martedì 26 giugno 2012

Guida galattica allo US soccer #4


Henry in maglia Red Bulls se la ride sotto i baffi

Càpita che a un certo punto della tua vita, dopo nove ore di volo e un’altra ora buona di controlli alla dogana, ti ritrovi all’Aeroporto Liberty di Newark, New Jersey. Completamente solo. In pieno agosto. Con una valigia enorme.
Il primo impatto con il mondo esterno fuori dall’aeroporto, con quegli States che hai visto fin da bimbo solo nei film, sono le porte scorrevoli che si aprono e una ventata calda tipo fon che ti investe, rincoglionendoti ancora di più del jet lag e della sbronza colossale della sera prima, ché oramai ti eri abituato al clima polare da aria condizionata che ti aveva accompagnato per le suddette nove ore eccetera. A questo punto, nessuno può toglierti la soddisfazione di un sacrosanto paglione nell’afa americana, anche se non sai bene qua come funziona coi divieti. Ti metti buono buono in un angolo sul marciapiede, sperando che nessuno ti venga a cazziare. Attorno a te, di gente ce n’è davvero parecchia – molta di più del concetto di “parecchia” cui sei abituato – ma in fondo Newark non è uno degli scali aeroportuali più grandi del mondo? Nessuno ti cazzia, anzi, a nessuno frega proprio niente della tua esistenza, mentre sei lì intento a rimuginare su come trovare la fermata del bus che ti porterà per soli 15 dollari al Grand Central Terminal di Manhattan, da dove poi dovrai prendere un taxi e arrivare finalmente al tuo alloggio nell’Upper East Side.
Nel casino generale finisci la paglia e cerchi di guadagnare la tua fermata, scansando turisti, uomini d’affari, gente comune, tassisti e quant’altro.
Ad un certo punto, in mezzo alla folla, vedi un lungagnone coi capelli rasati e la tuta della locale squadra di soccer, i New York Red Bulls. Non ti sembra vero, ma lo riconosci. Sì, è lui, non c’è dubbio: è Thierry Henry. E nessuno – nessuno – degli astanti lo considera minimamente. Ti verrebbe da andare a stringergli la mano, se non altro per pietà. Ma poi ti ricordi che con quella mano ha eliminato da Sud Africa 2010 l’Irlanda del Trap, ed inoltre ti sovviene di quanto in realtà costui ti sia sempre stato solennemente sulle palle (le eterne sfide Italia-Francia a mondiali ed europei…). L’istinto a questo punto sarebbe quello di andarlo ad insultare, ma non è proprio il caso iniziare così la propria vacanza newyorchese, che ne dici? Imbambolato come un deficiente, lo vedi passare davanti a te. Andare via.

La sempre sobria Lady Gaga e il rappettone Jay-Z

E nessuno – nessuno – degli astanti lo considera minimamente. E dire che stiamo parlando di uno dei calciatori più famosi del mondo. Evidentemente, qua, il calcio non dev’essere così seguito. Anche perché ti renderai conto cosa significhi essere davvero famoso, a New York, quando Lady Gaga presenta il suo ultimo video in uno studio televisivo di fianco al teatro in cui ti appresti ad assistere ad un musical, ed il musical inizia con mezz’ora di ritardo poiché gli spettatori se ne fottono del musical ed escono anche solo per vederla, Lady Gaga. O quando Jay-Z una bella sera decide di andare in discoteca e, camminando per strada, ti trovi davanti a una via transennata dalla polizia, per via dell'eccesso di folla che si ammassa anche solo per vederlo, Jay-Z.

Il Giants stadium di East Rutherford, NJ

I New York Red Bulls una volta si chiamavano New York MetroStars. Anzi, per essere precisi, la loro denominazione originaria era New York/New Jersey MetroStars, anche perché con the City that never sleeps ci sono sempre entrati come i cavoli a merenda. La citazione dello Stato sulla riva destra dell’Hudson river fu ritenuta d’obbligo, dato che dal 1995 (anno della loro fondazione) al 2009 hanno giocato praticamente tutte le loro partite per l’appunto in New Jersey, al Giants Stadium di East Rutherford. Dal 1998 si decise poi salomonicamente di chiamarli semplicemente MetroStars, senza indicazioni geografiche. Maglia bianca, poi rossonera (si dice in onore del Milan), i MetroStars fin da subito si caratterizzarono per l’ingaggio di grandi stelle del calcio internazionale sul viale del tramonto, abitudine poi divenuta consueta per tutti i club della MSL, come per altro già era accaduto negli anni ’70 per la NASL. Del primo roster, agli ordini di quell’Eddie Firmani di “cosmosiana” memoria, faceva parte Roberto Donadoni, il primo italiano assieme a Walter Zenga (nei New England Revolution) a tentare l’avventura americana negli anni ’90. Dopo di lui, tra il 1997 e il 2005, fu il turno di Branco, Lothar Matthaeus e Youri Djorkaeff, solo per fare alcuni nomi, oltre che di alcuni tra i migliori esponenti del soccer USA (Ramos, Meola, Lalas) ed insospettabili ex della Serie A (Nicola Caricola ed il colombiano Adolfo Valencia). Completano il quadro delle celebrità alcuni coach del calibro di Bora Milutinovic e Carlos Parreira. Nonostante i grandi nomi, niente da fare: i migliori risultati ottenuti dai MetroStars negli States furono un primo posto nella regular season della East Conference nel 2000 e una finale di US Open Cup nel 2003, persa contro i Chicago Fire. Nel 2004, però, i MetroStars riuscirono nell’impresa di diventare la prima squadra della MLS in assoluto a vincere un torneo al di fuori dell’America del Nord. Si trattava della Copa La Manga, un torneo invernale giocato ogni anno a Murcia, Spagna, tra club che militano in campionati strutturati sul calendario solare. I MetroStars ebbero la meglio sui norvegesi del Bodø/Glimt, sulla Dinamo Kiev e in finale sul Viking, altra squadra norvegese. Trionfo.

L'Altes Rathaus di Lipsia, capolavoro dell'architettura rinascimentale tedesca

Oggi i MetroStars non esistono più. Nel 2006 la Red Bull, azienda austriaca produttrice del famoso energy drink, ha comprato la società, e, con un’operazione commerciale già effettuata l’anno precedente con l’Austria Salisburgo, ne ha cambiato nome, simbolo e colori (a quanto sembra, senza suscitare le ire dei tifosi come nel caso austriaco). Da allora ci sono i New York Red Bulls: via la maglia rossonera, via lo stemma con i grattacieli o quello successivo, più “europeo”, ora la maglia è biancorossa (blu in trasferta) con i due enormi tori rossi ai lati che tutti conosciamo. I Red Bulls possono inoltre contare, oltre al Salisburgo, su diverse squadre “gemellate” da questioni di proprietà e sponsor: l’omonima squadra/B di New York, che milita in un campionato USA semiprofessionistico, il Red Bull Lipsia, il Red Bull Brasile ed il Red Bull Ghana. I grandi nomi (Rafael Marquez, Henry) continuano a venire attratti dalla Grande Mela, forse ignorando che, nonostante il cambio di denominazione, la base geografica della squadra è rimasta identica. Dal 2009, infatti, è stato abbandonato il Giants Stadium  per la Red Bull Arena di Harrison, città che è anche l’attuale sede del club, situata invariabilmente in New Jersey. Oltre alle locations, nemmeno i risultati sono cambiati con la nuova proprietà. Negli ultimi sei anni i Red Bulls hanno raggiunto solo una finale nei playoff del 2008 (sconfitta contro i Columbus Crew), un  primo posto nella regular season della East Conference nel 2010 ed una qualificazione alla CONCACAF Champions League dell’anno successivo (con relativa eliminazione al primo turno). Forse anche perché - al di là dei grandi nomi - al momento attuale, i due giocatori più rappresentativi del club sono lo semisconosciuto Mike Petke per numero di presenze ed il colombiano José Angel per numero di gol segnati.

A quanto pare, i MetroStars e poi i Red Bulls dispongono anche di una tifoseria organizzata, con tanto di inno e rivalità con i New England Revolution di Boston ed i Philadelphia Union. Ma la squadra più odiata dai supporters dei Red Bulls è sicuramente il DC United, specialmente da quando nell’incontro di ritorno della regular season del 2006 (la cosiddetta Atlantic Cup), il giocatore dello United Alecko Eskandarian, dopo aver segnato il primo gol del match, si recò a bordo campo e sorseggiò una lattina di Red Bull/energy drink per poi sputarlo a terra in segno di disprezzo.

Alecko Eskandarian si bulla come un bimbo scemo

Nelle due settimane successive all’incontro con Henry, per tutti i cinque boroughs di NYC, non un segno della presenza di una locale squadra di soccer, se non qualche maglietta del suddetto Henry in un angolo buio al piano interrato di un anonimo negozio di articoli sportivi sulla 3rd Avenue. Per il resto, a chiedere dei Red Bulls, sei finito a farti vendere la bibita, o in alternativa a far credere che t’interessassi di basket (“Chicago Bulls?” “No, no: New York RED Bulls” – nel contempo venendo considerato così scemo da aver scambiato New York con Chicago). E a specificare che si trattava di una squadra di calcio, “soccer team”, sei spesso riuscito a far cadere il discorso nell’incomunicabilità TOTALE con il tuo interlocutore, il quale ti sembrava avesse soltanto un grosso punto interrogativo stampato in faccia.
Dopo qualche tempo di permanenza, a chiedere in giro della squadra locale gliel'hai data su, ma a quel punto, sui Red Bulls e su Thierry Henry che se ne esce dall’aeroporto di Newark nel completo anonimato, forse, una cosa l’hai capita. Sarà il discorso del New Jersey. Sarà che a New York giocano già gli Yankees, i Mets, i Giants e i Knicks. Ma quando hai iniziato a notare, ad ogni angolo di Manhattan, Brooklyn Heights e giù fino a Coney Island, gli adesivi con lo stemma dei New York Cosmos, ti sei reso conto con certezza quasi assoluta che un fantasma stava aleggiando nella Grande Mela: un fantasma il cui nome era Beckenbauer, Pelé, Chinaglia. Finché poi, ad informarti bene, hai scoperto che il fantasma avrebbe aleggiato ancora per poco tra streets ed avenues, parchi e grattacieli, West Village e Queens.
Ché, dicono i beninformati, dal 2013 la franchigia Cosmos sarà regolarmente iscritta alla MLS.
Ed improvvisamente ti è stato tutto chiaro.

I tre Cosmos più famosi

giovedì 21 giugno 2012

Euro 2012: visto di meglio e scopato di peggio


Finiti (finalmente? già?) i gironi, e prima che (finalmente? già?) riprendano le partite con i quarti di finale, in questa serata libera - tipo filippini, anche se non è giovedì - che ci hanno lasciato Gianni Bezzi e Fulvio Collovati proverò a fare il mio punto sull'Europeo 2012. Un Europeo chiaramente funestato dal monopolio RAI; a viale Mazzini stanno ridotti così male che hanno dovuto riciclare pure Enrico Varriale come ospite in studio (un po' come se chiamassero un altro Enrico, il mio portiere, in una commissione di laurea). Ma non ce la faccio a parlare male della RAI, è troppo facile, e poi Sky sarebbe stata peggio, quindi va bene così. La premessa è che non ho visto tutte le partite, perchè in questi giorni lavoro molto e quando non lavoro mi sdraio sul letto e ascolto dischi fantastici (facciamo qualche nome, per gli amici indie: Beach House, Julia Holter, Allo Darlin', Girls Names, Veronica Falls, Denver), ma tanto nessuno potrà capire quali partite ho visto e quali no. Peraltro anche delle partite che ho visto a casa di Bostero e dello Zio di Holloway ho un ricordo molto vago. Il giudizio complessivo lo posso anticipare (anche perchè l'ho messo nel titolo), finora direi che siamo nella categoria "visto di meglio, scopato di peggio", laddove il meglio è l'onirica Copa America dell'estate scorsa e il peggio, ad esempio, gli scorsi Europei (e pure gli scorsi Mondiali). Adesso andiamo nel dettaglio.

Gruppo A


Avevo letto da qualche parte che i polacchi (i tifosi, non i giocatori) pensavano che passare il turno sarebbe stata una mera formalità. Forse se Giovanni Paolo II fosse stato ancora in vita gli arbitri avrebbero regalato ai suoi concittadini qualche rigore risolutore, ma per quello che ho visto (un quarto d'ora scarso contro la Repubblica Ceca) la Polonia è - come in ogni competizione cui partecipa - la squadra peggiore. D'altronde da un allenatore che fa la pubblicità per una catena di discount c'era ben poco da aspettarsi. Non è bastato neanche l'ottimo bomber Robert Lewandowski, forse distratto dal farsi la barba ogni mattina. Si era già capito tutto nella prima partita contro la Grecia. Ecco, la Grecia: la più grande emozione dell'Europeo fino a questo momento l'ha regalato la strenua difesa dell'uno a zero contro la Russia. Neanche l'euro l'hanno difeso così, e vorrei vedere. Io sono pazzo dei greci, delle loro facce da emigranti, del loro calcio pane e salame, delle smorfie di Karagounis, della filosofia governi deboli e difese forti, e mi auguro che la tanto auspicata nemesi dei quarti di finale contro la Germania non si riveli in realtà una delusione. Chi ci è rimasto fregato è la Russia, che tanto mi aveva impressionato agli Europei scorsi. Molti giocatori sono gli stessi e continuano a giocar bene (Pavlyuchenko, Pogrebnyak, Shirokov e Arshavin li vorrei in ogni mia squadra), però qualcosa è andato storto. Io credo che la qualificazione l'abbiano mancata contro la Polonia, nella seconda partita. Mi dispiace soprattutto per Dick Advocaat perchè era sempre elegantissimo in tribuna, pure un po' pariolo, schierato con lo spezzato panta beige - blazer blu con bottoni d'oro. Alla fine dei giochi una squadra timida come la Repubblica Ceca ha meritato di passare il turno, sia perchè ha saputo rialzarsi dopo la batosta iniziale sia perchè (sempre in quell'unico quarto d'ora che ho visto) mi è sembrato che esprimesse un buon calcio, tutto fraseggi e inserimenti, come la rete dell'eccellente Petr Jiracek dimostra. E poi perchè dopo aver battuto il Montenegro ai play-off tutta la squadra ha esultato davanti alla telecamera cantando "Radek Drulak non ha il pisello". Radek Drulak è un commentatore televisivo che aveva criticato la squadra. Pensate che mentalità se gli azzurri lo facessero con Fulvio Collovati.

Gruppo B


Gegen mi raccontava che i giocatori della Germania - così ha letto sui giornali - sono tristi perchè, nonostante la qualificazione più indolore ai quarti di finale della loro storia (non c'è stata partita con nessuno, e contro il Portogallo nel vero senso della parola, nel senso che la partita non l'hanno giocata, io mi sono addormentato per quanto è stata noiosa), non sentono l'entusiasmo del popolo tedesco. Forse, chiosa saggiamente il nostro amico, è perchè hanno imparato, e si ricordano, che una vittoria facile in Polonia non è necessariamente il preludio ad un trionfo. O forse semplicemente sanno che non si può vincere un Europeo se i giocatori più rappresentativi si prestano per pubblicità così stupide (magari per gli standard tedeschi sono divertentissime, questo non lo so, anzi qualcuno mi aiuti a capirlo): Bastian Schweinsteiger fa il cassiere di un supermercato per le patatine Funny-Frisch (e giù risate!), Lukas Podolski si fa tatuare sulla schiena il logo della banca PSD, e Thomas Muller - insieme a Gerd Muller - presta il suo volto per - sì, è scontato - lo yoghurt Muller (sic!). Comunque la Germania è la squadra più forte di questa competizione e su questo c'è poco da discutere. L'hanno dimostrato soprattutto contro l'Olanda, una squadra che odio perchè è l'emblema dei suoi abitanti, gente segnata da secoli di individualismo, protestantesimo hardcore, culto del denaro e pane nero col formaggio. Troppo talento tutto insieme (l'allenatore con l'aspetto da chirurgo dell'Eur che scopa un cifra non si è fatto scrupoli a far giocare contemporaneamente Van Persie, Huntelaar, Robben, Snejider, Van Der Vaart e Afellay) ha prodotto un paio di pregevoli gol da lontano e basta. Si meritano di andare a casa per la loro spocchia e per essersi dimenticati di Clarence Seedorf. Spocchia che di certo non manca a Cristiano Ronaldo (guardate questa pubblicità che fa per la banca BES, all'inizio dice "non importa se hai tanto o poco", mortacci parla lui che con un anno di stipendio il Portogallo ci farebbe la finanziaria 2012), però almeno lui l'ha messa dentro quando serviva e il Portogallo è passato. Tanto il Portogallo è una sicurezza, passa sempre e poi al primo ostacolo serio (non quindi la Repubblica Ceca) esce, nonostante il 92% di possesso palla. Il fatto è che un centravanti come Hélder Postiga (uno che non si nota neanche nella pubblicità del McLusitano - è l'idiota che mangia da solo al tavolo) è capace di far rimpiangere il mai abbastanza compianto Pauleta. Non dico tanto, ma se Gianvito Plasmati invece che a Matera fosse nato a Coimbra i lusitani sarebbero la squadra da battere (il centrocampo, con Miguel Veloso, Joao Moutinho e Raul Meireles, è più completo di un hamburger dell'Hungaria). Mi auguro solo che una squadra italiana, possibilmente il Genoa, si compri il portiere Rui Patricio, uno così forte che in un video dedicato alle sue prodezze (probabilmente fatto dalla sorella) bisogna aspettare ben 43 secondi prima di vedere una sola (banalissima) parata. Qualcuno mi ha detto che in questo gruppo c'era anche la Danimarca ma sinceramente io non me ne sono accorto.

Gruppo C


Il gruppo C è quello dell'Italia, una discreta squadra guidata da un Guidolin un po' più glamour che ha provato in tutti i modi a farci uscire con le sue scelte cervellotiche ma è stato miracolosamente salvato da un inutile gol di Jesùs Navas (che per questo motivo al suo paese si sarà fatto un sacco di nemici, visto l'odio/invidia del pene nei nostri confronti che affligge la penisola iberica - senza motivo, visto che noi vogliamo bene ai cugini spagnoli e le prime esperienze sessuali di un certo livello le abbiamo sperimentate tutti in Costa Brava). Di fronte alle amnesie di Balotelli (intoccabile, non farlo giocare è pura follia), alla pigrizia di Cassano (in mancanza d'altro, bene che continui a sgambettare per il campo, ma non più di un'ora), alla fumosità di Diamanti (ma davvero sono l'unico in questo blog che lo detesta?), alle invenzioni di Pirlo (il più forte centrocampista della sua generazione), alla saggezza di De Rossi (un Europeo finalmente da protagonista), all'inutilità di Giaccherini (uno che verrebbe scelto per ultimo pure al torneo di calcio saponato di Imola), alla frociaggine (calcistica, s'intende) di Montolivo e, e qui lo dico, all'impeccabilità di Barzagli (nuovo Beckenbauer), devo ammettere che questa nazionale - nonostante la scarsa simpatia per Prandelli, l'ennesimo prete mancato - ci ha fatto palpitare e anche cadere al suolo emulando rovesciate. Sono molto felice che i quarti li giocheremo contro l'Inghilterra, sia perchè è una sfida che conosciamo poco (la finale per il terzo posto di Italia '90 è un ricordo sfumato, almeno per me), sia per quello che dirò sugli inglesi (v. dopo). Nel nostro gruppo, come detto, c'era anche la Spagna, che per me tornerà alla routine di sempre fermandosi ai quarti di finale - di solito con la Francia finisce così. Anche perchè cantare una canzone che fa "nessuno può fermarci" nello spot di una compagnia di assicurazioni dedicato alla nazionale porta così sfiga che pure l'ineffabile Vicente Del Bosque, costretto ad interpretare lo spot in questione, fa la faccia imbarazzata. E poi perchè tra di noi lo possiamo dire, lo stile di gioco della Spagna ha rotto i coglioni. Solo di fronte a un cabezazo di Fernando Llorente, se e quando lo faranno mai giocare, potrei cambiare idea e sperare che vadano avanti. La Croazia mi è piaciuta da morire e probabilmente meritava di passare il turno più di noi. Ha fatto tre belle partite, schierando dei giocatori che chi scrive aveva apprezzato assai per tutto l'anno (mi riferisco alle due punte Jelavic e Mandzukic). Forse ha portato sfiga aver vestito Luka Modric come un deficiente appena uscito da Goodbye Lenin in questa pubblicità per il colosso dei media T-Com. Dell'Irlanda vorrei solo ricordare una scena: negli ultimi quindici minuti con la Spagna il Trap ha fatto entrare un roscio a centrocampo, tale Paul Green, professione regista del derelitto Leeds United. Bene, con lo Zio e il nostro amico Feride ci siamo messi a guardare solo lui: sempre messo in mezzo o scavalcato, mai servito dai compagni, ha toccato il suo primo e ultimo pallone allo scadere dei tre minuti di recupero. Paul Green idolo assoluto.

Gruppo D 


Questo gruppo è stato vinto dall'Inghilterra, forse la peggiore Inghilterra mai coperta, peggio ancora di quella di McLaren. Lo Zio è scettico perchè un allenatore di Croydon (luogo metafisico del disagio industriale per eccellenza) è capace di tutto, ma se a questa squadra venisse tolto Gerrard (e Carroll, che tanto comunque non gioca) non rimane davvero nulla (anche Rooney mi sembra un po' spompato). La mia idea è che uno come Wellbeck, nonostante il bel gesto atletico del tacco vincente contro la Svezia, in serie A non arriverebbe a cinque gol (di cui tre sospetti nella penultima giornata, in cui la partita finisce 4-4 e anche il Gila fa tripletta). Parker è un figo e ha un taglio di capelli hispter davvero notevole, ma non sa passare la palla in verticale; Young ha la stessa personalità di Marcello Cirillo dei Fatti Vostri; Milner è senza qualità apparenti; Lescott è ottenebrato dal suo buco in testa. In più il portiere Hart ha la classica faccia da pirla (che fine ha fatto Charlie? E gli anni ottanta? Ed è questo il maggior contributo culturale che Milano ha dato all'Italia nel secolo scorso?). Insomma mi pare una squadra di medio livello che non deve farci paura. Molta più paura mi avrebbe fatto la Francia, la solita squadra stereotipata da baguette sotto l'ascella, soprattutto dopo che Rugantino Méxes è stato squalificato per la partita dei quarti. Che palle veder giocare la Francia, sempre uguale, mille passaggi in orizzontale che conciliano il sonno e sempre gli stessi clichès: un nero enorme davanti alla difesa (Diarra); uno sconosciuto che da solo porta avanti la baracca (Cabaye); due ali inconcludenti (Ribery e Menez); un bomber che fa cilecca (Benzema). Sembra sempre che potrebbero uscire da un momento all'altro, e poi zac! ti fottono con un guizzo. Bisogna solo capire chi farà il Wiltord della situazione. Mi è dispiaciuto molto che l'Ucraina non sia passata. Mi è piaciuta moltissimo. A parte i lacrimoni per la doppietta di Shevchenko (un grande, un giocatore eterno, c'è poco da dire, va amato nonostante la caterva di gol che ha segnato contro la Roma e contro tutti, e nonostante questa orrenda pubblicità della Pepsi, occhio però al milfone finale che canta), io sono un fan sfegatato di Anatolij Tymoščuk, senza dubbio uno dei mediani più sottovalutati della storia del calcio. Ne conosco pochi forti come lui; da solo regge un centrocampo. Pure le due ali non erano male (Jarmolenko e Konplyanka). Peccato per quel gol (cazzo si è visto in diretta che la palla era entrata!) annullato a Devich, perchè ci saremmo goduti venticinque minuti di fuoco. Probabilmente con un portiere decente - il titolarissimo Shovkosvskiy, altro mito, lo chiamano l'intellettuale perchè ha una laurea in giornalismo e, tra le altre cose, nelle interviste del dopo-partita cita lo scrittore russo post-moderno Viktor Pelevin per spiegare il suo disprezzo per la televisione - non avrebbero preso il gol dagli inglesi al primo tiro in tempo. Infine, è una squadra assurda la Svezia; nasce e muore con Ibrahimovic (suo il gol più bello dell'Europeo, finora), che dopo aver trascinato da solo il Milan per un anno intero non poteva ripetersi anche con la nazionale. Nè carne nè pesce, forse avrebbe anche potuto passare il turno, forse anche arrivare in finale, forse anche vincerla!, ma è evidente che non l'ha voluto fare sia perchè non può trionfare una squadra con un allenatore con il panciotto, sia perchè, e soprattutto, non è ancora giunto il momento in cui Nesat potrà vincere la sua scommessa...

martedì 19 giugno 2012

Mahmoud Al Sarsak: The world Best Football Player




Il grande inganno del calcio moderno è la sua riduzione a evento: ogni volta unico e irrepetibile e perciò riproducibile all’infinito, non per migliorarne la fruibilità, bensì per sottrarne il senso. La frammentazione del calcio moderno, le innumerevoli partite giocate, non dilatano come potrebbe sembrare a prima vista la narrazione del pallone, la riducono. La confinano. E costringendola in spazi angusti la condannano all’oblio. Non è tanto che prima una partita durava almeno una settimana e adesso due o al massimo tre giorni, non è questo il punto. E’ vero che l’essere umano necessita la liturgia, l’orologio gli permette di non conoscere il vortice ciclico del tempo e di non essere risucchiato dal suo uragano. E allora nel secolo breve ha bisogno di far durare la partita per una settimana, come il tempo ciclico della produzione industriale, in modo che possa officiare riti in concordanza col tempo che vive.


Ne risente il racconto, ma il desiderio ha la meglio: al pallone è permesso di superare i confini e la narrazione calcistica, al di fuori delle gazzette ufficiali, nelle chiacchiere da bar e da campetto si fa eterna. Quando Van Basten segnò da posizione impossibile nella finale dell’Europeo dell’88, in porta per la Russia c’era Yashin. Quando Baggio sostituito al mondiale ’94 contro la Norvegia mandava a fanculo la panchina, il c.t. era Valcareggi: come ai tempi di Chinaglia. L’urlo di Tardelli contro al Mundial dell’82 proseguiva quello di Riva all’Europeo del ’68. Il numero 7 del Manchester United erano sempre Best e Cantona: insieme. Puskas era il centravanti di ogni squadra deIl’Europa dell’Est e Garrincha la finta di ogni terzino brasiliano che si lanciava sulla fascia. Romario i primi gol col Brasile li aveva fatti nel Mondiale del ’50, quello perso in casa con l’Uruguay di Varela.


Il calcio era dissolvenza, racconto continuo e ciclico in cui non c’era mai un prima e un dopo: l’eterno presente che esondava i confini dello spazio. La partita infinita, cominciava all’alba, con il primo calcio tirato a un pallone nei giardinetti vicino a casa, proseguiva nell’eterna adolescenza delle partitelle con gli amici e non si fermava nemmeno nei ricordi della tarda età. Poi, emancipato dal lavoro, l’uomo decide di comunicare; e smette di narrare. Oggi il calcio segue il tempo pseudociclico, oltre la produzione e del consumo; si gioca sempre e se ne è costretti a parlare anche di più. La narrazione è costretta a farsi incessante e continua ma non per questo diviene illimitata. Anzi, si fa effimera. Finita. Diviene cronaca (televisiva) che sostituisce il racconto e si fa costante, ininterrotta, e perciò alza barriere e confini. Il rettangolo verde non occupa più l’infinita distesa di generazioni che si susseguono nei ricordi sovrapposti, ma si rinchiude in uno spazio e in un tempo spettacolari, falsamente eterni e invece ben delimitabili. E quando un muro delimita i confini del campo e impedisce al pallone di uscire privandolo della libertà, il calcio muore soffocato.

Quando giochi a pallone, da bambino come da vecchio, coi piedi o coi ricordi, la linea laterale e quella di fondo non esistono: il campo è sospeso nella terra di nessuno, che è ovunque, non riuscendo a essere né al di qua né al di là della propria esistenza. Per questo resiste la narrazione del calcio. Se invece lo si costringe, lo si opprime, prima o poi le parole diventano sempre di più e perdono il senso e si riducono all’opprimente silenzio della morte. Il calcio è tale solo perché è l’ultimo dono che ci fecero gli dei prima di morire ridendo a crepapelle quando uno di loro si alzò in piedi e disse: solo io sono. Quell'uno delimitò il proprio spazio e il proprio tempo con il riconoscimento di un io e di un altro, un dentro e un fuori, un prima e un dopo. Ma prima di morire dalle risate gli dei calciarono verso di noi un pallone, tondo e sferico, immagine perfetta, sensazione perfetta, senza alcun punto di partenza e di arrivo; per ricordarci che se siamo è grazie ad una narrazione che non è mai cominciata e pertanto non può mai finire.


Sbiadita la memoria abbiamo cominciato a dimenticarlo, lo ricordiamo solamente le poche volte che, correndo dietro alla sfera magica, esondiamo noi stessi e i confini che ci sono imposti. Lo ricordava benissimo Mahmoud Al Sarsak, un ragazzo palestinese che qualche anno fa, inseguendo un pallone che s’ostinava a rotolare al di là del muro che la politica di conquista occidentale gli aveva innalzato attorno, inavvertitamente superò la frontiera. Le guardie armate del calcio moderno lo fermarono immediatamente. Il tempo pseudociclico del calcio è costruito da muri e barriere invalicabili – gli dissero -, il calcio oggi non è più libero, è confinato. Parole come dribbling e finta sono sostituite da rigore e punizione. Il racconto della partita si fa smisurato, eccedente: squadra e giocatore sono patria e popolo, nel nome di dio e del potere, non più sinonimo di ricchezza e d’incontro ma di conflitto e di prigione. Se hai dei confini essi non ti proteggono, ti limitano – continuarono le guardie -, il tuo campo da calcio è una prigione. E, in base alle leggi dell’oppressore, lo condussero in galera.


Solo, senza compagni di squadra né avversari con cui giocare, senza fratelli cui raccontare l’eterna narrazione del calcio, Mahmoud piano piano cominciò a spegnersi, decidendo di non mangiare più. E anche noi ci stiamo spegnendo con lui. L’assordante silenzio della sua narrazione è coperto dalle vacue parole della cronaca del calcio moderno: rigore e punizione, rigore e punizione, rigore e punizione, rigore e punizione. Per Mahmoud e per tutti i bambini palestinesi, e non, che nelle terre di mezzo del mondo sognano la finta e il dribbling di un calcio che non conosce ostacoli, muri e confini. La cronaca (televisiva) dello spettacolo impone all’altro da sé confini economici arbitrari, e poi ne spiega il valore con termini che hanno perso di senso o che, come gli dei, sono già morti. Anche Mahmoud sta morendo, come il calcio e il suo infinito racconto. Alzare il volume del suo silenzio è l’unico modo per riprenderci la narrazione del calcio e tornare a vivere. Altrimenti moriremo tutti, rinchiusi nella galera del calcio moderno che, prigioniero di muri e confini imposti, non è più capace di raccontare alcunché.

domenica 10 giugno 2012

Literaria: "Doriani d'Argentina". Bentornata Samp!


"Doriani d'Argentina", di Alberto Facchinetti, Cinquemarzo edizioni
Ho aspettato molto, moltissimo per parlare di "Doriani d'Argentina" (edizioni Cinquemarzo, 2011), un curioso e divertente libro che Alberto Facchinetti, giovane e brillante autore veneziano, nonché persona di rara pazienza, ha voluto dedicare a tutti i calciatori argentini che hanno giocato nella Sampdoria. Ho aspettato in particolare un fatto che davo per ineluttabile, vale a dire il ritorno della Sampdoria in serie A, certificato ieri dal gol di Pozzi nel ritorno dei play-off contro il Varese. Lo davo per ineluttabile nonostante la travagliata stagione dei doriani, che hanno cambiato allenatore e mezza squadra in corsa, e che però hanno avuto la stessa pazienza dell'autore e sono rimasti attaccati fino in fondo al treno dei play-off, dove poi hanno messo sul piatto della bilancia la loro maggiore esperienza (qualcuno potrà obiettare che erano altre le squadre che meritavano di salire, su tutte il Verona di Juan Ignacio Gomez Taleb, per me il più forte dell'intera Serie B). D'altronde la Samp doveva pagare la sciagurata gestione dell'anno precedente e la nemesi di passare dalla Champions League all'Albinoleffe in meno di dodici mesi, peraltro a causa di un gol di Boselli al 96° di un derby, è una punizione sufficiente. Gli dei saranno stati sazi. Altro non si può augurare agli amici genovesi, e quindi sono felice che la maglietta più bella del nostro calcio torni a mostrarsi nella massima serie.

L'idea del libro di Facchinetti è molto semplice e, allo stesso tempo, geniale, perfettamente in linea con le piccole depravazioni e le manie classificatorie che contraddistinguono gli autori (vero Nesat?) e i lettori di questo blog: raccontare in un pugno di pagine la vita, non solo calcistica, di tutti e diciassette gli argentini che hanno giocato con la maglia della Sampdoria. In questo circo Barnum c'è di tutto: campioni e carneadi, idoli della curva e bidoni. Alberto, con un invidiabile lavoro bibliografico e di interviste, ha ricostruito la storia di ciascuno di loro, dedicando lo stesso spazio e la stessa passione, per dire, a fenomeni come Juan Sebastian Veròn e pippe al sugo come Jonathan Pablo Bottinelli. Perchè non c'è giudizio nelle parole di Alberto, tutti sono sullo stesso piano, ognuno ha contribuito a suo modo a forgiare l'immaginario collettivo blucerchiato e tutti meritano quindi lo stesso trattamento disincantato e innamorato. Per questo il libro mi è piaciuto, perchè è un libro di dettagli, di storie al margine, di momenti di vita e di calcio che altrimenti sarebbero andati persi, di gente che non ha mai vinto nulla, di nostalgia e vecchie bandiere che riposano negli armadi di case passate ai figli e poi ai nipoti.

“Da un po’ di tempo cercavo un’idea per scrivere un libro, quando sono incappato, diciamo casualmente, nella lista di tutti gli argentini che hanno giocato nella Sampdoria", mi ha risposto Alberto, quando gli ho chiesto come gli è venuta in mente la strampalata idea di scrivere questo libro. "La maggior parte li conoscevo, magari solo di nome. Di altri invece ignoravo persino la loro esistenza. Ho così iniziato una fase di ricerca: ho studiato le loro carriere e le loro vite, per quanto mi è stato possibile. Scoprendo che tutti, dai primi arrivati nel 1947 a quelli più recenti, avevano una bella storia. E così mi sono chiesto, perché non raccontarle tutte? L’ho fatto, e Doriani d’Argentina ne è il risultato". 

La Samp '48-'49, in cui giocavano Curti e Lorenzo
Chi sono dunque questi argentini? Confesso che io non li conoscevo tuttti. I nomi però sono tutti bellissimi. Si parte dal 1947 con il trio composto da Oscar Lucas Garro, Juan Francisco Calicho e Carlos Bello, che insieme non riescono a scendere in campo più di sette volte. Peraltro l'anno dopo Calicho (che più verosimilmente è un personaggio inventato da Soriano, ma Alberto giura che è esistito) andò all'Empoli e segnò quasi trenta gol. Il più talentuoso era Bello che però non riuscì a sfondare neanche nel Sestri Levante e nell'Arsenal Taranto (sic), e quindi proprio un fenomeno non doveva essere. Meteora fu pure José Osvaldo Curti, che giocò solo la stagione '48-'49; i vecchi tifosi blucerchiati lo ricordano però per aver aperto e chiuso le danze in un derby vinto 5 a 1, così come a Medellìn lo ricordano perchè, quando allenava la squadra locale, indossava sempre e solo una camicia gialla. Ben più noto - soprattutto a Roma, dove allenò entrambe le squadre della capitale - è Juan Carlos Lorenzo, l'Hombre Orquesta che si insediò nel centrocampo della Samp del '49, che l'aveva prelevato dal Boca. Come giocatore però non lasciò grandi ricordi, almeno non pari a quelli che regalò ai posteri come allenatore. Maniaco superstizioso, quando le sue squadre perdevano bruciava maglie e scarpini indossate dai giocatori (peraltro col fuoco faceva anche altri riti propiziatori negli spogliatoi prima delle partite). Alla Roma se lo ricordano per la "colletta del Sistina" con cui tentò di salvare la società dal disastro finanziario. Alla Lazio costruì le fondamenta della squadra che Maestrelli portò poi al trionfo (prima di tornarci dopo oltre dieci anni per costruire le fondamenta della serie B...). Memorabili le direttive impartite ai suoi calciatori: ai difensori chiedeva di ungersi le mani di pomata e quindi di sfiorare gli occhi degli attaccanti per impedire loro di vedere, oppure ordinava di mettersi una foto della moglie dell'attaccante avversario nei calzettoni e di mostrargliela durante il match per innervosirlo. Lorenzo ebbe la giusta ricompensa di tanta eccentricità venendo citato - lui davvero - da Soriano in numerosi suoi scritti, nonchè interpretato da Leo Gullotta nel film "Mezzo destro, mezzo sinistro" (l'indimenticable Juan Carlos Fulgencio, "el pernacho de uno lo pagan todos"). Nel cuore dei tifosi sampdoriani sono rimasti anche Mario Sabatella, buona ala sinistra che arrivò nel '49 dal River Plate, e Humberto Jorge Rosa, centrocampista che però diventò davvero grande solo dopo il trasferimento al Padova di Nereo Rocco nel '56.

Facciamo un break. Qualcuno si chiederà: ok, stupendo, ma qual è il leitmotiv di queste storie? Cosa rende speciale la storia degli argentini - e non quella, ad esempio, degli inglesi o dei camerunesi - della Samp? Secondo l'autore, il senso del libro, il collegamento tra la Sampdoria e l'Argentina, l'ha trovato lo scrittore Massimo Raffaeli nell'introduzione, che parla di "affinità elettiva tra gli emigrati genovesi che sbarcarono alla foce del Rio della Plata e chi porta sulla maglia lo stemma orgoglioso del Baciccia, l'intrepido lupo di mare con tanto di berretto e di pipa" facendo riferimento al talento prodigato, sperperato, quasi in maniera autolesionista; alla consapevolezza che c'è più nobiltà nella sconfitta che nella vittoria, una vera e propria "abitudine alla sconfitta" sviluppata da entrambi i popoli. Effettivamente le storie dei doriani d'Argentina sono tutte più o meno sfortunate, anche quando sono vittoriose c'è sempre un velo di malinconia. Comunque, sia come sia, a me il libro piace a prescindere dal trovargli un senso, e anzi spero che Alberto continui magari con volumi dedicati agli estoni del Fortuna Sittard e ai brasiliani del Teramo.

Tito Cucchiaroni
La vera figura leggenda del libro è Ernesto Bernando Cucchiaroni, per tutti semplicemente Tito. Ala imprendibile che, nonostante fosse a fine carriera, fece vivere alcune grandi stagioni ai tifosi all'inizio degli anni sessanta. Tito fu così amato che nel 1969 parte del tifo doriano - come molti già sanno - aveva già intitolato a suo nome il primo gruppo Ultras nato in Italia. Leggendaria fu anche la sua morte prematura, avvenuta in circostanze misteriose quando aveva appena 44 anni (infarto in tribuna, malore in campo, incidente stradale, non si è mai capito, il nostro amico Gippis potrebbe dedicargli un documentario...). Tito Cucchiaroni è anche il doriano d'argentina preferito da Alberto Facchinetti. "Per questo libro", mi racconta, "ho intervistato parecchie persone di fede blucerchiata, ragazzini negli anni Sessanta, e tutti ricordano in campo la sua pelata che lo facevano apparire più vecchio di quanto fosse.Tito deve essere stato una gran bella persona, oltre che un ottimo giocatore. Amato tanto a Genova, quanto nel suo paese natale nella provincia argentina di Misiones”. Anche Francisco Ramòn Lojacono regalò solo gli sgoccioli della sua carriera alla Samp, dove arrivò - bruciato da una vita di eccessi, soprattutto quelli della Dolce Vita romana (fu molto paparazzata la sua torrida storia d'amore con Claudia Mori) - nel '64 quando ormai era "grasso e semi-immobile". Una bella pippa fu Luis César Vicente Carniglia Lòpez, che se arrivò a giocare in serie A fu solo perchè era il figlio di Carniglia sr., noto allenatore degli anni sessanta. Gli anni settanta furono inaugurati dalla figura più ricorrente della storia degli argentini sampdoriani: il numero 10 sulla carta fenomenale e in pratica una meteora. Il primo della lista fu Dante Mircoli, anche detto me dole perchè ogni giorno ne aveva una. Di lui si ricorda soltanto una splendida punizione contro il Varese (corsi e ricorsi storici!). Vent'anni dopo ci furono l'indimenticabile Angel Alejandro Morales, detto Matute, cui un po' improvvidamente el flaco Menotti assegnò la maglietta e le responsabilità di Roberto Mancini (Menotti lo faceva giocare dietro a Montella e Klinsmann, ma Morales non ingranò fino a un gol spettacolare contro la Juve; peccato che poi l'allenatore di Rosario venne esonerato e Matute con Boskov non giocò mai più), e soprattutto Ariel Arnaldo Ortega, il burrito (qualcuno ha già spiegato il perchè del soprannome, vedasi alla voce "tubo nero"), erede di Maradona solo nei vizi (penso possa dirsi, tanto è fatto notorio, che Ortega fosse un'alcolista a tempo pieno), che come ha scritto Matteo Dotto di Mediaset "se avesse condotto una vita normale, neppure professionale, sarebbe potuto diventare un vero fenomeno; peccato che era di un'ignoranza e di un'indolenza spaventose, e l'alcol ha fatto il resto". Elegante come sempre anche quello che di lui disse Jorge Valdano, quando commentò che a frenarlo fu "quel virus tipicamente argentino capace di convincere i campioni che la pigrizia conferisca prestigio". Non c'è bisogno di essere Nostradamus per immaginare che Ortega è uno degli idoli di questo blog...

Altro - ultimo - intermezzo, prima di finire con i calciatori più vicini alla nostra memoria. Per me la cosa più affascinante del libro non risiede nel testo, ma nel contesto. L'autore del libro, infatti, il nostro amico Alberto, non è un tifoso sampdoriano, anzi, non è neanche genovese! Gli ho chiesto lumi anche su questo aspetto bizzarro. “Io abito in un paesello di campagna, tra Padova e Venezia, in provincia di quest’ultima città", mi ha spiegato, "e non so neanche io perché tifo Samp. E' una cosa che un po’ mi sfugge. Ricordo soltanto che nella seconda metà degli anni ottanta (credo fosse il 1987 o il 1988, io sono invece dell’ottobre ’82), papà stava guardando una partita in tv tra una squadra con una maglia bellissima e un’altra con una maglia normale. Il giorno dopo gli chiesi il risultato. Vincemmo noi, ed è stato quello il mio battessimo blucerchiato. Ci tengo tuttavia a dire che per il Doria nutro un autentico affetto, e questo libro è il mio piccolo omaggio, ma che non mi considero un tifoso fanatico”. Queste parole valgono più di un premio Pulitzer per quanto mi riguarda; alla faccia dei pennivendoli professionisti, mi viene da dire. Questo è amore, cazzo! 

Gastòn Còrdoba
Gli ultimi calciatori sono anche i più vicini ai nostri anni, perchè ci siamo scambiati le figurine e li abbiamo usati alla playstation. C'è il giovanissimo Juan Sebastian Veròn, arrivato nel '96 a Marassi dove ancora riecheggia il mitico coro "Veròn Veròn, tira la bomba, Veròn Veròn" sulle notte de El Porompompero; probabilmente uno dei giocatori più forti ad aver mai militato nella compagine blucerchiata. C'è Fernando Daniel Gastòn Còrdoba, la cui stagione 1998-1999 può riassumersi in due dati: una presenza in campionato e una notte in questura (per aver insultato, insieme a Ortega e Catè, dei poliziotti che li avevano fermati perchè guidavano ubriachi nel centro storico); peraltro poi Còrdoba ha vinto pure una Copa Libertadores da titolare con l'Olimpia de Asunciòn. C'è Hugo Armando Campagnaro, oggi colonna del Napoli e dei manuali di diritto penale in tema di omicidio colposo, c'è il suo collega di difesa Jonathan Pablo Bottinelli, di cui si ricorda un gol liberatorio di petto in Coppa Uefa contro il Siviglia e null'altro, e c'è infine Fernando Damiàn Tissone, ancora di proprietà della Samp, anche se quest'anno ha giocato in prestito al Maiorca.

Arrivati in fondo a questa divertente carrellata, mi sento di chiedere a Facchinetti quale altro argentino gli sarebbe piaciuto vedere giocare nella Samp. "Vediamo", prende tempo. "Forse mi sarebbe piaciuto che nella storia della Samp fosse entrato, magari anche di striscio, il grande Omar Sivori. Che avesse speso gli ultimi anni di carriera con  addosso la maglia più bella al mondo. Me lo immagino, nella fase declinante della sua carriera, a deliziare il pubblico con i suoi calzettoni sempre abbassati”. Certo che sarebbe stata una grande coppia con Tito Cucchiaroni. Non mi rimane altro da dire se non ricordare che il libro si trova in tutti i migliori negozi on-line e che per qualunque cosa, non solo per parlare dei doriani d'Argentina, il nostro amico Alberto Facchinetti (che peraltro è già in libreria con un nuovo libro che non vediamo l'ora di lggere) è raggiungibile all’indirizzo email alberto.facchinetti1@virgilio.it. Ah, dimenticavo: bentornata Samp!!

mercoledì 6 giugno 2012

Memorie della Spagna calcistica #4: il campo a Vall d'Hebron

Per andare al campo devo prendere la metro verde e arrivare a Vall d'Hebron. Da casa mia sono solo quattro fermate verso nord. Scendo e vedo la città distesa ai miei piedi, come una puttana che fuma dopo aver scopato in un motel, con il mare a fare da spalliera. La luce, dall’alto, è sempre fioca, e l’orizzonte denso. Più mi arrampico a piedi per la strada ripida di questo quartiere senza vita, con i palazzi alti e noiosi, più i lampioni rendono surreale l’ambiente, come se sparassero luci al neon. Salire a piedi per queste strade è come abbandonare quello che si conosce, salire verso l’ignoto, con una canzone dei My bloody Valentine nell’iPod.

Arrivo al campo che non è ancora arrivato nessuno. Salgo su, fino agli spogliatoi. Sono tre casupole bianche attaccate. Parlo con don Antonio. Don Antonio è il custode del campo. Non ha famiglia, non ha casa, non ha nient’altro che il campo. Vive qui su. Dietro la sala con la scrivania, le foto, le coppe, i poster, c’è il suo appartamento. In mezzo al bosco, da dove si vede il mare.Dal campo, guardando verso l’alto, verso la collina, lo sguardo si fissa su una palma, che sporca la bassa costruzione bianca degli spogliatoi. Dietro, in alto, lontano, il monastero illuminato. E la luna.

Qui si soffre. Il campo è polveroso, terra sabbiosa, chiara e leggera. Ci si regge in piedi a malapena. Ai due lati del campo, il costato della collina. Gli alberi. Verde scuro. Ci sono anche le panchine in muratura: locales e visitantes. Sono bianche, col tetto rosso, la scritta nera. Faccio tre gol, tutti e tre squallidi. Quando segno il secondo, anticipando il portiere in uscita, Nicolas, uno degli argentini più simpatici, dice che ho segnato come Balbo. È il campo più bello del mondo.


***
All’inizio ero un po’ in soggezione in quelle partite, con tutti quei sudamericani. Non passano mai la palla, non difendono, parlano, si lamentano. Io che sono bomber, mi ero messo a fare il libero, per toccare qualche pallone, per trovare un po’ di coraggio, per mettere la gamba. Però oggi no. Oggi gioco punta. Quello che gioca sempre da centravanti, l’argentino frocetto che assomiglia al cantante di Belle and Sebastian, oggi non c’è. Vado io, annuncio al primo minuto. Nessuno obietta, che tanto sono tutti fantasisti, loro.

Dieci minuti e siamo già due a zero. Due gol miei, en passant. A porta vuota, per carità. Un rimpallo dopo un cross, e un retropassaggio azzardato del difensore che fa il pizzaiolo al Born. Due gol miei, e nessuno si sogna più di levarmi da lì. Poi un mucchio di sponde, di stop ineleganti ma efficaci, che tanto le marcature sono approssimative, posso stoppare in più tempi, girarmi verso la porta, alzare la testa (come il principe), cercare una maglia bianca, avanzare, scaricare al gordo peruviano, infilarmi nello spazio, aspettare ansimando un cross dalla fascia. Due volte di testa – due volte fuori. Ma mi applaudono, bravo tano mi dicono, bravo Balbo. Io, come Balbo.



Poi, verso la fine, vinciamo cinque a tre, io ho fatto un altro gol (perciò potrei portarmi il pallone a casa), Federico fa un tiraccio tutto sbilenco, la palla rimbalzava e lui si è fatto ingolosire, e le sue superga bianche hanno spedito il pallone lontano dalla porta, oltre la rete laterale, sotto il bosco. Federico la va a prendere, mentre gli altri iniziano a raccogliere le proprie cose e a salire verso gli spogliatoi, che queste partite hanno sempre bisogno di un pretesto come questo, come un pallone che si perde, per finire, che se aspettassimo don Antonio che ci spenga le luci allora possiamo pure continuare fino a mezzanotte, e magari uno di quei sudamericani sverrebbe sul campo, che don Antonio non ha altro nella vita, ha solo il campo, i tramonti, il mare all’orizzonte, la montagna alle spalle, il cartellone pubblicitario stinto della kas limòn, la palma.

Mi avvicino alla rete, Federico sta cercando il pallone, non lo trova, tra le ortiche, le erbacce, la sterpaglia, gli alberi. Ora vengo a aiutarti, gli dico. Poi sento un rumore, come un fruscio, un qualcosa che si muove, e dal bosco compare lui, il cinghiale.



***
Il cinghiale in realtà è femmina. Don Antonio mi parla di lei mentre chiude gli spogliatoi. Non è rimasto più nessuno. Avrà settanta anni, o di più, don Antonio. È solo, vecchio, tenero, con tante rughe. Il cinghiale, quando fa buio, scende dal bosco e lo va a trovare. Quando fa buio, perché nessuno vuole stare solo quando fa buio,  va da don Antonio che le dà da mangiare. Perché le vuole bene, le parla, la difende. Il cinghiale ha anche dei cuccioli. Cinque ne ha contati lui. Di solito scende sola, ma alcune volte i cuccioli la seguono. Don Antonio le dà pane, carne, acqua, pasta, qualsiasi cosa abbia a portata di mano. L’animale non ha paura, anche se a prima vista potrebbe far paura. È timido. Si avvicina con prudenza, non si fida degli umani, di me, non mi conosce, si fida solo di don Antonio, che la chiama, con amore si direbbe, e lei, a scatti, arriva davanti agli spogliatoi, si fa accarezzare, ti fissa con quegli occhioni scuri, ansima, e non puoi che volerle bene.

***

Poi torno a casa, da solo, in metro, e non penso alla ragazza che mi piace, nè ai gol che ho fatto, ma penso a don Antonio, e a quando morirà, e a quando trasformeranno il campo, lo renderanno un circolo costoso, verranno le ruspe e faranno il campo in erba, faranno rumore, abbatteranno gli alberi, costruiranno altri campi, il bar, gli spogliatoi nuovi, e immagino lo sconcerto del cinghiale, che scenderà dal bosco e non troverà don Antonio, l’amico, non troverà da mangiare, e non saprà più cosa fare, e proverà la paura, sarà buio e sarà sola, e la gente che starà giocando urlerà “guardate, un cinghiale!”, e magari le tireranno pietre, e lei piangerà, sola, nel bosco, scappando, e io sarò lontano, da lei, dalla ragazza che mi piace e che probabilmente avrei imparato ad amare ogni giorno un po’ di più, da tutto questo mondo che non conosco, che amo, che ora è mio e presto non lo sarà più, sarà un ricordo, una foto, una citazione di Cortàzar, una bottiglia di birra vuota, col limone adagiato sul fondo.