domenica 28 agosto 2011

Annotazioni a margine di un abbigliamento estivo

Giovedì sera, guardando la Roma su un canale slovacco trasmesso in streaming, ho visto una cosa decisamente preoccupante per le sorti della squadra per cui - da ex abitante della Capitale - simpatizzo ormai da qualche annetto. Non mi riferisco certo alla partita in sé e all'assurda eliminazione contro una squadra, lo Slovan Bratislava, tanto mediocre da risultare persino difficile da definire; ché, per quanto successo nelle due partite, il copione della doppia sfida sembrava ricalcare quello di una tragedia greca, con un destino deciso cioè da dèi distanti e lontani dagli uomini, sordi a ogni loro lamento e ciechi davanti alle loro opere, cui non sono interessati e che non premiano né puniscono. La Roma ha perduto dunque perché doveva perdere, perché il filo si era esaurito; questo è quanto deciso in ambienti molto altolocati, ove non ha alcuna influenza la commovente passione estiva di un Olimpico piuttosto pieno: lassù, infatti, non hanno ancora avuto accesso le idee rivoluzionarie di un profeta persiano (il quale sostiene che gli uomini verranno ricompensati per le loro buone azioni), perciò la Roma di giovedì è ancora e sempre un'ombra discesa nell'Ade senza sorpresa e senza proteste.
Allo stesso modo, non mi ha colpito la clamorosa imprecisione di Bojan Krkić, perché tutto fa parte del piano; né mi hanno stupito l'immaturità a certi livelli di Viviani o la sorridente sicurezza di Caprari, due facce della stessa medaglia chiamata gioventù.
E non mi ha sorpreso la decisione dell'allenatore di schierare Totti, perché i suoi piedi a Roma e in Italia non ce li ha nessuno, né quella di toglierlo per dare spazio alla potenza di Okaka (che infatti ha regalato a Bojan, semplicemente appoggiando il suo fisico su un difensore slovacco, un bellissimo pallone da sprecare), perché nel secondo tempo si leggeva nell'immobilità del capitano l'età e la mancanza di tenuta.
Però ho notato con sgomento, e mi hanno fatto paura, i pantaloni bianchi leggeri indossati da Luis Enrique, e le scarpe senza calzini: una mise vacanziera, da uomo tranquillo e perfino distratto, da uno che ha in testa pochi pensieri. E non va bene, caro Luis: non va bene perché non sarà un uomo coi pantaloni bianchi a resistere a quell'onda di "Te l'avevo detto io...", "Ma tanto adesso pigliamo...", "Non ha il polso della squadra...", che scorre da sempre nelle cloache della città di Roma e che torna in superficie a ogni passo falso, a ogni sostituzione eccellente, a ogni bivio nel destino della squadra giallorossa, propagandosi nei bar, nei giornali, nelle radio. Quest'onda ha sempre ragione perché sceglie da sé i termini della questione, pone le domande e si fa le risposte, decide i dogmi e vi si nasconde dietro, e chiama col glorioso nome del cinismo romanesco la vigliaccheria di chi alza la testa e affonda il colpo solo quando è trionfante. Caro Luis, hai idee buone, seppure un po' confuse, ma non è con i calzoni bianchi che le porterai avanti, perché allenare la Roma non è stare semiaddormentati sotto l'ombrellone, in attesa solo della fetta di cocco che senti annunciare all'orizzonte; allenare la Roma, caro Luis, è più una materia da scarponi pesanti e pantaloni anti-vipera, perché si va per sentieri ripidi e sassosi in cerca di rare radure.
Buona camminata, Luis, e cambiati i pantaloni.

11 commenti:

  1. Poi non bisogna nemmeno essere troppo eleganti, ché subito ti dicono cose tipo: "Pensa ai vestiti e poi schiera Pandev a tre quarti e Materazzi a posto di Cordoba."

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  2. lo avevo notato anche io... Un grande stile....

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  3. nei quadri di joaquin sorolla, o in quelli di aurelio arteta, o in generale dei ritrattisti e paesaggisti spagnoli di inizio novecento, si vedono sempre i buoni borghesi che vanno in spiaggia - quelle del nord, basche, cantabriche, asturiane - con i pantaloni di lino o di cotone bianco. prendo il gesto di lucho come un omaggio alla tradizione, alla sua terra, a un passato dai ritmi più umani, a un'eleganza sobria.

    non so con chi discutevamo peraltro l'altra sera questo affascinante tema del vestiario dell'allenatore: ma come deve andare l'allenatore in panchina, in giacca e cravatta o in tuta? io sono più per la tuta alla mazzone o alla caparròs; la cravatta va bene solo se è quella "sociale" (al riguardo rendo il dovuto omaggio a un nostro amico e lettore che ci si è laureato con la cravatta col lupetto); quello che trovo intollerabile è lo stile metrosexual guardiola.

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  4. Giacca e cravatta tutta la vita, non-sociale laddove possibile. Perfetto un approccio alla Bearzot, con la giacca appena appoggiata alle spalle.

    A margine noto che Guardiola negli ultimi tempi e' migliorato tantissimo (anche se non abbastanza). Ha molto limato il look a la Portal de l'Angel. Certo su cravatte strette e scarpe e' un pianto.

    Apprezzo molto invece lo stile di Kenny Dalglish. Sobrio e cravattaio. Chioma fluente. Riga di lato. Anni Ottanta erano e tali sono rimasti.

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  5. lo stile da buttafuori di un night di quart ordine di Ballardini....mi piace....

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  6. i rayban col ponticello in "parquet" sfoggiati da Sacchi nella finale di intercontinentale a Tokyo

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  7. O il panterone Seedorf.. che nell’anno in cui dovette fare le veci di, nonché fungere da insegnante di sostegno a, oltreché firmare le giustificazioni per (Leonardo), ed era quindi a tutti gli effetti l’allenatore del Milan.. si presentava in panchina in ciabatte..

    Ma, in omaggio a Nesat e al suo ManCity, l’inarrivabile e l’inenarrabile resta sempre lui..
    http://www.guardian.co.uk/football/2009/aug/12/barney-ronay-football-managers

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  8. Io non ho gradito l'evoluzione di Malesani: dalla sfrontatezza naif dei bermuda di Firenze è passato ora ad un pedissequo giacca e gravatta...

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  9. intendevo cravatta

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  10. l'allenatore che mi ha fatto più schifo...? senza dubbio Prandelli quando si ostinava impunemente ad indossare quella merda di maglioncino con tanto di dolcevita viola..ogni tanto per le grandi occasioni dolcevita viola sotto la giacca. piuttosto un acetato errea..

    Janos Boka

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  11. Giacca cravatta e... scarpini!

    Serse Cosmi ce l'ha insegnato.

    F

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