giovedì 31 maggio 2012

Socijalistička Federativna Republika Jugoslavija


 1 Fahrudin Omerovic, 2 Budimir Vujacic,3 Darko Milanič 4 Džoni Novak 5 Faruk Hadžibegić 6 Slaviša Jokanović 7 Vladan Lukic 8 Dejan Savicevic 9 Darko Pancev 10 Mehmed Baždarevic 11 Siniša Mihajlović. A disp:Dragoje LekovicIlija Najdoski Branko Brnovic Predrag Mijatović. Allenatore Ivan Osim.

Il calcio di Boban al poliziotto
Questa è l'ultima nazionale Jugoslava ad aver disputato una partita ufficiale, Austria - Jugoslavia del 13 novembre 1991 (ci sarà anche un amichevole contro l'Olanda datata 25 marzo 1992). La Jugoslavia espugnò Vienna con un convincente 0-2, firmato Lukic e Savicevic. Con la vittoria di Vienna, la banda di Osim si qualificò per il campionato europeo in Svezia a danno di un'agguerrita Danimarca che chiuse il girone ad un solo punto dalla compagine slava.
Quella nazionale, fino al 16 marzo 1991, giorno della partita contro le Far Oer, aveva potuto contare anche sui calciatori croati: Ivković, Vulic, Jarni, Prosinečki, Boban e Davor Suker (per citarne alcuni).

Lungi da me parlarvi della guerra, delle ragioni delle varie parti o di quel 13 maggio 1990, giorno della partita/rissa tra Dinamo Zagabria e Stella Rossa, che fece da detonatore al conflitto balcanico. Di queste cose vi parlerà un giorno Gegen, grande esperto di quelle zone. Mettendo da parte la politica, i diritti umani, la tigre Arkan e Franjo Tudman, a pochi giorni da euro 2012 mi sono chiesto quanto sarebbe sfiziosa la nazionale di calcio Jugoslava oggi.  Ho preso quindi le rose più recenti delle ex nazioni Jugoslave e mi sono divertito a formare la mia squadra ideale. La Jugoslavia 2012 sarebbe senza dubbio una delle nazionali più forti d'Europa. 

PORTIERI
Titolare inamovibile è (e ci mancherebbe) lo sloveno Samir Handanovic. Le alternative sono il serbo Brkic (non vale neanche un guanto di Handanovic) e magari Pletikosa (croato sulla via del tramonto). In prospettiva potrebbe essere interessante un altro sloveno, Vid Belec in forza al Crotone ma di proprietà dell'Inter.

DIFENSORI
Ho optato per una difesa a 4. Nessun dubbio sui centrali, la coppia è formata dai serbi Subotic (in parte bosniaco) e Vidic (al quale consegno volentieri anche la fascia da capitano). Le alternative sono Ivanovic e il montenegrino Stefan Savic. Ivanovic in realtà lo schiero a destra, anche se escludere Dusan Basta mi costa e anche tanto, lo stesso Corluka potrebbe meritare una chance (buttiamoci dentro anche Srna). Per la fascia sinistra ballottaggio tra Kolarov e il bosniaco Lulic. In realtà ho una visione più offensiva di Lulic ma l'idea di non inserirlo nel mio undici mi disgusta, scelgo quindi il laziale. Difesa dunque che parla per 3/4 Serbo. Per il futuro occhio al giovane bosniaco, scuola Amburgo, Besic.

CENTROCAMPISTI
Forse sono in pieno clima europeo, ma scelgo un centrocampo alla Prandelli. Il croato Luka Modric è il primo della lista, non accetto commenti su Modric che per me rimane uno dei calciatori più sottovalutati del continente. Vicino a Modric chiedo un sacrificio a Kranjcar, che dovrebbe essere schierato leggermente più avanti, ma che a centrocampo fa la sua porca figura. Come terzo di centrocampo scelgo il serbo Tosic, mai totalmente esploso (giocando in Russia come puoi metterti in mostra?), ma secondo me adatto al modulo in questione. Va detto che se dovessi mettere in campo la nazionale per questo campionato europeo, al posto di Tosic schiererei senza dubbio Dejan Stankovic.  Trequartista  Miralem Pjanic.  Perisic, Bacinovic, Rakitic, Misimovic e Ilicic le varie alternative.

ATTACCANTI
In realtà l'idea era di buttare nella mischia i due montenegrini, con Jovetic sulla trequarti e Vucinic vicino al bosniaco Dzeko. Per fare una squadra lievemente più equilibrata, ho sacrificato Mirko Vucinic (sono comunque un suo fan). Questo perchè, per quanto possa piacermi Jovetic dietro le punte, lo trovo irresistibile come seconda punta al fianco di Dzeko (quello dei tempi di Wolfsbourg). Oltre a Vucinic, le alternative sono: il macedone Pandev, il bosniaco Ibisevic, il croato Olic (genio), lo sloveno Matavz e solo per puro divertimento personale Marko Pantelic (uno dei più grandi miracolati della storia del calcio).

Tra i 6 CT sceglierei il croato Slaven Bilic.


Jugoslavia 2012
Handanovic, Lulic, Subotic, Vidic, Ivanovic, Tosic (Stankovic), Modric, Kranjcar, Pjanic, Jovetic, Dzeko.
Jugoslavia 1990

lunedì 28 maggio 2012

Guida galattica allo US Soccer #3

Bud's Bar Burger
Sul punto le recensioni sono concordanti: il miglior panino in Colorado lo mangi al Bud's Bar, al 5453 di Manhart St., Sedalia.   "Bud's Bar is a survivor. It survived a change in ownership and the smoking ban, and it still came out on top. We've eaten burger after burger across the metro area, but we always return to Bud's", scrive ad esempio il Denver Westword (non spiegando, però, il collegamento tra un buon panino e lo smoking ban).

Nel frattempo che Dionigi si convince e decide di portarmi a Sedalia (va bene anche non a Sedalia, l'importante è poter gustare un'ottima lombata di bisonte delle Rocky Mountains), facciamo il punto sul Colorado.

Cartman
In Colorado è ambientato il cartone South Park e, a giudicare dall'abbigliamento dei personaggi, fa un gran freddo.   I confini dello Stato sono tracciati da meridiani e paralleli e da Denver viene John Fante.   La Castle Rock del Colorado, poi, non è la Castle Rock in cui Stephen King ambienta Il Corpo, il racconto di Stagioni diverse da cui è stato tratto il film Stand by me, perché quella Castle Rock è una città immaginaria del Maine.

Se dovessi scegliere una città degli Stati Uniti dove trasferirmi, Denver potrebbe essere un'ottima opzione. A misura d'uomo.. a due passi da Aspen.. città che ospita tante franchigie.
I Nuggets per la stagione NBA, i Rockies se hai voglia di baseball o i Broncos per l'inverno del football americano.

In primavera, poi, c'è pure la possibilità di seguire i Colorado Rapids, la squadra di calcio locale iscritta alla MLS.


I Rapids nascono a Commerce City, un sobborgo di Denver, nel 1995.

Nel corso degli anni non hanno messo in bacheca praticamente nulla, arrivando però alla finale nell'edizione della MLS Cup del 1997 e nell'edizione del 1999 di US Open Cup. Questo nonostante dalla città delle pepite siano passati anche grandissimi campioni: Anders Limpar, Carlos Valderrama, Claudio el Piojo Lopez e Zizi Roberts su tutti.

Solamente nel 2010, grazie alla coppia d'attacco formata da Omar Cummings e Conor Casey, la prima affermazione in campionato, a scapito dell'FC Dallas.

Un tempo i Rapids vestivano di verde, poi una serie di rivisitazioni di loghi e tenute, dovuta principalmente a cambi di proprietà ed esigenze di marketing, ha portato all'attuale maglia granata. In ogni caso, mai la maglia è stata "sporcata" da uno sponsor.

Travagliata la storia della tifoseria. Nel corso degli anni, diversi gruppi organizzati si sono succeduti sugli spalti del Dick's Sporting Goods Park, ma per una ragione o per l'altra, nessuno di questi è sopravvissuto, si dice, per croniche mancanze di leadership. A seguire The Pids sono ora i Bulldogs e la PID Army.

I Rapids non hanno una sola mascot. Ne hanno quattro: Edson The Eagle, la classica bald eagle americana, Marco Van Bison, un bisonte che cerca di sensibilizzare la gente quanto all'estinzione dei suoi simili, Jorge El Mapache, un procione che di ruolo gioca portiere e Franz The Fox. Un tempo anche Rapidman è stato mascot.. ma forse è meglio andare oltre.

Attualmente i Rapids, allenati dal colombiano Oscar Pareja, sono quarti nella Western Conference, staccati di 10 punti dalla capolista Real Salt Lake.   All'ultima giornata hanno affrontato i Montreal Impact, in una partita in cui è successo di tutto. Il gran gol dei canadesi (bella la marcatura esterna di Kimura..), un rigore che si.. facciamo che si può dare.. l'allungo dei Rapids e il 2 a 2 degli Impacts.   Infine, un gollonzo di Castrillon, vera anima del centrocampo granata.
Non capisco granchè di calcio.. ma viste le distanze della linea di difesa, penso che per i Rapids raggiungere i play-off non sarà una passeggiata.

Una seconda punta da perdere la testa

venerdì 25 maggio 2012

1-X-2-OV-G Parte II

 La cosa più brutta di quel lavoro era l'avere a che fare con gli scommettitori. Più bella e più brutta allo stessa tempo. Il 90% di loro lo definirei nella categoria "Fauna selvaggia, allo stato brado".
Avete mai visto i documentari sui leoni nella savana quando assaltano uno gnu sventurato? tutti addosso allo gnu a spartirsi il boccone. Ecco, provate a guardarli quando una corsa sta per partire e le quote fanno i loro ultimi spostamenti: assaltano famelicamente lo sportello.
E lì io godevo: avevo tutto il potere dalla mia parte. Potevo decidere, in base a chi mi consegnava la giocata, di farla in modo veloce e corretto o - molto bastardamente - lento e svogliato: "ops, la corsa è chiusa, mi spiace". Lo gnu, miracolosamente, resuscitava e scappava vincitore lasciando il leone con pugno di mosche.
 (Anonimo sfidante- Ex addetto alle scommesse)
 ***
Si chiama legge della metropolitana, tu sei in cima alle scale, hai molta fretta e senti arrivare un treno, allora decidi di correre, spostando mamme con bambini, spingendo vecchie e saltando zingare elemosinanti, quando arrivi giù: stanco, sporco e sudato, realizzi che il treno che avevi sentito arrivare era quello per la direzione opposta alla tua. Viceversa, quando decidi saggiamente di non scapicollarti, una volta arrivato al binario scopri che è il tuo treno e quando fai lo scatto per prenderlo, le porte ti si chiudono davanti e fai solo in tempo a vedere il conducente che dallo specchietto ti mostra il dito medio, mentre il cartello di attesa si aggiorna ricordandoti che al prossimo treno mancano "Solo" 12 minuti. Questo  per introdurre un'altra legge, quella della cassa del supermercato. Non importa se sei andato a comprare anche solo un pacco di farina, quando arrivi alla cassa, la tua scelta sarà sempre sbagliata. Se vedi una fila da 11 persone e una da 4, e scegli quella da 4, la tua cassiera sarà meno reattiva di un fermacarte, perderà ore facendo fatica come neanche Ray Charles ad una gara di freccette per centrare correttamente il codice a barre , si sbaglierà con il resto e intratterrà amabili conversazioni con i clienti, tutto questo mentre la fila da te snobbata, ha già servito 53 clienti ed uno di questi ha fatto la spesa 2 volte solo per umiliarti. La legge della cassa colpisce ovviamente anche  il centro scommesse, non importa la dimensione della fila, quella che sceglierai, sarà sempre quella sbagliata.

GLI SCOMMETTITORI

IL BERNARDO PROVENZANO
Anziano che ha passato la 60ina, occhiali  solitamente tenuti dal laccetto, gilet con cartucciera, molto tranquillo, come  "Binnu u tratturi" nasconde un segreto. Tu ti metti fiducioso dietro di lui, e lui, appena arriva il suo turno, comincia a scavare nelle sue 878 tasche e  tira fuori un "Pizzino" delle dimensioni di un acaro, piegato 467 volte su se stesso che una volta aperto raggiunge le dimensioni della Sindone. Su quel foglietto ci sono scritte tutte le partite della settimana. Il consiglio è di cambiare fila, perché Bernardo ne ha altri 15 infilati in ogni anfratto del suo giubbino e non solo.

LO SPLENDIDO
Età indefinita, è il classico uomo che si compra quei giornali  con i titoli come: " Addominali così( foto di modello dalla tartaruga perfetta)in soli 42 secondi al giorno" oppure "Scoregge al profumo di cannella?scopri come!" o anche "489 modi per farla impazzire a letto" e infine "Dieta del tarlo, perdi 37 kg in 5 giorni mangiando solo compensato". Lui arriva ben vestito e profumato, abbronzato anche il 22 gennaio e punta con il suo sorriso smagliante 100 euro come se nulla fosse, sulla vittoria dell'Inter a Basilea. La sera stessa, veder terminare Basilea- Inter 2 a 2, ti regala un cazzo di sottile piacere simile a quello che ti procura la vincita di una bolletta.

L' ETERNO
Solitamente è un vecchio, ma l'età può variare, in ogni caso è sempre trasandato e con il capello sporco: veste in tuta  anni 80(anche ad agosto) altamente infiammabile. Quando comincia a dettare la sua giocata, non lo fa solo usando i numeri, ma anche dettando la partita. Parte da Spal-Como e in ordine crescente arriva fino a Gaziantep Büyükşehir Belediyespor contro Akhisar Belediye Gençlik ve Spor della serie B turca. Gioca qualsiasi segno possibile, passa con semplicità disarmante dalla coppa nazionale slovena  alla prima categoria lucana.  Sul display vedi scritti nomi assurdi tipo Grptrntertm Utd- Sporting svpylretfjeuisdm= over, e pensi, ma cosa cazzo ti stai giocando? Bastardo! il campionato di serie C di Urano?  La bolletta contenente 512  partite  recita: Importo pagato= 10€ Totale Pagamento= La regione Liguria.

L'INSENSIBILE
 E' quel signore anonimo, che senza pronunciare una sillaba ritira 897 euro di vincita, poi sempre  senza pronunciare una parola  e totalmente privo di qualsivoglia espressione in viso, si eclissa. Fa riflettere, perchè quando tu vinci 22 euro e 70 per la gioia ti rotoli  per terra in preda a convulsioni ringraziando Ganesh in Sanscrito e quando arrivi al banco per ritirare la vincita ti bulli con tutti per quel 2 della Triestina a Mantova e inviti  tutti al bar per  una cedrata tassoni.

IL TIMIDO
 Solitamente un ragazzo. Quando comincia a dettare lo fa ad un livello di voce talmente basso che forse neanche un dobermann riuscirebbe a sentire. Comunica via ultrasuoni. Va sempre dal solito addetto alle scommesse che ormai ha imparato a capirlo. Gioca cifre importanti  e vince somme consistenti che ritira muovendosi sempre nell'ombra.

IL RUMENO
Molto presenti nelle sale della mia zona. Si dividono in due categorie. la prima è quella dei "Freddi", arrivano compilano di corsa,  si levano un centone o qualcosa in più e se ne vanno. La seconda,  da me temutissima, è la categoria che io chiamo "Amicu". Gli "Amicu" sono pericolosissimi, perché sono tra le persone più logorroiche della terra. Se fai l'immenso errore di dare corda una volta, per te è finita, perché scatta una sorta di Imprinting, lui si ricorderà eternamente di te. L'amicu prova a farti cambiare idea continuamente: " Ma che cazo fai te sgiochi er Vicenza ..ma er Vicenza ogi perde!", l'Amicu ha sempre qualcosa in comune  con i giocatori rumeni della serie A(per lui sono tutti fenomeni): " Aho! SGiocate er Siena, ce gioca Codrea che è de Timisoara come me, io conoscevo er marito dela cugina che fa il benzinaio "- "Aho! Pit è fortissimo e der paese de mi coniatu , andavano a  scuola insieme". Inutile cercare di parlare con lui di Hagi o di Ilie,Lui stravede per quelli anonimi(ma sempre fortissimi) tipo Monteanu o Belodedici(forse anche perché sono del suo quartiere).
(N.B. - a Roma i rumeni parlano con spiccato accento romano)


SKAMSTRUD
 Lo Skamstrud è il barbone da sala. Il nome Skamstrud(inventato da Dionigi) è dovuto al suo far parte della mobilia,è un elemento di arredo tipo tavolino  Ikea. Il nostro Skamstrud di fiducia è quello di una nota sala scommesse in zona stadio Olimpico. E' un barbone lievemente ripulito, che fuori dall'agenzia beve litri di birra Peroni. Parla una lingua ruttata e totalmente priva di vocali. E' un grandissimo fan delle monete in rame con cui solitamente paga le scommesse(ne rovescia un centinaio unite ai tappi della birra). Molto probabilmente con quelle monete ci fa anche l'amore. Molte sale hanno uno Skamstrud, il che fa pensare che sia in dotazione.


IL DISTRATTO
Uno dei peggiori. E' quel tipo di scommettitore che arriva con un foglio F4 con scritti 1200 codici, la metà dei quali sono errati :"Palinsesto 1878 avvenimento 54 X"- "No, questa non me la da è stata disputata da 5 ore"- "Ah! allora me la cambi con 1872-34-1"- "No! è chiusa "- " Ah allora mi metti 1475-54-2"- "No! questa è  Anderlecht- Bohemians Praga, semifinale di coppa Uefa 1983 ed è finita 3 a 1".
***
COSE DA NON FARE

La mascotte dello Zulte è pronta a deriderti(La mascotte è quella a sinistra)

- Non fare il figo, non aggiungere ad una bella bolletta una quota da 1,10 , perchè se poi il Zulte Waregem fai il colpaccio in casa del Club Bruges, devi fare silenzio. Cretino!

Municipio di Funchal dove presto piscerò
-Tutti noi abbiamo una squadra maledetta, la mia è il Maritimo. Quando deve perdere vince e quando deve vincere perde, io odio il maritimo e odio la Superliga portoghese. Sto pensando di Andare a Funchal(patria del maritimo e di CR7) solo per pisciare sul municipio. Evitate di giocare la vostra maledetta.

-Quando hai già scritto che finirà in un modo, non cambiare risultato, quando è scritto è scritto, non fare cazzate di cui poi finirai per pentirti amaramente.

-  Dal 2004 mi gioco la Svezia vincente europeo o mondiale,lo so, non succederà mai.Il problema è che adesso sono terrorizzato dal non giocarla, perché il giorno che alzerà la coppa ed io non me la sarò giocata, dovrò darmi fuoco davanti all'Ikea della Bufalotta.(Gioco anche la vittoria del mali in coppa d'Africa). Cercate di non farlo, non vi fissate con le squadre.

-Odio i sistemi, non mi parlare mai dei sistemi. Di come sono fighi, di come funzionano.

- Mai dare consigli non richiesti. Se ti sputano, hanno ragione.

-La squadra del cuore non si gioca, MAI(fanno eccezione le inutili partite di fine campionato)  e se te la giochi sempre vincente, sei uno sfigato.

-Se giochi insieme a qualcuno, il "Te l'avevo detto!" è assolutamente vietato,  anche perché quando si compila una giocata in due o più persone, si ipotizza qualsiasi risultato.

Spalti gremiti in Veikkausliiga
-Prenditi una pausa. Quando mancano le partite dei campionati maggiori, non buttarti come un disperato sulla Veikkausliiga finlandese, perché se lo fai, probabilmente hai un problema e anche grosso. Parlo per esperienza personale(ne sono uscito grazie ad un gruppo di disintossicazione dalla Veikkausliiga organizzato dalla mia parrocchia).

lunedì 21 maggio 2012

La Città del Sole




Sorge nell'alta campagna un colle, sopra il quale sta la maggior parte della città; ma arrivano i suoi giri molto spazio fuor delle radici del monte (…) dentro vi sono tutte l'arti, e l'inventori loro, e li diversi modi, come s'usano in diverse regioni del mondo...

Tommaso Campanella, La città del Sole, 1602



Zemanlandia torna in serie A: il profeta anabattista boemo dopo sette anni di esilio torna a fondare una nuova Città del Sole sulle rive del mare Adriatico; a sette più sette anni di distanza dalla tiepida notte romana di mezza estate in cui la sacra inquisizione pallonara, rispondendo al sacerdote boemo che durante l’officio di un orgiastico rito di festa pronunciò il coraggioso monito “il calcio deve uscire dalle farmacie”, emanò la bolla papale Licet ab initio, con la quale ufficializzò la caccia spietata all’eretico. Così da Roma giunse l’investitura a chiunque facesse parte delle istituzioni del pallone e a sua imperitura gloria votava il proprio impegno di non avere pietà del monaco guerriero di Praga.

“Diamo ad essi il potere di ricercare coloro che si allontanano dalla via di Dio e dalla vera fede cattolica, o la praticano in modo sbagliato, o siano in un modo qualunque sospetti di eresia, e contro i seguaci, i fiancheggiatori, e difensori, e contro chi presta loro aiuto, consiglio, favori, sia apertamente che di nascosto, a qualunque stato, grado, ordine, condizione e rango appartenga” scrisse il sommo pontefice Luciano III con il sangue dei primi resistenti; catturati in quella tragica notte di sangue e di fuoco, in cui le fiamme delle stalle bruciate dall’inquisizione salirono nel cielo formando in quel lembo di terra che dal nord dell’Europa - che stava forgiando la sua prima moneta unica in nome del dio unico - attraversava il mediterraneo e puntava diretto verso l’Africa, un curioso geroglifico di provenienza sconosciuta.


Un simbolo che da lì a pochi secoli avrebbe marchiato a fuoco l’intero continente e facendosi carne e sangue sarebbe diventato la costituente materiale e spirituale della sua fondazione. Per chi, in viaggio insieme alla Luna con Urano verso il Leone, quella notte d’estate avesse avuto la ventura di volgere lo sguardo in basso verso il globo terracqueo e focalizzarsi su quella penisola dalla curiosa forma di stivale, l’emblema di una croce uncinata sarebbe stato il sacro simbolo che i fuochi dell’inquisizione stavano disegnando su quel lembo di terra emersa. La svastika si apprestava a marchiare a fuoco l’intera mandria dell’homo europeus nei secoli dei secoli e il calcio italico per gli anni a venire. Da quella sera di agosto l’anabattista boemo e i suoi discepoli furono inseguiti, catturati, torturati e dannati alle pene dell’inferno in terra della sacra inquisizione pallonara.

“L’accusato o il sospetto d’eresia, contro il quale sia sorto un sospetto grave e veemente riguardo a questo crimine, se nel processo ha abiurato l’eresia, ma successivamente ricade nella stessa, deve essere giudicato come recidivo (...) anche se prima della sua abiura il crimine d’eresia non sia stato pienamente provato contro di lui. Se invece questo sospetto è stato lieve e modesto, sebbene per questa ricaduta debba essere punito più gravemente, tuttavia non gli deve essere inflitta la pena che si applica ai recidivi nell’eresia...”


Il sommo sacerdote anabattista boemo fu espulso, scacciato; esiliato al confino. Il suo verbo fatto di terzini che spingono, fuorigioco sulla linea del centrocampo, triangoli laterali sovrapposti, incursioni e rientri fu proibito; i testi dell’eresia bruciati nelle piazze; la parola sacra 4-3-3 bandita nel linguaggio ufficiale e taciuta anche nelle conversazioni da osteria. Tolta la farina ai mugnai sospetti di credere che un altro calcio fosse possibile; espropriati i campi ai contadini colpevoli di lottare per il paradiso in terra senza dover aspettare la salvifica morte che avrebbe premiato altrove una vita di stenti terreni; arsi vivi sul rogo i bambini che, con una pallone sferico costruito con viscere di maiale, correvano felici prendendolo a calci cercando di segnare un gol in più degli avversari, invece che proteggere il dogma mariano della verginità della propria porta erigendo una barriera a difesa dell’imene e rinunciando al gioco.

Ma sulle montagne, riparati nei boschi e nascosti nelle grotte, organizzati dal basso e disorganizzati nel cuore, fedeli alla linea e infedeli al precetto, oltre il ponte, un manipolo di ribelli ripeteva a memoria la litania eretica perché la parola non fosse dimenticata e il fuoco del verbo del maestro fosse più potente del rogo fatuo della croce uncinata monetaria e monoteista. Nell’orgia e nell’ambrosia, nell’oppio e nello studio, nell’allucinazione e nella preghiera, il desiderio immanente che solo poteva percepire l’energia multipla della sfera perfetta e del rettangolo verde, resisteva alle persecuzioni e alle devastazioni.


La vita sopravviveva alla morte, l’eterno presente sopravanzava il futuro e prevedeva il passato: dopo tredici anni, come tredici sono le lune che segnano la stagione dei campi e del pascolo, la transumanza ebbe fine; e l’anabattista boemo, a suo agio nascosto tra orde dei disperati, dal mare Adriatico tornò a bordo di una scialuppa sul litorale della penisola. E proprio nei giorni in cui nella terra d’Abruzzo muratori che aborrono la squadra ed il compasso cominciano a costruire le inesistenti mura che mai circonderanno la Città del Sole, nella penisola l’inquisizione mai domata si rimette al lavoro con le armi che le sono proprie: il terrore e i tribunali. Esplosioni nelle strade, fuochi fatui di morte e terrore, portano alla ribalta il finto profeta dell’effimera protesta, il sacerdote totalitario dell’obbedienza e del millenarismo tecnocratico che nel giudizio del tribunale assoluto vede il giorno del giudizio che libera l’umanità dai peccati e redime la politica dall’imperfezione umana.

Un’escatologia totalitaria che agogna nell’apocalisse la redenzione di un’umanità futura eletta e superiore che, igienizzata dal desiderio e dal peccato, in un futuro anteriore orwelliano, attraverso la digitazione del sordido click sulla macchina perfetta, deciderà dell’unica libertà possibile e disponibile; la piazza, sobillata da questo oscuro profeta della restaurazione, corre nelle urne a denudarsi, per scoprire poi sulla propria pelle il marchio infame della croce uncinata; fuoco sacro, eugenetica, caccia all’inferiore e al diverso, selezione della specie, tecnocrazia concentrazionista tornano le parole d’ordine del tribunale supremo dell’inquisizione. Chissà se la risata silenziosa dell’anabattista boemo riuscirà a seppellire anche l’angelo dell’apocalisse...

venerdì 18 maggio 2012

L'ammainabandiera (drammetto in un atto)

Tre personaggi seduti al tavolino tondo di un bar. Il primo, che chiameremo Armodio, se ne sta piegato in avanti, sporgendosi verso gli altri e gesticolando quasi proprio malgrado: si vede che ha qualcosa da dire. Il secondo, Aristogitone, sembra assorto nella lettura di un giornale locale; solo ogni tanto, quando deve girar pagina, chiude un momento il quotidiano e e si volge - strizzando gli occhi come fanno i miopi - verso il proprio amico, che quest'ultimo gli stia parlando o meno. Il terzo, Fenrir, gira un caffè con il cucchiaino: a giudicare dall'altezza della bevanda e dal gusto con cui lecca la posata, si tratta di un caffè corretto. In seguito Fenrir entra nel bar e ne esce con una bottiglia d'anice.

Armodio si agita e si dondola, muove le dita, sembra chiedere la parola, mentre gli altri non lo degnano di uno sguardo. Alla fine si accosta al tavolino e parla per primo.

Arm.: Lo mandano via davvero.

Ari. (lo guarda, come a prenderne le misure): Alla fine, sì.

Arm.: Non l'avrei mai detto.

Ari.: Già, in effetti è strano.

Arm.: Ma perché? Io non capisco questo.

Ari.: Beh, è semplice: gli è scaduto il contratto.

Arm.: Sicché tu dici che avrebbe chiesto troppo per rinnovare?

Ari. (smette per un momento di leggere, solleva gli occhi, li volge lentamente verso il primo): Non ho affatto detto questo. Anzi, per quel che conta la mia opinione, io sono convinto che Del Piero avrebbe firmato in bianco. Quello che ho detto è che gli è scaduto il contratto; e senza contratto non si è più dipendenti di un'azienda.

F.: Avoja, avoja: è esattamente così. Mi è successa una cosa simile poco tempo fa.

Arm.: E?

F.: Niente, poi ho risolto per il meglio.

Arm. (tace, in evidente attesa di ulteriori dettagli; che non verranno. Alla fine è lui stesso a rompere il silenzio): Motivi tecnici?

Ari.: Cosa?

Arm.: No, dico: la Juve rinuncia a Del Piero per motivi tecnici, magari...

Ari.: Una squadra che schiera Pepe titolare? Motivi tecnici?

Arm.: Ma allora perché?

Ari. (si è rimesso a leggere, non ascolta più): Perché cosa?

Arm.: Del Piero!

Ari.: Che fa?

Arm.: Lo mandano via!

Ari.: Ah, ma non lo mandano via. Gli è scaduto il contratto, mi pare.

(Silenzio. Fenrir si versa un bicchiere e beve avidamente.)

F.: Chissà se Del Piero, l'ultimo giorno di allenamenti, ha portato ai compagni un gabarè di paste. Chissà qual è il dolce preferito di Del Piero: delle persone famose sappiamo tante cose, ma ne ignoriamo altre che sono altrettanto significative per conoscere una persona.

Arm.: Va detto che (fa per ricominciare il discorso, ma è interrotto)...

F.: Peraltro la tradizione pasticcera piemontese è particolarmente vasta e apprezzata.

Arm. (si accerta che Fenrir abbia terminato): Va detto che è vecchio. Noi non lo vediamo perché è sempre stato con noi, o forse non lo confessiamo perché siamo invecchiati assieme, però è vecchio: compirà 38 anni a novembre. Forse troppo vecchio per giocare a calcio ad alti livelli.

Ari.: Troppo vecchio per stare in panchina?

Arm.: E pagare tutti quei soldi a uno che sta in panchina?

Ari.: Uno che sta in panchina - senza protestare - finché la squadra non conquista una punizione dal limite, per esempio, poi lo fai entrare e ci sono buone possibilità che segni: e anche solo per quello, considerato anche come si battono ormai le punizioni nel campionato italiano, varrebbe la pena di tenerlo. Anzi, se dovessero introdurre le sostituzioni volanti anche nel calcio - entri, batti la punizione, esci - uno così lo terrei fino a sessant'anni.

F.: Nella stagione 2034/35 toccherà i quarantun'anni di contributi, se non sbaglio: il gol di tacco alla Spal nello scontro al vertice sarà il suo stupendo canto del cigno.

Arm.: Ma allora lo sacrificano a un nuovo corso?

Ari.: Non direi. Ammesso che quello di Conte sia il nuovo corso, è iniziato quest'anno e Del Piero ha dimostrato di poterne far parte; io credo semmai che sia stato sacrificato sull'altare della tradizione e non su quello del rinnovamento.

Arm.: La tradizione? Ma Del Piero è la tradizione, da due decenni ormai.

Ari.: Non è così.

F.: Può darsi che lo mandino via perché biascica e chiama i compagni di squadra con nomi sbagliati: "Mirkovic, vieni qui, Mirkovic!", e dopo un po' perfino Bonucci se ne risente, anche per via dei pizzicotti. Può darsi anche che abbia cominciato a raccontare aneddoti inconsistenti di cui dimentica o confonde i finali, o che metta tutti a disagio in qualche altro modo. I vecchi fanno così, l'ho letto sul National Geographic.

Ari.: La tradizione, alla Juventus, sono soltanto gli Agnelli: e soprattutto ora che le cose vanno bene dev'essere chiaro che chi comanda, chi incarna lo spirito della squadra, è soltanto la proprietà.

Arm.: Ma Del Piero è amatissimo dai tifosi...

Ari.: Appunto. La Juventus non è una democrazia; la Juve è una proprietà privata degli Agnelli, con tutto ciò che ne consegue, e sono i proprietari a decidere per i tifosi chi va applaudito e fino a quando. E soprattutto nessuno deve fare ombra ai padroni o incarnare un simbolo alternativo. Del Piero è l'ennesima prova che in questo paese non conviene studiare: fosse stato il solito cretino da quattro concetti in croce, espressi male, sarebbe ancora lì.

F.: Se questi fossero gli anni Cinquanta, e se la Juve fosse Mirafiori, Del Piero lo accuserebbero di leggere l'Unità.

Arm.: Ma come si fa, una figura così romantica...

Ari.: Esattamente. Del Piero è romantico e la Juve degli Agnelli è totalitaria: in sintesi, il Novecento batte l'Ottocento e lo manda a casa, a Treviso, nella sua piccola patria nordestina a bere grappe e a rimuginare sul destino come uno scrittore mitteleuropeo qualsiasi. Con la differenza che nei romanzi mitteleuropei, prendiamo quelli di Roth, è l'individuo che assiste attonito allo sfascio di un impero; qui l'impero torna, e come primo atto decide di cacciare il proprio servitore più fedele. Questa vicenda è come se l'Imperatore avesse sputato in faccia all'ultimo giapponese nella foresta.

F.: Io penso che tutto questo sia una messa in scena. Sento che Juve-Napoli si deciderà ai rigori e che dopo il penalty decisivo Andrea Agnelli scenderà in campo e dirà a Del Piero "Io sono tuo padre". Poi tutto tornerà normale, lo so.

Ari.: No, sbagli: questo non è possibile. Gli Agnelli non hanno figli, hanno solo dipendenti.

(Fenrir pulisce il piano del tavolo con la mano e getta le briciole ai piccioni.)

Ari. (chiude il giornale): Andiamo a casa.

Arm.: Ci vediamo...?

Ari.: Domani, qui, alla solita ora. Noi, non può mandarci via nessuno.

mercoledì 16 maggio 2012

Facciamo l'Italia!

Non mi sorprendono più di tanto le pre-convocazioni di Prandelli per il prossimo europeo. Pregando che alcune esclusioni non riguardino il famoso codice etico (Marchetti e Osvaldo fanno pensare) e pur non approvando la mancanza di un centravanti vero con almeno qualche pelo sul petto, non le ho trovate sconvolgenti, specialmente se messe al confronto delle insensate convocazioni di Lippi in Sudafrica. Chi eliminare dunque da questi 32?

PORTIERI
Buffon (Juventus), De Sanctis (Napoli), Sirigu (Paris St. Germain), Viviano (Palermo).
Qualcuno probabilmente avrebbe portato Marchetti al posto di uno tra Sirigu e Viviano. Marchetti forse paga la scenata di Udine, non lo sappiamo, in ogni caso a parer mio pur essendo meno forte del portiere del Palermo, forse avrebbe meritato di più la chiamata. Va detto però che Viviano aveva davanti a sè una non difesa, e senza contare che tornava da un infortunio particolarmente serio. Sirigu ha giocato una gran bella stagione in Francia, a sorpresa potrebbe essere il vice-Buffon. De Sanctis è senza alcun dubbio il terzo (potrebbe essere anche il secondo) nella mente di Prandelli. Per me fa fuori Viviano.

DIFENSORI
Abate (Milan), Astori (Cagliari), Balzaretti (Palermo), Barzagli (Juventus), Bocchetti (Rubin Kazan),  Bonucci (Juventus), Chiellini (Juventus), Criscito (Zenit San Pietroburgo), Maggio (Napoli),  Ogbonna (Torino),  Ranocchia (Inter).
Scontata l'esclusione di Ogbonna (io in realtà lo terrei tutta la vita), che inspiegabilmente ancora gioca in serie B (meglio di Kjaer sarà?), lo seguiranno probabilmente Astori (ma non ci giurerei) e il buon Bocchetti, che probabilmente soltanto Prandelli sa cosa combina in Tatarstan. Rischia parecchio Ranocchia, che paga la pessima stagione interista, ma per me rimane (potenzialmente) il miglior centrale a disposizione. Continuo a non capire Bonucci (spero venga tagliato), mentre pretendo Barzagli titolare. Tra i grandi esclusi dispiace un po' per Cassani, forse meritava qualcosa De Ceglie (dai su, ha giochicchiato) e ringrazio Prandelli per non aver considerato Antonini. Santon quando ho avuto modo di vedere il Newcastle sembrava essere tornato su livelli più che discreti. Per me fa fuori: Ogbonna, Astori, Bocchetti e Ranocchia.

CENTROCAMPISTI
Cigarini  (Atalanta),  De  Rossi  (Roma),  Diamanti  (Bologna), Giaccherini (Juventus),  Marchisio (Juventus), Montolivo (Fiorentina), Thiago Motta (Paris St. Germain), Nocerino (Milan), Pirlo (Juventus), Schelotto (Atalanta), Verratti (Pescara).
Dubbi. Fuori Cigarini, convocazione strana la sua e Verratti, giusto  premio di Prandelli al boemo. Diamanti, Giaccherini e Schelotto si giocheranno l'ultimo posto disponibile a centrocampo. Diamanti potrebbe tornare utile (anche se la testa lo aiuta poco). Schelotto e Giaccherini potranno difficilmente inserirsi nel gioco prandelliano. Per me fa fuori: Giaccherini, Schelotto, Cigarini e Verratti. Con il rischio di inorridire qualcuno, io Pepe me lo sarei portato mentre Lodi poteva rientrare tra i pre-convocati.

ATTACCANTI
Balotelli  (Manchester City), Borini (Roma), Cassano (Milan), Destro (Siena), Di Natale (Udinese), Giovinco (Parma).
L'attacco dovrebbe essere confermato per intero. Potrebbe essere sacrificata una sola pedina per avere un difensore o un centrocampista in più. Questa possibilità se la giocano Destro e Borini, più utile il primo, più maturo il secondo. Posso capire le esclusioni di Gilardino e Pazzini, però avrei portato volentieri uno tra Osvaldo e Matri (se non tutti e due), la mancanza di un bomber fisico si farà sentire. Tra i pre-convocati mi sarei portato Miccoli (secondo italiano della classifica marcatori) e probabilmente anche El Shaarawi (sarò matto ma sarei impazzito per Di Vaio).

LA FORMAZIONE
Nessun dubbio su Buffon titolare. In difesa, a meno di clamorosi eventi (tipo riportare Chiellini a sinistra), la coppia di centrali sarà quella della Juve, a destra dovrebbe giocare Maggio e a sinistra probabilmente Criscito. A centrocampo vedo il trio Marchisio, Pirlo, De Rossi, con Nocerino prima alternativa e uno tra Thiago Motta e Montolivo (sempre che non decida di mettere in quella posizione Giovinco) dietro le due punte che potrebbero essere Balotelli (ma anche Cassano o Giovinco) e Di Natale.

Non è un'Italia fortissima, ma sulla carta sembra almeno divertente, credo in uno dei primi 4 posti, per questo rosicherò dopo l'uscita dal girone con soli 2 punti.

domenica 13 maggio 2012

FAVOLA DI UN EROE MINORE


In maglia rossonera

E venne il giorno dell'addio a Superpippo, uomo di goal e desiderio inappagato, meglio di Muller in Europa, più goal di Van Basten a San Siro, più di Platini a Torino, grappoli succosi di segnature, rotolate fuori dalla cornucopia di una carriera fortunata.

Con lui, Meazza ,Piola, Baggio.

In goal in Champions a 37anni, e gli avessero dato amore, sarebbe andato in goal finchè c’è vita. Disperata vitalità Inzaghi, Superpippo bomber del rimpallo, fiuto da bracco e amore clandestino, cazzo duro e sempre in tiro, tombeur de femmes e goleador.

Non c'è spazio per te nel tempo della crisi e dell' austerity economica, del post-Berlusconismo pur sempre immorale. Dopo i vitelli grassi, vennero le vacche magre; così della bruttezza sostanziale della fu Serie A più bel campionato. E la chiameranno estate, quest’estate senza te, per triste volontà di un'Allegri qualunque, acciughetta allenatrice troppo salata per i palati fini dei già campioni del passato, bavosa d'acque basse e melmose.

L’eroe Filippo Inzaghi nasce in terra d’Emilia, scugnizzo piacentino per scherzo del destino, primo vagito fra le tette materne e fulmineo imprinting col femmineo . Dal primo passo - il fuorigioco come frontiera e terra di conquista - sarà sempre al posto giusto al giusto momento, in virtù di un istinto del goal scientificamente non spiegabile e spiegato. I rozzi chiamano con nomi fantasiosi la loro ignoranza. Inzaghi ha culo. Inzaghi è fortunato.

E invece è civetta Inzaghi, e lepre insieme, prima predatore in silenzio nell’agguato e poi preda veloce.

A vent’anni , pelle e corsa, scopre sotto la maglia del Verona il potere magico e diventa il Superpippo, poi prende per mano la sua Piacenza e la porta in gita in serie A con 15 palle calciate in rete, segue incapricciamento a Parma dove a suon di goal fa bagnare le sottane della frigida curva locale. Pippo, quattro ossa davanti e dietro una linea immaginaria, cavalletta dal bel viso donnesco che si figura in urlo di liberazione e di possesso. Il goal è suo e sua è sua è la tetta come il culo. Amatore totale, Dongiovanni che cerca nel corpo femminile il suo abbandono. Nove imperfetto Inzaghi, più 8 e ½ felliniano

Aneddotica di un eroe minore: quella volta che segnò con il piede rotto. Contro l'Hamlstad, in rete dopo 40secondi. Fa vestire da infermiera la giunonica Marika Fruscio, poi è delirio. Il sciùr Ruggeri, presidente innamorato, lo porta a Bergamo nel 1996. Inzaghi compie 22anni e segna 24 goal."L'unico giocatore che il giovedi in amichevole è scarso e la domenica segna tre goal." dirà mister Mondonico.

Inzaghi non ama il goal, è il goal che ama Inzaghi.

La Vecchia Signora , vogliosa di giovani amanti, si invaghisce del bel Pippo, e butta sul piatto miliardi per goderne in prestazioni. Il popolo bianconero, più cafone che viziato, la prende con sospetto: ritrovarsi nel piatto lo straccetto, anziché l’agognata bisteccona, non soddisfa gli appetiti bianconeri. Nenia di una vita: troppo magro, troppo leggero, troppo carino. Senza tecnica e senza dribbling, senza progressione e senza tiro.

Uno scarso che come faccia a fare goal resta un mistero.

Diventa quasi insulto: "Fare i goal alla Inzaghi". Diceria calcistica che dice di un paese in cui l’intelligenza non avrà mai peso, figuriamoci il talento. La comprensione, quella lasciamola ai cretini. I cervelluti si affidano all'ispirazione. Inzaghi: compiutezza irripetibile di rapidità e intuizione che nessun panzer può ottenere e che nessuna cantera può insegnare. Il fratello Simone tale e quale, non riesce a giocare nemmeno nel cortile. E lui Filippo, invece...

Esordisce in maglia bianconera con doppietta e vittoria in Supercoppa italiana, vince il primo scudetto segnando una tripletta, gli ultimi di una stagione da 27 goal segnati senza fornire spiegazioni. La notte nel letto, la velina abituata al bisonte si trova davanti il passerotto; finisce che fa godere più Inzaghi di tutta la restante rosa di stalloni.

L’ amore clandestino di Inzaghi che segna come un grande, ma non è grande alla sua gente. Strano popolo gli italiani, amano e nulla sanno del cuore, ammirano chi riesce a farsi da solo ma odiano imparare ciò che non sanno e che non vogliono capire.

Si cade cinque volte e poi alla sesta, ci si rialza. Inzaghi sulla linea del fuorigioco, come in trincea, sempre presente e sempre in movimento, pronto a guadagnare il suo centimetro vitale. Una tortura costante; se lo perdi di vista, fugge, se lo tocchi, si lascia cadere. Un nevrotico, un folle. Simulatore e attore troppo vero di una farsa generale. Allenatori in paranoia totale, perché impossibile è innalzare una barriera tattica all'uomo che vive su confine. Immarcabile Inzaghi, e mai contento, mai. Avido di goal, a ogni goal quell'esplosione di gioia da prima volta.

Il Diavolo capisce che deve portarlo nel suo inferno. Lui entra e segna. Di piede, di testa, di stinco, di chiappa, di collo e di caviglia. Il campo è prato e Inzaghi è un’ape: il goal lo attira come miele. Vede con occhi diversi Inzaghi, geometrie future impercettibili al comune calciatore.

Con 12 goal in Champions League ora è campione d’Europa. 30 goal nella prima stagione a Milano fanno rossonero il suo nuovo cuore. Si rompe, Pippo, ma non si piega, fragile più a dirsi che a recuperarsi, mentre i maligni in poltrona dicono che invecchia in fretta e male. Lui fa orecchie da mercante. Se gli dai mezz’ora, segna in mezz’ora. Se gli dai 10minuti, segna in quei 10. Le occasioni passano e lui le afferra, come un iguana.

Lippi concede mezz’ora nel mondiale di Germania 2006: lui segna.

Finale di Atene, Milan – Liverpool, anno di grazia 2007. Pirlo calcia una punizione velenosa, il portiere segue la palla, Inzaghi sfiora, si fa di vento: la palla cambia rotta, il portiere cade, spiazzato dalla deviazione. Poco dopo è di nuovo magia. Inzaghi brucia il tempo e il tempo si ferma: per una frazione di secondo la difesa si fa burro e Inzaghi il coltello è già oltre, a recuperare la palla in rete. Corre urlando come un ossesso, volo d'un scricciolo troppo leggero ad ogni gabbia. Man of the match in una finale di Champions, riconoscimento di gloria ad una punta che non sapeva calciare bene.

Il resto è storia recente. Superpippo già lo sa e lo ha dichiarato; i commentatori si dimenticheranno di lui in fretta. Allegri, l’acciuga, è il nuovo, e lui ha troppi anni e un contratto pesante. Inzaghi piange dentro: sa che la sua passione non cede al corpo e nulla può di fronte la ragion di Club. Ricorda l’ultima volta che ha messo piede in campo, contro il Catania: ha segnato. Scrive la sua lettera di addio come un amante tradito, nel conflitto fra l'orgoglio del silenzio e dell'amato e la rabbia del rancore e del sofferto.

Allegri faccia quel che vuole, Inzaghi farà quel che può. Stagione 2012 con troppi rancori. Fuori dalla lista Champions e spesso in tribuna in campionato, solo pochi minuti nel tramonto di un Milan che è stato. La festa è finita, gli amici se ne vanno. Ultima giornata di un campionato e di una squadra: a mezz'ora dalla fine, l'Acciuga Allegri gli concede l'ultimo bacio del suo stadio.

Lui è fermo da troppo, e pieno di emozioni dentro. Il tempo scorre. il Milan senza scudetto fa 1-1 in casa col Novara retrocesso. Minuto 82. Seedorf guarda il compagno. Inzaghi è dove è sempre stato, non pensa più, tira d'amore. Goal. Più veloce dei miei tasti, la sua storia infinita con la rete. "Unbreakable", grida il giornalista straniero. E' il goal più strano. Inzaghi non corre, non grida. Il suo viso resta composto, solo un sguardo verso il cielo, da cui piovono lacrime, per che il goal che è stato e non sarà.

San Siro lo applaude. Ovazione onesta, con la gioia perversa che si prova nell'esser tristi.
Perdiamo un campione incredibile, e ci accorgiamo di essere più vecchi, che certe cose non le puoi insegnare e l'erede di Inzaghi non può esistere.
Non era il più bello e non era il più bravo. Forse davvero, solo un uomo fortunato.

Passerà, trascinando con se il suo enorme talento, in ultima chiave nient'altro che quella testardissima volontà vitale, tutta italiana, che gli stranieri e gli idioti ci odiano e ci invidiano. Ci lascia perchè, come ha detto lui, è la vita ed è il momento.

Quello sbagliato, per l'uomo sempre al posto giusto.

In Nazionale

giovedì 10 maggio 2012

"No sé qué he hecho para merecer esta mierda"



L'eccezionale avventura di Luis Enrique a Roma - che a ragion dei fatti  si è rivelata per molti versi più simile ad un soggiorno Erasmus che ad una convinta progettualità - è veramente volta al termine, tra tanti bassi ed alcuni episodici acuti.
A questo punto, al nostro Luis non resta che raccogliere i cocci, staccare dalla sua stanzetta qualche poster e la maglietta autografata di Thiago Alcántara, inscatolare il tutto e ritornarsene mestamente nelle sue Asturie.
L'etere (ovvero, facendo nostra la teoria della relatività ristretta, l'ipotetico mezzo attraverso il quale si propagano le onde elettromagnetiche) nella Città eterna è già in sollucchero da ore. 
Missione compiuta, il grido di battaglia.
E poco importa - e qui si torna, mutatis mutandis, alla relatività ristretta - se le conseguenze si manifesteranno in minestre riscaldate (ogni riferimento a Montella è puramente voluto) ovvero in qualche altro giovanotto di belle speranze.
Fatto sta che l'obiettivo perseguito ormai da mesi è stato raggiunto, e dunque il responsabile di ogni male della Roma, colui che ha affondato una squadra perfetta ed impermeabile, è stato finalmente allontanato da Trigoria.
Luis, luciferino, ne ha in effetti combinate di tutti i colori, allontanando campioni del calibro di Borriello e Pizzarro, affossando talenti purissimi come Rosi e Greco.

Non mi nascondo in alcun modo, io per primo in questa miserabile stagione ho più volte imprecato contro Luis, le sue ossessioni tattiche, rigidità esasperate e scelte esuberanti. Non ho mai compreso alcune scelte per me inspiegabili né avallato la perversa illusione - utopia pura - di poter intercambiare giocatori e ruoli a suo piacimento.
Di contro, va innegabilmente riconosciuto il fascino dell'Hombre Vertical che ha stregato per lunghi tratti la piazza romana e non solo.
Non mi stufo di ripetere un concetto che mi convince ormai da mesi: tolta la partita la domenica, L.E. è il miglior allenatore possibile.
Conferenze stampa ed esternazioni sempre lucide e corrette; al bando la solita squallida retorica che, però, a quanto pare qui da noi sembra essere dovuta.

Dispiace - e molto - non poterlo vedere almeno un altro anno a Roma. Magari questa volta con una campagna acquisti ragionata ed incentrata sulle sue necessità, magari con in rosa un paio di terzini. 

L'augurio a lui è di ripartire in una piazza più serena e meno pretenziosa, il rammarico e - forse - l'illusione, è che tra qualche anno rimpiangeremo questo personaggio incredibile.

lunedì 7 maggio 2012

Literaria: Totti & Ilary. Una grande e giocosa storia d'amore


Io sono orgoglioso di essere nato a Roma e per quanto sia dannatamente stressante viverci, non posso non voler bene alla mia città. Mi è capitato spesso di difendere Roma dai soliti stucchevoli luoghi comuni, che gente totalmente priva di fantasia continua a ripeterti a mo' di litania, ogni volta che superi di una manciata di km il raccordo. Delle volte però, soffro di acutissimi attacchi di mal di Roma, perché detesto l'esaltazione smodata che fanno molti miei concittadini nei riguardi "Daa capitale". Sentire ancora parlare di gente che si vanta di essere "Erede del grande impero" nel XXI secolo è ridicolo, gente che si tatua un gladiatore (di questo purtroppo è colpevole anche Totti) che impugna la daga, gladiatori che nella maggior parte dei casi non erano romani ma schiavi provenienti dalle varie conquiste imperialistiche, dei servi, un po' come se una signora dei Parioli si tatuasse sulla spalla la sua colf filippina che impugna lo swiffer (per i perbenisti...non ho dato della serva alla colf filippina...anche perché la colf filippina guadagna il doppio di me). L'eccesso di romanità è deleterio e va combattuto o quantomeno arginato. Poi però, ti capita per le mani un libro del genere: "Totti & Ilary-Una grande giocosa storia d'amore"(Salvatore Taverna- Fazi editore- 2010)  e capisci che non puoi combattere o arginare proprio nulla. Non me la voglio prendere con l'autore o con chi ha comprato il libro, però credetemi, ho avuto un brivido lungo 141 pagine. Non puoi non immaginarti un "Dinastia Romana" che legge questo libro, per intenderci uno di quelli che regala er perizoma daa maggica alla donna, che le poche volte che va allo stadio, lo fa quando tutto va bene, infilandosi il suo cappello da giullare e commuovendosi durante Roma, Roma, Roma, mentre alza il cellulare al cielo per far sentire le  note e le parole alla pischella che si trova a casa (cor "Marchese*"). Per intenderci quello che a fine partita si fa la foto con la curva come sfondo. Va detto che la coppia non ha contribuito neanche per una virgola alla realizzazione del libro (stima), quindi i vari dialoghi tra i due sono inventati, dialoghi in cui Francesco Totti parla solo romano, quasi a perpetuare il luogo comune che vuole Francesco Totti coatto, in realtà Totti parla con una normale inflessione romana (forte si.. ma non trucida)  e viene da un quartiere per nulla popolare, sicuramente non è un coatto come si pensa e come si vuole far passare. Per il resto sono stralci di interviste passate e le voci dei tifosi (romanzata anche questa? non si capisce) raccolte dall'autore al matrimonio, al ricevimento, davanti alla clinica dove sono nati i figli e per strada.

Pe riccontavve er libbro proseguo 'n romano. Cioè praticamente se parte da come er pupone e la pupona (la cosa più agghiacciante sono i vari nomignoli con cui vengono chiamati i due protagonisti) se so conosciuti, tipo che lei sta ar pub e je aveveno zottato** er cellulare, quindi je rodeva er chiccherone e poi tipo dopo 'n po' (er giorno stesso o n artro giorno...nun se capisce) er bimbo de oro je da no strappo a casa, poi tipo lei je dice: "Se smetti di correre ti do un bacio" e allora lui nchioda perche se emoziona e me cojoni come per magia nasce l'amore. Tu qua già te immagini tutti emozionati de sapè come se so dati er primo bacio Totti e Ilary.
Appresa la notizia, le ammiratrici del capitano vanno fuori di testa: Cintia, Domenica, Germana, Paola sono imbufalite:
<<Ma questa che vole?Totti è de tutte noi>>
<<E' arrivata fresca fresca e ce lo vole portà via>>
<<Sta befanetta se poteva mette co' 'n artro, proprio Francesco doveva acchiappà>>
<< No. Non è possibile ...E' un rapimento>>
Se continua poi co le fasi der fidanzamento e con la scerta der posto ndove fa er ricevimento, er castello de Tor Crescenza della famija Borghese ndo l'autore inserisce er presunto dialogo tra i due futuri sposi:
 <<Amò è proprio fico sto castello incantato, dicono che c'è pure er fantasma! Ma sarà vero?>>
Ce viè pure a fa sapè che in questo castello ce so stati Chirche Daglas e signora co Toni Renise che je cantava "Quanno, Quanno, Quanno", ortre che Ciallizz Teron, Rei Ciarls e pure er principe de Inghiltera. A organizzà er dorce evento ce pensa Tiziana Rocca "Stangona Napoletana ritmatissima" moglie de quer genio de Giulio Base (Genio pe davero visto che è socio der Mensa) che tutti noi ricordamo per la sua profonda interpretazione de Saverio in arte er "Fiurer" ner capolavoro de Claudio Fragasso "Teste Rasate".

Se continua poi parlanno dei costi der matrimonio, soffermandosi su e tovaje 'n tul de colore avorio che verranno 28 euri l'una. Pe magnà invece se spennerà sui 110 a persona e circa 400 euri pe li confetti (mica so quelli fracicchi che te restano incastrati sur morale pe 4 mesi e di cui de tanto 'n tanto sputi un pezzo). Er capolavoro vero lo si raggiunge quando se fa l'elenco della lista nozze
Francesco e Ilary un po' ingenuamente forse, si sono lasciati prendere la mano dai proprietari della famosa "Regaleria" e adesso in offerta c'è di tutto e di più. I tifosi si possono sbizzarrire spendendo sommine e sommone. Tanti giovani, che non lavorano, devono stare attenti alla saccoccia. Chi ha i genitori laziali? Un dramma. Deve depistarli, inventarsi un regalo per il fantomatico compleanno di un'amica, sennò quelli non sganciano! Un laziale preferisce la forca o la sedia elettrica pur di non donare un solo spillo a Totti quante volte li ha umiliati il Gladiatore! 
Se va dalle due flutese de cristallo con le iniziali sabbiate de i sposi, na sciccheria ar modico prezzo de 60 carte, fino ai 6800 euri der candeliere coi derfini sguazzanti , che nun so voi ma si devo spenne 6800 euri i due derfini nun li vojo sguazzanti ma vivi e devono esse pure boni a pulì casa. 

E poi(torno a scrivere in italiano) continua, parlando del matrimonio del ricevimento con chicche di questo calibro:
Il fantasma, dall'alto delle Mura merlate, si gode lo spettacolo: suoni, luci, canti e balli. Anche lui tifa per i giallorossi ed è un fan scatenato del Capitano.
Mortacci! Pure er fantasma è daa Roma, ma non hai tempo per fermarti a pensare perché continui a leggere, questa sorta di "Uiliam e Cheit all'amatriciana", alla disperata e vana ricerca di un perché, finché: tra storie sulla Vento, nascite dei figli, calci a Balotelli e golden foot vari, si arriva a pagina 141. Appena chiudi il libro ti senti smarrito e vuoto. E' l'ennesimo esempio di eccesso, non penso che a Milano si possa pensare di scrivere un libro su Maldini e signora o sui coniugi Baresi (........dai su non ridete...che infami!) immaginando magari di vendere un buon numero di copie, a Roma invece sì! Perché tutto quello che sfiora l'universo AS Roma va comprato, perché il tifoso stile "Dinastia romana" è un feticista della propria squadra.  Non si può lottare per sprovincializzare parte (purtroppo consistente) di questa tifoseria, forse sarebbe meglio adeguarsi, infilarsi una tuta con ASR scritto a caratteri cubitali sul culo, indossare uno smanicato bianco e regalare na copia der libbro alla Nadia de turno (rimorchiata er sabato prima ar Saibborgh***), nella speranza de potesse fa' na pelle****.

Sono certo che il signor Taverna (ottima penna che da anni racconta le notti romane sul Messaggero) perdonerà questo mio post, niente di personale, ci mancherebbe, ma il suo lavoro non fa altro che alimentare il fuoco dei "Dinastia romana", spina nel fianco di ogni romano e romanista normale.

Tengo a precisare che ovviamente non ho nulla contro i coniugi Totti, forse  le vere "Vittime"  di questo libro.

Questo post è dedicato alla memoria del candeliere con i delfini sguazzanti probabilmente rimasto invenduto.

A me non sembrano due delfini sguazzanti

* Marchese = Termine romano che indica il ciclo mestruale. I Marchesi giravano per la capitale con vesti o fazzoletti rossi per distinguersi dal popolo e dagli altri nobili.
** Zottare = Impadronirsi della roba altrui sottraendola di nascosto.
*** Cyborg = Enorme discoteca in provincia di Terni (chiusa dal 2006) molto battuta dai coatti della capitale.
**** Fasse na pelle =  Congiungersi carnalmente.

giovedì 3 maggio 2012

Con Delio Rossi


Solidarietà a Delio Rossi.
Ieri sera si è consumato un vero e proprio capovolgimento di tutti i valori.

In una società che ha perso bussola e valori non si può non essere solidali con Delio Rossi, educatore duro e puro, uomo di calcio cresciuto a pane e Zeman capace di fare la gavetta in tutta Italia, gettarsi in imprese impossibili (come l'Atalanta 2004-2005) e avere a che fare con Lotito e Zamparini.
L'allenatore è un autorità e come tale è degna del più assoluto rispetto. Vedere un giocatore inutile che al calcio non ha dato nulla - se non parole ("sono il nuovo Totti") - prendersela con un padre come Delio Rossi fa male al cuore. Lo stesso Ljiac non ha avuto nemmeno le palle per mandarlo a fare in culo come fece Chinaglia, in quel gesto iconoclasta e sovversivo che fotografò la mediocrità della classe dirigente calcistica italiana incarnata da Valacareggi.

Il presunto talento di Novi Pazar (capoluogo del Sangiaccato, piccolo lembo di terra tra Serbia e Montenegro "oggetto del desiderio" dell'Impero asburgico e del Regno di Serbia nell'Ottocento, oggi luogo di fermenti neo-ottomani) si è limitato a reagire da bambino viziato a cui si impedisce di giocare, da checca isterica, perdendosi in un gesto degno di una soubrette a cui tolgono lo "stacchetto" sul palco del Salone Margherita, non certo di un uomo, di un giocatore, che si rapporta con un uomo che ha trenta anni più di lui.

La gogna mediatica è ancor più scandalosa, frutto della viltà dei media che denunciano solo quello che vedono e tacciono su ciò che non viene mostrato. Il fattore eticizzante della telecamera è uno dei mali assoluti del nostro tempo. Se il mondo del calcio è quello che glorifica Mancini, capace di scaricare Balotelli davanti alle telecamere (salvo poi riabilitarlo, come Tevez, per motivi di convenienza) e condannare Rossi per due schiaffi correttivi, allora stiamo andando proprio nella direzione sbagliata.
Quanto avrebbero fatto bene due schiaffi a Balotelli? Quanti schiaffi avrà dato Fascetti a Cassano? Qualunque allenatore avrebbe attaccato Ljaic al muro nello spogliatoio. Ricordiamo che Sir Alex Ferguson non ha esitato a spaccare il faccino di Beckham con uno scarpino.

Ci dovrebbe essere una levata di scudi in favore di Delio Rossi.
Mi piacerebbe sentire Mourinho (che diede del "ritardato" a Carvalho) oppure Pep Guardiola con la sua voce autorevole e mai banale difendere e dedicare le loro vittorie al tecnico romagnolo.

Il licenziamento di Delio Rossi è lo specchio dei nostri tempi, dove si punisce lo slancio, la generosità e si castiga il gesto eclatante ma, al fondo, giusto, e si incoraggia il sotterfugio, la menzogna, il vizi privati e pubbliche virtù americano e protestante. Per questo due parole vanno spese sui Della Valle, forse la presidenza più vuota degli ultimi anni, un simbolo degli inutili anni Duemila dei quali non resterà nessuna traccia. Come al solito, invece, chi ha dimostrato di stare dalla parte giusta, di ragionare secondo gli schemi di una società sana e tradizionale, non impoverita dal politicamente corretto, sono i tifosi della Fiorentina, che si sono massicciamente schierati con Delio, ribadendo che la curva è la parte sana della società del calcio.

Se per i Della Valle è giusto augurare la B alla Viola, altrettanto non si può fare per i tifosi, ciò che sicuramente bisogna fare è stringersi intorno a Delio, fare quadrato intorno a chi ha fatto l'uomo in un'Italia senza più padri e che ha fatto l'uomo in un calcio che obbliga a gesti finti come la stretta di mano iniziale e a concetti vuoti come il "fair play".

mercoledì 2 maggio 2012

Guida galattica allo US Soccer #2

Larry Hagman è J.R. Ewing
Dallas, Texas, è famosa per due motivi. A Dallas una pallottola magica ha ucciso il Presidente John Fitzgerald Kennedy e Dallas è il titolo di una serie televisiva di infinito successo.
A Dallas sono sepolti Bonnie Parker e Clyde Barlow e a Dallas sono nati, tra gli altri, Chuck Norris e Sharon Tate, la bellissima moglie di Roman Polanski uccisa dalla Manson Family a Beverly Hills nell agosto del '69.

Da sempre boom economico, prima grazie all'allevamento, poi grazie all'industria del cotone e alla scoperta del petrolio, Dallas è ora la patria delle telecomunicazioni. Si concentra infatti sul cosiddetto Telecom Corridor una serie infinita di compagnie del settore (tra le quali anche AT&T, Alcatel e Texas Instruments).

E Dallas è anche una città di sportivi.

I Mavericks di Dirk Nowitzki sono gli attuali campioni NBA (a dire il vero, con ogni probabilità ancora per poco, visto che nei playoff in corso, i Mavs sono sotto 2 a 0 nella serie con Oklahoma City). I Comboys sono da sempre tra le squadre favorite nel football americano, dopo aver dominato la NFL negli anni Novanta (tre Super Bowl vinti grazie ai lanci del quarterback Troy Aikman). E i Texas Rangers se la passano abbastanza bene in MLB (a differenza di qualche tifoso sulle tribune del ballpark di Arlington).

FC Dallas - Away

Ovviamente, Dallas ha anche una squadra di calcio.

Il FC Dallas nasce nel 1996. Al tempo la squadra si chiamava Dallas Burn (e come simbolo aveva un cavallo che sputava fuoco) e solamente a partire dal 2005 assumeva l'attuale denominazione (e l'attuale stemma con il toro).

Dallas 'Til I Die
La prima vittoria contro i San Jose Clash, il primo trofeo nel 1997, la US Open Cup.

Nel 2010 l'affermazione nella Western Conference, a scapito dei Los Angeles Galaxy (seguita dalla sconfitta nella Finale del campionato per mano del FC Toronto).
Ai tempi dei Burn, da Dallas sono passati anche grandi giocatori, come il Pentapichichi Hugo Sanchez. Ora le stelle sono il panamense Blas Perez e il centrocampista Brek Shea, da College Station.

Il FC Dallas gioca le partite in casa al Pizza Hut Park, seguito da una vasta schiera di supporters, tra cui il gruppo The Inferno e i Dallas Beer Guardians.

FC Dallas Dancer
Le cheerleaders non smentiscono la grande tradizione di Dallas quanto a ballerine (vale la pena sbirciare la pagina web dedicata alle Dancers dei Mavericks e, perchè no, anche quella delle ragazze dei Cowboys) e la mascot della squadra è Tex Hooper, un immenso toro di peluche dal sorriso quantomai inquietante.

Con tre vittorie, tre pareggi e tre sconfitte, Dallas è attualmente in sesta posizione nella Western Conference, a pari punti con i Colorado Rapids e ad una sola lunghezza dai Seattle Saunders.

Per la squadra del coach Steve Morrow - nato a Belfast e negli anni Novanta giocatore dell'Arsenal - gli obiettivi stagionali rimangono due: raggiungere San Jose, la rivale storica, in vetta e fare meglio dell'odiata Houston.