venerdì 28 dicembre 2012

Guida galattica allo US Soccer #7

Barack Obama

Dal 1944, solamente in un'occasione il candidato alle presidenziali americane vincitore in Ohio è poi risultato perdente a livello nazionale (elezioni presidenziali statunitensi del 1960, vinte da John Fitzgerald Kennedy su Richard Nixon. In quell'occasione, JFK vinse con uno dei margini di voti più stretti della storia).

Per tradizione, infatti, l'Ohio è uno dei principali aghi della bilancia in America quando si parla di Election Day. E non è stato da meno lo scorso 6 novembre, con Barack Obama e Mitt Romney divisi sul futuro dell'industria automobilistica (nella contea di Wood il più importante stabilimento Chrysler) e dell'industria mineraria.
A Columbus, Obama ha ottenuto il 60 per cento delle preferenze, sfruttando il vantaggio accumulato nella fase iniziale della campagna elettorale, quando lui già aveva un programma mentre i Repubblicani si dividevano tra candidati alle primarie poco convincenti.

Un capolavoro
Assieme a Cleveland e Cincinnati, Columbus è una delle principali città dello Stato che deve il suo nome alla lingua irochese. E' sede di importanti società, come la Big Lots e Wendy's. A Columbus sono nati Maggie Grace, che in Lost interpretava Shannon, e Bow Wow (un tempo, Lil' Bow Wow), rapper e attore (indimenticato in The Fast and the Furious - Tokio Drift). Una curiosità: qualche isolato a sud del crentro troverete il Brewery Discrict. Nella seconda metà dell'Ottocento, alcuni immigrati tedeschi fondarono qui la prima di innumerevoli birrerie. Nel 1919, il quartiere si spense, complice l'avvento del Proibizionismo e le birrerie dovettero lasciare spazio ad altre industrie. Ora il quartiere è il luogo ideale per passare le serate a Columbus, pieno di pub, ristoranti e club.

THE CREW
A Columbus giocano i Columbus Crew.
La squadra è stata fondata nel 1994 ma solamente nel 1996 ha disputato il suo primo incontro. I colori sociali sono il giallo e il nero e lo stadio il Crew Stadium (impianto da 20.000 posti). La tifoseria è guidata da The Nordecke e la mascot si chiama Crew Cat.
L'affermazione più importante nel 2008, con la vittoria del campionato nazionale in finale contro i New York Red Bulls. A contorno, 3 MLS Supporters' Shield (il trofeo assegnato alla squadra che totalizza più punti nel corso della stagione regolare) nel 2004, nel 2008 e nel 2009.

Per come la vedo io, basterebbe precisare che nei Columbus Crew ha giocato Guillermo Barros Schelotto (dal 2007 al 2010) per dare un senso a questo post e, forse, a tutta la rubrica dedicata allo US Soccer. Tuttavia, voglio citare qualche altro giocatore passato dall'Ohio.
Partendo da Doctor Khumalo, ai Crew nel 1996 e ora sposato con la modella Blanche Garises. Passando per Garba Lawal, che -se non sbaglio- andò a segno in un 3 a 2 mozzafiato tra Nigeria e Spagna nel '98. Fino a Paul Caligiuri, titolare sia a Italia '90 che a USA '94 per la nazionale a stelle e striscie.

Ora i Crew sono allenati da Robert Warzycha (non il Warzycha che giocava nel Panathinaikos e che provoò a purgare l'Ajax nel '96, quello era Krzysztof), miglior assistman nella storia del club. In rosa anche Federico Higuain, fratello del Pipita.

Per un solo punto, i Crew non hanno raggiunto i Playoffs questa stagione, chiudendo sesti nella Eastern Conference dietro la Dynamo di Houston, poi sconfitta dai Galaxy nella Finale del campionato. Miglior marcatore Jairo Arrieta da Nicoya, Costa Rica. Il Match of the Year la vittoria per 4 a 3 contro New England. Infine, gli auguri di buone feste della Crew Family e i migliori momenti della stagione.

sabato 22 dicembre 2012

Literaria: "Titoli di coda - Civ racconta sessant'anni di varia umanità". Perchè l'importante nella vita è prepararsi e mai illudersi.


Titoli di coda - Civ racconta sessant'anni di varia umanità

"Io non ho amici e sto bene da solo o quasi e quel quasi non lo racconto a nessuno"

A un anno da Presidenti e Contorno, il Civ torna in libreria con l'ennesima, piacevole, fatica letteraria: "Titoli di coda - Civ racconta sessant'anni di varia umanità", Perdisa Editore.  Un libro che – come tutti quelli del grande Gianfranco Civolani – ha un unico, imperdonabile difetto: a un certo punto finisce.

Un'infinita carrellata di personaggi, luoghi e situazioni. Interviste inventate, partite truccate e figure di merda. Da Cabrini a Gino Capèo Cappello, centravanti del Bologna del Dopoguerra, alle nottate di Marocco (Marocchino) e Bruno il Poeta (Bruno Pace), a Reagan e Gianni Agnelli. La prima partita al Dall'Ara e le trasferte nell'ex Unione Sovietica. La storia – le storie - di una vita raccontata con leggerezza, ironia e non poca nostalgia dall’unico giornalista sportivo che non si siede mai a tavola con nessuno perché, semplicemente, non ama mangiare ("io sempre salto i pasti o comunque ci metto non più di dieci minuti a mangiare un paninaccio più una mela renetta (o un pompelmo) che mi deve sfamare e che comunque mi sfama").
Non solo calcio nell'ultimo libro del Civ. Anche tanta boxe e qualche sguardo al ciclismo (Civ da ragazzo era tifosissimo di Fausto Coppi).

Abbiamo deciso di raccontarvi Titoli di coda a quattro mani.

Capitolo preferito?

Bostero - Senza dubbio i racconti dalla Romania. La prima trasferta per seguire una tournee di boxe, le successive come cronista al seguito del Bologna, impegnato in amichevole contro Steaua e Dinamo di Bucarest.
Le impressioni del Civ rispetto al clima politico e sociale e le fanciulle del posto, hall di albergo e sfiancanti viaggi in treno in seconda classe.
Altra notte terribile su panche da tradotta militare. Ne ho già piene le palle ancor prima di arrivare, ma dopo quaranta ore di viaggio eccoci a Bucarest dove ci offre un mazzolino di viole la Mara, l'interprete accreditata che mi fa subito una penosa impressione. E lasciamo perdere che a trent'anni è un po’ baffuta e con beltà a meno dieci..
Poi i ritratti dei calciatori del Bologna del dopoguerra. Su tutti il citato Gino Capèo Cappello e José Garcia, detto il Loncha ("da Lon Chaney patibolare attore americano che imperversava nei film dell'orrore").

Dionigi - Tutto il libro. Farei un torto a sceglierne uno solo. Questo libro è un capolavoro. Dico solo che una mattina, in metro, per non staccarmi dalla lettura, invece di scendere a EUR Magliana sono arrivato fino al capolinea e poi sono tornato indietro.

Sono di parte perché i libri di memorie, soprattutto quando sono scapigliati (di forma e di sostanza), sono i miei preferiti (da leggere e da scrivere). In Titoli di coda c’è una galleria umana da perdere la testa. Caratteristi a go-go. Leggendolo mi sono convertito anche io alla bolognesità, come lingua e attitudine alla vita (Abito da cinquant’anni nella stessa casa e quando trent’anni fa un gruppo di colleghi a Tuttosport mi chiese se potevano sostenere la mia candidatura alla direzione del giornale, io dissi semplicemente “posso dirigere da Bologna?” e loro “ma dai, figurati” “e allora grazie lo stesso”).

E poi in ogni capitolo c’è un bar diverso, a Bologna ci devono essere mille bar, uno buono per ogni occasione. E poi c’è la malinconia; in fondo il Civ – personaggio spigoloso, solitario, gran rompicoglioni - è un conservatore, non lo dice ma guarda sempre indietro, e si rammarica ogni tre pagine per i tempi che sono cambiati, soprattutto nel mondo del calcio (“Come era bello fare i giornalisti-cronisti una volta, com’era gratificante accostare i giocatori a Rio, a San Paolo o a Porto Alegre o anche a Casteldebole. Bè, io dico sempre al mio collega Nordio “siamo proprio usciti dal gran giro al momento giusto””). Sono d’accordo con lui.

Anche i racconti dei viaggi sono indimenticabili. Se proprio devo scegliere un capitolo preferito, però, dico quello sul basket rosa. Il lato più umano del Civ, presidente per cinquant’anni.


Cabrini e Civ, 1988

Il punto di forza del libro?

Bostero - Le fotografie. Il seppia del Dopoguerra e le foto del Civ anni Settanta.

Dionigi - Innanzitutto lo stile narrativo del Civ, colloquiale, da bar, da serata infinita. E poi gli aneddoti. C’è n’è una valanga, uno più divertente degli altri. Il mio preferito:

"Ma sentite questa: anni Settanta, raduno pre-campionato del Cesena allo stadio. Io mi apparto con Dino Manuzzi nel sottoscala. Si presenta Giorgio Mariani, sempre così simpaticamente fuori dalle righe “presidente, ho una proposta da farle. Io per l’ingaggio sparo alto, ma lei mi dà quello che le chiedo se l’affare che ho fra le gambe supera i venti centimetri quando è a riposo. Altrimenti lei mi dà solo la metà. Però ho qui con me il metro, facciamo subito la misurazione?” “ma no, tu fra le gambe hai un siluro, no che non ci sto” “aspetti, presidente, dia almeno un’occhiata”. Fa per estrarre l’arma letale, ma il pres. ha un sobbalzo “ma vai via, brot porz”"

Anzi, il mio preferito è un altro. Hotel Athenée, Bucarest, estate ’68: "[Non usciamo perché] Fuori è un caldaccio e poi il conciergie ci racconta una storia piccante con Caterina Caselli – che era andata a cantare là – protagonista di un storia che io non racconterò mai".

Perché Titoli di coda?

Bostero - Perché Civolani, si sa, è una miniera di racconti, personaggi e situazioni. Una capacità unica di contestualizzare atleti, presidenti e personaggi famosi in luoghi e spazi ben definiti.
In quarta di copertina si domanda se ci sia ancora bisogno di maestri. A mio avviso, si.
E perché ogni tanto servono pure i titoli di coda, se discreti. Come nel Capitolo dedicato a Checco Cavicchi, boxeur ora ottantacinquenne: "Gli chiesi cos'era per lui fare a pugni "a me non è mai piaciuto fare la boxe e cercare di fare male a qualcuno, ma facevo dei bei soldi e insomma era un lavoro che rendeva. E adesso in tivù fanno vedere la boxe quando io sono già a letto oppure mi vedo due o tre riprese e poi mi addormento"".

Dionigi - Perché il Civ (un vero maestro, perché non sa di esserlo) snocciola classifiche a ripetizione. E per fare i conti devi essere alla fine di qualcosa. C’è la classifica dei fuoriclasse (Di Stefano prima di Pelè e Maradona), dei presidenti del Bologna (Dall’Ara su tutti), delle cose che gli piacciono dell’America, dei poliziotti più cattivi, dei cantanti che ha incrociato, degli attori e delle attrici, dei rapporti con gli allenatori, dei colleghi giornalisti. E soprattutto, dei primi cinque giocatori rossoblu, rigorosamente divisi per ruolo (per la cronaca, al top compaiono: il portiere Negri, il difensore Janich, il centrocampista Bulgarelli e l’attaccante Pascutti).

Titoli di coda anche perché il libro è pieno di amici morti, gente che se ne è andata portandosi via una parte della sua esistenza. Trovo commoventi gli epiloghi dei grandi calciatori del Bologna del passato, ex campioni del mondo (negli anni 30) finiti a elemosinare la vita con mestieri di quart’ordine (come Amedeo Biavati, che per l’Assessorato allo sport della città andava a verificare i campi da calcio nei vari quartieri), una cosa oggi impensabile (e non solo per la SLA).

Comunque, mi auguro che il Civ faccia in tempo a scriverne un altro, di Titoli di coda.

"Bene, da diciotto anni mi onoro di scrivere su Stadio. E so benissimo che da un momento all’altro mi diranno “sei tanto bravo, ma sai, i nostri bilanci…” eccetera. E io ringrazierò, continuerò a fare radio e tivù finchè non mi cacceranno anche loro. E come ho già detto altre volte, finirò per scrivere sui muri. Che cosa? Viva la gnocca"

Civ nel '74

mercoledì 19 dicembre 2012

Ipotesi di un carteggio



San  Pietroburgo, 1 ottobre 2012


Caro Vincenzo,

concluso l’allenamento, stasera ci siamo rinchiusi nella palestra, con ancora appesi i manifesti in cirillico dell’antica propaganda. L’autunno non ci lascia all’aria aperta a discutere di tattiche, il vento che arriva dalle steppe già supera le resistenze dell’acrilico. Uno dei vantaggi indiscutibili del freddo è avere più tempo a casa per riscaldarmi -ho un plaid di feltro mezzo mangiato dal cane, una poltrona e una vodka distillata dalla figlia del magazziniere-, rispondere con calma alle tue lettere e avere nostalgia.
Veniamo a quello che mi scrivi: hai un’ottima difesa, quella è gente tosta, sa come toccare le caviglie senza farsi accorgere dall’arbitro. Ho studiato alcuni schemi per i calci d’angolo: potresti sfruttare Gonzalo per la percussione conclusiva, dopo aver ingannato i difensori con quel movimento centripeto dei bassi che apre gli spazi esterni per il salto dell’ariete. Tutto il resto affidalo a Pizarro, hai visto come sfianca gli avversari col suo possesso certosino, il suo girare attorno su se stesso. Non hai centrocampisti adatti agli inserimenti, come un tempo io Perrotta, ma l’estro degli attaccanti dovrebbe prevalere, almeno contro le squadre medio-piccole. Nel fine settimana ti mando le schede atletiche per ciascuno, non allentare ancora i carichi, aspetta i primi di novembre.
Ti abbraccio, tuo, Luciano.

* * *

Firenze, 14 novembre 2012

Caro Luciano,

grazie dei suggerimenti della settimana scorsa. A San Siro, in panchina, mi sembrava di averti a fianco. Certo, il Milan è malridotto, ma erano anni che a questa gente non capitava uno straccio di soddisfazione. Soddisfazione effimera peraltro, ci riempiono di complimenti perché sanno che non dureremo, che non c’è pericolo per il finale già scritto del romanzo. A volte mi chiedo cosa ti spinga a dannarti l’anima per Firenze, lontano come sei. Tanto ristretto è l’orizzonte delle loro speranze che si accendono per un abbozzo di bel gioco, o per la prospettiva di un terzo o quarto posto. Ma questa non è speranza, Luciano, è rassegnazione. Tu mi scrivi che Firenze non esiste se non in ciò che la circonda, la campagna ebbra, le onde delle colline, le carni abbrustolite degli animali o immerse in copiosi sughi. Tutto il resto è vaniloquio estetizzante, idolatria di un mediocre evo giunto fino a oggi. Non posso darti torto: ancora oggi si dissipano in dispute di campanile, aspettano l’insuccesso della Roma, esecrano la Juve senza capire che il riscatto è solo superarla. 
Qualche notte fa ho sognato ancora di Lojacono. Sogno banale, per quanto è facile da smorfiare. Vorrei seguire la sua traiettoria, che fu quella di un’educazione sentimentale, da Firenze a Roma, dove la sua vitalità trattenuta finalmente esplose tra risse in campo, tanghi clandestini, donne amate fino a pochi minuti prima della partita. Luciano, forse un giorno torneremo dall’esilio. Ti abbraccio.

V.

* * *

San Pietroburgo, 4 dicembre 2012

Caro Vincenzo,

ieri sono andato all’Hermitage, e mi è sembrato di rivedere quel film di Sokurov che si aggira per i suoi fastosi corridoi, attraversando epoche e persone, fino alla vertigine finale in cui lo sguardo del regista esce fuori dal museo e si perde su un mare sterminato. Ho ripensato alle tue parole e ho concluso che non è dissimile a quella dell’arca russa la nostra piccola deriva. E’ vero, a Firenze accettano un ruolo subalterno. La Juve è già lontana, con ogni probabilità si ripeterà il solito copione. Poi tornerà il Milan, poi l’Inter, tutti gli altri saranno contenti del loro secondo posto. Ma noi forse siamo meglio?
Anche noi siamo prigionieri, di un gesto artistico se vuoi: io dalla Russia, complice la tua amicizia, alleno in incognito la squadra per cui tifavo da bambino; tu sogni di tornare a Roma (a proposito, come Lojacono, hai una bella faccia maschia da scugnizzo, adatta al tango e al pasodoble), vedi da lontano gli splendori e le miserie di Z., che tra qualche giorno ti accingi ad affrontare. Forse è tempo di non accontentarci, forse è tempo di pretendere un destino. Io dovrei stare dove sei tu ora ed essere il condottiero dei miei avi, senza perdermi in faticosi espedienti letterari. Tu non cedere, quando ti cercheranno, alle lusinghe di una vittoria contabile e senza eroismo, a questo ciclo di insopportabile ripetizione. Se desideri vincere a Roma, devi farlo solo a Roma. Aspetta che Z. compia il suo destino (lui è uno dei pochi, forse l’unico di noi, ad avere il coraggio di affrontarlo). Non basta sconfiggerli nel sogno e neppure dall’esilio. Dobbiamo essere come Ettore, scendere sotto le mura, tentare l’impossibile.
Ti abbraccio, tuo, Luciano.

* * *

8 dicembre 2012 (sms)

Hai visto la partita? Arrivavano da tutte le parti. Non credevo si potesse giocare in questo modo. Non ti nascondo che sono felice. V.

venerdì 14 dicembre 2012

Mind the gap




Hootananny
Io a Londra non c'ero mai stato. Sí....Lo so, alla soglia dei 30 mi vergognerei meno ad ammettere di essere vergine, semplicemente non ho mai avuto occasione. Tra impegni vari e vari impegni mi sono lasciato una mezza giornata per me, per fare quello che ognuno di noi dovrebbe fare almeno una volta nella vita, il giro degli stadi. Chiaramente pensavo dalle 8:30 alle 17 di riuscire a fare qualcosa in più di 4 stadi, credevo di riuscirne a visitare almeno 6, fatto sta che le distanze sono quelle che sono, senza contare poi il tempo perso a cercare, parlare o magari a frugare nei vari shop. Partenza quindi alle 8 e 30 da Brixton, con itinerario ancora da definire. Siete mai stati a Brixton? Beh se ci andate qualcuno storcerà un po' la bocca e vi consiglierà di non avventurarvi nelle "Stradine". Ora...Non so voi, ma io non entrerei in una stradina di Rovereto, vorrei sapere per quale cazzo di motivo dovrei "Avventurarmi" nelle stradine di Brixton. Brixton comunque è una perla (stradine a parte), un giro è obbligatorio e soprattutto è assolutamente imperdibile una visita al mai banale Hootananny, veramente un gran bel locale (vicino però ad un sacco di stradine).
Comunque, l'itinerario come detto era ancora da definire, in un primo momento ho pensato di raggiungere Crystal Palace con un bus che passava proprio per Brixton, ma dopo aver notato che con la District line avevo la possibilità di raggiungere tre stadi, mi sono diretto verso la stazione della tube di Brixton (se ci capitate non perdetevi il mercato caraibico alle sue spalle). Prima destinazione Stamford Bridge.

Stamford Bridge - Chelsea

La statua di Peter Osgood
Partenza da Brixton con la Victoria line (quella Azzurra) cambio a Victoria Station con la District Line (quella verde). Importante! Quando vi trovate sulla District Line, prendete il treno in direzione Wimbledon, mi raccomando, altrimenti  non ho idea di dove diavolo possiate finire. La fermata per Stamford Bridge è quella di Fulham Broadway (zona 2). Lo stadio è attaccato alla metro, appena usciti dalla stazione girate a sinistra e dopo qualche centinaio di metri ve lo trovate sempre sulla sinistra. Vi accoglie subito un lungo pannello con scritto:" Welcome to Chelsea Football Club Champions of Europe 2012". Diversi i simpatici cartelloni con cui farsi altrettante simpatiche foto con i protagonisti della vittoria in Champions. Davanti a voi, imperiosa, troverete la statua di Peter Osgood, gloria del Chelsea anni 60/70, morto nel 2006 e le cui ceneri vennero sparse sotto il dischetto di rigore, davanti alla Shed End. Oltre a tutto questo, troverete anche orde di italiani, ma non italiani innocui, bensì italiani urlanti, specie temutissima da tutti noi turisti "Normali". Per 15 pound potete visitare il museo del Chelsea, cosa che sinceramente non ho preso in considerazione, vista la mia totale indifferenza verso questa squadra. Lo Shop si trova guardando la statua verso destra, è su due piani e ci trovate veramente di tutto, a prezzi un tantino troppo alti. Avrei dato precedenza ad altri impianti, la comodità della metro mi ha però "costretto" ad effettuare questa tappa.


Craven Cottage - Fulham

Johnny Haynes
A sole 2 fermate di distanza da Fulham Broadway (sempre in direzione Wimbledon) si trova Putney Bridge (zona 2), casa del Fulham (capisco che la cosa possa confondere ma è così). Appena usciti dalla stazione, chiedete! Altrimenti andando a naso, non troverete mai lo stadio. Comunque appena fuori dalla metro girate a destra, andate sempre dritto e poi verso sinistra, dove troverete un sottopassaggio, una volta attraversato, vi ritroverete in un parco, davanti a voi c'è una chiesa con tanto di mini cimitero con le lapidi storte che sembra uscito da Ghosts n' Goblins (madonna che palle quando ti capitava la fiaccola). Seguite le indicazioni, camminate per una decina di minuti nel parco magari accanto al Tamigi, dribblate i coattissimi scoiattoli locali(secondo me sono al parco per vendervi il fumo) e siete arrivati al Craven Cottage, quello che secondo il Times è uno dei 10 stadi più belli del mondo. Bella la statua di Johnny Haynes come bellissima la sua storia fatta praticamente solo di Fulham (record di presenze) e nazionale inglese (di cui è stato capitano). Nonostante siano le 11 e nonostante ci sia il sole, fa veramente un freddo fottuto, credo che sia al primo posto tra gli stadi più umidi al mondo e non secondo il Times ma secondo me. Non posso non pensare al povero tifoso del Fulham allo stadio a metà gennaio alle 18. Dietro la statua di Haynes c'è l'Haynes Place, grazioso baretto del club, dove ho bevuto il peggior "Espreissou" della mia vita. Non per fare uno di quelli che prendono il caffè, la pasta o la pizza all'estero per poi lamentarsi di quanto facciano cagare (categoria di persone alla quale sparerei), ma vi giuro che per un attimo ho pensato che mi avessero urinato nella tazzina, mettendo da parte questo particolare tutto il resto sembrava accettabile e il locale è veramente carino. Lo shop poco più avanti è piccolo ma ben fornito con prezzi più che abbordabili. Non ho resistito e mi sono comprato un portachiavi. Non male i pupazzi della mascotte "Billy the badger" (un tasso).

Upton Park - West Ham United



The champions
Dopo il bel pieno di umidità preso al Craven Cottage ho ripreso la direct line in direzione Upminster. Il percorso è lungo, le fermate sono tante e più ci si avvicina a West ham più cambia il paesaggio. La fermata di Upton Park (zona 3) è decisamente più squallida di tutte le altre viste fino a quel momento, credevo di uscire nel nulla e invece mi sono ritrovato direttamente su Green Street, strada che da fan del libro di Cass Pennant "Congratulazioni. Hai appena incontrato la I.C.F. (West Ham United)"- Baldini Castoldi Dalai 2004- non può lasciarmi indifferente. Green Street è un agglomerato di negozi asiatici, in giro si vedono praticamente solo pakistani. Fuori dalla stazione basta girare a destra e non molto distante sulla sinistra, ti ritrovi ad Upton Park. Sarà un'impressione ma, nelle vicinanze dello stadio, Green Street riprende un aspetto più londinese, per dirla in parole povere non sembra più di essere a Islamabad. Non mi aspettavo che il "Boleyn Ground" fosse così tanto grande. Forse la cosa più divertente oltre al negozio di pompe funebri situato davanti all'ingresso è l'asilo attaccato al piazzale, perchè a Green Street vanno educati sin da piccoli. Strappalacrime l'albero della memoria nel parcheggio sulla destra: sciarpe, fiori e targhe a ricordare chi non c'è più. Lo shop è semplicemente perfetto, prezzi abbordabili e merchandising stupendo, non si può uscire da là dentro senza aver acquistato nulla. Una volta fuori dallo stadio girando a sinistra, alla fine di Green street incrociando Barking Road c'è la "The Champions", statua (da non perdere) che celebra i 3 Irons campioni di Inghilterra: Il capitano Bobby Moore, il centrocampista Martin Peters (autore di un gol in finale), l'attaccante Geoff Hurst (che di gol in finale ne fece 3 anche se in realtà sono 2) e l'intruso, il difensore dell'Everton Ray Wilson, necessario per completare l'immagine (la scena riproduce i momenti che seguirono il trionfo e Wilson portava in spalla Bobby Moore). Di fronte alla statua c'è il "The Boleyn", pub con  100 anni di storia alle spalle, la visita è obbligatoria come, ovviamente, una pinta. Era una vita che sognavo di entrare al Boleyn, in realtà il West Ham è una squadra che mi è sempre piaciuta: ha tirato fuori il meglio del calcio inglese (non è un caso che sia conosciuta come Academy of football), ha un inno che mette i brividi, un accostamento cromatico da applausi e una tifoseria calda come poche nel mondo. Una volta al Boleyn, ordino la pinta e metto il sacchettino di souvenir del West Ham in bella vista, chiaramente una trappola per intavolare una chiacchierata con qualcuno. Non passano nemmeno 5 minuti che un signore sulla 70ina abbondante, mi chiede un'opinione sulla partita di domenica contro il Liverpool, match che evidentemente lo aveva lasciato con l'amaro in bocca, perdere 2 a 3 in casa con 2 goal di due prodotti del vivaio hammers (Glen Johnsson e Joe Cole) e un autogol, effettivamente non deve essere poi tanto piacevole. Spiego al signore che sono un turista e che sono venuto a visitare Upton Park, il vecchio si bacia le mani, si mette una mano sul cuore e si presenta, il suo nome è Colin.

The Boleyn - Colin
Colin... Un grande amico di LB
Sono più di 50 anni che Colin abita qui, proprio un paio di strade dietro al pub, dietro al Boleyn Ground dietro al West Ham united. Parla in maniera pacata, comprende il mio ignobile inglese senza fare mai una piega e con grande signorilità quando non capisce ciò che dico, fa finta di non aver sentito per via dell'età. Elogia il The Boleyn e mi racconta di quanto sia pieno la domenica, insiste per farmi fare un giro del pub, che effettivamente ha alcune stanze incantevoli, si rammarica per qualche finestra originale andata in mille pezzi per colpa di qualche tifoso un po' più acceso. Poi mi porta fuori e comincia a parlarmi di come questo quartiere fosse molto più bello 50 anni fa, se la prende un po' con i nuovi "Inquilini" e si mette a fumare.Quando rientriamo torna a leggere il suo giornale, poi mi guarda e mi fa vedere la classifica, ritenendosi però soddisfatto della squadra. Mi parla del suo calciatore preferito di tutti i tempi, che non può che essere la leggenda del luogo, ovvero Sir Bobby Moore, che per Colin era  più forte anche di Beckenbauer. Due le partite più importanti della sua storia. Una è comprensibilmente la finale mondiale del 1966, non solo per la vittoria dell'Inghilterra ma soprattutto per i 3 calciatori del West Ham assoluti protagonisti non solo della finale ma anche del torneo. Quando parla di quei 3 i suoi occhi si illuminano, diversi dal prototipo del calciatore di oggi, vera e propria gente del quartiere e non divi.
Ma la partita più bella della sua storia è la semifinale di FA cup contro l'Everton del 16 aprile 1980. Ci tiene a sottolinearmi come la partita in questione fosse la semifinale e non la finale del FA cup vinta nel 1980(contro l'Arsenal). Faceva un freddo fottuto e pioveva quella sera, sul neutro di Elland Road (in condizioni disastrose) a Leeds, lui era presente, per gustarsi quel "Replay" del match che 4 giorni prima a Birmingham, Everton e West Ham avevano concluso con il risultato di 1 a 1. Non fa un solo accenno al goal del vantaggio Hammers di Devonshire, non mi racconta neanche del doloroso pareggio dei Toffees al 116esimo, mi parla solo di quel gol incredibile di Frank  Lampard Senior al 118esimo a soli 2 minuti dal termine. Cerca di spiegarmelo a parole, si emoziona, finisce la birra e mentre riprende il racconto comincia a mimarmi l'azione con una foga impressionante, voleva descrivermi l'esatta innaturale torsione di Frank Lampard sr, solo dopo aver visto il filmato del goal mi sono reso conto di quanto la sua descrizione fosse stata accurata, come se quel goal fosse stato segnato due giorni prima e non 32 anni fa. Mai vista una persona parlare di una partita o meglio di una singola rete in quella maniera, con l'occhio lucido e la voglia ancora di esultare al solo ricordare. Ci alziamo chiedo a Colin un ultimo favore, fare una foto con la maglietta di LB, mi chiede cosa significhi "Lacrime di Borghetti" quando glielo spiego ne rimane divertito. Mi saluta e mi ringrazia, faccio altrettanto uscendo dal The Boleyn più che soddisfatto. Prima di riprendere il treno, entro in un altro Pub, gestito questa volta da pakistani che niente ha a che vedere con il The Boleyn, prendo un' altra birra, l'orinatoio del bagno a giudicare dall'odore e dalle condizione del pavimento è solo un optional, può bastare, lascio Green Street e mi dirigo verso Surrey Quays, parliamo di Millwall.

Surrey Quays - Millwall FC

Il sottopasso di Bolina road.. Di giorno è quasi gradevole

West Ham e Millwall non sono troppo distanti come suggerito dalla loro acerrima rivalità. Rivalità nata nel 1926 quando durante uno sciopero nazionale, i Royal Docks  della sponda del Tamigi in zona  West Ham aderirono mentre i portuali  di Surrey, zona del Millwall, continuarono a lavorare. Da allora i Derby del East London (il primo match ufficiale risale al 1930) furono parecchio duri in campo e soprattutto sugli spalti.
Da Upton Park torno verso il centro e scendo a Whitechapel dove prendo la overground arancione in direzione sud, 3/4 fermate e mi ritrovo a Surrey Quays(zona 2).
Art Attack - Bimbi! Imparate a fare un Millwall Brick
Vai a Surrey Quays dicevano, vedrai che lo trovi subito dicevano. Si sta minchia.  Vi ricordate il consiglio di non prendere le fottute stradine? Ci sono delle volte nella vita che purtroppo le stradine vanno prese per forza. Perché anche il Millwall mi ha sempre affascinato, perché i suoi tifosi hanno forse il motto più geniale del calcio:"No one likes us, we don't care". Uscito dalla stazione  vado a intuito verso destra, non mi curo se possa esserci o meno un bus capace di portarmi a Zampa Road, per me il The New Den era da quella parte. Chiedo ad un paio di persone, c'è chi rimane perplesso forse per la mia pronuncia, trovo due signori strani ma gentili che mi dicono di attraversare il "Bridge" in fondo alla via. Passato il "Bridge", prima chiedo ad un ragazzino che accelera  il passo dicendomi 4 volte no, ancora perplesso  mi rivolgo ad un ragazzo che mi dice che posso arrivarci da due strade: una più lunga e una più breve. Non capisco inizialmente  il perché di questa doppia opzione, chiedo ovviamente la via più breve. A me cappuccetto rosso è sempre stata sulle palle e forse per questo non è mai riuscita ad insegnarmi di non passare per la strada più corta perché potrebbe esserci il lupo. Arrivo ad una serie di docks, sono tutti carrozzieri, meccanici o roba del genere, la strada è chiusa, c'è solo un buissimo sottopasso ferroviario, ma non credo (e soprattutto spero) che lo stadio sia in quella direzione. Mi sento osservato, mi avvicino a due tizi che si stanno riscaldando con un fuoco acceso dentro un barile (scena da film), uno dei due si alza, si dirige verso di me e visto il rumore di lavori mi urla qualcosa che non capisco, potrebbe essere di tutto da "Gradisci un biscotto" a "Ora ti sgozzo", eccola là sto per prendere le botte. Niente di più lontano, il signore mezzo nero, mi chiede cordialmente se ho bisogno di qualcosa. Quando dico il motivo della mia presenza, quasi non ci crede e mi chiede subito da dove vengo. Poi mi dice che devo passare proprio dal sottopasso ferroviario e mi stringe la mano, mi accorgo che non è mezzo nero ma completamente affumicato, me ne accorgo dalla sua mano che lascia un dito di fuliggine sulla mia, impreco sorridendo e mi dirigo verso il buio. Ora, ovviamente la mia era suggestione, in realtà non ho idea di che zona sia e se sia realmente pericolosa, va detto che da quelle parti sono tutti dannatamente grossi e che comunque la tifoseria del Millwall anche in questi anni ha fatto parecchio parlare di sé. Passo con il mio zainetto da sprovveduto turista i primi due archi nella quasi totale oscurità, arrivo ad un primo spiazzo e c'è della roba per terra: copertoni, materassi e boh perché me la faccio a passo svelto, il posto è veramente squallido. Continuo, passo altri due archi sempre nel buio (decisamente meno angoscianti del primo), manca solo un cavalcavia (almeno credo) poi cominciano una serie di lampioni che fanno ben sperare, vado sempre a passo spedito verso la civiltà ma due figure si avvicinano a me, ecco è fatta  verrò preso a colpi di Millwall Brick, l'arma tipica dei Bushwackers (scuoti cespugli) firm della zona, ottenuta pressando più fogli di giornali insieme fino a raggiungere una durezza pari a quella di una sbarra di ferro (vedi figura sopra). Mi picchieranno, apriranno lo zaino e troveranno la sciarpa del West Ham precedentemente acquistata e torneranno GIUSTAMENTE a gonfiarmi. Mi passano accanto e io non posso far altro che fissare per cercare di capire quando cominciare a correre, loro mi salutano. Ci rimango di merda e mi anche sento in colpa. Arrivo finalmente allo stadio. E' stato il tragitto più inquietante della mia vita. Ma a quanto pare senza nessun  motivo. Lo stadio sembra bellissimo, lo shop è sulla strada, piccolino ma ben fornito, con dei prezzi che credevo molto più bassi, visto che parliamo pur sempre di una squadra "Minore", va detto che io per una sciarpa del Millwall avrei speso anche il doppio. Purtroppo trovo il Millwall Cafè chiuso. E' tardi e per via di impegni personali devo tornare verso il centro, inutile sottolineare che prendo l'altra strada, illuminata e piena di gente, anzi mi fermo proprio davanti alla fermata di un bus. 
Mi dirigo verso il centro a Piccadilly per approfittare del poco tempo rimasto a disposizione, manca ancora Lillywhites alla mia gita londinese e non posso permettermi di saltarlo. Sono un po' deluso, 4 stadi sono troppo pochi. Poi però ripenso ai miei acquisti, al mio insensato timore per i sottopassi di Surrey Quays e a quel signore di 70 e passa anni che quasi in lacrime mi mima il goal di Lampard senior e capisco di non aver sprecato il mio tempo. Tornerò, finirò il mio giro, arriverò fino a Reading e Watford, nella speranza di incontrare altri Colin e di non incrociare altri sottopassi ferroviari.

lunedì 10 dicembre 2012

Il Nesat del Lunedì (secondo lo Zio)


Due le grandi partite del fine settimana italiano. Nella prima: squadre corte, votate all’attacco, due, tre, anche quattro giocatori oltre la linea della palla, geometrie esistenziali tese al puro godimento e diagonali ascendenti all’infinito supremo. Nella seconda: squadre lunghe, lunghissime, uno, massimo due giocatori d’attacco che partivano sempre dietro la linea del pallone, pura speculazione razionalista con spazzolate dalla difesa e fenomenologia dell’ovvio con lanci lunghi alla viva il parroco.

E c’è ancora chi si ostina a criticare il boemo e/o a ritenere Mazzarri un allenatore…


Manchester è ancora rossa. Per la gioia di Engels che riterrebbe tutt’oggi più favorevole alla causa del proletariato una rivolta contro l’accumulo capitalista dello United americano che una lotta senza le necessarie condizioni materiali di sviluppo nei confronti del modo asiatico di produzione del City dei satrapi mediorientali. In tutto ciò Balotelli, sostituito da Tevez che cambia la partita, fila negli spogliatoi e scappa dall’Etihad Stadium con la sua Bentley, tra le prese per il culo della gente che passa di lì.

Forse per avere una Bentley mimetica, forse per aver chiamato la figlia Pia in onore al vecchio mentore del Maestro do Nascimento…


Nel giorno in cui El Tigre Falcao, il miglior centravanti in circolazione, ne rifila 5 all’ex Super Depo – quattro di destro e una di testa, meglio di lui nel dopoguerra solo Kubala con 7 in una partita di Liga – il solito Lionel Messi, smesso di prestare la voce al doppiaggio italiano di Woody Allen e di giocare a macchinine con Bojan, infila l’ennesimo record e con 86 gol in un anno solare supera il record di Gerd Muller con 85 nel 1972. A memoria di colui che con lungimiranza Maurizio Mosca definì l’Inzaghi teutonico, va detto che la media gol del centravanti tedesco era di 1,42 a partita, quella dell’argentino di 1,3.

Per Messi altri tre prestigiosi record in vista : il quarto pallone d’oro di fila, far completare a Bojan il puzzle in cinque pezzi dei Griffin a cui gioca dal 2006, diventare più antipatico di Matteo Renzi…


Dopo quattro mesi al gabbio è rimesso in libertà il parrucchino di Antonio Conte, il cui ritorno è celebrato dai media Italiani come quello di Cocciolone dall’Iraq. Eseguita la facile equazione media italiani stanno ad Emilio Fede come uno in missione per conto di dio che piange senza motivo sta ad uno in missione per conto di dio che si lamenta sempre con ancor meno motivi, il nostro si ripropone subito come l’idolo della ggente - quelli che kombattono kontro la kasta insieme a Peppe e grazie alla rete che ci rende liberi – con la seguente frase: “Questa è una squadra che sanno tutti quanti cosa fare”.

E per celebrare la liberazione di Free Mumia Abu Conte Jamal, Sky gli dedica la personalizzata Conte Cam…

giovedì 6 dicembre 2012

Qualche spunto (e Natalia Velez)

Willian
1) Partita attenta quella della Juventus. Vittoria facile contro un avversario che per larga parte del match ha rinunciato a giocare (Willian escluso - ma in che ruolo gioca Willian? Ieri era ovunque..). Praticamente tutte le possibili avversarie per gli Ottavi sono ora alla portata dei bianconeri. Celtic e Galatasaray quelle che sognerei se fossi Antonio Conte. Il Porto mi convince meno, non vorrei mai incontrare i portoghesi in Champions. Il Valencia ha Soldado e ha tenuto testa al Bayern. L'Arsenal è fattibile. Il Real impossibile.

2) Sinceramente, più dell'uscita del Chelsea (senza Drogba una squadra che ha solo qualche lampo ogni tanto) mi stupisce il buco del Manchester City. Fuori anche dall'Europa League a vantaggio dell'Ajax. Nonostante il girone di ferro, dopo il flop dell'anno scorso, avrei scommesso sui Quarti almeno.

3) La fase a gironi non cambia la mia idea sulle pretendenti alla vittoria finale. Real Madrid su tutti. Poi Barca (che segna tanto, ma subisce parecchio - troppo per i miei gusti) e poi le tedesche. Mi chiedo quale possa essere la storia del Paris Saint Germain in questa Coppa.

4) Lazio, Inter e Napoli devono credere nell'Europa League. Le Semifinali sono assolutamente alla portata. Delusissimo dall'Udinese, che in un autunno si è mangiata Champions e Europa League. Va bene.. nel girone c'erano Liverpool e Anzhi.. ma la qualificazione è sfumata contron lo Young Boys.. dopo che l'eliminazione ai rigori con il Braga (ultimo nel girone di Cluj e Galatasaray..). Mi fermo, perchè stimo il lavoro di Guidolin. Però scoccia.

Adrian Mutu
5) Chi l'avrebbe mai detto: la Ligue 1 a dicembre è più aperta che mai. Il PSG di Ancelotti ha steccato troppo e Lione e Marsiglia ne hanno approfittato. Bellissime finora St. Etienne e Rennes. Più bassi che alti la stagione di Adrian Mutu in quel di Ajaccio.

6) Mi è sempre piaciuta la maglia del Tolosa.

7) Il Caso Sneijder. Mi schiero dalla parte del giocatore. Le chiacchiere stanno a zero. E non si parli di scelte tecniche.

8) Severissimo Zeman sul rendimento di Daniele De Rossi. Il Boemo parla di scarsa integrazione nell'impinato di gioco giallorosso. Capitan Futuro getta acqua sul fuoco quanto ad una possibile cessione. Il PSG - nonostante abbia già in rosa quel fenomeno di Verratti - è alla finestra.

9) Nel frattempo, potremmo commentare il nuovo spot televisivo che vede protagonisti i giocatori della Roma.

Natalia Velez
10) Sembra fosse tutta un'invenzione la tresca tra Radamel Falcao e la bella Natalia Velez, modella di origini ecuadoregne. La notizia, riportata da The Sun, sarebbe stata smentita sia da Natalia che dal giocatore dell'Atletico Madrid.
Ciò detto, abbiamo imparato molto dalle vicende che hanno coinvolto Tubo Nero negli ultimi tempi e quindi non pubblicheremo foto hot di Natalia.. solo un bel primo piano.

martedì 4 dicembre 2012

I detective selvaggi (due giorni con Màgico Gonzàlez)

Màgico Gonzàlez, nume tutelare





"Recuerdo que a Ulises le agradaba la poesìa joven francesa. Puedo dar fe. A nosotros, al Publo Joven Passy, la poesìa joven francesa nos parecìa un asco. Hijos de papà o drogadictos. Entiéndelo de una vez, Ulises, solìa decirle, nosotros somos revolucionarios, nosotros hemos conocido las càrceles de Latinoamérica, como podemos querer una poesìa como la francesa, pues? Y el cabròn no decìa nada, sòlo se reìa".
Roberto Bolaño, Los detectives salvajes

Nel 1998, il giornalista spagnolo Antoni Damiel propose all'emittente televisiva sportiva per cui lavorava, Canal +, un reportage su Màgico Gonzàlez. Sarebbe andato prima a cercare ricordi a Cadice, la città (adottiva) che il mago pigro salvadoregno aveva lasciato da sette anni, e poi a cercare proprio lui, a San Salvador, dove Màgico, a quarant'anni suonati, ancora giocava (nel FAS di Santa Ana). La cosa incredibile non è tanto questa; è che gli diedero i soldi per farlo.


***

In quel periodo, la stampa salvadoregna scriveva di tutto e di più su Màgico. Scriveva che era caduto in depressione dopo il presunto suicidio di uno dei suoi fratelli. Scriveva che era stato catturato dalla droga che inondava il suo quartiere, i suoi amici e i suoi parenti. Scriveva che era passato attraverso un programma di riabilitazione prima che il FAS lo reclamasse al calcio, o alla vita, che poi per Màgico sono le stesse cose. Damiel fece quello che avrebbe fatto qualunque buon giornalista: andare a vedere se era vero quello che si scriveva. 


***

Il presidente del FAS andò a prendere lui e il collega con la telecamera all'ora stabilita e li portò in macchina al campo di allenamento. Durante il tragitto li mise in guardia sul carattere imprevedibile di Màgico. Mentre facevano qualche ripresa in giro, Màgico arrivò a salutarli in compagnia del presidente. Ma davvero siete venuti dalla Spagna solo per vedermi?, chiese apparentemente incredulo, prima di andarsi a fare la doccia. Rimasero d'accordo per vedersi un'ora dopo al ristorante del vicepresidente. Quando Damiel arrivò al ristorante, però, il cameriere gli disse che Màgico era arrivato mezz'ora prima, si era preso una cosa da bere e dopo cinque minuti era andato via.

***

Il giorno seguente, da bravi segugi, ne seguirono la pista nel suo quartiere. Trovarono anche casa sua, nella Colonia 3 de Mayo di San Salvador, all'altezza del bulevar Venezuela [riporto il dettaglio nel caso qualcuno tra i lettori si trovasse a passare di là, magari qualcuno tra i lettori che si guadagna da vivere con il narcotraffico internazionale]. Jorge li guardava da dietro le tapparelle, ma non ci pensava proprio ad uscire. I vicini intervistati confermarono che era un tipo fuggevole, soprattutto dalla stampa. Il viaggio a El Salvador si stava rivelando un disastro per il povero Damiel. Per non tornare a mani vuote in Spagna, gli restava solo una possibilità: presentarsi la sera dopo allo stadio del FAS Santa Ana, che affrontava i campioni in carica del Luis Angel Firpo, e sperare che Màgico si fosse svegliato con la voglia di giocare.


***

Arrivarono presto. Le gradinate erano ancora vuote. In curva, un enorme striscione recitava: "Si la vida fuera no verte y la muerte verte prefiero la muerte y verte que la vida sin verte". Forse anche per questo motivo Màgico si presentò al campo e, a quarant'anni, giocò 70 minuti. Da migliore in campo. Fu il primo a farsi la doccia, ma l'ultimo ad uscire dall'impianto. La partita era finita da mezz'ora e fuori dallo stadio lo aspettavano Damiel, quello con la telecamera, il presidente e quattro o cinque ragazzini che volevano un autografo. Nel parcheggio, seduto in una Seat 133 rossa, un'auto vecchia, sporca e scassata, c'era anche un tipo coi capelli lunghi, sulla trentina, che fumava in maniera compulsiva. Quando finalmente comparve dagli spogliatoi, Màgico non si filò nessuno e, ripetendo solo muy agradecido, muy agradecido, si diresse verso l'uomo nella Seat. Si abbracciarono e si misero a parlare. Appoggiò gli scarpini e la borsa nel bagagliaio; poi, prima di montare in macchina, alzò gli occhi verso il giornalista e quello con la telecamera e disse, Ragazzi, salite, altrimenti come tornate a San Salvador?

***

In viaggio con il Màgico. Lui e il pilota iniziarono a parlare di Santa Ana, della carretera, degli assalti abituali in certi suoi punti, tipo all'altezza de El Congo. Màgico non rispondeva alle domande sul calcio nè a quelle sui fraintendimenti dei giorni precedenti. In cambio, raccontava, in maniera comprensiva verso gli assaltatori, che a volte le rapine su quella strada provocavano ingorghi incredibili, anche di settanta macchine; e che a loro non succedeva nulla, perchè erano conosciuti da tutti. Entrarono nella periferia della capitale alle undici passate. Le strade erano deserte. Mentre erano fermi al semaforo, si avvicinò un bambino che chiedeva l'elemosina. Màgico scese dall'auto e gli iniziò a fare domande. Dov'erano i suoi genitori, se voleva che lo accompagnassero da qualche parte, che non aveva l'età nè era l'ora per stare lì. Tirò fuori alcune banconote e gliele mise in mano, a condizione che filasse a casa. Poi propose di andare a cena tutti e quattro insieme. Il ristorante dell'albergo dove alloggiavano i due giornalisti andava bene. Dopo avrebbero potuto anche intervistarlo.

[con il grande Carmelo, il Beckembauer di Cadice]
***

Dieci minuti dopo aver ordinato da mangiare Màgico iniziò a disperarsi. Si alzò in piedi lamentando a voce alta la lentezza del servizio. Questo mi dà fastidio del mio paese, questa mancanza di rispetto. Andiamo a fare l'intervista. Salirono in camera senza aver mangiato. Con la telecamera accesa, raccontò le storie già note (la sua malattia del sonno, il desiderio di giocare nel Cadice, il rifiuto a PSG, Fiorentina, Sampdoria e Atalanta, perchè a lo que no tiene precio no se le puede poner). Poi propose nuovamente di andare a cena, in un posto lì vicino. Chiese a Damiel e al collega se volevano accompagnarlo. Uscirono dall'albergo che era notte inoltrata. Parcheggiarono in una strada al buio, accanto al muro bianco di un edificio in costruzione. Nel muro c'era un'apertura di venti centimetri da cui cominciarono a sporgersi varie teste. Era un bar de carretera dentro la città. C'era un barista, un tipo che metteva la musica e quattro ragazze sedute sui divani e gli sgabelli. Salutarono Màgico e l'amico con grande cordialità. Dopo circa un'ora, i due giornalisti dissero che avrebbero tolto il disturbo, perchè l'aereo di ritorno sarebbe partito molto presto. Màgico voleva rimanere un altro po', ma alla fine acconsentì ad accompagnarli all'albergo, a condizione che fossero prima andati con lui a vedere un certo posto. Voglio mostrarvelo in modo che mi capiate meglio, che sappiate da dove vengo e qual è la mia gente.

***

La macchina si addentrò nelle viscere di un quartiere più buio della notte. A un certo punto svoltò in una stradina illuminata solo dai fari dell'automobile, che andava a dieci all'ora per non sfondare la marmitta nelle buche che si aprivano sull'asfalto. Entrambi i marciapiedi erano affollati di persone sdraiate per terra o appoggiate al muro, qualcuno addormentato, qualcuno con la bottiglia in mano, qualcun altro consumando crack o sniffando solventi. Màgico abbassò il finestrino e salutò alcune di quelle persone. Una disse pure che era suo fratello.

***

Tornando in albergo, Màgico non la smetteva più di parlare. Era contento. Cercava di convincere i due spagnoli a non partire, a fermarsi a San Salvador. Disse che sarebbero potuti andare tutti e quattro al mare per qualche giorno. Avrebbero dormito, bevuto, fatto l'amore. I due [coglioni] dissero che non potevano, che dovevano tornare in Spagna per preparare proprio il servizio su di lui. Màgico li abbracciò e tornò in macchina. L'amico mise in moto. La notte li inghiottì come un dribbling ben riuscito.


[ho letto questa storia sulla bella rivista Libero; avrei voluto, ma non ho cambiato il finale]

martedì 27 novembre 2012

Vent'anni dopo



Sono passati vent'anni dalla pubblicazione di "Febbre a 90°" e in un articolo-riflessione l'autore, Nick Hornby, fa il punto sullo stato del calcio inglese e sulla sua evoluzione. La conclusione è amara: oggi non scriverebbe più quel libro.
Al di là dei giudizi sullo scrittore (non credo che Nick Hornby possa considerarsi qualcosa più di un "usato sicuro letterario"), credo che "Febbre a 90" abbia inaugurato una modalità di raccontare calcio fino ad allora assente nel panorama culturale, cogliendo il lato più umanistico di questo sport e riuscendo a descrivere come questo riempia, e rovini a volte, la vita delle persone.
La tesi dell'articolo di Hornby è che il calcio ha subito una rivoluzione totale, sia diventato prodotto, business, spettacolo, sia stato gonfiato dai soldi delle TV fino a diventare, paradossalmente, più bello e quindi meno poetico.
Un calcio che ha spazio solo per l'highlights e non più per il racconto.
Lo stesso "boring Arsenal" narrato e amato da Hornby è diventato sotto Wenger il più alto esponente del calcio spettacolo in Europa (insieme al Barcellona), un'utopia coltivata dal tecnico alsaziano fino al dogmatismo, che è riuscita anche a portare a casa numerosi titoli segnando una svolta nella storia del club.
L'imborghesimento dei tifosi ha portato, dunque, all'imborghesimento del calcio e la Premier league si è fatta prodotto da esportare, diventando qualcosa di diverso da quel piccolo mondo antico per brutti, sporchi e cattivi che è stata fino all'inizio degli anni novanta. Naturalmente lo stesso Hornby si difende dalle accuse di essere stato anche lui parte di questo processo, di aver dato lui stesso il referente letterario a quella classe media ideale cliente di presidenti di club e venditori di diritti TV.

Non saprei dire se Hornby sia l'ultimo dei nostalgici o il cortigiano del calcio soft da divano, certamente va detto che la Premier League non solo si è imborghesita, ma si è letteralmente snaturata, ha subito una mutazione genetica radicale.
In questo senso, e vado al di là dell'articolo di Hornby, mi domando se il cambiamento del calcio inglese non sia altro che una delle ennesime conferme della totale perdita di identità della società britannica. L'equilibrio interno dello Stato britannico si è basato da sempre sul bilanciamento tra gli interessi della più grande work force non comunista del mondo e un ceto di privilegiati che miravano a perpetuare i loro riti godendone i benefici. Un equilibrio a sua volta retto da tre pilastri:  l'impero, la marina e la corona.

Di tutto ciò non vi è più traccia nell'Inghilterra attuale. La classe operaia è diventata rifiuto sociale dopo la fine della rivoluzione industriale, il lavoro è diventato servizio appaltato, ceduto, fungibile e impersonale. I conservatori sono un nulla politico espressione di una casta che non esiste più. Marina e impero sono ricordi da celebrare al Giubileo e la Corona ha bisogno di più propaganda che soldi per sopravvivere. Il governo attuale è il peggiore e il meno credibile della storia inglese. Londra, la testa di ponte e cervello di uno stato unico nella storia, è diventata un hub finanziario, un playground, dove arabi russi e cinesi fanno scivolare i loro soldi. La città dove fu scritto il Capitale è oggi una puttana finanziaria in cerca di capitali per alimentare quel cancro inestirpabile, perché vitale, che è la City.
Tra populismo in Europa e politica della contigenza sul fronte interno l'Inghilterra sembra essere senza futuro. Non a caso, scricchiolando le architravi, i venti secessionisti soffiano con sempre maggiore insistenza.
Quindi come potrebbe ancora il calcio essere espressione di una nazione che ha perso la propria identità?

Non è un caso che il tema portante dell'ultimo James Bond, da sempre simbolo dello stato dell'arte della condizione umana d'oltremanica, sia proprio un insistente richiamo al "back to the roots", al ritorno alle origini, per quanto misere e laide, al bulldog, al rifiuto della tecnologia. Anche la cultura più popolare che ci sia sembra esprimere questa esigenza di ritrovare la propria natura, di tornare al proprio skyfall, per sconfiggere una minaccia che non viene più dall'esterno, ma è stata cresciuta e alimentata dalla stessa società inglese.

Difficile prevedere cosa succederà, quello che è certo è che non vedremo più il calcio inglese di una volta, ma vedremo sempre più magliette dal Manchester City ad Honk Kong e Dubai e, oggi, un Febbre a 90° non lo scriverebbe più nessuno.

domenica 25 novembre 2012

Hasta siempre, comandante Di Matteo

Roberto Di Matteo non è mai stato un allenatore di calcio. Al più, un comandante andino che prende un esercito allo sbando nel bel mezzo della guerra e scaccia l'invasore. Uno che, però, poi quando va al governo scopre inesorabilmente di essere un uomo di lotta, uno che del potere e della gloria non sa che farsene. Un Batman, ché non c'è niente di più tragico che un eroe di guerra in tempo di pace. Quando si deve vincere in casa – sempre – e, al massimo, pareggiare fuori, quando ottobre disegna i primi scarni tratti di un campionato e già novembre dà qualche sentenza di primo grado, un Di Matteo non serve più. Sei mesi fa salvò la faccia, il didietro e la reputazione del Chelsea con una tattica da comandante Giap che attende nelle paludi del Vietnam e lancia la sua offensiva quando gli altri hanno le armi scariche. Poche settimane e l'ex vice del metrosexual Villas Boas aveva già vinto di più di quel Mourinho là, lo Special One.
 
 
Roman Abramovich ha per anni innaffiato il Chelsea di rubli, esaudendo desideri, gonfiando il proprio ego con nomi altisonanti. Il risultato? Qualche Premier League. Ok, vabè, ma quelle le vincono anche quegli straccioni ripulti del Manchester City. Mancava all'appello il colpo gobbo, la notte della leggenda, quei 90 minuti e rotti che ti fanno uscire dalla Storia e ti consegnano direttamente all'Olimpo di quelli che hanno alzato al cielo la coppa dalle grandi orecchie.
C'aveva provato, qualche anno fa un oscuro allenatore israeliano, Avram Grant, ma la sua occasione volò via in una Mosca piovosa e inospitale, quando l'eterno Ettore John Terry scivolò sul dischetto e calciò malamente sul palo esterno il rigore decisivo, con l'odioso Achille, Cristiano Ronaldo, che si è alla fine goduto la sua vittoria immeritata.
Poco tempo dopo fu il turno del grande timoniere Guus Hiddink, con tanto di scippo del decennio. Una semifinale col Barcellona terminata 1-1, con i catalani che passano il turno per il gol in trasferta. Un arbitraggio scandaloso con tre o quattro rigori nettissimi negati e Drogba che alla fine guarda la telecamera e urla “It's a fuckin' disgrace”. Crudeltà pura, altro che televisione del dolore.
Per rompere ogni indugio, fu allora preso lo specialista delle coppe: Carletto Ancelotti. Ma anche lui si limitò a trionfare il Premier League senza mai sfondare in Europa. Abramovich pensò ad altre soluzioni: Lourdes, Fatima, l'invasione con i carri armati. Ma non se ne fece mai nulla.
Alla fine, nel bel mezzo di una stagione disastrosa, dopo aver preso tre ceffoni da Napoli, ecco che in panchina si materializza lui, uno svizzero dalle origini abruzzesi, discreto centrocampista una quindicina di anni fa, poi anonimo tecnico tra le squadre minori del campionato inglese.
Di Matteo, Roberto Di Matteo: bruttino, pelato e senza la minima esperienza. Il compito che gli era stato affidato, però, era sempice: “Cerchiamo di arrivare in fondo senza farci troppo male”. Niente di più. Un traghettatore e basta, questo serviva.
A sentire quelle parole Di Matteo probabilmente sorrise un po' imbarazzato, senza pensare troppo a quello che stava per accadere. Roberto cominciò così una lunga risalita: prima ribalta il Napoli e sbaraglia il Benfica, poi butta fuori il Barcellona. Ed è qui la spannung della storia. Due partite di dolore sovrumano, tattica, strategia, abnegazione, forza e un Drogba a fare contemporaneamente il terzino, il mediano, l'ala e la prima punta. Uno a zero per il Chelsea all'andata, in quel di Londra. Ma non ci credeva nessuno: il Barcellona gare del genere le perde, ma vedrete che al ritorno... E' solo questione di sfortuna. Ma dai, hai visto che catenacciari gli inglesi?
Fu così che, un paio di settimane dopo, in Catalogna il Barcellona segna un gol, ne segna un altro e poi capitan Terry, sempre lui, si fa cacciare. I sostenitori tiki-taka già pregustavano la goleada, la passeggiata comoda verso la finale. E invece Ramirez si inventa un pallonetto poco prima di andare a prendere il mitico tè caldo: 2-1, e Chelsea qualificato all'intervallo. “Non vi preoccupate – dicevano gli esteti filo-Barcellona –, i ragazzi ora gli faranno il terzo, è solo questione di tempo”. E infatti, Drogba si fa prendere dalla foga e regala un rigore alla squadra di casa. Sul dischetto va Messi, “il miglior rigorista del mondo”, “il più grande, più di Maradona e Pelè”. Bum – sassata – la traversa del Camp Nou ancora trema. Lo shock del pubblico è tanto: “No, non vorrai che...”.
E' assedio, mancano solo le alabarde e gli arcieri. Ultimo minuto di gioco: lancio lunghissimo dall'intasata area del Chelsea, là davanti c'è solo Fernando Torres, con una succulenta prateria verde davanti e la porta come obiettivo. Mezzo campo da solo con la palla a terra, saltato agilmente Valdès e gol: 2-2, la partita è finita, il Barcellona è fuori. Di Matteo salta in panchina, corre, abbraccia tutti, non ci crede manco lui.
 
 
Gli dei del calcio – XaviIniestaMessi – vanno fuori, perché il turno non lo passa chi prende più pali e traverse, ma chi non perde nemmeno una volta in due partite. Il pallone non è il circo, gli acrobati divertono tanto mentre ballano sospesi nel vuoto, ma quando poi si va al “dentro o fuori senza appello” serve culo e serve la guerriglia. Servono quei momenti in cui tutto diventa metafisica e anche un brocco come Torres può diventare l'eroe dei due mondi.
Il resto è storia: la finale a Monaco di Baviera contro il Bayern è un'altra battaglia. Pareggio di Drogba a un'incollatura dalla fine e trionfo finale ai rigori. Ma era ovvio che sarebbe andata a finire così. Era ovvio già dopo la rimonta contro il Napoli. Il finale di certe storie è scritto già alla prima pagina, occorre solo aspettare e osservare come il fato si diverte poi a muovere le pedine.
Ora però, dopo aver preso tre sberle – meritatissime – dalla Juve, Di Matteo è stato licenziato senza troppi convenevoli. Non basta essere grandi generali per essere grandi statisti. Eppoi, i russi vogliono anche un bel nome, un'etichetta di pregio, una firma da poter esibire. Certo, l'idea di giocare con sei fantasisti, nessun incontrista e nessuna punta allo Juventus Stadium sarà anche discutibile, ma che volete, doveva essere una partita come molte altre, non un assalto al Palazzo d'Inverno. E' così che si perde, con la serena consapevolezza di essere destinato alla forca dal minuto dopo che hai alzato la Coppa dei Campioni verso il cielo. Un attimo di lucidità in mezzo alla gioia: non sei Guardiola, non sei Capello. Hasta siempre, comandante Di Matteo.
 
 
 

giovedì 22 novembre 2012

A Batalha dos Aflitos


Se sei un tifoso del Nautico, stai aspettando quel momento da 11 lunghissimi, interminabili anni. Se sei un tifoso del Nautico in quel preciso momento, non ti rimane che sperare nel sinistro di Ademar José Tavares Júnior, perchè dopo 25 minuti di sospensione a 10 dalla fine in 11 contro 7, mettere a segno quel rigore significherebbe serie A e forse dopo 80 minuti di assedio, con il Gremio intento a difendere un pareggio che vale una promozione, forse tu, tifoso del Nautico, te lo meriteresti anche. Comunque in ogni caso, se pure Ademar dovesse fallire dagli 11 metri, come il suo compagno Bruno Carvalho nel primo tempo, ci sono altri 10 minuti per trovare un solo misero gol in 11 contro 7. Non proprio un'impresa.
Se sei un tifoso del Gremio in quello stesso momento non ti rimane che pregare, perché si, il Gremio apparterrà anche ad un altra categoria, ma dopo una partita del genere con 4 espulsi e due rigori contro, in cosa puoi sperare? E dire che sarebbe bastato anche solo un gol, per non trovarsi a 10 dalla fine e dopo più di 20 minuti di sospensione con Ademar pronto a calciare a soli 11 metri da Galatto, il tuo portiere, che fino a quel momento ha parato tutto. Se sei del Gremio non ti rimane che chiudere gli occhi, confidare in Galatto e far passare altri 10 minuti con 4 uomini in meno. Una vera impresa.

Siamo all'ultima partita del gironcino di terza fase del campionato di Serie B brasiliano. Nel 2005 il campionato cadetto brasiliano aveva una prima fase a 22 squadre, dopo 21 partite le prime 8 andavano a formare 2 gironi play-off da quattro (seconda fase), le prime 2 di entrambi i gironi formavano così il girone finale che avrebbe consentito alla prima e alla seconda classificata di staccare il biglietto per la massima serie. E' il 26 novembre del 2005  allo Estádio dos Aflitos di Recife, in realtà il vero nome dello stadio è Estádio Eládio de Barros Carvalho, ma è comunemente conosciuto come Estádio dos Aflitos, essendo collocato nel "BarrIo" Aflitos (stessa storia per intenderci del Cibali di Catania). il Nautico - con 6 punti in 5 partite - ha bisogno necessariamente dei 3 punti per tornare nel calcio che conta dopo 11 anni, al Gremio - a quota 9 punti - per salutare dopo un solo anno il purgatorio, serve almeno un pareggio. A meno di 3 km, allo "Estadio do Arruda" sempre di Recife, si gioca in contemporanea, l'altra sfida del girone: tra i favoriti padroni di casa del Santa Cruz a quota 7 punti e la Portoguesa a quota 5.  La partita comincia con 16 minuti di ritardo, per il Gremio oltre alla notte insonne dovuta alla rumorosa presenza dei tifosi avversari sotto il proprio albergo, c'è da registrare l'accoglienza non proprio amichevole allo stadio da parte dei supporter locali e l'impossibilità di accedere al campo per il riscaldamento, per via del cancello di accesso al campo chiuso con un lucchetto. Il nervosismo tra i giocatori del Tricolor al momento del fischio iniziale è già alle stelle. I primi 30 di gioco volano via senza troppe emozioni, con un copione scontato, il Gremio attende per colpire al momento opportuno, il Nautico si butta subito in avanti. E' il minuto 31, un cross di Kuki dalla destra attraversa tutta l'area e arriva a Paulo Matus, che viene tirato giù dal centrale gremista  Domingos, per il direttore di gara, il tenente colonnello della polizia militare Djalma Beltrami (che si farà qualche mese di galera nel 2011 per via di alcune bustarelle) è calcio di rigore. Sul dischetto va Bruno Carvalho, il tiro potente si stampa sul palo, il risultato premia ancora il Gremio. il Nautico finisce il primo tempo attaccando, ma due prodigiosi interventi del portiere Rodrigo Galatto, prima su  Paulo Matos e dopo su Danilo, salvano il risultato.

Il secondo tempo ricomincia alla stessa maniera, Nautico avanti e Gremio di rimessa. Al 55esimo nel miglior momento del Gremio, il terzino sinistro cileno Escalona tocca con la mano, l'arbitro fischia la punizione e punisce il calciatore della squadra di Porto Alegre con il secondo giallo. Il Gremio è in dieci. 2 minuti dopo su un cross proveniente dalla destra, Galatto esce a vuoto, la palla arriva a Miltinho che viene scaraventato a terra in area dallo stesso Galatto, Djalma Beltrami incredibilmente non fischia e il Tricolor gaucho si salva ancora. 3 minuti dopo, al 35esimo la palla sbatte sul braccio di Nunes, la distanza è ridotta e il braccio è attaccato al corpo. Djalma Beltrami, forse per compensare il mancato rigore di qualche minuto prima, decide per il penalty. in pochi secondi è l'inferno, i giocatori del club Porto-Alegrense circondano l'arbitro che estrae il cartellino rosso a l'indirizzo di Nunes e Patricio, nel parapiglia Marcelo Costa tenta di colpire più di una volta con un calcio il direttore di gara, interviene la polizia che travolge Patricio e allontana in malo modo i calciatori del Gremio. Domingos quando tutto sembra tornare alla normalità  colpisce con un pugno e fa volare via il pallone dalla mano di Djalma Beltrami, viene allontanato dal campo anche lui, il Gremio dovrà giocare  gli ultimi dieci minuti di partita in 7 uomini.

Dopo 25 minuti di sospensione Ademar si porta sul dischetto. Se sei un tifoso del Nautico, quando Ademar comincia la rincorsa, ripensi ai primi anni 90, a quando la tua squadra in serie A affrontava le grandi del Brasile, probabilmente ripensi anche alla dolorosa retrocessione del 1994, e mentre ti stringi al tuo vicino di posto, nella speranza che Ademar non fallisca, ti convinci che forse questa volta il peggio è passato. O almeno così credi. Se sei un tifoso del Gremio, quando Ademar comincia la rincorsa, ripensi alla stagione passata, a quelle 25 sconfitte  a quell'ultimo posto in classifica che non appartiene alla tua storia, a quella seconda tragica retrocessione  e mentre stringi il tuo vicino di posto in quel catino rovente a Recife o per strada a Porto Alegre, nella speranza che Galatto pari, ti rendi conto forse che il peggio non è ancora passato. O almeno così credi. Prima del rigore, Mano Menezes, allora allenatore del Gremio e oggi CT del Brasile, effettua l'ultimo cambio a disposizione, toglie l'attaccante uruguaiano Lipatin e inserisce il centrocampista Marcelo Oliveira.

Ademar può finalmente battere il rigore, Rodrigo Galatto con la forza della disperazione, para e manda la palla in angolo. Il Nautico cerca di reagire immediatamente con il calcio d'angolo, mancano ancora dieci minuti in 11 contro 7, si portano in avanti diversi calciatori in maglia rossa, quel calcio d'angolo con quella superiorità numerica, vale quasi quanto un altro penalty. La palla viene però respinta dalla difesa gremista e finisce tra i piedi del 17enne Anderson che scambia con Marcelo Costa che chiude il triangolo, lanciando il  futuro calciatore di Porto e Manchester United verso la porta avversaria, la corsa di Anderson viene fermata dal centrale del Nautico Batata, intervento che costa al calciatore il secondo giallo. 10 contro 7 e punizione per il Gremio nella metà campo del Nautico a 9 dalla fine. Il calcio piazzato è battuto in tutta fretta dal Gremio, viene servito lo stesso Anderson, la difesa del Nautico è sorpresa, Anderson entra in area e a tu per tu con Rodolfo non sbaglia.

A 9 dalla fine in 7 uomini il Gremio  è in vantaggio sul campo del Nautico. I padroni di casa storditi provano a rovesciare il risultato, dopo 9 minuti arriva puntuale il fischio di Djalma Beltrami, il Gremio vince il campionato di serie B ma cosa più importante, è promosso in serie A (insieme al Santa Cruz vincente 2 a 1 sulla Portoguesa). Se sei un tifoso del Nautico quando Djalma Beltrami fischia, non ti rimane che arrotolare le bandiere, farti solcare il viso dalle lacrime e prendere da sconfitto la strada di casa, maledicendo quel crudele, atroce e sadico sport chiamato calcio. Se sei un tifoso del Gremio quando Djalma Beltrami fischia, non ti rimane sventolare le bandiere, farti solcare il viso dalle lacrime di gioia e tornare vincitore verso Porto Alegre, benedicendo quel meraviglioso, straordinario, entusiasmante sport chiamato calcio.