giovedì 29 marzo 2012

Milan-Barcellona, O del giorno in cui occupammo la tribuna d'onore

Correva il marzo dell’anno 2012, o il primo della sobrietà. Raccontano che il cambiamento geologico, che da subito tutti salutarono come Liberazione, cominciò a Milano; una notte in cui nel cielo apparve improvviso un arcobaleno. Liberazione in effetti fu, ma i generali della restaurazione del Termidoro non tardarono a rioccupare i posti che sostenevano da sempre gli spettassero per laico diritto divino. Milano rimase isola felice, ma solo fino ad un certo punto. Una rivoluzione profonda, culturale e cinese, avrebbe richiesto molto tempo o moltissima violenza; scelta la prima via, si accettò che le scorie sarebbero state smaltite con calma. I residui furono lasciati liberi di aggirarsi: protetti e inviolabili. L’istinto di sopravvivenza li portò pian piano a ritirarsi nei loro luoghi d’elezione, dove più si sentivano tranquilli; alla fine si asserragliarono in determinate e circoscritte enclavi. Una di queste fu la tribuna d’onore di San Siro. Quel giorno, per una serie di coincidenze, avemmo occasione di visitarlo.

Fin dall’arrivo, superati gli arcigni sbarramenti e destato il giusto scalpore a causa delle nostre vestigia non conformi, giunti in prossimità dell’opulento banchetto allestito nel foyer, non potemmo fare a meno di notare quella cafonaggine spacciata per eleganza e quella volgarità venduta come discrezione che da sempre caratterizzano la piccoloborghesia brianzola. I lunghi tavoli bianchi dove timorose precarie del catering offrivano ravioli e tortini di riso, sformati di spinaci e affettati vari, erano presi d’assalto da quella che pareva essere un’orda famelica a digiuno da mesi. Nessuna ordinata fila di matrice protestante, ma una caotica selva di proteste: urla, spintoni, pizzicotti, trabocchetti, piccoli sotterfugi e grandi espedienti per arrivare primi. C’era da mangiare per tutti ma loro, specie in via d’estinzione, non lo sapevano; nessuno li aveva avvisati.

Non lo sapeva il padroncino arricchito della fabbrica di scarpe di Legnano, figlio viziato di un calzolaio che nel dopoguerra era riuscito a esportare la sua maestria fino all’India e alla Cina. Né la prorompente avvocatessa milanese che aveva confuso il diritto con le dirette e l’editto di Tessalonica con le tette al silicone. Nemmeno il commercialista rampante di Monza, la cui vita era in mano agli strozzini dopo che Equitalia aveva sollevato perplessità sulla Ferrari con cui il figlio minorenne si presentava al Liceo Classico serale quando non era in comunità di recupero. O la rampante ex dirigente di una nota organizzazione rappresentativa nella cui villa di Paderno Dugnano oramai da anni si consumavano festini a tema sadomaso che le truci giornate di Sodoma non avrebbero saputo presagire. Neppure l’omofobo politico della cattolicissima e peccaminosa sezione omosessuale dell’Opus Dei. Loro non sapevano. Si avventavano sul cibo perché erano morti, ma nessuno li aveva avvisati.

Usciti a fumare una sigaretta nella capiente loggia dietro le panchine, a due passi dalla calvizie incipiente di Acciughina e dalla lucida pelata glamour del Pep, subito fummo circondati da ceroni di abbronzature chemioterapiche fuori moda, facce tirate come culi di bambini cambogiani seduti per dodici ore al giorno sul risciò a trascinare turisti, rolex d’ottone comprati in una notte insonne da Roberto da Crema, botulini da 16 millimetri e Louboutin da 16 centimetri. Ognuno col suo smartphone di ordinanza a imprimere nella memoria elettronica un’immagine che certificasse la loro presenza all’evento, timorosi che il mondo si dimenticasse della loro esistenza dopo che loro oramai da tempo si erano dimenticati dell’esistenza del mondo. Vincenzina aveva oramai abbandonato la fabbrica, chiusa per essere riqualificata come atelier di moda; e l’esserci sostituiva il partecipare, il mostrarlo agli altri sostituiva il doverne aderire. E se la libertà è partecipazione e l’adesione è fuoco, una volta di più questi invertebrati lemming si mostravano servi pronti al grande salto nel vuoto.

Accompagnati da una hostess le cui labbra a culo di passero scimmiottavano quelle dell’igienista dentale di riferimento, giungemmo finalmente in tribuna d’onore con una dozzina di minuti di anticipo e ci accomodammo su una poltroncina in gommapiuma che da subito ci fece rimpiangere le colorate seggioline di plastica cui le nostre natiche avevano fatto l’abitudine; se possibile erano ancor più scomode. Alla nostra sinistra la nuda vita di ex proletari liberati anni fa dalla casa del Grande Fratello, senza che però nessuno li avesse mai avvertiti. I loro occhi vitrei alla continua ricerca di flash che non sarebbero mai arrivati. Alla nostra destra politici inquisiti di quart’ordine pronti a rientrare nel quarto stato alle prossime elezioni, sacrificati sull’altare del famelico ricambio generazionale.

Dietro di noi mani avvizzite di vecchie baldracche che, nonostante andassero in giro agghindate come le loro pronipoti, non parevano in grado di resuscitare dal rigor mortis; poco più in là mani rancide di anziani papponi che si muovevano stanche su sinuosi culetti di ottima fattura messi in vendita da cercatrici d’oro appena maggiorenni. Se gli sguardi ebeti di quest’ultime le preservavano dal riconoscere nelle vecchie baldracche il loro destino, lo sguardo vitreo dei loro accompagnatori testimoniava di membri che non si sarebbero mai più sollevati: quanto spreco. Davanti a noi adolescenti pronti a correre in bagno a stendere qualche riga e a masturbarsi a vicenda pensando alla brutta copia dell’igienista dentale; futuri serial killer di zingari e immigrati, questi meravigliosi esemplari della peggio gioventù contemporanea continuavano a indicare facce a caso e ad attribuire loro nomi a noi sconosciuti.

La cosa ci fece sentire vecchi e fuori luogo, ma non avemmo modo e tempo di dispiacercene; perché l’avvento del loro messia, che oramai usciva dalla grotta solo in queste occasioni, in cui era sicuro si sarebbe trovato tra la sua gente, ci fece ringraziare gli dei per la buona sorte di non essere nati durante il suo regno. E la fortuna volle tenerci compagnia, a noi eretici capitati per caso in quella riserva naturale di una Milano da cirrosi epatica, oramai bevuta fino all’ultimo goccio; dopo pochi secondi i cori dei ragazzi della Curva Sud ci ridestarono dall’incubo, dissolvendo in un catartico detour quelle orribili facce e quegli sgraziati corpi, metonimia di un’era geologica oramai estinta, e ci annunciarono che la Liberazione era imminente anche in quell’angolo d’inferno milanese. Le squadre erano entrate in campo. La partita poteva cominciare. San Siro poteva esplodere.

11 commenti:

  1. Moacir Bastos Tuta29 marzo 2012 13:02

    L'intervista a Guardiola, che pronuncia "scivolosissimo" con nonchalance, e sfotte apertmente il cronista inadeguatamente sovraeccitato ("di cosa ha parlato con Berlusconi" "di politica, ovvio") è stata motivo di goduria.
    Ma non quanto questo post notturno, grazie davvero.

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  2. Un affresco meraviglioso, Zio.

    Mai l'avrei detto che le poltrone fanno cagare.

    Per quanto mi riguarda, poi, massimo rispetto per Baffo. Tra l'altro, si legge su Wikipedia che "Durante la stagione calcistica 2008/2009 ha ricoperto l'incarico di addetto alle pubbliche relazioni nella società del Sondrio Calcio militante in Eccellenza, girone B della Lombardia. Per questa società ha girato uno spot per la campagna abbonamenti 2008/2009."

    Il Sondrio è in questo momento quinto in Eccellenza B. Staccatissimo dal leader Caravaggio.

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  3. anonimo sfidante29 marzo 2012 13:44

    Bellissimo post, zio.
    Un affresco vero - molto vero - di una piccola parte di lombardi. (e che nessuno pensi "siete tutti così" - basta fare 30 km più a nord-sud-ovest-est per capire che non è vero).

    Come mai in tribuna d'onore?

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  4. Zio, il tuo nome fa rima con Dio

    (parafrasi di una poesia che Massimo Boldi dedicò ad un imprenditore lombardo che, forse, ieri era in tribuna)

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  5. non poteva esserci descrizione più precisa!grazie per il pezzo!

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  6. a me l'ambiente cafonal piace, fa ridere, ma non allo stadio...

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  7. Che possano rimanere tutti schiacciati sotto i pezzettoni di vomito del Signor Creosoto e nutrirsene per l'infinità..

    Janos Boka

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  8. direi che dopo il secondo rigore fischiato stasera al barcellona non possono esserci più dubbi sul fatto che la champions league sia diventata come il wrestling...uno show inverosimile in cui alla fine devono arrivare in fondo sempre gli stessi...il barcellona ha troppo "potere di mercato" in questo momento, fa troppo gola vendere il "prodotto barça" ai cinque continenti...lo so, sono banalità da commentatore del corriere.it, ma non mi vengono in mente giustificazioni per quel fischio assassino...e quelle che mi vengono meglio che non le dico...

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  9. finché l’italia è piena di derivati tossici imposti da goldman sucks e sull’orlo del collasso per colpa di bilderberg, uno può anche sopportarlo.. ma quando l’unicef ti ruba le partite di champions in maniera così ridicola uno si incazza veramente.. da stasera odio il barcellona più del governo tecnico..

    vergonya, vergonya, vergonya...

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  10. por qué?

    markovic

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  11. Ma quando si gioca la finale?
    Bisogna vedere se Abidal ce la fa ad alzare la coppa prima che stiri..così, giusto per far vedere un altro grande momento di solidarietà del Barcellona...

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