mercoledì 31 ottobre 2012

Guida galattica allo US Soccer #6


Brigham Young
Fondata da Joseph Smith nel 1839 a Fayette (Stato di New York), la Chiesa di Gesù Cristo dei Santi degli Ultimi Giorni è la principale componente della confessione religiosa cristiana mormone.
La peculiarità degli insegnamenti di questa Chiesa la distingue da altre confessioni cristiane e per lungo tempo ha fatto sì che i fedeli di questa confessione vennissero perseguitati nei vari territori degli attuali Stati Uniti dove erano insediati (tra gli altri, Ohio, Missouri, e Illinois, dove i membri della Chiesa costruirono la città di Nauvoo).
Lo stesso Joseph Smith venne ucciso - meglio, linciato - quando detenuto nel carcere di Carthage.

Successivamente all'uccisione del fondatore e primo Presidente della Chiesa ed all'emanazione da parte dell'allora governatore dello Stato del Missouri, Liburn Boggs, del Missouri Executive Order 44, il quale prevedeva lo sterminio dei mormoni in quanto apertamente e dichiaratamente in sfida alle leggi, i vertici dei Santi degli Ultimi Giorni organizzarono un'imponente migrazione dall'Illinois e dall'Iowa verso ovest e sudovest, attraverso le Montagne Rocciose.

La prima spedizione, guidata da Brigham Young (successore di Smith come Presidente della Chiesa) partì nella primavera del 1847 e, dopo aver fatto tappa a Fort Laramie, arrivò nella valle del Grande Lago Salato, al tempo occupata da tribu di nativi americani quali Ute e Shosone. Si narra che Young già avesse visto quel luogo in una visione e quindi, una volta arrivato nella valle, non esitò a sceglierla come punto di arrivo della spedizione. Così nacque Salt Lake City.

John Stockton (gran braghini)
Salt Lake City è la capitale dello Utah e ospita una rapida crescita demografica. Mentre negli anni Novanta ha vissuto l'NBA dell'asse Stockton-Malone, nel 2002 è stata la sede dei Giochi Olimpici invernali.
Contornata da paesaggi spettacolari, si dice che non sia facilemente visitabile a piedi a causa degli spazi troppo ampi.
Ora.. tralasciando inutili dissertazioni sulla poligamia (praticata per una quarantina d'anni fino alla fine dell'Ottoccento dalla Chiesa di Gesù Cristo dei Santi degli Ultimi Giorni - potete magari approfondire con la visione di Lo Chiamavano Trinità) e non conoscendo nessuno dei personaggi che Wikipedia propone come nati a Salt Lake City.. tanto vale passare direttamente a parlare del Real Sal Lake, la squadra di calcio locale.

Il Real Salt Lake nasce nel 2005, prendendo il posto degli Utah Blitzz (squadra che militava nelle serie minori statunitensi). Per reggere l'impatto con la massima serie americana, il Real - il nome è preso, chiaramente, dal calcio spagnolo - ingaggia da subito nomi altisonanti, gente di provata esperienza, come Mathis e Pope, ma i risultati non arrivano.

Solamente nel 2008 la prima partecipazione ai play-off. Poi. l'anno successivo la sorprendente vittoria del campionato ai danni dei Los Angeles Galaxy di Beckham. Protagonista Robbie Findley (con 12 gol - passerà anche da Nottingham dopo la tappa nello Utah). Nel corso degli anni, tra le file del Real, oltre ai già citati, hanno giocato nomi del calibro di Freddy Adu, Alecko Eskandarian (quello della Red Bull sputata. Il nome è figo. Ha origini iraniane) e l'armeno Movsisyan.

Dal 2005 al 2008 il Real ha giocato le partite casalinghe al Rice-Eccles Stadium, ora gioca al Rio Tinto Stadium, località Sandy, un sobborgo di Salt Lake City.
Alcune curiosità riguardo Los Monarcas.
La principale rivalità è con i Colorado Rapids mentre il principale gemellaggio è quello con il Real Madrid.
L'inno della squadra è "The Mighty R-E-A-L" dei Meg & Dia, gruppo indie-rock da Draper. La canzone passata dopo ogni vittoria è, invece, "Iron Lion Zion" di Bob Marley.
L'attuale capitano è Kyle Robert Beckerman. La mascot il leone Leo.

Il Real Salt Lake si è classificato secondo in stagione regolare a Ovest (a -9 da San Jose) e nei prossimi giorni giocherà la Semifinale di Conference contro Seattle.

Infine, Salt Lake City è stata di recente nominata da Leisure & Travel "one of the top burger cities in the country". Salt City Burgers & Co. serve - dicono - il miglior bacon burger di Salt Lake City e dintorni (lo torvate sia a Sandy che a Bountiful).

Salt City Burgers & Co.

lunedì 29 ottobre 2012

Fa freddo!



Innanzitutto, colgo l'occasione per chiedere venia per l'interruzione di una serie di dotte ed interessanti discussioni, nonché per la mia prolungata assenza dal blog. Come se non bastasse, intervengo dopo tanto tempo con una nota di attualità, tutta polemica ed isterismo, e con buona dose di rozzo provincialismo.

Non vorrei che stessimo perdendo il senso della (ir)realtà - ovvero del campionato più bello del mondo (!), la Serie A - e pertanto vi riporto alcune brevi e concitate riflessioni figlie della splendida serata passata domenica sera all'Olimpico.

In generale, poco da dire sui risultati del week end appena passato, tutto secondo copione e nessuna sorpresa.
La Juventus va in Sicilia, ruba e torna a casa. Già visto, grazie.
Idem come sopra il Milan contro un Genoa che rischia di fare punti a Milano (pare che Preziosi era pronto ad esonerare anche Del Neri in caso di successo dei rossoblu). L'Inter strapazza il Bologna, la Fiorentina la Lazio, la Roma - ed arriviamo al punto - in mano ad uno splendido pazzo butta l'ennesima stagione nel cesso.

Mi concentrerò sul fenomeno Roma, di cui ormai per apatia o avvilimento non si parla più.

Premessa: in una società di calcio normale, uno stronzo che perde due partite in case su cinque passando da 2-0 a 2-3 con due squadre che lottano per la salvezza, va a casa con un certa solerzia. Se poi tale squadra riesce a prendere n. 16 reti in 8 partite disputate, il grande salto dovrebbe avvenire senza granché approfondire.

Ad abundantiam, aggiungerei che la suddetta squadra vanta in rosa alcuni modesti giocatori che rispondono al nome di Totti, Osvaldo, Lamela, Destro, De Rossi, Pjanic, Castan, Stekelenburg, Burdisso, Balzaretti e chi vuole continuare la lista continui pure.

Per inciso, sono del parere che quasi tutti i sopraccitati sarebbero potenziali titolari in qualsiasi squadra italiana. Sono del parere che la rosa della Roma sia a pieno titolo tra le prime 3/4 del campionato.

Breve excursus storico poi, vi giuro, vado al punto.

Mi allontano dall'Olimpico sotto la grandine che picchia forte fuori e dentro di me. Mi riparo sotto un albero; potrei anche chiudere la serata con un fulmine - penso - ma cazzo non può andare tutto in merda dal 30' del primo tempo in poi. Inaspettatamente, in tasca ho ancora un Borghetti. Tutto chiaro, sono solito tenerne uno da bere a fine partita in caso di successo. A casa infatti ho un armadio di borghetti inbevuti collezionati negli ultimi anni.

Lo bevo lo stesso e volo a casa. Festeggio dopo, penso. Con la bile al cervello per l'incazzatura accendo la TV ancora zuppo di pioggia, penso che dopo una debacle del genere stia avvenendo il finimondo e questa volta voglio proprio vederlo.

Inaspettatamente, scopro che il boemo è del parere che alla Roma mancano 7 punti per colpa degli arbitri; per il resto, tutto ok.
Interviene però Baldini. Ecco fatto - penso - ora li manda in ritiro nella miniera di Butugycheg.


Nient'affatto: è solo un momento difficile, vede delle qualità. Lavoriamo tutti insieme insiste. Il Mister non è in discussione. Ne usciremo.

- VAFFANCULO - Spengo.

Ricapitolando: avanti tutta come se nulla fosse.

La solfa è la solita: date tempo al Maestro, la squadra deve trovare i suoi equilibri e tempi di gioco.

Voglio bene a Zeman: troverà i suoi equilibri, auspicabilmente tra marzo ed aprile, camminando sui cadaveri di chi nello spogliatoio lo avverserà. Ha le palle. Poche chiacchiere.

Mi chiedo però: a chi giova questo gioco al massacro?

La verità è che la dirigenza giallorossa ad oggi ha le mani legate: non può permettersi di mandare a casa Zeman, pena dover andare a casa tutti insieme, per essere riuscita nell'eroica impresa di toppare allenatore due volte in dodici mesi.

Sia chiaro, io reputo Baldini e Sabatini due ottimi conoscitori di calcio e professionisti ma, passatemi il termine, l'impressione è che avrebbero bisogno di qualcuno dall'alto che gli sfondi il culo a sabbia e limone.


Basta cultura, sofismi e sofisticatismi per favore.

Vorrei solo vedere un po' di normalità e sana cattiveria. Ci sarà pur qualcuno che banalmente sia in grado di valorizzare quello che la rosa della Roma può offrire, senza inseguire chimere od iperboli calcistiche presuntuose?

Provocazione: visti gli alterni risultati di Zeman (per intenderci, risultanti imbarazzante vs. crescita esponenziale dei giovani quali Florenzi e Lamela) non si potrebbe invertire le panchine giallorosse?
Alberto De Rossi in prima squadra, Zeman a sfornare ragazzini.

giovedì 25 ottobre 2012

Il nomadismo calcistico del FC Saarbrucken




Come mi disse tempo fa un mio amico inglese, “I francesi hanno la stupenda abitudine di creare manifestazioni sportive che finiscono per non vincere mai”. Ok, magari mai è un po’ eccessivo, ma è pur vero che i tre maggiori eventi sportivi globali (Olimpiadi, Mondiali di Calcio e Coppa dei Campioni) hanno visto la luce grazie alla longa manus e alle idee brillanti di Pierre de Coubertin, Jules Rimet e Gabriel Hanot.
Dei primi due si parla spesso e la cosa stupenda è che le manifestazioni da loro create mantengono, globalizzazione a parte, più o meno lo stesso concetto previsto nelle prime edizioni. Gabriel Hanot, invece, editore dell’Equipe, viene spesso tenuto in un angolino, con la UEFA che si prende tutti i meriti nella gestione della competizione che assegna la “coppa con le orecchie”. In effetti, Hanot si batteva già da tempo per una competizione continentale che potesse dissipare con certezza i dubbi su quale fosse la squadra più forte d’Europa, anche per quella rivalità non proprio sopita verso gli inglesi, che, come loro costume, quando si trattava di football, erano restii ad accettare verdetti che non vedessero primeggiare una rappresentante d’Albione.

Gente lungimirante
Nel 1954 si decide di creare finalmente un organismo in grado di regolare il calcio europeo: a Ginevra viene fondata la UEFA ed Hanot si prodiga subito per sponsorizzare il suo progetto, che battezza “Coppa Europa”. Il suo obiettivo è quello di dare continuità alla Coppa d’Europa Centrale che si giocava prima della seconda guerra mondiale, con un formato che si ispiri ad un torneo che aveva seguìto in Sudamerica nel 1948, dove i campioni nazionali si sfidavano per stabilire la supremazia continentale. Nulla di più semplice, pensa Hanot, ma viene ovviamente respinto con perdite dai burocrati della UEFA. Siccome ai francesi complessi di superiorità e sindrome da dio non mancano, Hanot manda cari saluti alla UEFA e la coppa se la organizza da solo, visto che L’Equipe non è esattamente il Gazzettino di Bergamo (con tutto il rispetto...) ed un certo richiamo internazionale ce l’ha: 16 squadre di diverse nazioni in un tabellone a scontri diretti, con finale in campo neutro a Parigi. Come prima stesura, poteva venir peggio. A giochi fatti, la UEFA – pungolata da mamma FIFA – fa una clamorosa marcia indietro e va a Canossa da Hanot, chiedendo se per favore poteva patrocinargli il torneo: Hanot, un visionario che pensava al bene del calcio - perché fossi stato io al posto suo ai burocrati avrei risposto a suon di pernacchie - accetta e nasce quindi la Coppa dei Campioni, che prende il via nel settembre del 1955.

La Coppa con le orecchie
Ora, sul concetto di "campioni" c’è da discutere un minimo perché comunque la lista dei partecipanti viene selezionata da un comitatone all’interno della redazione dell’Equipe e non necessariamente vengono invitati tutti i campioni nazionali. Qualche esempio? Il Servette e l’Hibernian arrivarono rispettivamente sesto e quinto nei loro campionati, lo Sporting Lisbona terzo e nemmeno Partizan, Rapid Vienna e PSV si potevano fregiare del titolo di campioni nazionali. La mitica Honved invece, la cui sfida al Wolverhampton di pochi mesi prima era stata vista come uno spareggio non ufficiale per la supremazia europea, rinunciò a partecipare; stessa cosa per il Chelsea, costretto ad un RSVP negativo dalla sempre lungimirante Football Association, convinta che meno si mischiavano col continente, meglio era per tutti.
Dunque, con qualche difficoltà si rimediano le 16 squadre, una per nazione si diceva e nonostante qualche defezione, ci sono parecchie squadre blasonate: il Real Madrid di Di Stefano e Gento, il Milan di Liedholm e Nordhal, lo Stade Reims di Kopa e Hidalgo, il Rot Weiss Essen di Helmut Rahn. A scorrere la lista delle squadre, i più attenti scorgeranno anche il nome del FC Saarbrucken... ma non s’era detto una per nazione? Beh, in verità nel 1955 il Saarland era un protettorato indipendente in orbita francese e qui mi scuserete per la breve digressione storica, necessaria come sempre per meglio capire gli intrecci tra calcio e geo-politica.

Meglio una vita da Lussemburgo?
Nella Germania post-bellica, le zone di particolare importanza strategica ed economica vengono assegnate al controllo dei vincitori alleati: americani e russi cercheranno di dividersi, più o meno amichevolmente le zone di influenza intorno e dentro Berlino, gli inglesi ridisegnano la geografia di Reno e Westfalia, mentre ai francesi toccarono, logicamente, le zone confinanti, da sempre contese tra le due nazioni. A questo punto, a metà 1946, arriva la magata a firma di tale Jean Monnet e subito controfirmata da De Gaulle: “controlliamo sì la nostra zona di competenza, ma al tempo stesso sai che si potrebbe fare? Dichiariamo indipendente il Saarland!”, un ridente territorio di 2500 km quadri esattamente al confine tra Francia e Germania, da tenere sotto il diretto controllo di Parigi. Idea che non era nuova negli scenari post-bellici (pensiamo a Trieste o Fiume), ma a quel punto i francesi cominciano a dare di gomito: “Toh, va che caso, mica m’ero accorto che è proprio la regione più ricca di giacimenti di carbone”, fa Monnet a De Gaulle. Tedeschi quindi turlupinati, ma grosso modo occupati con altri problemi di politica interna per preoccuparsi del Saarland e delle sue miniere di carbone.

De Gaulle ritratto in un momento di relax
A quel punto, i francesi tentano l’allungo: bello il protettorato, bello lo sfruttamento delle miniere, ma perché non proviamo ad annetterceli, ‘sti benedetti 2500 km quadri? A differenza dei russi ad Est, De Gaulle prova un approccio soft con gli abitanti del Saarland, della serie: “ma guardate che avete tutto da guadagnare a far parte della Francia, noi vi trattiamo bene, sì vabbé, magari il carbone lo usiamo per ricostruire le città che i tedeschi ci hanno bombardato, ma scurdammoce ‘o passato, simm ‘e Sarrebruck paisà...” (è nota l’origine partenopea di De Gaulle). Ed in effetti la captatio benevolentiae nei confronti dei Sarrois è evidente, con numerose concessioni per gli esiliati ed i profughi.
E qui torniamo allo sport, da sempre un bel catalizzatore di propaganda politica: De Gaulle piazza una chiamata a Rimet (sì, quel Rimet), presidente della Federazione Francese e gli dice: “Jules, ma se facessimo partecipare il Sarrebruck al campionato francese? Sai che colpo, a quel punto l’annessione è una formalità!” Rimet fa come Garibaldi ed obbedisce, in più la Seconda Divisione nel 1948-49 presenta solo 19 squadre alla partenza ed una ventesima farebbe proprio comodo per evitare un campionato “monco”. Il Sarrebruck partecipa quindi in via non ufficiale al campionato di D2 (stando ai risultati, lo vincerebbe pure...), ma le altre squadre francesi non la prendono benissimo: quando su vivace consiglio di De Gaulle il Sarrebruck presenta domanda di affiliazione alla FFF, la votazione degli altri club è praticamente unanime nel rispedirla al mittente. Con buona pace di De Gaulle e Jules Rimet, il quale, saltati gli altarini, è costretto a dimettersi da presidente della federazione.

La Saarlander Mannschaft al suo esordio: perplessità al momento dell'inno...

Senza sapere a che santo votarsi, o meglio a che federazione affiliarsi, il Saarbrucken decide di fare domanda alla FIFA per la creazione di una federazione ex novo: Saarland uber alles, con tanto di nazionale. Oddio, nazionale, praticamente sono gli stessi giocatori del club, con barba, baffi e divisa leggermente diversa. Rimane il fatto che già che c’erano e che la Saarlander Pokal non era esattamente il massimo della competitività, la nazionale della Saarland partecipa anche alle qualificazioni per i Mondiali del ’54: sfiga, nel girone beccano la Germania Ovest, ma riescono comunque a battere la Norvegia ad Oslo e strappare una dignitosissima sconfitta per 1-3 nel decisivo derbissimo (un’eventuale vittoria, con conseguente qualificazione ai Mondiali di Svizzera, avrebbe decretato il più grande paradosso politico-sportivo della storia del calcio).
Mentre il Saarbrucken torna nei ranghi delle divisioni calcistiche tedesche, nel 1955 è previsto un referendum in cui la popolazione deve decidere se creare uno stato indipendente o tornare a riunificarsi con la Germania. La redazione dell’Equipe (non sappiamo se dietro la solita chiamata di De Gaulle) al grido di “Populismo perché no?” decide quindi di invitare anche il Sarrebruck (ci si erano affezionati al nome...), non in quanto squadra tedesca ma come rappresentante del Saarland.

Insomma, in sei anni ‘sti poveri giocatori del Saarbrucken si sono trovati prima nella seconda divisione francese, poi nei campionati tedeschi, con l’intermezzo delle qualificazioni mondiali (per le quali, hanno anche dovuto improvvisare un inno, problemino che nessuno nel Saarland si era posto prima di scendere in campo ad Oslo), fino alla neonata Coppa dei Campioni. Esordio col botto a San Siro, dove davanti a pochi intimi non proprio convinti dell’utilità di questa nuova coppa, il Saarbrucken si impone per 4-3, rimontando due gol. Al Kieselhumes Stadion si attende il miracolo per il ritorno ed i padroni di casa bloccano il Milan sull’1-1 fino al 75esimo, quando un autogol di Puff interrompe un sogno e apre la strada al 4-1 rossonero.
Per la fredda cronaca, la prima coppa sarà portata a casa dal Real Madrid, in finale contro lo Stade Reims: la Francia dovrà attendere l’Olympique Marseille per riportare la coppa con le orecchie nella nazione dove fu “ideata”. Il Saarland invece tornerà a tutti gli effetti a far parte della Germania il primo gennaio 1957, con i francesi che come compensazione (di cosa non si sa bene) ottengono lo sfruttamento gratuito di un paio di miniere fino al 1981. L'FC Saarbrucken invece l'Europa non l'ha più vista nemmeno di sfuggita ed a parte quattro sporadiche partecipazioni in Bundesliga, è rimasto nell'anonimato della Regionalliga Südwest: se la Storia non c'avesse messo lo zampino, probabilmente ora parleremmo del Saarbrucken come una delle squadre a far compagnia al Valletta FC, al Murata e al S. Coloma nei preliminari di Champions. Meglio un giorno da Saarbrucken che una vita da Dudelange, non c'è dubbio.

venerdì 19 ottobre 2012

Maracena, Tony Plata e la “Provincia Statica”


"Daje Maracena Daje!"
Il fine settimana è statico.
Qui, periferia andalusa, granaina per la precisione, tutto è fermo, tutto è immobile.
I lavori, perennemente bloccati, della tramvia, opera che già da un anno doveva essere bella che pronta, i negozi chiusi, il matto del Paese, con i suoi due cani, che fa la siesta sulla sua panchina preferita.
Un caldo afoso, appiccicoso, ti costringe al divano. Già la resaca del venerdì ti svariona di suo, mal di testa e paracetamolo sono i tuoi compagni fidati.
Ti svegli alle 2 del pomeriggio, zapping compulsivo, navigando tra xscores (livescore non mostra più i marcatori, maledetti) e 20 minuti di Premier League, di solito vedo il Wigan, il Norwich, lo Stoke, squadre belle, maledette e sconosciute ai più.
Poi si blocca lo streaming. E allora riprovo con la Serie B. Niente.
Cazzo, che faccio. Messaggio.
Maracena Granada B alle 18,30? Vogliamo andà?”
Perché no.
Maracena, 22000 abitanti e poco più, rappresenta il dormitorio della classe operaia di Granada.
Cittadina relativamente giovane, stretta tra Granada e la sierra.
Le cittadine in questa parte di Spagna si svuotano: i cartelli Vendesi Casa si moltiplicano, la bolla immobiliare ha colpito duro, la Costa del Sol, razziata da costruzioni incontrollate, non è più l'isola felice che era una volta. I giovani, come in un remake europeo/mediterraneo perenne, emigrano.
Gente, in ogni caso, orgogliosa delle proprie radici, della Feria di San Joaquin, dei suoi churros caseros, ma, soprattutto, della Loro Squadra, l'Unión Deportiva Maracena, Tercera Division (l'equivalente della nostra Seconda Divisione Lega Pro) Gruppo IX, quello dell'Andalusia Orientale e Melilla.
Gli avversari si chiamano Ronda, Motril, Linares, nomi anonimi per cittadine anonime.
Gli stadi (oddio, chiamarli stadi mi sembra eccessivo) sono piccoli e fatiscenti, sembra di essere in un qualunque Campionato d'Eccellenza o Promozione italiano.
E ciò mi fomenta assai.

Fatto sta che ci dirigiamo, con gli altri due compari Maurizio e Paco Bomba, verso la Ciudad Deportiva.
La partita inizia alle 18,30, arriviamo dieci minuti prima. C'è un buon afflusso di pubblico, il Maracena dopo 4 giornate è quarto, frutto di 2 vittorie (sarebbero state 3 se la settimana passata non si fossero fatti recuperare tre gol negli ultimi 15 minuti) e 2 pareggi. Il Granada B, invece, naviga nella ultime posizioni, 2 soli punti, sebbene abbia tra le sue fila giocatori già nel giro della Squadra A.
L'Estadio Ciudad Deportiva de Maracena è un piccolo campo circondato da una parte da un muro alto 3 metri (e da una colonna di alberi all'esterno), dall'altra da palazzi e palazzoni. All'interno, in zona distinti, 5/6 file di spalti, ombreggiati dai suddetti alberi, mentre all'opposto si erge (vabbè, si erge) un'altra dozzina file che formano la tribuna ospiti coperta.
Giunti al botteghino/entrata, scopriamo con nostro sommo stupore che il biglietto costa ben 7 euro. Avendo preventivato ingenuamente non più di 5 euro, partiamo con una tipica contrattazione italiota (i dialoghi sono stati “italianizzati”): - siamo italiani, dai, oh, turisti, no dai osservatori dell'Udinese e altre cavolate del genere. Massimo sconto ricevuto un euro, 20 euro diviso tre invece di 21, proviamo a spacciarci per pensionati o bambini (loro sì che usufruiscono dello sconto), ma niente. L'omino del botteghino ci risponde che verrebbe licenziato se solo si azzardasse.

Ti aspettiamo in Italia, Tony
Dall'altoparlante, le note dell'inno del Maracena, cantato dall'incommensurabile Tony Plata, famoso per il disco Vive Este Amor, si stagliano imperiose.
Giriamo intorno allo stadio, in cerca di pertugi o asili politici in case di sconosciuti.
Intanto la partita inizia.
Troviamo un muretto all'opposto, alto metri e metri (forse esagero un pochino). Uno di noi, che non sono io, riesce nell'impresa con una facilità disarmante. Vede solo una metà campo.
Noi, poveri sovrappeso, no. Tentiamo e ritentiamo, ma non abbiamo forza addominale a sufficienza.
Rinunciamo. Facciamo un giro completo dello stadio.
Boato. Applausi. Gol del Maracena. È circa il quindicesimo minuto.
Allunghiamo il passo, diretti all'entrata, semi-aperta.
Lì ci aspetta lo pseudo-steward: Miguel, un signore che fisicamente rappresenta un incrocio tra Pacciani e Jesus Gil (incrocio solo fisico, in caso contrario sarebbe stato l'Anti-Cristo).
Parte altra trattativa. Chiediamo quando potremo entrare gratis. Ci risponde che no, che oggi non si può (di solito sì), che lo licenzierebbero (a quanto pare i dirigenti del Maracena sono inflessibili, da questo punto di vista). A dimostrazione del fatto che il match col Granada B sia importante, arrivano in nostro soccorso tre ragazzi autoctoni, chi si uniscono alla nostra battaglia, stupiti del fatto che non si possa entrare gratis. 6 contro 1.
Se non altro, dalla porta d'entrata abbiamo una parziale visione dell'area di sinistra. Miguel ha pietà di noi e ci permette di sbirciare. Se non altro, notiamo un prosciutto attaccato all'anta chiusa del portone d'entrata, un Iberico d'annata che ci inebria. Scopriamo che alla fine del primo tempo ci sarà una lotteria con primo premio il prosciuttone.
Nel frattempo altri spettatori entrano regolarmente, con l'abbonamento o pagando il prezzo pieno. Tutto ciò fino alla mezz'ora del primo tempo.
- Miguel, ora? Possiamo entrare? - NO. - E ora? - NO.
Scoramento. Facce smarrite. Lanciamo sguardi languidi verso il nostro inconsapevole aguzzino calcistico.
Finisce il primo tempo. Il prosciutto viene vinto da una signora bionda sui 45 anni. Scene di giubilo.
Dopo che a uno dei ragazzi spagnoli viene concesso di andare in bagno, capiamo che è il nostro momento. Miguel ci dà l'ok. Con un cenno del capo ci invita ad entrare.
Siamo dentro.

Ci sediamo in terza fila, ovvero terzo gradone. Ora abbiamo una visione d'insieme dell'impianto: all'estrema sinistra il bar, con bocadillos, birre Alhambra e, quanto pare cubate, oltre alle immancabili pipas, servite in quantità industriale; in mezzo al campo (non ci sono barriere tra spalti e terreno di gioco, ma solo una pista d'atletica in terra battuta), un nugolo bambini pallone-muniti, giocano ad una porta, come una specie di “tedesca”.
Immancabili le sfilate delle fidanzate/mogli Milf dei calciatori, tutte in tiro e tutte (vabbè, una buona percentuale) Bone.
Insomma, il tempo nel descanso ci passa velocemente. Ed è già secondo tempo.
Il Maracena attacca dalla destra alla sinistra dei nostri occhi, il Granada parte “a spron battuto” (e finalmente sono riuscito a scrivere “a spron battuto”).
Il sopracciglio arcuato all'Ancelotti si impossessa di noi, in dieci minuti abbiamo già inquadrato tutti i giocatori in campo. Il 10 del Granada, una specie di Muniain versione regista, il centravanti del Maracena, una pippa senza tiro, colpo di testa e cambio di passo, sosia di Dani Güiza (forse effettivamente era Dani Güiza), il trequartista “maracenese”, un trippone tutta tecnica e immobilismo.
A metà secondo tempo, arriva il pari del Granada: cross basso dal fondo, difensore e portiere che si scontrano e gol facile facile.1 a 1. Esultano in 5/6.
La partita si avvia stancamente alla fine, con le due squadre che si accontentano del pareggio.
Ci concentriamo più sulle evoluzioni calcistiche dei bambini che, incuranti del match, giocano sulla pista d'atletica, che sul campo. Anche l'arbitro, ammaliato dai giovani talenti andalusi, decide che va bene così e che si può andare negli spogliatoi a bere una fresca Alhambra Reserva 1925.
Piccola invasione di campo. Anche noi invadiamo, tentiamo, invano, di recuperare un “souvenir”, un pantaloncino, dei calzettoni.
Capiamo di essere fuori luogo e decidiamo di andare (lo stadio era ormai vuoto, anche qui c'erano persone che uscivano dieci minuti prima della fine, cosa che ho sempre odiato), non prima di aver dato uno sguardo alla Ciudad Deportiva, che vanta piscine, palazzetti vari e palestre in cui si pratica scherma.
Torniamo a casa, con la sensazione di aver visto il Calcio, quello che retoricamente viene definito più vero, quello dei campetti polverosi (che qui non esistono), dei quarantenni ex-professionisti ora obesi che giocano ancora per puro divertimento, quello in cui è il “contorno-spettatore” che fa la partita e non il “quadro-partita” in sé.
Tutto non molto lontano da un campo di provincia di Catanzaro o dell'Algarve (o almeno per quanto riguarda il Portogallo, immagino così).
Certo, poi penso al bar dello stadio che serve cubate e bocadillos con jamos serrano. Immagino tutto ciò trasposto nel mio Paese, 4000 anime in Abruzzo e un campo veramente polveroso (l'unico, l'anno passato in Eccellenza), e scoppio in una risata incontrollata: - Eh no, “Marij di la Tatòn” (una vecchia signora, nonna e madre di alcuni giocatori del paese, inconsapevole fomentatrice e capo-ultrà) una cubata al campo non se la berrà mai!
A cosa giocano i bambini dietro la panchina?

sabato 13 ottobre 2012

Literaria. “Sforbiciate. Storie di pallone ma anche no”. Ognuno ha il suo filo in questo nodo



Che bello vedere in squadra insieme il Màgico Gonzalez e Franklin Lobos...
Norbeak badu bere haria korapilo honetan, ognuno ha il suo filo in questo nodo, con queste parole inizia – parlando, spiegando – il secondo brano dell’ultimo disco dei Lisabö, “Ez zaitut somatu iristen” (“Non ti ho sentita arrivare”), e ognuno ha il suo filo in questo nodo avrebbe potuto tranquillamente essere il sottotitolo delle storie di calcio, meglio, intorno al calcio, raccontate da Fabrizio Gabrielli nel suo bellissimo libro “Sforbiciate. Storie di pallone ma anche no” (Piano B edizioni, 2012), il libro che, in questo boom di letteratura calcistica spesso mediocre (a parte quando c’è di mezzo Klaus Kinski), stavamo aspettando con ansia e che, almeno per me, consacra il suo autore come l’Osvaldo Soriano italiano (e ho detto tutto).

Anche se non esiste una relazione apparente tra i personaggi e le storie che vengono raccontate – secondo una tecnica di storie vere ma inventate che più che il realismo fantastico dei vari Felisberto Hernàndez (il pianista uruguaiano è omaggiato con l’ultimo racconto, peraltro forse uno dei meno riusciti, dedicato all’Atalanta europea di Stromberg e Nicolini), Juan Josè Arreola o Julio Ramòn Ribeyro, di cui l’autore (ispanista e latinamericanista dichiarato) si dichiara debitore ad ogni capoverso, mi ha ricordato quella usata dal nostro amico Tamas nel suo pregevole “Storie al margine”, partire da fatti realmente successi e modellarli con l’immaginazione – ho ritrovato nella nostalgia, nelle mille (stavo per scrivere cinquanta, maledetto Occidente) sfumature che la nostalgia può assumere, il fil rouge di questa raccolta di volti e tiri e parate e amori e morti e racconti che si affastellano nelle pagine ispirate di Gabrielli, la stessa nostalgia che ho trovato nelle ubriacanti pagine dell’ultimo Arbasino (“Pensieri selvaggi a Buenos Aires”) quando ricorda, pur se magari non sono ricordi suoi, “quanti tanghi e fandanghi e consumazioni di sangrìa e carioca e tequila con Django e Durango nei decenni adolescenti, colmi di balere e boleri e bandoneòn da caballero stanco su un suo caballo blanco o bronco…”.

Ma chi sono i fili di questo nodo? Nell’immaginario collettivo di Gabrielli, che potremmo dire, ci piacerebbe dire, ma in fondo lo possiamo dire, è anche il nostro, solo per citarne alcuni, c’è George Best adolescente a Belfast che non dimenticherà mai la piccola Claire e il suo vestito bordeaux; c’è Salvador Dalì che da ragazzo, a Figueres, più calciatore che surrealista, ritrae i suoi amici che giocano nella squadra locale (neanche a farlo apposta, ho letto questo racconto nel giardino del castello di Pùbol, che Dalì regalò e arredò per gli ultimi anni di vita della sua amata Gala, peraltro un gran mignottone); c’è Virgilio Felice Levratto, mitico centrattacco degli anni venti, passato direttamente dal Vado in serie B alla nazionale; c’è Tony Vairelles, che per una stagione è stato il Django Reinhardt (il genio che una volta disse “un giorno sono andato a scuola. Un giorno, poi basta”) del football francese; c’è Freddy Rincòn che si porta dietro i riti voodoo, la negritudine e i Tristes Tropiques di Buenaventura; c’è il più grande medico argentino che gioca contro il River Plate; c’è – e come poteva mancare?- il Màgico Gonzàlez che la mattina non si sveglia perchè la sera fa tardi con Camaròn (e c’è anche il nostro orgoglio per aver contributo a farlo diventare l’idolo che è); c’è un arbitro tahitiano che fa tirare all’infinito un rigore alla Tunisia contro la Serbia; c’è il rimpianto per i giocatori che un tempo non erano cognomi su una magliettina griffata, ma erano numeri, “e il numero ha un compito”; c’è l'elogio della locura di Martin Palermo con i suoi tre rigori sbagliati in una partita; ci sono calciatori che fanno politica; c’è Ali Gagarine, la stella più brillante del calcio sudanese; ci sono i teddy boys con la kippah giallonera del Beitar Jerusalem (“Mi chiamo Itzik e sono un tifoso del Beitar. Tutto il resto è merda”, una frase che potrebbe averla scritta Bostero); c’è un prete-presidente di una squadra di calcio giovanile di Terracina; c’è Berni, vicecomandante del Battaglione Ravenna, terzino e partigiano; c’è Franklin Lobos e il deserto arancione del Cile pieno di rame (el Mortero Màgico di cui Bostero ha scritto davvero); ci sono le bandiere con i teschi del Sankt Pauli; c’è l’aereo della Suriname Airwyas carico di giovani olandesi, i Coloratissimi, che si schianta prima di arrivare a destinazione; c’è Ramòn Quiroga che – in risposta ad un certo viaggio in piroscafo - racconta la sua versione del Mundial ‘78 a Clarita Cruz, che scriveva di calcio nel Perù degli anni settanta (“Li cavalcavo. E loro: giù fiumi di parole”); c’è un portiere monco; c’è il presidente evangelico del TP Mazembe; c’è la gang dei fuori di testa del Wimbledon (e purtroppo c’è anche Justin Fashanu, “che si è impiccato come un sacco dei palloni nello spogliatoio”); ci sono le sciarpe del Club Ferro Carril Oeste che sventolano quando Geronimo Saccardi a fine partita regala la maglia ai tifosi assiepati al Caballito; c’è Roberto Trotta che viene ridicolizzato da Sean Dundee a Karlshue (e chi se lo dimentica!); c’è Garrincha che s’è trasferito a Torvajanica e “pe racimolà du spicci aveva fatto er capitano pe na squadra de studenti de giurisprudenza e l’ala pe ‘a formazione da giggièlle, crossato pei còrpi de testa de metalmeccanici e zappatori”; c’è la promessa paraguaiana del Vicenza che perde un braccio in un incidente stradale ma torna in patria a giocare; ci sono i derby di Sheffield e quelli di Edimburgo; c’è il sogno di Pedro Paulo Futre (e di tutti i tifosi della Reggiana) spezzato dall’entrata di un tale Matteo Pedroni (A boca amarga, mate dulce si titola il racconto, e a boca amarga mate dulce è senza dubbio il mio proverbio preferito in spagnolo); c’è l’inventore della chilena; e insomma si è capito che tipo di gente c’è. Mancano solo – di nuovo Arbasino –, ma l’universo culturale è quello, 

 “coppie miliardarie argentine e brasiliane in lini bianchi e vaporosi volants magnificamente stirati. Favolosi gioielli ostentati con nonchalance anche in trattoria su puntarelle e rucole. Bei signori alti e bruti con smisurate haciendas, l’occhione accorato sotto le folte ciglia, i baffetti da ambasciatore, e i riccioli lucidissimi in fondo alla nuca, al termine di ciocche nerissime cementate da gomine trendy per gentlemen d’epoca…”.
Se è vero, come diceva Kant, che gli oggetti artistici forniscono essenzialmente un’esperienza immaginativa sia per i produttori che per i fruitori, allora posso dire – da fruitore – che “Sforbiciate” assolve pienamente al suo compito di oggetto artistico. Mentre lo sfogliavo, seduto da solo all'angolo di un tavolo di Kibuka, non mi sono neanche accorto del cibo che mangiavo. Ero completamente assorto dalla lettura. Ero da un'altra parte, forse in macchina con l'autore, andando verso qualche stadio derelitto della pampa. Tutti i tentativi di scrivere di calcio con lo scopo di aprire un mondo, un altro mondo, impallidiscono di fronte a questo libro. Sempre Kant si era inventato la teoria dello Steckenpferd, il chiodo fisso, il pallino (che esemplifica in un cavallino di legno), per dire che il primo “paese” che si incontra oltre il confine del sano intelletto è l’avere un pallino, lo Steckenpferd appunto, la passione di occuparsi intenzionalmente di oggetti dell’immaginazione, e tante volte, in tanti libri, questo cavallo di legno è stato solo dipinto, e il lettore, e noi, ci siamo limitati a guardarlo, qui invece è come se il cavallo di legno fosse stato costruito, e io l’ho cavalcato, e anche di gran gusto.

Ho letto da qualche parte, o forse ho sognato, questa frase che mi è rimasta impressa: l’addio è una riunione fatta per separarsi. È in questo paradosso - riunirsi per separarsi - che si racchiude la tristezza di ogni addio, e di quasi tutte le cose della vita. Il mio concerto dei Lisabö (il cui disco, ormai si è capito, è “l’oggetto artistico” che più ha segnato quest’anno solare, l’elemento da romanzo di formazione – insieme, appunto, al loro concerto – cui lo associerò tra vent’anni), a giugno, a Barcellona, all’ora del crepuscolo, con l’effimera compagnia degli amici spagnoli e inglesi rivisti, per l'occasione, dopo parecchi mesi, non fa eccezione. E non fa eccezione neanche questo libro, in cui tutti questi personaggi si riuniscono ma solo per separarsi, e allora questo è un libro che va letto e forse anche riletto, perché non ci sono solo loro, ma anche noi, e ognuno di noi ha il suo filo in questo nodo. Norbeak badu bere haria korapilo honetan. 

venerdì 12 ottobre 2012

30% arabica


Doha, Qatar
Direi che confusione potrebbe essere la parola più appropriata se mai volessimo descrivere la situazione attuale in casa Milan.
Fiducia condizionata a Massimiliano Allegri, ristrettezze economiche e scarsi risultati. A questo si aggiungono alcune voci che vorrebbero la famiglia qatariota Al Thani proporsi per rilevare il 30% della società (nel contesto di un'operazione finanziaria di ben pù ampio spettro) e altre che sognerebbero Pep Guardiola per porre fine alla una crisi tecnico-tattica che da quest'estate affligge Milanello.

Troppi fattori. Troppa, appunto, confusione.
Lo abbiamo capito.. nelle casse non ci stavano soldi. E sono partiti i campioni che nelle ultime due stagioni hanno mascherato una rosa non eccellente. Lo abbiamo capito.. occorreva un cambio generazionale. E alla porta sono finiti i veterani (Nesta, Gattuso & Co.). Lo abbiamo capito, non era percorribile una strada di rifondazione spendacciona. Altrimenti a che sarebbe servito cedere i campioni e abbassare il monte ingaggi?

Diciamo che per ora l'esplosione di El Sharaawy ha portato un minimo sindacale di punti, necessario per non parlare di tragedia. Ciò detto, occorre anche precisare che il Milan ha una media da zona calda della classifica e che - a mio modestissimo avviso - non tutti i problemi sono imputabili ad Allegri.

Il tecnico di Livorno sicuramente ha delle colpe, ma vi direi che neanche un Guardiola.. un Mourinho.. o un mago vero e proprio navigherebbero nelle posizioni alte della Serie A con una rosa del genere.
Detto del più immediato problema, l'attacco, che vede un Bojan sempre più appannato (tremendo che sia scivolato nell'area interista - inizio a pensare che se Bojan stecca da due anni.. beh, forse non è il fenomeno che si narrava), un Pazzini che non ingrana e un Pato desaparecido.. anche difesa e centrocampo sono completamente da rifondare. In difesa salverei solo De Sciglio, vuoi per i limiti degli altri o per il non perfetto affiatamento delle schiere di centrali. A centrocampo, sembra si sia rivelato un errore il puntare tutto sul Boa. Non c'è un'idea di gioco e forse non ci sarà mai per palese mancanza di interpreti.
Diciamo, in generale, che l'atteggiamento che ha portato Galliani a pescare "affari" (una curiosità: sentivo che De Jong - magari ottimo giocatore, l'olandese, in altri contesti - è costato al Milan quanto al Paris Saint Germain è costato Verratti, che in Francia sta crescendo da fenomeno vero) dal mercato al di là di progetti tecnici a medio termine sta lentamente implodendo.

A prescindere dai risultati ottenuti domenica dopo domenica e da panchine pericolanti, a gennaio serviranno interventi pesanti. Che ci siano o meno i soldi.
Credo poco nell'ipotesi Guardiola. Costa troppo lui. Costerebbe, poi, troppo accontentare le sue logiche - anche se spesso capricciose - richieste. Non mi convincerebbe più di tanto una soluzione in house (Tassotti).
Insomma, per farla breve, l'impressione è che il Milan, in linea con il Paese, sia entrato in recessione. Che la coperta sia decisamente corta. Un innesto di capitali freschi potrebbe aiutare l'asset gioiello di Silvio Berlusconi a rialzarsi e a tornare protagonista.
La strada per l'Arabia è tracciata.

lunedì 8 ottobre 2012

Il Nesat del Lunedì


10 - Al derby della Madunina. E' stata una partita orrenda con un unico goal (brutto) e senza neanche mezza rissa (solo al fischio finale si è visto qualcosa). Detto questo, ha offerto diversi spunti.
1) Allegri isolato come l'idiota della classe ad una festa delle medie. Va detto che l'idiota della classe, scaccolandosi, avrebbe effettuato cambi più sensati. Perchè fuori Bonera? Perchè bruciare un cambio così? (A quanto pare, non mi ero accorto del cambio chiesto da Bonera per un risentimento, chiedo scusa, Allegri comunque rimane una minchia) Per poi mettere poi un Abate che non ha mai passato la metà campo (da quando Ibra se ne è andato, Abate non è più lo stesso). Il faraone ha giocato una partita orrida, ma che senso ha toglierlo, quando è l'unico in campo capace di risolvertela con una giocata, per poi lasciare in mezzo al prato un Boateng lontano parente di quello del periodo pre-Melissa? Va dato atto a Dionigi di aver azzeccato, con largo anticipo, tutti i cambi di acciughina, il dramma è che ancora se ne vanta.
2) Bojan Krkic. E' davvero sempre più un "Bimbo speciale". Latitante nel primo tempo e più vivace, ma totalmente inutile, nel secondo. Quella "Scivolata" che, ricordiamolo, è stata causata dalle sue scarpe Bullboys (gli scarpini sono per i "Grandi"), vale il prezzo del biglietto del derby.
3) I 20 minuti che la regia di Sky regala alle varie espressioni di Robinho (urla, sorrisi e occhiolini), dopo ogni azione del brasiliano.
4) L'errore di Abbiati e la risposta non da meno del Principe.
5) L'ospitalità dello Zio di Holloway, Milanese a Roma che tifa Milan, offre il risottino prima del derby e bestemmia con signorilità dal primo al novantesimo.
6) La virilità di Montolivo, forse l'unico che ci prova e ad un certo punto ci prova pure troppo, scaraventando 43 palloni di fila al terzo anello.

9 - A Stram e al suo fare scoattante. L'apice lo raggiunge al fischio finale, quando rivolto alla curva interista urla: "E' vossro! E' vossro! E' vossro!". Il suo fare innocente, il suo chiamare i giocatori per nome e nomignoli, lo fanno somigliare più a noi quando ci intrippiamo con football manager, piuttosto che a un allenatore vero. La sua protesta con le mani in tasca, mentre urla in faccia all'arbitro, ricorda quella di un coattello, che dopo una lite nel traffico scende per fare giustizia della sua Clio bianca rigata ma "Nun te po' menà", perchè non si può permettere un'altra querela. Comunque Stramaccioni sta facendo il suo, anche se rimane il dubbio sul dove sarà tra 3 anni, ad allenare il Gubbio? (come sostiene Dionigi) o a lottare per lo scudetto?

8 - Il Napoli sa soffrire, vince meritatamente e lo fa con un gioco semplice ed efficace, cosa non da poco nel periodo in cui anche le squadre di lega pro vorrebbero essere come il Barcellona. Il primo goal è un capolavoro di tattica e posizione. Un allenatore vero non deve risultare simpatico (Capello docet), ma deve saper fare il suo. Mazzarri a parer mio è il tecnico più sottovalutato d'Italia. 8 lo meritano anche Klose, Hernanes e Candreva. La Lazio corre, ma è ancora un'enigma, perchè è scomparsa nei momenti decisivi (l'ipotetica quarta vittoria di fila con il Genoa e nel big match con il Napoli), quindi Petkovic non merita un 8 pieno (poco meno comunque). 8 è anche troppo poco per Klose, che segnerebbe anche bendato e spalle alla porta, Hernanes (non lo credevo così forte), forse il centrocampista più completo del campionato e Candreva che stramerita la Nazionale.

7-  Tutto Serse nel suo non voler uscire dal campo. Da 7 anche il suo Siena, che se la gioca in ogni partita. Speriamo non sia la solita favola a metà di Cosmi,  una storia già vista ai tempi del suo Genoa, del suo Bresica, del suo Livorno e del suo Lecce, tutte squadre belle ma sfortunate, Favole senza il vissero felici e contenti. 7  al Catania. Gioca benissimo, vince facile e  ha 11 punti. Nessuno però che spenda mezza parola sulla bellissima squadra di Maran. Mah!
Io resto qui!

6- Gioca male, soffre, rischia di perdere e alla fine però vince. Sempre. Anche quando gioca male la Juve prima o poi la butta dentro, un copione ormai noioso, che rischia di rendere noioso anche l'esito del campionato. Un 6 tondo anche per la Viola. Hanno speso 800 miliardi per il centrocampo, ma due spicci per una punta che la sappia buttar dentro non avrebbero di certo guastato. E' bella da vedere, quadrata in difesa, briosa a centrocampo ma il giorno che verrà a mancare Jo-Jo saran dolori. Per adesso va, nella speranza che il marocchino non sia un bidone.

5- Si vabbè, ma che palle! Non ho visto la partita e non la voglio neanche vedere, 2 a 2 con doppietta di Ronaldo e Messi, il solito copione. In realtà, con Dionigi cominciamo a sospettare che il Clasico (quello di ieri era il 54esimo del 2012) sia una montatura, una specie di corto con tanto di regista e comparse che fanno da sfondo a Messi e a CR7, il ruolo dell'arbitro di ieri sera probabilmente è stato  affidato a Toni Servillo. Trovo molto più realistico lo splendido "Goal III". Riporto il commento sulla partita del tifoso azulgrana Bostero: "Rigore GIGANTESCO (Pepe - e chi se no - su Iniesta) negato al Barcellona. Il segnale è uno: stroncare, con mezzucci arbitrali, la spinta indipendentista catalana. Madrid mi fa schifo. Mi fa schifo. Anche Tito mi fa schifo. Meglio Allegri, guarda.. e ho detto tutto". Parole davvero forti. Preferirei la salmonellosi, piuttosto che augurarmi un Allegri in panchina anche solo per un minuto. 5 per la Roma, vince e non convince, la svolta quando arriverà? 10 però alla generosità di Dionigi che sfama i distinti Sud dello stadio Olimpico, portando in dono 50 euro di tramezzini ai gusti più strani e insensati tipo: Zucchine e mozzarella, Tonno e capperi, Cif alce e gianduia e il mitico e delicatissimo tramezzo alla "Carbonara".

4- Sportitalia che nel momento clou di Marsiglia-Psg, stacca, per mettere su una partita di Football americano tra Denvernosochecazzo e New Englandqualcosa. Alla fine credo abbia vinto l'Olimpique per 43 a 27 con due Touchdown di Andrè Ayew.
Il goal di Cignac secondo Sporitalia
3 - Le partite alle 12:30 sono veramente un aborto. La provo per la seconda volta sulla mia pelle e andare allo stadio in un orario così folle è contro natura.

2 - Al tramezzino alla carbonara portato da Dionigi. Frittata, 1 kg di maionese e pancetta in mezzo a due fette di pane bianco, è ancora qui con me e vi saluta. Ieri ha anche cercato di darmi due dritte durante le scommesse, consigliandomi di giocare il 2 del Cagliari (è di origini sarde) a Torino. Probabilmente riuscirei a digerire meglio un asse da stiro. Fritta.
Gregorio, uno dei 250 tramezzini portati da Dionigi allo stadio, è al terzo anno di Sociologia

1- Caressa. Pare brutto prendersela sempre con lui. C'era un tempo lontano, ma parecchio lontano, in cui era un buon telecronista, poi tutto finì. Ieri ha passato una partita intera ad insultare De Jong a criticare alcune giocate e a infilare sempre il suo commentino dopo ogni azione. Cazzo rilassati! E racconta la partita, il tuo lavoro è quello. Mi auguro un giorno di vedere Benedetta Parodi fare le telecronache e lui a cucinare in TV. O forse no, sai che palle?: "Che mevda questo stvacchino non si stacca bene dalla cavta"- "Questa pasta si scuoce sempve"- " E adesso mettiamo la Salsa...Wooor-ce-sterrrr!".

0 - Valeri di Roma. Erano anni che non vedevo un arbitro così dannatamente scarso e totalmente privo di personalità. Ha ammazzato un derby. Con il Milan danneggiato e l'Inter punita nei momenti sbagliati. Si è fatto urlare in faccia da chiunque, chiedendo anche scusa in alcune occasioni. Sembrava una suora in mezzo a 22 (24 con i due allenatori, ma escluderei Bojan e Montolivo dalla lista quindi torniamo a 22) pitbull.

giovedì 4 ottobre 2012

Il Processo


Qualcuno deve averlo calunniato perché, senza che lui abbia sbagliato alcunché, da domenica mattina gli è giunta una notifica di crocefissione. Lo ha giudicato colpevole il tribunale dell’urbe, quel oblungo lembo di terra che osservato dall’alto assume la curiosa forma di Hogan nell’atto di gettarsi in mare. Eppure non è stato subito arrestato, né condotto con foga in cima al monte Golgota per un’immediata esecuzione: gli è solo stata comunicata la sua colpevolezza in merito ad un crimine disgustoso, di cui nessuno è mai giunto a conoscenza. Uomo schivo e di poche parole egli si è allora ritirato nel suo appartamento situato in cima a un colle che fianco alla curva di un giallo e maleodorante fiume è parte integrante della città eterna e dolente.

Essendo in quel periodo storico le battaglie languide e poco interessanti, perché il seme dell’uomo dell’urbe cedeva alla debolezza, i pochi forti tra i figli emigravano altrove in territori una volta soggetti alle leggi della città e che oggi ne erano invece legislatori, ed essendo oltretutto queste terre lontane oggi teatri di battaglie certo più epiche e avvincenti di quelle locali, l’uomo silenzioso della collina fu investito di una celebrità che mal si confaceva alla sua persona. Di lui fu creata l’immagine che in altri tempi fu confezionata per un principe lusitano che divenne, per tempo breve ma lungo abbastanza ad essere rimpianto, protagonista assoluto dell’urbe. Se però questo vanitoso e pavone uomo di mare di tale ruolo si beava, l’uomo della collina che a lui antitetico era in tutto e per tutto, tutti i ruoli avrebbe immaginato un giorno di dover recitare: tranne che questo

Quella domenica mattina però non poté fare a meno di notare una moltitudine di messaggeri di quelli che portano pena in numero superiore al solito girare per le piazze informando gli araldi della condanna.E questi a loro volta, chi al mercato e chi sotto i portici, chi dal pulpito di un improvvisato podio fatto di legno e chi da alcune delle innumerevoli sacre cattedre erette con quel materiale metallico alcalino e terroso detto radio, comunicavano agli abitanti dell’urbe l'accusa. Certuni spiegavano come, essendo egli nemico per eccellenza di quel popolo barbaro e austero della periferia nordica uso a masticar gianduia e chinarsi gobbo al padrone, fosse divenuto troppo periglioso per la sua medesima urbe. Certo, solitamente questa sua inimicizia ne aveva fatto un venerato idolo, sacra icona di altre e più alte rivincite spesso date per scontate ma alla fine mai consumate, ma questa volta, senza prendersi la briga di spiegarne il perché, pareva ovvio che la situazione fosse diversa: ed egli era pertanto colpevole certo e acclarato.

Questo tipo di sentimento popolare era diffuso perlopiù nei quartieri dove una nobiltà meticcia e decadente preferiva una guerra acre ma fatta solo di parole che celasse la pace coi barbari di cui sopra, anche a prezzo di molte rinunce ed altrettante sottomissioni, piuttosto che una battaglia vera in campo aperto, che li costringesse invece dalla calda poltrona a dislocare il loro deretano.Un atteggiamento, quello di abbaiare per non mordere, che ne caratterizzava il mestiere e la pratica quotidiana di donarsi al più forte per potersi mostrar superiori ai deboli cui amavano circondarsi. Quella domenica quindi questi nobili, accortisi con terrore che l’uomo della collina avrebbe portato a un’inimicizia reale con quegli uomini vestiti solo di un maglioncino blu che desideravano solcare il mare con loro possedimenti, piuttosto che pretendere che ciò che di quei possedimenti fosse di loro proprietà fosse restituito prima del viaggio, non esitarono a emettere sentenza di colpevolezza e a sottoscrivere la crocifissione.

Altri invece preferirono concentrare la rabbia e indirizzare la bile nei confronti dell’ultima battaglia che l’uomo che abitava in collina aveva perduto con sommo disonore, caso volle poi che della terza sfortunata spedizione consecutiva invero si trattasse. Ancorché a una più attenta analisi si potrebbe anche convenire che nelle precedenti due la vittoria era oramai certa e le fece voltar le spalle e fuggire via solo una certa supponenza, ovvero una scarsa attitudine alla corsa e alla fatica che poggia nell’indole di alcuni dei maggiori rappresentanti tra gli abitanti dell’urbe. Ma il passato remoto sui cui l’eterna e dolente città si erge è fatuo come il fuoco di un amore di mezza estate, e relegato ai ciottoli che quotidianamente con distrazione si calpestano. Solo il passato più prossimo è contemplato, che il presente è solo perenne attesa del futuro incombente che inevitabilmente si realizzerà.

Questo sentimento trovava la sua compiutezza nel borgo delle arti e dei mestieri, tra i bottegai e gli artigiani usi loro stessi a costruire opere finite, immuni pertanto all’alienazione che occorreva al popolo, costretto invece a prestar la propria opera di travaglio per l’altrui compiutezza di goderne la finale realizzazione. Bottegai e artigiani che con cognizione materiale di causa erano dunque soliti disquisire perniciosamente del valore estetico dell’altrui opera e all’uomo della collina imputarono diversi errori nella conduzione della battaglia. Errori sui quali sarebbe cosa buona e giusta soffermarsi non fosse altro che la loro stessa esistenza sarebbe a discapito l’uno dell’altro, se la razionalità trovasse mai posto nelle enunciazioni degli araldi della condanna e nel mormorio querulo. E sarebbero tali errori quindi non accumulabili se non per sottrazione portando invece al loro totale annullamento.

Lontana dalla borghesia delle professioni per diritto divino e araldico e dal borgo degli artigiani e dei bottegai per diritto al merito e all’accesso, il popolo covava però in seno altrettanta rabbia verso quell’uomo triste che in cima alla collina ascoltava il mormorio del pettegolezzo e trinciava tabacco sperando che i fumi del suo fuoco ne attutissero il rumore. Privati dal possesso e alienati dal lavoro questi ultimi della terra, che pertanto ultimi giungono anche a noi nel fedele resoconto dei fatti che quella domenica mattina sconvolsero la città eterna e dolente, sono soliti discutere del denaro più di ogni altra cosa non avendone mai avuto con sé. Ecco allora che le spese sostenute dall’urbe per intraprendere la battaglia contro il popolo che mastica gianduia, o financo quelle messe a bilancio per far sì che fosse costruita sulla collina che s’affaccia sul gomito del fiume giallo e maleodorante una casa che potesse ospitare l’accusato, erano un motivo valido per addossare a lui ogni colpa.

Essendo quindi stato da loro stabilito che dovessero essere loro medesimi i contabili del tesoro cittadino, poiché non avendo mai maneggiato una moneta più di ogni altro ne conoscevano il valore e il modo d’uso, il popolo manifestò il suo consenso alla crocefissione nel nome dello sperpero di quello che non avrebbe mai avuto. In numero minore ma più agguerrito una fazione trasversale ai borghi, alle classi sociali e al loro grado di alienazione, composta da gente che in battaglia cantava e portava la croce foss’anche solo in sogno o nel desiderio, decretava invece sacrosanta la crocifissione per la conduzione strategica della battaglia in sé. Assolvendo il suo silenzio dalle colpe fin qui elencate, a lui ne imputavano la più sordida: aver sbagliato la tattica di cui, in un passato che era per forza prossimo non essendoci il remoto, era maestro.


Il paradosso vuole però che colpevolizzare l’uomo della collina per questo motivo renderebbe insulse e pretestuose tutte le altre colpe, e ne farebbero perciò una vittima piuttosto che il colpevole, perché è altresì vero che questa infamante accusa non potrebbe essergli mossa se anche una sola delle altre colpe fosse stata accertata come tale. E siccome di tutte le altre colpe fin qui contestategli la genesi era da ricercarsi nel tessuto dell’urbe e di lui si poteva solo discuterne la messa in pratica come effetto inevitabile di una causa già in essere, ecco che tali colpe da imputare altrove erano palesi e manifeste nell’atto stesso di accusa e pertanto vanificavano l’accusa più tremenda tra tutte le accuse. E le altre accuse in egual modo. Fu per questo che all’imbrunire di quella stessa domenica la città eterna e dolente ammetteva le proprie colpe e assolveva l’uomo silenzioso che abitava in collina: fu per questo che lo condusse sul Golgota e lo crocifisse.



martedì 2 ottobre 2012

Prêt-à-Football Vol. 1

CHI VESTE BENE E CHI MENO NEL MONDO DEL CALCIO. I NODI STRETTI DI MAX ALLEGRI E IL TRENDY ACCESO DI BRENDAN RODGERS. COME ANDARE IN PANCHINA TRA MODA, OROLOGI DI LUSSO E COLORI SOCIALI

Andrea Stramaccioni
Andrea Stramaccioni: Da un paio d'anni è Donatella Versace a vestire allenatore e giocatori dell'Internazionale FC. Mentre poco si può rimproverare agli abiti, dal taglio perfetto, lo stesso non vale per le cravatte. Quantomai "sociale" quella dell'anno scorso (la ricorderete: azzurra nella parte superiore e nera in quella inferiore, i due colori divisi dallo stemma), a psichedeliche fantasie quella per la stagione 2012/2013.
Mister Stramaccioni la porta con disinvoltura, azzeccando il nodo e il colletto della camicia (bianca), ma forse è da rivedere assieme alla cintura a fibbia quadrata.

Massimiliano Allegri: Grossi passi in avanti in casa Milan. Dimenticato l'abbinamento dell'ultimo Ancelotti (cravatta borgogna su camicia borgogna), Allegri già l'anno scorso aveva puntato sulla camicia bianca e il nodo stretto. Quest'anno la scelta è ricaduta su righe bordeaux e nere. Lo spento che non si inventa niente (e il più delle volte non inventare significa vestir bene). Meglio, ma il nodo rimane sempre troppo stretto. Non mi piace l'alloro attorno allo stemma del Milan, ma come scende il pantalone (senza risvolto) sulla scarpa. Infine, non posso che approvare la scelta dell'orologio: Reverso di Jaeger-LeCoultre.

Ciro Ferrara: L'allenatore della Sampdoria è forse l'unico in Serie A a vestire con disinvoltura l'abbigliamento sociale. La fantasia blucerchiata sulla cravatta è particolarmente sobria e lo stemma sul taschino perfettamente inquadrato.
Vista la linea dell'insieme, approviamo anche il colletto alla francese leggermente destrutturato.
Ai tempi della Juventus e della Nazionale indossava un Rolex Daytona quadrante bianco. Ora non so.


Arsene Wenger
Arsene Wenger: Da quanto capisco, il più delle volte in Premier League l'allenatore non è tenuto ad indossare un abito sociale. E' sufficiente che non vesta i colori dell'avversario.
Il tecnico francese dell'Arsenal sfrutta poche combinazioni. Abito blu navy e cravatta dark cherry, abito maggia e cravatta rosso-rosso corsa o abito blu tenue e cravatta azzurra a fantasia farfalla (di quelle che sono da sempre nella collezione Etro). Meglio la prima opzione, anche alla luce della fisionomia del personaggio. Non vorrei sbagliarmi, ma al polso indossa un IWC Portoghese Chronograph.

André Villas Boas: Bello, giovane e spavaldo. Il suo look lo segue con variazioni di blu navy. Non sempre porta la cravatta (e quando lo fa spesso il nodo cede). Quasi mai cede alla tentazione del Regimental. Meglio senza o con il primo bottone della camicia slacciato a fare spazio alla barba volutamente trascurata. In attesa dell'autunno e del trench blu.

Brendan Rodgers: Il classico look da uomo della City. Fumo di Londra e Regimental accesa - al limite del trendy - con i colori del Liverpool. E ci sta pure (alla fine la Regimental è la cravatta "sociale" per eccellenza). Non che stia male, ma sembra preferirebbe di gran lunga vestire una tuta in triacetato.

Giuseppe Sannino / Giampiero Gasperini: Sannino è a mio avviso uno degli allenatori che veste meglio in Serie A. Mi riferisco in particolare alla versione senese, che non disdegnava il gilet a V sotto la giacca. Nodo perfetto e colletto sempre sobrio. Spesso la chicca della spilla al rever. Rinviamo ogni commento su Gasperini, sostituto di Sannino sulla panchina dei rosanero. Per ora ha preferito la polo Puma di ordinanza. Ci aspettiamo però che replichi l'eleganza mostrata sulla panchina del Genoa.

Giuseppe Sannino, il taglio della giacca sul colletto

(continua..)