lunedì 21 novembre 2011

Zdenek Zeman: il gusto della questione

Come in una schermaglia amorosa, qualche volta mi capita di non vedere deliberatamente una partita sia pure importante, non so se per istinto polemico o perché necessito di una distrazione. In una di queste forche del mercoledì sera, mi è capitato, tempo fa, di imbattermi nell’intervista di un cuoco fiorentino dalle note simpatie politiche e dalla folta barba bianca. Disse questo cuoco che rivendicava per sè il carattere “alchemico” della cucina. Subito dopo pronunciò una frase che suonava più o meno così: “io non sono un cuoco che sovrappone, io sono un cuoco che cucina”.
Per farsi un’idea della distinzione tra cuochi che sovrappongono e cuochi che cucinano non è necessario un tour gastronomico; basta guardare i menu dei ristoranti più rinomati d’Italia, quasi tutti reperibili on-line. Accidentalmente, ci si può anche convincere dell’esistenza di un peculiarissimo genere letterario, ma qui credo che interessi più l’aspetto culinario, cioè l’aspetto calcistico, il gusto della questione.
Proprio ripensando a questa vecchia intervista, mentre guardavo i due documentari su Zdenek Zeman, corredati da libro (G. Sansonna, Il ritorno di Zeman, Minimum Fax, 2011), ho capito cos’è che mi lega profondamente, e veramente, all’allenatore boemo.
Di certo, non si tratta dell’aura da Don Chisciotte che certi media in pessima fede gli hanno voluto spandere attorno. Anche se talvolta cade nell’agiografia, il documentarista è acuto nel mostrare perfino il fastidio che Zeman prova quando gli chiedono un’opinione sull’ennesima sconcezza.
A parte le deformazioni che il personaggio è costretto a subire, per lungo tempo ho pensato che il fascino di Zeman fosse basato sulla luminosità dei luoghi in cui allena. Zeman lavora in genere in posti caldi, meglio se in riva al mare, dove la sua ermeticità contrasta con il clamore delle cadenze meridionali. E Roma, per quanto mi riguarda, è una città di mare, lo provano i gabbiani che volano sul Portico di Ottavia.
In realtà, come emerge dai documentari, Zeman è soprattutto una persona conviviale, che ama starsene in fondo al pullman della squadra a giocare a carte coi collaboratori. Per inciso, mi sono ormai convinto che requisito fondamentale per un allenatore sia, oltre alle sigarette, il fatto di destreggiarsi nello scopone scientifico o affini. Ma meridionalità d’adozione, simpatia, ironico confrontarsi con le superstizioni, il gusto per il gesto simbolico, non sono mai bastati a fornirmi una spiegazione adeguata.
Il punto è che Zeman è uno dei pochi allenatori che può rivendicare il carattere alchemico della sua professione. In lui questo aspetto emerge in massimo grado, anche perché gli elementi da cui parte sono quasi sempre misconosciuti e grezzi, mentre -per dire- Ancelotti partiva pur sempre da Pirlo. Il documentario mostra con intelligenza che il suo vero capolavoro non fu tanto il famoso primo anno di serie A con il Foggia di Signori, Rambaudi e Baiano (che comunque lui era riuscito a far diventare Signori, Rambaudi e Baiano), ma il secondo, in cui si presentò in attacco con Bresciani e Mandelli (Bresciani e Mandelli).
Nella sua magistrale esecuzione de “Il silenzio degli innocenti”, J. Demme utilizza come chiave per l’identificazione dell’assassino alcune riflessioni, affidate al diabolico A. Hopkins, sul legame profondo tra desiderio e trasformazione. Il fascino dell’allenatore alchemico, o dell’allenatore che cucina, sta proprio, almeno credo, nella proiezione che ciascuno di noi -fruitori- compie sul mutamento dei connotati tecnici dell’atleta. In questa attenuazione dell’individualità è possibile insinuarsi idealmente e abbandonarsi alla commovente illusione di poter non essere più quello che si è, rimuovere l’ingombro della propria monotonia e, per incanto, saper toccare bene la palla di esterno, capire l’attimo in cui lanciarsi nello spazio, calibrare il ritmo da impartire al fraseggio.
Non che non ci siano allenatori che sovrappongono di altissimo livello, Mourinho probabilmente su tutti, ma, spiace dirlo, rimane sempre la sensazione di un’accuratezza nel disporre ingredienti costosi, tipica delle squadre a tifo maggioritario, in cui quello che conta è la ristorazione dei tifosi, il compiacimento di essere seduti a quella tavola imbandita, la vittoria e non la cucina, appunto.
Invece, ciò che mi ha costretto a seguire con trepidazione le sorti del Lecce o dell’Avellino è la sempre latente possibilità che accada qualcosa, il principio di un mutamento in cui si nasconde anche un sottile pudore, perché in quel momento si è senza difesa, come in fondo ogni sua squadra.
Poi arriverà la mitica flessione di Gennaio, potrà pure perdere il Pescara partite scellerate o si fermerà a tre punti dalla promozione, sicuramente un giorno Sansovini e Insigne si dimenticheranno degli scaloni dell’Adriatico e delle ripetute di mille, ma una cosa per me è certa: se c’è un motivo calcistico per tornare a casa dopo essersene dette di tutti i colori, aspettando anche ore sull’uscio con una rosa, questo motivo esiste, ed è veder di nuovo giocare una squadra di Zeman.

12 commenti:

  1. Questo post è come la cipolla, fa piangere in modo composto.

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  2. Di Zeman non ci si stanca mai di parlare e di veder giocare le sue squadre, sempre se non sei anche un loro tifoso.
    Ad ogni modo gli attaccanti dovrebbero baciare ogni scalone che saltano perchè con il boemo hanno il futuro assicurato. Immobile e Insigne, per quanto promettenti, non avrebbero ottenuto tanto risalto se fossero finiti sotto le grinfie di un Bruno Bolchi qualsiasi.

    ps Non c'entra niente ma approfitto per informare i lettori che stasera - martedì 22 novembre - siamo tutti allo Shamrock, il pub a via del Colosseo (rione Monti, Roma). Venite pure a bere con noi.

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  3. "Non che non ci siano allenatori che sovrappongono di altissimo livello, Mourinho probabilmente su tutti, ma, spiace dirlo, rimane sempre la sensazione di un’accuratezza nel disporre ingredienti costosi..".

    Dal mio punto di vista il portoghese che, come abbiamo visto non si nutre certo di solo "Bachalau"- è innanzitutto un gran cuoco in senso tradizionale. Uno che lavora in ambienti di alto livello, certo, e non per caso. Ma anche e soprattutto un abile trasformatore di materie se non grezze, "quasi prime", uno che si è specializzato in questo piatto come nessun altro: http://cdn.blogosfere.it/mysterium/images/cervello1.jpg , uno che il sangue lo sa cavare dalle verdure più o meno pregiate.

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  4. Mourihno è senza dubbio un gran motivatore, ma lui sta e lavora proprio su un altro piano.
    Quello che mi piaceva evidenziare di Zeman, e che spesso si trascura, per via delle note polemiche e della retorica di Zemanlandia, è la sua abilità "artigiana" (e, per altro verso, la sua imperturbabile contiguità con l'incredibile e con il catastrofico).

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  5. Sono solo in parte d'accordo con Lorenzo. Per me - e ammesso che io abbia colto il concetto di Arturo nel post - Mourinho ha cucinato solo al Porto. E beninteso che lì ha lavorato su materie prime/grezze solo per noi. Non tanto grezze in Portogallo, trattandosi, appunto, del Porto.

    Forse potremmo dire che sovrappone in modo diverso, sfruttando combinazioni scomode o poco percorse in epoche recenti.

    Zeman fa altro. Zeman è semplicemente un'energia rinnovabile per il calcio. Rigenera lo stesso in continuazione.

    ps: Mancini - credo siamo tutti d'accordo - sovrappone. Caspita!

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  6. Bostero, sapessi quanto sovrapponeva Mihailovic..

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  7. Il discorso Sinisa deve essere approfondito prima o poi.
    Dobbiamo decidere se è rock o è lento. Come direbbe Simona Ventura (e mi scuso perchè con questa citazione potrei avere rovinato il post..) dobbiamo capire "se arriva".

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  8. Ma..."se Mourinho non cucina, perché all'Inter sono tutti bolliti?" [Cit. Cucciolone]

    Arturo la tua analisi su Zeman è molto profonda e appassionata: molti dei temi da te proposti meriterebbero ulteriore esplicazione. Inoltre, per stimolare/agevolare il dibattito si potrebbe fare una classifica di allenatori cuochi, assegnando magari un Premio Vissani, Don Alfonso o..Beppe Bigazzi. Lo troverei consono allo stile LdB.

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  9. Io ho capito perché voglio bene al Maestro, nonostante tutto (a cominciare dallo sciagurato campionato di B 2002-2003) e l'ho capito il primo anno che allenò a Lecce: attorno potrà cambiare tutto ma lui resterà sempre lo stesso. Con i gradoni (non scaloni), le sovrapposizioni, la difesa a metà campo, il portiere libero e le marcature a zona. Tutti gli altri moduli di calcio (come il Sacchismo) se li è mangiati il tempo: il calcio di Zeman è immortale. Si dice che solo gli imbecilli non cambiano mai idea ma non è così. In fondo il calcio lo hanno cambiato tanti giocatori ma solo quattro squadre: Arsenal, Salernitana, Ajax e Licata. In questo rigoroso ordine temporale. Mourinho non è un allenatore per il semplice motivo che non saprebbe cosa fare con Immobile ed Insigne. Certo, potrebbe vincere uno scudetto con loro ma dopo giocherebbero solo in C. Guardiola non è un allenatore: il suo calcio va bene solo a "La Masia". Il calcio è educativo ed universale, almeno io lo vedo così. Gli allenatori non devono mai cambiare, altrimenti diventano come Allegri.

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  10. comunque Insigne è un venezia

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  11. continuo a dire che Sinisa non è male....comunque è irrispettoso parlarne in un post su Zeman.....in tutto questo mi chiedo...ma il boemo al posto di Lucho cosa sarebbe riuscito a fare?

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  12. se dio vuole il prossimo anno lo scopriremo insieme...

    comunque grande arturo, riletto oggi dopo tanti mesi post bellissimo e profetico, hai trovato le parole giuste

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