vicenza (ovvero 40 km più in là) non sanno manco che cos'è!!

      PS ammetto che è una delle cose più trash mai esistite, però serve per farvi capire il grado di morbosità..
      ecco a voi la canzone:
      http://www.youtube.com/watch?v=LdVboTK3Qa0

      Jardel FPC

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  19. quell'Ancona-Roma 0-0 (può essere un palo di Cassano a porta vuota?) è stato un po' il Venezia-Roma 2-2 del 2001/02, Roma discretamente lanciata e addio scudetto...

    markovic

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    1. Ricordo solo che il Milan(che comunque stava già sopra)aveva pareggiato(o addirittura perso) a Lecce...

      Quella Roma era fortissima...abbiamo macinato punti fino alla sfida con il Milan in casa(potevamo andare a + 6 se non sbaglio)....da quella partita (persa) è cominciato il declino...inoltre inspiegabilmente Carew non trovò più posto....fino a dicembre era stato uno dei migliori.....

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    2. prima o poi qualcuno ci deve dare spiegazioni su chi si sia trombato long john carew per fare quella finaccia dopo dicembre...

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  20. immenso tamas, grazie di cuore.. post meraviglioso.. io invece non voglio sapere nulla, né di d. né del pearà o della pearà, non vorrei scoprire che magari esistono davvero.. sennò dovrei cominciare a pensare che magari anche questa stagione dell’ancona si è disputata sul serio, e infine che tamas sia un persona in carne e ossa.. no, meglio di no.. non sviliamo questo racconto con la verità..

    vorrei dire fat jardel idolo assoluto, ma ho paura di scatenare un dibattito assurdo tipo quello su adriano.. quindi no, nemmeno jardel ha mai giocato a calcio, men che meno all’ancona..

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  21. http://www.youtube.com/watch?v=nTa72AHTMe0

    Per ricollegarci al post precedente su adriano, quanto cazzo era inarrestabile ed inconcludente?
    Per non parlare del chino, il calciatore più umorale e discontinuo della storia..

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  22. buon ultimo (ma spero solo per il momento), mi accodo agli applausi per il post di tamas, non per mimesi agli ambienti ed alle categorie come nei commenti di molti che mi hanno preceduto, ma proprio per anti-tesi, ovvero da tifoso di una roma che di solito su questi campi ci lascia punti pesantissimi o rimedia umiliazioni solitamente seguite da isterismi, in campo come fuori.
    gli "opinionismi" e la "zingara" per me hors catégorie, mentre ho per tamas le mie due domande (non è obbligatorio dite? vabbé, ormai, visto che deve rispondere a 30, facciamo pure 31 e 32...):
    - il pub a giulio agricola è "il punto"? se sì, e soprattutto, se ti consola, sappi che è conosciuto come il pub più porta-sfiga del quartiere, quindi aver cominciato la stagione vedendo la partita lì potrebbe aver dato una bella botta all'ancona...
    - mi spiegate una volta per tutte perché si dice "in ancona"? no così eh, linguisticamente è curioso...

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  23. Da ascolano ho goduto parecchio in quella stagione (come godo adesso per la Samb che sta dilapidando la sua vittoria già scritta nel girone F della serie D). Però il pezzo e veramente commovente, chapeau.
    Oiram

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  24. Rispondo al buon Isidro, in colpevole ritardo:
    - Il nome del pub non me lo ricordo, ma secondo me neanche ce l'aveva. Lo gestiva un sosia di Daniele Silvestri, era un irish pub ma niente di che. Ci giocavo alla playstation con i miei coinquilini, ogni tanto.
    - Perché si dica "in Ancona" non si sa. Ma si usa anche "in Arcevia", "in Urbino" e, mi dicono, "in Osimo". Secondo me è anche abbastanza carino - ma poi boh

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