mercoledì 30 novembre 2011

Tu vuò fa' o samoano

Che poi...detto tra di noi, io detesto quelle persone che dicono: "Vorrei mollare tutto per aprire un chiosco sulla spiaggia ai Caraibi"..no dico, mettendo da parte la banalità del progetto, ma che vita infernale sarebbe? sotto 50 gradi, dare da bere ad un orda di cinghiali di tutti i paesi del mondo, che idiozia è? Si, perchè poi, sono le stesse persone che girano il mondo a botte di villaggi turistici e gioco aperitivo, quelli che quando vanno all'estero "Magnano" nei ristoranti italiani, salvo poi lamentarsi di quanto hanno mangiato male fuori, della serie.. ma quanto puoi essere testa di minchia per mangiarti un piatto di spaghetti con le cozze a Dusseldorf?
Io a differenza loro invece, ho sempre sognato di trasferirmi a Tonga, o meglio, lo sognavo fino a qualche giorno fa. Perchè Tonga?non lo so, forse perchè hanno avuto fino al 2006 un re di 200 kg(che purtroppo ci ha lasciato con la Roma nel cuore) forse perchè ho sempre letto storie interessanti, o perchè ho sempre sognato di ingozzarmi di Taro. Poi arriva quel Martedì 22 Novembre 2011 che ti fa cambiare idea, ma facciamo un passo indietro. E' il giorno 11 Aprile 2001. Io, Dionigi e il Fornaretto siamo ancora sotto shock(come tutti i romanisti) per via della rovinosa prova della Roma a Firenze, che solo due giorni prima(partita giocata di Lunedì per motivi di ordine pubblico ma che tuttavia non fermò l'esodo giallorosso al grido di "Semo tutti Parrucchieri") era stata asfaltata da Enrico Chiesa e dal neo tecnico viola Roberto Mancini, mettendo in serio pericolo la conquista del terzo scudetto. Tutta l'italia però in quel periodo si sta chiedendo il perchè della vittoria dei Gazosa a Sanremo (categoria nuove proposte) e soprattutto si domanda che significato possa avere quel Turuturuturu cantato da tali Giada e Francesco(sempre a Sanremo) e che infesta (per fortuna per molto poco tempo)le stazioni radiofoniche dello stivale, con frasi del tipo: "Oggi ho un turuturuturu per la testa...che fa turuturuturu e non mi passa lo fa sempre quando esci un po' da solo...ed io resto pressappoco dove sono". Dall'altra parte del pianeta , esattamente nella ridente Coffs Harbur situata nel sud-est dell'Australia, un uomo è teso, sono le 18:50 locali e lui con maglietta con il numero 1 sulle spalle e guanti infilati alle mani si prepara ad affrontare l'Australia. Quel signore si chiama Nicky Salapu, di professione fa il portiere, gioca nel PanSa east(ma un giorno giocherà in Austria),squadra di club delle Samoa Americane e non è solo teso ma anche preoccupato e forse un po' incazzato. Già perchè la sua nazionale, quella delle Samoa americane, è stata decimata, molti dei giocatori titolari hanno problemi con il passaporto, perchè la FIFA ha preteso il passaporto Usa e non quello samoano vista che la presenza delle altre Samoa(quelle occidentali) e quindi chi non possiede tale documento non può prendere parte al match. La nazionale samoana decide allora di attingere dalla sua nazionale minore, ma molti atleti della selezione Under 20 sono invece impegnati con gli esami di maturità, la federazione samoana per mettere una toppa, convoca un gruppo di ragazzini(qualcuno addirittura di 15 anni), che non hanno neanche mai giocato 90 minuti interi. Nelle partite precedenti a questo incontro, le Samoa Americane sono state sconfitte per 13 a 0 dalle Isole Fiji e per 9 a 0 dalle Samoa occidentali, l'Australia invece era fresca di record(mai nessuna nazionale in gare ufficiali era riuscita a fare tanto) per aver battuto 22 a 0 le Isole Tonga. Scoccano le 19, Nicky Salapu, già lo sa che finirà male e cerca di pensare ad altro, forse cerca anche lui di dare un senso alla canzone di Giada e Francesco, magari tra se e se ne canta qualche strofa:"Da domani canterò sottovoce una canzone...quando io la sentirò sarò cotto di emozione t'innamorerai dovessi attendere altri due secoli e allontanerai......questo turuturuturuturuturuturutu". Purtroppo per lui non servirà. Le Samoa Americane, eroiche, resistono per 10 minuti, poi l'Australia ne butta dentro 31 e fa un turuturuturu così alle povere Samoa. Ad aprire le danze è Con Boutsianis(ne segnerà altri 2) centrocampista classe 1971 che ha una condanna come complice (era l'autista) in una rapina. Archie Thompson, attaccante che avrà un discreto futuro in Belgio con la casacca del Lierse, timbra il cartellino 13 volte. Il primo tiro targato Samoa, effettuato da Pati Feagiai avviene al 42esimo del secondo tempo e viene accolto da un boato. Salapu attraversa diversi stati, prima la rabbia, poi la frustrazione infine la disperazione. Dopo l'ultimo goal, il 31esimo, Salapu crolla a terra, suo malgrado è entrato nella storia del calcio come il portiere che ha subito più reti in un solo incontro, nel mentre l'addetto al tabellone perde il conto dei goal, per lui è finita 32 a 0. Salapu verrà rianimato 3 giorni dopo, perchè sempre nella ridente Coffs Harbur(tutto il torneo di qualificazione è stato disputato a Coffs) si gioca Tonga - Samoa Americane, Nicky Salapu sarà trafitto altre 5 volte. Le Samoa Americane tornano a casa con 4 sconfitte,57 goal subiti e 0 segnati. Le Samoa Americane hanno un lunga tradizione di sconfitte. Quando giocano perdono sempre, subendo anche parecchi goal. L'unica vittoria della loro storia è quella del 22 Agosto del 1983, 3 a 0 alle Wallis e Futuna, vittoria tuttavia non riconosciuta dalla FIFA, perchè le due nazionali al tempo, non erano affiliate alla FIFA e al OFC, anche se molto più probabilmente la vittoria non è stata riconosciuta perchè in realtà le Isole Wallis e Futuna(Un nome decisamente da duo comico,va ora in onda...... il Wallis e Futuna show!)non esistono, sono come Paperopoli, il Regno di Fantàsia o Roncobilaccio. Nel 1998 le Samoa Americane entrano a far parte della FIFA, da allora, considerando solo le partite di qualificazioni ai mondiali ed escludendo le partite di qualificazione alla coppa Oceania, le Samoa hanno incassato la bellezza di 129 goal e sono andate a segno in sole 2 occasioni. Tutto questo prima del 22 Novembre 2011. Thomas Rongen è un signore olandese di 55 anni. Thomas è di Amsterdam ed è cresciuto nel vivaio dei lancieri, nel 1979 sceglie di lasciare l'Olanda per andare a giocare a calcio negli Stati Uniti, fa una discreta carriera ed una volta appese le scarpe al chiodo decide di allenare. Nel 1996 si siede sulla panchina dei Tampa Bay Mutiny, diventando uno dei primi allenatori della storia della neonata Major Socce League e il primo ad aggiudicarsi il Coach of the year awards. La sua carriera prosegue e Thomas arriva addirittura a guidare,in due occasioni diverse(dal 2001 al 2005 e dal 2006 al 2011)la nazionale americana under 20. Nel Maggio del 2011 Rongen viene esonerato(sostituito dal mitico Tab Ramos). Non so cosa possa spingere un allenatore comunque affermato ad accettare di allenare la squadra più scarsa del mondo, certo le Samoa Americane non è che siano proprio un postaccio e Pago Pago non è con tutto il dovuto rispetto,non è Busto Arsizio, fatto sta che Thomas Rongen diventa il nuovo CT delle Samoa Americane. Il 22 Novembre 2011 le Samoa Americane con il loro nuovo allenatore partecipano al primo turno delle qualificazioni alla coppa del mondo 2014. Le quattro squadre con il ranking più basso d'Oceania si sfidano ad Apia nelle Samoa Occidentali in un girone unico a partita secca. Sono passati più di dieci anni da quello sciagurato 11 Aprile 2001, Nicky Salapu sa che questa volta sarà diverso, quando alle 15 locali allo stadio Joseph Blatter(triste ma vero) il signor Andrew Achari fischia l''inizio della partita tra Tonga e Samoa Americane, Nicky Salapu capisce che può essere la volta buona. Davanti a lui , con il numero 16 sulle spalle, come centrale di difesa, gioca Johnny Saelua, un Fa'afafine, biologicamente uomo, ma cresciuto come una donna. Una figura molto rispettata nella cultura Samoana, che viene considerata come un terzo sesso. Dopo pochi minuti Tonga sfiora il goal con Malakai Savieti ma Salapu salva. Sembra la solita partita destinata a finire tanto a poco e invece. Invece, accade che le Samoa prima colpiscono una traversa su punizione e al 43esimo minuto passano in vantaggio con un tiraccio da 40 mt di Ramin Otti(Classe 86 milita nel Bay olimpic in Nuova Zelanda) complice una clamorosa "Cappella" del portiere Tongano(o tonghese..boh)Kaneti Falela. L'esultanza è commovente, increduli per essere passati in vantaggio, i samoani si lanciano a terra , rotolano, urlano, piangono ed emettono versi animaleschi. Nel secondo tempo sfiorano 2 volte il goal del 2 a 0, poi al 74esimo minuto Shalom Luani riceve palla da Justin Manao e con un pallonetto scavalca il portiere tonghese(o tongano..boh) è il 2 a 0. Mentre Manao giace a terra inerme per lo scontro con l'estremo difensore di Tonga, le Samoa Americane esultano, manca davvero poco per entrare nella storia. Al minuto 88 Lafaele Moala di testa accorcia le distanze. Nel finale proprio Salapu salva il risultato e sulla ribattuta la palla viene salvata sulla linea, poco dopo l'arbitro fischia, i samoani non ci credono,alcuni si buttano a terra altri quasi piangono. Per la prima volta nella loro storia le Samoa Americane vincono una partita ufficiale, e per la prima volta nella loro storia lasceranno l'ultimo posto del ranking FIFA. 2 giorni dopo prendendoci gusto finiranno in pareggio contro le Isole Cook, dominando per gran parte del match e il 26 Novembre hanno addirittura la chance, battendo i cugini delle Samoa Occidentali, di qualificarsi al secondo turno. Finirà 1 a 0 per le Samoa Occidentali grazie ad un goal arrivato in extremis, ma è una sconfitta che non lascia l'amaro in bocca. Di sogni oggi ne ho 2, sogno di sapere che fine abbiano fatto Giada e Francesco e sogno di volare fino a Pago Pago(non più alle Tonga) e di bere qualcosa con Nicky Salapu, quello che ieri era entrato nella storia come il portiere più battuto in una singola partita, quello che oggi è entrato nella storia come il portiere titolare della prima storica vittoria delle Samoa Americane. Certe volte il calcio è proprio giusto.

mercoledì 23 novembre 2011

Italo Che Fece L’Italia – Uno sceneggiato televisivo (Parte 4)

EPISODIO IX

CIVITAVECCHIA: UNA SERPE IN SENO

Troppo preso dalle citazioni del suo autore preferito Bernard Shaw, che sostiene che una vita passata a commettere errori è molto più utile e divertente di una vita passata a non fare nulla per paura di sbagliare, Italo Allodi nel pieno della sua carriera commette l’errore che gli sarà fatale.. Forse troppo sicuro di sé - come chiunque detenga il potere assoluto - ma probabilmente non abbastanza sicuro di sé - tanto da potersi ritenere immortale - Allodi sente impellente il bisogno di trovare un erede che ne continui l’opera.. La clonazione umana è lontana da venire, il sesso troppo importante per ridurlo ad atto procreativo, la genetica troppo incerta a causa del fallimento dell’abominevole Mengele.. ed allora Italo al termine della sua ricerca del tempo perduto posa gli occhi su di un giovane assistente di stazione allo scalo di Civitavecchia.. un toscanaccio intraprendente, ex difensore di infimo livello come lui che, una volta finita la carriera, grazie alle agevolazioni sui biglietti ferroviari dei dipendenti delle FFSS, si è messo a girare l’Italia improvvisandosi osservatore di talenti del centro sud per le squadre del nord.. Il ragazzo ci sa fare: a lui sono attribuite le scoperte di Causio, Rossi, Gentile e Scirea.. Il ragazzo ha futuro: su di lui prende informazioni il bell’Alan Ladd che decide infine di assumerlo alla Juventus come osservatore..

Il ragazzo si chiama Luciano Moggi.. Ed è quel giorno che il tiranno commette l’errore di credersi maestro e adotta un discepolo, il maestro di essere uomo e desiderare un figlio, l’uomo di farsi madre ed allattare con il latte del suo seno la serpe che lo ucciderà.. Questo latte che travasa da Italo alla serpe è l’apertura degli archivi, lo svelamento dei segreti, la trasmissione delle conoscenze di quell’apparato di controllo del sistema calcio che, alla fine, solo alla fine, verrà chiamato Sistema Allodi e che giunti ad un’altra fine, ma proprio alla fine, verrà chiamato Sistema Moggi.. Un sistema che, finché è in atto, nessuno si permetterà mai di denunciare pubblicamente, ma che coraggiosi pennivendoli sono pronti ad esecrare appena un secondo dopo che l’uomo che regge i loro fili perde ogni potere.. Un sistema che rischia di essere fatale alla Juventus e di farla precipitare al centro di uno scandalo corruzione.. ma sono gli anni ’70, l’Italia è ancora una Repubblica fondata sul lavoro e della produzione mitopoietica della Fiat (che di macchine già si è in declino) c’è assolutamente bisogno.. Detroit è lontana, Piazza Fontana è vicina e ancora brucia.. E alle toghe gattopardesche dell’inquisizione italica non è ancora permesso sovvertire il potere e mettere in scena un finto rinnovamento sacrificando poche vite umane perché tutto resti come prima.. E così nulla accade.. nonostante accada questo..

E’ sempre una semifinale di Coppa Campioni, c’è sempre di mezzo il faccendiere ungherese Sotzi.. ma questa volta le conseguenze rischiano di essere pesantissime.. Tutto comincia l’11 aprile del 1973, quando la Juve ospita per la partita di andata la scheggia impazzita Derby County.. I Rams di Derby solo cinque anni prima navigavano nei bassifondi della quarta divisione inglese prima che si manifestasse loro l’eterna presenza del profeta Brian Clough che li porta, promozione dopo promozione, a vincere il primo scudetto della loro storia.. Formazione ostica ed anche agnostica, il Derby è la prima squadra britannica a giocare palla a terra: bestioni grandi, grossi e cattivi, energumeni colossali che sputano sangue dopo aver drenato quello degli avversari ma che in campo dipingono arabeschi di bellezza sublime cercando nell’estetica l’essenza del gioco e della felicità umanità.. Spaventato da cotanta magnificenza, Allodi è costretto a ricorrere alla difesa estrema.. A Torino Furino viene mandato a spezzare caviglie senza ritegno e, curiosamente, l’arbitro tedesco Schulenburg quella sera non trova di meglio da fare che ammonire giocatori del Derby, tra cui le colonne della squadra Archie Gemmill e Roy McFarland che già diffidati devono saltare la sfida di ritorno.. Finisce 3-1 per la Juve e nel dopopartita l’immenso Clough si rifiuta di parlare coi giornalisti italiani, apostrofandoli come “cheating bastards” e mettendo in discussione l’onestà, la lealtà ed il coraggio dell’italico stivale nelle guerre mondiali (e vai a dargli torto..) Ma quello che deve accadere accade al termine della partita di ritorno al Baseball Ground, dove al Derby non basta l’1-0 finale per passare il turno..

Nei giorni seguenti la partita infatti, l’arbitro Francisco Marques Lobo denuncia alla Uefa di essere stato contattato da Dezso Solti che, su esplicito mandato di Allodi, gli ha offerto dei soldi per non fare vincere il Derby.. La terra trema.. Il comitato disciplinare della Uefa convoca Lobo, Allodi e Solti per chiarire la faccenda: a Zurigo si presenta solo Lobo, di Allodi e della Juve nessuna traccia.. Risultato.. La Juve riceve una lettera autografata dal presidente della Uefa Artemio Franchi che la ringrazia per la disponibilità mostrata nel fare luce sulla spinosa vicenda (non presentandosi nemmeno al dibattimento) e la proscioglie da ogni accusa.. Una breve squalifica viene invece comminata nel 1974 al faccendiere ungherese Solti, ma il suo tempo è comunque finito.. La Juve infatti ha già deciso di sbarazzarsi di lui, e di Allodi, dirottando il primo ad una dignitosa pensione con l’indotto Fiat e l’ultimo ancora una volta verso la nazionale azzurra.. La terra trema ma alla faccia di Visconti il terremoto non arriva.. A Torino sono abituati a giocare sporco nelle segrete stanze e a delegare tutto a personaggi facilmente sacrificabili una volta che gli inghippi dovessero venire alla luce.. Con 30 anni di anticipo sulla vicenda Calciopoli la storia un’altra volta si ripete: le mani pulite della monarchica e fascistissima Famiglia Agnelli si sbarazzano senza troppa fatica dei corpi della manovalanza, la cui nuda vita, estromessa da ogni diritto politico, viene gettata in pasto ai benpensanti per proteggere il forziere..

EPISODIO X

COVERCIANO: L’ECLISSE

E’ il 1976.. E muore Mao Zedong.. Si rompe l’equilibrio su cui si reggeva l’universo e il mondo precipita nell’oscurità smettendo una volta per tutte di avere senso.. L’eclissi è alle porte.. E’ il 1976.. E in ordine sparso vedono la luce la Apple di Steve Jobs e Domenica In di Corrado, La Repubblica di Scalfari e De Benedetti e la dittatura di Videla in Argentina.. E’ il 1976.. E mentre la corte suprema degli Stati Uniti dichiara che la pena di morte non è incostituzionale, il governo italiano brucia tutte le copie di Ultimo Tango a Parigi di Bertolucci.. E’ il 1976.. E approfittando di questo caos universale Muammar Gheddafi, ex guida della rivoluzione libica, si accomoda nei salotti del potere italico entrando in pompa magna nel capitale della FIAT: ma né il satrapo berbero né la casa automobilistica torinese devono più preoccuparsi di pagare lo stipendio al nostro bel dandy postrisorgimentale, che nel frattempo è ritornato in FIGC per occuparsi della gestione delle nazionali.. Bello come sempre, quell’uomo oramai maturo che le ragazzine negli anni ’50 chiamavano Alan Ladd non si scompone quando Fulvio Bernardini, ct degli azzurri, si chiede che cazzo abbia fatto Allodi per potersi occupare di queste cose se non “regalare orologi d’oro agli arbitri..” Dopo una parentesi come accompagnatore della nazionale alla disastrosa spedizione dei Mondiali ’74 (la nazionale vicecampione del mondo a Messico ’70 è eliminata al primo turno, sconfitta 2-1 nella partita decisiva dalla Polonia..) Allodi assume l’incarico di costruire un centro per la formazione scientifica di giovani allenatori nel Centro Tecnico di Coverciano.. E’ il 1976.. E Italo Allodi dà alla luce la scuola allenatori di Coverciano, quella dove si diplomeranno tutti i tecnici che hanno occupato le panchine della Serie A dagli anni ’80 in poi.. lo zenit della sua carriera.. E come tutti gli zenit annunciano: l’eclissi è alle porte..

E’ una sera di agosto del 1976 e Italo Allodi, mentre asciuga in Arno i panni sporchi del calcio italiano, si specchia in quelle torbide e putride acque e vede la faccia di quell’altro eroe risorgimentale che, cento e venti anni prima di lui, conquistata l’isola siciliana e giunto a Messina, inizia a comprendere che gli sarebbe stato difficile sbarcare sul continente.. Italo ha fatto di tutto per unificare l’Italia: obbedito a poteri di cui non conosceva la natura in nome dell’ideale e di una certa ambizione personale, attraversato a mani basse il suo personalissimo Bronte della corruzione, e ora si rende conto che gli stessi che ha servito lo trovano ingombrante.. E così, passata la soglia dei cinquant’anni, oramai lontano dalle dinamiche di gestione delle società di calcio e dalle trame sempre più fitte del calciomercato, si ripropone come accompagnatore degli azzurri per il Mondiale del 1982.. Ma la sua contrapposizione frontale con quel vecchio friulano con la faccia lynchiana e la pipa sempre in bocca non paga: dopo i miseri pareggi contro Polonia, Perù e Camerun un giovane Eugenio Fascetti, pupillo di Allodi, dichiara di “vergognarsi di questa nazionale” e quando Bearzot, sapendo da dove venissero quelle parole dice che è impossibile lavorare con un Bruto che cerca di pugnalarti alle spalle, la replica di Allodi è “Se lui pensa che io sia Bruto, allora deve credersi Giulio Cesare..” Ma una volta che il vecio, contro tutto e tutti, vince il Mundial ’82 l’ultima parola è del vecchio con la pipa: “O io o lui..” E il paese, nel frattempo salito in massa sul calcio del vincitore, non ha dubbi: Allodi viene allontanato dalla nazionale e dalla federazione.. Arriva l’eclissi, Allodi penetra nel buio..

Attraversato indenne il primo grande scandalo del Totonero del 1980, all’epoca è infatti colorato di tonalità azzurro pastello superpartes, Allodi prova a riciclarsi nella Fiorentina come direttore sportivo.. Ma sono oramai troppi anni che è fuori dal giro, il calcio è cambiato: il nuovo movimento del pallone che rotola su un campo verde, già fattosi merce nel dopoguerra e oramai entrato nell’orbita dello spettacolo, trova impreparato un vecchio playboy di Suzzara abituato a sotterfugi postrisorgimentali.. La Fiorentina dei Pontello, che lo assume l’anno dopo il mondiale come direttore tecnico, se ne sbarazza dopo poco trovandogli un posto come commentatore televisivo, dove rappresenta la maschera pirandelliana del potere che in realtà non ha più.. Il calcio italiano lo sta ingozzando come l’oca della pietà, gli sta lisciando il pelo come il capro espiatorio del cristianesimo: dietro gli omaggi ci sono le pugnalate, sotto gli inchini fiumi di veleno, a lato degli elogi un mare di merda.. Imbalsamato come Stalin negli suoi primi anni di vita dopo la morte, Italo Allodi è oramai un fenomeno da baraccone.. eppure, con un ultimo rigurgito da araba fenice, risorge dalle sue ceneri e come quell’altro eroe risorgimentale che cento e venti anni prima di lui aveva fatto l’Italia, riesce a lasciarsi alle spalle Messina e, anche senza ponti sullo stretto, ad arrivare nei pressi di Napoli: a Fuorigrotta, centro tecnico della SSC Napoli, come consulente personale di Corrado Ferlaino, l’uomo che ha appena portato sotto il Vesuvio tale Diego Armando Maradona.. Ma nei pressi di Napoli gli eroi risorgimentali non hanno mai avuto fortuna..

EPISODIO XI

NEI PRESSI DI NAPOLI: DOVE TRAMONTA IL RISORGIMENTO

E’ il 1985.. E l’Italia, sprofondata sotto la neve della “nevicata del secolo” è annaffiata dall’inaccettabile Amaro Ramazzotti della Milano da bere e ammorbata dall’insostenibile Eros Ramazzotti dalla voce stridula, che al Festival di Sanremo (vinto dai Ricchi e Poveri) esce da trionfatore con la pessima Una Storia Importante.. E se nelle sale cinematografiche del paese tutti corrono a vedere Sotto Il Vestito Niente dei fratelli Vanzina, a Napoli spopola Popcorn e Patatine con Nino D’Angelo.. E’ il 1985.. Ma nonostante queste difficoltà culturali ed artistiche, l’Italia entra nella storia per essere stato l’unico paese occidentale nel dopoguerra ad avere affrontato armi in pugno l’esercito americano.. Accade un giorno a Sigonella, provincia di Siracusa.. E’ la primavera del 1985.. E nel giro di sole tre settimane nell’Italia del calcio si passa dall’estasi per la vittoria del Verona allo schifo per la tragedia dell’Heysel.. Da una parte la compagine gialloblù di Briegel, Tricella, Fanna, Di Gennaro, Galderisi ed Elkjaer, allenata dallo storico compagno della Bovisa milanese Osvaldo Bagnoli, è l’ultima provinciale (petrolio genovese permettendo) a vincere uno scudetto.. Emblema di quella storica cavalcata è il gol che il danese Elkjaer segna allo juventino Tacconi praticamente scalzo visto che nell’azione ha perso una scarpa: un gol impossibile da vedere nei vent’anni seguenti, non tanto perché da allora non valga più segnare con le calze, quanto perché per lungo tempo non vale in assoluto segnare alle squadre con la maglia a strisce bianconere.. Dall’altra c’è Boniek che, nella finale di Coppa Campioni tra Juve e Liverpool allo stadio Heysel di Bruxelles, ottiene un rigore cadendo tre metri fuori dalla linea bianca che delimita l’area in una surreale atmosfera di morte e terrore.. Una vomitevole farsa, un disgusto acuito ancor di più quando si vede il futuro compagno presidente Platini, che ha realizzato il rigore, correre per il campo a fine partita con la Coppa Campioni in mano e festeggiare tutto garrulo e felice mentre sorride in faccia ai cadaveri dei suoi tifosi già imbustati nei sacchetti di plastica..

E’ l’autunno del 1985 e a Napoli Italo Allodi non somiglia più a un dandy postrisorgimentale ma ad un uomo stanco.. Non è più lo splendido Dorian Gray ma la tela del quadro che lo rappresenta: Allodi è finito, è il simulacro di se stesso logorato da troppo potere, è la maschera del potere ridotta a maschera di carnevale.. Eppure riesce in un ultimo capolavoro, anche se non ne vedrà la luce.. a Napoli assume in società il giovane dirigente Pierpaolo Marino, alla guida tecnica l’allenatore Ottavo Bianchi e completa il mosaico della squadra con gli acquisti di Giordano, De Napoli, Carnevale, Garella, Pecci, Renica e la promozione in prima squadra di giovani del vivaio come Ciro Ferrara.. Il Napoli a maggio del 1986 arriva terzo in campionato, alle spalle di Juve e Roma.. il pibe de oro, alla sua prima stagione, segna 11 gol, di cui uno entrato nella storia su punizione nella partita di andata vinta contro la Juve.. Tutto è pronto per la trionfale cavalcata del 1986-87 in cui la squadra partenopea metterà a segno una storica doppietta.. portando a casa il primo scudetto della sua storia e la Coppa Italia.. Ma come a tutti gli eroi risorgimentali o postrisorgimentali che hanno fatto l’Italia, anche ad Italo Allodi il trionfo a Napoli sarà precluso, giusto un momento di prima di arrivarci e di poterlo assaporare..

Nell’estate del 1986 su Allodi si abbatte infatti come una mannaia il coinvolgimento nel secondo scandalo Totonero (dopo che quello del 1980 è stato amnistiato per la vittoria ai Mondiali del 1982..) A seguito di alcune intercettazioni telefoniche, il procuratore torinese Giuseppe Marabotto apre un fascicolo su un nuovo giro di calcio scommesse.. Il 2 maggio del 1986 viene arrestato a Napoli Armando Carbone, che si presenta come il braccio destro di Allodi e lo coinvolge insieme ad altri personaggi del mondo del calcio italiano all’interno di un sistema di corruzione attraverso cui venivano combinati i risultati delle partite per le scommesse clandestine, ma anche per favorire determinate squadre all’interno di un complicatissimo incastro di numeri, risultati, fango e di merda.. Convocato in tribunale, Italo Allodi scoppia in lacrime quando viene accusato di essere l’ideatore di questo diabolico sudoku, cui viene per la prima volta dato il nome di Sistema Allodi.. E la storia di Italo che fece l’Italia, come tutte le storie, giunge a termine ritornando al principio.. In un’aula di tribunale a Napoli.. A Napoli, lì dove l’eroe risorgimentale Garibaldi è costretto ad obbedire al futuro potere sabaudo e a rinunciare al suo sogno di fare dell’Italia una democrazia, il dandy postrisorgimentale Italo Allodi è costretto ad arrendersi al futuro potere sabaudo e a rinunciare al suo sogno di guidare il calcio moderno nell’era delle televisioni.. Il risorgimento del paese e del calcio si è fermato a Napoli, o più semplicemente non è mai avvenuto e mai avverrà: il risorgimento non esiste..

I riferimenti a persone, luoghi, eventi, aziende, istituzioni esistenti sono da considerarsi esclusivamente occasioni narrative e vengono qui utilizzate solo in quanto repertorio di un immaginario condiviso..

lunedì 21 novembre 2011

Zdenek Zeman: il gusto della questione

Come in una schermaglia amorosa, qualche volta mi capita di non vedere deliberatamente una partita sia pure importante, non so se per istinto polemico o perché necessito di una distrazione. In una di queste forche del mercoledì sera, mi è capitato, tempo fa, di imbattermi nell’intervista di un cuoco fiorentino dalle note simpatie politiche e dalla folta barba bianca. Disse questo cuoco che rivendicava per sè il carattere “alchemico” della cucina. Subito dopo pronunciò una frase che suonava più o meno così: “io non sono un cuoco che sovrappone, io sono un cuoco che cucina”.
Per farsi un’idea della distinzione tra cuochi che sovrappongono e cuochi che cucinano non è necessario un tour gastronomico; basta guardare i menu dei ristoranti più rinomati d’Italia, quasi tutti reperibili on-line. Accidentalmente, ci si può anche convincere dell’esistenza di un peculiarissimo genere letterario, ma qui credo che interessi più l’aspetto culinario, cioè l’aspetto calcistico, il gusto della questione.
Proprio ripensando a questa vecchia intervista, mentre guardavo i due documentari su Zdenek Zeman, corredati da libro (G. Sansonna, Il ritorno di Zeman, Minimum Fax, 2011), ho capito cos’è che mi lega profondamente, e veramente, all’allenatore boemo.
Di certo, non si tratta dell’aura da Don Chisciotte che certi media in pessima fede gli hanno voluto spandere attorno. Anche se talvolta cade nell’agiografia, il documentarista è acuto nel mostrare perfino il fastidio che Zeman prova quando gli chiedono un’opinione sull’ennesima sconcezza.
A parte le deformazioni che il personaggio è costretto a subire, per lungo tempo ho pensato che il fascino di Zeman fosse basato sulla luminosità dei luoghi in cui allena. Zeman lavora in genere in posti caldi, meglio se in riva al mare, dove la sua ermeticità contrasta con il clamore delle cadenze meridionali. E Roma, per quanto mi riguarda, è una città di mare, lo provano i gabbiani che volano sul Portico di Ottavia.
In realtà, come emerge dai documentari, Zeman è soprattutto una persona conviviale, che ama starsene in fondo al pullman della squadra a giocare a carte coi collaboratori. Per inciso, mi sono ormai convinto che requisito fondamentale per un allenatore sia, oltre alle sigarette, il fatto di destreggiarsi nello scopone scientifico o affini. Ma meridionalità d’adozione, simpatia, ironico confrontarsi con le superstizioni, il gusto per il gesto simbolico, non sono mai bastati a fornirmi una spiegazione adeguata.
Il punto è che Zeman è uno dei pochi allenatori che può rivendicare il carattere alchemico della sua professione. In lui questo aspetto emerge in massimo grado, anche perché gli elementi da cui parte sono quasi sempre misconosciuti e grezzi, mentre -per dire- Ancelotti partiva pur sempre da Pirlo. Il documentario mostra con intelligenza che il suo vero capolavoro non fu tanto il famoso primo anno di serie A con il Foggia di Signori, Rambaudi e Baiano (che comunque lui era riuscito a far diventare Signori, Rambaudi e Baiano), ma il secondo, in cui si presentò in attacco con Bresciani e Mandelli (Bresciani e Mandelli).
Nella sua magistrale esecuzione de “Il silenzio degli innocenti”, J. Demme utilizza come chiave per l’identificazione dell’assassino alcune riflessioni, affidate al diabolico A. Hopkins, sul legame profondo tra desiderio e trasformazione. Il fascino dell’allenatore alchemico, o dell’allenatore che cucina, sta proprio, almeno credo, nella proiezione che ciascuno di noi -fruitori- compie sul mutamento dei connotati tecnici dell’atleta. In questa attenuazione dell’individualità è possibile insinuarsi idealmente e abbandonarsi alla commovente illusione di poter non essere più quello che si è, rimuovere l’ingombro della propria monotonia e, per incanto, saper toccare bene la palla di esterno, capire l’attimo in cui lanciarsi nello spazio, calibrare il ritmo da impartire al fraseggio.
Non che non ci siano allenatori che sovrappongono di altissimo livello, Mourinho probabilmente su tutti, ma, spiace dirlo, rimane sempre la sensazione di un’accuratezza nel disporre ingredienti costosi, tipica delle squadre a tifo maggioritario, in cui quello che conta è la ristorazione dei tifosi, il compiacimento di essere seduti a quella tavola imbandita, la vittoria e non la cucina, appunto.
Invece, ciò che mi ha costretto a seguire con trepidazione le sorti del Lecce o dell’Avellino è la sempre latente possibilità che accada qualcosa, il principio di un mutamento in cui si nasconde anche un sottile pudore, perché in quel momento si è senza difesa, come in fondo ogni sua squadra.
Poi arriverà la mitica flessione di Gennaio, potrà pure perdere il Pescara partite scellerate o si fermerà a tre punti dalla promozione, sicuramente un giorno Sansovini e Insigne si dimenticheranno degli scaloni dell’Adriatico e delle ripetute di mille, ma una cosa per me è certa: se c’è un motivo calcistico per tornare a casa dopo essersene dette di tutti i colori, aspettando anche ore sull’uscio con una rosa, questo motivo esiste, ed è veder di nuovo giocare una squadra di Zeman.

giovedì 17 novembre 2011

Gente da stadio: i primi anni

breve elogio del ragazzo del Cucciolone
Il primo anno mi abbonai allo stadio con il mio compagno di classe Raimondo. Non l'ho mai più rivisto.

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Approfittare della riduzione under 16 non fu un grande vantaggio. Ci diedero dei posti osceni in Distinti sud, giusto a metà della gradinata, con la vista al campo tagliata in due dal vetro delle scale. Di fatto, durante la partita dovevo scegliere se ingobbirmi (e vedere la partita attraverso il vetro, che più o meno equivaleva ad andare allo stadio con una maschera da immersioni) o stare sulle punte (e vedere la partita sopra il vetro, al naturale, ma facendo incazzare quello dietro di me). Era il secondo anno di Zeman e la Roma andava a fasi alterne. Non so di cosa parlassimo con Raimondo, nè ricordo chi fosse con noi (forse Giorgio, che poi, nel corso degli anni, è comparso e scomparso al mio fianco con rassicurante continuità). Dubito avessimo alcun rapporto con i vicini. In quella stagione si consumò il dramma di Roma-Inter 4-5, una partita folle in cui l'idealismo zemaniano scolorò - come purtroppo accadeva spesso - nel masochismo, nel manierismo ottuso, nella stupidità insomma. Quella sera c'era anche mio padre a vedere la partita. Non sono mai più tornato allo stadio con lui.

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Era mio padre che mi aveva portato per la prima volta allo stadio. Coppa Uefa, al primo turno la Roma sfidava il Benfica di Eriksson e di un certo Aldair. Entrammo in ritardo perchè volevano farmi pagare nonostante io non superassi l'altezza minima richiesta per pagare (all'epoca funzionava così: ti facevano mettere spalle al muro per misurare quanto eri alto, lo stesso gesto - ma meno tenero - di mia madre, con i segni a matita sulla carta da parati ogni anno un po' più alti). Andrea Carnevale segnò al primo minuto. Io mi persi quel gol. Altri non ce ne furono. Poi tornammo spesso. Partite di secondo piano. Ricordo una goleada contro la Cremonese e una contro il Bologna. In quarto ginnasio iniziai ad andare anche da solo. Un rocambolesco Roma-Empoli 4-3 lo vidi in curva con Federico. Lo andai a prendere a casa della zia dietro la Farnesina portando in dote un buon numero di crocchette del bar Euclide e poi sciamammo a piedi fino allo stadio parlando dei Marlene Kuntz. Indossavamo entrambi lo stesso loden che, almeno io, indosso tutt'oggi, e che fa tanto governo tecnico. All'epoca il tecnico era Zeman ed infatti la partita fu al limite del ridicolo, tant'è che la dovette risolvere il russo Omari Tetradze con una improbabile discesa sulla fascia destra (dopo il gol, il mio amico urlò: "Omarì, ti amo e ti ho sempre amato sin da quando giocavi nel campionato russo"). Di quella squadra ricordo con piacere il centrocampo: Eusebio di Francesco, Ivan Helguera e Cristiano Scapolo. Soprattutto per il terzo stravedevo. Peccato che, neanche a dirlo, dopo un paio di apparizioni nel girone di andata, anche lui non l'ho mai più rivisto.

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Scottato dall'esperienza-vetro, il secondo anno decisi di cambiare posto. Cambiai anche compagno di abbonamento e mi ritrovai in fila a piazza Colonna insieme al caro Nesat, colui che, negli oscuri anni delle scuole elementari, lontano dagli occhi indiscreti di suor Maria Luisa, mi aveva introdotto al calcioscommesse ("Stasera c'è Cagliari-Mechelen: giochiamoci 500 lire su chi vince"). Per gustarci dall'alto i movimenti delle linee zemaniane, dolci come una coreografia del Teatro Mariinsky di San Pietroburgo, facemmo la scelta coraggiosa di abbonarci in ultima fila. Fila 80, per l'esattezza. Dietro di noi, il vuoto. Dopo 11 anni, siamo ancora lì.

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Peccato che il nostro piano venne frustrato dall'esonero del boemo. Arrivò Capello e stare così in alto non ci servì più a nulla (per anni non si è più visto un fuorigioco ben fatto all'Olimpico). Però rimanemmo e quei primi anni della mia vita allo stadio, una buona prima metà, sono stati segnati da una confortevole ripetitività di luoghi e persone. Mentre la Roma vinceva come mai nella sua storia, e allo stesso tempo sprecava occasioni per vincere di più come mai nella sua storia, io e Nesat riuscimmo tuttavia a non integrarci mai davvero con la gente intorno a noi, che pure era sempre la stessa. In particolare davanti a noi sedevano tre ragazzi di qualche anno più grandi di noi, di cui due erano fratelli e l'altro un amico del fratello minore. Questi tre - con cui, in tani anni, non familiarizzammo mai, probabilmente neanche scambiammo mai una parola - erano espressione di quell'inconfondibile ceto quasi-medio romano, di ex-borgata ormai urbanizzata, di emerita stirpe ministerial-catastale, che all'epoca si riconoscevano per il pizzetto e le Adidas scamosciate che portavano ai piedi, oltre che per una maniera di comportarsi che trasudava cd di Vasco Rossi in macchina, placide estati ad Anzio-Lavinio e certe minime aspirazioni di lasciare al loro destino gli amici del baretto per entrare, magari dopo aver impalmato la figlia del dirigente dell'Agenzia delle Entrate compagna di liceo, nella borghesia adagiata sulla direttrice Piazza Irnerio-Via Baldo degli Ubaldi-Via Candia. Il più grande dei tre - il fratello maggiore - era un tipo silenzioso, dall'aria introversa di quello che la sapeva lunga, che "aveva vissuto", che rasentava la sosiaggine con il cantante Daniele Silvestri. Non parlava molto ma quando lo faceva tutti lo ascoltavano con devozione, soprattutto quando tirava una bestemmia contro l'arbitro o un avversario falloso. Il fratello minore gli assomigliava solo fisicamente. Spesso colto da trance agonistica, poteva lanciare improperi anche per novanta minuti di fila. Erede della grande tradizione istrionica romana, si vedeva lontano un miglio che arrivava allo stadio con alcune battute di spirito già preparate a casa, e al momento giusto si alzava in piedi - sempre approfittando di un momento di silenziosa risacca del settore - e le declamava agli amici, facendo ben attenzione a farsi sentire anche dagli altri vicini (noi per primi). Peraltro, per rendere queste sue frasi ancora più ad effetto, calcava il più possibile la sua cadenza romanesca. Adesso non ne ricordo più molte, ma sì ricordo che una su tre aveva a che vedere con Marco "a' cammellò!" Delvecchio, il quale veniva di solito assimilato a Bocelli. Poi ci fu l'episodio di Mondragòn.

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Faryd Aly Camilo Mondragòn era il portiere colombiano del Galatasaray. Nel più bell'anno della Roma, quello in cui strapazzammo anche il Barcellona, la nostra corsa trionfale in Champions League venne frenata, prima del tracollo sotto la Kop, dal pareggio interno contro i turchi (una vittoria quel giorno avrebbe trasformato il viaggio inglese in una scampagnata sul Merseyside). Prima, durante e dopo la partita c'era quindi molta tensione, sia in campo (tutti si ricordano il parapiglia all'uscita di scena) che sugli spalti. Dopo il vantaggio ottomano ci fu, proprio all'inizio della ripresa, il pareggio di Cafu. Il secondo tempo si convertì così in un assedio giallorosso all'arma bianca, che non portò però al gol-qualificazione anche per colpa dei miracolosi interventi del folcloristico portiere ospite. Esasperato da tale performance, il nostro vicino di posto con l'improperio facile produsse quello che, a mio parere, rimane il suo capolavoro. Tiro dalla distanza; gran parata di Mondragòn; "uuuhhhh" dell'Olimpico seguito da silenzio tombale; il nostro amico si alza in piedi, si sistema il ciuffo, rotea l'occhio a destra e sinistra per palpare la tensione della gente, capisce che tutti aspettano la sua sentenza, e la spara:
A' Mondragò, tanto torni a casa e trovi tu fijo impiccato.
Così, totalmente gratuita. Io e Nesat ci guardiamo e pensiamo alla stessa scena: il pullman dei giocatori del Galatasaray che arriva al centro sportivo alle 3 di notte, Mondragòn che prende la macchina per tornare a casa, la parcheggia in garage, sale le scale, gira la chiave nella serratura, apre la porta, si toglie la giacca, appoggia la sacca all'ingresso, beve un bicchier d'acqua, apre la porta della sua camera da letto, la moglie dorme silenziosa, prosegue per il corridoio, sbircia dentro la stanza di suo figlio, non lo vede a letto, per un attimo si spaventa, accende la luce, e lo trova dondolante, appeso con una corda ad una trave del soffitto. Sulla scrivania, accanto al quaderno dei compiti di matematica, un foglio a quadretti, con una scritta: "Lo siento, papà".

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A riportatre l'allegria ci pensava il terzo amico, che peraltro non veniva sempre. Era un ragazzo tarchiato e pelato che diventò presto il nostro mito per via del suo rapporto bizzarro con l'umorismo. Si capiva che soffriva la presenza dei due fratelli: il minore, che poi capimmo essere il suo amico, era troppo più brillante di lui; il maggiore, che poi capimmo non lo sopportava proprio, era troppo più saggio. Questo povero ragazzo era il classico romano che vuole sempre fare il brillante, quello che, per citare un noto film di Verdone, a a me 'a battuta me piace. Peccato che le sue battute facevano pena, non facevano ridere per niente. Quando poi provava a condirle con qualche improperio, per scimmiottare il suo amico, gli riuscivano ancora peggio (non era credibile il suo atteggiamento da duro). Per questo motivo noi l'avevamo ribattezzato "il ragazzo del Cucciolone". Ci eravamo cioè convinti che fosse lui il misterioso autore delle mirabolanti freddure che si trovano impresse sulla cialda del celebre gelato (del tipo "ho un gommone da otto metri" "e che ci devi cancellare?"). Il livello era quello. Ma la cosa più divertente fu un'altra. Il ragazzo del Cucciolone, per innalzare il livello della sua performance cabarettistica, e farsi così benvolere/accettare dai due fratelli, aveva trovato uno stratagemma. Fondamentalmente, quando ci sentiva ridere (e ridevamo, e ridiamo, molto spesso), si metteva ad ascoltarci, carpiva le battute che io e Nesat ci scambiavamo, le memorizzava, faceva passare dai trenta ai quaranta secondi (i quaranta secondi più lunghi della sua vita, perchè fremeva al pensiero della risata scrosciante che avrebbe provocato con quella battuta che stava per pronunciare, di solito anticipata da un concitato "a regà a regà sentite questa") e poi le sparava ai due fratelli, che alle volte gli facevano caso, altre meno. Ora, a parte il fatto che ci faceva ridere che ci copiasse le battute, sapendo peraltro che noi lo avremmo sentito, la cosa più spassosa era che, da sempre, l'umorismo che condivido con Nesat è molto personale, auto-referenziale, nonsense; cioè, il più delle volte ridiamo per cose che, tendenzialmente, possiamo capire solo noi e chi ci conosce. Il ragazzo del Cucciolone, accecato dal bisogno di ilarità, non aveva invece alcuno spirito critico, non filtrava le nostre freddure, e le ripeteva anche quando non le capiva, con la conseguenza che, appunto, i due fratelli non scoppiavano sempre - per sua grande delusione - in grosse risate. Con grande cinismo decidemmo allora con Nesat di escogitare un piano: praticamente, previo un cenno di intesa, uno dei due diceva ad alta voce, premettendo che sarebbe stata una battuta memorabile, una stronzata di dimensioni colossali, che non solo non faceva ridere, ma spesso non aveva neanche senso in italiano (esempio: "ahò, Paulo Sergio sembra che s'è magnato un frigorifero" "sì, cor cenone de capodanno dentro" "ahahahahah sei troppo forte" "questa è proprio buona"). Tempo trenta secondi, e la battuta veniva ripetuta dal ragazzo del Cucciolone ("a regà a regà sentite questa: ma che s'è magnato Paulo Sergio, er frigorifero cor cenone de capodanno dentro?!"). Ovviamente non rideva nessuno (alle volte succedeva che capiva male le battute e le ripeteva modalità telefono-senza-fili: "a regà a regà sentite questa: ma che er cenone de capodanno lo famo da Paulo Sergio?!"; oppure: "a regà a regà sentite questa: me so' comprato er frigorifero de Paulo Sergio"). A fine stagione Capello lasciò la Roma di nascosto, e io non ho mai più rivisto né i due fratelli né il ragazzo del Cucciolone.

(continua)

lunedì 14 novembre 2011

Emozioni p.. #2

Ravioli ristorante cinese
Il secondo appuntamento con la rubrica che più vi coinvolge. Come gli internauti arrivano a Lacrime di Borghetti e a Tubo Nero.

Guardia di finanza Testaccio coyote; Gonaccatravel Madrid; Discoteca WAG Padova 1993; Calcio che scommette le probabilità; Nome tutelare; Ristoranti cinesi che ervono cibo sopra le donne; Il mistero del Falco; Classifica calciatori nudi; Film erotici cinesi+ravioli del ristorante; Ikea e Luana Borgia on streaming; Giocatore venezuela el machete Athletic Bilbao; Chisinau si tromba; Tamponamento coyote; Ballando con le fighe; Tette a manego; Aereo Porto Casa Blanca; Figa Indios; Buffet freddo come fare; Intimo uomo sport Fulham; Monti contro l'Inghilterra; cerco+amici+facebook+oksana+miller+reggio+calabria; Colonialismo Bokassa; Youtube - video di persone che pregano in curdo; Perchè Alessia Tarquinio non si fa più vedere?; Galeoni fatti a mano genius; Honorato andre maial maiale; Film con The Rock; Club Nait Dortmund le foto cuore mato; Malesani bermuda; Mercato di shaboo a Monaco.


Si ricorda che le ricerche più indecenti, volgari o imperdonabili non vengono pubblicate.

The Rock

giovedì 3 novembre 2011

Inglourious Glories, Ch. VIII, Borussia Verein für Leibesübungen 1900 Mönchengladbach

 

Lo sguardo assente oltre il finestrino. La mente timorosa ancora rivolta agli errori dal dischetto con Eintracht Francoforte e Bayern Monaco. Rigori maledetti e la pioggia che cade sulla strada verso la Baviera. Il contratto firmato proprio con il Bayern Monaco è solo un timido tepore a confronto degli urli a Giuda dei mesi precedenti.Lothar Matthaus ha la mascella tirata come sempre. Ventidue anni, i capelli mori spessi e l'ambizione in testa. Davanti la squadra più vincente di Germania. Alle spalle l'ennesimo titolo scivolato via per un soffio e la gloria dei puledri. Die Fohlen. Il Borussia Verein für Leibesübungen 1900 Mönchengladbach o, meglio, la più spavalda espressione calcistica di sempre. E la sua maledizione.
 
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Mönchengladbach è una città del distretto governativo di Dusseldorf, nella regione Nord Reno-Westfalia. A metà strada tra Düsseldorf e il confine olandese e la sua storia inizia con la costruzione dell'abbazia di Gladbach, voluta dall'arcivescovo di Colonia Gero nel X secolo d.C. La città ha dato i natali a Joseph Goebbels e Joseph Pilates ed ospita da sempre le forze britanniche in Germania. Il Borussia Mönchengladbach nacque nell'agosto del 1900 e già nel 1912 si qualificò per la finale della Verbandsliga, il campionato della Germania Occidentale (sconfitta per 0-1 con il Kölner BC, squadra antenata dell'attuale 1. FC Köln). 8 anni dopo, la rivincita ai danni dello stesso Kölner, di nuovo nella finale del campionato, e questa volta è il Borussia ad imporsi per 3-1 nei tempi supplementari, diventando campione della Verbandsliga e acquisendo, pertanto, il diritto ad accedere agli spareggi per il titolo nazionale. Il confronto con le altre compagini si rivelò tuttavia impari: eliminazione al primo incontro per la pesante sconfitta per 0-7 contro lo Spielvereinigung Fürth.

Seguirono tonfi in Bezirksklasse, l'attuale ottava categoria tedesca, e relative promozioni nella Gauliga. Poi la Seconda Guerra Mondiale e la riorganizzazione delle serie tedesche. Il Borussia dovette ripartire da una serie minore. Da lì, il club inanellò una serie di promozioni consecutive, culminata nel 1950 con il passaggio dalla Zweite Liga Ovest all'Oberliga Ovest. Al tempo, la massima divisione nazionale. Gli anni Cinquanta furono tuttavia tutt'altro che esaltanti. Il Borussia occupò stabilmente le zone medio-basse della classifica e retrocesse due volte: nel 1951 e nel 1957, anche se in entrambe le occasioni la permanenza in Zweite Liga durò solo una stagione. Negli anni Sessanta arrivarono i primi successi. La vittoria in finale di Coppa della Germania Occidentale contro il Colonia permise al Gladbach di accedere alle semifinali di Coppa di Germania (la DFB-Pokal). Il gol di capitan Alex Brulls, esperienze anche a Modena e Brescia dopo l'Oberliga, spianò la strada contro l'Amburgo catapultando il Borussia alla finale di Dusseldorf. Avversario il Karlsruhe. I bianconeri - il verde nelle maglie comparse solo a partire dagli anni Settanta - partirono bene: al 5' del primo tempo Brulls mise Mulhausen davanti alla porta avversaria per l'1 a 0. Il pareggio del KSC arrivò però subito, dopo appena un quarto d'ora, ad opera del centrocampista Hermann. Fu Ulrich Kohn a riportare gli uomini di mister Oles davanti. E i biancoblu del Baden-Wurttemberg trovano di nuovo l'equilibrio con Schwarz prima di spegnersi drammaticamente al gol, l'ennesimo della stagione, di Brulls. Il Borussia alzò così il suo primo trofeo, facendo capolino nel calcio tedesco che contava. Nel 1963 una nuova riorganizzazione del calcio tedesco diede vita alla Bundesliga, ma il Borussia non riuscì a qualificarsi per la serie maggiore e dovette ripartire dalla Regionalliga Ovest. ll mese di aprile del 1964 fu invece il punto di rottura nella storia del Gladbach. La dirigenza decise di sostituire Fritz Langner alla guida della squadra con un allenatore proveniente dal Viktoria Colonia, una delle società calcistiche più vecchie di Germania: Hennes Weisweiler.
 
Hennes Weisweiler
Con il primo posto nel girone e la vittoria dei successivi incontri di spareggio, nel 1965, Weisweiler trovò subito la prima storica promozione in Bundesliga. Nel frattempo, iniziò con passo leggero a predicare il suo credo ad una banda di sbarbati: attaccare, attaccare e attaccare. Un pensiero eretico in Germania, una religione pericolosa tra tanta tattica e difesa. I vari Gunter Netzer, Herbert Wimmer, Berti Vogts e Jupp Heynckes, però, in cerchio in mezzo al campo di allenamento, ascoltavano. E piano piano, iniziarono a mettere in pratica i preziosi insegnamenti. Nelle successive stagioni di Bundesliga il Borussia tenne un passo tranquillo. Salvezza comoda nella stagione '65/'66 ed ottavo posto l'anno successivo, che vide campione l'Eintracht Braunschweig. Il terzo posto del '68 - senza Heynckes, partito per un esperienza all'Hannover - alle spalle di Norimberga e Werder Brema, e la conferma agli stessi livelli l'anno dopo (con il Bayern campione e un Gerd Muller da 30 gol) furono il preludio ai futuri successi. Il 4-3-3 del Borussia aveva già iniziato ad atteggiarsi a macchina da gol: quelle stagioni videro gli uomini di Weisweiler stritolare parecchie squadre, tra cui lo Schalke (6 a 2) e l'odiato Koln (10 a 0). Sia Laumen che Meyer, i due attaccanti titolari, chiusero sempre in doppia cifra in classifica cannonieri.
 
Gunter Netzer
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Il balzo decisivo nella stagione '69/'70. Weisweiler puntella la difesa con gli innesti di Muller e Sieloff e dà fiato all'attaco con l'acquisto di Ulrick Le Fevre, venticinquenne nazionale danese proveniente dal Vejle. Già alla seconda giornata il Borussia cambia passo, ottenendo la prima vittoria della sua storia contro il Bayern di Monaco. E fino a dicembre una serie interminabile di successi. Dopo la sosta invernale, però, Netzer e compagni si complicano la vita perdendo per 3 volte di fila e, di fatto, riaprendo il campionato a vantaggio di Bayern, Hertha Berlino e Koln. A quel punto, al Borussia servono punti per tenere a distanza Gerd Muller. Le Fevre ci mette le marcature e in un lampo arrivano sette vittorie consecutive. Alla penultima, ospite è l'Amburgo, che ne incassa quattro nel primo tempo e ne restituisce solo tre nella ripresa. Il Borussia è così campione di Germania per la prima volta nella sua storia e la Bundesliga è costretta a spalancare gli occhi di fronte alle marcature strette di Vogts, Muller e Sieloff, alla classe di Netzer e Dietrich e alle tre punte sempre. I ragazzi di Weisweiler diventano per tutti Die Folhen. I Puledri. L'anno dopo Weisweiler è chiamato a confermarsi in Bundesliga e a presentarsi in Coppa dei Campioni. Per farlo, richiama alla base il giovane ormai cresciuto Jupp Heynckes. Le cose vanno bene in campionato: pur a fatica il Borussia riesce a vincere la resistenza del Bayern e a laurearsi nuovamente campione. Tutt'altro discorso la Coppa dei Campioni, dove il Borussia cade agli Ottavi per mano dell'Everton. Poco male: quell'anno in Coppa non ci sarebbe stata storia. Un olandese aveva deciso di cambiare il calcio e tanto valeva farsi da parte.
 
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L'eliminazione contro gli inglesi venne drammaticamente replicata nel '72. Dopo un agevole esordio contro gli Hibernians di Cork, il Gladbach affrontò agli Ottavi l'Internazionale di Oriali, Burgnich e Facchetti. L'andata si giocò al Bökelbergstadion e dopo venti minuti l'Inter era già sotto 2 a 1 grazie alle marcature di Heynckes e Le Fevre. Poi una lattina venne lanciata dagli spalti e Boninsegna cadde a terra alla bandierina del calcio d'angolo. Urla e spintoni e Mazzola a consegnare un'altra - diversa - lattina all'arbitro. Boninsegna, perfettamente ripresosi, venne inspigabilmente sostituito e la partita continuò. E continuarono a segnare i ragazzi di Weisweiler. Fini 7 a 1 ma l'Inter non ci stette: facendo leva sull'identità del tifoso che lanciò la lattina e afferrando il concetto di responsabilità oggettiva, ottenne la ripetizione dell'incontro, in campo neutro. Al ritorno si imposero i nerazzurri per 4 a 2 e, un mese più tardi, a Berlino, con le barricate e le parate di Bordon gli uomini di Invernizzi bloccarono il Borussia sullo 0 a 0, guadagnandosi così l'accesso ai Quarti. A frastornare l'Inter e vendicare il Borussia ci pensarono poi Cruyff e compagni.
 
La partita della lattina
Quell'anno, neanche il campionato sorrise ai Puledri, che chiusero terzi alle spalle di Bayern Monaco (Muller si fermò solamente una volta a quota 40 in 34 gare) e Schalke 04. A fine stagione partì Le Fevre e per dare continuità al ciclo Weisweiler fu costretto a portare qualcosa in bacheca. Acquistò Allan Simonsen e scelse la strada più impervia: la Coppa Uefa, lasciando perdere la Bundes. Il Borussia passò agevolmente Trentaduesimi e Sedicesimi contro, rispettivamente, Aberdden e Hvidore per poi imporsi nel doppio derby agli Ottavi e ai Quarti contro l'odiato Koln ed il Kaiserslautern. In Semifinale i Puledri sommersero di gol anche il Twente apprendista del calcio totale. Ma qualsiasi sogno di gloria si infranse su un tempio chiamato Anfield e sui gol in Finale di Kevin Keegan. Troppo lontano il Liverpool nella gara di andata e insufficiente la doppietta di Heynckes al ritorno. L'Europa iniziò così a diventare un problema. Il Borussia segnava tanto, ma si scioglieva, complice l'inesperienza, di fronte agli ostacoli decisivi. La stagione venne salvata dalla vittoria in Coppa di Germania. Contro il Colonia e grazie ad un gol di Gunter Netzer: scambio con Bonhof ai quaranta metri e tiro secco dal limite dell'area. Fu il saluto del fuoriclasse ai suoi tifosi. L'ultima volta da capitano prima del Real Madrid.

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Orfano del suo giocatore di maggior prestigio il Gladbach visse un'altra stagione insapore, con la Bundes sfuggita per un soffio nonostante i 30 centri di Heynckes e la Coppa delle Coppe amara per l'eliminazione contro il Milan di Trapattoni (poi battuto in Finale dal Magdeburgo). Hennes Weisweiler meditava di mollare. Il suo calcio spumeggiante portava applausi ma pochi titoli. Volle però concedersi un'ultima chance, un'altra volta in Coppa Uefa. Nonostante i nastri di partenza della Coppa '74/'75 fossero infarciti di squadre di altissimo livello, i Trentaduesimi ed i Sedicesimi non si rivelarono un problema per i Puledri, che abbatterono sia l'FC Waker Innsbruck che l'Olympique Lyonnais. Gli Ottavi presentarono poi il Real Saragozza, una buona squadra che tuttavia non fu all'altezza delle bocche da fuoco tedesche. Heynckes e Simonsen avevano già caldi i motori: al Rheinstadion di Dusseldorf (il Borussia Mönchengladbach a partire dai primi Settanta dovette abbandonare il Bokelbergnstadion per ragioni di capienza) finì 5 a 0 e in Aragona 4 a 2. Poco da aggiungere. Sempre Heynckes fu decisivo per la vittoria all'andata dei Quarti contro i cecoslovacchi del Banik Ostrava e al ritorno in Germania. Il Borussia era di nuovo in Semifinale e per l'ennesima volta incontrava i rivali di sempre: il Koln. Ci pensarono Allan Simonsen e Dietmar Danner, arrivato qualche anno prima dal Manheim, a regalare la Finale ai bianconeroverdi. Ancora una volta, contro il Twente apprendista, fresco giustiziere di Amburgo e Juventus. All'andata, in casa, il Borussia pagò l'emozione. Gli olandesi di Kohn giocarono attenti e imposero lo 0 a 0, rinviando ogni decisione alla gara di ritorno tra le mura amiche. In un tardo pomeriggio di fine maggio, a Enschede, la decisione sulla Coppa Uefa stagione '74/'75 venne presa da Jupp Heynckes. Che già al 10' replicò la rete in apertura di Simonsen e ad inizio ripresa devastò per altre due volte le distanze tra i centrali del Twente. Il gol in chiusura sempre di Simonsen fissò il risultato sullo 0 a 5. Weisweiler in panchina rideva nascosto dietro i larghi occhiali a goccia. Vogts alzava al cielo la maledizione sconfitta. La bellezza aveva rovesciato il mondo. A suon di gol. Quella stagione i Puledri si imposero anche in Bundesliga e Weisweiler annunciò il suo passaggio al Barcellona.
 
Allan Simonsen
 
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L'addio di Weisweiler portò la dirigenza a scegliere Udo Lattek, nato a Bosemb e già campione d'Europa sulla panchina del Bayern Monaco. L'allenatore che aveva rotto l'incantesimo di Rinus Michels stravolse le logiche tattiche del Borussia, imponendo il credo dell'attenzione in difesa e della disciplina. I risultati in Bundesliga arrivarono subito sia nel '76 che nel '77. Amare furono invece le partecipazioni alla Coppa dei Campioni. La rabbia segnò la doppia sfida ai Quarti del Settantasei contro il Real Madrid (due errori dell'arbitro Van Der Kroft spinsero avanti le merengues) mentre nel Settantasette in Finale il Liverpool si rilevò di nuovo troppo lontano. Il Gladbach non riuscì a ricordare il sogno di qualche anno prima. Al di fuori di ogni possibilita e naturalezza non ne ricordò i lineamenti e la semplice vicenda. La ragione lo aveva abbandonato. Tenendo lontane scaltrezza e astuzia. Non riuscì ad ingannare il nemico del sogno di qualche notte prima. Perdendo, per i gol di McDermott, Smith e Neal. Di nuovo la maledizione europea, di nuovo le mosche in mano. Lattek aveva consolidato il dominio in Germania ma non era stato capace di correggere i residui di timidezza del Gladbach nelle competizioni internazionali. E anche la stagione '78/'79 non portò vittorie, se non il Pallone d'Oro ad Allan Simonsen. All'uomo della Prussia dell'Est serviva un'affermazione di peso perché si il Borussia era squadra cambiata nei suoi elementi portanti ma assolutamente competitiva e ciò imponeva di chiudere il decennio con una vittoria continentale.

Udo Lattek
L'occasione propizia arriva con la Coppa Uefa '78/'79. Per l'occasione, il Borussia torna alla religione che sempre aveva predicato: attaccare. Già ai Trendaduesimi il malcapitato Sturm Graz ne incassa 7 mentre ai Sedicesimi il Benfica regge solo all'andata, cadendo invece in Germania (Bruns e Klinkhammer). L'avversario agli Ottavi è lo Śląsk Breslavia, incapace di affrontare l'urto dell'attacco tedesco. E di quell'urto ne sanno qualcosa anche il Manchester City e il Duisburg, i successivi avversari. Avere di fronte i Puledri è come essere in testa alla valanga. Una forte botta e la totale perdita dell'orientamento. Il Gladbach vola in Finale, dove lo aspetta un'insolita Stella Rossa di Belgrado. Nessun nome famoso ma un cammino fino a quel giorno importante. Ancora una volta, l'ennesima, però, gli uomini del Land scendono in campo a Belgrado straniti da una solita paura e prendono gol. Il Borussia non riesce ad essere micidiale come sa. E' bloccato e solo un autogol del difensore avversario Jurisic rimette in careggiata i bianconeroverdi. Finisce 1 a 1 e la sfida si sposta a Dusseldorf. Udo Lattek, la fronte ampia e i capelli già cenere, è in camicia a quadri e cappotto di panno rincalzato alle maniche. I Puledri sono eleganti in maglia bianca con sottili striscie neroverdi sulle maniche. Come all'andata, però, i ruoli si invertono. La Stella Rossa attacca a testa bassa e il Borussia è chiuso in difesa. A decidere è l'arbitro italiano Michelotti, che a metà del primo tempo assegna un rigore ai tedeschi. Simonsen è sicuro dal dischetto e calcia per il vantaggio. I rossi accusano il colpo e il Borussia può gestire la gara in tutta tranquillità. Per la seconda volta è campione d'Europa. Per la seconda volta Vogts alza al cielo Coppa e spettri. Chiudendo un racconto di dieci anni. La bellezza è all'apice un attimo prima di spegnersi. L'ultimo respiro prima del sonno.
 
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Lothar Matthaus doveva essere la stella del Borussia Mönchengladbach dopo la bellezza. L'anima per cui i cuori sugli spalti continuavano a battere. Voltò le spalle alla religione di Weisweiler e alle tattiche di Lattek. Voltò le spalle alle favole per sposare certezze. Il suo rigore sbagliato contro l'Eintracht si rivelò un baratro. Quello contro il Bayern in finale di Coppa di Germania un vile tradimento. Il Borussia non vincerà più, preferendo lottare contro i demoni della retrocessione. Lui invece vincerà tanto, pur rimanendo marchiato. Vincerà tutto, giocando libero con il 10. Costringerà Gary Lineker, nell'estate del 1990, a dichiarare che il calcio "è un gioco semplice in cui 22 uomini inseguono un pallone per novanta minuti e, alla fine, vincono sempre i tedeschi". Ma non vincerà la sorte, che non volle affrontare e battere in maglia bianconeroverde. Che in una sporca notte a Barcellona lo privò dell'ultimo trofeo per completare un'infinita collezione. Togliendogli tutto. E maledicendolo.
 

martedì 1 novembre 2011

Bentornato Padova!

Che emozione quel rigore di Michel Kreek. Sarà perché è stato uno dei miei primi grandi amori calcistici, peraltro del tutto immotivato, visto che non ho nessun legame con la città in questione, ma rivedere il Padova così tanto in alto, può farmi solo che piacere. Si perché quando ero ragazzino, quel Padova con sponsor l'acqua Vera, mi ha fatto entusiasmare. Una salvezza stupenda, arrivata grazie a quel rigore di Michel Kreek, o meglio ancora, per dirla alla Carletto Mazzone, grazie a quel rigore di "Screcca"(da"Se quer tiro de Screcca...."massima mazzoniana dei tempi del Perugia..che dedico ad Andrea.) . Ieri c'era Vlaovic, oggi c'è Cacia, Ieri c'era Kreek, oggi c'è Aniello Cutolo, Ieri Sandreani e oggi Dal Canto, il risultato, categoria a parte, è simile. La storia del Padova è costellata da spareggi. Spareggi salvezza e spareggi promozione. I biancoscudati sono destinati per storia a soffrire, a disputare continuamente quelle insopportabili partite da dentro o fuori, quelle che non ti fanno dormire, quelle da fitta allo stomaco. Tutto parte dalla stagione 84-85, il Padova è in serie B e nonostante il 16esimo posto viene retrocesso per illecito sportivo. In quella stagione infatti, i veneti sono invischiati nella lotta per non retrocedere, a poche giornate dal termine del campionato, il 13 Maggio 1985, il centrocampista del Taranto, Giovanni Sgarbossa, nativo del padovano, si reca al suo paese per votare alle amministrative. Lì incontra il vicepresidente del Padova calcio Dino Zarpellon, che chiede al calciatore(che pochi anni prima aveva militato nel Padova)un aiuto in caso di bisogno, visto che l'ultima di campionato metteva di fronte proprio Taranto e Padova. Passa un mese, il Padova è ancora in piena lotta per non retrocedere. Sgarbossa chiama Zarpellon per avvisarlo, che ha coinvolto altri 4 compagni di squadra: Paese, Bertazzon, Vito Chimenti(inventore del quanto mai inutile gesto tecnico denominato "Bicicletta" e zio di Antonio detto "Zucchina" portiere dei giorni nostri) e il simpatico Frappampina. Zarpellon consegna 50.000.000 milioni come anticipo, il resto verrà consegnato a risultato ottenuto. Ultima Giornata, il Taranto già retrocesso, viene sconfitto 2 a 1 in casa dal Padova, i veneti sono salvi, il Cagliari che pareggia 0 a 0 a Catania, retrocede. Va tutto bene, fila tutto liscio se non fosse che alla penultima giornata(la giornata prima della combine), l'allenatore degli ionici, Angelo Becchetti, viene esonerato e viene quindi escluso dall'affare. Come si suol dire, il Mister rosica e spiffera tutto all'ufficio indagini della federcalcio, che propone al Becchetti di chiedere ugualmente la sua parte a Sgarbossa per incastrarlo grazie ad un microfono nascosto, Roba da 007. Sgarbossa non sospetta nulla ed incontra il suo ex allenatore a Pesaro(che poi mi sarebbe sempre piaciuto vedere uno 007 ambientato a Pesaro, con Sean Connery che prende un vodka martini agitato non mescolato al bar della stazione). Morale della favola, Sgarbossa,Chimenti,Paese, Bertazzon,Frappampina(anche se in realtà credo che quest'ultimo sia stato squalificato per il cognome) e il vicepresidente padovano Dino Zarpellon vengono squalificati per 5 anni e il Padova Calcio viene retrocesso in serie C1. Sembra l'inizio della fine, e invece si tratta di una vera e propria svolta, perché nel 1986, la società biancoscudata viene acquistata da Maurizio Puggina(il signor Despar Italia). Da qui è un crescendo. Promozione in serie B nel 86-87, tre salvezze consecutive, e nel 90-91 con Colautti allenatore, viene sfiorata la Serie A, sfumata solo all'ultima di campionato dopo un duello a distanza con l'Ascoli. L'anno seguente la squadra viene affidata al tecnico Bruno Mazzia, i risultati non arrivano, a poche giornate dal termine arriva però l'esonero del mister con un Padova che si trova pericolosamente vicino alla "Zona calda". Il suo posto viene affidato al suo vice, il giovane allenatore romano, Mauro Sandreani, già allievo di Colautti. Sandreani porta la squadra al 12esimo posto e viene confermato per la stagione seguente. Nella stagione 92 - 93 il Padova disputa un grandissimo campionato(da segnalare il primo goal da professionista di Alessandro Del Piero contro la Ternana, Del Piero che a fine stagione sarà venduto per 5 miliardi alla Juventus), ma come due anni prima deve cedere l'ultimo posto valido per la promozione nella massima serie all'ultima giornata dopo un sanguinoso testa a testa con Lecce e Piacenza che avranno la meglio. Nel 93-94 non si può proprio più sbagliare. I biancorossi di Sandreani sono ormai una squadra rodata e pronta per l'approdo in serie A atteso da 32 anni. Bonaiuti , Gabrieli,Cuicchi, Franceschetti, Coppola, Nunziata, Galderisi, Maniero, sembra davvero l'anno giusto. I veneti disputano gran parte del campionato nei posti promozione, ma a poche giornate dalla fine hanno un calo(4 pareggi ed una sconfitta nelle ultime 5 di campionato) e vengono raggiunti dal Cesena di Dario Hubner, sarà spareggio(il primo di una lunga serie). Il 15 Giugno del 1994, Allo stadio Giovanni Zini di Cremona va in scena lo spareggio promozione tra Padova e Cesena. Al minuto 6 la testa di Hubner gela i 10 mila padovani giunti a Cremona, al 18esimo però, il difensore Andrea Cuicchi segna il goal della vita con una rovesciata degna di "Fuga per la vittoria", il Padova pareggia e trova il goal vittoria al 24esimo con un velenoso tiro da fuori del centrocampista romano Maurizio Coppola. Nel finale un miracolo di Bonaiuti permette ai padovani di festeggiare la storica e sudata promozione in serie A. E siamo arrivati al famoso Anno della A. Sergio Giordani è già da tempo il nuovo presidente, con Puggina che resta in carica come presidente onorario. Nuova categoria,nuovo presidente ed anche nuovo stadio, l'Euganeo , impianto da 32.000(al tempo privo però della curva sud) posti che sostituisce tra i mugugni dei tifosi lo storico Silvio Appiani. La campagna acquisti è buona. Arrivano: David Balleri e Daniele Zoratto dal Parma, il croato Goran Vlaovic dal Croatia Zagabria, Carlo Perrone dall'Atalanta, Il centrale statunitense Alexi Lalas e a Novembre, Michel Kreek dall'Ajax. L'inizio è da incubo, Nelle prime 4 giornate rimedia 4 sconfitte con 11 reti subite e nessuna realizzata. Poi la svolta, a Napoli il Padova va sotto di Due goal, accorcia su rigore con Longhi, subisce il 3 a 1 sempre su rigore da Rincon e a 5 minuti dalla fine un giovane Filippo Maniero con una doppietta in due minuti regala il primo punto ai patavini. Da qui cambia il campionato dei biancoscudati che, una settimana dopo, si permettono il lusso di battere in casa i campioni d'Italia del Milan, con le reti di Lalas e Gabrieli. I biancorossi cominciano a girare, giocano bene e accumulano punti. La sicurezza di Bonaiuti tra i pali, le sgroppate di Gabrieli sulla fascia sinistra, Coppola (assurdo un suo goal contro il Brescia), Nunziata e Longhi che brillano a centrocampo, senza contare le magie di Kreek arrivato solo a Novembre e subito protagonista, l'esperienza di Galderisi e i goal di Vlaovic. E poi c'è Lalas giunto in italia con l'etichetta di sicuro bidone, che si rivela invece un giocatore per nulla malvagio. Di storie sul difensore americano ce ne sono tante. Il pomeriggio spesso si metteva a giocare con i ragazzini del quartiere in mezzo alla strada, la sera andava a suonare in osteria(Il suo Gruppo i Gypsies è il gruppo preferito di Chelsea Clinton), una volta fu fermato dai carabinieri perchè da solo alle due di notte giocava a pallone facendosi la telecronaca mentre tirava pallonate alla saracinesca di un garage. In poche parole un mito assoluto. Il Padova continua la sua stagione tra risultati esaltanti e pesanti sconfitte, il girone di andata si chiude però con la vittoria sull'Inter di Ottavio Bianchi, arrivata con un goal di Rosa a 4 dal termine. Durante quella partita viene contestato per la prima volta Sandreani, per aver sostituito Goran Vlaovic,Sandreani che alla fine del match aveva presentato le proprie dimissioni, respinte dal presidente Giordani. I biancoscudati trovano la svolta della stagione con tre prestigiose vittorie di fila:alla nona(di ritorno ovviamente) contro il Brescia al Rigamonti, alla decima contro la Lazio a Padova e soprattutto con la perla della stagione, all'undicesima contro la capolista Juve a Torino grazie ad una punizione gioiello di Michel Kreek. A sei giornate dalla fine del campionato la matricola veneta si trova con 5 squadre sotto a 5 punti di distanza, la salvezza sembra ormai raggiunta. Il Padova va però come da tradizione in affanno alle ultime di campionato, ne perde tre di fila e all'ultima di giornata dopo aver perso a San Siro(in pieno recupero) viene raggiunto dal Genoa vittorioso contro il Torino. Sarà spareggio contro i Liguri. Il secondo. il 10 Giungo 1995 allo stadio Artemio Franchi di Firenze, Padova e Genoa si giocano la permanenza in serie A. Dopo 19 minuti il Padova passa in vantaggio grazie ad una splendida girata di Goran Vlaovic su assist di Kreek, dieci minuti dopo Skuhravy di testa ristabilisce la parità. Le parate del portiere rossoblu Spagnulo fanno la differenza e dopo 120 minuti si arriva ai calci di rigore. Fontana sbaglia il primo rigore per il Padova, Marcolin si fa parare il terzo da Bonaiuti, torna la parità, si arriva ad oltranza, sbaglia Galante per i grifoni e Michel Kreek segna il rigore decisivo,Padova esplode, i giocatori impazziscono, durante i festeggiamenti spunta anche una statua di Sant'Antonio. Da quel giorno in poi il Padova scivolerà lentamente. l'anno dopo retrocederà accumulando 11 sconfitte consecutive. Le cessioni di Galderisi e Lalas peseranno non poco, anche se l'episodio decisivo è da individuare nella lunga assenza di Goran Vlaovic operato al cervello, che nonostante tutto chiuderà la stagione con 13 centri. Due anni dopo il Padova lascerà anche la serie B. Nella stagione 98-99 succede l'incredibile, nel campionato di C1 i veneti sono in zona retrocessione, siamo in Aprile non mancano tante partite alla fine, i biancorossi ospitano il Varese diretto concorrente per la salvezza. Il regolamento della serie C prevede almeno un Under 21 in campo, il Padova schiera Simone Barone futuro campione del mondo(Gesù!)che aprirà addirittura le marcature. I biancoscudati raddoppiano e mettono al sicuro il risultato, Adriano Fedele decide di effettuare un cambio, fuori proprio Barone ma non per un pari età, il Varese fa ricorso e vince a tavolino. Nel finale di stagione il Padova andrà al play-out per la peggior classifica avulsa con il Varese. Terzo spareggio. Il Padova perde con il Lecco e precipita in Serie C2. Ritorna in C1 nel 2001, perde il suo quarto spareggio con l'Albinoleffe(in realtà una semifinale di play-off per la B)nel 2003 e sei anni dopo nel 2009 vince lo spareggio promozione(il quinto) contro la Pro Patria. L'anno del centenario il Padova lo disputa in B, parte bene ma finisce con il disputare i play-out(sesto spareggio) contro la Triestina. 0 a o a Padova, 3 a 0 per i Biancoscudati al Nereo Rocco di Trieste il Padova è salvo e l'anno seguente guidato dal faraone El Shaarawi si permette il lusso di disputare la finale Play-off per la serie A contro il Novara(settimo spareggio),la finale viene persa a testa alta. Oggi il Padova è una pretendente alla massima serie, l'obiettivo dei ragazzi di mister Dal Canto è la promozione in serie A. Potrebbe esserci l'ennesimo spareggio della sua travagliata storia, l'ennesimo ma probabilmente non l'ultimo, perché forse il Padova è una di quelle squadre destinate a soffrire per gioire ancor di più dei suoi trionfi. E allora non mi resta che dire bentornato Padova!sperando che quel rigore di Michel Kreek non rimanga l'ultimo dolce ricordo di una serie A che manca da tanto, troppo tempo.