domenica 28 agosto 2011

Annotazioni a margine di un abbigliamento estivo

Giovedì sera, guardando la Roma su un canale slovacco trasmesso in streaming, ho visto una cosa decisamente preoccupante per le sorti della squadra per cui - da ex abitante della Capitale - simpatizzo ormai da qualche annetto. Non mi riferisco certo alla partita in sé e all'assurda eliminazione contro una squadra, lo Slovan Bratislava, tanto mediocre da risultare persino difficile da definire; ché, per quanto successo nelle due partite, il copione della doppia sfida sembrava ricalcare quello di una tragedia greca, con un destino deciso cioè da dèi distanti e lontani dagli uomini, sordi a ogni loro lamento e ciechi davanti alle loro opere, cui non sono interessati e che non premiano né puniscono. La Roma ha perduto dunque perché doveva perdere, perché il filo si era esaurito; questo è quanto deciso in ambienti molto altolocati, ove non ha alcuna influenza la commovente passione estiva di un Olimpico piuttosto pieno: lassù, infatti, non hanno ancora avuto accesso le idee rivoluzionarie di un profeta persiano (il quale sostiene che gli uomini verranno ricompensati per le loro buone azioni), perciò la Roma di giovedì è ancora e sempre un'ombra discesa nell'Ade senza sorpresa e senza proteste.
Allo stesso modo, non mi ha colpito la clamorosa imprecisione di Bojan Krkić, perché tutto fa parte del piano; né mi hanno stupito l'immaturità a certi livelli di Viviani o la sorridente sicurezza di Caprari, due facce della stessa medaglia chiamata gioventù.
E non mi ha sorpreso la decisione dell'allenatore di schierare Totti, perché i suoi piedi a Roma e in Italia non ce li ha nessuno, né quella di toglierlo per dare spazio alla potenza di Okaka (che infatti ha regalato a Bojan, semplicemente appoggiando il suo fisico su un difensore slovacco, un bellissimo pallone da sprecare), perché nel secondo tempo si leggeva nell'immobilità del capitano l'età e la mancanza di tenuta.
Però ho notato con sgomento, e mi hanno fatto paura, i pantaloni bianchi leggeri indossati da Luis Enrique, e le scarpe senza calzini: una mise vacanziera, da uomo tranquillo e perfino distratto, da uno che ha in testa pochi pensieri. E non va bene, caro Luis: non va bene perché non sarà un uomo coi pantaloni bianchi a resistere a quell'onda di "Te l'avevo detto io...", "Ma tanto adesso pigliamo...", "Non ha il polso della squadra...", che scorre da sempre nelle cloache della città di Roma e che torna in superficie a ogni passo falso, a ogni sostituzione eccellente, a ogni bivio nel destino della squadra giallorossa, propagandosi nei bar, nei giornali, nelle radio. Quest'onda ha sempre ragione perché sceglie da sé i termini della questione, pone le domande e si fa le risposte, decide i dogmi e vi si nasconde dietro, e chiama col glorioso nome del cinismo romanesco la vigliaccheria di chi alza la testa e affonda il colpo solo quando è trionfante. Caro Luis, hai idee buone, seppure un po' confuse, ma non è con i calzoni bianchi che le porterai avanti, perché allenare la Roma non è stare semiaddormentati sotto l'ombrellone, in attesa solo della fetta di cocco che senti annunciare all'orizzonte; allenare la Roma, caro Luis, è più una materia da scarponi pesanti e pantaloni anti-vipera, perché si va per sentieri ripidi e sassosi in cerca di rare radure.
Buona camminata, Luis, e cambiati i pantaloni.

venerdì 26 agosto 2011

Come distruggere una squadra e far credere che tutto accade per il nostro bene

non è vero che sono ciccione, mamma dice che sono robusto
Vorrei intervenire sulla Roma prima che sia troppo tardi, prima che la corrente delle chiacchiere su Totti, su Lucho, su Tom, sullo Slovan ci porti via. Non ho visto la partita di ieri - ma sì mi sono presentato allo stadio per una birra pre-partita con gli amici - perchè i tifosi della Roma avevano comprato già tutti i biglietti (se non è un record poco ci manca), e perchè la televisione non la dava (d'altronde uno paga solo centinaia di euro all'anno a Sky, perchè dovrebbero farti vedere la partita gratis? Al riguardo si attesti il mio giubilo per le loro lacrime di coccodrillo in seguito all'annuncio dello sciopero dei calciatori che fa saltare la prima giornata di campionato, stanno facendo un pianto greco impresentabile tentando di canalizzare l'odio demagogico dei tifosi della domenica sui calciatori, quando peraltro è evidente che i cattivi sono la Lega e quell'incompetente - cacciato a male parole e senza rimpianti da Confindustria - del suo direttore generale). Non ho visto la partita ma mentre mangiavo una carbonara con i fiori di zucca a Garbatella sapevo tutto, il gol di Perrotta (radio), la rivelazione Josè Angel (messaggio di Nesat), la volontà di Lucho di morire (sempre Nesat), il pareggio e l'eliminazione (gli improperi della proprietaria della trattoria). La questione è più semplice di quello che sembra e la riassumerò nei seguenti termini: UNICREDIT, COME TUTTE LE BANCHE, SONO DEI PIRATI.

La gente, non so perchè, si è illusa che la Roma, pur non avendo sganciato un dollaro (se non a credito dalla stessa banca!) l'abbiano comprata gli americani. Peccato che al momento, pagliacciate tipo-closing a parte, la società è ben in mano ai prodi banchieri nostrani, i quali, come tutte le imprese loro simili, solo cercano il profitto, il lucro, di liberarsene il prima possibile al prezzo più vantaggioso. Tom, Lucho, Pallotta etc. etc. sono dei pupi siciliani, dei personaggi di cartapesta che dureranno il tempo di un cerino. In particolare Lucho è stato chiamato come headhunter o cacciatore di teste, il lavoro forse più spregevole di un mercato del lavoro già ampiamente spregevole di suo. Lo scopo della banca-proprietaria della Roma è uno solo e palese: ripulire la società di tutti i contratti pesanti, alleggerirne i costi per poter avere un "prodotto" più commerciabile. E' strano che non abbiano già pensato (o forse l'hanno fatto) a qualche astruso meccanismo finanziario per farci già un po' di soldi sopra, una bella cartolarizzazione, un bell'equitiy swap, un bel sistema di derivati, magari aiutati da compiacenti law firm romane gestite da sedicenti tifosi della Roma...Regola numero uno: individuare quelli che prendono di più e mandarli via, a prescindere se sono forti o meno, se sono amati dal pubblico o meno, se possono servire al progetto tecnico o meno. E così via Mexes, via Vucinic, via Doni, via Menez, via Riise - tutti stipendi pesanti, senza colpo ferire. E così ecco la guerra - inspiegabile! - a Pizarro, a Perrotta, a Borriello - i prossimi a partire. Chissà quali saranno i prossimi. E così ecco il rinnovo del contratto a De Rossi che, a quelle cifre, non avverrà mai. E così, ultimo capolavoro, ecco addirittura il contrasto con Totti, perpetrato da quel burattino in panchina con una ineffabile e suicida sostituzione. Perchè cosa rimane così? Una squadretta da due lire, con tanti pischelli senza esperienza ma soprattutto con contratti leggeri, un "veicolo finanziario" facilmente collocabile al miglior e soprattutto più gradito offerente (chi non lo so, magari gli allitterati Angelini e Angelucci, ma trovare i mandanti in questa storia è ostico). Ragazzini della cantera (sic), bambini speciali (copyright Nesat, anche se io non sono d'accordo) in prestito, giovani promesse, cavalli di ritorno, vecchie glorie, scapoli e ammogliati, qualche ingenuo. La gente si è illusa che dietro tutto questo viavai di giocatori ci fosse un progetto (ecco la famosa foglia di fico di Sabatini di cui ho scritto mesi fa), ma quando mai!, ma qual è il progetto di dar via Borriello e prendere Osvaldo, di dar via Vucinic e prendere Bojan, di dar via Menez e prendere Lamela, di dar via Riise e prendere José Angel, di dar via Mexes e prendere Heinze, se non quello di abbattere il monte-ingaggi, di pagare di meno, di vendere la società più facilmente? Una società pulita, non tossica, non subprime, giusto? A Luis Enrique e collaboratori quanto danno? Secondo me, meno che al maggiordomo di Villas Boas (che la gente si era bevuta anche questa balla, che Baldini aveva quasi convinto il portoghese...sì, a fare le vacanze a Ansedonia). E se il livello tecnico crolla, e se lo Slovan passeggia sui nostri resti, e se Okaka per Totti è una scelta tecnica che sta in piedi (licenziamento immediato!), ai piani alti della banca - tutti grandissimi tifosi della Roma, of course! - importa un pimiento, come dicono in Spagna. C'è la crisi baby, liberiamoci di questo giocattolo costoso. Ma ripuliamolo prima, spolpiamolo, scarnifichiamolo, liofilizziamolo. Allora io dico una cosa: scherzate pure col fuoco cari amici banchieri, ma mettetevi i guanti. Quando i correntisti si stancano, quando i soldi li portano via dai vostri conti, quando le vetrine si rompono e si imbrattano, non c'è plusvalenza che regga, non c'è fair-play finanziario che regga, non c'è austerity che regga, lì non siamo più tifosi, lì siamo tutti Vallanzasca, e tutto quello che ci state togliendo - e che ci volete togliere - ce lo riprenderemo.

mercoledì 24 agosto 2011

Quel che resta della Serie A

Il mercato estivo ha a dir poco impoverito il nostro campionato. Quel poco di talento che calcava i campi della Serie A ha preso vie ricche e arabeggianti. Su tutti, El Flaco. Ma la lista include Samuel Eto'o, mai forse compreso a Milano per il grande attaccante che è, Menez, gioia e dolore della Sud, e Alexis, volato a potenziare un attacco già nobile. Non voglio passare per disfattista, però credo sia evidente una sonora perdita di appeal del nostro calcio. Rimaniamo nell'attesa incerta. Della riconferma del trio napoletano, dell'irriverenza di Ibrahimovic, delle 4 punte di Antonio Conte e di un progetto americano tanto affascinante quanto molto rischioso in Italia. In ogni caso, sperando che gli ultimi giorni di mercato portino qualcosa, mi lancio in avventati pronostici. ATALANTA: Non vorrei che sei punti di penalizzazione fossero troppi anche per una squadra ben impostata, soprattutto in attacco (Ardemagni, Denis e Gabbiadini raggiungono Tiribocchi e Marilungo). Forse più decisiva ancora potrebbe essere l'assenza forzata del Capitano della storia recente orobica. Insomma, salvezza dura ma non impossibile. BOLOGNA: Bene se Ramirez rimane. Dopo l'ottima stagione dell'anno scorso, la sola perdita delle pedine Britos (che continuo a reputare un buon difensore ma non un ottimo difensore) e Viviano è accettabile. Arrivano Gillet e Diamanti, in difesa la scommessa Antonsson. Di Loria non voglio sentir parlare. Io ci credo. A mercato chiuso inizierò come al solito a parlare di Europa. CAGLIARI: El Kabir nell'attesa che si sblocchi Larrivey. Senza Matri il Cagliari mi par poca cosa. Un discreto centrocampo e una difesa rodata. Niente più. CATANIA: Bella sfida quella di Lo Monaco. Sono curioso di capire quanto vale Montella dopo il bilancio in pareggio a Roma nel post-Ranieri. Certo è che la cessione di Silvestre a certi livelli potrebbe sortire effetti importanti. Bellissimo Suazo là davanti. CESENA: Mercato importantissimo. Mutu (ultima chance per lui, poi sarà Turchia, Grecia o Arabia) e Eder per dimenticare una stagione con il solo Bogdani come punta. Se ne va il talento a fasi alterne Giaccherini. Arriva Martinez. Buon innesto anche quello di Candreva. CHIEVO: Col Chievo è sempre la stessa storia. Ad inizio stagione lo dai per spacciato. A metà campionato hai capito che i clivensi hanno qualcosa in più (poco, ma quanto basta) per sfuggire alla lotta retrocessione. Paloschi come erede di Pellissier ci può stare. FIORENTINA: Nel progetto Corvino-Della Valle mi sono un po' perso. Forse pure loro. E forse anche Montolivo e parecchi altri. Rimpiazzare Frey e Santana non sarà facile. Kharja e Lazzari sono acquisti di basso profilo. Mi aspetto l'esplosione di JoJo, ultimo grande talento rimasto in Serie A. ps: non ci credo che arriva Silva dal City.
GENOA: Troppi nomi che non conosco. Una lista infinita. Punto gli occhi su Rudolf (bene la mezza stagione a Bari). Un grazie sincero per quanto fatto a Bologna e un in bocca al lupo a Malesani. INTER: Estate amara. Arriva Alvarez (non sembra una bufala) ma se ne va una delle migliori punte in Europa. D'altronde, parliamoci chiaro: 20 milioni l'anno sono una proposta che non si può rifiutare. Il dubbio grande è legato all'allenatore. Non vedo l'Inter campione. JUVENTUS: Pare che Marotta abbia incassato rifiuti da mezza Europa. Alla fine ha comprato qua e là, come l'anno scorso. Ha speso tanto e, a mio avviso, male. In tre finestre di mercato salvo solo Matri e mezzo Vucinic. Serve un centrale di difesa (forte, molto forte) a dare il cambio a Bonucci e Chiellini. Davvero Conte giocherà con 4 punte? LAZIO: Lotito quest'anno mi ha convinto moltissimo. Klose e Cissé sono acquisti di prestigio. Cana un buon ricambio. Credo la Lazio farà bene. Mi gioco Klose tra i 15 ed i 20 gol. LECCE: Un mix di esperienza e gioventù. Tra le tante a lottare per non retrocedere. MILAN: La rosa senza dubbio più forte. Mexes è un ottimo ricambio per l'età di Nesta. L'attacco equilibrato e di altissimo livello. L'unico vero ostacolo nella corsa al titolo sarà la Coppa. NAPOLI: Non fosse per Inler, mercato scarso. Il Napoli si riconfermerà, ma non credo possa migliorare il terzo posto della scorsa stagione. Non con Britos e Santana, almeno. Contento se rimane il Pocho. Lo adoro. NOVARA: Dice Gegen che il sintetico dirà la sua. Dico io che far dimenticare il duo Bertani-Gonzalez con Morimoto è impossibile.
PALERMO: E' giusto che uno come Pastore venga ceduto per 40 milioni di Euro. Non è giusto non provare a rimpiazzarlo come si deve. Un campionato a centro classifica attende la città di Palermo. PARMA: Qualche innesto intelligente. Santacroce e Pellè su tutti. Tanto in rosa c'è Hernan... ROMA: Il progetto è sontuoso. La campagna acquisti pure. L'incognita è legata alla piazza. Roma deve far lavorare la Roma. E il Capitano deve abbassare la testa, per una volta. Se giocasse prima punta, Bojan ne infilerebbe 25. SIENA: Secondo me il Siena ha un'ottima squadra. Nomi interessanti e una "titolare" collaudata. Io dico salvezza tranquilla. UDINESE: In Champions Pozzo non ci torna. Mi chiedo: ma perchè Asamoah non lo compra un grande club? E per Isla e Armero che aspettano?

lunedì 22 agosto 2011

20 proposte per migliorare il calcio italiano

prima che andiamo a fondo
Mentre in Parlamento impazza (si fa per dire) la discussione sulle modifiche alla Manovra che ci salveranno dalla crisi (inutile dire che LB compatta - ad eccezione di Bostero, che deve billare - tifa per la crisi e per un sano ritorno al baratto), e mentre in Federcalcio calciatori e presidenti cercano di scongiurare lo spettro dello sciopero della prima giornata di Serie A (gli abbonati in villeggiatura sono tutti con Anima Candida), voglio qui occuparmi di cose molto più serie, e cioè - riprendendo alcune delle idee contenute nell'editoriale dell'ultimo numero di When Satuday Comes - stilare un umile e incompleto catalogo di proposte per migliorare il nostro campionato. Sarebbe bello, alla luce anche dei vostri commenti (favorevoli o contrari alle singole proposte, nonché portatori di nuove richieste), raccogliere le speranze più condivise in un cahier de doleance da mandare ai cosiddetti organi competenti (che tanto si sa che la voce di LB è così autorevole da ottenere udienza in qualsiasi salotto). 
Ecco quindi le mie modeste 20 proposte per rendere il campionato di serie A un luogo più ameno:
1. I giocatori che esultano zittendo con il dito davanti al naso o provocando con la mano sull'orecchio i tifosi avversari devono essere espulsi e squalificati per due giornate. Stessa sorte per chi sbaglia un rigore facendo il cucchiaio.
2. Chiunque avendo più di 14 anni indossi allo stadio il cappello da giullare e/o le enormi mani di spugna deve essere punito con l'allontanamento immediato dallo stadio, il divieto di ritornarci per almeno 3 anni e la condanna, per il tempo del divieto, a lavori socialmente utili (es. animatore in centri per anziani).
3. Tutte le cifre dei movimenti di mercato devono essere rese pubbliche. In particolare, è obbligatoria massima trasparenza sulle commissioni pagate ai procuratori, agli agenti, agli intermediari, etc. Vogliamo sapere quanto guadagnano questi avvoltoi che hanno affarizzato il calcio moderno.
4. Il mercato degli allenatori deve avere le stesse finestre temporali di quello dei giocatori (luglio-agosto e gennaio per la riparazione). Se un presidente caccia il tecnico fuori da questi periodi può solo rimpiazzarlo con un allenatore delle giovanili, con un dirigente, con un giocatore o con la mascotte.
5. I contratti non sono validi se vengono lanciati sopra la porta o infilati sotto la porta nell'ultimo secondo disponibile, come è successo mi pare l'anno scorso (non so con chi).
6. I servizi televisivi che mostrano i fan sconsolati (di solito bambini indifesi) che hanno comprato la maglietta del loro beniamino appena ceduto ad un'altra squadra devono essere vietati e i giornalisti possono essere linciati dai tifosi inferociti. La pena si raddoppia se vengono mostrati i tatuaggi (es. I love Fernando Torres sulla schiena di una casalinga di Liverpool).
7. Josè Mourinho deve essere obbligato dalla Lega Calcio a commentare, in un programma a sua scelta (o se vuole anche su YouTube, da casa sua), la domenica di campionato. Almeno una polemica a settimana dovrebbe essere contrattualmente prevista.
8. Gli scarpini dei giocatori devono essere tassativamente neri. Solo chi ha segnato almeno 10 gol l'anno precedente può indossarli di un colore diverso (possono pensarsi delle scale cromatiche a seconda del numero dei gol). Solo il capocannoniere può indossare gli scarpini d'oro.
9. E' vietato indossare i guanti con la maglietta a maniche corte.
10. I numeri dei giocatori devono riflettere la loro posizione in campo. Sono vietati obbrobbri tipo l'8+1 o il 99. In alternativa - da me ancora più gradita - si deve ritornare ai numeri da 1 a 11, senza nome.
11. Il giocatore che esulta baciando lo stemma della sua squadra sulla maglietta non può muoversi da quella squadra per almeno un anno. La sanzione è cumulativa quindi ad ogni bacio corrisponde un anno di stop.
12. E' vietato esultare indicando il proprio nome sulla schiena, pena l'ammonizione. Tutte le altre forme di esultanza - a partire dal togliersi la maglietta - sono concesse, qualcuna - lo confesso - a malincuore.
13. I giocatori sono obbligati a parlare tra di loro sul pullman della squadra, invece di ascoltare musica con quelle orrende mega-cuffie. In alternativa - se il vicino di posto è antipatico - possono leggere un libro o il presente blog.
14. Non possono essere pubblicate autobiografie di calciatori ancora in attività.
15. Le riprese degli spogliatoi prima delle partite devono essere abolite, così come le interviste a fine primo tempo e la spider-cam.
16. Tutte le partite si giocano domenica alle 3. Punto.
17. Negli stadi è vietato mettere della musica dagli altoparlanti per celebrare un gol.
18. Seguendo l'esempio della Lazio, tutte le squadre devono liberare sul campo il proprio animale ammaestrato prima dell'inizio della partita.
19. I telecronisti non devono lamentarsi nè stigmatizzare le risse in campo. Anzi, non devono proprio parlare, ma lasciarci godere lo spettacolo. 
20. Sky dev'essere espropriata dei diritti sul calcio e estromessa da future aste di vendita. Come garanzia, prendiamo volentieri Ilaria D'Amico in pegno.
Fatemi sapere che ne pensate e buona fine delle vacanze a tutti quelli che, come molti di voi, sono ancora a mollo, con l'acqua alle ginocchia e il Corriere dello Sport unto di panzanella.

giovedì 4 agosto 2011

In morte di un Komandante


In questo blog è stata trattata in diverse occasioni l’inestricabile connessione fra sentimenti patriottici, religiosi e calcistici. Non c'è dubbio, infatti, che il calcio è (anche?) politica. Questo aspetto è spesso grandemente sottostimato (rectius, ignorato) dai media occidentali. Voglio allora tornare sull’argomento per affrontare un caso paradigmatico, in grado di illustrare pienamente le interconnessioni di cui sopra: la vita – e soprattutto la didascalica morte – di colui che era universalmente noto in Serbia come il Komandante. Branislav Zeljković “Zelja”.
Zeljković è stato uno dei fondatori, sul finire degli anni ’80, dei Delije Sever (“Eroi della Nord”, uno dei gruppi ultras più importanti della Stella Rossa). Da questo gruppo sarebbero in seguito provenuti molti dei volontari impiegati durante la guerra civile in Jugoslavia nella formazione di Arkan, la Srpska Dobrovoljačka Garda (le “Tigri di Arkan”).
Il “debutto in società” del gruppo paramilitare avvenne, manco a dirlo, allo stadio. A guerra iniziata da poche settimane, nel corso del derby cittadino contro il Partizan, le “Tigri” appartenenti ai Delije – per l’occasione in tuta mimetica – esposero cartelli stradali di Vukovar e di altre città croate conquistate dall’esercito serbo durante la sua travolgente offensiva. Legittimazione delle “Tigri” sottolineata dai boati rigorosamente bipartisan dello stadio festante e inneggiante alla Grande Serbia.
Il Komandante Zelja (nome di battaglia al tempo del conflitto), a dirla tutta, aveva già compiuto spericolate imprese negli stadi della Federazione prima di imbracciare il fucile. Si recò, ad esempio, in trasferta solitaria a Pristina, sostenendo la Stella Rossa dentro uno stadio gremito di inferociti supporters kosovaro-albanesi. L’episodio serve a dimostrare come le linee di frattura etno-religiose che avrebbero portato alla disgregazione della Jugoslavia fossero già pienamente visibili nella “geopolitica” del tifo organizzato, con le rivalità fra opposte fazioni calcistiche a far da cartina di tornasole dello stato delle relazioni fra i diversi gruppi etnici.
In un’intervista concessa pochi mesi prima della sua dipartita, il paramilitare aveva spiegato come non fosse stato il nazionalismo la molla che lo aveva portato a partecipare al conflitto, ma il calcio. Ulteriore conferma della inscindibilità dei legami fra sport e politica, dove l’uno è metafora e immagine dell’altra e viceversa. Ancora, Zelja aveva chiarito di non esser andato in guerra «contro i Croati, ma contro gli Ustascia». Definizioni vecchie di 60 anni, che ancora persistono nelle raffigurazioni collettive dei Paesi dell’area balcanica. A titolo di esempio, l’energumeno immortalato nell’atto di tagliare recinzioni durante la partita di calcio Italia – Serbia a Genova indossava una maglia con scritto Cetnici della nord. Il tifo organizzato trae la sua forza anche dalla ritualizzazione degli eventi bellici, rappresentati allo stadio con cadenza settimanale.
Eppure, il dato che meglio ci permette di comprendere il significato della figura del Komandante è proprio la sua prematura scomparsa. Migliaia di persone in corteo, precedute dai vertici societari della Stella Rossa, hanno intonato canti patriottici e – come da testamento – hanno concluso la celebrazione con solenni bevute. Poche settimane dopo, Zeljković è stato ricordato dai sostenitori della Stella Rossa tramite un’enorme coreografia allo stadio che lo ritraeva ieraticamente in divisa, sguardo mistico e Kalashnikov al collo, alla stregua di una Icona medievale riveduta e corretta.
Qual è il confine del tifo organizzato? Dove inizia il territorio della politica? Come distinguere i due ambiti? Sono certo che a queste domande il nostro Komandante avrebbe saputo dare risposta.

lunedì 1 agosto 2011

Breve inno alla palletta di spugna

Con la palletta di spugna giocavamo tutto l'anno quando eravamo alle elementari, in camera mia o nel corridoio che portava alla cantina del mio compagno di classe Roberto. In realtà più che alla cantina quel corridoio portava a casa sua, visto che viveva accanto alle cantine (il padre era il portiere dello stabile). Ma le sfide più belle le facevamo da me, lui si metteva davanti all'armadio (che era la porta), io lanciavo la palletta di spugna contro il muro e poi la colpivo al volo, di testa o di piede, spesso lanciandomi all'indietro sul letto. Giocavamo tutte le settimane perchè tanto abitavamo uno di fronte all'altro e non c'era bisogno che i genitori ci accompagnassero. Ogni tanto veniva anche Andrea e a quel punto la cosa si complicava perchè non è che ci fosse così tanto spazio in camera mia, finiva che si giocava a turno e intanto l'altro si faceva una partita al Nintendo 8-bit. A me piaceva moltissimo fare le acrobazione, cercavo di far rimbalzare la palletta sul muro con la giusta potenza, in modo da avere il tempo di avvitarmi e colpire la sfera in aria; Roberto era un portiere straordinario, dotato di riflessi felini, nonchè inventore di una particolare parata sul modello del bagher. Ovviamente ogni gesto atletico veniva accompagnato dalla telecronaca della partita, non si contano le partite che la Roma ha vinto in camera mia.

Alle ginocchia avevamo delle toppe incredibilmente belle, bleu su bleu, sui pantaloni che indossavamo anche per fare ginnastica a scuola. Ogni tanto capitava di colpire qualche oggetto, in particolare i pupazzetti degli ovetti Kinder che stavano sulla mensola sopra la televisione, ma la cosa bella della palletta di spugna era che non rompeva nulla, era gentile anche quando veniva scagliata con forza. Dopo un po' poteva capitare che fosse la palletta stessa a rompersi, si inizavano a staccare dei pezzi, e a quel punto bisognava cambiarla. La cosa peggiore era se finiva nelle fauci di un cane, come succedeva a me con i cani del giardino sotto la mia finestra, se la palla finiva lì la partita era bella che finita. 

Il non plus ultra era una palletta non di spugna, ma gonfiabile, che si trovava solamente al carissimo negozio L'Albero di via Castellini (oggi il negozio c'è ancora ma è all'inizio di viale Romania). Praticamente si comprava una palletta sottovuoto, e bisognava gonfiarla con una specie di cannuccetta che veniva con la confezione. L'odore del materiale del pallone, che ignoro, era buonissimo, e la consistenza era immigliorabile, perchè era leggera ma non volatile. L'unico problema è che si rompeva presto, non durava molto. Dubito le producano ancora.

Non so se oggi, nelle camere da letto e nei corridoi delle cantine delle case medio-borghesi dei Parioli, i ragazzini giocano ancora con la palletta di spugna. Temo di no. Probabilmente "giocano" a Wii, che di fatto simula la nostra simulazione con la palletta di spugna, oppure non giocano affatto, limitandosi a premere i tasti del joy-stick della Playstation. E' un peccato perchè a me sono servite molto le cose che ho imparato con la palletta di spugna, tutte le acrobazie con cui negli anni ho deliziato i miei compagni di tedesca sul bagnasciuga o sul prato vengono da lì, per non parlare dei movimenti in area di rigore quando arriva il cross (le sfide con la palletta di spugna erano un susseguirsi infinito di cross dal fondo, avevo addirittura insegnato al muro a crossare ad effetto). Per questo ho voluto dedicare questo breve inno alla palletta di spugna, e a tutti quelli che si auto-crossavano la palletta facendo sponda con il muro.