mercoledì 4 gennaio 2012

Sugli elementi della Kafkianità in Diego Milito

 
 
Quando lo vidi giocare per la prima volta, Diego Alberto Milito detto El principe, aveva già fatto parlare di sè. Ma fino a quel giorno avevo praticamente smesso di seguire il calcio: il suo nome mi appariva del tutto sconosciuto. All'assiduo frequentatore di questo blog, cui non sfugge l'ultimo panchinaro del campionato neozelandese, potrà sembrare inammissibile ma tant'è.
Il principe (soprannome che è derivato dal soprannome di un altro giocatoredoppelgänger a tutti gli effetti) aveva già onorato la sua carriera in Italia e in Spagna prima di entrare a far parte dell'Inter Mourinhana. Ma io non lo sapevo e quando il suo nome mi fu presentato dalla voce gracchiante di un telecronista qualunque, dentro di me pensai, con assoluta innocenza: "Milito? E chi cazzo è Milito?". Questo pensiero non mi ha più abbandonato, nonostante i gol, i successi e la fama inevitabile.
Istintivamente, dal primo momento, mi ero convinto che Milito avesse qualche cosa di 'kafkiano' sia nell'apparenza che nel modo di giocare. Così, di tanto in tanto mi mettevo a ragionare su quella kafkianità di cui lo reputavo degno.

Il suo volto e in particolare lo sguardo, mi hanno sempre fatto una certa impressione. A me pare che lo sguardo di Milito, anche quando esulta per un gol, anche quando sorride come il più bravo dei bravi ragazzi di questo mondo (più di Zanetti), sia lo sguardo di una persona assente, che non c'é. La sua faccia lunga e incavata, i suoi grandi occhi hanno la tristezza delle persone inconsolabili, una malinconia che si percepisce in modo indiretto, perché inespressa. Quando Diego esulta, lo fa battendosi il petto con entrambe le mani, scuotendo i pugni e gridando come in un quadro di Munch. Altre volte sembra reclamare a gran voce l'autorialità della propria azione dicendo "Sono stato io!". Ma fuori dal campo ha dato a tutti l'impressione di non voler apparire nel modo più assoluto. Una delle poche foto che sono riuscito a trovare sulla sua vita privata, lo ritrae al mare, con la famiglia. Seduto su un muretto, gli occhiali scuri, ha le mani strette in mezzo alle gambe, irrigidito come un cadavere.

Ci si aspetta di vederlo scomparire da un momento all'altro, risucchiato dal nulla in un'altra dimensione.

 
Altra cosa che mi ha sempre colpito è il suo modo di correre. Quando Milito corre, vuoi per inseguire un pallone, vuoi per fare pressing su un avversario o per lanciarsi a rete, ha sempre quel modo di agitare le braccia e il corpo come se stesse fuggendo da un edificio in fiamme, con una tensione e una foga che difficilmente si possono descrivere. L'enigma ontologico di questo giocatore mi sembra racchiuso nel paradosso del suo desiderio, da una parte la fuga, dall'altra il ricongiungimento.¹
Per fare maggior luce attorno alle questioni della sua Kafkianità, ho cercato di analizzare il suo modo di giocare, ma oltre al ruolo, cos'altro si potrebbe dire di lui? I suoi movimenti a cosa sembrano? A niente. Le sue carezze al pallone, i colpi vellutati, le finte e i dribbling non sono mai appariscenti, nulla più che un gesto. E non ricordano nulla. E' come se non venissero percepiti: a) da lui stesso, che mai se ne compiace b) dagli avversari che non li riescono a interpretare c) dai tifosi che si esaltano solo quando la palla è già in rete. Dunque è come se non fossero mai esistiti. Il gesto che precede un gol come questo passerà del tutto inosservato.
 
E' come se ogni prodezza, ogni sublime gesto tecnico di questo giocatore non risaltasse mai nel contesto delle sue prestazioni, come se non ci fosse un grado maggiore o minore di intensità nel corso del suo operato. Non c'è nessun picco di sensazione, perché manca una presenza in grado di sperimentarla. C'è piuttosto una macchina, un robot -com'è stato effettivamente notato- che procede senza fermarsi, "senza mai smettere di pensare". E' stato questo suo divenir macchina ad averne fatto il giocatore della fatidica annata 2010-2011.
Spesso si parla di continuità, di quanto essa sia necessaria per il morale dei giocatori. Questo è vero in massimo grado per un giocatore come Milito, che dopo la Champions e l'addio di Mourinho, ha vissuto la fine del ciclo in prima persona. Vale la pena di ripescare l'intervista fattagli sul campo di Madrid dopo la finale vinta grazie a una sua doppietta: la faccia assonnata, come avesse dormito due anni di seguito senza mai svegliarsi, sembra sforzarsi di esprimere, rovistando le parole con gli occhi, la felicità che si dovrebbe provare in certi momenti. Ma soprattutto emerge quel desiderio di fuga deterritorializzante ("il prossimo anno vediamo") a lui peculiare. Fuga che sarebbe stata la sua unica chance e che inevitabilmente non si è realizzata.
Qualche settimana fa, dopo aver visto Diego stampare sulla traversa l'ennesimo tiro da due passi, lui che due anni prima era stato l' infallibile goleador di una stagione memorabile e che ora è poco più che il fantasma di se stesso.. ho riso. Sì ho riso ma non per mancanza di rispetto, non perché ci fosse qualcosa di ridicolo in lui, ma perchè in quel clamoroso errore io ho colto l'essenza del comico, esattamente come nei romanzi di Franz Kafka.
Karl Rossmann, il protagonista di America, subisce una serie infinita (il romanzo è inconcluso) di torti, sventure, avversità, eppure l'angoscia provocata da quell' interminabile accumulo di eventi calamitosi sfocia sempre, da parte nostra, in un riso agghiacciante, comico appunto. E allora la sua testa abbassata e la smorfia della bocca semichiusa non sono che l'altra faccia, forse quella più banalmente percepibile ma certamente inevitabile, della sua kafkianità.
 
 
Milito, come ogni personaggio dello scrittore ebreo-praghese ci appare svuotato del suo principium individuationis. Il fatto che i tifosi non siano riusciti a trovargli un soprannome ad personam ma siano dovuti ricorrere al prestito "per somiglianza" è, in questo senso, emblematico.

"Nel romanzo di Kafka "Il Castello" incontriamo un funzionario, Sortini, esperto nella difesa contro gli incendi. Ben presto tutto ciò che dovrebbe costituire la sua identità svanisce nell’incertezza: “Di lui, in sostanza, si sa soltanto che il suo nome è simile a quello di Sordini; se non ci fosse questa somiglianza di nomi, probabilmente non lo si conoscerebbe affatto."²
 
Il personaggio tipico di Kafka – ci dice Marthe Robert – è privo di qualsiasi attrattiva, né tanto meno è fatto per interessare: egli non si distingue né per il carattere affascinante, né per la psicologia sottile, né per l’arte di far vivere passioni e idee, anzi tutto questo gli è deliberatamente tolto.- E d'altronde -sottolinea Giovanni Bortoli- là dove regna il principium individuationis, il tempo e lo spazio servono a circoscrivere gli individui, garantendone la separatezza, e la privatezza. Ma se questo principio viene meno, allora il tempo e lo spazio non serviranno più a individualizzare. Allora lo spazio invade lo spazio, il tempo invade il tempo. Gli effetti vanno dalla frenesia alla paralisi.³


Come abbiamo visto, sono proprio questi due estremi a disegnare la parabola "esistenziale" del giocatore. Naturalmente noi gli auguriamo di ritrovare presto la forma e il gol, di trasferirsi magari in una medio-piccola (minore come la letteratura in Kafka) e se fra qualche anno nessuno si ricorderà più di lui, beh, pazienza.

¹Kafka, per una letteratura minore (Deleuze-Guattari, ed. Quodlibet)
²·³ Tratto da L'identità Modale nei personaggi di Kafka di Giovanni Bottiroli pubbl. in Cultura Tedesca (2008)

10 commenti:

  1. Molto bello e molto sottile, grazie.
    Tra l'altro riflettendo e tanto per citare un goal che tutti ricordano (il primo contro il Bayern):
    Il capolavoro vero di Milito non è stato lo scatto o il tiro, ma quella quasi impercettibile frazione di secondo in cui il nostro si è momentaneamente cristallizzato prima di tirare, che ha spiazzato e messo fuori tempo il portiere.
    Nel mezzo del movimento caotico e assurdo, ha vinto tutto con un attimo di immobilità... che c'è di più metafisico di questo?

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  2. Bellissimo ritratto Lorenzo. In quella odiosa Inter, Milito era (ed è) il mio preferito. Talmente anti-epico da risultare, per qualche strana ragione, epico.

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  3. Sottoscrivo quanto detto da Arturo. Milito mi piace perche' pensa solamente a giocare a calcio, a fare gol e basta. Niente fronzoli.

    Forse unico neo la strana voglia di Madrid dopo la Coppa. Vuoi sua, vuoi impostagli dai giornalisti.

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  4. un predestinato..non può andare oltre..

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  5. Grazie Gaizka, la tua riflessione sull'atemporalità del gesto avrebbe meritato molto più spazio.
    Non ho visto l'anticipo di venerdì sera (mi trovavo da qualche parte fra Repubblica Ceca e Austria in una corriera affollatissima) però mi hanno riferito dell'ottima prestazione del Principe. Mi ha fatto molto piacere, benché ogni considerazione riguardo a una sua rinascita sia per me paradossale, ritengo più che legittimo definire l'inizio di un nuovo corso (diciamolo positivo +) a partire dal suo gol contro il Lecce. Essendo tale corso potenzialmente infinito me ne starò in attesa di quegli elementi esterni che lo potrebbero far deviare in senso opposto(-).

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  6. Non a caso Moratti, patron abituato a campioni molto più connotati dentro e fuori il campo, lo definì, al suo arrivo all'Inter, "molto pratico".
    Un giocatore che esegue in modo esemplare gesti tecnici e tattici quali la sterzata, il contromovimenti e simili, ma poi come quando si consulta un vademecum, sembra scomparire nel generico.
    Bella però la sua immagine tra i tifosi del Genova in curva durante un turno di squalifica.

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  7. La carriera di Milito è sempre stata surrealisticamente in filigrana, è arrivato tardissimo al calcio che conta, e quando ce l'aveva fatta ha dovuto ricominciare da zero per colpa di una valigetta misteriosa...più kafkiano di così...poi ha fatto pure 4 gol in una partita sola al real ma è sceso in serie b....più kafkiano di così...poi è ripartito da dove aveva lasciato e sembrava che il tempo si fosse fermato...più kafkiano di così...poi si è preso il mondo ma non è stato neppure preso in considerazione dal mondo (di france football)...più kafkiano di così...infine è scomparso per due anni per poi ricominciare come se non fosse successo niente...più kafkiano di così....

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  8. "Fuga che sarebbe stata la sua unica chance e che inevitabilmente non si è realizzata.
    Qualche settimana fa, dopo aver visto Diego stampare sulla traversa l'ennesimo tiro da due passi, lui che due anni prima era stato l' infallibile goleador di una stagione memorabile e che ora è poco più che il fantasma di se stesso.. ho riso" eh..nulla è più vero del classico "ride bene chi ride ultimo". Ne ha messi dentro 24 anche quest'anno. Fatico a trovare un attaccante più continuo di lui a dispetto di qualche problema fisico che ne ha minato le prestazioni per qualche mese. E penso che a Saragozza, come a Genova e soprattutto all'Inter sarà difficile dimenticarlo..se non altro per un triplete di mezzo, per una doppietta in finale di coppa campioni. Direi che è sufficiente per entrare nell'olimpo dei campioni

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  9. non credo proprio che ci si scorderà di milito tra qualche anno...ogni tifoso interista almeno si ricorderà del principe e dei suoi gol in finale di Champions League

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