giovedì 21 febbraio 2013

"Black-Blanc-Beur" o di come l'immigrazione ha cambiato l'Equipe de France



Fino a qui tutto bene...
Ormai parecchi anni fa, quando ancora ero un baldanzoso studente pieno di idee della facoltà di Geografia, una delle mie prime scelte per la tesi di laurea fu quella di tracciare una storia parallela della nazionale francese e dei flussi migratori di cui il paese a forma di esagono ha avuto beneficio nel corso del XX secolo. Chiaramente realizzai che l’ambiente accademico italiano non era ancora pronto per un progetto simile, per di più su un tema troppo lontano dalle realtà nostrane e ripiegai su un più convenzionale progetto di cartografia storica. D’altro canto, Vieri e Montella erano i centravanti titolari degli Azzurri e magari oggi che in attacco per l’Italia ci sono El Sharaawy e Balotelli potrei vendere l’idea a suon di contanti a qualche giovane studente che abbia voglia di emulare le mie aspirazioni d’un tempo…
Ciò non toglie che il materiale che raccolsi all’epoca (sì, arrivai fino a raccogliere materiale e presentarlo ad un possibile relatore, che mi scrutò con la pietà che si riserva ai reduci da un TSO…) torna utile per una breve storia di qualche personaggio che ha detto la sua nella storia del calcio francese, riscattando attraverso le pedate al pallone i natali umili di chi proviene da una famiglia di immigrati.
Della Francia campione del Mondo e d’Europa fu esaltata la componente “black-blanc-beur” (nera, bianca ed araba), i mondiali di casa furono cavalcati fin troppo anche a livello politico per esaltare una società multiculturale che forse si sognava più perfetta di quanto non fosse, con i problemi che poi emersero nelle rivolte delle banlieues ed i fischi alla Marsigliese allo Stade de France in occasione delle amichevoli con Algeria e Tunisia. Ma prima dei Zidane e dei Thuram (ma anche Pires, Djorkaeff, Candela…), la storia della Francia calcistica l’hanno fatta altri giocatori con origini non francesi, i cui nomi, le storie o le origini sono spesso dimenticati dagli almanacchi.



Le comode divise di una volta...
Raoul Diagne: è il Jackie Robinson dell’Equipe de France, il primo nero a vestire la maglia bleu dei galletti. Il padre di Raoul, Blaise Diagne, era un politico di natali senegalesi e anche lui fu il primo nero in un’istituzione francese, la camera dei deputati. Nel 1910 Blaise è ancora un semplice membro della cosiddetta “Assemblea Coloniale”  e viene spedito in Guyana Francese per occuparsi dei rapporti con l’unica colonia sudamericana e poco tempo dopo nasce Raoul. Nel 1914 l’elezione al parlamento di Parigi del padre comporta lo spostamento in metropoli di tutta la famiglia Diagne e Raoul piano piano comincia ad interessarsi al football. Passa dalle giovanili dello Stade Français a quelle del Racing, quando i “Pinguini” cominciano a far le cose sul serio. 
Anche papà Blaise era un gran bell'uomo...
Raoul Diagne gioca ala destra, centrale di centrocampo e all’occorrenza anche di difesa, ma nel 1931 dato l’infortunio al portiere Tassin viene schierato anche tra i pali per circa quattro mesi. Nello stesso anno viene anche convocato in nazionale (giusto per un paragone, l’Inghilterra convocherà il primo black nel 1978, il centrale Viv Anderson del Nottingham Forest che vincerà due coppe dei campioni con Brian Clough in panchina) e vestirà la maglia della Francia in 18 occasioni, tra cui la Coppa del Mondo del 1938. Con la maglia del Racing, vince uno scudetto e tre coppe di Francia, l’ultima pochi giorni prima dell’invasione tedesca: Raoul era già stato richiamato sotto le armi dall’esercito e per poter prendere parte alla finale, avrà bisogno di una dispensa speciale.

Acconciatura di gran classe


Larbi Ben Mbarek: prima di Eusebio e Pelé, la Perla Nera del calcio mondiale era Larbi Ben Mbarek. In altre epoche, il giocatore nativo del Marocco sarebbe stato una star assoluta e non sarebbe morto nell’oblio più totale in un modesto appartamento alla periferia di Casablanca: stiamo pur sempre parlando del giocatore che detiene ad oggi il record di longevità per le convocazioni con la nazionale della Francia, diciannove presenze tra il 1938 ed il 1954, interrotte dalla guerra, da questioni di nazionalità non sempre limpide e dall’apice della carriera trascorso in Spagna, quando emigrare all’estero equivaleva quasi sempre a rinunciare alla nazionale. 
Orfano, Larbi arriva a Casablanca dall’entroterra marocchino per fare l’ebanista a 12 anni, ma nei ritagli di tempo si diverte con il pallone di caucciù per le strade del quartiere Cuba. A quattordici anni, l’Idéal di Casablanca lo schiera tra i suoi ranghi, taroccando la data di nascita: l’Idéal, allora in seconda divisione, raggiunge la finale di Coppa grazie ai gol di Ben Mbarek, schierato punta centrale. Arriva quindi l’USM Casablanca, poi la nazionale marocchina e grazie ad un’amichevole contro la Francia, il nome di Ben Mbarek comincia a circolare anche in “metropoli”, come dicono a Casa. E per i giovani del Maghreb, c’è solo un porto di arrivo, che si vada per lavorare o giocare a calcio: Marsiglia.
All’esordio contro il Racing, nel novembre 1938, Larbi ne segna subito due ed un mese dopo viene convocato per la nazionale francese. Il Marocco è un protettorato, quindi Benbarek gioca grazie allo status di assimilato e l’esordio è a Napoli contro l’Italia sotto lo sguardo delle camice nere che nonostante l’assonanza cromatica, ci tengono a far sapere cosa ne pensano della “Perla”.
The original "Black Pearl": diffidate delle imitazioni.
Quando dopo qualche mese scoppia il conflitto bellico, Ben Mbarek non è coscritto visto che non è ancora ufficialmente cittadino francese e torna quindi in Marocco a fare il bello e il cattivo tempo con l’USM Casablanca e una serie di rappresentative dell’Africa del Nord che giocano contro altre nazionali improvvisate in tempo di guerra. Per più di una partita, la nazionale ufficiosa del Maghreb schiera come ali Benbarek e un certo Marcel Cerdan, che poi diventerà campione del mondo dei Pesi Medi nonché amante di Edith Piaf. Finita la guerra e rimasto vedovo, Benbarek decide di accettare la proposta dell’Atlético Madrid, che lo ricopre di pesetas nonostante Larbi abbia già 31 anni: leggenda vuole che attardatosi a Casablanca per sistemare i figli da dei parenti, abbia mandato un telegramma alla sede dei Colchoneros con il seguente testo “Larbi arriva ore 22 STOP Preparare campo allenamento STOP”. 
Larbi: un prodigio
Con la maglia rojiblanca, Larbi dimostra che gli anni non possono fermarlo e con Helenio Herrera in panchina, l’Atlético vince 2 campionati consecutivi grazie ai gol della sua Perla Nera. Per finire la sua carriera, nel 1954 Benbarek torna all’Olympique Marsiglia, mentre continua a far parte di rappresentative di un’Africa del Nord sempre più vicina all’indipendenza. In un match contro la Francia al Parco dei Principi, Larbi fa impazzire gli avversari ed il pubblico di Parigi reclama che Benbarek giochi di nuovo con i bleus. Desiderio avverato qualche settimana dopo, quando a 37 anni suonati, Larbi vestirà ancora la maglia col galletto, stabilendo un record di longevità difficile da battere.

Calcio & Champagne: Reims
Raymond Kopaszewski: dopo la prima guerra mondiale, il cui pedaggio in termini di vite fu abnorme per molte nazioni e per la Francia in particolare, il governo di Parigi si rivolse a popoli vicini e lontani per chiedere braccia e corpi possenti per ripartire da zero. Nel 1919, arrivano nel Nord della Francia il tredicenne Franz Kopaszewski ed i suoi tre fratelli, pronti a cercare fortuna: quando la città in cui arrivi si chiama “Noeux-les-Mines”, non ti aspetti certo di fare il bagnino e allora tutta la famiglia trova presto occupazione in miniera, comunque meglio della povertà che si sono lasciati indietro in Polonia ed abbastanza per pensare di tirar su famiglia. Nel 1931, nasce il piccolo Raymond: non esattamente un genio tra i banchi di scuola anche perché a casa si parla ancora del gran polacco e questo non facilita la sua integrazione. 
Dove invece Raymond si integra eccome è sul campo da calcio: lui e i ragazzi della sua “coron” (una specie di quartiere dormitorio per minatori) formano una squadra e sfidando quartieri e città vicine, arriva infine l’interesse del club locale: nel frattempo, come tutta la sua famiglia, a 14 anni comincia a lavorare in miniera, ma anche lì si accorgono che il futuro di Raymond, ormai semplicemente “Kopa” per tutti, è messo a rischio nei cunicoli di estrazione e lo spostano come lavoratore di superficie.
"Le Polonais"
Arriva quindi il primo contratto “pro” con Angers e poi lo Stade Reims, che pesca a piene mani tra i francesi di seconda generazione (oltra a Kopa, i polacchi Glovacki e Zimny, lo spagnolo Hidalgo, gli italiani Cicci, Giraudo e Meano…) ed inventa il gioco “à la rémoise” con Kopa da numero 10, il cosidetto calcio champagne visto che a Reims sono famosi più per le bollicine che per il football. 
Da Reims, Raymond passa al Real Madrid, arrivano il pallone d’oro, le coppe dei Campioni, il terzo posto alla coppa del mondo ’58, dove forma una coppia d’attacco forse irripetibile con Just Fontaine che di fatto l’aveva sostituito al Reims. Anche se sul terreno verde l’ex minatore si lascia guardare, l’impronta di Kopa va ben oltre il calcio: esclusi i prestiti “coloniali”, è il primo figlio di immigrati ad imporsi come leader e giocatore di riferimento della nazionale francese, l’esempio che tanti figli di polacchi, spagnoli, italiani e portoghesi potranno prendere come guida negli anni a venire per riscattare anni di ironie sui loro cognomi e sulla loro pronuncia...

Ucciderei per questa maglia.
Luis Miguel Fernandez Toledo: se arrivi a Lione a 9 anni, assieme a tua madre e gli altri suoi 5 figli, ti chiami Luis Fernandez ed la tua città natale è Tarifa, la salita che ti si prospetta è peggio di un Mont Ventoux al Tour de France. Visto che doña Toledo non era esattamente la Infanta di Castilla, lei e famiglia numerosa trovano sistemazione nella banlieue di Lione, assieme a tanti altri spagnoli, portoghesi e nord-africani. Luis il francese dovrebbe impararlo a scuola, ma lo piazzano in una classe di “recupero” assieme a tanti altri figli di migranti, non esattamente il luogo più indicato per imparare la lingua di Molière. Col nome di battesimo e la sua calata andalusa, il soprannome peggiorativo riservato a tutti i trans-pirenaici diventa per Luis una specie di alter ego: espinguoin. Luis cerca di distrarsi con il futbol, è anche bravino e a centrocampo corre per tre, quindi non ha difficoltà ad essere tesserato dalle squadre di quartiere: tesserato sì, ma comunque sul cartellino lo segnano come spagnolo in quanto ancora minorenne e non qualificabile per la nazionalità francese. 
Però se le cerca anche...
Sui campi, l’espinguoin è una spanna sopra tutti e piano piano prende anche confidenza col francese: pure troppa, si potrebbe dire, visto che ormai gli insulti sulla sua nazionalità li capisce eccome. All’ennesimo espinguoin, Luis parte con una combinazione destro-sinistro al suo avversario: sei mesi di squalifica, ma da lì in poi, Bonjour Luis per tutti, tranne che per la FFF. Prova prima al Nancy, che però deve rinunciare perché non può più tesserare stranieri, ma ha più fortuna al PSG, dove finalmente lo mettono sotto contratto. Oddio, contratto è un parolone, diciamo gli fanno un co.co.pro. come stagista, visto che i due spot per gli stranieri sono già occupati da Joao Alves ed Abel Braga. 
Per qualche stagione, Fernandez deve sperare che uno dei due stranieri abbia un infortunio per poter giocare titolare con la squadra della capitale, fino a che nel 1982 le pratiche per la naturalizzazione vengano concluse. Ci avesse pensato, magari Luis avrebbe anticipato i tempi della legge Bosman, ma tant’è...gradualmente, Fernandez diventa il leader della squadra e l’idolo dei tifosi, fino al primo titolo di campioni di Francia ottenuto dal PSG nel 1986.
Di pari passo, Luis si guadagna il suo posto in Equipe de France, come fedele scudiero di Platini: sono i bleus campioni d’Europa e terzi a Messico ’86, in cui l’impronta mediterranea la fa da padrone. Amoros, Platini, Ferreri, Genghini e Bellone, oltre ovviamente a Fernandez, la cui carriera in nazionale sarà ovviamente avara di gol, solo sei: il più bello, nemmeno c'è da specificarlo, lo segnerà alla "sua" Spagna. Niente male per l’espinguoin!


Vogliamo ricordarlo così.
Nicolas Sébastien Anelka (anche noto come Abdul-Salam Bilal): mai come nel caso di Anelka, i mali di una nazionale sono stati identificati in una sola persona. La Francia “black-blanc-beur” aveva appena vinto uno storico double mondiali/europei, Zidane deliziava il mondo con le sue giocate e sembrava che Henry, Trezeguet e Anelka dovessero essere i suoi terminali offensivi per tanti anni ancora. In linea di massima, un notevole upgrade rispetto a Laslandes, Guivarc’h e Dugarry. Nico non è figlio di stranieri in senso stretto, ma di genitori martinicani, uno di quei paradisi caraibici che la Francia controlla come noi abbiamo Lampedusa e Pantelleria, solo che lì c’è un oceano di mezzo. Ai Caraibi non si sta male, ma di lavoro non ce n’è molto ed il passaporto francese fa comodo per trasferirsi a Parigi: oddio, più esattamente a Les Yvelines, banlieue estrema, dove i signori Anelka trovano alloggio nella cité Van Gogh.
Il piccolo Nicolas se la cava molto bene col pallone e brucia le tappe, esordisce nel PSG grazie a Luis Fernandez (toh, va che caso…) fino a diventare una stella nell’Arsenal di Wenger ed essere richiesto da mezza Europa: sceglierà, e sarà forse il suo errore più grave, il Real Madrid per poi girovagare per tanti anni. Ma della sua carriera in club, con qualche alto e molti bassi, sappiamo fin troppo ed a dirla tutta, poco ci interessa: è il rapporto con la sua nazionale ad assicurargli un posto in questa carrellata. Perché se Diagne, Ben Barek, Kopa e Fernandez hanno tutti riscattato la loro condizione sociale grazie alla maglia bleue¸ Nicolas Anelka è il poster child di una Francia che ha scoperto i suoi problemi con le minoranze e le banlieue tutto d’un tratto, una nazione solcata da una divisione interna in cui esplodono rivolte ed una federazione in cui un CT arriva ad ipotizzare la creazione di quote fisse per giocatori bianchi.
Mexican stand-off in Sudafrica...
Anelka non solo regala prestazioni poco convincenti con la maglia della Francia, ma nel 2003 arriva addirittura a rifiutare una convocazione perché ritiene che il CT Santini non abbia fiducia in lui e che cambierà idea solo se l’allenatore gli chiede scusa in ginocchio. Questo ed altri episodi gli valgono gli strali dell’opinione pubblica, nonostante più di un CT cerchi di recuperarlo ed integrarlo nella rosa in virtù del suo innegabile talento; tuttavia è emblematico come la sua prima convocazione per un mondiale arrivi nel 2010, all’età di 31 anni e senza infortuni a giustificare le assenze precedenti. Anelka sembra un uomo nuovo, parte titolare ai mondiali ed ha raggiunto maturità fisica e mentale, la conversione all’Islam pare abbia giocato un ruolo fondamentale nello smussare quegli angoli che lo hanno spesso reso poco gestibile. Ma ovviamente, in Sudafrica scoppia tutto: i rapporti tra la squadra e Domenech sono tesissimi, lo spogliatoio è diviso in varie fazioni e a farne le spese è in primis Anelka. Francia – Messico è già decisiva e a fine primo tempo sul risultato di 0-0, Nicolas viene sostituito. Negli spogliatoi, volano parole grosse, va te faire enculer sale fils de pute, riporta l'Equipe, versione poi smentita dallo stesso Anelka e mai confermata da Domenech. Tuttavia quello sarà solo il primo dei problemi in seno alla squadra francese: seguieranno lo sciopero degli allenamenti, l’ammutinamento sul bus nel ritiro di Knysna, il “licenziamento” di Evra in quanto capitano e ovviamente, la figura barbina sul campo con l’eliminazione con l’ultimo posto nel girone ed un sol gol segnato.

Spero abbiano dato un premio a chi ha scelto questa foto di Domenech
La squadra fa rientro a Parigi, senza Anelka che era stato cacciato a pedate dopo la gara col Messico: tutti i giocatori responsabili del disastro morale ancor prima che sportivo vengono chiamati dinanzi ad una commissione. Ci vanno tutti, sperando di salvare la faccia: Anelka no, non si presta ad un processo farsa del quale è stato già scritto il verdetto. Diciotto gare di squalifica sarà la sua punizione; “la commissione è piena di clowns” è invece il suo commento. Una storia iniziata male e finita peggio, ma come gli altri protagonisti di questa storia, Anelka è uno che il suo riscatto sociale l’ha avuto eccome, magari non sul campo, ma con un grosso vaffanculo a tutte le istituzioni.

3 commenti:

  1. Io ce l'ho quella maglia del Psg bianca con banda rossoblu. Proprio quella che indossa Fernandez a maniche lunghe targata Lecoq Sportif. E, per un periodo, non me ne vogliate, la usavo come maglia del pigiama. Ché con le tipe funziona.

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  2. Senza dubbio la storia di Larbi Mbarek è quella più bella.....
    Trovo i prestiti colionali un premio alla loro storia.....mentre ancora oggi fatico e parecchio ad accettare i vari oriundi nella mia nazionale.....Osvaldo,Schelotto,Amauri,Camoranesi...mi danno veramente al cazzo.
    Diverso ovviamente il discorso per Balotelli e il Faraone...

    In Italia mi ricordo un titolo in prima pagina per la prima convocazione di Oshadogan in U21

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  3. beh noi come prestito coloniale potevamo prenderci al-saadi.. peccato non sia avvenuto, l'avrei visto bene in una verticale oshadogan - gheddafi - amauri.. allenatore claudio gentile ovviamente..

    a parte tutto, gran bel pezzo cartografico isidro!!!

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