mercoledì 18 maggio 2011

Italo Che Fece L’Italia – Uno sceneggiato televisivo (Parte 3)

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EPISODIO VI
BUDAPEST: SOTZI E I SUOI FRATELLI
Nella Coppa Campioni 1964-65 la storia si ripete.. L’Inter all’inizio è un carroarmato sovietico: in attesa di prendere Praga tritura la Dinamo Bucarest (6-0, 1-0) e i Ranger Glasgow (3-1, 0-1), ma poi si arresta bruscamente sulle rive del Mersey accartocciandosi sull’1-3 contro la resistenza trozkista del Liverpool di Shankly.. Figura archetipica del calcio britannico, Bill Shankly è figlio di minatori che grazie al calcio esce dalla povertà ma non dalla dimensione della dignità umana propria della working class.. Ha appena portato il Liverpool dalla seconda divisione al titolo che mancava da 17 anni e, con un manipolo di ragazzi sottoproletari del vivaio del Merseyside, due coglioni grandi così ed una inarrivabile lungimiranza tattica, sta gettando le basi di uno dei più bei capolavori della storia dell’arte calcistica: quel 3-1 all’Inter ad Anfield ne è l’incipit, o almeno avrebbe dovuto esserlo.. Siccome dall’altra parte del tabellone il Benfica si sbarazza facilmente degli ungheresi del Gyor, tutto fa propendere per una finale di Coppa dei Campioni tra le città portuali di Liverpool e Lisbona: estremo occidente d’Europa da cui secoli prima erano salpati i primi macellai della democrazia da esportazione sotto l’egida della chiesa e del capitale.. Ma nella successiva finale di San Siro i discendenti di Vasco Da Gama, Pedro Alvares Cabral e Fernão de Magalhães non se la vedranno contro i pronipoti di Humphrey Gilbert, James Bruce e James Cook.. Nella semifinale di ritorno infatti l’arbitro spagnolo Jose Maria Ortiz de Mendibil fischia a senso unico e l’Inter ribalta il risultato dell’andata di Anfield vincendo 3-0..
A fare sorgere il sospetto che qualcosa non quadri sono i primi due gol della compagine nerazzurra: il primo, di Corso, è una punizione a due battuta direttamente in porta e convalidata; il secondo, di Peirò, viene realizzato sottraendo il pallone al portiere dopo che quest’ultimo ha fatto i classici tre palleggi prima del rinvio.. se in quest’ultimo può esserci responsabilità dell’estremo difensore, va però detto che nel parapiglia che si scatena dopo l’assegnazione del gol i giocatori del Liverpool praticamente prendono a calci l’arbitro.. ma De Mendibil, chissà perché, accetta cristianamente improperi e sberle e porge l’altra guancia.. Evidentemente qualcuno gli ha assicurato il paradiso: in terra.. A confermare i sospetti, è comunque la direzione della gara in generale - “Non ci diede né un fallo né una rimessa laterale a favore” ricorda il mitico Shankly nella sua autobiografia.. E sono due semifinali su due passate grazie ad arbitraggi compiacenti.. E sono due Coppe dei Campioni consecutive - la prima doppietta nella storia del calcio italiano - visto che poi nella finale di Milano l’Inter batte 1-0 il Benfica con gol di Jair al 42’..
E ritorniamo così a quel 20 aprile 1966.. giorno della terza semifinale in tre anni che l’Inter disputa in Coppa Campioni: la famigerata semifinale di ritorno tra Inter e Real Madrid dopo che gli insopportabili bianchi monarchici hanno vinto 1-0 all’andata.. Ritorniamo a Budapest, a dieci anni di distanza dall’ingresso dell’Armata Rossa sovietica in città.. (quando all’interno del PCI nacque un dibattito che vide gente come Pietro Ingrao dissentire dall’incubo tecnocratico, intellettuali come Italo Calvino dimettersi per disgusto dal partito e grigi burocrati fedeli alla linea come Giorgio Napolitano appoggiare i macellai e condannare come controrivoluzionari gli insorti ungheresi.. Inutile chiedersi chi di questi tre sia oggi l’undicesimo Presidente della Repubblica Italiana e l’erede dei gloriosi valori risorgimentali del nostro paese..) E a Budapest leggiamo il racconto che fa l’arbitro ungherese Vadas nel libro Only The Ball Has A Skin di Borenich sulla semifinale di ritorno tra Inter e Real Madrid che ebbe luogo dieci anni dopo l’invasione sovietica dell’Ungheria.. “Nei giorni precedenti alla gara il faccendiere Sotzi non ci mollò per un secondo, venne nella nostra camera d’albergo e fece a me ed al guardalinee un’offerta in dollari di una tale portata che avremmo potuto comprarci cinque Mercedes nuove, in cambio voleva che arbitrassimo a favore dei nerazzurri (…) Il giorno stesso della partita poi, fummo invitati a pranzo nella villa di Imbersago appartenente al presidente dell’Inter Angelo Moratti. Accolti con tutti gli onori, a me e al mio guardalinee fu fatto dono di un orologio d’oro. Poi, durante il pranzo, ci disse che Sotzi ci avrebbe regalato, come gesto di cortesia, una televisione e altri elettrodomestici..”
Questa è tentata corruzione, ma l’arbitro Vadas non è un burocrate integralista figlio del PCI e pronipote della Chiesa Cattolica come il nostro amato undicesimo presidente, e perciò non ci sta: e dice no, e fa sentire la sua voce in dissenso senza preoccuparsi delle magnifiche e progressive sorti del Partito.. E quella sera del 20 aprile 1966 a San Siro decide di arbitrare secondo le regole dell’etica leninista, non secondo i vantaggi della contingenza krusceviana.. E il Real, che all’andata aveva vinto 1-0 (Pirri al 12’) va subito in vantaggio con Amancio dopo 20 minuti.. E così, durante l’intervallo, negli spogliatoi succede il finimondo, Sotzi passa dalle offerte in denaro alle minacce, ma Vadas non ascolta e la partita finisce 1-1.. L’Inter è eliminata.. La mattina dopo, all’alba delle cinque, quando su Budapest il grigio fetore di quella che fu la gloriosa Armata Rossa sovietica rende ancora più tetra una lattiginosa alba di speranze svanite, Sotzi telefona al capo della federcalcio ungherese Honti.. Al suo ritorno a Budapest, dopo un faccia a faccia con Honti, Vadas sarà impossibilitato a continuare la carriera di arbitro.. Altri, come abbiamo visto, in Italia ed in Ungheria, continueranno la loro spettacolare carriera, politica e calcistica.. Bronte delenda est, e chi la rase al suolo oggi è un eroe..
EPISODIO VII
TORINO: VIVA V.E.R.D.I. (Vittorio Emanuele Re Di Italia)
E’ il 1970.. Anno di albe e di tramonti.. Dopo avere guidato l’anno prima il paese alla rivolta contro la monarchia di re Idris, il lungimirante Muammerd Abu Minyar al-Qaqafi, altrimenti noto come Gheddafi, già Guida della Rivoluzione assume l’oneroso compito di primo ministro della Libia avviando la nazionalizzazione dei pozzi petroliferi.. E’ l’alba della nuova via, quella che cerca di coniugare socialismo rivoluzionario e panarabismo anticolonialista.. E’ il 1970.. Anno di albe e di tramonti.. Dopo essersi riempiti le tasche di gettoni d’oro canticchiando di pace ed amore, quattro ragazzotti deficienti di Liverpool annunciano lo scioglimento del loro gruppo musicale.. E’ il tramonto di una delle migliori operazioni marketing della storia ed è l’alba, in Occidente, del target socioeconomico del gggiovane.. E’ il 1970.. E l’Italia non capisce se sia più fastidioso il rumore del Chi Non Lavora Non Fa L'Amore di Mori & Celentano che trionfa a San Remo o il sibilo dei proiettili delle neonate Brigate Rosse che trionfano negli uffici dei Servizi Segreti.. E’ il 1970.. E bellissimo e furbissimo come sempre, abbronzato e benvestito, il nostro dandy postrisorgimentale approda alla corte di un altro dandy ugualmente abbronzato e benvestito ma un po’ meno bello e molto meno furbo: l’Avvocato Agnelli.. E’ il 1970.. E dopo avere impersonato il Principe per come Machiavelli ce lo racconta, facendo della corruzione la più sublime delle arti nella gestione del potere della res publica, Italo Allodi capisce che, se vuole fare l’Italia come il suo nome gli impone, deve trasferirsi nella città che poco più di cento anni prima ha pianificato, unificato ed imposto l’Italia al resto del paese.. Torino..
Il passaggio però non può essere diretto, le due società sono storicamente nemiche: a Milano bruciano ancora le umiliazioni causate dalle decisioni prese in favore dei bianconeri dall’ex presidente federale Umberto Agnelli; a Torino urtano ancora le manovre di controffensiva ideate da Italo Allodi per sottrarsi a quel potere bianconero ed eclissarlo, arrivando a dominare in Italia e nel mondo.. Ci vuole una pausa, urge un diversivo.. E così, dopo avere lasciato l’Inter nel 1968, Allodi si fa nominare dirigente federale al seguito della Nazionale italiana durante gli Europei disputatisi sul suolo patrio.. Sarebbe inutile ricordare che quell’europeo lo vincemmo, primo titolo conquistato a quarant’anni di distanza dai fascistissimi mondiali, grazie solo e solamente ad Allodi: altro che Valcareggi, altro che Riva, Anastasi e Domenghini.. Sarebbe impietoso ricordare che in semifinale sconfiggemmo l’Unione Sovietica solo grazie ad una monetina, e che la ripetizione della finale contro la temibile Jugoslavia (la prima partita era terminata 1-1 con reti di Dzajic e Domenghini) ci vide trionfare 2-0 (Riva all’11’ e Anastasi al 32’) grazie ai buoni uffici dell’arbitro José Maria Ortiz De Mendibil, lo stesso arbitro della chiacchierata semifinale vinta dall’Inter contro il Liverpool.. Sarebbe crudele nei confronti del calcio italiano.. Sarebbe spietato.. E allora soprassediamo, e ci concentriamo sul fatto che nel 1970, anno di albe e di tramonti, tramonta l’epoca dell’Italo nerazzurro e sorge l’alba dell’Italo bianconero..
Allodi è chiamato alla corte sabauda della famiglia reale degli Agnelli per officiare l’ultimo rito del pallone: trasformarlo in spettacolo.. La Juve, come sempre all’avanguardia nella mitopoiesi del calcio, vuole allestire una squadra composta da italiani provenienti dai quattro angoli della penisola, cosicché qualsiasi operaio deportato (pardon, emigrato, siamo in democrazia..) dal profondo sud a Torino per essere sfruttato a sangue nelle catene di montaggio della Fiat abbia un conterraneo in maglia a strisce bianconere da su cui proiettare i propri desideri di rivalsa sociale.. E’ una grande rivoluzione semiotica nel linguaggio delle affettività.. Al proletario che ogni mattina si sveglia oppresso dalla fatica dell’industrializzazione, assordato dai cingoli della produzione meccanica, abbagliato dalle luci dei turni di notte della fabbrica e schiacciato dalla insostenibile pesantezza della nebbia padana, è permesso trasferire i desideri umani di libertà e di appartenenza, così come le dinamiche sociali di fatica e ricompensa, non più all’intera squadra.. ché ne sarebbero potute sorgere derive di stampo comunista.. quanto all’immagine proiettata su di lui dal singolo calciatore della squadra: quello proveniente dalla stessa regione, magari dal paesino limitrofo.. Alla nuda vita del proletario meridionale deportato nelle fabbriche concentrazioniste del nord, spogliata di ogni dignità politica, viene offerta in sacrificio l’identificazione con il conterraneo.. A questo serve il calciomercato negli anni settanta: a costruire una mappa mosaico che rappresenti tutto il territorio del calcio italiano.. E nell’Italia degli anni settanta, Italo Allodi lo sa bene, la mappa è ancora il territorio..
EPISODIO VIII
VERONA: GIULIETTA E’ UNA ZOCCOLA
E’ il 1970.. E lo juventino Italo Allodi, già incoronato re del mercato nei suoi anni interisti, si presenta all’Hotel Gallia di Milano, storica sede del calciomercato, con un sorriso e una parola buona per tutti.. E’ amato, servito e riverito da colleghi, amici, nemici, avversari, coinquilini e affittuari.. incuranti che le strette di mano del bel dandy postrisorgimentale siano letali come il morso della vipera.. La sua prima mossa è mozzare la mano che fino a ieri gli aveva dato il pane, un gesto teatrale con cui l’ex playboy di Suzzara recide ogni cordone ombelicale col passato.. Strappa all’Inter la bandiera Picchi, l’indomito capitano livornese che per decenni aveva incarnato lo spirito della Grande Inter di Herrera, per affidargli la panchina della Juve.. Poi pesca sulla colorata mappa-territorio del Risiko italiano Zoff, Scirea, Causio, Gentile, Spinosi e Cuccureddu.. E in un paese in cui fuori dai locali pubblici del profondo nord venivano apposti cartelli recanti la scritta “vietato l'ingresso ai cani ed ai meridionali”, le mille sfumature dei colori del melting pot mai progettato e dell’integrazione mai realizzata virano in un triste e juventino bianco e nero..
Raffinato giocatore sulla scacchiera geopolitica, Allodi rifila alla Roma il trentacinquenne Del Sol e i casinari Zigoni e Vieri in cambio del giovane Capello, provocando così una delle tante rivolte di piazza capitoline eterodirette per (s)favorire un passaggio di proprietà a livello societario.. A farne le spese quella volta fu il presidente Marchini, en passant figura di rilievo del PCI: e agli occhi della Fiat questa mossa del loro nuovo dirigente, acchiappare Capello e liquidare un comunista, vale doppio.. Italo Allodi in nemmeno un anno ha già in mano i destini della squadra del padrone d’Italia.. Come nemmeno Talleyrand, che passò dall’organizzare la rivoluzione a realizzare la restaurazione senza battere ciglio e senza che il famoso battito d’ali della farfalla potesse avere luogo, il grande burattinaio Italo attraversa indenne l’autostrada A4 (Milano-Torino) del potere calcistico riuscendo a tenere sempre in mano i fili del potere..
Ma a differenza che nella provinciale e borghese Milano, nella regale ed operosa Torino certe (brutte) cose si fanno di nascosto, forte è l’impronta anticlericale e luterana dei vizi privati e delle pubbliche virtù.. E così, nonostante quella sia la Juve di Allodi, a Torino si premurano di farla apparire la Juve di Boniperti (vedi la leggenda dei suoi famosi contratti fatti firmare in bianco..) Ecco perché oggi del periodo juventino di Italo che fece l’Italia preferisce non ricordarsene più nessuno, e i meriti della costruzione di quella squadra fantastica vengono attribuiti al Boniperti Giampiero (altrimenti soprannominato affettuosamente Marisa dai compagni di spogliatoio) quando invece il lavoro è tutto suo.. E’ infatti sempre Allodi, dopo la prematura morte di Armando Picchi nel 1971, che chiama sulla panchina della Juve quel Cester Vyckpalek - sempre lui, lo zio di Zeman che a Mantova lo prendeva in giro per le rimesse laterali sbagliate - e getta le basi della Juve che dominerà negli anni ’70 e ’80.. E che intanto vince due scudetti.. Nel 1972 dopo un entusiasmante testa a testa quadricefalo con Milan, Torino e Cagliari.. Nel 1973 grazie alla shakespeariana fatal Verona.. quando il Milan perde lo scudetto all’ultima giornata venendo sconfitto 5-3 dagli scaligeri con un arbitraggio discutibile di tale Concetto Lo Bello e il titolo finisce alla Juve di Italo Allodi.. E siccome la storia, i nomi, le date e i luoghi si ripetono e si sovrappongo sempre tante, troppe volte nel nostro racconto, sarà bene ricordare che nel 1990, 27 anni dopo, accade un’altra fatal Verona.. Il Milan capolista perde lo scudetto all’ultima giornata venendo sconfitto 2-1 dagli scaligeri con un arbitraggio discutibile di tale Rosario Lo Bello (ca va sans dire, figlio legittimo di Concetto Lo Bello) e lo scudetto finisce al Napoli di Luciano Moggi (ca va sans dire, figlio illegittimo di Italo Allodi).. Nemmeno l’immenso Shakespeare avrebbe potuto immaginare una tale tragedia famigliare: né tantomeno ambientarla in quel di Verona..
I riferimenti a persone, luoghi, eventi, aziende, istituzioni esistenti sono da considerarsi esclusivamente occasioni narrative e vengono qui utilizzate solo in quanto repertorio di un immaginario condiviso..

3 commenti:

  1. Il pezzo è stupendo Zio, davvero un'epopea straordinaria.
    Geniale l'idea di Allodi di creare una juve meridionale capace di garantire l'immedesimazione della classe operaia.
    Un po' come nel cinema anale di parenti dove c'è sempre un comico del nord, uno romano e un meridionale.

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  2. Davvero zio, questo tuo Kalevala calcistico lascia a bocca aperta, locale e universale, senso della vita e della morte, altro che Terence Malick, la Palma d'oro dovrebbero dartela a te...spero proprio che un giorno questo tuo sceneggiato sia davvero portato sullo schermo.
    Mentre leggevo mi sono ricordato di uno Sfide che avevo visto tempo fa sulla grande Inter delle due coppe Campioni, diciamo che lì si sono dimenticati qualche dettaglio...
    Francamente inquietante anche la coincidenza con l'europeo vinto dall'Italia (che la monetina avesse due teste?), ma in tempi di centocinquantesimi e duegiugni non possiamo che essere patriottici e non credere alle tue insinuazioni.
    Infine le tue parole su Napolitano andrebbero scolpite all'ingresso delle sedi del PD...

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  3. una volta aspettavo smanioso l'uscita di Cronaca Vera....oggi no...oggi aspetto lo sceneggiato dello Zio......

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