giovedì 31 gennaio 2013

Note (calcistiche) a margine di un viaggio mitteleuropeo. Parte I: l'Italia


Dunque al principio fu Venezia. La sera del ventisei dicembre, in taxi verso l'aeroporto Marco Polo, chiedo al tassista dove ci conviene dormire - si sono fatte quasi le nove - per raggiungere Trieste il giorno successivo. Tra qui e Trieste non c'è niente, dice, non vi danno neanche da mangiare a quest'ora. Neanche a Palmanova?, chiedo. Figuriamoci in quel paese di merda, fa lui. Io resterei qui vicino all'aeroporto, ci sono begli alberghi, il casinò e i locali con le donnine, aggiunge. Vorrei spiegargli che il mio non è un viaggio da mignottari, ma un viaggio esistenziale, alla Leigh Fermor, ma passo. Ma perchè non andate subito a Trieste, invece?, mi chiede dopo un po'. E' una grande città, una capitale, piena di luci e di ristoranti. Ma non è un po' tardi?, faccio io. Macchè, in un'ora e mezza siete lì. Non crede che ci sarà nebbia sull'autostrada?, domando. Stasera? Per niente. Se non ce n'è qui in laguna, può stare tranquillo. Mi posso fidare? A tirarse sempre indrio se finise col culo in rio, risponde.

All'altezza di Palmanova io e il Navarro - che ho recuperato al banco Europcar del Marco Polo - decidiamo di affidarci all'azzardo. Non è che c'è nebbia - è che non si vede proprio nulla. Sembra che ce la tirino a secchiate, la nebbia. Che la montino tipo panna. Dei banchi di nebbia come non li ho mai visti, come devono esistere solo in questa parte addolorata di mondo. Sembra di viaggiare con un aereo tra le nuvole. La nebbia è così densa che ingoia i cartelli stradali. Da Palmanova a Trieste ci guida solo l'istinto e questa canzone.

Non abbiamo rimpianti per aver solo lambito Venezia. Io soprattutto. Della città lagunare conosco quattro cose: lo stadio Pierluigi Penzo (settembre '99, tre a uno per la Roma, doppietta di Delvecchio e gol di Alenitchev), l'NH Laguna Park, una pizzeria di Porto Marghera e la sede degli industriali. Non so neanche più che fine abbia fatto la squadra locale, con la sua bizzarra casacca nero-arancio-verde, che verrà sempre ricordata per le gesta dei suoi attaccanti più rappresentativi (Maniero, Recoba, Tuta). In qualche modo sbarchiamo a Trieste, che ci accoglie dormendo. Un albergatore ci spara una cifra da Tokyo in alta stagione. Lo mandiamo a cagare. Decidiamo di andare a mangiare. Non sono neanche le undici e in giro non c'è alcuna traccia delle vacanze di Natale. Proviamo a entrare in un paio di trattorie ma le sedie sono già appoggiate sui tavoli. Grandi scope puliscono il pavimento. La seconda prova che il tassista di Mestre è un bugiardo. Ma quale grande città. Ma quale capitale. E infatti qual è la grande città che si ritrova una squadra mediocre come la Triestina? Che io, poi, ho anche una certa simpatia (immotivata, epidermica) per i cosiddetti alabardati (non dimentico, tra l'altro, la stagione che vi disputò Alberto Aquilani, il centrocampista con più classe della sua generazione). Ma che fine hanno fatto, anche loro? Falliti, spariti. In Eccellenza. Magari sarebbe pure romantico andarli a vedere. Magari no.

Un passante ci segnala che alla prima a destra c'è un viale pedonale dove forse c'è una pizzeria aperta. Proviamo a credergli. Lasciamo la macchina davanti a un cassonetto e proseguiamo a piedi. Il viale pedonale c'è. Ci sono alberi frondosi e facciate asburgiche. Però non ci sono essere umani - men che meno le famose donne triestine di cui mi sembra di aver sentito parlare un gran bene da qualcuno, mio nonno credo. Di pizzerie, neanche l'ombra. Maledetti triestini, asserragliati nelle vostre case, con le vostre donne e le vostre magliette alabardate. Siamo pronti a rinunciare. Andiamo al mare, azzardo. Magari lì c'è qualcosa aperto. Verso la fine, però, un'insegna miracolosa si appalesa in un vicolo: Number One. Una pizzeria. Aperta. Se ci fanno mangiare io neanche guardo il menu e prendo direttamente la pizza Number One, dice il Navarro. Entriamo, ci guardano strano. Siamo gli unici clienti. Scusate, dico, siamo forestieri, viandanti, viaggiatori. Affamati. Lui poi è appena arrivato dalla Spagna, faccio indicando il mio amico. Ce la fate una pizza al volo?  Il proprietario guarda la cameriera che guarda il pizzaiolo che fa cenno di sì con la testa. Accomodatevi, ci rincuora con accento meridionale. Prendiamo due birre Castello. Complimenti, dico, questa birra locale è proprio buona. Non è di qua, è di Bolzano, dice lui [che poi ho controllato e non è neanche vero, è di Udine, ma in quel momento era inutile fare storie per una cosa del genere, non è mica Pulp Fiction]. Che pizze volete?, ci chiede la cameriera, una grassona dall'aria dolce. Una napoli e una number one, rispondo, senza aver letto il menu. Ok, fa la cameriera. Allora esiste davvero, dico al Navarro. Certo che esiste davvero. Esiste sempre la pizza con il nome del locale, sorride. Quando la pizza arriva sorride meno. Come Montecarlo, o Singapore, si sviluppa in altezza. Ci hanno messo di tutto. Riesco a riconoscere: soppressata, ricotta, melanzane, carciofi, prosciutto crudo, prosciutto cotto, Dash pastiglie, Vicks Vaporub, calze di nylon strappate, latte scaduto. Il Navarro sembra Michele l'intenditore e ne mangia metà. Paghiamo e usciamo a cercare una pensione. Non abbiamo fatto nulla ma siamo stanchi. Ne troviamo una in centro. Lottando con la digestione, lo vedo addormentarsi; io recupero i panni dell'Hauptsturmführer Aue e lentamente prendo sonno, l'ultimo sonno italiano prima di varcare la frontiera.

La mattina irrompiamo nel Caffè San Marco e troviamo solo teste bianche. Chiedo al cameriere qual è il tavolo dove siede sempre Claudio Magris. Me lo indica. Vogliamo sederci lì, gli dico. Non è possibile, fa lui, quel tavolo è riservato al professor Magris. Ma oggi non c'è, ribatto, che le importa? Potrebbe sempre arrivare, risponde. Non ha capito, polemizzo, ci ho appena parlato. E' andato a passare il Natale a New York. Non potrà mai arrivare nelle prossime due ore. Mi dispiace, fa lui irremovibile, quel tavolo non posso proprio darglielo. Allora ce ne andiamo. Passeggiamo per la piazza dell'Unità e entriamo nel Caffè degli Specchi. Lì nessuno ci fa storie e ci sediamo dove ci pare. Con il Navarro chiacchieriamo di Osasuna. Il padre è preoccupato perchè è contornato di imbecilli, a partire dal direttore sportivo. Non sa come fare aggiustamenti nel mercato invernale per cercare di salvare una stagione che sembra compromessa. Non ci sono i soldi per portare chi può far fare il salto di qualità. Nekouman se n'è andato, Llorente è malconcio, Kike Sola un'eterna promessa. Almeno avete fatto bene a tenere Mendìlibar, dico, perchè è un tipo in gamba. Uno tosto. Uno dei maggiori mali del calcio moderno è cambiare allenatore. Vedrete che il vento girerà, altrimenti da igual. Anche in Segunda, continueremo ad andare al bar Rotx, ad ascoltare i Guadalupe Plata e a ballare con le ragazze, dice lui. Ma non scenderete in Segunda, stai tranquillo! Ora ordiniamoci una Sacher, che fino a Vienna non ne toccheremo altre. Cameriere! La Sacher che prende sempre Magris. 


lunedì 28 gennaio 2013

Il gol più bello di tutti i tempi



Il gol più bello di tutti i tempi temevo di non rivederlo mai più, e di continuare a proiettarlo nella mia memoria, ogni volta apportando qualche falsificazione, fino a smarrirne del tutto i tratti e i contorni. Invece ieri, passeggiando pigramente negli archivi digitali, mi si è parato davanti come un’epifania, e mi sono reso conto che non è stato poi troppo diverso da come lo rimasticavo da sempre, aiutato dalla convivialità o da una bottiglia di vino, raccontandolo come un’apparizione fantasmagorica nei cantieri della mia infanzia.
In sintesi, tre sono stati i momenti decisivi della mia educazione sentimentale e calcistica. Il primo mi vuole stregato davanti a un piccolo schermo in bianco e nero, a innamorarmi di Giancarlo Antognoni, tanto che ancora in qualche cassetto conservo alcune foto autografate, sue, di Daniel Bertoni e Daniel Passarella, in cui campeggia al centro della maglia un giglio enorme primi anni ’80. Così -quasi non camminavo- mi misi a tifare per una squadra che certo non giovò agli albori delle mie relazioni sociali, perché dalle mie parti era sconosciuta almeno quanto una compagine della seconda divisione rumena, ammesso che la Romania abbia una seconda divisione.
L’ultimo mi vuole incredulo davanti ai fuochi pirotecnici che Zdenek Zeman accese nel suo breve transito sulle rive dello stretto. Fu l’anno in cui Totò Schillaci segnò valanghe di gol (23 mi pare), pur partendo spesso dalla panchina, per i motivi imperscrutabili noti solo ai silenzi dell’intellettuale boemo. Ovviamente il Messina non salì in serie A, ma l’esperienza dell’incredibile fu nitida per tutta la stagione e culminò con il pareggio interno (in coppa Italia?) 1 a 1 con il Milan di Sacchi, con gol, ecco credo che questo sia il punto, di Pierleoni e Van Basten. Pierleoni e Van Basten. Ancor più stupefacente del fatto che il Messina giocò alla pari, e forse meglio, con quel Milan, è che a segnare furono quei due, l’apollineo centravanti e l’oscuro lavoratore del centrocampo, che Zeman quell’anno trasformò in esterno del 4-3-3 e in una specie di Robinho ante litteram, Robinho che segna, però.
L’intermedio mi vuole abbonato sugli spalti del “Giovanni Celeste” a seguire le gesta del Messina di Franco Scoglio, e fu lì, in una di quelle domeniche invernali sicule in cui la temperatura non scende al di sotto dei dodici gradi, che si consumò il gol più bello di tutti i tempi. Il Messina, neopromosso dalla C1, era in testa alla classifica, mi pare di ricordare che fosse una delle prime partite del girone di ritorno. Ospitava il Taranto e, sospinto da un catino infernale, passò in vantaggio con gol di tale Mossini (in realtà io le sgroppate di Mossini me le ricordo benissimo, ma dico tale per dare una parvenza di distacco, assolutamente fittizia). All’ottantottesimo circa, pareggiò il Taranto con gol di tale Biondo (qui il significante di tale è più aderente al suo significato).
Nei dintorni del novantesimo al Messina fu concessa una punizione dal limite. Il suo fantasista, Peppe Catalano, anziché batterla come i cristiani, cercando di scavalcare la barriera e di mettere la palla all’incrocio (ed era anche bravissimo in questo, come tra poco dirò), scelse un’opzione più suggestiva, resa ancor più suggestiva dal fatto che non c’era più tempo, era il novantesimo. Secondo le antichissime consuetudini del c.d. calciatore di “ciumàra” (per calciatore di “ciumàra” si legga calciatore che gioca o quanto meno si forma nei greti inariditi dei torrenti meridionali, utilizzando come pali lavastoviglie dismesse e come linee colline di detriti argillosi), Peppe Catalano, che era un talento cristallino, con ogni probabilità disse al compagno di squadra “compàre, dàmmela qua” e invece di tirare, entrò letteralmente dentro la barriera, ne uscì indenne palla al piede, avanzò ancora un poco, tirò e scosse le fondamenta dello stadio.
Rivedendolo ora, non è del tutto esatto che entrò dentro la barriera, perché fu facilitato dal fatto che i giocatori del Taranto ne disposero una rudimentale, forse perché la punizione non era dal limite, era un po’ dietro, ma insomma, il concetto mi pare più o meno lo stesso.
Non che non fossi avvezzo alle sue prodezze (sicuramente nei bar di Messina Sud suo capolavoro è reputato il gol del 6 a 0 al Monopoli nel campionato di C1; a me invece piace ricordare la sua specialità, cioè la punizione laterale, quasi dalla lunetta del corner, che invariabilmente riusciva a recapitare all’incrocio dei pali opposto, cosa che non mi è più capitato di rivedere, almeno compiuta con intenzione), e non che non fossi avvezzo alle prodezze di altro giocatore lunare che fu Franco Caccia, uno che, per intendersi, batteva gli angoli di esterno destro, ma quel gol contro il Taranto mi parve, e mi pare tuttora, la summa di un calcio fiabesco e, insieme, un gesto irripetibile (qualcosa di simile l’anno scorso, il gol di Lavezzi al Milan).
Peppe Catalano fu acquistato poi dall’Udinese e fuori dal suo contesto, minato anche dagli infortuni, perse il tocco e forse la magia. Chiuse la sua carriera nell’Akràgas, squadra per cui io stravedo, non foss’altro per il nome dello stadio, Esseneto, e per il fatto che milita in una divisione onirica, in cui si contende la gloria con le più importanti compagini del mondo, tra cui Corinto, Delfi e Cartagine.
Oggi credo che alleni il Favàra, in eccellenza, e nel suo percorso a ritroso intravedo qualcosa della voluttà sicula (lui è lucano, ma non si offenderà se qui lo considero siculo d’adozione) di ripiegarsi nei cristalli della marmellata di mele cotogne, nel profumo dei gelsomini, nell’ebbrezza stordente della caponata, quello stesso ripiegarsi che induce le squadre siciliane, con la lodevole eccezione di Catania e Palermo, a cedere alla seduzione del fallimento e a ricominciare sempre dal nulla, dal campo di sabbia, dalla miseria e dalla scaramanzia.


Se a qualcuno fosse venuta la curiosità, il gol più bello di tutti i tempi è possibile vederlo da qui. ;)


Post già pubblicato dall'autore in un momento di nostalgia, soprattutto della caponata, su www.levacalcistica.blogspot.it

giovedì 24 gennaio 2013

Umano, Troppo Umano


Ma chi l'ha detto che in terza classe,
che in terza classe si viaggia male, 

Francesco De Gregori, Titanic

Lo chiamavano (e continuavano a chiamarlo..) Le God.. Perché con quel nome lì, Matthew Le Tissier, anche se ha una faccia e una panza da inglese, qualcosa di francese deve averlo.. Le God.. un sincretismo linguistico che nasce da fattori geografici ma affonda le radici nella genesi del verbo.. Le Tissier nasce infatti a Saint Peter Port, capitale dell’isoletta di Guernsey, sputo di terra, escresceza del canale della Manica ad una cinquantina di chilometri dalla Normandia.. Più prossima a Napoleone che ad Albione, Guernsey è però protettorato della corona inglese e, già che c’è, appartiene alla ristretta cerchia dei paradisi fiscali.. Questa la geografia, ma Le Tissier viene chiamato Le God anche per ricordarci che l’Inghilterra, paese attaccato alle tradizioni come pochi altri, non solo non ha tradizioni.. ma nemmeno una lingua.. e siccome come diceva il suo maestro Heidegger è la lingua che fa l’uomo.. un paese senza lingua è un paese senza uomini.. Infatti solo un sesto delle parole dell’inglese moderno, quello che la glottologia fa nascere qualche secolo prima della pubblicazione del primo dizionario della lingua inglese nel 1604 (quello del Grande Cambio delle Vocali) proviene dal cosiddetto inglese antico.. il resto è frutto della colonizzazione normanna.. E per chiudere il cerchio fu proprio dal Ducato di Normandia che nell’anno domini 933 viene portata in regalo alla grande isola la piccola isola di Guernsey..

Cresciuto nel Vale Recreation, squadra locale della capitale dell’isoletta-paradiso (fiscale, che il panorama è deprimente) il giovane Matthew si trasferisce in quella grande città portuale che quando l’aria è tersa ed il cielo è sereno appare alla vista dei bambini che smesse le scarpette siedono sull’erba a rimirare l’orizzonte.. E’ Southampton.. la città da cui il 10 aprile del 1912 salpò per il suo primo viaggio la più grande nave passeggeri dell’epoca.. il Titanic.. E dallo stesso porto, con indosso la maglia biancorossa delle giovanili, parte il viaggio di uno dei più sublimi talenti del fin de siècle calcistico britannico.. Centravanti nell’anima, Matthew Le Tissier per il processo di adattamento dell’uomo all’ambiente si trasforma in centrocampista.. La sua tecnica è sublime, il suo fiuto del gol è eccezionale, segna come pochi ma ha un problema.. Non può stare in area spalle alla porta.. deve stare sulla trequarti ed avere il pallone con sé.. E’ una necessità.. Ha bisogno di attaccare gli spazi con la palla tra i piedi, come se avesse paura che se anche solo per un solo attimo dovesse perdere il contatto tra il piede e la palla questa sarebbe rotolata giù da uno scosceso pendio e, come succedeva a Guernsey, sarebbe finita in mare.. Ha bisogno tenere gli occhi fissi verso la porta avversaria, come se avesse paura che abbassando anche solo un attimo lo sguardo la porta sarebbe svanita, come scomparivano all’orizzonte le navi che quotidianamente salpavano dal porto di Guernsey, portandosi via anche un po’ di lui..

La sua escalation è impressionante.. A furia di gol nelle giovanili si conquista il posto in prima squadra, in soli quattro anni diventa leader indiscusso dei Saints e alla fine della stagione 1989-90 segna 20 gol e viene premiato come miglior giovane dell’anno.. Nasce la Premier League, le grandi squadre mettono gli occhi su di lui.. A Londra, Liverpool, Manchester sono pronti a costruirgli ponti d’oro.. l’offerta più consistente è quella del Tottenham.. ma lui rifiuta.. Forse è perché alla sua ragazza non piace Londra, come dice lui.. forse è perché Matthew è indolente per natura, gli piace godersi la vita, e quella da calciatore professionista non fa per lui.. non ha voglia di impegnarsi troppo in trasferte faticose, in allenamenti massacranti.. è convinto che il suo talento sia sufficiente a donare gioia negli occhi di lo guarda, e probabilmente ha ragione.. o forse non vuole allontanarsi troppo da Guernsey, ha ancora voglia, in quei pomeriggi in cui l’aria è serena abbastanza, di sedersi su una banchina del porto ad osservare le navi che partono e sullo sfondo, tra un molo ed una gru, ogni tanto intravedere quell’isoletta da cui era partito.. Fatto sta che Le Tissier decide di rimanere, e rimarrà per sempre, un giocatore del Southampton.. Con la maglia numero 7 dei Saints si renderà protagonista di prodezze meravigliose.. dribbling, finte, assist e soprattutto gol.. il lob da 40 metri contro il Blackburn viene premiato gol dell’anno 1994 e continuerà a segnarne talemente tanti che diventerà il primo centrocampista a segnare 100 gol in Premier..

Nonostante le meraviglie, sempre meno umane e sempre più divine a sfiorare il miracolo, Le God si è fatto una pessima reputazione tra gli uomini.. la sua etica di rifiuto del lavoro cozza contro quella protestante del paese.. Antitesi del tipico giocatore britannico tutto impegno e niente talento, Le Tissier è un divino fancazzista.. e il ressentiment popolare gliela farà pagare.. Sarà quello lo scoglio su cui si arenerà il suo Titanic calcistico salpato dal porto Southampton.. il rancore di chi non ha mai avuto il suo talento.. E in tutta la carriera Le God otterrà solo 8 presenze nella nazionale maggiore.. Lasciato fuori dalla convocazioni per Francia ’98 guarderà alla televisione quello scarpone di David Batty (una vita da mediano, due piedi da pestatore d’uva) sbagliare il rigore decisivo contro l’Argentina negli ottavi di finale.. E insieme alla nemesi della storia Matthew Le Tissier si fa una grassa risata.. Esce ai rigori la nazione infedele che ha rinnegato il suo dio, quello che di rigori in carriera ne ha segnati 48 su 49.. Ma la risata lascia presto spazio all’amarezza e, come confesserà tempo dopo nella sua autobiografia, quella mancata convocazione all’apice della sua carriera sarà una ferita impossibile da rimarginare.. Anche Le God soffre come gli uomini, è a loro immagine e somiglianza..

Oltretutto il divino quando compila tavole della legge o scolpisce il suo verbo nella materia tramite scrittura, perde la sua infallibilità e si manifesta nella sua più totale umanità.. E così Le God scrive nel suo testo sacro che tra i suoi divertimenti c’era quello di scommettere, e non sempre a favore del Southampton, sui risultati delle partite in cui avrebbe giocato.. In realtà confessa un solo episodio.. che trascende l’evento e diventa sintesi della sua opera eretica.. Nel 1995, insieme ad alcuni compagni di squadra e ad un allibratore, Le God scommise che la prima rimessa laterale nella partita tra Southampton e Wimbledon sarebbe stata a favore degli avversari.. Ma fedele agli insegnamenti del suo maestro Heidegger decise poi di svelare la falsità di Dio, e quindi non riuscì (non è che non volle, fallì nella sua volontà) a buttare fuori la palla in tempo per regalare la rimessa al Wimbledon e vincere la scommessa.. E fu così che Le God si rivelò agli uomini per quello che era.. Umano, troppo umano..

PS. Unico calciatore di Premier ad avere ammesso di aver partecipato attivamente al calcioscommesse, Martin Le Tissier oltre che commentatore di BSkyB è anche testimonial della Coral, agenzia di scommesse britannica.. Perché il compito di Le God è sempre stato quello di svelarci il nascondimento del reale..


pps. questo post è stato pubblicato originariamente il 7 ottobre 2010 sul blog lo zio di holloway e mai più editato, essendo nel frattempo il suo autore passato a miglior vita impegnato tutt'ora a fare la comparsa in un film di ciprì e maresco già uscito nelle sale più di sei anni orsono senza che lui se ne accorgesse e nessuno lo avvisasse, abbiamo pensato che ripubblicarlo qui fosse cosa a lui gradita... 

sabato 19 gennaio 2013

E' sempre Coppa d'Africa

Takuma mascotte del torneo in uno scatto ambiguo

Scappa Al Saadi! Scappa!
Ebbene si... è ancora coppa d'Africa. Ci sono grandissime menti dietro la CAF (Confederation of African Football) che per evitare che la coppa del continente si giochi lo stesso anno dei Mondiali hanno deciso di disputare due edizioni consecutive, così la competizione scivolerà negli anni dispari evitando di affaticare le nazionali in vista, appunto, dei Mondiali (per la CAF, 4 mesi sono evidentemente troppo pochi per recuperare energie). Questa edizione doveva essere originariamente giocata in Libia, ma l'assegnazione del torneo è avvenuta prima che tutto il mondo si accorgesse improvvisamente (ci sono voluti appena 42 anni) di che razza di discolaccio fosse il colonnello Gheddaffi, tutto ovviamente in nome della pace nel mondo. Ora al di là di Muʿammar, di cui poi, fondamentalmente, non ci sbatte una sacrosanta nerchia (anche se le tende beduine a villa Borghese mi mancheranno), mi sento di lanciare un appello: "Lasciate stare Al Saadi!". Lasciate in pace una dei più grandi geni della storia del calcio.
La manifestazione è stata quindi spostata in Sudafrica, il che è un dramma, perchè Sudafrica vuol dire...VUVUZELA. A questo punto era meglio la guerra in Libia.
Mi sento di di dire che difficilmente uscirà fuori un torneo più interessante di quello dello scorso anno, forse la migliore coppa d'Africa della mia vita, grazie ovviamente allo Zambia che per via di questa scellerata decisione (intendo quella di rigiocare il torneo dopo un anno) non disputerà una Confederations Cup che sarebbe stata sacrosanta. Questa edizione vedrà il ritorno dell'Etiopia che non prende parte alla coppa dal 1982 (uscì al primo turno) e il debutto di Capo Verde, che ha eliminato il Camerun. Il dato più importante è però la partecipazione del Togo, che sempre quelle brillantissime menti della CAF avevano deciso di escludere per 2 edizioni, in seguito al ritiro della squadra, poco prima del torneo disputato nel 2008 in Angola. Il Togo si ritirò a pochi giorni dall'inizio del torneo dopo un attentato al loro pullman - fu mitragliato - in terra angolana.  Morirono due membri dello staff della nazionale e l'autista del mezzo, 9 i feriti. Per la CAF, quindi, essere mitragliati dai ribelli angolani e veder morire 3 persone davanti ai propri occhi non è un motivo valido per ritirarsi da un torneo calcistico.

I GRUPPI

Le Vuvuzela... Forse uno dei  motivi all'origine dell'Apartheid

Gruppo A

Sudafrica
Nazionale secondo me in declino. Va comunque rispettata, perché giocare in casa è sempre un vantaggio. Il calcio sudafricano da anni offre poco e niente, la nazionale della fine degli anni 90 è solo un ricordo sbiadito.
Siphiwe Tshabalala e Mphela sono le certezze, la sorpresa potrebbe essere Serero dell'Ajax.

Capo Verde
Debutto assoluto in coppa. Personalmente è un enigma. Calciatori sparsi per l'Europa (ovviamente la maggior parte in Portogallo), magari non passerà il girone, ma mi sbilancio e dico che non ne uscirà con le ossa rotte.

Angola
Anche l'Angola è in calo rispetto al 2006. In coppa d'Africa si fa solitamente valere, difficilmente però, visto il girone, avrà la chance di passare ai quarti.

Marocco
Credo che per il Marocco sia arrivato il momento del riscatto, visto che nelle 3 precedenti edizioni alle quali ha partecipato è sempre uscito al primo turno. Assurda e incomprensibile l'esclusione di Adel Taarabt che da solo poteva valere mezza Coppa d'Africa. Fuori anche Chamack, non resta che ammirare Younès Belhanda del Montpellier. A me non dispiace Nordin Amrabat, esterno sinistro con discreto passato al Psv che oggi gioca nel Galatasaray.

Gruppo B

Come buttare 5 €... Daje! Mali Daje!

Ghana
Il Ghana è decisamente da finale, ma a parer mio lievemente meno forte delle edizioni passate. Mi aspetto tanto da Boakye e, oltre ai soliti noti, mi incuriosisce Atsu, ala sinistra del Porto particolarmente interessante. Pesante l'assenza di Andrè Ayew.

Mali
Inutile dire che, come mio solito, ho giocato il Mali vincente. Certo la testa dei giocatori del Mali potrebbe essere altrove visto quello che sta succedendo in patria. Ma dopo il terzo posto dello scorso febbraio i maliani per migliorarsi dovrebbero puntare alla finale. Centrocampo come al solito di livello, difesa buona e attacco non convincente, ad  esclusione forse di Modibo Maiga del West Ham, che lo scorso anno saltò la semifinale contro la Costa d'Avorio per colpa della malaria.

Niger
In Guinea Equatoriale-Gabon 2012, hanno chiuso a 0 punti ma senza sfigurare contro i padroni di casa del Gabon, il Marocco e la Tunisia. Fare anche solo 1 punto sarebbe un successo.

Repubblica Democratica del Congo
Non mi dispiace. Sarà perché mi sono affezionato al Mazembe ma un pochino la tifo. Mulumbu e Makiadi sono le certezze, Mbokani l'arma in più. Inutile ricordarvi che nel RD Congo gioca Muteba Kidiaba il portiere che esulta saltellando sulle chiappe.

Gruppo C

Lo sguardo sveglio di Saleh, punta di diamante dell'Etiopia
Zambia
Rischierei di essere poco obiettivo sullo Zambia, la vittoria dello scorso anno è stata forse una delle emozioni calcistiche più belle della mia vita. Il bis è davvero difficilissimo. La squadra è grossomodo quella del 2012  con i fratelli Katongo, Kalaba, Mayuka, Sinkala e Mulenga. Ovviamente presenti anche il portiere Kennedy Mweene che l'anno scorso fu assolutamente straordinario e il difensore autore del rigore vittoria Stophira Sunzu a mio parere il miglior giocatore dello scorso torneo (insieme forse a Kalaba), che inspiegabilmente gioca ancora in Congo nel Tp Mazembe.

Nigeria
Non è decisamente quella del 1994. Fatica davvero a riaprire un ciclo, va detto però che le nuove leve non sembrano malaccio. Non la vedo come favorita, non è però impossibile vederla arrivare in finale. I due Chelsea Obi e Moses, Onazi - che nella Lazio sta facendo bene - Uche e Amenike, giocatori più che discreti. Da guardare con attenzione il terzino destro Omeruo (gioca al Den Haag ma è di proprietà del Chelsea) e l'attaccante della Dinamo Kiev Brown Ideye.

Burkina Faso
Può giocarsela nel girone. Nonostante la pessima prestazione dello scorso anno, non vedo improbabile un suo passaggio ai quarti. Pitroipa e Sanou sono le certezze, per il resto bisogna sperare in qualche sorpresa.

Etiopia
Probabilmente andranno incontro al massacro. Si sono qualificati battendo Benin e Sudan. Un attaccante Ibrahim che gioca nei Minnesota Stars e un esterno sinistro, Yussuf Saleh, che gioca nella prima serie svedese con il Syrianska, per il resto quasi tutti i calciatori della rosa giocano in patria.

Gruppo D

Costa d'Avorio
Poco da dire, se non che sono i favoriti assoluti. Troppo più forte delle altre. Inutile fare nomi, basta leggere l'intera lista dei convocati per capire che possono perderla solo loro. Da visionare Wilfried Bony, attaccante del Vitesse. Ultima occasione per Drogba? Il ct è Sabri Lamouchi.

Tunisia
E' una squadra che regolarmente sottovaluto e che invece porta a casa sempre discreti risultati. Tra i più interessanti la punta del Lokeren Hamdi Harbaoui.

Algeria
Squadra sempre rognosa. Qualche giovane interessante, uno su tutti è Ryad Boudebouz, poetico  trequartista del Sochaux. Girone difficile ma può passare il turno.

Togo
Un gradito ritorno, la squadra però non è proprio tra le migliori. Tolto Adebayor si tratta di una compagine decisamente povera, che difficilmente potrà ambire a qualcosa più di un quarto di finale. Molti giocatori del campionato francese... ma nessun talento.

mercoledì 16 gennaio 2013

Il curioso caso di Julio Moquete Cuevas

Spinaceto, un quartiere costruito di recente. Viene sempre inserito nei discorsi per parlarne male. "Vabbè, ma qui mica siamo a Spinaceto!". "Ma dove abiti? A Spinaceto?". E poi mi ricordo che un giorno ho letto anche un soggetto che si chiamava "Fuga da Spinaceto". Parlava di un ragazzo che scappava da quel quartiere, scappava di casa, e non tornava mai più. E allora, andiamo a vedere Spinaceto. Beh, Spinaceto, pensavo peggio. Non è per niente male.
(Nanni Moretti - Caro Diario)

Spinaceto è un quartiere di Roma Sud. Negli anni 70 era un "Quartiere dormitorio", oggi invece è una tranquilla zona residenziale, una delle tante che fanno da cornice alla capitale.
San Cristobal è una città della Repubblica Domenicana, conta più di 200mila abitanti ed è famosa per aver dato i natali a Rafael Leónidas Trujillo, quel bontempone di dittatore dominicano che trovò la morte proprio tornando dalla capitale (da lui ribattezzata Ciudad De Trujllo) verso San Cristobal, con un colpo di fucile probabilmente made in Usa (un tempo suoi grandi amici.. insomma le classiche storie trite e ritrite).
San Cristobal si trova ad una ventina di minuti da Santo Domingo e a poco più di dieci dal mar dei Caraibi.
Anche Spinaceto si trova ad una ventina di minuti dal centro di Roma e ad altri 20 da Torvaianica che poi tolte le spiagge immacolate, il clima, la quiete e il mare cristallino, ha ben poco da invidiare alle località caraibiche.
Sì, ma allora, cosa hanno in comune San Cristobal e Spinaceto? Semplice, San Cristobal e Spinaceto hanno in comune Julio Nestor Moquete Cuevas. Sì, ok, il nome può non dirvi nulla, in effetti Julio non è famoso, anche se gli auguriamo un giorno di diventarlo, ma a Julio è successo un qualcosa che non capita proprio tutti i giorni.
Nestor Julio Moquete Cuevas

Julio Moquete Cuevas è nato a San Cristobal 21 anni fa, a 4 anni si è trasferito con la mamma a Spinaceto. Oggi Julio è romano a tutti gli effetti, ecco magari non ha proprio i tratti somatici del testaccino, ma quando lo senti parlare e ragionare è al 100% un ragazzo italiano e romano.
A 8 anni Julio comincia a dare i primi calci al Tor De Cenci (la stessa società che ha lanciato Candreva e Galloppa), corre tanto, destro naturale finisce a fare il terzino sinistro, lo fa fino ai 12 anni, quando succede quello che succede sempre, problemi con il ginocchio e uno stop imposto dai dottori. Julio lascia il calcio, rimane fermo un anno e a 13 anni si butta sull'atletica. Poi passa al nuoto, un anno di basket per non farsi mancare nulla, ancora atletica con le fiamme gialle ed infine torna al suo primo amore, il calcio.  La maglia è sempre quella  del Tor De Cenci. Julio  ha 18 anni, fa una stagione in Juniores Elite condita da qualche presenza in promozione. L'anno seguente al suo ritorno, cambia la dirigenza e Julio decide di lasciare il Tor De Cenci, per ripiegare sulla squadra di calcetto del suo quartiere, lo Spinaceto 70 che milita nel campionato di serie C2 (quinta serie del calcetto). Julio disputa un'intera stagione in U21, con 7 presenze e 4 goal in prima squadra. La scorsa estate ad un dirigente viene un'illuminazione, scopre l'esistenza della nazionale di calcetto dominicana e chiede a Julio se gli piacerebbe essere convocato, la risposta è scontata. Così, anche tramite parenti, Julio si mette in contatto con la federazione, la federazione è interessata, si fa inviare materiale video e giornali e decide di convocare il ragazzo, ma non si parla più di calcetto, ma della nazionale maggiore di calcio della Repubblica Dominicana. Da giocatore di futsal a Spinaceto a nazionale dominicano per le qualificazione della coppa del Caribe.

La Repubblica Dominicana non ha una grande tradizione calcistica, da quelle parti lo sport nazionale è il baseball. Nel baseball la selezione del paese (molti giocano nella prima serie americana) ha raggiunto traguardi importanti nella sua storia, il palmares conta infatti un oro, tre argenti e due bronzi e una partecipazione alle olimpiadi di Barcellona 1992 (il baseball dal 2008 non è più sport olimpico) in cui si classificò sesta. Nel calcio è ovviamente tutta un'altra storia. La nazionale non è mai arrivata neanche lontanamente alla qualificazione in un mondiale, a differenza di Haiti, nazione con cui la Repubblica Dominicana divide l'isola Hispaniola. Il miglior risultato è stato raggiunto proprio quest'anno dove hanno raggiunto la fase finale della coppa del Caribe, uscendo però al girone. Julio viene convocato proprio per le qualificazioni alla coppa del Caribe 2012, coppa che si disputa tra le nazionali caraibiche, con 2 gironi da quattro, le semifinali e la finale. Le prime 4 squadre classificate prenderanno poi parte alla Gold Cup.

Julio parte per  Santo Domingo il 15 settembre, l'ultima volta che ha messo piede sul suolo dominicano aveva solo 11 anni (era stato il primo e unico ritorno in "Patria"). Agli ordini del tecnico cubano Clemente Hernandez, la nazionale parte per le Barbados dove disputerà tutte e  tre le gare  di qualificazione contro Aruba, Dominica e Barbados. Nella prima partita al Kensington Oval di Bridgetown, la Repubblica Dominicana pareggia in rimonta 2 a 2 contro Aruba. Julio rimane tutti e 90 i minuti in panchina, non viene mandato neanche a scaldarsi, ma si rasserena, il livello sia dei compagni e soprattutto quello degli avversari non è elevatissimo, se dovesse esordire non sfigurerebbe di certo. Il calciatore più rappresentativo della sua nazionale è  Heinz Barmettler nato in Svizzera ma di origini dominicane, cresciuto nel Grasshopper per poi passare allo Zurigo e all'Inter Baku in Azerbaijan. Oggi gioca nel Vaduz, squadra del  Liechtenstein che milita nella seconda serie svizzera. Barmettler è stato più volte convocato nella nazionale U21 elvetica ed ha disputato, nel 2009, un incontro anche con la nazionale maggiore, ma essendo un'amichevole (contro la Norvegia) Bermettler ha potuto rispondere alla convocazione della sua nazionale d'origine per le qualificazioni alla coppa del Caribe. Quella con Aruba è stata dunque la sua prima partita. Lo stesso Barmettler (visto il curriculum non proprio l'ultimo arrivato), poi comunicherà a Julio la sua perplessità nel non vederlo schierato da titolare. Nel secondo match contro i padroni di casa, i dominicani si impongono per una rete a zero, siglata da Pedro Antonio Nunez, calciatore del Tempete (campionato haitiano) a 10 dalla fine. A 20 minuti dal termine, il ct Hernandez fa segno a Julio di scaldarsi, c'è la speranza di debuttare, anche solo di giocare un minuto, ma alla fine Julio non entrerà. L'ultima partita del primo turno di qualificazione si gioca contro la Dominica. Per avere la certezza del passaggio al secondo turno la Repubblica Dominicana deve vincere. La partita si mette male con la Dominica che chiude il primo tempo in vantaggio di una rete. Nel secondo tempo Julio viene mandato a scaldarsi, la partita si aggiusta al 66esimo con la rete del pareggio di Faña, l'altra "Stella" della nazionale dominicana (attaccante ex Puerto Rico Islanders ora all'Alianza..club salvadoregno). Non manca tantissimo alla fine, per la Repubblica Dominicana serve il goal vittoria, Julio si scalda da parecchio, è pronto e carico, magari sogna di segnare il goal decisivo, perché, nonostante sia un terzino, il CT lo ha provato come esterno alto. Clemente Hernandez lo guarda, Julio se ne accorge, sembra fatta, da Spinaceto a una gara internazionale con la maglia della sua nazionale, alla fine però ad Hernandez manca il coraggio di inserirlo, la Repubblica Dominicana passa al turno successivo grazie al secondo goal di Faña in pieno recupero. Si chiude così il primo girone di qualificazione e la prima esperienza  di Julio Moquete Cuevas in nazionale. La gioia per la convocazione ma anche il rammarico per non aver giocato neanche un singolo minuto. Il 5 ottobre Julio torna a casa, dal 23 ottobre la Repubblica Dominicana torna in campo per disputare la prima partita del secondo girone eliminatorio. Vincerà il girone davanti a Martinica, Guadalupe e Porto Rico. Accede dunque alla coppa del Caribe dove per un solo punto sfiora l'impresa di passare alle semifinali (arriverà terza dietro ai cugini di Haiti e al più quotato Trinidad & Tobago) e quindi di strappare il biglietto per la qualificazione alla Gold Cup 2013.
Julio e il capitano Heinz Barmettler

Quando a metà dicembre incontro Julio in un pub per farmi raccontare la sua avventura, mi trovo davanti il classico bravo ragazzo, decisamente più maturo della sua età. Sembra non crederci neanche lui, quando mi racconta dei suoi giorni da nazionale dominicano. La federazione, per continuare a convocarlo, ha chiesto a Julio di trovarsi una squadra di calcio a 11, magari anche tra i dilettanti, che lo faccia giocare con continuità, una richiesta tutto sommato accettabile. Julio ci sta provando, ma ha anche un'altra alternativa, può andare a giocare nel campionato dominicano, dove ha qualche contatto con il Deportivo Pantoja, club della capitale (e campione in carica). Ha tanti progetti Julio e vorrebbe un giorno aprire una scuola calcio a Santo Domingo e proprio per questo motivo è rimasto in contatto con l'allenatore in seconda della sua nazionale. Sente ancora qualche compagno come Flores e Ozuna che oggi giocano nel campionato di Panama, ma anche il capitano Barmettler e Pedro Nunez. Non si dispera per non aver giocato, certo anche solo un minuto avrebbe fatto la differenza, ma per Julio, almeno per adesso, va bene così. L'unico suo vero dispiacere in realtà è stato quello di aver restituito la maglia che aveva già infilato in valigia, il che fotografa perfettamente la situazione del calcio dominicano. Per adesso l'avventura di Julio Moquete Cuevas con la nazionale dominicana termina qui, noi però non possiamo che augurare a Julio che la sua storia, la bella storia di un ragazzo che da un campetto di calcetto di Spinaceto arriva ai Caraibi per giocare con la maglia della sua nazionale, non sia ancora giunta alla parola fine.

venerdì 11 gennaio 2013

Io dico NO a Didier Drogba e altre perle che mi costeranno la (già scarsa) credibilità

ma vieni a Bologna che si sta bene.. si mangia bene.. belle donne.. bei negozi..
Premessa: se c'è uno che stravede per Drogba, quello è proprio il sottoscritto.
Punta fantastica, tra le più forti che ho visto.
Tuttavia, 'sta serie di voci che vuole la Juventus interessata all'ivoriano mi lascia un po’ perplesso.
Vi spiego perché.

Da un lato, la Juventus ha evidentemente necessità di un killer sotto porta. Serve un attaccante che capitalizzi l'impressionante mole di occasioni creata dalla squadra di Conte. Vucinic (croce e delizia, alle volte fenomeno indiscutibile, altre volte da prendere a schiaffi), Giovinco e Matri segnano col contagocce. Quagliarella non si capisce bene che fine ha fatto. I centrocampisti.. si segnano, ma certo non possono fare tutto loro là davanti.

Dall'altro, l'ingaggio faraonico, l'età e la Coppa d'Africa qualche perplessità la sollevano.
Senza contare che un minimo per l'inserimento tocca metterlo in conto.
Prendi Drogba, si aggrega al gruppo tra un mese.. dopo deve iniziare a segnare.. insomma, tempo che tutto è a posto, la Juve il Campionato l'ha già vinto e rivinto.
Rimane buono il discorso Champions League, d'accordo.
Ma per quanto riguarda l'Europa, sono convinto che alla Juve - a prescindere - manchi ancora qualcosa per poter fregare Real/United, Bayern o Barca o chi per loro sul doppio scontro.

In buona sintesi, se fossi Marotta lascerei Drogba dove sta. Aspetterei comodo comodo giugno e porterei a casa Llorente.
Nel frattempo, punterei tutto su un impianto di gioco che è collaudatissimo e perfetto per le aspettative stagionali. Magari richiamando Immobile.
Il top rimarrebbe uno scambio Pazzini-Matri.. Con il primo che riesce a completare la collezione delle strisciate in tempo record.


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Premessa: non sono mai stato un grande appassionato di Sneijder.
Tuttavia, la vicenda dell'olandese all'Inter fa ridere.
Sneijder a Stramaccioni serve eccome. Svendere Sneijder al Galatasaray è da mani nei capelli.
Per poi schierare chi (ad esempio a Udine)? Jonathan e Duncan?
E un Lodi o uno Schelotto che ti cambiano?
Ma per favore..

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Sarà mica che Galliani con Saponara ha fatto il colpo?
Sarà mica che la Roma si regala Caceres per davvero..
La cessione di Calaiò al Napoli è una tegola per la mia stagione al Fantacalcio. Da titolare fisso a riserva di Cavani.. #mòschieroAmauri

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brot avaraz...

Guaraldi e la dirigenza del Bologna che stanno facendo?
Ci manca solo che partano Portanova e Gabbiadini e siamo a posto.
Gli altri si rinforzano e il Bologna cede.
Come direbbe il Civ.. "Eviva!"..


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genio assoluto

Quindi chi vince a Masterchef?
Maurizio è il fenomeno che dicono?

lunedì 7 gennaio 2013

Il punto

Giunti a metà strada, occorre fare un attimo il punto della situazione Serie A, come sempre il campionato più bello e frizzante del mondo.

Juventus 44
Brutto lo stop con la Sampdoria in casa, ma d'altronde erano due anni che la Juve non steccava una partita. Per il resto poco da dire: prima con merito. Squadra più forte - e di tanto - delle altre. Vediamo se la Champions porterà via energie, ma ci credo poco.

Lazio 39
Stagione fantastica della Lazio. Niente da dire: gioca bene, è concreta e sembrerebbe aver capito il suo valore. Hernanes e Klose fantastici, per il resto giocatori ben messi in campo e consapevoli dei loro mezzi. Attenzione alla sindrome del ritorno, sono tre anni che la Lazio fa molto bene all'andata e si perde in primavera. Forse sarebbe il caso che Lotito aprisse il portafogli, ma tanto non lo farà.

Napoli 37
Partita con l'etichetta scomoda di antijuve si perde un po' per strada, e dove non sbaglia Mazzarri ci si mette la disciplinare con due punti di penalizzazione che sanno di beffa. Da rivedere, ma con quel Cavani lì tutto è possibile.

Fiorentina 35
Splendida realtà costruita con intelligenza da Pradè (impensabile ma vero). Montella funziona, Borja Valero è splendido. Una punta vera farebbe comodo; da testare la tenuta a lungo termine (Pescara docet).

Internazionale 35
Alti, bassi e poco gioco. La qualità latita dal centrocampo in giù. Si sapeva o - almeno - si poteva intuire. Stramaccioni convince a metà.

Roma 32
Titanica l'impresa di Zeman: eguaglia i 29 punti (3 sono un gentile omaggio di Cellino) di Luis Enrique dello scorso anno. Si insiste con scelte cervellotiche ed una tattica fuori dalla realtà. Salvo un paio di apparizioni (Milan e Fiorentina su tutte) la realtà dice che la Roma è ancora una volta tanta teoria e zero pratica. Vediamo se la premiata ditta Baldini/Sabatini sarà in grado di toppare allenatore per la terza stagione di fila. Complimentoni!

Milan 30
Difficile aspettarsi di più da Yepes, Nocerino, Constant e compagni. Per fortuna c'è El Shaarawy che è fortissimo.

Parma 29
Splendido campionato finora. Il tutto nonostante Donadoni e Rosi che affosserebbero anche il Barcellona.

Udinese 27
Un po' sottotono rispetto agli ultimi anni, ma analizzando la rosa a disposizione tutto sommato va bene.

Catania 26
La solita bella squadra. Manca sempre qualcosa per dar fastidio davvero e sognare un posto in Europa, ma credo che nessuno abbia tali ambizioni.
 
Chievo 24
Sono sempre lì. Bravissimo Corini.

Atalanta 22
Marino è una certezza. La salvezza - in carrozza - pure.

Torino 20
Con fatica, ma da neopromossa si comporta tutto sommato bene.

Sampdoria 20
Dopo un periodo difficile gira bene. Obiang è fortissimo. Icardi una bella sorpresa. Palombo sarà utile. Ora ha anche l'allenatore.

Pescara 20
Miracoloso! La rosa - tolto Weiss - è inguardabile. La classifica è sontuosa.

Bologna 18
Troppo poco, ci si aspettava qualche punticino di più. Attendiamo speranzosi perché Pioli è bravo davvero.

Genoa 17
Cambiare 15 giocatori l'anno a quanto pare non paga. Borriello li può aiutare a salvarsi ma servirebbe un po’ di coerenza.

Cagliari 16
Pochini 16 punti per una bella squadra. Bravi i vari Sau, Nainggolan, Ibarbo, Conti, Cossu, Pinilla e Astori. Qualcosa non gira, ad esempio Cellino.

Palermo 15
Come detto per il Genoa, le girandole di giocatori non sempre pagano. Rischia davvero se non si da una registrata.

Siena 11
La penalizzazione incide eccome, certo che se poi a gennaio tratti le cessioni di Neto e Calaiò la Serie B è una certezza..

venerdì 4 gennaio 2013

Quella sera a Milano era freddo





Quella sera a Milano™ era freddo. O almeno fuori dal prestigioso attico di Corso Como™ ove solerti camerieri in livrea apparecchiavano la lunga tavola con le porcellane e i cristalli d’uopo. Era freddo giù nelle strade lastricate di ghiaccio e coperte da una spessa coltre di nebbia, tanto spessa che se uscivi a pascolare il cane potevi tornare a casa con un alligatore al guinzaglio senza accorgertene, e scoprirlo solo una volta entrato nel portone. Come effettivamente accadde al ragionier Cerruti™, trovato la mattina dopo squartato nell’androne del suo palazzo in Via Broletto™. Ma questa è un’altra storia… All’interno dell’attico di Corso Como™, dicevamo, assieme ad un lieto tepore una musica da ascensore d’ospedale (altrimenti denominata Ambient™ da chi se ne intendeva) diffusa da modeste e minimali casse Bose™ semi-nascoste in apposite nicchie ricavate nei muri del salotto, accoglieva con la sua impassibile frigidità melodica gli ospiti, che si disponevano il più possibile lontano dal buffet. A sancire la loro distanza dal cibo, male assoluto del secolo ventesimo primo. Nel nome dell’astinenza. E del disprezzo verso quella forma di nutrimento così sporca e grezza, poco evoluta per non dire poco democratica. Quasi terzomondista insomma.

Non che fossero razzisti, tutt’altro. Era grazie alla libertà d’impresa e di licenziamento se la società occidentale era evoluta fino al punto di avere un presidente nero a capo della nazione guida, patria della Libertà™ e della Democrazia™. Presidente che gli ospiti quella sera nelle loro piacevoli conversazioni amavano difendere e criticare in egual misura, dimostrando così di aver recepito che la prima regola della Democrazia™ era quella di potere esprimere una voce di dissenso, pur sapendo in cuor loro che non avrebbe fatto altro che rinforzare il discorso dominante. Oddio, non che arrivassero proprio al punto di sostenere che la devianza fosse un comportamento sociale necessario al contenimento e alla conservazione nel gioco della dialettica sociale. Piuttosto amavano riempirsi la bocca con una frase che attribuivano a un famoso Filosofo Francese™ che recitava pressappoco “non condivido la tua idea, ma darei la vita perché tu la possa esprimere”. Senza per altro curarsi del fatto che egli non l’avesse mai scritta né pronunciata, ma che tale aforisma fosse invece apparso per la prima volta nello scritto di una sua biografa, né che di questo filosofo, quand’anche l’avessero letto (cosa invero assai improbabile), non avevano colto la neppure troppo celata ironia e il nemmeno troppo velato sarcasmo che traversava i suoi scritti.




Ma non erano razzisti, dicevamo, nient’affatto. Alcuni di loro, anzi, a dire la verità molti di loro, quel presidente nero lo avrebbero anche eletto fossero stati cittadini di quella lungimirante nazione improntata al raggiungimento terreno della Felicità™. E non potendo averlo eletto, lo ammiravano. E ne citavano le dotte raccomandazioni, e ne elencavano le mirabolanti imprese e ne invidiavano la dignitosa statura morale - così diversa da alcuni buffoni nostrani - non senza quel pizzico di esterofilia che ci rende tutti quanti uomini di mondo. Pur non avendo nemmeno fatto il militare a Cuneo™, da quando una giusta legge aveva sancito che oramai era stata raggiunta la Pace Perpetua™ e che quindi non era più obbligatoria la leva. Ma tali ospiti ogni tanto di razzismo erano accusati. E, sottovoce sussurravano tra di loro, talvolta assurdamente lo era anche il padrone di casa: giovane imprenditore che più di tutti impersonava le virtù dell'internazionalismo grazie alla mobilità lavorativa. Tre anni a Princeton™, grazie al merito, un’esperienza di lavoro ad Hong Kong™, durissima, tre anni in una banca d’affari finlandese, lontano da Mamma™ e Papà™, prima del ritorno in Italia™ nell’azienda di Famiglia™ finalmente circondato dall’affetto dei propri cari. Altro che la monotonia del posto fisso.
  
Altro che razzismo, dicevamo inoltre. Invero tali ospiti, essendo per merito loro - quel merito che è fondamento del migliore dei mondi possibili espresso invero nella Democrazia Occidentale™ – catalogati come appartenenti ad una classe sociale privilegiata, avrebbero altresì potuto incorrere nell’orrore di essere considerati razzisti. Bene, questi ospiti avrebbero invece desiderato spalancare le porte dell’attico di Corso Como™ all’esterno. Così la Gente™ avrebbe potuto apprezzare come intorno a quel ricco buffet, ancora intonso ovviamente, fosse presente anche un giovane uomo con il colore della pelle diversa dalla loro. Nel nome dell'Integrazione™  ovviamente. In realtà, va detto, era il ragazzo che si tratteneva un poco in disparte, con quella sua curiosa capigliatura piuttosto eccentrica anzichenò: ma era pur tuttavia di discendenza africana, ed era pertanto giusto che pur integrandosi conservasse alcune delle migliori, e anche innocue già che ci siamo, tradizione della sua terra. In ossequio al credo progressista del Melting Pot™. Il ragazzo, dicevamo, si era posizionato alcuni metri più in là. A ridosso del muro. Quasi avesse lui dei problemi d’integrazione, una specie di razzismo al contrario che ancora faceva parte del bagaglio culturale delle popolazioni in via di sviluppo – e pertanto, va da sé, non ancora del tutto sviluppate – ma che certo non era alimentato dagli ospiti. I quali facevano anzi a gara ad avvicinarsi a lui, per scambiare due parole o per complimentarsi. Perché l’uomo nero era un calciatore. E il loro gesto di condiscendenza era lì, scolpito a futura memoria, a dimostrare che il loro piccolo mondo non era razzista.

E poi diciamocelo, se osservato da uno splendido e raffinato attico di Corso Como™ quel lembo di terra immerso nella plumbea depressione padana e chiamato chissà perché Busto Arsizio™, così pregno di contadini arricchiti e ignoranti, è anche un po’ volgare in sé e per sé…