mercoledì 27 febbraio 2013

Odio Pelè, Versione 2.0

Nelle fragili democrazie sudamericane capita spesso che, tanto nella quotidianità che nella politica, assurgano ad idoli delle masse personaggi non proprio edificanti.

In Italia ad esempio, uno di questi paesi sull'orlo del baratro, accade che un ex calciatore grassoccio, tinto alla bene in meglio ed incredibilmente sudato si presenti così,



.... e venga accolto così


E' in Italia per discutere la sua posizione con il fisco, motivo per cui è stata convocata una conferenza stampa.

Il luogo prescelto non è casuale: trattasi della sala "Masaniello" di Corso Umberto I , dove il celeberrimo capo popolo partenopeo che nel 1647 tenne sotto scacco la corona di Spagna fu processato e dove Diego Armando Maradona ha deciso di parlare, di raccontare la sua verità agli italiani, sentendosi un perseguitato dal fisco italiano.

D'altronde - si sa - in Italia i perseguitati da fisco e tribunali sono tanti e godono di un certo consenso del popolo, diciamo di un 20% del popolo.

Per inciso, il Pibe si è anche detto disposto ad incontrare il Presidente Napolitano il quale, non avendo in questi giorni un fava a cui pensare, potrebbe effettivamente essere interessato alle vicissitudini dell'asso argentino, o quanto meno ad una foto ricordo da mettere in bella mostra sulla sua scrivania.

Non mi interessa in questa sede ritornare sull'epopea di Maradona e del Napoli, né tanto meno rilanciare le solite isterie partenopee rispetto al suo D10S, ma - cazzo - per noi amanti dei dilapidatori di talenti è un obbligo monitorare le parole dell'argentino più famoso del mondo, un vero totem per tutti i talenti annoiati.

Ed infatti, da cane sciolto quale è sempre stato, il buon Diego non si è certo tenuto nulla per sé, e allora ripercorriamo alcuni punti trattati dal nostro amico, come al solito moderato ed estremamente accomodante con tutti.

Qualche parolina, ad esempio, ha pensato di dedicarla al patron del Napoli,

"Non ho mai ricevuto un invito da De Laurentiis a venire a vedere il Napoli."

Immaginate come abbiano gradito i sostenitori azzurri, con cui il presidente non è che abbia uno splendido rapporto. Poco male.

Un passaggio sui grandi sistemi del calcio mondiale era poi d'obbligo,

"La TV comanda il calcio, decide quando far iniziare le partite"

 .. come anche un breve excursus sul calcio italiano:

"Quando vincevamo gli scudetti la stampa del nord ci era ostile. Oggi accade con Cavani che viene dato sempre in partenza. Io dico che il Matador deve essere concentrato solo sulla Juve e sul fare gol"

Nonostante gli anni e le variegate "esperienze" di vita, il nostro eroe dimostra di avere ancora dei sogni nel cassetto:

"Il mio sogno? Mi hanno detto che l'Inter e la Roma stanno per prendere Mazzarri... Certo mi piacerebbe allenare gli azzurri, ma bisogna rispettare Mazzarri. Se poi il tecnico dovesse andar via allora se ne riparlerà."

Vi immaginate che cosa potrebbe accadere? 80.000 abbonati ed il preludio al ritorno del Regno delle Due Sicilie.

Ma la perla, ovviamente, è riservata al nemico di sempre:

"Pelè? Giocava contro giocatori che non si muovevano in campo. Non lo sopporto perchè quando prende le pasticche dice qualsiasi stupidaggine."

Perle ai porci signori. Diplomazia di altissimo livello dispensata al popolino.

C'è poi spazio per la frase più ingenua e profonda degli ultimi 20 anni, roba che andrebbe scritta su pietra ad imperitura memoria:

"Mi viene detto di chiedere scusa, ma io non so a chi dovrei chiedere scusa."


A questo quesito, mi permetto di rispondere io. 

A nessun Diego, siamo noi che dobbiamo chiedere scusa a te per ogni qual volta che , guardando il Messi di turno, abbiamo pensato: questo è il più forte di tutti i tempi.

Tanto poi passano, magari fanno un paio di pubblicità per l'UNICEF, WWF o FIFA e spariscono.

Mentre Maradona che - non scordiamolo - è sempre meglio 'e Pelé, non cadrà mai nelle banalità di un uomo di partito.

Sei grande Diego, continua a pisciare in testa a tutto e tutti. 

Oggi come ieri (era il lontano 16 giugno 2010)

Odio Pelè.

La sua voce sempre nel coro, la sua indole democristiana, la sua devozione alla Fifa [.. e da oggi] , per non parlare di quando prende le pasticche e dice qualsiasi stupidaggine.

giovedì 21 febbraio 2013

"Black-Blanc-Beur" o di come l'immigrazione ha cambiato l'Equipe de France



Fino a qui tutto bene...
Ormai parecchi anni fa, quando ancora ero un baldanzoso studente pieno di idee della facoltà di Geografia, una delle mie prime scelte per la tesi di laurea fu quella di tracciare una storia parallela della nazionale francese e dei flussi migratori di cui il paese a forma di esagono ha avuto beneficio nel corso del XX secolo. Chiaramente realizzai che l’ambiente accademico italiano non era ancora pronto per un progetto simile, per di più su un tema troppo lontano dalle realtà nostrane e ripiegai su un più convenzionale progetto di cartografia storica. D’altro canto, Vieri e Montella erano i centravanti titolari degli Azzurri e magari oggi che in attacco per l’Italia ci sono El Sharaawy e Balotelli potrei vendere l’idea a suon di contanti a qualche giovane studente che abbia voglia di emulare le mie aspirazioni d’un tempo…
Ciò non toglie che il materiale che raccolsi all’epoca (sì, arrivai fino a raccogliere materiale e presentarlo ad un possibile relatore, che mi scrutò con la pietà che si riserva ai reduci da un TSO…) torna utile per una breve storia di qualche personaggio che ha detto la sua nella storia del calcio francese, riscattando attraverso le pedate al pallone i natali umili di chi proviene da una famiglia di immigrati.
Della Francia campione del Mondo e d’Europa fu esaltata la componente “black-blanc-beur” (nera, bianca ed araba), i mondiali di casa furono cavalcati fin troppo anche a livello politico per esaltare una società multiculturale che forse si sognava più perfetta di quanto non fosse, con i problemi che poi emersero nelle rivolte delle banlieues ed i fischi alla Marsigliese allo Stade de France in occasione delle amichevoli con Algeria e Tunisia. Ma prima dei Zidane e dei Thuram (ma anche Pires, Djorkaeff, Candela…), la storia della Francia calcistica l’hanno fatta altri giocatori con origini non francesi, i cui nomi, le storie o le origini sono spesso dimenticati dagli almanacchi.



Le comode divise di una volta...
Raoul Diagne: è il Jackie Robinson dell’Equipe de France, il primo nero a vestire la maglia bleu dei galletti. Il padre di Raoul, Blaise Diagne, era un politico di natali senegalesi e anche lui fu il primo nero in un’istituzione francese, la camera dei deputati. Nel 1910 Blaise è ancora un semplice membro della cosiddetta “Assemblea Coloniale”  e viene spedito in Guyana Francese per occuparsi dei rapporti con l’unica colonia sudamericana e poco tempo dopo nasce Raoul. Nel 1914 l’elezione al parlamento di Parigi del padre comporta lo spostamento in metropoli di tutta la famiglia Diagne e Raoul piano piano comincia ad interessarsi al football. Passa dalle giovanili dello Stade Français a quelle del Racing, quando i “Pinguini” cominciano a far le cose sul serio. 
Anche papà Blaise era un gran bell'uomo...
Raoul Diagne gioca ala destra, centrale di centrocampo e all’occorrenza anche di difesa, ma nel 1931 dato l’infortunio al portiere Tassin viene schierato anche tra i pali per circa quattro mesi. Nello stesso anno viene anche convocato in nazionale (giusto per un paragone, l’Inghilterra convocherà il primo black nel 1978, il centrale Viv Anderson del Nottingham Forest che vincerà due coppe dei campioni con Brian Clough in panchina) e vestirà la maglia della Francia in 18 occasioni, tra cui la Coppa del Mondo del 1938. Con la maglia del Racing, vince uno scudetto e tre coppe di Francia, l’ultima pochi giorni prima dell’invasione tedesca: Raoul era già stato richiamato sotto le armi dall’esercito e per poter prendere parte alla finale, avrà bisogno di una dispensa speciale.

Acconciatura di gran classe


Larbi Ben Mbarek: prima di Eusebio e Pelé, la Perla Nera del calcio mondiale era Larbi Ben Mbarek. In altre epoche, il giocatore nativo del Marocco sarebbe stato una star assoluta e non sarebbe morto nell’oblio più totale in un modesto appartamento alla periferia di Casablanca: stiamo pur sempre parlando del giocatore che detiene ad oggi il record di longevità per le convocazioni con la nazionale della Francia, diciannove presenze tra il 1938 ed il 1954, interrotte dalla guerra, da questioni di nazionalità non sempre limpide e dall’apice della carriera trascorso in Spagna, quando emigrare all’estero equivaleva quasi sempre a rinunciare alla nazionale. 
Orfano, Larbi arriva a Casablanca dall’entroterra marocchino per fare l’ebanista a 12 anni, ma nei ritagli di tempo si diverte con il pallone di caucciù per le strade del quartiere Cuba. A quattordici anni, l’Idéal di Casablanca lo schiera tra i suoi ranghi, taroccando la data di nascita: l’Idéal, allora in seconda divisione, raggiunge la finale di Coppa grazie ai gol di Ben Mbarek, schierato punta centrale. Arriva quindi l’USM Casablanca, poi la nazionale marocchina e grazie ad un’amichevole contro la Francia, il nome di Ben Mbarek comincia a circolare anche in “metropoli”, come dicono a Casa. E per i giovani del Maghreb, c’è solo un porto di arrivo, che si vada per lavorare o giocare a calcio: Marsiglia.
All’esordio contro il Racing, nel novembre 1938, Larbi ne segna subito due ed un mese dopo viene convocato per la nazionale francese. Il Marocco è un protettorato, quindi Benbarek gioca grazie allo status di assimilato e l’esordio è a Napoli contro l’Italia sotto lo sguardo delle camice nere che nonostante l’assonanza cromatica, ci tengono a far sapere cosa ne pensano della “Perla”.
The original "Black Pearl": diffidate delle imitazioni.
Quando dopo qualche mese scoppia il conflitto bellico, Ben Mbarek non è coscritto visto che non è ancora ufficialmente cittadino francese e torna quindi in Marocco a fare il bello e il cattivo tempo con l’USM Casablanca e una serie di rappresentative dell’Africa del Nord che giocano contro altre nazionali improvvisate in tempo di guerra. Per più di una partita, la nazionale ufficiosa del Maghreb schiera come ali Benbarek e un certo Marcel Cerdan, che poi diventerà campione del mondo dei Pesi Medi nonché amante di Edith Piaf. Finita la guerra e rimasto vedovo, Benbarek decide di accettare la proposta dell’Atlético Madrid, che lo ricopre di pesetas nonostante Larbi abbia già 31 anni: leggenda vuole che attardatosi a Casablanca per sistemare i figli da dei parenti, abbia mandato un telegramma alla sede dei Colchoneros con il seguente testo “Larbi arriva ore 22 STOP Preparare campo allenamento STOP”. 
Larbi: un prodigio
Con la maglia rojiblanca, Larbi dimostra che gli anni non possono fermarlo e con Helenio Herrera in panchina, l’Atlético vince 2 campionati consecutivi grazie ai gol della sua Perla Nera. Per finire la sua carriera, nel 1954 Benbarek torna all’Olympique Marsiglia, mentre continua a far parte di rappresentative di un’Africa del Nord sempre più vicina all’indipendenza. In un match contro la Francia al Parco dei Principi, Larbi fa impazzire gli avversari ed il pubblico di Parigi reclama che Benbarek giochi di nuovo con i bleus. Desiderio avverato qualche settimana dopo, quando a 37 anni suonati, Larbi vestirà ancora la maglia col galletto, stabilendo un record di longevità difficile da battere.

Calcio & Champagne: Reims
Raymond Kopaszewski: dopo la prima guerra mondiale, il cui pedaggio in termini di vite fu abnorme per molte nazioni e per la Francia in particolare, il governo di Parigi si rivolse a popoli vicini e lontani per chiedere braccia e corpi possenti per ripartire da zero. Nel 1919, arrivano nel Nord della Francia il tredicenne Franz Kopaszewski ed i suoi tre fratelli, pronti a cercare fortuna: quando la città in cui arrivi si chiama “Noeux-les-Mines”, non ti aspetti certo di fare il bagnino e allora tutta la famiglia trova presto occupazione in miniera, comunque meglio della povertà che si sono lasciati indietro in Polonia ed abbastanza per pensare di tirar su famiglia. Nel 1931, nasce il piccolo Raymond: non esattamente un genio tra i banchi di scuola anche perché a casa si parla ancora del gran polacco e questo non facilita la sua integrazione. 
Dove invece Raymond si integra eccome è sul campo da calcio: lui e i ragazzi della sua “coron” (una specie di quartiere dormitorio per minatori) formano una squadra e sfidando quartieri e città vicine, arriva infine l’interesse del club locale: nel frattempo, come tutta la sua famiglia, a 14 anni comincia a lavorare in miniera, ma anche lì si accorgono che il futuro di Raymond, ormai semplicemente “Kopa” per tutti, è messo a rischio nei cunicoli di estrazione e lo spostano come lavoratore di superficie.
"Le Polonais"
Arriva quindi il primo contratto “pro” con Angers e poi lo Stade Reims, che pesca a piene mani tra i francesi di seconda generazione (oltra a Kopa, i polacchi Glovacki e Zimny, lo spagnolo Hidalgo, gli italiani Cicci, Giraudo e Meano…) ed inventa il gioco “à la rémoise” con Kopa da numero 10, il cosidetto calcio champagne visto che a Reims sono famosi più per le bollicine che per il football. 
Da Reims, Raymond passa al Real Madrid, arrivano il pallone d’oro, le coppe dei Campioni, il terzo posto alla coppa del mondo ’58, dove forma una coppia d’attacco forse irripetibile con Just Fontaine che di fatto l’aveva sostituito al Reims. Anche se sul terreno verde l’ex minatore si lascia guardare, l’impronta di Kopa va ben oltre il calcio: esclusi i prestiti “coloniali”, è il primo figlio di immigrati ad imporsi come leader e giocatore di riferimento della nazionale francese, l’esempio che tanti figli di polacchi, spagnoli, italiani e portoghesi potranno prendere come guida negli anni a venire per riscattare anni di ironie sui loro cognomi e sulla loro pronuncia...

Ucciderei per questa maglia.
Luis Miguel Fernandez Toledo: se arrivi a Lione a 9 anni, assieme a tua madre e gli altri suoi 5 figli, ti chiami Luis Fernandez ed la tua città natale è Tarifa, la salita che ti si prospetta è peggio di un Mont Ventoux al Tour de France. Visto che doña Toledo non era esattamente la Infanta di Castilla, lei e famiglia numerosa trovano sistemazione nella banlieue di Lione, assieme a tanti altri spagnoli, portoghesi e nord-africani. Luis il francese dovrebbe impararlo a scuola, ma lo piazzano in una classe di “recupero” assieme a tanti altri figli di migranti, non esattamente il luogo più indicato per imparare la lingua di Molière. Col nome di battesimo e la sua calata andalusa, il soprannome peggiorativo riservato a tutti i trans-pirenaici diventa per Luis una specie di alter ego: espinguoin. Luis cerca di distrarsi con il futbol, è anche bravino e a centrocampo corre per tre, quindi non ha difficoltà ad essere tesserato dalle squadre di quartiere: tesserato sì, ma comunque sul cartellino lo segnano come spagnolo in quanto ancora minorenne e non qualificabile per la nazionalità francese. 
Però se le cerca anche...
Sui campi, l’espinguoin è una spanna sopra tutti e piano piano prende anche confidenza col francese: pure troppa, si potrebbe dire, visto che ormai gli insulti sulla sua nazionalità li capisce eccome. All’ennesimo espinguoin, Luis parte con una combinazione destro-sinistro al suo avversario: sei mesi di squalifica, ma da lì in poi, Bonjour Luis per tutti, tranne che per la FFF. Prova prima al Nancy, che però deve rinunciare perché non può più tesserare stranieri, ma ha più fortuna al PSG, dove finalmente lo mettono sotto contratto. Oddio, contratto è un parolone, diciamo gli fanno un co.co.pro. come stagista, visto che i due spot per gli stranieri sono già occupati da Joao Alves ed Abel Braga. 
Per qualche stagione, Fernandez deve sperare che uno dei due stranieri abbia un infortunio per poter giocare titolare con la squadra della capitale, fino a che nel 1982 le pratiche per la naturalizzazione vengano concluse. Ci avesse pensato, magari Luis avrebbe anticipato i tempi della legge Bosman, ma tant’è...gradualmente, Fernandez diventa il leader della squadra e l’idolo dei tifosi, fino al primo titolo di campioni di Francia ottenuto dal PSG nel 1986.
Di pari passo, Luis si guadagna il suo posto in Equipe de France, come fedele scudiero di Platini: sono i bleus campioni d’Europa e terzi a Messico ’86, in cui l’impronta mediterranea la fa da padrone. Amoros, Platini, Ferreri, Genghini e Bellone, oltre ovviamente a Fernandez, la cui carriera in nazionale sarà ovviamente avara di gol, solo sei: il più bello, nemmeno c'è da specificarlo, lo segnerà alla "sua" Spagna. Niente male per l’espinguoin!


Vogliamo ricordarlo così.
Nicolas Sébastien Anelka (anche noto come Abdul-Salam Bilal): mai come nel caso di Anelka, i mali di una nazionale sono stati identificati in una sola persona. La Francia “black-blanc-beur” aveva appena vinto uno storico double mondiali/europei, Zidane deliziava il mondo con le sue giocate e sembrava che Henry, Trezeguet e Anelka dovessero essere i suoi terminali offensivi per tanti anni ancora. In linea di massima, un notevole upgrade rispetto a Laslandes, Guivarc’h e Dugarry. Nico non è figlio di stranieri in senso stretto, ma di genitori martinicani, uno di quei paradisi caraibici che la Francia controlla come noi abbiamo Lampedusa e Pantelleria, solo che lì c’è un oceano di mezzo. Ai Caraibi non si sta male, ma di lavoro non ce n’è molto ed il passaporto francese fa comodo per trasferirsi a Parigi: oddio, più esattamente a Les Yvelines, banlieue estrema, dove i signori Anelka trovano alloggio nella cité Van Gogh.
Il piccolo Nicolas se la cava molto bene col pallone e brucia le tappe, esordisce nel PSG grazie a Luis Fernandez (toh, va che caso…) fino a diventare una stella nell’Arsenal di Wenger ed essere richiesto da mezza Europa: sceglierà, e sarà forse il suo errore più grave, il Real Madrid per poi girovagare per tanti anni. Ma della sua carriera in club, con qualche alto e molti bassi, sappiamo fin troppo ed a dirla tutta, poco ci interessa: è il rapporto con la sua nazionale ad assicurargli un posto in questa carrellata. Perché se Diagne, Ben Barek, Kopa e Fernandez hanno tutti riscattato la loro condizione sociale grazie alla maglia bleue¸ Nicolas Anelka è il poster child di una Francia che ha scoperto i suoi problemi con le minoranze e le banlieue tutto d’un tratto, una nazione solcata da una divisione interna in cui esplodono rivolte ed una federazione in cui un CT arriva ad ipotizzare la creazione di quote fisse per giocatori bianchi.
Mexican stand-off in Sudafrica...
Anelka non solo regala prestazioni poco convincenti con la maglia della Francia, ma nel 2003 arriva addirittura a rifiutare una convocazione perché ritiene che il CT Santini non abbia fiducia in lui e che cambierà idea solo se l’allenatore gli chiede scusa in ginocchio. Questo ed altri episodi gli valgono gli strali dell’opinione pubblica, nonostante più di un CT cerchi di recuperarlo ed integrarlo nella rosa in virtù del suo innegabile talento; tuttavia è emblematico come la sua prima convocazione per un mondiale arrivi nel 2010, all’età di 31 anni e senza infortuni a giustificare le assenze precedenti. Anelka sembra un uomo nuovo, parte titolare ai mondiali ed ha raggiunto maturità fisica e mentale, la conversione all’Islam pare abbia giocato un ruolo fondamentale nello smussare quegli angoli che lo hanno spesso reso poco gestibile. Ma ovviamente, in Sudafrica scoppia tutto: i rapporti tra la squadra e Domenech sono tesissimi, lo spogliatoio è diviso in varie fazioni e a farne le spese è in primis Anelka. Francia – Messico è già decisiva e a fine primo tempo sul risultato di 0-0, Nicolas viene sostituito. Negli spogliatoi, volano parole grosse, va te faire enculer sale fils de pute, riporta l'Equipe, versione poi smentita dallo stesso Anelka e mai confermata da Domenech. Tuttavia quello sarà solo il primo dei problemi in seno alla squadra francese: seguieranno lo sciopero degli allenamenti, l’ammutinamento sul bus nel ritiro di Knysna, il “licenziamento” di Evra in quanto capitano e ovviamente, la figura barbina sul campo con l’eliminazione con l’ultimo posto nel girone ed un sol gol segnato.

Spero abbiano dato un premio a chi ha scelto questa foto di Domenech
La squadra fa rientro a Parigi, senza Anelka che era stato cacciato a pedate dopo la gara col Messico: tutti i giocatori responsabili del disastro morale ancor prima che sportivo vengono chiamati dinanzi ad una commissione. Ci vanno tutti, sperando di salvare la faccia: Anelka no, non si presta ad un processo farsa del quale è stato già scritto il verdetto. Diciotto gare di squalifica sarà la sua punizione; “la commissione è piena di clowns” è invece il suo commento. Una storia iniziata male e finita peggio, ma come gli altri protagonisti di questa storia, Anelka è uno che il suo riscatto sociale l’ha avuto eccome, magari non sul campo, ma con un grosso vaffanculo a tutte le istituzioni.

sabato 16 febbraio 2013

Un tifoso in esilio

[questo post è stato pubblicato originariamente dal nostro amico in Uganda "Il gioco nel pallone". per ragioni tecniche è stato cancellato e ripubblicato da noi]
La quinta gamba di Bull Bull
Uganda e Italia sono due paesi che hanno molti punti in comune: entrambi hanno una democrazia basata sul clientelarismo, un forte campanilismo o tribalismo, un presidente al potere da più di quindici anni (o appena destituito) e un gruppo dirigente pseudo macho con a casa mogli che comandano. Per molti aspetti anche le loro capitali sono simili: ambedue sono state realizzate su sette colli, la Domenica sono praticamente deserte e soprattutto sono piene di buche. Forse Kampala è una Roma un po’ meno vaticana e un po’ più porno.

Vivo in Uganda da più di quattro anni e invece di annoiarvi con interminabili storie vi riassumo brevemente le ragioni del mio esilio con una lista di pregi e difetti del mio quotidiano da tifoso.

Pregi:
Kido-kidogo: termini swahili per trovare una soluzione ad ogni problema con del cash
Le sigarette Dunhill a 4,000 scellini (1€=3,500 scellini)

Una birra a 2,500 scellini

La marca di preservativi americani Rough Rider (cavalcatore rozzo o ruvido) che van per la maggiore alle casse dei supermercati di Kampala
Le donne che adorano fare del bend over nei night club (modo elegante per dire pecorina)
Il porco alla brace di Wandegeya
Sufficientemente distante dalla politica italiana
Il clima sempre mite
Il boda boda (moto-taxi) che per due denari ti porta dove vuoi

I pastori della Karamoja che fanno razzie di bestiame armati di AK 47

La comprensione e il perdono dei poliziotti italiani quando gli dici che sei appena tornato dall’Uganda…
 
Il porco
Difetti:
Rai international
Il mondo dei cooperanti
Le divise troppo bianche dei poliziotti

Le strade improponibili
La chiesa pentecostale e i born again
Il neocolonialismo delle elezioni e dei diritti umani

Il clima che non cambia mai

Tutti conoscono Rino Gattuso e nessuno Beppe Signori
Il posticipo di serie A alle 22 e 45
Il matoke, piatto locale a base di platani bolliti, una sorta di bolo intestinale predigerito
La stucchevole differenza tra snack e food

I sassi nel riso che hanno fatto ricco il mio dentista
Nel 2008 quando dicevo che ero italiano tutti volevano darmi una testata…grazie Materazzi!
Mi stavo quasi dimenticando: CL e i ciellini



Le strade
Quando torno in Italia e racconto che vivo in Uganda la prima reazione è quasi sempre la stessa: “Ah si Amin…ma poi è vero che era cannibale?” Senza dubbio sono di più le persone che hanno sentito delle gesta di Idi Amin Dada (dittatore al potere dal 71 al 79), che quelle che conoscono dove sia l’Uganda sulla mappa geografica (prima di andarci a vivere neanche io sapevo dove fosse…)
Superato questo livello un po’ così, ci sono quelli che conoscono l’Uganda grazie a Joseph Kony, ribelle del Nord che voleva costituire uno stato basato sui dieci comandamenti nonostante la sua fede animista. Pochi la conoscono perché è la terra dove è stato ritrovato il più antico antenato del homo sapiens sapiens (il pithecus Major), dove è stato riscontrato il “primo” caso di AIDS/HIV e quasi nessuno perché gli ugandesi hanno il più elevato consumo di alcol puro per persona al mondo (OMS, 2004).

La prima sera che sono uscito a Kampala, nel Settembre del 2008, ho compreso immediatamente le cause della leadership mondiale nel consumo di alcol. A Kampala la vita notturna è come si dice qui 24/7 e gli ugandesi sono tutti, senza distinzione etnica, di clan, sesso, età e classe sociale, dei party animals. A Kampala ogni sera si può uscire in un locale diverso e la stessa sera cambiare facilmente tre-quattro club senza per questo perdere tempo nel traffico o nel cercare parcheggio. L’unica difficoltà sono i costanti posti di blocco della polizia, che consistono in un cartello metallico un pò arrugginito con su scritto incidente e dietro appostati uno sciame di poliziotti affamati di scellini. Di solito capita che uno di loro si avvicina al finestrino della mia macchina, mi fa segno di abbassarlo e mi annusa come un cane da tartufi in una sorta di rudimentale alcol test. Anche di giorno vengo continuamente fermato, e vuoi per la pressione delle gomme o per l’acqua dei tergicristalli alla fine mi beccano sempre. Nonostante queste difficoltà ho una vita notturna di tutto rispetto. Dopo tanto tempo vissuto a Kampala sono finalmente riuscito ad ideare una settimana tipo di cui sono molto orgoglioso. Almeno una volta a settimana vado a giocare a pool table al Just Kicking con il mister della nazionale di calcio Bobby Williamson. In alternativa, sfido i migliori pool-listi della città nel locale adiacente, il cui nome recita: Fat Boyz lousy food and warm beers letteralmente: “ragazzi grassi cibo schifoso e birre calde.” 

Il Fat Boyz
Il Martedì sera dopo un piatto di Gricia stracolma di pecorino e una partita di Champions al Caffè Roma, osteria romanista gestita da uno che sembra Sergio Citti, spesso faccio un salto alla serata rock dello Steak Out, per lo più frequentata da studenti dell’università di Makerere. Malgrado sia odiato da molti, perché considerato un posto dove vanno quelli che sono appena arrivati in Uganda, il Mercoledì sera adoro il muzunghissimo (bianchissimo) Irish pub (Bubbles), con musica live e working girls di alto profilo. In alternativa, vado all’Iguana bazzicato dalla borghesia Kampalese (la maggior parte tifosi del Manchester United), dove suonano hip pop old school e dove talvolta proiettano filmati di bianchi che ballano fuori tempo. Il Giovedì ricarico le batterie per il fine settimana sperando in una Europa League o nel calcio spezzatino inglese che è buono per ogni sera.

Senza voler stravolgere consolidati principi secondo cui gli africani nello sport sono buoni a correre ma pessimi con i piedi e a nuotare (non ci sono nuotatori neri neanche americani o inglesi) e soprattutto senza offendere il grande Stephen Kiprotich, ugandese del Nord medaglia d’oro alla maratona di Londra 2012, è il pool table il talento nazionale in Uganda. In Uganda la passione per il pool supera certi credi popolari dove per alcuni il pool è una metafora coloniale, in cui per vincere, la palla bianca deve spingere la nera in buca così da rimanere l’unica superstite sul campo di battaglia. A Kabalagala quartiere frequentato da working girls di basse pretese, con vie affumicate di pollo e salsicce alla brace, si erge il mitico Capital Pub, a mio avviso il miglior locale della città. Il Capital Pub è un locale storico di Kampala, dove la musica, le donne, il pool, l’alcol e il pallone sono un tutt’uno! Il lato pool prevede muri dipinti da disegni allucinogeni e giocatrici che indossano succinte gonnelline, che brandeggiano con estrema maestria lunghe stecche di legno. I colpi migliori sono ovviamente quelli dove lei si arrampica sul tavolo per colpire. Ecco quei colpi sono letali! Al di là del pool le donne ugandesi meritano una menzione speciale, soprattutto quelle di Kampala sono celebri in tutto l’East Africa. Le ragioni sono molteplici: perché bevono succo di frutta all’ananas che a loro dire le rende estremamente juicy e non il caffè come le bianche che invece le rende dry, ma soprattutto perché sin da piccole si tirano il clitoride per accrescere il piacere…ma questa è un’altra storia!  
Una amica
Torniamo al pool. Le partite si prenotano mettendo 500 scellini sul bordo del tavolo, che ovviamente dopo poco diventano una lunghissima fila di monetine irriconoscibili dando luogo ad interminabili discussioni sulla paternità delle stesse…le palle sono ahimè gialle e rosse e di piccole dimensioni. Ad ogni bel colpo si batte velocemente la mano sul bordo del tavolo e quando ti succede è un grande onore. E’ invece meno onorevole quando vieni battuto da uno che gira la testa prima di mettere la nera in buca. Mi è anche capitato di giocare a pool contro italiani di fede romanista, i quali posseduti da una psicosi da “cucchiaio” o “scavetto” (come dice Mister Delio) replicavano le gesta del loro capitano con le palle da biliardo, incredibile!

Oltre al pool uno dei miei passatempi preferiti a Kampala è portare le mie feci, possibilmente fresche di mattinata, dal dottor inglese Dick Stockley, giusto per acquietare la mia costante ipocondria. Il dottor Dick Stockley è un noto personaggio in città per via della sua apparizione nel celebre film “The Last King of Scotland” nel ruolo del giornalista e per la sua ossessione con l’impero britannico e la regina (la clinica è tappezzata di foto della regina, di cui addirittura una con lui che gli stringe la mano). Come medico è considerato da alcuni un genio delle malattie tropicali (io sono tra quelli), da altri, un mostro, tra cui mia moglie a cui ha prescritto psicofarmaci senza che lo sapesse, suggerendole tra l’altro che i suoi mal di testa erano dovuti alle corna che le mettevo…grazie Dick!  
Dick Stockley
Veniamo ora alle mie lacrime di borghetti per il fine settimana. In Uganda il calcio italiano è poca roba, qui la fa da padrone la Premier League, forse per un retaggio coloniale, forse perché in Premier ci sono tanti giocatori africani o comunque di colore, forse perché la nostra serie A non è più quella che mandava a fine carriera Vialli, Zola e Di Matteo a giocare in Premier. Sta di fatto che gli ugandesi si mettono in fila nelle banche pur di guardare le partite di Premier, o si ammassano lungo i marciapiedi fuori dai bar per vedere una partita, nonostante la maggior parte di loro non abbia mai messo piede né in uno stadio né tantomeno in Inghilterra. Mi è anche capitato di non pagare il boda boda (tifano tutti Arsenal) solo perché gli dicevo che simpatizzavo per la sua squadra. 
Il pallone
La verità è che gli inglesi, senza troppi meriti, vendono un prodotto televisivo migliore di Rai international, che è senza dubbio la peggiore emittente televisiva con cui abbia mai fruito in vita mia. Rai international è composta da un ammasso di scarti di giornalai Rai, mai visti in Italia prima, neanche su Rete Capri o T9, che conducono senza troppa vergogna l’unica emittente televisiva italiana all’estero (per cortesia fate un sondaggio con gli altri emigranti e vedrete che non esagero). La partita su Rai international prevede una telecamera fissa sul campo, che di tanto in tanto perde il controllo del pallone, un commentatore assolutamente inconsapevole e un post partita a base di Italo Cucci, che ancora parla di quanto era forte Baggio. Per fortuna di pochi c’è l’evergreen D’Amico…
Malgrado queste difficoltà, le poche volte che Rai international decide di trasmettere la mia squadra è un’opportunità che non mi lascio sfuggire. Quando non la trasmettono, ovvero la maggior parte delle volte, ci sono diverse alternative: guardare la partita di cartello (ossia Juve-Pescara, Juve-Siena, Juve-Chievo, Juve-chi te pare) con una versione tristissima della diretta goal di Sky, praticamente, ti dovrebbero far vedere tutti i goal dagli altri campi ma quasi sempre vedi solo le immagini dei tifosi che esultano. Questa oscenità è resa ancor più amara a causa del solito hangover della Domenica o come dicono gli spagnoli resaca, che qui in Uganda è più difficile da smaltire, forse per l’altitudine (1300 metri) o forse per l’infima qualità dei birrifici locali…

Le alternative a Rai international sono anche peggiori, vado su internet e premo compulsivamente il pulsante aggiorna sulla pagina web della Gazzetta, oppure passo la Domenica al Kabira, country club molto fighetto dove le persone si dedicano alla cura del corpo. Il Kabira è di proprietà di Sudhir Ruparelia, arcinoto indiano scappato durante il periodo di Amin poi tornato e diventato insieme al presidente Museveni uno dei ricconi del paese. Imbarazzante è il momento che precede l’entrata nel club dove un folto gruppo di Askari (guardiani) maleducatamente ispeziona il piccolo cassettino passeggeri della mia macchina con la scusa di cercare armi di ogni tipo, salvo poi tralasciare il controllo del bagagliaio posteriore. Mitica è invece la collezione di macchine prototipo della famiglia Sudhir nel parcheggio del club con tanto di targhe di famiglia personalizzate: SR per lui e JR per il figlio, immagino perché Junior. Nell’ambito delle targhe personalizzate di Kampala è interessante quella di Babe Cool, il più famoso rapper del paese, con su scritto Big Size, giusto per mettere in chiaro chi è lui e chi sono gli altri. 

Babe Cool
In quelle giornate spese al Kabira, dopo qualche birra a bordo piscina e un paio di tentativi non troppo convinti di fare due bracciate, mi capita anche di fare una sauna nella bellissima SPA del club. Purtroppo non sempre c’è la pace che richiederebbe una vera sauna. Settimana scorsa durante la sauna, il mio vicino di apparenze russe, ma con voce simile a Luca Laurenti, raccontava al suo vicino pakistano di quando viveva in Afghanistan e forniva elicotteri da combattimento agli americani. A quanto pare al momento rende lo stesso tipo di servizi alle truppe americane in Uganda che sono alla ricerca di Joseph Kony. Insomma è Domenica, mi stavo facendo una santa sauna rimuginando se sui calci piazzati è meglio marcare a zona o a uomo e devo sentire tutta questa roba? Ma poi parliamone, un battaglione di 100 soldati americani mandati da Obama per soddisfare un gruppo di sfigati californiani chiamati Invisible Children dopo una campagna mediatica oscena con ahimè il video più cliccato nella storia di youtube. L’unica soddisfazione è stata vedere il giorno dopo la fine della campagna, il capo dell’organizzazione Jason Russell camminare nudo per San Diego mentre si masturbava furiosamente. Le conseguenze per il povero Jason sono state nefaste, arrestato dalla polizia esausto, in stato di disidratazione e malnutrizione.

In conclusione, nelle Domeniche senza pallone mi riempio la bocca di esterofilia, hamburger e patatine e mi convinco che alla fine sono in piscina sotto le palme, all’equatore, mi abbronzo, faccio il bagno, origlio storie surreali, mi complimento quando incontro un bel paio di gambe, e penso a quelli che stanno in piedi su un seggiolino di plastica, con zero gradi, dietro la pista d’atletica a cantare di quando avevano il moschetto…! Quando faccio così finisce che il Lunedì lo perdo passando la giornata ad ascoltare in streaming le pubblicità di radio sei…ma poi quanti saranno quelli che ascoltano radio sei dall’Africa sub-Sahariana...?

La radio in Karamoja

lunedì 11 febbraio 2013

L'anno in cui non sono stato da nessuna parte


Mi è stato chiesto tempo fa di scrivere un pezzo sull'Ancona dell'ultima serie A, ossia su quella sfortunatissima annata che vide i dorici relegati fin dall'inizio all'ultimo posto, e a lungo in lotta per alcuni dei primati negativi del nostro calcio (alcuni dei quali furono effettivamente raggiunti). Io, a parte il fastidio del dover ripensare a cose già da tempo rimosse, non riesco davvero a scrivere un pezzo unico e coerente su quell'obbrobrio, che mi pare sfilacciato e privo di unità; però qualcosa devo buttar giù. Sicché eccovi un comodo manualetto in forma di alfabeto su tutto quello che non avreste mai voluto sapere e su tante cose che mi hanno fatto male.

***

Ancona. Città capoluogo delle Marche, fondata a suo tempo dai siracusani, vanta duemilaquattrocento anni di storia gloriosa e mai una squadra di calcio seria. A cagione di ciò, per non avere ossia mai conosciuto il bene, la tifoseria dorica non ne ha nostalgia (cfr., inter alia, "La Canzone di Marinella"); fra le meno umorali d'Italia, si appassiona al discreto e festeggia il poco. Inoltre, un po' per lunga abitudine, un po' per indole fatalista orientale, accetta le sconfitte, talvolta anche quelle ignominiose, senza particolari recriminazioni. E chi potrebbe essere tanto malvagio da provocare dolore a gente simile (Chi mai farti soffrire?, per dirla con Saba, altro adriatico appassionato di pallone)? La risposta è: chiunque sia tanto immorale da gestire una squadra di calcio, specie di questi tempi. Per essere più specifici, chiunque prometta la coppa Uefa per il 2005 - anno in cui l'Ancona calcio avrebbe festeggiato il centenario - e poi lasci fallire quella stessa antica società.
Tanto può forse servire a spiegare, o almeno a comprendere, quell'annata un po' così.


  Quelli erane tempi: anconetani a Terni interpretano il cavallo di battaglia della tifoseria dorica (stagione 2002/03)

Black-out. Nel settembre 2003, per l'esattezza un sabato sera, a causa del maltempo un abete cadde su un traliccio in Svizzera e questo, credo per motivi attinenti alla teoria del caos, causò l'interruzione per molte ore della corrente elettrica in Italia. Io mi trovavo ad Arcevia (AN), che è la mia cittadina, alla locale Festa dell'uva. Ricordo che la luce si spense verso la fine della serata, quando i carabinieri giravano fra le locande per chiuderle e convincere gli ubriachi ad andare a letto. Nonostante le fiamme in dotazione, i militi si spaurarono del buio - invero impressionante - e tornarono in caserma.
Io e i miei amici ci avvicinammo alle mura medievali, a (non) vedere lo straordinario spettacolo di una notte e di due o tre valli marchigiane completamente nere. Poi, come ovvio, parlammo un po', e tra i normali argomenti da giovani uomini spicca notoriamente il calcio, ma non ricordo nulla con maggiore precisione.
Il giorno dopo l'Ancona perse 3-0 a Roma la sua quarta partita di campionato. La corrente elettrica era tornata da un paio d'ore.

Collettivo Ancona. Tra le varie disgrazie di quell'annata sfortunata, non ultima, sta lo scioglimento del gruppo ultras che da una quindicina d'anni rappresentava e guidava la tifoseria biancorossa; mi rendo conto che tali parole, dette in generale, possono suonare vuote e antipatiche o tronfiamente retoriche (ma quella retorica della mentalità non mi appartiene), ma in una città come Ancona significa semplicemente che da anni in curva vedevi quelle facce lì, sui pullman parlavi con quelle persone lì, sulle sciarpe avevi scritto quel nome lì.
Insomma, li davi un po' per scontati.
Ho l'impressione che la notizia dello scioglimento me l'abbia data per telefono un mio conoscente anconetano, uno che appunto avevo incontrato in curva; ero sulle scale di casa, la mia casa da studente al Tuscolano, e forse avevo appena parlato con la mia ragazza di allora. Stranamente, non ho memoria di chi fosse quella voce al telefono, con cui pure dovevo avere contatti passabilmente stabili; come se tutta una parte della mia giovinezza non esistesse più.
Sciolta anch'essa.

D. Avevo una ragazza dagli occhi verdi, in quei primi mesi del calendario calcistico (diciamo da settembre a novembre 2003); un paio di domeniche di campionato le passai da lei: ho buoni motivi per identificare quelle due date nel 26 ottobre (Reggina-Ancona 0-0) e in un 16 novembre che risulta senza partite, forse per via della nazionale. A D. volevo un bene non molto profondo, non so se per incapacità o per immaturità, ma caldo e caloroso come quello dei cuccioli di cane.
C'è anche un aneddoto semi-calcistico su quella relazione, ma non ha a che fare con l'Ancona calcio e non lo racconto.
In ogni caso, a un certo punto ci lasciammo, soprattutto per la mia superficialità; io le avevo però promesso di farmi sentire, mi pare, ma non lo feci più. E non lo feci perché, per via di un'altra assurda e infondata storia di gelosia, un mio coinquilino calabrese cancellò dal mio 3310 tutta una serie di numeri di donne (tra cui quello di una sua amica, in effetti, ma la sua interpretazione era comunque sbagliata): fra questi c'era anche quello di D., che dunque non ho più sentito (la rividi in una breve occasione, molto tempo dopo; ma non conta). E niente, scusa di tutto, D. Sinceramente.

Esordi. Nei tre anni di Serie B precedenti quel campionato (dal 2000 al 2003) avevo sempre fatto l'abbonamento in curva Nord. D'altronde al Del Conero la partita si vede bene, e la B dell'epoca era divertente e tecnicamente valida.
In serie A, tuttavia, visto il mercato e avendo poco interesse a farmi prendere per il culo, decisi di non rinnovare la tessera e che quell'anno mi sarei dedicato più che altro, come mio dovere, a terminare gli studi universitari.
La prima partita di quell'anno la vidi perciò in un pub, vicino alla fermata della metro di Giulio Agricola. L'Ancona si presentò con uno smagliante 3-6-1, infarcito oltretutto di pescaresi, e io seppi dal primo minuto della prima partita che le cose sarebbero andate malissimo (facile previsione, d'altronde). Poi segnò Ševčenko, seguito da un giovane brasiliano dal buffo nome di Kakà, ma la cosa non sorprese nessuno.
Io e il mio coinquilino calabrese (lui per gentilezza) eravamo gli unici nel pub a non tifare Milan.

Finding Nemo. Che è poi "Alla ricerca di Nemo", film che uscì in Italia per il Natale del 2003 e che io andai a vedere, gustandomelo molto. Questa è la prima parte dell'aneddoto, che a ben vedere è fatto di due metà non comunicanti.
La seconda parte ha a che fare con la decisione dell'Ancona Calcio di affidare a Nedo Sonetti l'impossibile compito di salvare una mandria di vecchi e pippe, o in subordine quello - comunque assai difficile - di evitare il ridicolo. Questo secondo obiettivo venne in parte raggiunto: perlomeno le sconfitte divennero meno umilianti.
Per questo motivo io e un mio amico decidemmo, nel gennaio 2004, di recarci in trasferta a San Siro con uno stendardo recante la scritta "Alla ricerca di Nedo". Purtroppo la neve, e forse un sabato sera troppo allegro, ci impedirono di andare ad Ancona per salire sui pullman della trasferta; io, anzi, dovetti fuggire in fretta e furia sulla mia Honda Civic, lasciando le colline che già cominciavano a imbiancarsi.
Sull'ultimo curvone in uscita dalla mia città, soddisfatto della mia capacità di tenere la guida sull'asfalto nevoso, mi rilassai troppo; e per la prima e unica volta in vita mia finii in testacoda sul ghiaccio. Ma fu un errore lieve e breve, e potei tornare subito in strada.
Più tardi scoprii che l'Ancona aveva perduto 5-0, dopo una lunga e valida resistenza, fiaccata solo dal classico rigore casalingo pro-Milan (casalingo lato sensu). Se non sbaglio, ma forse sbaglio, in quella partita debuttò Jardel, e fece una bella impressione, che si sarebbe poi rivelata totalmente illusoria.
Nedo fu cacciato più tardi, benché non avesse colpe dell'incompetenza altrui.

Quelli erane tempi: Emiliano Tarana festeggia la promozione in A, sotto il paterno sguardo di Maurizio Ganz

Graaf, Magdalena. Moglie di Magnus Hedman, discreto portiere arrivato nella Dorica nella seconda parte di quella sfortunata stagione; noto marginalmente per le denunce di partite truccate (presto insabbiate) e soprattutto per essere il marito di Magdalena Graaf. Costei è a sua volta conosciuta come moglie di Magnus Hedman e sorella di Hannah Graaf, ma più che altro per l'evidente fatto che a dir le sue virtù basta un sorriso (o google immagini).
Votata a suo tempo come la più bella compagna di un calciatore, detiene l'unico primato positivo assimilabile ai biancorossi di quell'anno.

Hubner, Dario. Generoso e potente centravanti muggiano, capace anche di gonfiare con una certa regolarità le reti avversarie. Giunse all'Ancona già nella bara, il che ne inficiò in parte le qualità offensive; mise in mostra tuttavia una notevole borsite e altre patologie tipiche della senescenza.
Si segnala come emblema di una campagna acquisti indecorosa, spiegabile soltanto con il dolo e la cattiveria d'animo.
Altri ritiene che la ragione del suo calo fisico e morale sia da ricercare nell'umlaut, da poco riscoperta, che all'Ancona lo fece presentare come Hübner; tali voci antitedesche non hanno tuttavia necessariamente riscontro nella realtà.

Imbarazzo.
Lasciatemi dire che, se un giorno d'inverno non siete mai saliti su un treno in compagnia di una vostra ex compagna di liceo, chiacchierando anche amabilmente mentre tale treno tagliava la campagna marchigiana e poi umbra in direzione della Capitale, ed era domenica pomeriggio e come ogni domenica pomeriggio si giocava il campionato di calcio (voi eravate giovani e tornavate all'università), e quando il treno già entrava nel Lazio qualcuno che non conoscevate assolutamente, parlando con altri che tantomeno, quel qualcuno ha recitato i risultati della domenica, ed è venuto fuori che il risultato che a voi interessava era un Empoli-Ancona 4-0; beh, se non vi è mai successo di apprendere per caso tale risultato, e senza dire nulla a nessuno seppellirlo nel vostro animo come un qualcosa di ineluttabile e già passato, allora non avete idea di cosa sia l'imbarazzo.
E tutto il campionato 2003/04, tutto sommato, fu come quella domenica e quel treno.

Litote.
Figura retorica per cui si afferma un concetto attraverso la negazione del suo contrario. L'esempio classico che se ne dà in lingua italiana è "Don Abbondio non era un cuor di leone". Nel corso della stagione 2003/04 feci spessissimo ricorso alla litote, quasi ogniqualvolta venivo interrogato, di solito da qualche studente della Sapienza appassionato o anche solo informato di calcio, sulle performance dell'Ancona calcio 1905.
"Non è una grande annata", rispondevo dunque, "i giocatori non ci credono, la squadra non è costruita bene, il progetto non è chiaro né credibile", e via così. E non so se parlassi così per innato moderatismo - in fondo, sia pure della metà celtica, sono pur sempre marchigiano; ed esprimo nel cuore il bisogno di colline morbide, di poesie interrotte da siepi, di maggioranze PD-UDC -, o per non ferirmi dell'altro raccontando anche a me stesso la verità più cruda. Oppure invece, molto più nobilmente, quelle domande - quell'annata in sé - ci torturavano, e far finta di nulla era il nostro modo di non cedere agli aguzzini della nostra passione.

Mazzone, Carlo. Cioè: uno - in questo caso il tifoso dell'Ancona - viene da un anno non solo vincente, con la promozione, ma da uno spettacolo calcistico di prim'ordine, giacché, checché se ne dica, Gigi Simoni sapeva far giocare le proprie squadre (e l'anno prima c'eravamo goduti Spalletti). Uno viene da questa fortunata condizione, dicevamo, e d'estate, il periodo dei sogni estivi, la prospettiva che gli viene proposta è Carletto Mazzone.
Sì, perché secondo il patron Pieroni l'uomo giusto per salvare una squadra di pellegrini era lui (peraltro già in evidente declino) con il suo calcio che va be'. In ogni caso, Mazzone ebbe l'intelligenza di non accettare quella panchina; mandò tuttavia il proprio vice, Leonardo Menichini, destinandolo a una ben magra figura.
In seguito Mazzone si accasò al Bologna. Quello stesso dicembre - Menichini era già stato allontanato - andai a Bologna a trovare degli amici e a vedere l'Ancona.
Il settore ospiti, costituito da una buona rappresentanza della comunità marchigiana a Bologna, si mostrava allegro e caloroso, e non smise di festeggiare neanche di fronte a piccolezze come la vittoria del Bologna o la fine della partita. Di quel match mi piace ricordare due cose: un gol di Carlo Nervo molto simile a quello realizzato da Marco Van Basten nella finale degli Europei 1988, che però, essendo stato messo a segno da Nervo, passò ingiustamente sotto silenzio; la convinzione diffusa, espressa anche in coro, che una squadra tanto mal guidata come il Bologna mazzoniano ci avrebbe presto seguiti in serie B, il che accadde puntualmente l'anno dopo (ma l'Ancona si era già dissolta nelle nebbie della C2).

Novemila. Il numero, misteriosamente alto, degli abbonati alle partite casalinghe dell'Ancona in quel 2003/04. Adesso quei novemila, con l'ancora l'orrore negli occhi, vagano per il mondo: alcuni si sono arruolati nella Legione Straniera o sono entrati in qualche setta protestante, altri lavorano nel marketing, certi si sono ritirati nel deserto a meditare sull'esistenza; pochi disperati si sono accecati, altri ancora sensibilizzano la gente via internet.
Quelli rimasti ad Ancona, se li incontri in giro e il discorso va a finire su quei fatti, non vogliono parlarne.

Opinionismi. Sono passati molti anni da allora e mi sono successe cose anche importanti, a volte gradevoli, a volte dolorose, che hanno spazzato via le piccole preoccupazioni universitarie e i nomi e le facce che ero sicuro avrei ricordato per sempre; perciò non so più chi l'abbia detto o scritto, ma ricordo ancora che qualcuno, nell'estate 2003, valutò la rosa dell'Ancona come competitiva e in grado di lottare davvero per la salvezza. C'è ancora un "6,5" , scritto o pronunciato da chissà chi, che mi rimbalza nelle pareti del cervello: 6,5! Io 6,5 non lo darei neanche a tua moglie, e sì che sono di manica larga.
Ora, non siamo qui per fare del gramellinismo o per sentirci sto cazzo: ho visto un terzino sinistro del Castelnuovo Garfagnana segnare un gol amaramente decisivo sotto la mia curva (al novantesimo), per dire come io sia messo e quanto poco voglia ergermi a qualcosa. E credo d'altronde che si possa sbagliare; siamo umani.
Però vorrei che qualcuno scrivesse un ponderoso volume sulla storia dell'incompetenza e dedicasse un paragrafo a quei Titani del settore che videro una squadra decente in quell'Ancona lì. Vorrei che i loro nomi non si perdessero e che ancora fra mille anni, quando la nostra lingua sarà dimenticata e i nostri discendenti saranno dei cinesi vestiti male, si serbasse memoria di quelle grandissime, luminose teste di cazzo.

Pearà. Non so cosa sia e non mi metterò a cercare in Internet per supplire alle mie scarse conoscenze. So che è una salsetta veronese e che è molto buona, o almeno a me è piaciuta parecchio.
L'ho mangiata una sola volta, nel dicembre del 2003, l'ultima domenica prima delle vacanze natalizie. Andammo a Verona a trovare un amico che all'epoca studiava là; il pretesto era quello di Chievo-Ancona. La giornata era fredda e nebbiosa, condizione che peraltro esaltava la bellezza della città veronese. Attraversammo l'Adige, gelido anche da guardare, e mangiammo nei capannoni di una qualche fiera gastronomica. Il pearà mi è rimasto impresso, per il resto boh.
La partita mi parve venduta. Dopo un golletto di Cossato, l'Ancona ebbe perfino l'occasione di pareggiare su rigore: ma Rapaić lo sbagliò. Non ce la prendemmo più di tanto. Dietro di me c'era un tale che reggeva uno stendardo con la scritta Turisti per naso e passava il tempo a insultare Hubner; aveva ragione. Poi la curva del Chievo alzò una sciarpata: le contammo, erano trentacinque.
Tutto sommato fu una gita divertente. Verona e una città stupenda; non ci torno da allora, ma adesso mi è venuta voglia di pearà.

Fedeli alla linea. Anconetani post-fallimento, in una trasferta che mi rifiuto di specificare

Quarantasei. i giocatori utilizzati dai vari allenatori dell'Ancona in quella stagione. Molti di questi pippe o pescaresi o entrambe le cose. Fra questi vogliamo ricordare - no, lasciamo stare.

Rapaić, Milan. Che dire? C'è quel pregiudizio secondo cui gli jugoslavi sono tutti vagabondi, o quantomeno degli inquieti giramondo. Lui invece, sarà perché veniva dalla Slavonia profonda, terra austera e mitteleuropea quanto la Dalmazia è mediterranea e rumorosa, non aveva tutta questa voglia di spostarsi. Avevano chiesto di lui quelli del Liverpool; ci pensò su, poi preferì gli altri reds, quelli un pochino meno blasonati e competitivi (se ve lo stavate chiedendo: sì, non è un caso che l'Ancona vesta la stessa divisa dei rossi di Anfield. Fu un mercante marchigiano, con frequenti rapporti di lavoro con l'Inghilterra, a innamorarsi delle divise rosse e ad importarle sull'Adriatico).
In ogni caso, neanche Rapaić combinò granché. Ma almeno in Ancona c'è l'aliscafo, e poteva tornare a casa quando voleva.
Va detto comunque che, almeno nel caso di Rapaić, un'indole domestica non è per forza sinonimo di un'anima timida e casalinga. Giravano infatti aneddoti su di lui, storie certamente esagerate; ricordo ad esempio un'amichevole fra la squadra del mio paese e l'Ancona, durante il ritiro estivo 2004 (prima che l'Ancona fallisse). Rapaić era marcato da un mio conoscente; ma la partita si giocava di domenica, e quel mio conoscente aveva terminato il sabato sera che era già mattina, malmesso fuori da una discoteca di Senigallia. L'allenatore, tuttavia, valutò che l'ala croata non avesse passato diversamente la nottata e lo schierò lo stesso in marcatura.
Purtroppo ho dimenticato i risultati di quella scelta. Si sa tuttavia che il calcio d'estate lascia il tempo che trova.

Saluti. Ho già scritto e riscritto che la campagna acquisti dell'Ancona 2003/04 fu ridicola e deludente, e che i nomi ascoltati in tv e letti sui giornali, più che titillare la curiosità, stimolarono le ghiandole dell'imbarazzo.
Ci fu però, devo essere onesto, una grossa eccezione: ricordo infatti che ero in casa, a Roma, intento a guardare Sportitalia (quell'anno seguivo con attenzione il campionato portoghese, vinto con la consueta sapienza dal Benfica di Trapattoni), quando scorsi una notiziola in sovraimpressione. "Jardel all'Ancona", diceva la scrittina, e io, non so come dire, mi emozionai.
Forse voi non avete più presente cos'era e cosa sapeva fare Jardel, ai tempi suoi, ma per uno nato nel 1980 e cresciuto a pallone e fantasia, beh, Jardel era Jardel.
Quello Jardel purtroppo non esisteva più: lo si capì ancora prima del suo esordio. Fu infatti presentato, anche se credo che poi non giocò quella partita, nel prepartita di un Ancona-Perugia: lui salutò i tifosi al centro del campo, poi volle avvicinarsi alla curva per farsi acclamare meglio dalle frange più calorose, e tuttavia scelse quella occupata dai tifosi del Perugia (i colori sono una ben magra scusante, di fronte a evidenze quali il numero stesso dei tifosi).
Seppi di questa cosa solo qualche mese dopo, ma, seppure a posteriori, mi chiarì tutti gli interrogativi provocati da quella presenza grassa e irriconoscibile.

Tournier, Michel.
Fu in quell'anno che lessi "Il re degli ontani", geniale, inquietante, meraviglioso romanzo del bravo autore francese. La lettura mi piacque tanto che non solo la ripetei a stretto giro di posta, ma in un certo senso entrai nelle atmosfere stesse del racconto, nel mondo bianco e nero della Prussia umida, nella follia di un'Europa crollante, nella storia dell'orco minore che ama i bambini e dell'orco maggiore che li manda al macello.
Amavo trascorrere le domeniche pomeriggio, da sempre dedicate all'ozio, leggendo del gigante pedofilo Abel Tiffauges, della sua dieta a base di latte e carne di cavallo semicruda. delle sue tenerezze per i piccioni e della sua vita nel campo di prigionia nazista. Tale era la mia evasione.
Poi accendevo la tivù, leggevo dell'Ancona, e tornavo alla triste realtà.

Ultras Jesi. Sono fermamente convinto di aver predetto nell'estate 2003, in un forum di tifosi della Jesina che non so più perché allora frequentavo, tutto ciò che sarebbe successo nell'anno calcistico: l'improponibile campagna acquisti, le umiliazioni, la retrocessione, probabilmente il fallimento. Io so, potevo dire con Pasolini, ma non lo dissi (o forse sì; chissà se quella pagina è recuperabile). Io sapevo, d'altronde, perché era facile sapere: Ermanno Pieroni, allora azionista unico dell'Ancona calcio, era infatti di Jesi... E basta conoscere anche poco questa terra medievale, perfetta nelle forme del paesaggio e arcaica negli odi, per capire che l'ipotesi di gran lunga più attendibile, quando uno jesino compera l'Ancona, è il progetto di demolirla.
Non mi credettero, o forse sapevano tutto e non vollero scoprirsi; o forse non lessi mai nessuna risposta al mio j'accuse, oppure boh. In ogni caso l'odio, specie quand'è lucido e di antica data, spiega sempre tutto, e anzi muove il mondo assai più di quanto lo faccia l'amore nella mente dei semplici e nelle più banali canzoni r'n'b.
Va detto, se guardiamo la cosa dal punto di vista tecnico, che Pieroni fu bravissimo (inoltre aveva una ragazza ascolana: come potemmo non accorgerci di nulla? Folli, fummo, folli!).

Vavassori, Giuseppe. Che poi sarebbe Giovanni, ma è da tanto di quel tempo che non mi veniva in mente che mi ero dimenticato perfino il nome. Giovanni Vavassori, adesso sembra impossibile però è vero, era un allenatore emergente: un esonero a Bergamo, subito quando ormai la squadra era condannata alla retrocessione, non aveva cancellato i tre anni precedenti, in cui aveva collezionato alla guida dell'Atalanta una promozione in A, un settimo e un nono posto nella massima serie.
Nell'estate 2004 lo avevano chiamato ad Ancona: la rosa della squadra, molto sfoltita rispetto al caravanserraglio della serie A, pareva estremamente competitiva per la B. Una coppia d'attacco di lusso per la categoria, formata da Rapajć e Bucchi, sembrava garantire che i dorici avrebbero lottato per la promozione. In altre parole, Vavassori aveva l'opportunità di rilanciare da subito la propria carriera; se posso immedesimarmi in un allenatore bergamasco con cui non ho mai parlato, azzardo che fosse felice.
Poi l'Ancona fallì, per un debito di una quindicina di milioni di euro (negli stessi giorni alla Lazio fu accordata la spalmatura negli anni di qualche centinaio di milioni di arretrati verso il fisco; ma non voglio paragonare le due vicende). Che io sappia, nonostante qualche vittoria in campionati minori, Vavassori finì lì: non gli fu più data l'occasione di allenare una squadra altrettanto valida, figuriamoci poi quella di tornare in A.
Non so questa vicenda cosa dimostri; forse la teoria del caos, forse nulla, forse boh.

Zingara. Dopo la serie A venne la C2 (girone B. Annoto a margine che, dal 2002 ad oggi, quand'era in B, l'Ancona è retrocessa una volta, ha vinto tre campionati e ha usufruito di un ripescaggio. Nonostante ciò, grazie a due fallimenti, oggi gioca tre categorie sotto la B). Che dire della C2? Mah, è un mondaccio, ma offre spunti divertenti.
Ad esempio nel dicembre 2004 o nel gennaio 2005 l'Ancona giocava a Viterbo; io studiavo ancora a Roma e decisi di seguirla. Feci il biglietto per la Tuscia il giorno prima, dato che mi trovavo a passare a Termini; mentre inserivo il denaro nella macchinetta, mi si avvicinò una zingara, in attesa che le donassi qualcosa. Quando il ferro sputò il resto, allora, le misi in mano una o due delle lucentissime monetine da cinquanta centesimi in dotazione a ogni macchinetta; quella volle guardare il mio biglietto, lesse "Viterbo", mormorò qualche parola di benedizione e poi sputò.
Io mi fingo razionale, a volte, di solito quando parlo con le ragazze o con i professori universitari; ma nulla mi toglie dalla mente che fu quell'incongrua benedizione impartita alla città laziale a permettere a un giocatore gialloblù di azzeccare il giorno dopo un bolide da trenta metri, regalando alla Viterbese l'immeritatissimo 1-1. Quell'anno, a forza di risultati simili con squadre di stramerda, restammo in C2.
Credo che sia giusto, e rappresentativo di tutto un mondo di calcio minore e di squadre che passano il tempo a fallire e a deludere i propri tifosi, chiudere così.