mercoledì 25 dicembre 2013

Imma e il Barcellona. Un racconto di Natale




Para venir a poseerlo todo,
no quieras poseer algo en nada:
Para venir a serlo todo,
no quieras ser algo en nada.

San Juan de la Cruz

Ti ricordi, Imma, quando tornammo dal mare - era una fresca giornata di fine aprile, soleggiata, avevamo preso il treno ad Aragò e, dopo oltre un’ora passata a leggere i giornali e a guardare il Maresme fuori dal finestrino, eravamo arrivati a San Pol de Mar, e avevamo camminato senza meta per le sue strade di case bianche con l’intonaco macchiato dalla salsedine, prima di sederci al tavolo di un ristorante sulla spiaggia, con i piedi nudi nella sabbia e l’immancabile fritto di calamari – e, risalendo il Passeig de Gracia, trovammo la strada bloccata all’altezza della Diagonal, una folla tumultuosa assediata dietro le transenne, uno sventolio di senyeras rosse e gialle e vessilli azulgrana, tanto che ci dovemmo fermare, e fu anche piacevole per i nostri piedi martoriati dai granelli di sabbia nelle espadrillas, per attendere che passasse il corteo, il pullman scoperto, i giocatori festanti, la chioma bionda di Maxi Lopez, e tu mi chiedesti, con la faccia sorpresa ed elegantemente imbronciata, ma cosa sta succedendo? In quel momento pensai che tu, figlia del notaio, malinconica esponente della rigida borghesia catalana, cresciuta in una famiglia di soci del club, tu, con la tua carriera da giurista e i sogni da cantante d’opera, eri davvero una persona fuori dal mondo per non sapere che il Barcellona aveva appena vinto il campionato. Dopo quel giorno, dopo quella passeggiata, ve ne furono molte altre, quasi sempre inconcludenti, e per questo conservate nella mia memoria. Come quella volta che, dopo che finalmente avevi capito che mi piaceva il calcio, e che se il lunedì non ti accompagnavo al cinema non era perché non mi andava, ma perchè dovevo giocare in un campo arido e polveroso ai piedi del Monte Carmelo con una banda di sudamericani che, nel dedalo di strade intorno alla piazza dedicata a Francisc Macià, dove abitavi, si vedevano solo vestiti da camerieri, mi invitasti a vedere una partita importante – così diceva il messaggio, mi ha detto mio padre che stasera c’è una partita importante, non so cosa, vuoi venire a vederla a casa nostra? – e la partita importante era la finale di quella che un tempo si chiamava la Coppa dei Campioni, e io dissi di sì, che sarei venuto con piacere, anche se in realtà tutto questo piacere non lo sentivo, perché ero intimorito da tuo padre, il notaio, che, le poche volte che l’avevo incontrato, di solito fortuitamente quando ti accompagnavo sotto casa, mi dava sempre l’impressione di non fidarsi di me, di vedere nei miei occhi il desiderio sordido di deviare la carriera della figlia dal concorso notarile ai palchi dei teatri di provincia, o peggio, tuo padre temeva che io volessi entrare in te per entrare in società, quando io, in realtà, l’unica cosa che volevo, il mio desiderio più grande, era vederti seduta sulla terrazza di casa mia, al crepuscolo, era vederti contemplare la distesa dei tetti di Gracia, come tutto si diluiva in un colore indefinito tra l’arancione e il rosso, come tutto si disfaceva, e tanto meno avevo un’infanzia miserabile da trasformare in meraviglia perduta di fronte a un camino acceso nel Penedès. Quando segnò Belletti capii che il Barcellona avrebbe vinto, che il Barcellona avrebbe vinto sempre, e che io e te non saremmo mai stati insieme, perché tuo padre abbracciò tuo fratello e poi suo cognato, poi ti guardò con amore e guardò con amore sua moglie, che era uscita dalla cucina con uno scatto alla Eto’o e le presine in mano, tuo padre guardò tutti, ma non guardò me, perché sapeva che non tifavo il Barcellona, sapeva che odiavo il Barcellona, perché a me piaceva l’Espanyol, la sofferenza, le lacrime, aveva capito che ero una di quelle persone che detestano la normalità, il lento susseguirsi dei giorni a una temperatura tiepida, e aveva già iniziato la tua quarantena, aveva già iniziato a tenerti lontana da me. Quando a tavola mi chiese perché provassi tanta antipatia per la sua squadra, perché non condividessi neanche un frammento di tanta felicità, gli risposi, ma in realtà parlavo a te, che ogni vittoria del Barcellona non è altro che una reiterazione, una sterile ripetizione di un desiderio che già conosciamo, e che in assenza di mistero, il calcio, come l’amore, non trasmette nulla. Ma che importa?, mi troncò la frase, senza sfida, ma in realtà sfidandomi. Tutto è archetipico, caro Federico, però è. Devi imparare che nella vita le cose si fanno, non si sognano. Sulla strada del ritorno, per la prima volta, mi hai preso la mano, all’altezza della farmacia di tua madre, lì dove Tuset incrocia Travessera. Hai presente quando mi hai lasciato quel biglietto, la prima volta che siamo usciti, in cui mi hai scritto che volevi qualcuno che entrasse nella tua vita come un uccello che entra dentro una cucina e inizia a rompere tutto e a sbattere contro finestre e porte lasciando caos e distruzione, e poi siamo andati a casa tua e mi hai fatto ascoltare la canzone dei Migala a cui avevi rubato questa frase?, ecco, ti volevo dire che io non ce la faccio, mi dispiace tanto, ma non ce la faccio, ti amo ma non ho bisogno di te, ho bisogno di qualcuno che mi tenga con i piedi fermi per terra, che mi ricordi di andare a lezione e mi spenga il giradischi con la Bohème, mi dispiace ancora, perdonami, addio, addio mio caro Federico! Mentre parlavi, guardavo i tuoi capelli laboriosi, che mal celavano uno sforzo segreto e inutile, un sogno mille volte infranto e però intatto, quel sogno di risultare più attraenti di quanto lo si è. Arrivammo alla piazza della Virreina senza più dirci una sola parola. Le campane iniziarono a suonare. Era mezzanotte, ed eravamo accerchiati dai tifosi in festa che sciamavano con le sciarpe e le trombette verso il centro. Mi hai dato un bacio sulla guancia, un leggero sfiorare più che un bacio, un gesto che chiedeva scusa per tutti i peccati che avevi commesso, a partire da quello che stavi commettendo in quel momento. In tutti questi anni sei rimasta un mistero per me, Imma. Perché mai sarò venuto, in questi giorni di Natale? Cosa spero di ottenere, o semplicemente di scoprire? Sono passati più di sette anni da quel bacio alla Virreina, e fino alla settimana scorsa non avevo più ricevuto tue notizie. Ora sono sotto casa tua, di nuovo, come sette anni fa, con una tua lettera nella tasca del cappotto. Sono diventata un notaio, dice la tua grafia irregolare. E dice anche – in realtà non lo dice, ma lo riconosco - che sui fogli hai lasciato cadere tante gocce del tuo profumo al mandarino. Sapevi che avrei portato quei fogli alla bocca - perché la carta mi piace, e tu hai usato una carta francese, filigranata, irresistibile - e che in questo modo, quando avrei baciato un’altra ragazza, lo avrei fatto con il tuo odore sulle labbra.  

lunedì 23 dicembre 2013

Requiem per un brand defunto. Brevissima apologia della Ennerre.

“Chi stava peggio, era Maheu. Là in alto, la temperatura saliva sino a trentacinque gradi; l'aria non circolava e la sua mancanza diventava alla lunga mortale. Per vederci, aveva dovuto appendere a un chiodo, vicinissima alla testa, la lampada; che, scaldandogli il cranio, finiva di arroventargli il sangue. Supplizio che aggravava ancora l'umidità. La roccia sopra di lui, a pochi centimetri dal viso, trasudava acqua che in goccioloni rapidi e continui cadeva, con una specie di ritmo ostinato, sempre nello stesso punto. Lui aveva un bel torcere il collo, rovesciare la nuca; senza tregua i goccioloni lo colpivano in faccia, vi si schiacciavano schioccando. In capo a un quarto d'ora n'era inzuppato; e, madido per conto suo di sudore, fumava come un cencio nella conca del bucato.”

(Émile Zola – “Germinal”)

* * *

Confesso di aver scoperto solo stamattina, una glaciale mattina di fine 2013, che la gloriosa Ennerre - il cui logo composto di una enne e di una erre stilizzate ricordiamo tutti stampigliato sulle maglie del 95% delle squadre di serie A negli anni ’80 - non è sopravvissuta ai cataclismi calcistici della fine del secolo scorso. Essa, infatti, pare essere scomparsa gradualmente negli ultimi due decenni, giacché nel ventunesimo secolo siamo stati accompagnati dalla “Ennedue”, marchio nato nel 1987 dalle ceneri del brand montesilvanese. Perchè non ci sei più, cara “Ennerre”?
 
Il logo della Ennerre, una “enne” e una “erre” stilizzate, iniziali del fondatore, l’imprenditore pescarese Nicola Raccuglia
Lo scorso mese, in occasione dell’ennesimo trasloco, ho ritrovato la sacca nella quale ho sempre custodito memorabilia del calcio accumulati nell’arco temporale compreso tra la metà degli anni '80 e il 2000, grazie all’aiuto di mio padre (vado particolarmente fiero di una maglia appartenuta a Stefano Ghirardello nella stagione 1999-2000, quella dei 16 goal a Torre Annunziata). Ebbene, la maggior parte dell'abbigliamento tecnico contenuto in quel magico scrigno è a marchio Ennerre. Sostanzialmente si tratta di un paio di maglie del Milan ancora unte di olio Cuore, di alcune malandate maglie del Napoli, di calzettoni di lana e calzoncini appartenuti a mio padre quando giocava a calcio per dimagrire nel 1986 e di vario ed eventuale abbigliamento per il gioco del calcio, probabilmente di 30 anni fa. Nonostante sia assolutamente certo che in campo si corresse meglio con dei calzoncini Ennerre, non mi dilungherò a descrivere le loro fattezze (lunghi ben sopra il quadricipite e ben poco sotto l’inguine) o la loro consistenza. A beneficio di chi non sia un feticista di tessuti poco pregiati, garantisco che sfiorare una fibra di lanetta è un’esperienza tattile gagliarda.

Con Ennerre, in allenamento Antognoni, Socrates e Passarella si guadagnavano la pagnotta anche da fermi
 
Dopo la piacevole scoperta ho provato a chiudere gli occhi per un istante nel tentativo di tuffarmi nelle atmosfere sgranate, quasi documentaristiche e sovraccariche di colore del nostro campionato di 25 anni fa, quando poteva accadere che Schachner, una domenica, si trovasse a tu per tu con un Garella dal fisico ancora asciutto e vestito Ennerre da capo a piedi; quando Giampiero Galeazzi aveva il monopolio pressoché totale degli accessi alle aree riservate degli stadi italiani, nonché delle interviste pre, post, e infra gara; quando i calciatori capivano le battute e le gradivano perché dotati di un genuino sense of humour.

 
Ai tempi della Ennerre, Galeazzi intervistava i giocatori quando e dove voleva
 
Nelle fasi più concitate di questa operazione-nostalgia, accadeva che mentre tentavo di visualizzare nella mia mente la casacca di una qualsiasi delle sedici squadre della Serie A non riuscivo a metterne a fuoco una griffata da uno sponsor tecnico diverso dalla Ennerre, malgrado brand come Le Coq Sportif, Uhlsport e Adidas fossero già da tempo in progressiva espansione in Italia.
 
Calzoncini Ennerre
Credo che una delle peculiarità delle maglie Ennerre fosse la particolare composizione del tessuto, un mix di fibre sintetiche e lane a basso costo che persino il povero Maheu avrebbe indossato malvolentieri ed il cui utilizzo per l’attività sportiva sarebbe oggi considerato una forma di tortura prossima al waterboarding. La famigerata e letale mistura si chiamava “lanetta” (un sostantivo che oggi fortunatamente non usiamo più e che è definito dal dizionario on-line Hoepli come "tessuto di lana mista a cotone" ma anche "tessuto di lana scadente") la quale, se da un lato garantiva senz’altro un’ottima vestibilità, dall’altro accelerava talmente tanto la sudorazione termica ed emotiva che uno dei motivi per cui i campionati dell’epoca venivano disputati a girone unico e a sedici squadre era proprio quello di garantire ai calciatori dei lassi temporali di recupero sufficienti a smaltire le fatiche derivanti dall’utilizzo in partita e in allenamento del materiale tecnico Ennerre. Non dissimile dalla flanella, la lanetta delle magliette Ennerre è stata per decenni la peggior antagonista delle ghiandole sudoripare di fior di calciatori, da Maradona (alla Ennerre il merito di averne contenuto l’espansione corporea nei suoi anni migliori) a Giannini, da Fanna a Piovanelli, da Maccoppi a Salsano.

Hugo e Lalo Maradona: spettatori non paganti abbigliati Ennerre

Quando una casacca Ennerre era dotata di colletto anch’esso era in lanetta, la materia di cui erano fatti i sogni di pallone: se Vialli si involava verso la porta di Mario Paradisi, il colletto della Ennerre non restava su, ma, leggero ed impalpabile, assecondava l’andatura della falcata di Luca.

Un altro dei motivi che rendono questo brand carezzevole al mio ricordo è, con tutta probabilità, l’associazione mentale involontaria che scatta ineluttabilmente quando si inizia a pensare alla Ennerre e si finisce col visualizzare marchi di sponsor ufficiali leggendari (la Sèleco, le fotocopiatrici Mita, la Sweda, la San Marzano Borsci) appartenuti a società che oggi non esistono più. Marchi e prodotti che assieme ad Ennerre e allo stemma del club condividevano un’area di pochi centimetri quadrati in un magico ed irripetibile trapezio metafisico disegnato sul petto.

 
Naturalmente, anche la Longobarda vestiva Ennerre

Ex multis, hanno vestito Ennerre il Pescara (quello di Franco Baldini), la Sampdoria di Vialli e Mancini (sul petto Phonola, sul cuore Ennerre), il Milan di Gullit e Virdis, la Lazio (ricordo ad un certo punto una maglia Ennerre meravigliosa con Sèleco sponsor ufficiale), la Roma di Tancredi e di Giannini, il Cosenza, il Pisa di Anconetani, i Napoli di Ferrario e Bruscolotti (che ad Ennerre abbinavano a turno Mars, Latte Berna e Buitoni), la Fiorentina, l’Avellino, il Foggia ante Zeman e ante Casillo, il Campobasso, il Catanzaro, il Cagliari, il Palermo, i Kashima Antlers, i Toronto Blizzard e (non lo sapevo, non ci credevo), il Rapid Bucarest.
 
Moreno Ferrario e Beppe Bruscolotti indossavano maglie Ennerre soprattutto dopo il cenone di Natale
Dopo aver condotto qualche approfondimento sulla popolarità e sull’estensione geografica del brand, è emerso che tra le ultime compagini ad aver goduto della Ennerre come fornitore ufficiale figurano la Costa D’Avorio - che nel 1993 andava a giocarsi la Coppa Afro-Asiatica delle Nazioni a Tokyo in una partita durissima ed interminabile (purtroppo qualcuno l’ha caricata su Youtube, n.d.r.) decisa da Kazu Miura alla fine del secondo supplementare – e l’Uruguay, che ha sperimentato sulla propria pelle gli effetti funesti dell’acetato Ennerre.

Nel 1993 a Tokyo la Costa D’Avorio sudava (e perdeva) con Ennerre

Più di una volta ho ammirato direttori di gara del calibro di Luigi Agnolin e Tullio Lanese fasciati in splendidi completi nero corvino Ennerre.
 
Con l’acetato Ennerre il Chino sudava già durante l’esecuzione degli inni nazionali

Se sono così affezionato alla Ennerre (e se mi sento di difenderne le caratteristiche tecniche di bassa traspirazione nonostante l’elevato numero di infarti e decessi sul campo che essa ha causato negli anni) è perché nel mio immaginario essa rappresenta uno dei baluardi che più strenuamente hanno difeso la persistenza del piacevole ricordo del calcio che si giocava nel periodo dell'infanzia. L’ultimo baluardo del mio calcio crollava invece ad Udine, una domenica pomeriggio di una quindicina d’anni fa: al Friuli si utilizzava per l’ultima volta il Mikasa a ottagoni bianchi e neri.

P.S. Naturalmente non ho trovato alcuna foto del Rapid Bucarest vestito Ennerre. Quelle foto, se esistono, sono patrimonio dell’umanità.

mercoledì 18 dicembre 2013

La Giusta Chimica

“Lode a te, mia Lipsia, piccola Parigi che istruisci la tua gente!”.
Si, ok, questa è una clamorosa marchetta che pare Goethe abbia pronunciato a proposito della città, probabilmente in seguito a una delle sue visite alle birrerie locali (la Auerbachs Keller del Faust si ispira a un vero locale di Lipsia). Tuttavia in altri scritti, meno citati dalle guide turistiche, il buon Wolfango si lasciò un po’ più andare e definì la città come un centro dinamico, moderno rispetto alla sua arcaica Francoforte, attribuendo d’altro canto ai suoi abitanti una certa tendenza alla doppiezza e all’ipocrisia, sfociante talvolta nella più bieca falsità.

Una delle locali squadre di calcio si chiama (chiamava?) BSG Chemie Leipzig. Questa affonda le sue radici in una società fondata come Sv TuRa Leipzig nel 1932, un anno prima della Machtergreifung di Adolf Hitler. Viene presto promossa nella Gauliga, il principale campionato della Sassonia (e quindi un girone valido per il campionato nazionale, nell'assenza di una lega centralizzata). 
La squadra riemerge dalle macerie dei bombardamenti col nome di Bsg Chemie Leipzig: con questa denominazione inizia a attrarre una massa crescente di tifosi, che dal quartiere industriale di Leutzsch si recano al Georg Schwarz Sportpark, uno spartano catino da ventimila posti situato in un parco circondato dal grigiore industriale.
Sono inutili le bandierine del corner: se si sente nell’aria l’odore di bruciato vuol dire che il vento soffia dal deposito carbonifero, e quindi l’angolo va battuto a rientrare: se il battitore sente nell’aria l’acre scia proveniente dal distretto biochimico, il corner è invece da battersi a uscire, dato che il vento soffia sicuramente da est. 
La Chemie ottiene gradualmente risultati sempre migliori e nel 1950-51 raggiunge il primo titolo della Germania Est: i biancoverdi finiscono a pari punti in testa alla classifica con i "Puffbohnen" ("fave") della Turbine Erfurt.
Nello spareggio, combattuto nella ridente Karl Marx Stadt (oggi Chemnitz), allora anch’essa una delle città più inquinate d’Europa, la squadra di Lipsia soffre indicibilmente ma nella ripresa si impone 2-0 e alza al cielo grigioverde la coppa dell’Oberliga.

Alcuni torvi figuri però, non vedono di buon occhio che la Chemie Leipzig sia la migliore squadra in città: il loro piano è di favorire invece la Lokomotiv Leipzig (gialloblu), una società fortemente vicina alle autorità e formata anche saccheggiando rose di altre squadre.
Durante l’autunno 1954 la BSG Chemie viene praticamente smantellata nel giro di due giorni: i suoi migliori giocatori vengono obbligati a lasciare il club per andare a giocare per i rivali cittadini della Lokomotiv: a nulla vale opporsi, i tifosi possono solo assistere impotenti a questo esodo.
Si salva solo il portiere (e beniamino del pubblico) Günter Busch, il quale, avvisato da un dirigente di ciò che sarebbe accaduto, ne aveva approfittato per partire per le vacanze.
Tuttavia, nel giro di poco tempo la Chemie sparisce, svuotata dei suoi elementi cardine.

Nel 1963, nove anni più tardi, in città si sparge la voce di un progetto più ambizioso: le autorità sportive, indispettite dallo scarso rendimento delle varie squadre cittadine (su tutte Lokomotiv e Rotation), decidono di prendere i migliori elementi dalle varie società e formare un unico squadrone rappresentante Lipsia a livello nazionale: nasce l'SC Leipzig. Finalmente smetteranno di vincere il campionato cittadine come Zwickau, Jena o Halle…e che diamine.
La creazione di questa supersquadra lasciò però libero un posto nella prima divisione della Germania Est, l'Oberliga.
Si decise, tanto per non disputare un campionato con un numero di squadre dispari, di riempire questo vuoto con una squadra di riserve, scarti e giovani (in pratica Il Resto di Lipsia), rispolverando il nome di BSG Chemie Leipzig: i tifosi del quartiere di Leutzsch così avrebbero avuto il contentino di veder ricomparire la loro squadra affossata dal regime.
Questa d'altro canto sarebbe stata una partecipazione simbolica, giusto per fare numero, come squadra materasso che avrebbe probabilmente terminato la stagione con molte reti al passivo.
Nell’estate 1963 si tennero quindi le selezioni per dividere i buoni dagli scarti: a questi provini assisteva anche Alfred Kunze, ex allenatore della Lokomotiv.
Kunze si presentò al campo motivato da due intenti ben precisi: intanto il desiderio di scoprire talenti nascosti e ignorati dai più, ma soprattutto la volontà di vendicarsi della sua ex squadra, sentimento sorto in lui dal primo momento in cui gli era stata vagheggiata la possibilità di allenare “gli scarti di Lipsia”, incarico che infatti gli verrà affidato.   
Se la selezione della crème cittadina (Sc Leipzig) cominciò il campionato in maniera stentata, la rinata Chemie iniziò battendo il Wismut Aue (oggi Erzgebirge Aue) rullandolo 2-0. 
Mentre le autorità snobbavano l'inizio stagione della Chemie infarcita di scarti ritenendolo un fuoco di paglia, si giunse al derby di Lipsia, in cui si sarebbe assegnato il primato cittadino.
Incredibilmente, la Chemie battè con un rotondo 3-0 il dream team. Scherbarth, Pacholski, Scherbarth.
Due personaggi si dimostrarono indispensabili per questa imprevista metamorfosi:
Ha fatto bene a scrivere il nome della squadra in alto, con tutti questi cambiamenti…
In primis lo stesso Herr Kunze, secondo il quale le prestazioni sorprendenti della sua squadra erano spiegabili col grande entusiasmo dei giocatori, che essendo stati sempre riserve ebbero l’opportunità di esprimersi compiutamente per la prima volta, tentando di rompere le uova nel paniere alle società più blasonate. 
Bernd Bauchspiess era invece uno studente di medicina di Zeitz (Sachsen Anhalt), all’occorrenza centravanti: in possesso di un fisico torreggiante, i suoi punti forti erano la corsa e la determinazione in area. Di lui si diceva che avesse i polmoni di un cavallo. Con 13 gol fu il capocannoniere della Chemie Leipzig.

Si giunse così alla partita finale, con la Chemie, priva di Bauchspiess, impegnata sul campo del già retrocesso Turbine Erfurt: secondo a meno due l'Empor Rostock (progenitore dell'attuale Hansa). La SC Leipzig era solo terza.
La partita, la cui difficoltà era ingigantita dalla pressione di un traguardo storico, si rivelò invero piuttosto semplice, con un goal dell’ala Behla e un rigore di Walter per un 2-0 nel primo tempo. La partita finì così.
La squadra degli scarti, il resto di Lipsia, aveva vinto.
E non si fermò: conquistò pure la coppa nazionale due anni più tardi, prima di entrare in declino solo negli anni Settanta. 

Mister Kunze e bomber Bauchspiess sono morti pochi anni fa. 
Lo squadrone dell’ SC Leipzig riprese qualche anno più tardi l’originario nome di Lokomotiv, e con questa sigla raggiunse nel 1987 la finale di Coppa delle Coppe, perdendo di misura contro l’Ajax. Poi il nome Lokomotiv sembrò di colpo vetusto e tetro, sostituito da un più neutrale “VfB Leipzig” negli ottimistici anni Novanta.
Oggi in Regionalliga Nord-Ost, al quarto livello del calcio tedesco, è tornata a chiamarsi Lokomotiv.
L’eroica Chemie invece, ha cambiato denominazione nel 1990 in Sachsen Leipzig, fallendo poi nel 2011.
Da allora si è scatenata una faida intestina fra due squadre (mi state ancora seguendo?) che sostengono entrambe di essere la degna erede dello “spirito del 1964”: una col nome originario di BSG Chemie e l’altra leggiadramente battezzata “SG Leipzig Leutzsch”. Pare che la scissione sia a sfondo politico (la nuova Chemie è antirazzista e antifascista, mentre vari tifosi neonazisti del Leutzsch sono stati coinvolti in aggressioni ai danni di ehm… un’altra squadra di Lipsia! Eh si, la “Roter Stern”… ma qui mi fermo, tranquilli).
Scusate se mi sono perso qualche passaggio, ricostruire la storia calcistica di questa città è come tracciare l’intero albero genealogico di un immigrato ottocentesco di cui si conosce solo il cognome “Esposito”.    

Il bello è che oggi Lipsia è rappresentata al suo massimo livello (Dritte Liga) da un’altra entità, la RB Leipzig.
Che cosa indica la sigla? Qualcuno vuole darci a intendere che RB stia per “Rasen Ball” (“palla a prato”, come un modo arcaico per indicare il calcio), tuttavia ciò è ovviamente un astuto aggiramento della norma che impedisce la sponsorizzazione diretta del nome delle squadre, per cui un indizio ve lo do io:
Rasen Ball”, eh?
La Red Bull tentò anche di rilevare il titolo sportivo della vecchia Chemie, e molti tifosi rimasero basiti quando il loro vecchio eroe Bauchspiess si dichiarò a favore di questa operazione dichiarando "la bibita della Red Bull è chimica, e noi ci chiamavamo Chemie. Ci sta bene." Eresia. 
Che poi alla fine Goethe c'aveva visto lungo. 

Cambi di nome, manovre politiche, faide ideologiche, vendette personali, il moderno che sbrana il vecchio e lo scioglie in un barile di taurina… tutto questo sopportato stoicamente da undici statue verdi, che incuranti sotto le piogge acide dell’orribile quartiere di Leutzsch ricordano l’incredibile annata 1963-64.
Klaus Günther, Dieter Sommer, Manfred Walter, Bernd Bauchspieß, Heinz Herrmann, Horst Slaby, Wolfgang Behla, Lothar Pacholski, Dieter Scherbarth, Bernd Herzog, Wolfgang Krause, Klaus Lisiewicz , Hans-Georg Sannert. 

sabato 14 dicembre 2013

Literaria. "Le maglie della Serie A". Il perfetto regalo di Natale

Foto, morte e miracoli di 63 maglie italiane
Sono passati quindici mesi da quando scrissi su questo blog poche e inadeguate righe per celebrare la bellezza del libro, anzi del manuale (come lo definì Bostero) sulla storia delle casacche delle più importanti squadre di calcio del mondo, e quelle righe potrebbero essere riprese e riutilizzate per celebrare la bellezza del nuovo libro che la premiata ditta Codice Atlantico-Giorgio Welter ha appena sfornato - giusto in tempo per regalarci un Natale più felice - per raccontare, tramite parole e fotografie, la storia delle casacche delle squadre italiane ("Le maglie della serie A. Storia, miti e aneddoti sulle divise del campionato più bello del mondo", di Giorgio Welter, editore Codice Atlantico, in libreria dal 28 novembre a un prezzo bello, corretto, onesto, da veri #forconi, vale a dire 25 euro).
Gigi Riva, ultimo hombre vertical
C'è davvero poco che io possa aggiungere a quanto ho già scritto e a questa frase (che premetto a Bostero che sarà molto lunga): se vi piace il calcio, se vi piacciono le maglie da calcio, se vi piacciono i libri in cui ci sono introvabili fotografie a colori di Geronimo Barbadillo con la maglia dell'Avellino con lo sponsor Santal che tenta di dribblare Chicco Evani e di Massimo Rastelli che sprinta palla al piede con la maglia della Lucchese targata Umbro e di Ruben Buriani che con la chioma bionda sopra la maglia rossonera griffata POOH jeans sembra un incrocio tra Massimo Ambrosini e Boris Johnson e di Demetrio Albertini che si gioca l'ultimo scatto della sua carriera stritolato in una maglietta del Padova tutta sudata e di Filippo Inzaghi che corre come un fringuello con la maglietta del Piacenza allacciata fino al collo come l'ultimo degli hipster del Pigneto e di Carlo Ancelotti che indossa una maglietta di riserva della Roma che ha fatto bagnare di lacrime vere l'esemplare del libro di chi scrive e di Claudio Ranieri che già con la divisa del Catanzaro fa la faccia da lupo famelico ma pettinato alla Ridge di Beautiful e di Fabrizio Ravanelli che a sedici anni fa sfoggio di una maglietta minimal del Perugia e di un ricciolino bruno da abbacchietto al cartoccio arbasiniano e di Fabio Capello che ha una maglietta della Spal così elegante che non sorprenderebbe se la sia fatta fare su misura da Battistoni; dicevo, se vi piacciono queste cose, semplicemente non potete non avere o non farvi regalare dalle vostre fidanzate (evitando così anche il regalo-pacco) questo libro s-t-r-e-p-i-t-o-s-o.
 
Non potevo non mettere la foto di una maglia ssorica
Vi sorprenderà - almeno a me ha sorpreso - trovare una scheda dedicata al Legnano, al Casale, alla Pro Vercelli, e allora vi dico che il critierio utilizzato dall'autore del libro per includere o meno una squadra - e ne ha incluse 63 - è questo (copio dal comunicato stampa che mi sono fatto appositamente mandare): "tutte quelle che hanno vinto almeno un campionato sino al 1929 e tutte quelle che hanno giocato almeno una volta in Serie A dal 1929-30 in poi". Così ho scoperto, ad esempio, che la Pro Patria detiene un record: è la squadra rappresentante una città non capoluogo di provincia che ha giocato per il maggior numero di stagioni, sedici, nella massima serie del campionato italiano; che le leggende sulle origini della maglia del Palermo vanno da un lavaggio che avrebbe scolorito il rosso e blu originario fino all'omaggio reso al liquore rosolio; che la FIGC (probabilmente istigata dalla rissosa federazione bielorussa) obbligò il Novara ad avere il colletto e i polsini bianchi per differenziarsi dalla divisa della nazionale italiana (era un problema quando giocavano contro); che...basta non vi dico più niente, altrimenti vi rovino la magia del Natale. Poi ci direte qual è la vostra maglia preferita...
 
Se ve lo state chiedendo, non è il Cagliari, nè la Samb, ma il Genoa
 

lunedì 9 dicembre 2013

Karagounis!!!

e intanto Webb e Mejuto Gonzàlez se la ridono
Ieri sera il nostro amico e infaticabile pescatore di perle Alessandro Lusi ha organizzato un evento più unico che raro in un locale che, settimana dopo settimana, grazie anche alla generosa ospitalità di Gian Mario Bachetti (che su queste colonne versò una lacrima per Walter Junior Casagrande), è diventato un ritrovo domenicale di borghettari in libera uscita (sto parlando della Calzoleria). Il nostro Lusi, infatti, non solo ha portato e condiviso una generosa pirofila di gattò di patate preparato col Bimby (strumento che, posso dirlo, maneggia col virtuosismo di un Miles Davis o di un Gervinho), ma anche il documentario belga "Kill the referee", vale a dire un bellissimo film che ritrae dall'interno il mondo degli arbitri che hanno partecipato agli Europei del 2008 in Svizzera e Austria. Non voglio dire quasi nulla sul film, ma solo consigliare di vederlo, visto che è anche sottotitolato in italiano e dura il giusto (un'ora; per me, l'equivalente dei dischi che hanno dieci canzoni e durano 40 minuti, i dischi perfetti insomma, come l'ultimo di Vìctor Herrero - astenersi dall'ascolto chi non ama la vecchia musica spagnola); anzi, consigliare di vederlo mangiando un gattò di patate. Vi innamorerete anche voi, in ordine sparso: di Karagounis, che viene bistrattato, perculato (si dice questa parola? La sento spesso ultimamente; lo chiamano "campione") e soprattutto ammonito da tutti gli arbitri; del padre di Howard Webb, che non manca mai di parlare del figlio a chiunque gli stia vicino; del guardalinee di Howard Webb, che sbaglia un fuorigioco nella prima partita e non si è mai più ripreso; di Howard Webb, che prima fa il duro ma poi si caca sotto quando in Polonia lo minacciano di morte, e alla fine fa lo scemo in una festa di Signore in giallo; del ticinese Busacca, un piacione nato, che però si perde le azioni mentre corre ed è costretto a chiedere aiuto ai suoi assistenti che però sono più scemi di lui e allora risolve la situazione prendendosela - con chi altro? - con Karagounis!!!; di Mejuto Gonzàlez che passa le sue giornate ad ascoltare musica, a echar la siesta, a fissare il computer, insomma a non fare niente, e infatti poi viene fatto fuori dalle partite che contano; del nostro Rosetti, che tra le invidie generali arriva fino ad arbitrare la finale; del suo guardalinee, il classico ragioniere di Vimercate che sfruttando i warholiani quindici minuti di gloria si prende il lusso di far ammonire Michael Ballack; e di molti altri personaggi ancora.
 
siamo tutti Karagounis
Ma soprattutto, capirete anche voi delle cose che io avevo sempre ignorato, del tipo: perchè quando la palla va fuori, quando c'è una rimessa laterale insomma, il guardalinee non indirizza la bandierina verso la porta della squadra che deve battere la rimessa, ma dall'altra parte, e lo fa perchè indica il verso verso (scusate la ripetizione di parole) cui attacca la squadra che deve battere (occhio: questo non lo spiegano gli arbitri nel documentario, a me l'ha spiegato Lusi che era seduto accanto a me, però penso valga lo stesso); che gli arbitri non si interessano del risultato finale ma solo della loro prestazione, cioè loro alla fine della partita, nello spogliatoio, si congratulano per non aver commesso errori, esultano per aver azzeccato i fuorigioco, celebrano che il rigore che hanno fischiato effettivamente c'era; che i parenti degli arbitri quando guardano una partita non guardano la partita ma guardano il loro parente-arbitro che arbitra la partita; che arbitrare con due (ora quattro) deficienti che ti urlano nelle orecchie cose tipe "cazzo Roby l'ho perso" oppure "dice che domani arriverà la pioggia" è un bel casino; che la maggior parte dei falli non li fischia l'arbitro ma li fischia l'arbitro perchè gliel'ha detto il guardalinee perchè l'arbitro non ci aveva capito niente; che gli arbitri sono dei vanesi invidiosi che tra di loro si odiano da morire; che il sistema di sorteggio degli arbitri è più opaco di un bando della regione Molise avente ad oggetto la costruzione di impianti di energia eolica; che ogni arbitro spera che la propria nazionale esca subito dal torneo così ha più chance di dirigere la finale; che le battute di Michel Platini non fanno ridere nessuno, neanche gli arbitri.

Kill the referee! (Uccidi l'arbitro), un documentario del 2009 diretto da Yves Hinant, Delphine Lehericey e Eric Cardot, disponibile su YouTube, alla Calzoleria o a casa di Alessandro Lusi.

martedì 26 novembre 2013

UCCIDI PAUL BREITNER (un dialogo sovversivo)


Dortmund, 24 settembre 1978, un gruppo di tre unità della Rote Armee Fraktion si sta allenando in un poligono di tiro clandestino poco fuori dalla città. Saranno sorpresi dalla polizia, e uno di loro resterà a terra ucciso. Questo è l’ultimo dialogo tra due di loro, Angelika Speitel e Michael Knoll, mentre il terzo, Werner Lotze, si era allontanato per una ricognizione.


 
Angelika: Ma è sicuro qui?
Michael: Sicurissimo, chi cazzo vuoi che venga a cercarci a Lüttringshausen, è un posto dimenticato da dio e dagli uomini.
A: Dagli uomini sicuramente, come la Germania. Che paese di merda… Qui a furia di voler rimuovere la propria storia, il proprio passato, hanno addirittura preferito dimenticare di esser uomini… Che schifo.
M: E’ proprio contro il rimosso che combattiamo, siamo l’avanguardia della memoria, pronti con tutti i mezzi a infilarci nel cuore e nel cervello di questo fottuto paese nazista.
A: Già, siamo lo specchio di Alice, davanti a cui i padroni e i borghesi di questa terra vedranno finalmente riflessa la loro vera immagine di gerarchi nazisti.
M: Per questo il mese scorso abbiamo rapito Hanns Martin Schleyer, fottuto esempio di come un bastardo carnefice delle SS si sia riciclato a capo della Confindustria tedesca.
A: Eh, siamo stati bravi… Ma avremmo dovuto prendere Breitner…
M: Paul Breitner, il calciatore?




A: Proprio lui, quel borghese finto rivoluzionario del cazzo.
M: Solo perché l’anno scorso è tornato in Germania a giocare con l’Eintracht Braunschweig, e chiaramente l’ha fatto solo per soldi? Perché si è fatto sponsorizzare da un’azienda di tabacco? Dai cristo, le sigarette le fumiamo tutti… Anzi, facciamo una pausa?
A: Si, aspetta un attimo che ricarico il ferro… Ecco, mica male, sei su sei a segno e tre centri, mi sento Clint Eastwood in Per un pugno di dollari.
M: Gian Maria Volonté piuttosto, che è un compagno.
A: Sì, Volonté, hai ragione… Comunque su Breitner, volevo dire…
M: Oh, senti, non mi toccare Breitner… Non mi frega niente che abbia fatto vincere alla Germania l’Europeo del 1972 o il Mondiale del 1974, segnando pure un gol, che ovviamente io non tifo per una nazionale che rappresenta un paese liberticida e assassino che affama il suo popolo. E’ che però Breitner è proprio un gran cazzo di giocatore, terzino, centrocampista attaccante: dove lo metti, gioca da dio.
A: E ha fatto vincere tutto anche al Bayern di Monaco, scudetti, la Coppa dei Campioni.. Al Bayern, capisci? La squadra dei padroni e del capitale... Senti... Non starò qui a farti una menata sul calcio come oppio dei popoli, che pure a me il calcio piace e anzi, potrebbe pure diventare una narrazione rivoluzionaria se non fosse in mano a una manica di pipparoli... Quello che mi disturba di Breitner è proprio il suo atteggiarsi a compagno quando è un lurido stronzo.
M: Dici la foto con Mao? Le storie che lui si presenta agli allenamenti con il libretto rosso, che dice di aver letto Lenin e fatto il ’68?
A: Appunto, che siccome gioca all’estrema sinistra l’estetica pop gli ha cucito addosso l’immagine di uomo di estrema sinistra. La banalità del male proprio. Che poi, e questo è il punto, non gliel’hanno mica cucita addosso, se l’è fatta fare lui dai migliori sarti di Monaco, e a caro prezzo.
M: Che sia un uomo falso non ci sono dubbi, è pure andato a giocare e a vincere per tre anni al Real Madrid, la squadra di Franco, dei fascistissimi Ultras Sur, come cazzo lo concili con il tuo essere maoista questo?
A: Si ma…
M: E poi a fine campionato, nel 1974, diceva che i soldi sono la rovina dell’uomo, e due mesi dopo, prima dei Mondiali, diceva che se in federazione non aumentavano il premio vittoria lui se ne tornava a casa e non avrebbe più giocato con la nazionale.
A: E sta zitto un po’, ho capito che quando si parla di calcio a voi maschietti vi parte subito il testosterone, ma stavo dicendo tutt’altra cosa…
M: …



A: Se la smetti di fare l’Helmut Schön della situazione, che in questo paese di merda siete tutti allenatori, dicevo, a me di Paul Breitner dà fastidio altro. Quello che odio è proprio il suo aver trasformato la controcultura in un modo di atteggiarsi, la rivoluzione in una parola da lasciar cadere in una cena elegante per far provare un brivido agli astanti e attempati signori borghesi.
M: Beh, ma dai, non è certo l’unico lui.
A: Certo, noi stessi stiamo scadendo nel ridicolo. Questa seconda generazione della Rote Armee Fraktion rischia di essere la brutta presa per il culo della prima. Già il fatto che a organizzare lo scorso anno il rapimento e l’esecuzione del banchiere Jürgen Ponto sia stata la sua figlioccia, ti dice molto sulla composizione rivoluzionaria del gruppo. Siamo diventati un gruppetto di borghesi che giocano alla guerra, non oso immaginare che farsa carnevalesca possa mai diventare un’eventuale terza generazione…
M: Ehi, ci credo che siamo la seconda generazione, la prima l’hanno sterminata… Guarda la povera Ulrike, ammazzata in cella come una cagna dopo averla condannata con prove false e averla tenuta in isolamento e in deprivazione sensoriale per anni.
A: Si certo le guardie del capitale sono sempre all’attacco, ma questo non giustifica essere diventati un gruppetto di figli di industriali che giocano a fare la guerra con i loro padri e le loro madri… Che consultassero un cazzo di psichiatra invece di arruolarsi con noi... In questo Breitner è l’esempio: lui è come noi oggi. Il comunista da esposizione nella galleria d’avanguardia pop, il finto rivoluzionario che passerà alla storia come tale, e screditerà quanto di buono fatto dagli altri.
M: Capisco cosa vuoi dire. Guarda Paolo Sollier, lui mica va giocare nella squadra di Mussolini o in quella degli Agnelli, non appare sui cartelloni pubblicitari né si atteggia sotto i poster di Mao, lui fa il calciatore perché gli piace giocare a calcio, perché è un mestiere, e perché attraverso il gioco tu puoi diffondere gli ideali rivoluzionari, e non al contrario ridurre la rivoluzione a un gioco.
A: Non mi stupirei infatti se tra qualche anno, magari al prossimo Mondiale, quando a Breitner un’azienda di dopobarba proponesse di rasarsi la barba e i basettoni in cambio di un mucchio di quattrini, lui dovesse accettare. E quando la rivolta è solo nei tuoi vestiti, quando sei nudo ti riveli per quel conservatore di merda che sei.
M: Quindi dici che dovremmo rapire Breitner, come esempio di giocatore controrivoluzionario?
A: Sarebbe il più bel messaggio possibile per sottrarre il calcio dal giogo capitalista e liberarlo nel suo potenziale rivoluzionario.





A: Merda la polizia..
M: Oh cazzo, spara, spara!
A: Giù la testa!
M: Cazzo, come cazzo ci hanno trovato!
A: Non lo so, qualcuno se l’è cantata. Sbirri bastardi, spara, spara, sparaaaaa…
M: Cazzo Angelika mi hanno preso… Mi hanno preso..
A: Michaaaaaael!
M: Scappa, Angelika ammazzali tutti e scappa, cazzo.
A: Michael no ti prego... Michael resisti... Non andartene ti prego, cazzo Michael... Non andar-te-ne…
M: N-non ce la faccio…
A: Michael…
M: Angelika,  non ce la faccio… Salvati, e fammi l'ultimo favore… Uccidi Paul Breitner…
 

venerdì 22 novembre 2013

La cavalcata giallorossa nella Uefa 90-91



Per me era ancora estate: al 19 settembre 1990 la scuola non era ancora cominciata e mi godevo gli ultimi giorni al mare della Calabria. Spiagge deserte, e lì dove quasi tre mesi prima si accalcava la gente per seguire gli azzurri nel mondiale delle notte magiche non c’era più nessuno.
L’Argentina aveva spezzato il sogno di invincibilità della nazionale di calcio, al ragazzino di dieci anni rimaneva la squadra del cuore, l’unico affetto che con la madre non si cambia mai (lo dice anche un mio amico boliviano tifosissimo dell’Huracàn: in Bolivia vanno pazzi per il calcio argentino).
Le premesse non erano incoraggianti: una serie di campionati passati di basso profilo, senza alcuna possibilità di lasciare una qualche traccia, con il ricordo lontano di quel suicidio di massa in Roma Lecce 2-3…un ricordo vago, oscuro, doloroso.
Il campionato era appena iniziato e la domenica precedente ne avevamo presi 3 a Genova. Mercoledì cominciava una nuova esperienza per me: la coppa Uefa.
Finalmente si potevano vedere le partite in diretta, senza dover ascoltare le telecronache di Giulio Galasso e Lamberto Giorgi su Teleroma 56 – “In campo con Roma e Lazio” - che ogni cinque minuti interrompevano il racconto della partita per ricordarci quanto era bello l’orologio princeps giamaica o per gustarsi il caffè di cui non mi ricordo la marca (che poi è vero che il telecronista brasiliano Pato era il fratello di Falcao?).

E qui apriamo una piccola parentesi: negli anni 80-90 a Roma, ancora prima delle fantomatiche radio ascoltate da tassinari e baristi che chiamano in trasmissione dicendo “Bella Mario, innanzitutto complimenti pe’ la trasmissione….te chiamo da via de Boccea dove ‘sto a fa’ ‘na consegna ….er capitano è troppo forte e la Roma è maggica!”, radio che vengono invocate da stampa tv e giornali come seminatori di odio e disordine tra la tifoseria, insomma prima di queste radio c’era una produzione calcistica televisiva locale di grandissimo livello: il già citato “In campo con Roma e Lazio”, telecronache in diretta e collegamento col campo tre ore prima della partita. 
Impossibile non citare il Professor Claudio Moroni, conduttore in solitaria di “Io e Monna Lisa”: questo qui stava seduto su una poltrona in stile neoimpero (finto), con un ritratto della Gioconda, con la quale dialogava parlando di Roma e di Lazio. Insuperabile quando se la prese con Carlos Bianchi, che chiedeva sempre ai giornalisti dopo una delle tante sconfitte della Roma se avessero mai giocato a calcio in vita loro, dicendo “Ah Bianci, e poi che ti chiedi sempre se uno ha giocato o non ha giocato a calcio?! Fatte li cazzi tua!!”. 
Il top era “Gol di Notte”, condotto da Michele Plastino (si fecero le ossa lì Sandro Piccinini e Fabio Caressa), grande estimatore del Profeta Boemo, che in quella trasmissione lanciò i primi attacchi sul doping. Quando Zeman passò alla Roma invecchiò di dieci anni in un colpo solo. Un sabato sera ho anche chiamato per partecipare ad un gioco dove si vinceva un orologio…l’emozione era tale che non risposi nel modo giusto.
Comunque queste televisioni locali offrivano un prodotto popolare e onesto: non c’erano inutili fighe rifatte da cartellone pubblicitario, filosofi del pallone e calciatori in pensione che facevano i tristi opinionisti, non ti scassavano la minchia con la moviola e c’era una cortesia di fondo tra conduttori, ospiti e ascoltatori. Nel contesto romano, il degrado culturale e la corsa al ribasso derivante da oltre trent’anni di berlusconismo televisivo ha portato, a mio avviso, alla sostituzione di quei programmi televisivi con le radio di oggi in stile Marione. A Roma, la mia impressione è che i tre quarti delle persone con cui parli di calcio per strada ripetono meccanicamente quanto sentono alla radio, senza alcuno spirito critico. Ho visto sempre meno quella leggerezza che vivevo nei primi anni da tifoso, e ho notato sempre più aggressività senza senso.
 

Tornando alla UEFA, il primo scoglio da superare ai miei occhi era insuperabile: il Benfica di Sven Goran Eriksson, sempre rimpianto anche quando è andato alla Lazio, che aveva qualche mese prima perso di misura la finale di Coppa Campioni contro il Milan stellare di Sacchi, Gullit, Van Basten e tanti altri. Quali speranze per la mia Roma contro i vice-campioni d’Europa? Non ne vedevo alcuna.
Era una squadra tosta quella Roma, che giocava un buon calcio all’italiana, di sostanza, senza brillare: a giocatori di cuore e quantità (il caterpillar Berthold, Sebino Nela, Fabrizio Di Mauro, Ruggiero Rizzitelli) ne univa altri di più o meno raffinata tecnica (il principe Giannini, Ciccio Desideri, Andrea Carnevale) e qualche fuoriclasse: Rudy Voeller, un rapace d’area di rigore stile Inzaghi ma non antipatico come lui (tra l’altro era il numero 9 della Germania campione del Mondo). C’era poi un giovane centrale difensivo brasiliano che giungeva proprio dal Benfica, proprio su suggerimento di Eriksson al presidente Viola: Aldair.
Uno spettacolo da veder giocare: abituato agli arcigni difensori italiani, questo qui si vedeva che veniva da un altro mondo. Non un difensore roccioso, particolarmente difficile da superare, ma una tecnica sopraffina, grande capacità di impostazione, personalità in campo e fuori, piede destro e sinistro equivalenti e un’eleganza naturale ad ogni pallone toccato…insomma, uno di quei difensori che con la palla tra i piedi fa impazzire gli attaccanti: stoppava la palla di petto, la metteva a terra sotto la suola, alzava la testa e faceva lanci millimetrici di 30-40 metri.
C’era poi un giovane, promettente e fortissimo portiere: Angelo Peruzzi, ma sappiamo come è andata a finire.
In panchina Ottavio Bianchi, allenatore del primo scudetto del Napoli: classico allenatore italiano e che gioca all’italiana nel senso tradizionale: marcatura a uomo con libero mascherato, ci si adatta alla squadra avversaria e si cerca di non prendere gol. Se capita ne facciamo qualcuno.
Torniamo al fine estate calabrese. Quel mercoledì sera mi reco al bar sportivo del paese, praticamente vuoto e chiedo al barista (panzone e coi baffi) se si può vedere la partita. “Quale partita…??” mi dice. “E’ la partita della Roma, la coppa Uefa….”, rispondo. Gentilmente e silenziosamente accende la TV, io mi siedo aspettandomi in cuor mio 90 minuti di agonia, e invece dopo 30 secondi dal fischio di inizio il miracolo: Carnevale la butta dentro su assist fortunoso di Aldair. Olimpico in delirio. Il resto della partita è un sostanziale assedio del Benfica ben orchestrato da Valdo, brasiliano dal piede vellutato, che trova però un insuperabile ostacolo in Peruzzi.
Si porta così a casa il risultato, che mi appariva una fragile assicurazione. Al ritorno a scuola, tra noi romanisti (ovviamente eravamo la maggioranza) giravano voci incontrollate su uno stadio, il Da Luz di Lisbona, impossibile da espugnare e difficilmente da uscirci indenne: a ricreazione facevamo la colletta, mi sembra 800 lire, per incaricare il bidello Ireneo, grande tifoso giallorosso con il poster dell’83-84 dietro al banco, di andare a comprare il Corriere dello Sport (a patto di lascargli il giornale a fine giornata).
Credo tra l’altro che sia stato in quel periodo che mi sia reso conto di quante minchiate spara il Corriere dello Sport.
Comunque arriva il giorno del ritorno (nel quale indossiamo un’interessante maglietta bianca con le scaglie giallorosse sulle maniche) e accade quello che sembrava impossibile: al 27° su incursione del tedesco volante, Giannini la mette dentro di ribattuta, sotto la curva dei tifosi romanisti. Il resto della partita scivola via con i portoghesi incapaci di imporre il loro gioco e la Roma a controllare la situazione. Al termine non ho più paura, non ho più timore: tutto è possibile per questa squadra.
 
Il turno successivo è preceduto da un evento che sconquassa l’ambiente a Trigoria e lascerà il segno per molto tempo: Peruzzi, già una certezza nonostante la giovane età, e Carnevale, comunque distinto attaccante che assicurava gol e qualità, vengono squalificati per doping. L’impatto è devastante, c’è chi grida al complotto, chi allo scandalo: sicuramente la società fa una gran bella figura di merda, consigliando ai due di giustificarsi in maniera ridicola, prima invocando una pasticca dimagrante presa per errore dalla mamma di Peruzzi dopo una scorpacciata di cinghiale (perchè poi invocare la magnata di cinghiale? Forse il carattere ruspante della presunta abboffata avrebbe reso la menzogna maggiormente credibile…), poi lamentando uno sciroppo contro il mal di tosse.
Un anno di squalifica (una mazzata…manco fossero stati cocainomani recidivi) e tante grazie. Alcuni dicono che ci sia stata dietro una volontà politica per mettere in difficoltà il Presidente Viola, ma un dato è certo: qualcosa di oscuro c’è stato; il controllo venne dopo un Roma-Bari, e sempre dopo un Napoli-Bari venne squalificato Maradona, essendo il Bari guidato da Antonio Matarrese. Solo coincidenze? Inoltre pare che proprio Peruzzi (che poi fu gentilmente regalato alla Juve, dove è diventato uno dei più forti portieri degli anni 90) e Carnevale fossero in quell’inizio stagione spesso sorteggiati dall’antidoping, come a volerli prendere in flagrante (la prima legge antidoping è arrivata subito dopo, sul punto vi consiglio i libri di Sandro Donati, "Campioni senza Valore" e  "Lo sport de doping", dove c'è un passaggio alla vicenda).


Col morale a terra la Roma si presenta a Valencia dove riesce a strappare un pareggio con una partita giocata in affanno (e un arbitraggio benevolo che ci grazia negando un rigore e annullando un gol al Valencia), grazie al gol di Ruggiero Rizzitelli, attaccante dai piedi scarsi e dal cuore grande.
Al ritorno all’Olimpico la squadra sta più in palla e riesce a sconfiggere 2 a 1 un modesto Valencia, grazie a Giannini che prende per mano la squadra e la guida per farla uscire dalle secche in cui si era incagliata.

Agli ottavi di finale ci ritroviamo contro il Bordeaux, semi sconosciuta squadra francese che si rivela avere una difesa scandalosa dotata di portiere citofono: complice anche un terreno di gioco che sembra quello di un oratorio e una serata freddissima che ghiaccia le mani del povero Bell (per la cronaca in quel Bordeaux giocavano Lizarazu e quel gobbo di Deschamps), ne riusciamo a fare 5 con tripletta di Voeller e doppietta di Gerolin. E’ una Roma in ripresa e il ritorno è una passeggiata, anche grazie al portiere Bell che pensa bene di sublimare la bella prestazione dell’andata facendosi espellere già nel primo tempo: finisce 0-2 con doppietta di Voeller e tutti felici!


Ai quarti di finale ci aspetta l’Anderlecht: squadra forte, più forte di noi. L’anno prima si era arresa in finale di Coppa delle Coppe alla Sampdoria campione d’Italia solamente ai supplementari: e invece con una prova pazzesca di tattica e agonismo la Roma gliene rifila 3: di particolare il 2 a 0 di Voeller su punizione, credo uno dei pochi o forse l’unico della sua bella carriera (culminata con la Coppa Campioni vinta col Marsiglia in finale contro il Milan di Capello e in coppia com Alen Boksic).
Il ritorno è una festa soprattutto per i tifosi in trasferta, che illuminano il grigio stadio belga e si godono la tripletta di Voeller, scatenato come una bestia….praticamente come tocca palla la mette dentro: risultato finale 2-3.
Per la semifinale sfida con una squadra danese assolutamente sconosciuta: il Brøndby (piccola cittadina vicino Copenaghen). All’epoca non era affatto strano che una squadra non nota e neppure particolarmente forte arrivasse in fondo ad una competizione europea: l’eliminazione diretta, anche in coppa Campioni e nella Coppa delle Coppe, poteva favorire squadre senza blasone che davano tutto per dieci partite l’anno e si ritrovavano alle fasi finali a giocarsi un posto nella storia. Oggi sarebbe impossibile.
In Danimarca pare che ci siano problemi di ordine pubblico: lo stadio è una bagnarola e basterebbero i tifosi in trasferta per riempirlo tutto. Non ci sono neanche le recinzioni, e le autorità danesi, preoccupate dal vitalismo latino dei romanisti, pensano (bene) di mettere le barriere al settore ospiti, col risultato di creare una gabbia per polli.
La partita è difficile e il Brøndby (in cui gioca il portiere Schmeichel) cerca in tutti i modi di segnare, ma la diga eretta da Bianchi e le parate di Cervone preservano uno 0-0 da giocarsi tutto al ritorno.


Qualche giorno prima della partita di ritorno comincia lo psicodramma: ce la fa l’infortunato Voeller a giocare o non ce la fa? La sua presenza è fondamentale: capocannoniere del torneo, la Roma si aggrappa a lui per arrivare in finale. A scuola il solito giro tra i banchi del Corriere dello Sport, fino a quando leggo la scritta a titoli cubitali che mi rassicura: “segno anche con una gamba sola”. Il tedesco giocherà, e sarà fondamentale: dopo il vantaggio di Rizzitelli e l’autogol di Nela (per la verità nel tentativo di rimediare ad una bella cappellata difensiva di Comi), durante un assedio scomposto, davanti al fantasma dell’eliminazione, riesce non so come a buttarla dentro in una mischia a due minuti dal 90°.
L’Olimpico è di nuovo in delirio.
Siamo in finale: c’è un posto nella storia anche per me.
L’Inter è più forte di noi e alla fine il 2-0 dell’andata – con un rigore inventato dall’arbitro russo su cui giravano strane storie di soldi e intermediari - li garantisce dalla finale di ritorno. L’uno a zero con gol di Rizzitelli non basta, e sette anni dopo la finale di Coppa Campioni dobbiamo subire un’altra finale persa in casa. La settima Coppa Italia vinta contro la Sampdoria campione d’Italia non servirà ad asciugare le lacrime, siamo su due piani completamente diversi. Nel frattempo la società passa di mano: il presidente Viola è morto e gli eredi cedono il pacchetto azionario a Giuseppe Ciarrapico.
Quella finale persa contro l’Inter è stata una mazzata durissima: ero convinto che ce l’avremmo fatta, non era pensabile che un’altra squadra avrebbe potuto alzare la Coppa nel nostro stadio. E invece successe. A 10 anni avevo sperimentato una delusione così grande da essere vaccinato per tutte quelle che ho vissuto in seguito, e non sono state poche.


E’ come se quella fantastica cavalcata nella coppa Uefa 90-91 mi abbia catapultato all’improvviso da uno stadio in cui il tifo è un passatempo piacevole ad uno in cui il tifo è fonte di emozioni fortissime: per questo sento un’empatia verso uno sconosciuto coetaneo tifoso sampdoriano, che l’anno successivo in finale di Coppa Campioni contro il Barcellona vivrà un’amarezza ancora più grande. Non ho vissuto il tuo dolore, ma ti posso capire benissimo. 

lunedì 18 novembre 2013

500 di questi post

 

Era dai tempi di Mazzone che non si viveva un momento così alto.

Lacrime di Borghetti è stato aperto da questa frase di Bostero, frase riferita al gol della qualificazione mondiale, messo a segno da Martin Palermo contro il Perù al Monumental.
 
Era il 12 ottobre del 2009, sono passati 4 anni. Quella riga bosteriana è da considerarsi il nostro "Plane Crazy". Che minchia è Plane Crazy? Vi starete giustamente chiedendo. Plane Crazy è l'opera prima di Walt Disney, un cartone della durata di sei minuti con Topolino e altre bestiacce intente a costruire un aereo, non ho idea di come vada a finire, visto che dopo 1:37 ho premuto pausa (e ho aperto sul porno streaming). Da quel cartone è partito l'impero Disney. Non fraintendetemi, non sto paragonando LB alla Disney (ci manca quel sano razzismo disneiano), però Lacrime di Borghetti è iniziato così: una riga, cinque commenti (tutti "Casalinghi" ovviamente) e una tag. Quattro anni dopo siamo un blog da 20.000 visite mensili, poche se paragonate alle visite di: supernapoli, urràjuve, megainter e dajeroma, ma veramente tante se si tiene conto che LB è un blog che raramente tratta di attualità. Piangendo (Borghetti) e scrivendo, ci siamo accorti di essere seguiti sempre di più. La "Popolarità" (molto tra virgolette) di LB o LdB è esplosa come l'acne sul volto di un quattordicenne. A tal proposito, dove sono finiti gli adolescenti di una volta, quelli con il viso deturpato dai follicoli piliferi infiammati e grondanti di Topexan? Io non ne becco più mezzo in giro, che siano spariti come i terzini alla Benarrivo, le torri alla Kennet Andersson e i calciatori con i baffi?
 
Lacrime di Borghetti ha ingranato di colpo, chissà perché, in realtà non era nei nostri piani. Tra noi autori non esiste e non è mai esistita una linea, da sempre ognuno scrive ciò che si sente di scrivere. Io mi sono aggregato in stile Ringo Starr, due giorni dopo l'apertura del blog, con un pezzo sul portiere tahitiano della nazionale under 20 ai mondiali di categoria. LB è stato per me l'occasione di poter parlare di quel calcio che non si caga nessuno, un modo per sfogare tutte le mie perversioni pallonare, un modo per evadere dalla moviola, dal telecronista urlante, dall'opinionista saccente e soprattutto dalla monotonia calcistica della mia città. Non posso parlare per tutti, però posso dire che LB è il nostro modo per staccare la spina e riportare un po' di romanticismo in questo sport che spesso e volentieri è ormai romantico come un rutto durante un matrimonio.

UN PO' DI NUMERI
Questo è il post numero 531. Il  più visualizzato (si contano le aperture di pagina) è "L'eleganza del nove e mezzo: Enzo Francescoli" (Dionigi) che tra prima e seconda parte ha raggiunto le 5.680 aperture di pagina. Seguono "L'avvocato dei lupi" (Tamas) con 5.446 visualizzazioni e "Hai mai visto il funerale di un cinese" (Nesat) con 3.296. Il post più "Chiacchierato" è il recentissimo "Calciomercato: la parola agli esperti! La seconda parte: i bidoni" con 82 commenti. Gli Stati Uniti sono il paese estero che ha visualizzato più volte la nostra pagina, seguiti da: Germania, Regno Unito, Francia, Paesi bassi, Ucraina, Cina, Spagna e Russia.
Su facebook ci stiamo avvicinando a 1800 like (attualmente sono 1782). I follower su twitter sono 791, i nostri Tweet 3026. Stando alle statistiche di Facebook, l'89% dei nostri fan è di sesso maschile (il restante 11% è dunque gente che amiamo), il 56% totale va dai 25 ai 34 anni. Roma è la città con il maggior numero di "Borghettari", seguita da: Milano, Bologna, Torino, Napoli, Trento, Padova, Prato e Cagliari.

UN PO' DI NOI

el señor dionigi

Età: 30.
Squadra del cuore: Roma. Fuori dall'Italia: Osasuna.
Calciatore preferito (di sempre): il Màgico Gonzàlez.
11 ideale (un 3-4-2-1 molto sbilanciato anni '90): Giovanni Cervone | Aldair, Agostino Di Bartolomei, Colin Hendry | Karlheinz Pflipsen, Patxi Puñal, José María Bakero, Jari Litmanen | Enzo Francescoli, Francesco Totti | Chris Sutton.
Post preferito: la trilogia su Menotti di Arturo, perchè è il mio ideale di scrittura calcistica di qualità. Lo trovo un capolavoro.

sigosiendobostero

Età: 30
Squadra del cuore: Bologna e Barcellona.
Calciatore preferito (di sempre): Baggio perche quando era in Nazionale non temevo nessun avversario perche noi avevamo Baggio.
11 ideale: Kahn, Montero, Vierchowood, Mascherano, Iniesta Rijkaard, Nedved, Boksic, Baggio, Batistuta.

Tato
Età 32
Squadra del cuore: Napoli e Roma: per non farmi mancare nulla, perché a me piace vincere facile.
Calciatore preferito (di sempre): Maradona (che domande sono??)
11 ideale (per qualità, simpatia, bellezza..fate voi) presto fatto: Lev Yashin, R. Carlos, Aldair, Krol, Maldini, Falcao, Gullit, Garrincha, Maradona, Totti, Careca. All: Brian Clough
A disp. René Higuita, Cafu, Bobby Moore, Baresi, Cabrini, Bernardini, Iniesta, Conti, Cantona, Cruijff, Puskàs.
Special guest: El Magico Gonzalez.
Sciuscià/sciacquasospensori: Pelé.
Post preferito: Il mago pigro, poiché dal suo Taxi, bordello o tomba che sia, sono certo che il Magico ci legga con simpatia, dedicandoci di tanto in tanto una birra ovvero un assopito cerchietto di fumo. 


Gegenschlag
Età: 30
Squadra del cuore: Lazio
Calciatore preferito: Gazza
Squadra:(4-3-1-2)  Soviero, Stam, Nesta, Mihajlovic, Sergi, Pirlo, Keane, Simeone, Gascoigne, Di Canio, Cantona.
Post: quello dello zio su Italo Allodi (per il valore letterario). Le polemiche di Dionigi meritano una menzione speciale per la loro ammirevole continuità nelle stagioni 2009-2010 (Roma Samp su tutte) e qualunque post commentato dal profeta del gol.

loziodiholloway

età: 96
squadra del cuore: Milan.
11 preferito: (4-3-3) Antonio Gramsci; Vladimir Ilich Lenin, Mao Zedong, Michail Bakunin, Petr Kropotkin; Rosa Luxemburg, Karl Marx, Leon Trotsky;  Malcolm X, Gaetano Bresci, Simon Bolivar.
All. Zdenek Zeman
Riserve: Fidel Castro, Lalla Fadhma n'Soumer, Ho Chi Min, Ernesto Che Guevara, Joseph ‘Tito’ Brosiz, Enrico Malatesta, Emiliano Zapata, Dolores Ibárruri, Marcos, Buenaventura Durruti, Vo Nguyen Giap.
Post preferito: tutti, tranne quelli dello zio di holloway che non lo sopporta

Nesat Gulunoglu

Età: 30
Calciatore preferito: Roger Milla
Squadra del cuore: Roma. Grandissima simpatia per il Manchester City (da quando erano morti di fame). Uno sguardo ogni domenica al risultato del Ragusa.
11 ideale: Chilavert, Bruno(C), Dunne, Lalas, Kallaste; Tofting, De Rossi, Lombardo, Whitmore; Milla, Goater.
A disp: N'Kono, Sunzu, Zago, Benarrivo, Morleo, Okocha, Di Biagio, Ingesson, Hagi, Ravanelli, Larsson.
Post preferito: I post che parlano di Gesù.

Ringraziamenti
I ringraziamenti da fare sono tanti e ho seriamente paura di dimenticare qualcuno. Intanto il nostro grazie più sentito va a chi in questi anni ha collaborato (con uno o più post) con noi. Gente come Tamas, che di tanto in tanto ci regala qualche sua perla o come Arturo che ha sottratto qualche post al suo blog per donarlo a noi. Persone vicine come il Fornaretto, amico e fan numero uno, Greezo autore di uno dei post più apprezzati di sempre, Isidro conosciuto in una serata di racconti al Belleville. Ragazzi come Gaizka, prima accanito lettore e poi anche autore. Le penne splendide di Giò e Oiram. Il nostro salernitano Vasilij Ivanovic, il mio grande amico Andrea Romano, autore di un libro stupendo che spesso ci onora della sua presenza.  E ancora: Alessandro, Calcio Corea, Eltibe, Everett D. Schmitt, Gian Mario Bachetti (e la sua "Calzoleria"), Il Pa, Il nostro amico Kalle, Lorenzo, Nicola Palmiotto, il ragazzo della cantera Paolo Pontari, Wal, il gioco del pallone direttamente dalla lontanissima Uganda e vieni_127.
Un particolare  ringraziamento va anche a chi tiene vivo il blog con i commenti, come il grandissimo Markovic, Anonimo sfidante, Oblomov, Alessandro Lusi (collaboratore sulla pagina FB), Vincenzo, la colonna borghettara di Trento, Edo Molinelli, Goliardia, Mostovoi, la grata vi uccide, il buon Pettinicchio, Lapo Scacciati e la brigata Mauro Repetto (chiedo scusa se ho dimenticato qualcuno). Grazie anche ai tanti (la maggioranza) che leggono senza commentare. Tantissime grazie anche a chi ci frequenta su Twitter e Facebook.
Infine GRAZIE per lo splendido logo a Ricardo Cavolo.

TUBO NERO
Ricordiamo con un minuto di silenzio Tubo Nero, ucciso ingiustamente dalla segnalazione di qualche represso per una paio di tag simpaticamente pornografiche e qualche dozzina di tette al vento delle WAGS. 

Per quanto possibile continueremo ad allietarvi (o a tormentarvi) con le nostre storie, perché noi: siamo quelli che detestano Pelè, quelli che hanno ballato la makossa con Milla, quelli che esultavano con Tuta, siamo quelli che la domenica uscivano solo dopo aver sentito le partite e visto 90esimo, quelli che entravano in tackle con Pasquale Bruno e correvano sulla fascia con Antonino Asta, siamo quelli che vorrebbero offrire una pinta a Gazza e Jimmy five bellies e che vorrebbero uscire a cena con la crazy gang del Wimbledon, siamo quelli che non si vergognano di piangere per una partita, quelli che non concepiscono i tizi che non seguono il calcio, siamo quelli che sanno a memoria Febbre a 90°, quelli che quando visitano una città cercano lo stadio sulla cartina, siamo quelli che quanto ci stava sul cazzo Maurizio Mosca, ma quanto ci manca Maurizio Mosca, siamo quelli che fanculo il fair play, quelli contro il terzo tempo, quelli cresciuti con le televisioni e le radio private, quelli che all'estero cercano un pub con le partite della serie A, siamo quelli con la figurina di gente tipo Firicano dentro al portafoglio, quelli che giocano a calcetto con magliette esotiche portate da uno zio, quelli cresciuti con Pizzul, quelli che il gol più bello della storia è senza dubbio quello di Bressan al Barcellona  o al massimo quello di Antonio Toma, siamo quelli che si ricordano Tiziano De Patre, quelli che vogliono Morleo in nazionale, quelli che il Foggia di Zeman è una religione,  quelli che se siamo in svantaggio per 1 a 0 al 62esimo diciamo che è finita e siamo quelli che se siamo in vantaggio per 3 a 1 a 2 dalla fine: "Adesso pareggiano", siamo quelli che dal minuto 85 gridiamo all'arbitro "Fischia stronzo che è finita", siamo quelli che si giocano il Mali vincente in coppa d'Africa, quelli che Zwolle merda, quelli che a differenza della Bielorussa vogliono la nazionale di Gilbilterra, siamo quelli pigri come il Magico Gonzalez, quelli che "Correvano" con Mazzone, quelli distrutti per il Vicenza eliminato in coppa coppe, quelli che rivogliono la coppa delle coppe, quelli delle figurone score, quelli delle brevi calcio sulla pagina 229 del televideo, siamo quelli della tedesca in spiaggia, quelli che speravano in un gol del Bari solo per vedere il trenino, quelli capaci di chiedere un autografo a Matrecano incontrato per caso in autogrill, quelli che rivogliono Gaucci, quelli che quando la nostra squadra sta perdendo e l'arbitro concede 7 minuti di recupero urlano: "Solo 7!? Bastardo!" e quando al contrario stiamo vincendo e l'arbitro da 2' di recupero urliamo: "2!? Ma quando mai... Bastardo!", siamo quelli che si esaltano per il primavera all'esordio, certi che sia nata una nuova stella, salvo poi ritrovarlo dopo un paio di anni in  eccellenza, quelli cresciuti con l'arbitro vestito di nero, quelli che contrattano il prezzo del borghetti prima di entrare allo stadio, quelli che giocavano con il portiere volante, quelli che urlavano: "Ultimo in porta!", quelli che Carlo Nervo meritava una maglia da titolare in nazionale, siamo quelli che il momento più bello non è quando il pallone entra, ma quando il pallone sta per entrare, siamo quelli che hanno imparato la geografia grazie al calcio, quelli incantati dal Parma di Scala, quelli che conoscono you'll never walk alone e i'm forever blowing bubbles, quelli  estasiati dalla Bulgaria del 1994 e siamo altre mille cose, che ora non ricordo. 
Siamo soprattutto quelli che: hanno versato, versano e per sempre verseranno Lacrime di Borghetti.