martedì 25 settembre 2012

“Dai che ci salviamo anche quest'anno”. Una vita sotto zero.

Da queste parti ci siamo abituati. Sono anni, ormai, che non cominciamo il campionato con zero punti come la maggior parte dei diligenti partecipanti alla serie B. Anzi, quest'estate abbiamo anche esultato quando ci hanno comunicato che saremmo partiti soltanto da -1.
I più entusiasti – quelli che vanno in tribuna coperta per mangiare al buffet dell'intervallo o in curva per cantare con le spalle al campo –, al bar già sognavano in grande: “E allora puntiamo ai play off”. “Praticamente siamo già in serie A”, "Non ci ferma nessuno", e via delirando.
Facili entusiasmi.
Insomma, quando vivi una vita di miserie e ingiustizie, la volta che te la cavi con un ceffone solo pensi di essere a un passo dalla svolta. Meno male che al bar c'è chi le cose se le ricorda, chi frequenta i distinti e guarda la partita, chi tira avanti vergognandosi del fatto di rimpiangere attaccanti del calibro di Marco Bernacci. Sì, Marco Bernacci. “Vuol dire – dissero i cinici guardando il fondo del bicchiere di Campari vuoto – che quest'anno possiamo perdere due partite in più del solito”.

E' dura l'esistenza del tifoso dell'Ascoli. “La regina delle Marche”, titolo nobiliare che sa di muffa più che di aristocrazia. Noi sì, noi siamo quelli che mandarono via Bierhoff perché era grasso. E il buon Oliver vinse gli Europei facendone due in finale alla Repubblica Ceca, poi fece più gol di Ronaldo in campionato, poi andò al Milan e vinse lo scudetto. Quello lì, il ciccione tedesco.
Noi che una volta l'anno ci mettiamo i calzini rossi per ricordare il più grande filosofo analfabeta (è un complimento, davvero) che la Storia ricordi, Costantino Rozzi. Noi che ogni anno ci dobbiamo inventare una squadra, che il nostro capitano si chiama Di Donato e in campo non lo riconosce mai nessuno. Noi che abbiamo dato i natali calcistici a Mazzone, e lo evochiamo in panchina ogni volta che perdiamo tre partite di seguito (e non succede così di rado). Anche oggi che Carletto si approssima agli Ottanta.

Carlo Mazzone in un momento di assoluta serietà

Noi che siamo un po' scemi, un po' sfigati e un po' fortunati della fortuna che bacia a volte solo gli sfigati più sfigati. Era il 28 agosto del 2005 quando l'Ascoli – appena ripescato in serie A per una clamorosa serie di coincidenze – si apprestava a ospitare il Milan di Ancelotti, quello con Kakà, Shevchenko, Seedorf e via discorrendo. La squadra era stata assemblata in un quarto d'ora, visto che fino a due settimane prima di questa partita eravamo in serie B. Così, un Foggia di qua, un Ferrante in saldo, uno Bjelanovic preso in prestito, un tale chiamato Quagliarella, un vecchio marpione come Adani, qualche giovane di incerte speranze. Il massacro era annunciato. “Se non ce ne fanno più di tre, è un successo”, dicevano al bar quelli che ne hanno viste tante e quell'anno rimpiangevano Colacone e Bucchi.

Andò che il cielo butto giù un diluvio universale e il Milan s'impantanò. Anzi, all'inizio del secondo tempo a buttarla dentro fu Mirko Cudini, uno che in serie B faceva la panchina. Dio benedica la pioggia, la marcatura strettissima di Lauro (chi?) su Kakà e Nelson Dida, che tanta gente ha reso felice durante la sua carriera.
Poi, vabè, Shevchenko pareggiò con un tiraccio da fuori, ma quell'uno a uno ebbe lo stesso effetto di un'apparizione della Madonna. L'armata Brancaleone che ferma l'aviazione americana. Per non citare il solito Davide che stende Golia. Qualcosa del genere, comunque.
Quell'anno lì, poi, andò tutto bene: ci salvammo con largo anticipo e giochicchiavamo un discreto calcio. E' per questo che ad Ascoli il nome di Marco Giampaolo fa ancora scaldare i cuori.

E il Milan s'impantanò ad Ascoli..

L'anno dopo, ovviamente, tornammo nell'inferno da cui provenivamo, senza nemmeno lottare troppo. Tesser prima e Sonetti dopo non riuscirono a salvare una squadra la cui difesa si reggeva su Nastase e Pecorari. Da lì, cominciò il nostro valzer: meno cinque, meno sei, meno sette, meno due... Si parte sempre in apnea, si arriva a novembre in fondo alla classifica – staccatissimi da tutto e da tutti, in coma profondo, senza possibilità di risveglio –, poi si cambia allenatore, si continua a perdere per un po' e alla fine si attacca a vincere. I biscotti di maggio fanno il resto: è salvezza. Passano tre mesi d'estate e si ricomincia, penalizzazione, novembre da schifo, cambio di allenatore, rimontona, biscotti, salvi.

Ecco perché quando la settimana scorsa ne ho presi tre dalla Pro Vercelli non mi sono preoccupato più di tanto. Siamo sempre allo stesso punto, corriamo sul posto e vediamo il mondo passare. Il nostro campionato è sempre uguale. Non vi preoccupate, ci salveremo anche stavolta. E se il Milan continua così, lo rivediamo l'anno prossimo.

giovedì 20 settembre 2012

Literaria: "La banda del meno nove". La prossima volta provate a darcene venti

"La banda del Meno Nove", di Stefano Greco. Castelvecchi Editore, collana Ultra
Per capire di cosa parliamo basterebbero pochi fotogrammi dell'epoca. Cercare su internet il servizio di Michele Plastino dedicato a Lazio-Vicenza 86-87, partita che ancora adesso rappresenta un ricordo epico nella memoria del tifoso laziale: ascoltare il boato dello Stadio Olimpico, gli abbracci e le lacrime dei giocatori, la corsa disperata di Giuliano Fiorini verso la Curva Nord e la gloria. Ma ogni amante delle imprese sportive sa benissimo che la leggenda non nasce in un solo giorno. La Guerra di Troia fu decisa con un inganno, un colpo di genio, ma solo dopo dieci anni di assedio infinito. Prima di Lazio-Vicenza c'è stato un campionato che sembrava non finire mai, dopo ci sono stati due spareggi terribili. Come un ciclista che dopo aver rimontato, in salita, il gruppo andato in fuga, teme di crollare proprio durante la volata finale.

"Non ho mai temuto di assistere a una fuga. Fin dall'inizio ho capito di avere a che fare con degli uomini veri, con gente che non si sarebbe mai tirata indietro in una situazione del genere" (Eugenio Fascetti)

Lo sa benissimo Stefano Greco il quale imposta, in maniera rigorosa, la cronologia di quegli eventi. Era una Lazio completamente allo sbando, dopo la presidenza-Chinaglia che aveva lasciato il sodalizio bianco-celeste oberato dai debiti e ad un passo dalla C (nella stagione 85-86 la salvezza era arrivata nelle ultime giornate). La coppia Calleri-Bocchi offriva garanzie per ricostruire dopo quel momento difficile ma il campionato successivo iniziò sotto auspici ben peggiori. A tenere banco, nei “bar sport” italiani, è il secondo (e non ultimo) scandalo “Calcioscommesse”: la Lazio fu chiamata in causa per il comportamento di un suo tesserato, Vinazzani, il quale ammise di aver scommesso ma escluse qualsiasi coinvolgimento della Lazio e di altri tesserati della società bianco-celeste. Riceveva le informazioni per le scommesse da Armando Carbone, amico di Vinazzani ma soprattutto uomo legato ad Italo Allodi. Per quel coinvolgimento la Lazio venne prima condannata alla retrocessione in C1 e poi riammessa in B con 9 punti di penalità, nel calcio di oggi equivarebbe a partire da -13 (nel 2006-2007 la Reggina, da -11, riuscì a salvarsi realizzando un'impresa simile). In quei giorni convulsi, in cui accadde di tutto, Fascetti riuscì a cementare un gruppo potenzialmente allo sbando. Una forza, una tenacia, risultata decisiva nei momenti più difficili. Il tecnico toscano è stato la vera guida e il collante di un ambiente sempre sul punto di implodere (le pressioni “interne”, durante il campionato, sono state più forti di quelle esterne). Tensioni che hanno debilitato la squadra, in bilico continuo tra la convinzione, ma sarebbe meglio dire la pretesa, di agganciare il gruppo promozione e la paura di retrocedere in C. Ad un certo punto della stagione la Lazio, senza la penalità, sarebbe stata prima in classifica e a sette giornate dalla fine aveva tre punti di vantaggio sulla zona retrocessione. Un margine rassicurante che non riuscì a gestire, crollando sul piano fisico e nervoso (la partenza ad handicap aveva richiesto uno sforzo enorme) ed arrivando, alla vigilia di Lazio-Vicenza, ad un passo dal dramma (la retrocessione in C avrebbe aperto la strada al fallimento. Calleri, dopo l'iniziale sentenza della giustizia sportiva che condannò la Lazio alla C1, aveva annunciato la liquidazione della società). A questo punto possiamo tornare all'inizio del nostro racconto. Al minuto 83 di Lazio-Vicenza, a Giuliano Fiorini. Perché “fu lui a segnare quel gol grazie al quale siamo ancora in vita”. Tutto questo con buona pace di Fabio Poli, colui che decise il secondo spareggio-salvezza contro il Campobasso. Cosciente che il suo colpo di testa ha sancito la salvezza ma sarà sempre secondo alla zampata del compianto "bomber" (Fiorini è morto nell'estate 2005). Quest'ultimo gol rappresenta per molti, a cominciare dall'autore del libro, il boato più forte della storia della Lazio, più di quelli che hanno sancito uno scudetto o una coppa. E' strano a dirsi, in fondo si gioca per vincere, ma esulti di più quando sei ad un passo dal baratro e c'è qualcosa che ti salva dalla fine. E' un ragionamento che vale per tutti gli sport, non solo nel calcio. 

"Giuliano era un personaggio fantastico: allegro, generoso, sempre pronto alla battuta. Uno che viveva la vita assaporandola fino in fondo" (Antonio Elia Acerbis)

La banda del meno nove” riesce a riassumere questa vicenda, marchiata a fuoco nella pelle di ogni laziale ma ancora adesso poco riconosciuta per il suo reale valore. E' una lettura estremamente agevole, perfettamente impostata e con tempi letterari non indifferenti. Stefano Greco mescola, con grande sapienza ed emozionando il lettore, la cronaca precise delle partite (e spesso degli incidenti. Siamo negli anni '80: i contatti tra le tifoserie erano molto più facili rispetto ad oggi), aneddoti personali e le interviste, a 25 anni di distanza, a molti protagonisti di quella impresa (al posto del contributo memoriale di Giuliano Fiorini c'è un'intervista che l'attaccante rilasciò allo stesso Greco il giorno dopo quel gol al Vicenza). Piccole chicche che dimostrano come quell'impresa sia viva nei ricordi dei protagonisti. Il libro è correlato anche di splendide fotografie, perfetto contraltare visivo del testo, a conferma di un lavoro certosino da perfetto cronista ma allo stesso tempo appassionato come la lazialità che cova dentro Stefano Greco.

domenica 16 settembre 2012

Literaria. "La battaglia di Santiago". Cronaca di una giornata convulsa

Ospitiamo con piacere un bel brano che Renzo Parodi, giornalista sportivo (e non solo) del Secolo XIX, ha scritto per Lacrime di Borghetti in onore de "La Battaglia di Santiago 2 giugno 1962: Cile - Italia  2 – 0” (Urbone Publishing, 2012), il nuovo libro del nostro amico Alberto Facchinetti, già autore del romantico "Doriani d'Argentina". Buona lettura (del post, e del libro!).

Botte da orbi

Immagini sbiadite nel tempo trascorso, immagini tremolanti e fanè irradiate sui primi teleschermi dell’Italia avviata al boom economico. Cile-Italia, 2 giugno 1962, Mondiali del Cile. Anche chi scrive ne conserva memoria, confusa, rigorosamente in bianconero, ovvio: la rissa in mezzo al campo di gioco, Carabineros cileni e dirigenti a far mucchio attorno ai reprobi azzurri, Ferrini e David, espulsi dall’ineffabile arbitro inglese Kenneth Aston. Cinquant’anni spaccati. L’Italia in campo contro la Roja, allo stadio Nacional di Santiago, colmo di folla schiumante, orgoglio nazionale e rabbia sciovinista contro gli azzurri. Terreno malmostoso e sdrucciolevole concimato dagli acri reportage della vigilia firmati da due sommi inviati, Antonio Ghirelli spedito in avanscoperta dal Corriere della Sera e  Corrado Pizzinelli, della fiorentina Nazione, specialista di politica e costume, indifferente al calcio ma corrosivo nei suoi racconti cileni. 

“Un campionato del mondo a tredicimila chilometri di distanza è pura follia. Il Cile è piccolo, è povero, è fiero: ha accettato di organizzare questa edizione della Coppa Rimet, come Mussolini accettò di mandare la nostra aviazione a bombardare Londra. La capitale dispone di settecento posti letto. Il telefono non funziona. I tassì sono rari come i mariti fedeli. Un cablogramma per l’Europa costa un occhio della testa. Una lettera impiega cinque giorni”. Ecco l’incipit del reportage ghirelliano che infierì senza pietà: “Come metti piede a Santiago ti rendi conto che l’isola di Robinson Crusoe galleggia tuttora a pochi passi da questa straordinaria striscia di terra lunga quattromila chilometri. Come visiti la periferia della capitale, ti assale il sospetto che non ci siano ancora abbastanza Robinson Crusoe per colonizzare tutto il Cile”.

E Pizzinelli, di rincalzo:  “Denutrizione, prostituzione, analfabetismo, alcolismo, miseria, sotto questi aspetti il Cile è terribile e Santiago dolorosamente viva, e tanto viva da perdere persino le sue caratteristiche di città anonima. Interi quartieri della città praticano la prostituzione “open air”: uno spettacolo desolante e terribile quanto la vista delle challampas, una cintura di casupole che circonda quelle già povere della periferia, e abitate da una fra le più dolorose umanità. Si dirà che tutto il Sud America è così, e che non v’è da stupirsi, e che ogni città ha problemi del genere. L’hanno Mosca, New York, Rio de Janeiro e Roma. D’accordo: ma in queste città problemi del genere sono di portata limitata: qui investono centinaia di migliaia di persone. Che, si badi bene, non sono di origine india. Il 98 o il 99 per cento della popolazione cilena è d’origine europea. Il che ci fa dire non soltanto che il Cile sul piano del sottosviluppo deve essere messo alla pari di tanti paesi dell’Asia o dell’Africa, ma che il problema della sua rigenerazione è ancora più grave. Gli abitanti di quei continenti sono dei non progrediti: questi sono dei regrediti”.

Alberto Facchinetti, versatile e profondo giornalista innamorato del calcio, già autore di “Doriani d’Argentina” (affettuoso viaggio nella memoria dei campioni e dei brocchi venuti a vestire la maglia della Sampdoria), ne “La battaglia di Santiago” (Urbone Publishing, prefazione di Roberto Beccantini) ha rievocato con minuzioso scrupolo cronistico la giornate cilena densa di umori avvelenati che propiziò il flop della Nazionale italiana. Retta da un improbabile triumvirato (Giovanni Ferrari, Paolo Mazza e Helenio Herrera), la panchina azzurra a due mesi dal Mondiale perse una gamba. HH, non ancora il Mago che regalò all’Inter i trofei intercontinentali,  diede le dimissioni per trasferirsi sulla panchina spagnola delle Furie rosse, una emerita banda di vecchioni talentuosi (Gento, Puskas, Di Stefano), naturalizzati spagnoli così come noi avevamo imbarcato in forza gli oriundi: Altafini, Maschio, Sivori, Sormani. Il ritiro Premondiale a San Pellegrino Terme si risolse in una polveriera ondeggiante tra scherzi goliardici: fughe dall’hotel-caserma, interminabili partite a carte notturne avvolte nel fumo delle Marlboro. A guastare un ambiente già disgregato, le immancabili polemiche giornalistiche che vedevano la scuola lombarda, capeggiata da Gianni Brera, del Giorno, opposta alla scuola napoletana dei Ghirelli e dei Palumbo. Fautrice, la prima, di un rigoroso rispetto del gioco all’italiana (difesa e contropiede), favorevole, l’altra, ad avventure offensive più audaci. Guerra personale combattuta riga su riga sui rispettivi quotidiani e alimentata dalla pretesa, sfrontatamente esibita, di condizionare le scelte della commissione tecnica azzurra. Talché, alla vigilia della fatale partita di Santiago, c’è chi giura che furono due giornalisti di punta, al seguito della Nazionale, a dettare la formazione, escludendo Sivori e Rivera e, in extremis, costringendo il duo Ferrari-Mazza a inserire Altafini al posto di Sormani. Insomma, un caos.

Facchinetti, nel suo girovagare, ha ripescato testimonianze oculari di cileni e italiani, Edoardo Carrasco detto Mono, artista cileno espatriato in Italia dopo il golpe che abbatté Salvador Allende. “C’era un clima di grande festa in paese, alimentato anche dal governo Alessandri, che come sempre accade tentava di nascondere i problemi usando il pallone come strumento”. Walter Veltroni, all’epoca un pargoletto di sette anni: “Di quei novanta minuti ricordo la sensazione di sbigottimento, per me che ogni partita di calcio la vivevo come una festa. Falli a ripetizione, risse in campo, l’arbitro inglese che caccia via due azzurri, Ferrini e David, mentre chiude un occhio, se non tutti e due, sulle entratacce e le provocazioni dei cileni, a cominciare dal pugno in faccia che Sánchez affibbiò al nostro Maschio, uno dei tanti oriundi di quella Nazionale. Il risultato, due a zero per il Cile, rappresentò solo l’ultimo brutto aspetto di una giornata da dimenticare”. Facchinetti viceversa la ricostruisce fotogramma per fotogramma, con antefatti e retroscena. L’espulsione di Ferrini dopo appena 7’, per un pugno rifilato al centravanti cileno; il pugno dell’ala sinistra della Roja, tale Leonel Sanchez – nome diventato sinonimo di slealtà sportiva per 50 milioni di italiani – che spaccò il naso di Humberto Maschio, argentino, uno dei tre angeli dalla faccia sporca (Sivori e Angelillo gli altri due) sbarcati in Italia. Anziché procedere alla sua espulsione, Aston si girò al’altra parte e fu la rissa, innescata da una serie di calcioni proditori dei cileni regolarmente impuniti, reazioni azzurre sanzionate col rosso, anzi no, i cartellini non esistevano ancora, li inventò, anni dopo, proprio quell’Aston che Nicolò Carosio, nella radiocronaca indignata (la tv trasmise il match in differita, due giorni dopo…), accusò di essere stato il garante delle speranze cilene di superare il turno. E così andò. Fummo eliminati. In nove contro undici  - nel frattempo anche Mario David era caduto nella trappola dell’infingardo Leonel Sanchez che tirava la botta e si chiamava la reazione e aveva preso la via degli spogliatoi – subimmo nel finale i gol di Ramirez e Toro, quest’ultimo ingaggiato nell’estate dalla Sampdoria, dove fu una meteora, appena 16 presenze e tre gol. Tornammo a casa schiacciati alla vergogna, nel ribollire della canonica caccia al colpevole. Ma questo, anche oggi, non fa notizia.

martedì 4 settembre 2012

Panenka, i canguri e la "foglia che cade"


Il campionato europeo di calcio è una manifestazione strana, che nel vecchio continente non riesce a far breccia nel cuore degli appassionati allo stesso livello della Coppa del Mondo. È in primis una questione di tradizione, essendo un torneo di costituzione relativamente recente, nato appena nel 1960 (tanto per fare un paragone, la prima Copa America si è disputata nel 1916), ma anche di opportunità: i pesi massimi continentali lo hanno sempre considerato di secondo piano, prendendolo in qualche misura meno sul serio rispetto ai Mondiali. La formula di competizione nei primi anni non ha certo aiutato: le squadre competitive erano poche, l’Europa non era frammentata come lo è oggi, le repubbliche sovietiche erano ancora unite sotto la sigla CCCP, la Jugoslavia di Tito reggeva nonostante le tensioni interne, micro-stati come Lichtenstein, Andorra e Far Oer non erano considerati degni di schierare le proprie nazionali nemmeno come squadre materasso nei gironi qualificatori. Fino alla fine delle guerra fredda quindi, ne veniva fuori pertanto un torneino tra poche squadre, di breve durata e di relativo impegno, in grado di sovvertire spesso il pronostico. L’albo d’oro riporta dei nomi inconsueti: Danimarca, Unione Sovietica, persino la Grecia di qualche anno fa con la competizione già allargata e nell’anno di grazia 1976, la Cecoslovacchia.
Zozzoni sul tetto d'Europa.
Ed è proprio la nazionale ora scorporata tra Repubblica Ceca e Slovacchia che ci dà lo spunto per parlare di un episodio raro nel football: è una storia di calci di rigore, magliette di lana, baffi e visto che siamo in Repubblica Ceca, ovviamente birra.
Il canguro veglia sui sobri  tifosi
del Bohemians FC 1905.
La federazione di Praga aderiva in pieno al concetto di “calcio socialista”: a differenza dei non amatissimi “cugini” sovietici, i migliori giocatori non venivano raggruppati in supersquadre, in grado magari di mettere in difficoltà le potenze occidentali durante le coppe Europee. Anzi, le squadre cecoslovacche avevano un patto di non belligeranza secondo il quale le varie stelle erano praticamente legate a vita alla società in cui emergevano. Ah, anche se può sembrare superfluo specificarlo, di emigrare all’estero per fare qualche soldo, manco a parlarne. Ed era proprio questo il caso di Antonin Panenka, centrocampista offensivo di ottimo talento, dotato di baffi d’ordinanza e fisico leggermente appesantito da qualche Staropramen di troppo: Antonin era arrivato ad 11 anni ai Bohemians, terza squadra di praga, dalla bacheca vuota e con un canguro come simbolo, retaggio di un regalo dello zoo cittadino che doveva intendersi come suggerimento per la mascotte ma piacque così tanto da diventare parte dello stemma sociale. I Bohemians navigavano tranquilli a metà classifica e le luci dei riflettori se le spartivano regolarmente Dukla Praga (titolari di una delle più belle maglie da trasferta di sempre) e Slovan Bratislava: di questo Panenka, al di qua della cortina di ferro, praticamente nessuno aveva informazioni certe.
Ed è quindi giustizia poetica che Antonin salì alla ribalta nella competizioni più bistrattata d’Europa, per giunta nell’edizione più oscura che gli annali ricordino: il campionato Europeo del 1976 che si svolse in Jugoslavia. Anche qui, non propriamente un paese in buoni rapporti con l’Europa Occidentale.
La fase finale ebbe la durata complessiva di 4 giorni, con sole quattro squadre qualificate a giocarsi il titolo di campione d’Europa: i cecoslovacchi hanno fatto il miracolo nelle qualificazioni eliminando l’Unione Sovietica, senza che nessuno sia riuscito a sapere molto della sfida andata e ritorno tra le due nazionali, ma poco importa. Ci si aspetta che i giocatori agli ordini di Mister Jezek siano un po’ le vittime sacrificali della manifestazione, in fin dei conti le altre partecipanti sono i padroni di casa jugoslavi assieme a Germania Ovest e Paesi Bassi, finaliste due anni prima alla Coppa del Mondo. La semifinale in programma a Zagabria mette a confronto la Cecoslovacchia contro i vice-campioni Orange di Cruyff e Neskens: vantaggio a sorpresa per i cecoslovacchi dopo 19 minuti, assedio olandese che si conclude con il pareggio su autogol, si va ai supplementari. I rossi resistono, oggi diremmo che puntano ai rigori, non fosse che la lotteria dagli 11 metri era una novità regolamentare appena introdotta dalla UEFA, all’esordio proprio in questi campionati europei. Se anche oggi che i penalties sono una prassi consolidata, vengono considerati come il fattore con più alea nel gioco del calcio, figuriamoci quando la pratica era pressoché sconosciuta: in più, l’appuntamento con la storia di Antonin Panenka non può certo essere sprecato per la semifinale e la Cecoslovacchia trova prima il gol del vantaggio e poi quello della sicurezza a pochi minuti della fine.
Nell’altra semifinale, la Germania Ovest va sotto di due gol nel primo tempo contro degli scatenati jugoslavi ai quali però finisce la benzina attorno al 60esimo: i tedeschi pareggiano a 10 minuti dalla fine e poi completano la rimonta nei supplementari. Anche in questa partita, i rigori non fanno la loro comparsa sulla scena: la grande novità sarà svelata in finale.
Mister Jezek con un fashion statement.
I cecoslovacchi si trovano di fronte i campioni del mondo tedeschi, ma ormai ci credono: vanno in vantaggio per 2-0, ma anche loro come la Jugoslavia pochi giorni prima, vengono raggiunti all’80esimo dalla Germania Ovest. Non bastano i novanta regolamentari per decidere il campionato europeo, ma ormai tutti sono convinti che la maggiore esperienza e qualità dei tedeschi occidentali finirà per farsi valere e che la BDR sia destinata ad una storica accoppiata “mondiale-europeo”. Ma i ragazzi di mister Jezek resistono: si va infine ai rigori, ma prima i giocatori cecoslovacchi hanno un altro problema, per così dire, logistico. Le loro maglie sono tarate sulla temperatura di Praga e sono di lana spessa per resistere a freddo e neve e nel caldo mediterraneo del giugno belgradese hanno l’effetto di una coperta termica. Coach Jezek decide i rigoristi che dovranno affrontare Sepp Maier, che tutti considerano il miglior portiere del mondo al momento, mentre chi non è nella lista dei cinque ha solo un pensiero, togliersi la maglia!
Così, uno stuolo di cecoslovacchi a torso nudo guarda i primi sette rigoristi centrare il bersaglio, fino a quando Uli Hoeness, uno che ha appena vinto la terza Coppa dei Campioni di seguito con il Bayern Monaco, la spara alta sopra la traversa.
Tocca ad Antonin. È il quinto ed ultimo rigore, ed è quello che, se messo a segno, può dare il titolo alla Cecoslovacchia. Ma se fosse andata normalmente, non saremmo qui a parlarne, se non per una bella vittoria a sorpresa contro i campioni del mondo in carica.



Panenka infatti è l’inventore riconosciuto di quello che in Italia si chiama “rigore a cucchiaio”, reso famoso da un certo Francesco Totti, guarda un po’ le coincidenze, durante un campionato europeo, 24 anni dopo l’originale. Il nostro Antonin lo chiamava “il rigore della foglia che cade”, nome che ricorda quasi un colpo di arti marziali, e lo aveva sviluppato durante gli allenamenti con il portiere dei Bohemians, tale Zdenek Hruska, con il quale affinava la tecnica di calcio per il penalty, con un piccolo twist per dargli un brivido: ad ogni rigore calciato, c’era in palio una birra. Hruska però era un formidabile para-rigori e Tonda, come era conosciuto ai Bohemians, si era stufato di vedere il portiere e compagno di squadra bere a sue spese. 
Kahn sbeffeggiato dopo aver perso le
scommesse inventate da Panenka e Hruska.
Così cominciò a provare “la foglia che cade” ed i risultati non si fecero attendere, un paio di volte tirò rigori così persino in campionato o in amichevole con la nazionale. Ma ovviamente, nessuno da questa parte della cortina di ferro aveva la più pallida idea della foglia che cade e anche volendo, chi avrebbe potuto pensare che Panenka fosse così sicuro di sé da tirare in questo modo il rigore decisivo per la finale dell’Europeo?
Beh, evidentemente anche Antonin sapeva che nessuno poteva immaginarlo e prenderlo sul serio, visto che confidò solo al portiere della nazionale Ivo Viktor che avrebbe tirato così il suo eventuale rigore. Mani nei capelli del portiere, che scongiura il suo centrocampista di fare la persona seria e tirarlo in maniera ortodossa. Ma Panenka, ridendo sotto i suoi folti baffi, si deve essere fatto due conti: gioco in una squadra che se va bene arriva a metà classifica, non mi fanno andare in Occidente, se segno vinciamo l’Europeo più sfigato della storia e per giunta ai rigori, che li hanno inventati l’altroieri e chissà se rimarranno, chi vuoi che si ricordi di me se tiro il rigore normalmente? Ed eccolo lì, il secondo più lungo della storia del calcio cecoslovacco: Maier si tuffa a sinistra, Panenka finta il tiro e fa il gesto che Pelé definì “opera di un genio o di un matto”, colpendola sotto e facendola arrivare con un gentilissimo lob in fondo alla rete. Cecoslovacchia campione d’Europa e Panenka può correre ad abbracciare un suo compagno, ovviamente a torso nudo.
Panenka intento a dissipare i dubbi sui suoi gusti sessuali sorti dopo l'Europeo.
Epiloghi:
-          La Cecoslovacchia andò a ritirare la coppa e festeggiò tutto il tempo indossando le magliette della Germania Ovest: dopo la vittoria, tutti i giocatori ne approfittarono per scambiare le loro divise di lana con quelle ben più fresche dei tedeschi.
-          In Germania presero così male questa sconfitta nella prima sfida ai rigori della storia del calcio che hanno deciso di impegnarsi sul serio nel fondamentale. Dopo Panenka, non hanno mai più perso ai rigori.
-          Un giornalista, qualche tempo dopo la finale, riferì ad Antonin le parole di Pelé. O matto o un genio. Panenka rispose con un sorriso:“poiché non mi considero matto, quello che ha detto Pelé mi va benissimo”.
-          Negli anni ’80, i Bohemians lasciarono infine partire Panenka; a 32 anni e con il contatore delle Staropramen ormai fuori giri, “Tonda” optò per il campionato austriaco. Fece in tempo però a vincere due titoli con il Rapid Vienna ed arrivare in finale di Coppa delle Coppe. Non ci fu però modo di calciare nuovamente un rigore della foglia che cade.
-          Esattamente venti anni dopo, gli “eredi” di Maier e Panenka, ovvero i giocatori di Germania (ormai unificata) e Repubblica Ceca (ormai divisa dalla Slovacchia) si incontrarono di nuovo nella finale degli Europei. Anche stavolta, fu introdotta una novità regolamentare, il Golden Goal. La prospettiva di non poter più vedere un rigore come quello di Antonin però, fece tornare ben presto la FIFA sui suoi passi.
-          In tutto il mondo, Italia a parte, il rigore a cucchiaio è conosciuto come “Panenka Penalty”.

lunedì 3 settembre 2012

Avere vent'anni (prima di varie riflessioni dopo Inter - Roma 1-3)


Da dove iniziare a raccontare quello che è successo ieri sera a San Siro? Sono tanti gli spunti, forse troppi, che si sono affollati nella mia testa, resa ancor più sensibile dalla noia degli ultimi due inutili mesi passati ad “immaginare calcio”. Mi limiterò a segnalare un dettaglio che mi ha colpito, tralasciando – magari nei commenti, o in prossimi post – il resto delle impressioni (e dei sassolini nelle scarpe che mi vorrei togliere, almeno due).

Cosa è successo, dunque, ieri sera a San Siro. È successo che la Roma ha messo in vetrina, sulla trequarti, zona centro-sinistra, un ragazzo giovane, un ventenne per l’esattezza, che – secondo me, ma posso anche sbagliarmi – farà parlare di sé. Uno che corre come un forsennato per novanta minuti, che rientra a prendersi il pallone nella propria metà campo, che illumina il gioco con colpi di tacco fuori dalle regole non scritte del calcio moderno; uno che pennella un cross sulla testa di un compagno e, un’ora dopo, mette un altro compagno a tu per tu col portiere avversario; uno che alza lo sguardo e cambia il gioco con la stessa naturalezza con cui io, la mattina, dopo essermi fatto la doccia, apro l’armadio e scelgo la camicia da indossare.

Questo ragazzo, questo giovane, questo ventenne, è cresciuto nelle giovanili della Roma e, per di più, così dicono, è anche molto attaccato alla città in cui è nato, tanto che, sempre così dicono, è un capitano predestinato. Uno che potrebbe diventare una bandiera della Roma. Mi sento di dover dubitare su questo punto: uno così forte, così creativo, così altruista, così completo, uno insomma destinato a diventare un fuoriclasse di livello internazionale (un così detto “top player”), per quanto possa voler bene alla sua città e alla sua squadra, per quanto possa sentirsi identificato nei suoi colori e nei suoi tifosi, non potrà non finire, più presto che tardi (anche se mi auguro il più tardi possibile), preda delle fauci generose di uno dei maggiori club europei. Penso – solo per citarne alcuni - ai due Manchester, al Real Madrid e al Barcellona, al Paris Saint Germain e al Bayern Monaco, forse anche al Milan, all’Inter e alla Juventus; società che possono dargli garanzie, in termini economici e di vittorie, che questa Roma non può certo eguagliare.

È vero però – e su questo pensiero si aggrappa la mia speranza, come il braccio di un turista coreano al relitto della Costa Concordia – che ci sono calciatori, meglio ancora uomini, che alla gloria effimera del successo preferiscono la gratificazione immutabile del rispetto e la fusione panistica con un’identità. Ieri sera vedevo i forti, fortissimi centrocampisti nerazzurri, marcantoni dinamici e astuti con la pelle dura come scorza di limone, giocatori di primo livello come Freddy Guarìn, Alvaro Pereira e Wesley Sneijder, aggirarsi per il campo alla ricerca di agnellini da sbranare; mentre li vedevo presi in mezzo dalle geometrie fresche, sbarbate, sfacciate di esordienti sin miedo (il Greco, Florenzi, Marquinho, frecce che si infilavano in ogni buco), pensavo proprio che la differenza principale tra le due squadre era quella dell’attaccamento a un’idea contro una vita mercenaria. Cosa può realmente importare ai Guarìn, Pereira o Sneijder se la squadra in cui giocano vince, pareggia o perde? Se gioca bene o gioca male? In ogni caso, a fine anno il loro procuratore può trovar loro una nuova, confortevole sistemazione in Turchia, Russia o Inghilterra, con la stessa velocità con cui si memorizza il PIN di un nuovo bancomat. Per cosa giocano i Guarìn, i Pereira, gli Sneijer, se non per loro stessi, il loro conto in banca, il loro status, l’immagine della loro carriera? Guardavo loro (e il loro calcio inerte, senza spirito, simile a un funerale) e pensavo, speriamo che questo giovane numero dieci della Roma, questa promessa del calcio italiano, guardi quei volti scavati dalla vita, quei volti di play-boy calcistici che cambiano squadre ogni sera, e si ricordi di quel vecchio tango di Azucena Maizani, Pero yo sé, tante volte magistralmente interpretato da Héctor Pacheco con lo smoking e la gomina, al termine del cui ritornello si ascolta

Yo sè que de madrugada
cuando las farras dejàs
sentìs el pecho oprimido
por un recuerdo querido
y te ponès a llorar

e si renda conto che meglio di Roma, per uno come lui, non c’è nulla, e che lasciare Roma, e la Roma, significherebbe solamente errare ogni notte di bar in bar alla ricerca di un’ùltima copa, di un’ultima donna, che non sarà mai in grado di soddisfarlo, perché il peso del ricordo è sempre più opprimente del piacere del presente.

Scriveva Jaime Gil de Biedma che la vita beata è
En un viejo país ineficiente,
algo así como España entre dos guerras
civiles, en un pueblo junto al mar,
poseer una casa y poca hacienda
y memoria ninguna. No leer,
no sufrir, no escribir, no pagar cuentas,
y vivir como un noble arruinado
entre las ruinas de mi inteligencia.
Mi domando se questo non sia un ritratto del nobile allenatore della Roma, il boemo Zdenek Zeman, che probabilmente rappresenta la maggiore garanzia di una sana maturazione di questa – così dicono – possibile futura bandiera della Roma. Zeman, che è cresciuto nell’austera Praga del dopoguerra e quindi si ricorda una città caratterizzata dall’assenza di cartelloni pubblicitari (una delle poche cose riscattabili che avevano le città oltre la cortina di ferro), lo aiuterà a non farsi confondere dalle sirene che arriveranno presto – lo so, lo so – da tutte le parti; lo aiuterà a mantenersi sobrio nell’illusione di migliorarsi con il lavoro, corsa dopo corsa, esercizio dopo esercizio; lo aiuterà a rimanere non solo fedele alla sua squadra, alla sua città, alla sua gente, ma anche a sé stesso. È una speranza che mi voglio tenere stretta. La speranza che, tra quindici anni, quando sarà alla fine della sua carriera, questa che oggi è solo una giovane promessa sarà veramente il capitano, il simbolo, il culto della Roma, una Roma – magari, ma forse è chiedere troppo – ancora allenata da Zeman.