domenica 16 settembre 2012

Literaria. "La battaglia di Santiago". Cronaca di una giornata convulsa

Ospitiamo con piacere un bel brano che Renzo Parodi, giornalista sportivo (e non solo) del Secolo XIX, ha scritto per Lacrime di Borghetti in onore de "La Battaglia di Santiago 2 giugno 1962: Cile - Italia  2 – 0” (Urbone Publishing, 2012), il nuovo libro del nostro amico Alberto Facchinetti, già autore del romantico "Doriani d'Argentina". Buona lettura (del post, e del libro!).

Botte da orbi

Immagini sbiadite nel tempo trascorso, immagini tremolanti e fanè irradiate sui primi teleschermi dell’Italia avviata al boom economico. Cile-Italia, 2 giugno 1962, Mondiali del Cile. Anche chi scrive ne conserva memoria, confusa, rigorosamente in bianconero, ovvio: la rissa in mezzo al campo di gioco, Carabineros cileni e dirigenti a far mucchio attorno ai reprobi azzurri, Ferrini e David, espulsi dall’ineffabile arbitro inglese Kenneth Aston. Cinquant’anni spaccati. L’Italia in campo contro la Roja, allo stadio Nacional di Santiago, colmo di folla schiumante, orgoglio nazionale e rabbia sciovinista contro gli azzurri. Terreno malmostoso e sdrucciolevole concimato dagli acri reportage della vigilia firmati da due sommi inviati, Antonio Ghirelli spedito in avanscoperta dal Corriere della Sera e  Corrado Pizzinelli, della fiorentina Nazione, specialista di politica e costume, indifferente al calcio ma corrosivo nei suoi racconti cileni. 

“Un campionato del mondo a tredicimila chilometri di distanza è pura follia. Il Cile è piccolo, è povero, è fiero: ha accettato di organizzare questa edizione della Coppa Rimet, come Mussolini accettò di mandare la nostra aviazione a bombardare Londra. La capitale dispone di settecento posti letto. Il telefono non funziona. I tassì sono rari come i mariti fedeli. Un cablogramma per l’Europa costa un occhio della testa. Una lettera impiega cinque giorni”. Ecco l’incipit del reportage ghirelliano che infierì senza pietà: “Come metti piede a Santiago ti rendi conto che l’isola di Robinson Crusoe galleggia tuttora a pochi passi da questa straordinaria striscia di terra lunga quattromila chilometri. Come visiti la periferia della capitale, ti assale il sospetto che non ci siano ancora abbastanza Robinson Crusoe per colonizzare tutto il Cile”.

E Pizzinelli, di rincalzo:  “Denutrizione, prostituzione, analfabetismo, alcolismo, miseria, sotto questi aspetti il Cile è terribile e Santiago dolorosamente viva, e tanto viva da perdere persino le sue caratteristiche di città anonima. Interi quartieri della città praticano la prostituzione “open air”: uno spettacolo desolante e terribile quanto la vista delle challampas, una cintura di casupole che circonda quelle già povere della periferia, e abitate da una fra le più dolorose umanità. Si dirà che tutto il Sud America è così, e che non v’è da stupirsi, e che ogni città ha problemi del genere. L’hanno Mosca, New York, Rio de Janeiro e Roma. D’accordo: ma in queste città problemi del genere sono di portata limitata: qui investono centinaia di migliaia di persone. Che, si badi bene, non sono di origine india. Il 98 o il 99 per cento della popolazione cilena è d’origine europea. Il che ci fa dire non soltanto che il Cile sul piano del sottosviluppo deve essere messo alla pari di tanti paesi dell’Asia o dell’Africa, ma che il problema della sua rigenerazione è ancora più grave. Gli abitanti di quei continenti sono dei non progrediti: questi sono dei regrediti”.

Alberto Facchinetti, versatile e profondo giornalista innamorato del calcio, già autore di “Doriani d’Argentina” (affettuoso viaggio nella memoria dei campioni e dei brocchi venuti a vestire la maglia della Sampdoria), ne “La battaglia di Santiago” (Urbone Publishing, prefazione di Roberto Beccantini) ha rievocato con minuzioso scrupolo cronistico la giornate cilena densa di umori avvelenati che propiziò il flop della Nazionale italiana. Retta da un improbabile triumvirato (Giovanni Ferrari, Paolo Mazza e Helenio Herrera), la panchina azzurra a due mesi dal Mondiale perse una gamba. HH, non ancora il Mago che regalò all’Inter i trofei intercontinentali,  diede le dimissioni per trasferirsi sulla panchina spagnola delle Furie rosse, una emerita banda di vecchioni talentuosi (Gento, Puskas, Di Stefano), naturalizzati spagnoli così come noi avevamo imbarcato in forza gli oriundi: Altafini, Maschio, Sivori, Sormani. Il ritiro Premondiale a San Pellegrino Terme si risolse in una polveriera ondeggiante tra scherzi goliardici: fughe dall’hotel-caserma, interminabili partite a carte notturne avvolte nel fumo delle Marlboro. A guastare un ambiente già disgregato, le immancabili polemiche giornalistiche che vedevano la scuola lombarda, capeggiata da Gianni Brera, del Giorno, opposta alla scuola napoletana dei Ghirelli e dei Palumbo. Fautrice, la prima, di un rigoroso rispetto del gioco all’italiana (difesa e contropiede), favorevole, l’altra, ad avventure offensive più audaci. Guerra personale combattuta riga su riga sui rispettivi quotidiani e alimentata dalla pretesa, sfrontatamente esibita, di condizionare le scelte della commissione tecnica azzurra. Talché, alla vigilia della fatale partita di Santiago, c’è chi giura che furono due giornalisti di punta, al seguito della Nazionale, a dettare la formazione, escludendo Sivori e Rivera e, in extremis, costringendo il duo Ferrari-Mazza a inserire Altafini al posto di Sormani. Insomma, un caos.

Facchinetti, nel suo girovagare, ha ripescato testimonianze oculari di cileni e italiani, Edoardo Carrasco detto Mono, artista cileno espatriato in Italia dopo il golpe che abbatté Salvador Allende. “C’era un clima di grande festa in paese, alimentato anche dal governo Alessandri, che come sempre accade tentava di nascondere i problemi usando il pallone come strumento”. Walter Veltroni, all’epoca un pargoletto di sette anni: “Di quei novanta minuti ricordo la sensazione di sbigottimento, per me che ogni partita di calcio la vivevo come una festa. Falli a ripetizione, risse in campo, l’arbitro inglese che caccia via due azzurri, Ferrini e David, mentre chiude un occhio, se non tutti e due, sulle entratacce e le provocazioni dei cileni, a cominciare dal pugno in faccia che Sánchez affibbiò al nostro Maschio, uno dei tanti oriundi di quella Nazionale. Il risultato, due a zero per il Cile, rappresentò solo l’ultimo brutto aspetto di una giornata da dimenticare”. Facchinetti viceversa la ricostruisce fotogramma per fotogramma, con antefatti e retroscena. L’espulsione di Ferrini dopo appena 7’, per un pugno rifilato al centravanti cileno; il pugno dell’ala sinistra della Roja, tale Leonel Sanchez – nome diventato sinonimo di slealtà sportiva per 50 milioni di italiani – che spaccò il naso di Humberto Maschio, argentino, uno dei tre angeli dalla faccia sporca (Sivori e Angelillo gli altri due) sbarcati in Italia. Anziché procedere alla sua espulsione, Aston si girò al’altra parte e fu la rissa, innescata da una serie di calcioni proditori dei cileni regolarmente impuniti, reazioni azzurre sanzionate col rosso, anzi no, i cartellini non esistevano ancora, li inventò, anni dopo, proprio quell’Aston che Nicolò Carosio, nella radiocronaca indignata (la tv trasmise il match in differita, due giorni dopo…), accusò di essere stato il garante delle speranze cilene di superare il turno. E così andò. Fummo eliminati. In nove contro undici  - nel frattempo anche Mario David era caduto nella trappola dell’infingardo Leonel Sanchez che tirava la botta e si chiamava la reazione e aveva preso la via degli spogliatoi – subimmo nel finale i gol di Ramirez e Toro, quest’ultimo ingaggiato nell’estate dalla Sampdoria, dove fu una meteora, appena 16 presenze e tre gol. Tornammo a casa schiacciati alla vergogna, nel ribollire della canonica caccia al colpevole. Ma questo, anche oggi, non fa notizia.

1 commento:

  1. Non capisco perché sia stato intervistato Veltroni, non lo capisco anche perché lo credevo morto. O scappato in Africa.

    Leggendo quest'articolo vien da pensare che l'Italia calcistica abbia capito ben poco dalle lezioni del passato. Interessante è l'aspetto "giornalisti che consigliano al C.T. la tattica, invece di fargli attuare le sue idee". Pensiamo solo alla polemica sul 3-5-2: rivelatosi totalmente inutile per la nazionale ma riproposto ossessivamente, sebbene con ben altre idee tattiche abbiamo espresso un calcio dignitoso

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