mercoledì 6 giugno 2012

Memorie della Spagna calcistica #4: il campo a Vall d'Hebron

Per andare al campo devo prendere la metro verde e arrivare a Vall d'Hebron. Da casa mia sono solo quattro fermate verso nord. Scendo e vedo la città distesa ai miei piedi, come una puttana che fuma dopo aver scopato in un motel, con il mare a fare da spalliera. La luce, dall’alto, è sempre fioca, e l’orizzonte denso. Più mi arrampico a piedi per la strada ripida di questo quartiere senza vita, con i palazzi alti e noiosi, più i lampioni rendono surreale l’ambiente, come se sparassero luci al neon. Salire a piedi per queste strade è come abbandonare quello che si conosce, salire verso l’ignoto, con una canzone dei My bloody Valentine nell’iPod.

Arrivo al campo che non è ancora arrivato nessuno. Salgo su, fino agli spogliatoi. Sono tre casupole bianche attaccate. Parlo con don Antonio. Don Antonio è il custode del campo. Non ha famiglia, non ha casa, non ha nient’altro che il campo. Vive qui su. Dietro la sala con la scrivania, le foto, le coppe, i poster, c’è il suo appartamento. In mezzo al bosco, da dove si vede il mare.Dal campo, guardando verso l’alto, verso la collina, lo sguardo si fissa su una palma, che sporca la bassa costruzione bianca degli spogliatoi. Dietro, in alto, lontano, il monastero illuminato. E la luna.

Qui si soffre. Il campo è polveroso, terra sabbiosa, chiara e leggera. Ci si regge in piedi a malapena. Ai due lati del campo, il costato della collina. Gli alberi. Verde scuro. Ci sono anche le panchine in muratura: locales e visitantes. Sono bianche, col tetto rosso, la scritta nera. Faccio tre gol, tutti e tre squallidi. Quando segno il secondo, anticipando il portiere in uscita, Nicolas, uno degli argentini più simpatici, dice che ho segnato come Balbo. È il campo più bello del mondo.


***
All’inizio ero un po’ in soggezione in quelle partite, con tutti quei sudamericani. Non passano mai la palla, non difendono, parlano, si lamentano. Io che sono bomber, mi ero messo a fare il libero, per toccare qualche pallone, per trovare un po’ di coraggio, per mettere la gamba. Però oggi no. Oggi gioco punta. Quello che gioca sempre da centravanti, l’argentino frocetto che assomiglia al cantante di Belle and Sebastian, oggi non c’è. Vado io, annuncio al primo minuto. Nessuno obietta, che tanto sono tutti fantasisti, loro.

Dieci minuti e siamo già due a zero. Due gol miei, en passant. A porta vuota, per carità. Un rimpallo dopo un cross, e un retropassaggio azzardato del difensore che fa il pizzaiolo al Born. Due gol miei, e nessuno si sogna più di levarmi da lì. Poi un mucchio di sponde, di stop ineleganti ma efficaci, che tanto le marcature sono approssimative, posso stoppare in più tempi, girarmi verso la porta, alzare la testa (come il principe), cercare una maglia bianca, avanzare, scaricare al gordo peruviano, infilarmi nello spazio, aspettare ansimando un cross dalla fascia. Due volte di testa – due volte fuori. Ma mi applaudono, bravo tano mi dicono, bravo Balbo. Io, come Balbo.



Poi, verso la fine, vinciamo cinque a tre, io ho fatto un altro gol (perciò potrei portarmi il pallone a casa), Federico fa un tiraccio tutto sbilenco, la palla rimbalzava e lui si è fatto ingolosire, e le sue superga bianche hanno spedito il pallone lontano dalla porta, oltre la rete laterale, sotto il bosco. Federico la va a prendere, mentre gli altri iniziano a raccogliere le proprie cose e a salire verso gli spogliatoi, che queste partite hanno sempre bisogno di un pretesto come questo, come un pallone che si perde, per finire, che se aspettassimo don Antonio che ci spenga le luci allora possiamo pure continuare fino a mezzanotte, e magari uno di quei sudamericani sverrebbe sul campo, che don Antonio non ha altro nella vita, ha solo il campo, i tramonti, il mare all’orizzonte, la montagna alle spalle, il cartellone pubblicitario stinto della kas limòn, la palma.

Mi avvicino alla rete, Federico sta cercando il pallone, non lo trova, tra le ortiche, le erbacce, la sterpaglia, gli alberi. Ora vengo a aiutarti, gli dico. Poi sento un rumore, come un fruscio, un qualcosa che si muove, e dal bosco compare lui, il cinghiale.



***
Il cinghiale in realtà è femmina. Don Antonio mi parla di lei mentre chiude gli spogliatoi. Non è rimasto più nessuno. Avrà settanta anni, o di più, don Antonio. È solo, vecchio, tenero, con tante rughe. Il cinghiale, quando fa buio, scende dal bosco e lo va a trovare. Quando fa buio, perché nessuno vuole stare solo quando fa buio,  va da don Antonio che le dà da mangiare. Perché le vuole bene, le parla, la difende. Il cinghiale ha anche dei cuccioli. Cinque ne ha contati lui. Di solito scende sola, ma alcune volte i cuccioli la seguono. Don Antonio le dà pane, carne, acqua, pasta, qualsiasi cosa abbia a portata di mano. L’animale non ha paura, anche se a prima vista potrebbe far paura. È timido. Si avvicina con prudenza, non si fida degli umani, di me, non mi conosce, si fida solo di don Antonio, che la chiama, con amore si direbbe, e lei, a scatti, arriva davanti agli spogliatoi, si fa accarezzare, ti fissa con quegli occhioni scuri, ansima, e non puoi che volerle bene.

***

Poi torno a casa, da solo, in metro, e non penso alla ragazza che mi piace, nè ai gol che ho fatto, ma penso a don Antonio, e a quando morirà, e a quando trasformeranno il campo, lo renderanno un circolo costoso, verranno le ruspe e faranno il campo in erba, faranno rumore, abbatteranno gli alberi, costruiranno altri campi, il bar, gli spogliatoi nuovi, e immagino lo sconcerto del cinghiale, che scenderà dal bosco e non troverà don Antonio, l’amico, non troverà da mangiare, e non saprà più cosa fare, e proverà la paura, sarà buio e sarà sola, e la gente che starà giocando urlerà “guardate, un cinghiale!”, e magari le tireranno pietre, e lei piangerà, sola, nel bosco, scappando, e io sarò lontano, da lei, dalla ragazza che mi piace e che probabilmente avrei imparato ad amare ogni giorno un po’ di più, da tutto questo mondo che non conosco, che amo, che ora è mio e presto non lo sarà più, sarà un ricordo, una foto, una citazione di Cortàzar, una bottiglia di birra vuota, col limone adagiato sul fondo.

8 commenti:

  1. Lacrime di Dionigi. Per sempre.

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  2. Bello. Letto un paio di volte perchè è veramente bello.

    Anche io conosco vari Don Antonio, omarelli custodi dei campi, spesso piccoli hobbit deformi ma simpatici e comunque figure mitiche che arricchiscono le partite tra amici. Ricordo una memorabile occasione nella quale siccome eravamo dispari chiamammo il custode a giocare con noi (sesantacinque anni circa e un numero simile di fratture malrimarginate).

    Cinghialotte però no, non ne ho mai conosciute.

    L'immagine della città distesa davanti al mare è geniale, vorrei averla scritta io. Forse un giorno il mio preconscio te la ruberà senza saperlo, dopo essersi dimenticato chi era stato a scriverla originariamente.

    Il finale, toccante. Fa voler bene alla cinghialotta, al custode, a chi scrive, e anche all'argentino che ha fatto il retropassaggio.

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  3. Chapeau. Verrebbe da dirti: Grazie. E succede. Grazie!

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  4. Il destino ha voluto che queste splendide parole fossero associate alla morte di Manolo Preciado. Quando l'ho letto non ci volevo credere. Sono sconvolto

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  5. OronzoArachide7 giugno 2012 21:23

    Grazie, Dionigi. Splendido post, ma soprattutto splendido scorcio di vita.

    Purtroppo questa lettura mi ha fatto anche male, non tanto per il destino del cinghiale, ma per avermi fatto ricordare quanto mi manchi giocare a pallone. Sono sei mesi che sono infortunato e non ce la faccio più a stare fermo. Questi campi forse scompariranno e sarà una grande perdita. Come il campo Testaccio dove ho giocato per tanti anni. Oramai è un cumulo di terra divelta pronta a diventare l'ennesimo orrido parcheggio-area commerciale.

    Partite come quelle nel campo di Don Antonio mi ricordano i miei pomeriggi sanpietroburghesi del piu torrido agosto della storia della città. Arrivavo da unico straniero in questi campi in cui chi arriva prima, gioca. Quel poco di russo che normalmente padroneggiavo, non riuscivo mai a tirarlo fuori sul campo, anche per semplici istruzioni, come "passa!!" o "attento!". Sono arrivato alla conclusione che associo il (giocare a) calcio con la lingua italiana. Credo di aver imparato a tirare un calcio al pallone piu o meno nello stesso periodo in cui ho iniziato a parlare. Nonostante le partite fossero forse l'unico momento in cui non fossi in mezzo ad altri studenti internazionali e in cui mi trovavo in mezzo solamente a russi, proprio in quei momenti non mi sentivo lontano da casa.

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  6. li abbiamo conosciuti tutti.

    http://www.ledieci.net/sport-i-dieci-peggiori-infami-con-cui-giocare-a-calcetto-375.html

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  7. Bellissimo post. Bellissimo finale. E bellissimi i campi alla periferia di Barcellona.

    Ne ricordo uno a Gavarra fichissimo. Se trovo le foto, ve le metto su TN.

    Comunque non resisto. Il primo we che passo da Barcellona andiamo a vedere. Se ci sta Don Antonio, il campo e animali vari.

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  8. certo che per riuscire a farmi commuovere un martedì mattina mentre studio le strategie imperiali sovietiche sul mar baltico in preparazione di polonia-russia e riscopro che sul risko l’ucraina è più grande dell’intera europa vuol dire che hai scritto veramente un gran bel post..

    que viva don antonio e la cinghiala..

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