martedì 27 novembre 2012

Vent'anni dopo



Sono passati vent'anni dalla pubblicazione di "Febbre a 90°" e in un articolo-riflessione l'autore, Nick Hornby, fa il punto sullo stato del calcio inglese e sulla sua evoluzione. La conclusione è amara: oggi non scriverebbe più quel libro.
Al di là dei giudizi sullo scrittore (non credo che Nick Hornby possa considerarsi qualcosa più di un "usato sicuro letterario"), credo che "Febbre a 90" abbia inaugurato una modalità di raccontare calcio fino ad allora assente nel panorama culturale, cogliendo il lato più umanistico di questo sport e riuscendo a descrivere come questo riempia, e rovini a volte, la vita delle persone.
La tesi dell'articolo di Hornby è che il calcio ha subito una rivoluzione totale, sia diventato prodotto, business, spettacolo, sia stato gonfiato dai soldi delle TV fino a diventare, paradossalmente, più bello e quindi meno poetico.
Un calcio che ha spazio solo per l'highlights e non più per il racconto.
Lo stesso "boring Arsenal" narrato e amato da Hornby è diventato sotto Wenger il più alto esponente del calcio spettacolo in Europa (insieme al Barcellona), un'utopia coltivata dal tecnico alsaziano fino al dogmatismo, che è riuscita anche a portare a casa numerosi titoli segnando una svolta nella storia del club.
L'imborghesimento dei tifosi ha portato, dunque, all'imborghesimento del calcio e la Premier league si è fatta prodotto da esportare, diventando qualcosa di diverso da quel piccolo mondo antico per brutti, sporchi e cattivi che è stata fino all'inizio degli anni novanta. Naturalmente lo stesso Hornby si difende dalle accuse di essere stato anche lui parte di questo processo, di aver dato lui stesso il referente letterario a quella classe media ideale cliente di presidenti di club e venditori di diritti TV.

Non saprei dire se Hornby sia l'ultimo dei nostalgici o il cortigiano del calcio soft da divano, certamente va detto che la Premier League non solo si è imborghesita, ma si è letteralmente snaturata, ha subito una mutazione genetica radicale.
In questo senso, e vado al di là dell'articolo di Hornby, mi domando se il cambiamento del calcio inglese non sia altro che una delle ennesime conferme della totale perdita di identità della società britannica. L'equilibrio interno dello Stato britannico si è basato da sempre sul bilanciamento tra gli interessi della più grande work force non comunista del mondo e un ceto di privilegiati che miravano a perpetuare i loro riti godendone i benefici. Un equilibrio a sua volta retto da tre pilastri:  l'impero, la marina e la corona.

Di tutto ciò non vi è più traccia nell'Inghilterra attuale. La classe operaia è diventata rifiuto sociale dopo la fine della rivoluzione industriale, il lavoro è diventato servizio appaltato, ceduto, fungibile e impersonale. I conservatori sono un nulla politico espressione di una casta che non esiste più. Marina e impero sono ricordi da celebrare al Giubileo e la Corona ha bisogno di più propaganda che soldi per sopravvivere. Il governo attuale è il peggiore e il meno credibile della storia inglese. Londra, la testa di ponte e cervello di uno stato unico nella storia, è diventata un hub finanziario, un playground, dove arabi russi e cinesi fanno scivolare i loro soldi. La città dove fu scritto il Capitale è oggi una puttana finanziaria in cerca di capitali per alimentare quel cancro inestirpabile, perché vitale, che è la City.
Tra populismo in Europa e politica della contigenza sul fronte interno l'Inghilterra sembra essere senza futuro. Non a caso, scricchiolando le architravi, i venti secessionisti soffiano con sempre maggiore insistenza.
Quindi come potrebbe ancora il calcio essere espressione di una nazione che ha perso la propria identità?

Non è un caso che il tema portante dell'ultimo James Bond, da sempre simbolo dello stato dell'arte della condizione umana d'oltremanica, sia proprio un insistente richiamo al "back to the roots", al ritorno alle origini, per quanto misere e laide, al bulldog, al rifiuto della tecnologia. Anche la cultura più popolare che ci sia sembra esprimere questa esigenza di ritrovare la propria natura, di tornare al proprio skyfall, per sconfiggere una minaccia che non viene più dall'esterno, ma è stata cresciuta e alimentata dalla stessa società inglese.

Difficile prevedere cosa succederà, quello che è certo è che non vedremo più il calcio inglese di una volta, ma vedremo sempre più magliette dal Manchester City ad Honk Kong e Dubai e, oggi, un Febbre a 90° non lo scriverebbe più nessuno.

domenica 25 novembre 2012

Hasta siempre, comandante Di Matteo

Roberto Di Matteo non è mai stato un allenatore di calcio. Al più, un comandante andino che prende un esercito allo sbando nel bel mezzo della guerra e scaccia l'invasore. Uno che, però, poi quando va al governo scopre inesorabilmente di essere un uomo di lotta, uno che del potere e della gloria non sa che farsene. Un Batman, ché non c'è niente di più tragico che un eroe di guerra in tempo di pace. Quando si deve vincere in casa – sempre – e, al massimo, pareggiare fuori, quando ottobre disegna i primi scarni tratti di un campionato e già novembre dà qualche sentenza di primo grado, un Di Matteo non serve più. Sei mesi fa salvò la faccia, il didietro e la reputazione del Chelsea con una tattica da comandante Giap che attende nelle paludi del Vietnam e lancia la sua offensiva quando gli altri hanno le armi scariche. Poche settimane e l'ex vice del metrosexual Villas Boas aveva già vinto di più di quel Mourinho là, lo Special One.
 
 
Roman Abramovich ha per anni innaffiato il Chelsea di rubli, esaudendo desideri, gonfiando il proprio ego con nomi altisonanti. Il risultato? Qualche Premier League. Ok, vabè, ma quelle le vincono anche quegli straccioni ripulti del Manchester City. Mancava all'appello il colpo gobbo, la notte della leggenda, quei 90 minuti e rotti che ti fanno uscire dalla Storia e ti consegnano direttamente all'Olimpo di quelli che hanno alzato al cielo la coppa dalle grandi orecchie.
C'aveva provato, qualche anno fa un oscuro allenatore israeliano, Avram Grant, ma la sua occasione volò via in una Mosca piovosa e inospitale, quando l'eterno Ettore John Terry scivolò sul dischetto e calciò malamente sul palo esterno il rigore decisivo, con l'odioso Achille, Cristiano Ronaldo, che si è alla fine goduto la sua vittoria immeritata.
Poco tempo dopo fu il turno del grande timoniere Guus Hiddink, con tanto di scippo del decennio. Una semifinale col Barcellona terminata 1-1, con i catalani che passano il turno per il gol in trasferta. Un arbitraggio scandaloso con tre o quattro rigori nettissimi negati e Drogba che alla fine guarda la telecamera e urla “It's a fuckin' disgrace”. Crudeltà pura, altro che televisione del dolore.
Per rompere ogni indugio, fu allora preso lo specialista delle coppe: Carletto Ancelotti. Ma anche lui si limitò a trionfare il Premier League senza mai sfondare in Europa. Abramovich pensò ad altre soluzioni: Lourdes, Fatima, l'invasione con i carri armati. Ma non se ne fece mai nulla.
Alla fine, nel bel mezzo di una stagione disastrosa, dopo aver preso tre ceffoni da Napoli, ecco che in panchina si materializza lui, uno svizzero dalle origini abruzzesi, discreto centrocampista una quindicina di anni fa, poi anonimo tecnico tra le squadre minori del campionato inglese.
Di Matteo, Roberto Di Matteo: bruttino, pelato e senza la minima esperienza. Il compito che gli era stato affidato, però, era sempice: “Cerchiamo di arrivare in fondo senza farci troppo male”. Niente di più. Un traghettatore e basta, questo serviva.
A sentire quelle parole Di Matteo probabilmente sorrise un po' imbarazzato, senza pensare troppo a quello che stava per accadere. Roberto cominciò così una lunga risalita: prima ribalta il Napoli e sbaraglia il Benfica, poi butta fuori il Barcellona. Ed è qui la spannung della storia. Due partite di dolore sovrumano, tattica, strategia, abnegazione, forza e un Drogba a fare contemporaneamente il terzino, il mediano, l'ala e la prima punta. Uno a zero per il Chelsea all'andata, in quel di Londra. Ma non ci credeva nessuno: il Barcellona gare del genere le perde, ma vedrete che al ritorno... E' solo questione di sfortuna. Ma dai, hai visto che catenacciari gli inglesi?
Fu così che, un paio di settimane dopo, in Catalogna il Barcellona segna un gol, ne segna un altro e poi capitan Terry, sempre lui, si fa cacciare. I sostenitori tiki-taka già pregustavano la goleada, la passeggiata comoda verso la finale. E invece Ramirez si inventa un pallonetto poco prima di andare a prendere il mitico tè caldo: 2-1, e Chelsea qualificato all'intervallo. “Non vi preoccupate – dicevano gli esteti filo-Barcellona –, i ragazzi ora gli faranno il terzo, è solo questione di tempo”. E infatti, Drogba si fa prendere dalla foga e regala un rigore alla squadra di casa. Sul dischetto va Messi, “il miglior rigorista del mondo”, “il più grande, più di Maradona e Pelè”. Bum – sassata – la traversa del Camp Nou ancora trema. Lo shock del pubblico è tanto: “No, non vorrai che...”.
E' assedio, mancano solo le alabarde e gli arcieri. Ultimo minuto di gioco: lancio lunghissimo dall'intasata area del Chelsea, là davanti c'è solo Fernando Torres, con una succulenta prateria verde davanti e la porta come obiettivo. Mezzo campo da solo con la palla a terra, saltato agilmente Valdès e gol: 2-2, la partita è finita, il Barcellona è fuori. Di Matteo salta in panchina, corre, abbraccia tutti, non ci crede manco lui.
 
 
Gli dei del calcio – XaviIniestaMessi – vanno fuori, perché il turno non lo passa chi prende più pali e traverse, ma chi non perde nemmeno una volta in due partite. Il pallone non è il circo, gli acrobati divertono tanto mentre ballano sospesi nel vuoto, ma quando poi si va al “dentro o fuori senza appello” serve culo e serve la guerriglia. Servono quei momenti in cui tutto diventa metafisica e anche un brocco come Torres può diventare l'eroe dei due mondi.
Il resto è storia: la finale a Monaco di Baviera contro il Bayern è un'altra battaglia. Pareggio di Drogba a un'incollatura dalla fine e trionfo finale ai rigori. Ma era ovvio che sarebbe andata a finire così. Era ovvio già dopo la rimonta contro il Napoli. Il finale di certe storie è scritto già alla prima pagina, occorre solo aspettare e osservare come il fato si diverte poi a muovere le pedine.
Ora però, dopo aver preso tre sberle – meritatissime – dalla Juve, Di Matteo è stato licenziato senza troppi convenevoli. Non basta essere grandi generali per essere grandi statisti. Eppoi, i russi vogliono anche un bel nome, un'etichetta di pregio, una firma da poter esibire. Certo, l'idea di giocare con sei fantasisti, nessun incontrista e nessuna punta allo Juventus Stadium sarà anche discutibile, ma che volete, doveva essere una partita come molte altre, non un assalto al Palazzo d'Inverno. E' così che si perde, con la serena consapevolezza di essere destinato alla forca dal minuto dopo che hai alzato la Coppa dei Campioni verso il cielo. Un attimo di lucidità in mezzo alla gioia: non sei Guardiola, non sei Capello. Hasta siempre, comandante Di Matteo.
 
 
 

giovedì 22 novembre 2012

A Batalha dos Aflitos


Se sei un tifoso del Nautico, stai aspettando quel momento da 11 lunghissimi, interminabili anni. Se sei un tifoso del Nautico in quel preciso momento, non ti rimane che sperare nel sinistro di Ademar José Tavares Júnior, perchè dopo 25 minuti di sospensione a 10 dalla fine in 11 contro 7, mettere a segno quel rigore significherebbe serie A e forse dopo 80 minuti di assedio, con il Gremio intento a difendere un pareggio che vale una promozione, forse tu, tifoso del Nautico, te lo meriteresti anche. Comunque in ogni caso, se pure Ademar dovesse fallire dagli 11 metri, come il suo compagno Bruno Carvalho nel primo tempo, ci sono altri 10 minuti per trovare un solo misero gol in 11 contro 7. Non proprio un'impresa.
Se sei un tifoso del Gremio in quello stesso momento non ti rimane che pregare, perché si, il Gremio apparterrà anche ad un altra categoria, ma dopo una partita del genere con 4 espulsi e due rigori contro, in cosa puoi sperare? E dire che sarebbe bastato anche solo un gol, per non trovarsi a 10 dalla fine e dopo più di 20 minuti di sospensione con Ademar pronto a calciare a soli 11 metri da Galatto, il tuo portiere, che fino a quel momento ha parato tutto. Se sei del Gremio non ti rimane che chiudere gli occhi, confidare in Galatto e far passare altri 10 minuti con 4 uomini in meno. Una vera impresa.

Siamo all'ultima partita del gironcino di terza fase del campionato di Serie B brasiliano. Nel 2005 il campionato cadetto brasiliano aveva una prima fase a 22 squadre, dopo 21 partite le prime 8 andavano a formare 2 gironi play-off da quattro (seconda fase), le prime 2 di entrambi i gironi formavano così il girone finale che avrebbe consentito alla prima e alla seconda classificata di staccare il biglietto per la massima serie. E' il 26 novembre del 2005  allo Estádio dos Aflitos di Recife, in realtà il vero nome dello stadio è Estádio Eládio de Barros Carvalho, ma è comunemente conosciuto come Estádio dos Aflitos, essendo collocato nel "BarrIo" Aflitos (stessa storia per intenderci del Cibali di Catania). il Nautico - con 6 punti in 5 partite - ha bisogno necessariamente dei 3 punti per tornare nel calcio che conta dopo 11 anni, al Gremio - a quota 9 punti - per salutare dopo un solo anno il purgatorio, serve almeno un pareggio. A meno di 3 km, allo "Estadio do Arruda" sempre di Recife, si gioca in contemporanea, l'altra sfida del girone: tra i favoriti padroni di casa del Santa Cruz a quota 7 punti e la Portoguesa a quota 5.  La partita comincia con 16 minuti di ritardo, per il Gremio oltre alla notte insonne dovuta alla rumorosa presenza dei tifosi avversari sotto il proprio albergo, c'è da registrare l'accoglienza non proprio amichevole allo stadio da parte dei supporter locali e l'impossibilità di accedere al campo per il riscaldamento, per via del cancello di accesso al campo chiuso con un lucchetto. Il nervosismo tra i giocatori del Tricolor al momento del fischio iniziale è già alle stelle. I primi 30 di gioco volano via senza troppe emozioni, con un copione scontato, il Gremio attende per colpire al momento opportuno, il Nautico si butta subito in avanti. E' il minuto 31, un cross di Kuki dalla destra attraversa tutta l'area e arriva a Paulo Matus, che viene tirato giù dal centrale gremista  Domingos, per il direttore di gara, il tenente colonnello della polizia militare Djalma Beltrami (che si farà qualche mese di galera nel 2011 per via di alcune bustarelle) è calcio di rigore. Sul dischetto va Bruno Carvalho, il tiro potente si stampa sul palo, il risultato premia ancora il Gremio. il Nautico finisce il primo tempo attaccando, ma due prodigiosi interventi del portiere Rodrigo Galatto, prima su  Paulo Matos e dopo su Danilo, salvano il risultato.

Il secondo tempo ricomincia alla stessa maniera, Nautico avanti e Gremio di rimessa. Al 55esimo nel miglior momento del Gremio, il terzino sinistro cileno Escalona tocca con la mano, l'arbitro fischia la punizione e punisce il calciatore della squadra di Porto Alegre con il secondo giallo. Il Gremio è in dieci. 2 minuti dopo su un cross proveniente dalla destra, Galatto esce a vuoto, la palla arriva a Miltinho che viene scaraventato a terra in area dallo stesso Galatto, Djalma Beltrami incredibilmente non fischia e il Tricolor gaucho si salva ancora. 3 minuti dopo, al 35esimo la palla sbatte sul braccio di Nunes, la distanza è ridotta e il braccio è attaccato al corpo. Djalma Beltrami, forse per compensare il mancato rigore di qualche minuto prima, decide per il penalty. in pochi secondi è l'inferno, i giocatori del club Porto-Alegrense circondano l'arbitro che estrae il cartellino rosso a l'indirizzo di Nunes e Patricio, nel parapiglia Marcelo Costa tenta di colpire più di una volta con un calcio il direttore di gara, interviene la polizia che travolge Patricio e allontana in malo modo i calciatori del Gremio. Domingos quando tutto sembra tornare alla normalità  colpisce con un pugno e fa volare via il pallone dalla mano di Djalma Beltrami, viene allontanato dal campo anche lui, il Gremio dovrà giocare  gli ultimi dieci minuti di partita in 7 uomini.

Dopo 25 minuti di sospensione Ademar si porta sul dischetto. Se sei un tifoso del Nautico, quando Ademar comincia la rincorsa, ripensi ai primi anni 90, a quando la tua squadra in serie A affrontava le grandi del Brasile, probabilmente ripensi anche alla dolorosa retrocessione del 1994, e mentre ti stringi al tuo vicino di posto, nella speranza che Ademar non fallisca, ti convinci che forse questa volta il peggio è passato. O almeno così credi. Se sei un tifoso del Gremio, quando Ademar comincia la rincorsa, ripensi alla stagione passata, a quelle 25 sconfitte  a quell'ultimo posto in classifica che non appartiene alla tua storia, a quella seconda tragica retrocessione  e mentre stringi il tuo vicino di posto in quel catino rovente a Recife o per strada a Porto Alegre, nella speranza che Galatto pari, ti rendi conto forse che il peggio non è ancora passato. O almeno così credi. Prima del rigore, Mano Menezes, allora allenatore del Gremio e oggi CT del Brasile, effettua l'ultimo cambio a disposizione, toglie l'attaccante uruguaiano Lipatin e inserisce il centrocampista Marcelo Oliveira.

Ademar può finalmente battere il rigore, Rodrigo Galatto con la forza della disperazione, para e manda la palla in angolo. Il Nautico cerca di reagire immediatamente con il calcio d'angolo, mancano ancora dieci minuti in 11 contro 7, si portano in avanti diversi calciatori in maglia rossa, quel calcio d'angolo con quella superiorità numerica, vale quasi quanto un altro penalty. La palla viene però respinta dalla difesa gremista e finisce tra i piedi del 17enne Anderson che scambia con Marcelo Costa che chiude il triangolo, lanciando il  futuro calciatore di Porto e Manchester United verso la porta avversaria, la corsa di Anderson viene fermata dal centrale del Nautico Batata, intervento che costa al calciatore il secondo giallo. 10 contro 7 e punizione per il Gremio nella metà campo del Nautico a 9 dalla fine. Il calcio piazzato è battuto in tutta fretta dal Gremio, viene servito lo stesso Anderson, la difesa del Nautico è sorpresa, Anderson entra in area e a tu per tu con Rodolfo non sbaglia.

A 9 dalla fine in 7 uomini il Gremio  è in vantaggio sul campo del Nautico. I padroni di casa storditi provano a rovesciare il risultato, dopo 9 minuti arriva puntuale il fischio di Djalma Beltrami, il Gremio vince il campionato di serie B ma cosa più importante, è promosso in serie A (insieme al Santa Cruz vincente 2 a 1 sulla Portoguesa). Se sei un tifoso del Nautico quando Djalma Beltrami fischia, non ti rimane che arrotolare le bandiere, farti solcare il viso dalle lacrime e prendere da sconfitto la strada di casa, maledicendo quel crudele, atroce e sadico sport chiamato calcio. Se sei un tifoso del Gremio quando Djalma Beltrami fischia, non ti rimane sventolare le bandiere, farti solcare il viso dalle lacrime di gioia e tornare vincitore verso Porto Alegre, benedicendo quel meraviglioso, straordinario, entusiasmante sport chiamato calcio.



lunedì 19 novembre 2012

A.C.A.B.


In un paese in cui i lacrimogeni sparati dai celerini rimbalzano sui cornicioni e sui soffitti delle stanze del Ministero della giustizia, e poi piovono come missili in testa ai manifestanti assumendo traiettorie ondulate. In un paese in cui i proiettili sparati verso il cielo dai carabinieri in segno di pace colpiscono sanpietrini e deviano il proprio percorso finendo con l’ammazzare la sua meglio gioventù, che poi se proprio non vuole morire la si schiaccia col defender o ancor meglio la si colpisce a sassate in testa, magari per sottolineare che il foro d’entrata del proiettile era sporco di materiale pietroso. In questo paese può succedere che un questore di Catanzaro, che è un po’ come un giudice in Danimarca, tutti lo cercano e spesso non si trova, decida di affibbiare un Daspo a un calciatore, reo di aver manifestato la propria opinione, nello specifico differente da quella del questore e dei suoi colleghi. In realtà non è la prima volta in assoluto che tale provvedimento, di solito usato incostituzionalmente nei confronti dei tifosi, è esteso a un tesserato, anzi. Solo pochi mesi fa anche Gaetano Iannini, centrocampista classe ’83 del Casale, lo aveva subito. Il problema è che il giocatore nerostellato, dopo aver protestato per la conduzione di gara dell'arbitro a conclusione di un rovente match contro l’Entella, ha cominciato a spintonare le guardie che difendevano la giacchetta nera (tutto torna, quella degli sbirri che proteggono le divise e le anime nere è un’altra costante del paese di cui sopra) e ha preso poi a calci un operatore della polizia scientifica che riprendeva la scena con una telecamera. Iannini è stato quindi denunciato per violenza e resistenza a pubblico ufficiale, e poi gli hanno rifilato il Daspo. Ma quello che è successo oggi ha dell’incredibile.




Pietro Arcidiacono, destinatario del Daspo della durata di 3 anni emesso dal questore di Catanzaro, non ha mai fatto del male a nessuno, anzi. Ha solo espresso una sua idea, per altro anche abbastanza condivisibile. Lo scorso fine settimana, dopo aver segnato il terzo gol di una meravigliosa tripletta con la maglia del Cosenza sull’ostico campo del Lamezia Terme, il 24enne attaccante è corso verso la panchina dal fratello, anche lui tesserato cosentino, che gli ha consegnato per i festeggiamenti una maglia con scritto “Speziale innocente”. Tutto qui. Il problema è che ‘lo Speziale’, come recitano i rapporti redatti dai questurini, sarebbe colui che la sera del 2 febbraio 2007 uccise l’ispettore Filippo Raciti negli scontri seguiti a Catania-Palermo. Lo fece alla tenera età di 17 anni, tirando in testa all’ispettore un lavabo divelto dall’interno dello stadio. O almeno questa è la dinamica dei fatti accertata dalla Giustizia italiana nei suoi tre gradi di giudizio. La maglietta sfoggiata da Arcidiacono segue infatti di pochi giorni la sentenza della Cassazione che passa in giudicato la condanna per Antonio Speziale ad otto anni di carcere. E fa niente se è la medesima giustizia che ha sempre sostenuto che Pinelli si fosse buttato da solo da quella stanza, in una sera infame come la colonna di picchiatori che lo aveva ammazzato. E fa niente se è la medesima giustizia che ha cercato di proteggere gli esecutori materiali dei propri aprioristici verdetti di diseguaglianza sociale nei recenti casi di Stefano Cucchi e di Federico Aldrovandi. E fa niente se anche nello specifico processo Raciti ci sono troppe parti oscure, come i 7-8 secondi di buio video che passano tra le immagini di Speziale col lavandino in mano e quelle di Raciti a terra. E fa niente se non sono mai stati accolti i ricorsi della difesa, le loro perizie volte a dimostrare che lo sfortunato ispettore, anche lui vittima innocente di un sistema retto dalla repressione, potesse essere stato invece ammazzato dalla camionetta di un collega.




Ma poi cosa importa se Speziale è innocente o colpevole, non è questo il punto. E il punto non è nemmeno che quella maglietta, come raccontato dal medesimo Arcidiacono, sia stata solo un atto di solidarietà verso Antonio Speziale, un ragazzo che il calciatore conosceva benissimo, perché entrambi sono nati e cresciuti nel medesimo quartiere di Catania, là dove le forze dell’ordine si guardano bene dal far rispettare la legalità o addirittura dall’educare ad essa, troppo impegnati a randellare pesci piccoli perché gli squali possano scorrazzare tranquilli e indisturbati nei mari della corruzione politica. Il punto è che mentre la Figc apre un’inutile inchiesta che va ad assommarsi alle migliaia in atto su partite comprate, vendute e regalate, sia invece un questore ad emettere il Daspo nei confronti del ragazzo dopo la fortissima pressione esercitata dal Coisp, lo stesso sindacato di polizia che ha sempre difeso e protetto il cecchino in divisa Spaccarotella, che una domenica di cinque anni fa si divertì a sparare ad altezza uomo verso una macchina in cui placido dormiva Gabriele Sandri, tifoso. Perché ad alcuni uomini in divisa è permesso picchiare, violentare e financo uccidere, quasi sempre impuniti. Ad altri invece non è consentito di manifestare la propria opinione, per le strade o nelle curve. E da oggi nemmeno con una maglietta di solidarietà, oltretutto dopo aver segnato una tripletta sull’ostico campo di Lamezia Terme, il sogno di ogni ragazzino che abbracciando la vita ha sempre voluto rincorrere un pallone con gli amici, ma chissà perché, non ha mai desiderato indossare una divisa.

giovedì 15 novembre 2012

Prêt-à-Football Vol. 2

DA ISTANBUL A BUENOS AIRES PASSANDO PER PESCARA: IL VIAGGIO DI LACRIME DI BORGHETTI NEL PRET-A-PORTER PALLONARO CONTINUA. I GUANTI IN PELLE E I LACCETTI PER GLI OCCHIALI, SENZA PASSARE DAI BOMBER DI FERGIE QUANDO ALLENAVA L'ABERDEEN. MA CHI SAREBBE DISPOSTO A TATUARSI UN MAGO SULLA SCHIENA?

Marcelo Bielsa
Marcelo Bielsa: L'Athletic stenta questa stagione, complice il disamore tra il tecnico rosarino e la punta Llorente (che in molti vedono già in bianconero). Dell'allenatore dell'Athletic Bilbao non vorrei  sottolineare la passione per Muniain (legittima) o la tuta sociale grigio cemento sfoggiata ogni domenica (sono scelte..), bensì il particolare del laccetto agli occhiali (nella versione classica e non lo sportivo e - se vogliamo - volgare Hobie Cat). Oggetto sublime il laccetto per gli occhiali, troppo presto indecorosamente dimenticato dalle mode.

Rudi Garcia: Non credo Les Dogues quest'anno possano ripetere i miracoli degli anni passati, vuoi per lo strapotere del PSG vuoi per la scarsa forma di Tulio De Melo. Rudi Garcia, l'artefice di quei miracoli, l'allenatore che aveva creato il mito del Barca del Nord  raramente porta la cravatta. Più spesso lo ammiriamo con dolcevita grigio metallico o addirittura nero. Ci sta, è in linea con il personaggio. Un pò trascurato, invece, il colletto della camicia quando arriva la bella stagione.

Perdere la testa. Definitivamente.
Jurgen Klopp: Il Mago del Borussia Dortmund che incanta tutt'Europa è uomo dal look indecifrabile. Nonostante non ne esca malissimo quando si mette il vestito, predilige un abbigliamento più "casual". La verità è che le polo e i giubbotti Kappa del Borussia sono fichi, come erano fichissime le tute Nike degli anni passati. Ogni indumento del Borussia Dortmund con il giallo fluorescente/acceso è figo.

Alex Ferguson: Evitando di ritornare sul meraviglioso piumino Adidas dei tempi dell'Aberdeen, mi limito a dire che Fergie sembra nato per avere una Regimental al collo. La più inflazionata è quella con la riga nera bordata da righe argento su sfondo cherry red. Un particolare che si nota in alcune foto: il cotone rosso a tenere i bottoni nella manica della giacca. Al polso l'Hublot King Power, edizione Red Devils.

Vladimir Petkovic: Secondo me Petkovic ha un suo perché. Nell'insieme, risulta elegante, sia nel vestire sia nei modi. Secondo altri, lui, come alcuni slavi (tra cui il padre di Djokovic) "ha l'aria da perfetto abitante di Roma Nord, uno da Fleming, che fa colazione da Fiocchetti, ha lo scooterone e un pastore tedesco". La cravatta della Lazio non è male, con una semplice tripla linea (bianco, oro e celeste) su sfondo quasi turchese. Non mi piace lo stemma minuscolo nella parte posteriore. Gli abiti sono a firma Boggi Milano: non si inventano niente, quindi funzionano. Anche qui, però, lo stemma sul taschino sembra troppo marcato. Geniale l'abbinamento blazer blu/pantalone beige di inizio stagione.

Fatih Terim
Fatih Terim: Purtroppo l'allenatore del Galatasaray è spesso costretto a cravatte improponibili a righe con i colori della squadra di Istanbul. Meglio come visto recentemente in Champions League: un ton-sur-ton cravatta/completo/cappotto azzeccatissimo e il guanto di pelle nera.

Giovanni Stroppa: Personalmente ritengo che Stroppa al Pescara stia facendo il suo, non mi schiero con quelli che vorrebbero un esonero del tecnico lodigiano. Purtroppo, però, ritengo anche che la tonalità di grigio scelta dal Pescara per l'abito sociale non c'azzecchi nulla con i colori di Stroppa. Non gli dona. Serve un blu marina.

Matias Almeyda: Il suo River Plate si è visto sfuggire il Superclasico all'ultimo minuto (gol di Erviti). Lui, che recentemente ha rilasciato dichiarazioni shock riguardo il suo passaggio da Parma, in campo si presenta sempre con un look molto casual-domenicaafarlevascheaViadelCorso. Jeans, camicia e maglione. Eh si.. perché Almeyda della camicia è il Re: viola a righe bianche spesse, turchese, a quadri stretti, da boscaiolo glam newyorkese.. ecc ecc. Al polso un Rolex Sea Dweller, alle dita diversi anelli. Fin che piace alla moglie Luciana..

Matias El Pelado Almeyda

lunedì 12 novembre 2012

CURVA SUD BRUXELLES, splendori e miserie di un derby vissuto all'estero


Vedere un derby all'estero non è mai piacevole, anzi vedere un derby non è mai piacevole è una sofferenza sorda e immeritata, ripagata, solo a metà, dalla eventuale vittoria finale. Di solito nelle mie permanenze all'estero ho sempre preferito un approccio solitario al derby: ricordo quello finito 3-2 col gol di Berahmi (un gol pesante come uno scudetto, visto che la Roma lo perse di un punto quell'anno) in un bar squallido su calle diego de leon a Madrid, dove dovetti litigare con una signora che beveva DYC (il whiskey prodotto a Segovia, orgoglio della Spagna autarchica e franchista) con coca cola e insisteva per vedere una specie di "bellissimo di rete 4" su un altro canale. Ricordo la dolorosa sconfitta dell'aprile 2010, dove la punizione di Vucinic diede una vittoria che profumava di scudetto (grazia al cielo sfumato anche questo) alla Roma di Ranieri, vissuta in una pizzeria di immigrati (quando ancora non si chiamavano Expats) siciliani.
A Bruxelles questa volta, in maniera del tutto inconsapevole, ho vissuto un'esperienza completamente diversa finendo per vedere la partita in mezzo ad almeno 200 romanisti al Pub De valera's di Place Flagaey. Avevo pensato di evitare per il derby di andare al bar che di solito mi ospita (il fat boy's di Place Luxembourg), dove il calcio ha un ruolo ancillare rispetto al football americano e dove devo condividere bancone e sgabello con i soliti tifosi della premier, in particolare un inglese, uguale a tracy chapmann ma con voce più effeminata,  tifosissimo del Tottenham, per recarmi nel confortevole pub che porta il nome del primo presidente della Repubblica di Irlanda. Arrivato al pub, e guadagnato un tavolo in compagnia di un amico berlinese in visita per il weekend, mi sono reso conto di essere circondato da tifosi della Roma. Non che mi aspettassi il contrario, anzi, ma non immaginavo una simile sproporzione, Bruxelles, infatti, è pur sempre la città che ospita la tomba del fondatore della Lazio Luigi Bigiarelli. L'errore però è stato mio, bastava un giro su google per scoprire che al DeValera's si riunisce la "Curva Sud Bruxelles" il gruppo di expats (quelli che un tempo si chiamavano emigranti) di fede giallorossa. Al gruppo vero e proprio era riservata una sala apposita, tappezzata di drappi giallorossi e impreziosita da uno striscione col nome del "gruppo" e un simpatico "Aho" -esclamazione eletta quale epitome della romanità gagliarda e caciarona, bonaria e insolente a cui i tifosi giallorossi ("aho, ste cose solo a Roma") sono molto affezionati – e una scritta goliardica che paragonava la Roma ad un – faticosissimo – "orgasmo infinito".
La sala, calda, sudata, chiusa dalle bandiere, non faceva che confermare le mie teorie sul carattere marcatamente infantile dei tifosi della Roma, costantemente alla ricerca dell'attenzione altrui, rumorosi puer che non possono fare a meno di riunirsi in luoghi che ricordano l'utero perduto come, questa sala, o il circo massimo nella capitale.
Naturalmente io non ero seduto lì, ma nella sala principale; il tavolo giusto davanti al mio però era lo stesso una perfetta summa dei tratti del tifoso romanista delineati da Dionigi nel suo post sullo stadio. Era composto da un pelato, un roscio col pizzetto, un altro pelato con una t-shirt azzurra oggetto di scherno da parte degli altri per la scelta cromatica e, infine, due romanisti del nord, probabilmente veneti, felici di poter vivere il loro tifo giallorosso senza complessi. Tratto comune del simpatico gruppo di amici, tranne l'eretico in azzurro, era indossare la maglietta del capitano.
Ora, se c'è una categoria di persone da disprezzare, a prescindere da ogni fede, sono i tifosi da pub, quelli che vivono la partita nel bar come se fossero allo stadio. Ma ancora peggio sono quelli che vanno al pub bardati con sciarpa e bandierone. La messa cattolica in tv, non a caso, la vedono solo gli anziani o gli ospedalizzati, purtroppo nel calcio questa sana divisione si è, da tempo, perduta.
 La prima mezzora di partita è stata l'apoteosi del roscio col pizzetto, battute, esclamazioni, i soliti cliché tipo: "a burini", o a "a fenomeni", "daje Francè" e, infine, una perla di umorismo: "se  chiama Onazi, gioca nella Lazio, me è nero", questo presunto paradosso lo deve aver molto divertito e la battuta l'ha voluta sottolineare con una lunga risata sdrucciola agganciata alla fine della freddura. Questi expats – un tempo li avremmo chiamati emigranti – naturalmente non sono funzionari delle istituzioni, gli eurocrati o odiano il calcio o hanno sky italiana in casa. Le loro case sono delle piccole appendici di Italia, romantiche botteghe di souvenir, dove si respira l'aria di casa e Bruxelles non diventa che un lontano ricordo. Questo gruppetto apparteneva certamente ad una casta più bassa, probabilmente informatici e quadri di qualche multinazionale, sottoproletari che hanno studiato, ma che sono dovuti partire per avere un buon lavoro, abbandonando le loro camerette coi poster di falcao, totti e bob marley e i loro appartamenti situati su quella che Dionigi chiamò "la direttrice Piazza Irnerio-Via Baldo degli Ubaldi-Via Candia", gente che se avesse potuto sarebbe rimasta lì, passato i weekend nella casetta in un paese della a24 (Vicovaro Mandela; Carsoli) e avrebbe visto Brignano o Antonio Giuliani almeno due volte all'anno (una all'aperto in estate).
Fino a che la Roma ha giocato (prima che la pioggia rendesse solo a lei impossibile giocare e le condizioni del campo peggiorassero solo per i giocatori della Roma ovviamente) l'attenzione, il pathos, le urla e le battute non sono mai calati, con il venire fuori della Lazio e le reti biancazzurre l'atmosfera è mutata radicalmente. Dalla curva sud si è tornati alla realtà brussellese. Non a caso, ho ricominciato a sentire parlare di lavoro, di weekend da pianificare per tornare a Roma e di derrate alimentari che stanno finendo ("aho ma quer pecorino che avevi portato? Sta a finì? – eh si a forza di darlo a tutti").
Il momento della verità è stato la sosta al bagno nell'intervallo, il roscio era lì ad inveire contro De rossi "se ne annasse sto stronzo, ha rotto il cazzo", "già però pure er Boemo…" gli faceva eco un tizio con la north face e la coppola.
Povero De Rossi, il capitan futuro che non sarà mai capitano, troppo  poco ruffiano per essere amato, un po' rosicone, colpevole di aver alzato il gomito in campo e nella vita, sarà costretto ad una damnatio memoriae che neanche Giannini.. Antidivo, un po' fascista e malavitoso più che il gemello di Totti è il suo lato oscuro e più vero, quello che il puer romanista non potrà mai apprezzare….
Dopo il 3-1 di Mauri i primi ad andare via sono stati i romanisti del nord, coprendo la maglia di Totti con un maglione hanno salutato gli amici, intimato al pelato con la maglietta celeste di non ripetere una simile  accostamento cromatico e hanno guadagnato l'uscita.
L'ultimo sussulto del bar è coinciso con il gol di Pjanic, una di quelle punizioni che alla playstation facevano arrabbiare i nostri amici scout, e l'occasione mancata da Osvaldo dove l'intero Pub ha gridato al gol, ed ha riassaporato, per un attimo, l'orgasmo infinito; in quel momento ho avuto la lucidità di fermarmi e guardarmi intorno, vedere quei pile quechua gonfiarsi, le sciarpette tornare a ruotare, per poi scemare ancora una volta come la schiuma morbida di una buona pinta belga.
Nel finale sono andato in bagno e mi sono fermato a vedere la saletta della "curva sud" i volti tesi, delusione, mani sul volto, gomiti sulle ginocchia, solo un "fascisti di merda" rivolto alla curva della Lazio è stato l'ultimo rigurgito di tifo prima del fischio finale.

Sulla partita poco da dire: la Roma prigioniera dell'inutilità del 433 zemaniano, oramai una ex utopia calcistica diventata barzelletta, aggravata, per giunta, dalla barcellonite. Già perché se si sporca la verticalità zemaniana con il fraseggio accentuato al limite dell'area ci si riduce veramente all'indigenza tattica, spalancando la porta a qualsiasi tipo di contropiede. La Lazio ha fatto il suo, quando può disporre di tutti gli effettivi ha cinismo e qualità sufficiente per mettere in difficoltà chiunque. La differenza sta ovviamente negli allenatori, Petkovic fa ancora calcio, per Zeman tutto questo è una scusa per andare in sala stampa, per la prossima sparata, per il prossimo paginone su un giornale, per la prossima perla di saggezza e moralità che questa variante calcistica di un Saviano o di un Travaglio si sente sempre in dovere di regalarci. Mi meraviglio che non abbia tirato in ballo il coinvolgimento di Mauri nel calcio scommesse, forse non gli è venuto in mente, ma magari lo farà… speriamo.
Mentre il bar si svuotava, sono rimasto a finire la mia birra guardando gli Italiani uscire e lasciare il posto ai fan della premier league, per lo più gente dell'est che ha eletto quel campionato come proiezione di quello che vorrebbero essere e non sono e di quello che vorrebbero avere e non avranno. Ecco allora polacchi del liverpool, Ungheresi del Chelsea prendere posto per tifare per le "loro" squadre.
Non rimaneva altro da fare che pensare di dover visitare nuovamente la tomba di Bigiarelli per ringraziarlo  

venerdì 9 novembre 2012

43 secondi


43 sono più o meno i secondi che passano dalla trasformazione del penalty di Willie Sagnol, all'esecuzione vincente del calcio di rigore di Fabio Grosso. Che poi mi sono sempre chiesto: "Ma che cazzo avrà pensato in quei 43 secondi?". Cosa pensi, quando sei a undici metri dalla conquista di un Mondiale? Cosa si pensa quando ci si ritrova improvvisamente sul groppone 50 milioni di persone che, a chiappe strette, hanno gli occhi incollati solo su di te? Cosa pensi un secondo prima di prendere la rincorsa?

Sembrano domande stupide e scontate, il problema è che non riesco trovare una sola intervista a Fabio Grosso che soddisfi la mia curiosità. Semplicemente, perché, dopo quei 43 secondi, Fabio Grosso non se lo è cagato più nessuno. Che poi è assurdo se si pensa che siamo lo stesso paese che riguarda ancora con la lacrimuccia il rigore di Baggio e si scalda il cuore ripensando allo sguardo pallato di Schillaci mentre  ricorda perfettamente a casa di chi stava e cosa aveva mangiato la sera di quel 4 a 3 alla Germania. La passione per Fabio grosso è durata il tempo neanche di un mese, come un amore estivo, una cottarella di un paio di settimane che si conclude con un ti scriverò, ti chiamerò. L'Italia però Fabio Grosso non l'ha più richiamato. Quel Mondiale è suo, dal rigore contro l'Australia passando per il goal alla Germania e finendo con il tiro dal dischetto contro la Francia. Si doveva capire dalla regia televisiva di quella sera, invece di seguire la reazione di Grosso, staccherà sui calciatori azzurri a centrocampo, perdendosi la leggendaria corsa di Fabio verso il settore dei tifosi azzurri dalla parte opposta del campo. Lo stacco della regia è la foto di ciò che sarebbe successo in seguito: un secondo prima: "Dai Fabio, forza Fabio", il secondo seguente: "Bravo Cannavaro, grazie Pirlo, che grande Totti con una gamba in meno, che parate Buffon, che grinta Gattuso, quanto ha corso Zambrotta, fantastico Materazzi, che bello il gol di Del Piero ai tedeschi ecc, ecc..".


Fabio Grosso è stato decisivo almeno quanto Paolo Rossi nel 1982.. eppure, nessuno ha mai celebrato quel suo torneo perfetto. Il perché è sempre stato un mistero per me. Forse Grosso è un calciatore privo di appeal: non aveva, fino al 2006, mai fatto parte di squadre che contano, non ha mai avuto pettinature da pagliaccio, non è mai stato con una velina, mai nessuna rissa dentro o fuori dal campo, probabilmente non aveva e non ha figli con nomi improponibili tipo Kevin-Luis-Sebastiano o Chantal Oceano Mare. Una faccia anonima, un antidivo per eccellenza, un uomo comune.  Fondamentalmente di  Grosso non sappiamo proprio nulla. Si.. è nato a Roma per poi (credo) trasferirsi in Abruzzo. Punto. Del resto della rosa (che conta) del 2006 sappiamo: vita, morte, miracoli e parte dell'albero genealogico. Del calciatore pre-Perugia si sa che ha giocato nel Renato Curi e nel Chieti come trequartista. Ecco magari, in quei 43 secondi Fabio Grosso ha ripensato a quando Serse Cosmi lo spostò dalla 3/4 di campo alla fascia sinistra: senza quella mossa, magari inizialmente indigesta, quel 9 luglio non si sarebbe trovato sul dischetto. Probabilmente no. Allora forse pensava alla sua carriera in discesa nel caso l'avesse messa alle spalle di quella faccia di minchia di Barthez, ai contratti pubblicitari, alle standing ovation nei vari stadi italiani, al Mondiale 2010 giocato non più come sorpresa ma come punto fermo.

Come poteva immaginare che la sua carriera non sarebbe migliorata più di tanto, che sarebbe stato lasciato inspiegabilmente a casa da Lippi alle soglie del Mondiale sudafricano e che sarebbe stato trattato dal resto d'Italia come un Simone Barone qualunque. A tal proposito - piccola parentesi - mi piacerebbe anche chiedere a Simone Barone se ha mai superato il trauma di quel mancato assist di Pippo Inzaghi (fateci caso: il tracollo di Barone comincia da là). Magari Fabio in quei 43 secondi ha ripensato all'esultanza rabbiosa di Sagnol, di qualche secondo prima, a quel suo : "Allez!" (i francesi sembrano checche isteriche pure quando fanno i duri), come a dire: "Dai che il prossimo sbaglia  e ce la facciamo", ha ripensato alle parole di Domenech, alla testata di Zidane a quello scippo del 2000 o magari a vendicare quei maledetti rigori del 1998, persi contro una squadra che aveva come centravanti Guivarc'h, magari si è chiesto anche a che cazzo serva l'apostrofo prima della lettera H in Guivarc'h. Per me in realtà, Fabio Grosso proprio come molti di noi, in quei 43 infiniti secondi, non pensava proprio a nulla, se non forse a dove indirizzare il tiro. Stop. Oggi Fabio, dopo due anni da fuori rosa nella Juve è svincolato e frequenta il corso allenatori di Coverciano.
Non sapremo mai, cosa pensò, almeno finché qualcuno non si degnerà di chiederglielo. Quello che sappiamo di certo è che, almeno una volta al giorno ovunque sia, Fabio Grosso  ripensi a quando quella volta nel 2006, anche se solo per 43 secondi, fu l'eroe di una nazione intera, che si dimenticò di lui nel giro di 11 miseri metri.

lunedì 5 novembre 2012

Il Nesat del lunedì (secondo Bostero)


Yuto
1) Crolla la Vecchia Signora. Crolla di gambe e di savoir-faire. Crollano l'imbattibilità e, si dice, il sarcasmo di Marotta nel prepartita (lui, però, smentisce.. nel postpartita). Per una volta, si è vista una squadra stanchissima e sfilacciata, poco vogliosa di correre nella metà campo avversaria. Stramaccioni non vince con le 3 punte ma con le 3 punte si aiuta eccome. Ora.. al di là del risultato e del campionato riaperto (?).. qualcuno mi spieghi che cosa si dicono in continuazione Yuto (per me, un Signor Terzino) e Cassano.. con tanto di inchino..

2) Seriamente preoccupato per il Bologna. O si inventa qualcosa ogni volta Diamanti o niente. Ma niente proprio. La situazione è aggravata dal ritmo impressionante delle dirette concorrenti, che i 3 punti spesso li fanno. Cavolo, Pescara e Siena non me le aspettavo con così tante vittorie nelle prime 10 giornate.

Alzala la gamba..
3) Sconfitta in casa per il Paris Saint Germain di Ancelotti. Impressiona sempre più Verratti (solo due tocchi. Riceve, appoggia. Riceve, appoggia..) e la crescita di Menez. Meno bene Pastore, che ormai sembra un trequartista qualunque. Il PSG perde anche perchè, sotto 1 a 0, rimane in 10: follia Ibra. Che poi finge pure di essersi fatto male al ginocchio per evitare il rosso. Aubameyang ringrazia e raddoppia.

4) Vola l'AS Roma di Michael Bradley. Ne rifila 4 al Palermo - che però, va detto, non è sceso in campo.. forse manco è arrivato all'Olimpico.. - dopo aver visto il Catania strapazzare la Lazio senza Klose. Settimana intensa quella che porta al derby.

5) A proposito di Catania, pazzesco il gol del Papu Gomez.

6) Chi glielo dice a Neymar che se anche non rilascia una dichiarazione ogni 3secondi3 su Messi e il Barcellona stiamo bene uguale. Davvero.

7) Bestiale il rendimento di Van Persie allo United. Certo.. Van Persie non è Grant Holt, però convince lo stesso.

Roberto Soldado
8) Vetta solitaria per il Barcellona con la peggiore difesa di sempre (Adriano, Villa e Alba). Crolla l'Atletico a Valencia - Dionigi parla di un supergol di Soldado via sms - e rimane staccato di 8 punti il Real (facile contro il Saragozza: chi l'avrebbe mai detto..). La vera notizia è che nella stessa giornata non segnano nè Messi nè Falcao nè Cristiano Ronaldo. Si rialza il Bilbao con una doppietta di Aduriz a Granada. Sprofonda l'Osasuna, sconfitto in casa dal Valladolid.

9) Detto del Lanciano corsaro a Vicenza (ebbene si.. LdB simpatizza per il Lanciano.. potete anche immaginare perchè..) e preso atto del successo del Livorno.. la vera domanda è: ce la farà il Sassuolo - squadra preferita di Dionigi - questa stagione? Stasera big match a Verona tra i neroverdi e l'Hellas.

10) Non mi ha convinto più di tanto Io e Te di Bertolucci. Poco credibile la storia. Però mi piace Tea Falco.