mercoledì 11 maggio 2011

Imparare dal Derby

Speculatori
(nella foto, il patron del Derby County, l'americano Tom Glick)
Capita delle volte nella vita che uno viene a contatto con una parola, un argomento, una persona di cui fino a quel momento non si era mai interessato – magari addirittura ne ignorava l’esistenza – e poi, a partire da quel momento, ne diventa inseguito, accerchiato, ossessionato. A me sta succedendo con l’idea che gli imprenditori americani che investono nel pallone - in primis nella Roma - siano in realtà dei sòla.

È con grande apprensione allora, perché tra le righe scrutavo i colori giallorossi, che ho letto un articolo su When Saturday Comes in cui si racconta dei danni che gli yankees hanno fatto al Derby County (il titolo del pezzo è “Losing pride”, un gioco di parole con il nome dello stadio dei Rams, il Pride Park Stadium). A occhio e croce se qualcuno pronuncia la parola derby in mia presenza, prima di arrivare con la mente alla squadra delle East Midlands, penso a un mucchio di altre cose, nell’ordine: la stracittadina con la Lazio, un succo di frutta dell’infanzia, un locale milanese in cui si esibivano i comici, l’unica città che avevano offerto come destinazione Erasmus al mio amico Andrea, Brian Clough. Il Derby County, che si è appena salvato in Championship anche grazie a capitan Robbie Savage ed è allenato da Nigel Clough, figlio di Brian (che quando lo allenava lo chiamava semplicemente “number nine”), in realtà è un club storico – è stato uno dei dodici membri fondatori della Football League nel 1888 - e meriterebbe molto più rispetto. Non solo il mio, ma anche quello degli attuali proprietari. Mi spiego.

Un tempo – e forse ancora, in qualche zona remota dell’universo calcistico – essere proprietari di un club di calcio era soprattutto una questione di prestigio (locale o mondiale, a seconda del tipo di club). Un buon investimento di immagine per il macellaio o il palazzinaro locale per farsi conoscere nel paese natio, rimediare qualche buon contatto per il futuro e in generale godere di un quarto d’ora di fama ben ventilato, alle redini della squadra del cuore. Tutto tranne un investimento profittevole dal mero punto di vista economico. Al contrario, oggi, se ben gestito e magari portato più in alto della posizione in cui era stato preso, con la vendita di un club si corre anche il rischio di ricavarci un certo guadagno. Pura speculazione, insomma. Era quello che pensavano gli americani della General Sports and Entertainment (GSE), oscura società dietro cui si nasconde la tipica cordata di amici ricconi cresciuti con il sogno americano nel taschino della camicia a maniche corte.

Nel gennaio 2008, data dell’acquisizione da parte della GSE, il Derby aveva un discreto potenziale: giocava in Premier League, e poteva contare su  più di trentamila spettatori a partita (diciottomila solo gli abbonati), strutture sportive di primo livello e un manager ambizioso come Billy Davies che aveva ottenuto la promozione dei Rams l’anno precedente. Gli americani arrivano per rendere il Derby una realtà stabile della Premier e ovviamente, un vero classico!, "rafforzare il brand del club nel mondo" (alla faccia dei succhi di frutta e dei locali milanesi). I tifosi, tra un fish&chips che si squaglia in mano e l'ultimo pezzo degli Arctic Monkeys fischiettato andando allo stadio, sognano acquisti di grido e tour estivi in Giappone. Peccato però che gli americani non caccino una sterlina per rinforzare la squadra e quando il mister glielo fa notare decidano di cacciarlo e di rimpiazzarlo con Paul Jewell. Quella stagione è rimasta nella storia perché il Derby ha battuto tutti i record negativi: tra gli altri, quello di retrocessione più veloce (a marzo!), quella di minor numero di punti realizzati e, ex aequo con il Loughborough (che aveva raggiunto lo stesso risultato 108 anni prima), quello di aver finito il campionato con una sola vittoria (non voglio sapere contro chi). Sono lontani, insomma, gli anni in cui al Pride Park Stadium spopolavano Ciccio Baiano (giocatore dell’anno nella stagione 1997-1998) e Stefano Eranio. Sono ancora più lontani gli anni magici di Brian Clough, i due scudetti degli anni settanta, le scorribande europee. A ricordarli, solo una statua e qualche curry house fuori dallo stadio.

L’anno del ritorno in Championship la squadra viene affidata al piccolo Clough ma le cose non cambiano. Di fronte all’inerzia della proprietà, la rosa si spolpa anche quantitativamente (i migliori sono già tutti scappati), tant’è che spesso il povero Nigel non ha abbastanza giocatori da portare in panchina. Se mancassero anche le magliette sembrerebbe di stare in un film di Ken Loach. Clough fa di necessità virtù reclutando un po’ di giovanotti in giro per le serie inferiori ma il salto di qualità ovviamente non arriva e, anche in Championship, il Derby County, orgoglio di duecentocinaquantamila anime, naviga a vista. Intanto il Tom Di Benedetto del caso, tale Tom Glick (anche lui sicuramente acclamato nel Testaccio di Derby al suo arrivo), assicura che il loro obiettivo è di rendere il club forte dal punto di vista economico, privo di debiti e con una rosa maneggevole e determinata. Peccato però che nessuno voglia venire a giocare a Derby, visto che pagano meglio anche in puntini sulla mappa come Scunthorpe e Doncaster, dove peraltro i bianconeri scagliano con regolarità. I tifosi iniziano così a domandarsi se era questo quello che gli americani intendevano quando parlavano di rendere il brand della squadra conosciuto in tutto il mondo...

Il Derby esce dalla coppa con il modestissimo Crawley e Clough, non si sa se per fare un complimento ai vincitori o giustificare la sconfitta, dichiara in conferenza stampa che i suoi giocatori guadagnano la metà degli avversari. Praticamente i proprietari americani trattano i giocatori del Derby come i lavoratori della Chrysler, e piano piano smantellano la squadra - e la storia. Clough, come il padre, è un idealista, non rompe le scatole, fa il suo lavoro e lo porta avanti fino in fondo, e al di là della campagna acquisti e della busta paga non abbandona la nave. La squadra ha sempre meno debiti ma fa anche meno investimenti. Qualsiasi altro allenatore sarebbe saltato sulla sedia davanti ad un affronto di questo tipo. Il padre, in questo meno idealista, se li sarebbe mangiati vivi. 

La questione è inquietante, anche dal punto di vista logico, perché se è evidente che l’obiettivo degli americani – fallita la speculazione – è quello di vendere al primo offerente (a chiunque, anche a Marisa Laurito), e che per attrarre compratori è importante che non ci siano debiti e che i conti siano a posto, è altrettanto evidente che un salto nel buio di due serie (come quello che ha rischiato di fare anche quest’anno) sarebbe una mazzata per ogni pretesa di vendere “bene”. Basti pensare che negli ultimi sei mesi c’è stato un crollo di oltre seimila spettatori. Qualcosa è andato storto, avranno pensato i geniali analisti della GSE, cercando sul loro iphone un nuovo business in cui investire (qualunque business, anche un agriturismo in Molise). 

L’articolo si conclude con una riflessione che poi è quella che ha spinto queste mie brevi note, dal momento che - è noto - non riesco a togliermi di dosso un certo scetticismo (uso un eufemismo) di fronte all'avanzata di questi poco credibili "americani a Roma". Oltre a evidenziare che questi proprietari assenti prendono dal club più di quello che investono, il brutto di questa storia è che non si riesce a capire cosa dovrebbe motivare questi personaggi a mantenere il controllo di un club - neanche a dire a gestirlo bene - che, per loro colpa, è in caduta libera. Non ci sono guadagni né di breve né di lungo periodo, così come mancano tutti gli aspetti positivi di guidare un’operazione di successo (non mi riferisco ai successi sportivi, o al tifo, che è completamente assente da questa storia, ma alle gioie imprenditoriali). Ogni settore del club è in uno stato peggiore di quello in cui era quando la GSE è arrivata (tre anni fa, non trenta), ed è più probabile che continui a peggiorare piuttosto che a migliorare. A meno che, ovviamente, non arrivi il buon vecchio macellaio o palazzinaro locale che mandi indietro il nastro e faccia le cose "come si facevano una volta".

6 commenti:

  1. Senza i capitali stranieri sembra difficile che una squadra possa competere con l'Inter e con il Milan.

    Spero tanto che gli imprenditori americani, digiuni di calcio italiano, sappiano avvalersi dei giusti collaboratori per far sposare i loro legittimi interessi con quelli di una grande piazza come Roma. Compito molto arduo, in effetti.

    Certo che se c'è qualità di giocatori lo scudetto in riva al Tevere può tornare, basta non pretendere di vincere, tutto subito e sempre. Il sogno americano (vedi il cinema soprattutto) racconta altri tipi di storie...

    RispondiElimina
  2. Nutro anche io qualche dubbio su questi americaniromani, però se le voci (che ormai sembrano siano divenute certezze)di avvelersi di collaboratori ben rodati diventeranno fatti le basi su cui costruire sarebbero più che ottime. Baldini e Sabatini rapresentano, senza dubbio, quanto di meglio il mercato possa offrire e una accopiata tra le migliori sul panorama italiano e non.
    Diciamo che meglio di così non si poteva iniziare (se i nomi saranno confermati, è ovvio!).
    Certo due galli in un pollaio dovranno riuscire a coesistere... ma se ci riescono e se i soldi girano....
    Pensare poi che sti tipi, dai nomi rubati ai film di Scorsese, arrivino a Roma per buttare i soldi è tutta un'altra storia che mi sembra pura utopia... io comunque credo in questo progetto! e ci spero!

    RispondiElimina
  3. Secondo me il problema è dato anche, anzi, soprattutto, dalla situazione che i Sensi hanno lasciato a Trigoria. L'articolo di Repubblica era abbastanza illuminante al riguardo anche se noi che per questa squadra facciamo il tifo sappiamo alla perfezione qual è la situazione.

    il lease-back di Trigoria, il marchio svuotato, i contratti rinnovati solo ai calciatori a fine carriera e non a Mexes, i papponi, le pendenze, gli stipendi al presidente da parte di una squadra che si autofinanzia, l'affaire adriano, la questione sui diritti televisivi, l'amico Adriano Galliani, il gentleman Moratti. Qualcuno ci deve delle spiegazioni.

    RispondiElimina
  4. Le spiegazioni potreste chiederle a coloro che hanno commissionato l’articolo ad orologeria contro la Sensi.. Perché non anni fa? Quando forse qualcuno con più soldi (fatti come lasciamo perdere..) come Soros stava acquistando il club? Forse perché da un asset in perdita la società madre e i loro manager ci possono anche guadagnare, e allora meglio non disturbare il fantoccio di turno che la manovra.. Finchè non arriva un Fantocci(o) ancora più scemo.. in classe economica dagli States e senza manco il Filini ragionier redentore di turno..

    Allora che forse gli speculatori invece che gli americani siano quelli che gliela stanno vendendo? Magari giocando sugli interessi del debito che gli stanno rifilando? Insomma, comunque andrà a finire con quell’ometto in maglioncino scolorito color albicoccamarcia / salmone, sarà il tifoso della Roma a prenderla sonoramente nel culo.. E non sarà la somiglianza di zio Tom con Massimo Boldi a rendere più lieve questa allegra scenetta di pura comicità anale.. a meno che non stiano preparando come prossimo cinepattone Natale all’Olimpico..

    PS. Se servissero le capitali straniere per poter competere con Inter e Milan sarei felice di regalare un mappamondo a colori a ogni presidente di Serie A..

    RispondiElimina
  5. Bravo Dionigi a pescare il peggio nei meandri della Premier, però credo anche che lo scenario sia diverso e che eventualmente debbano essere prese in considerazione altre realtà filoamericane (Man Utd, visto che da quelle parti i soldi fioccano).

    Il futuro della Roma secondo me sta nel mezzo.
    Non mi aspetto una gestione alla Abramovich nè una alla Glick.
    Velocità di crociera, qualche nome e pochi trofei. Insomma, una gestione alla De Laurentis o Della Valle. Non credo, insomma, che Tom sia un tipo alla Porcedda, una bufala.
    Su Sabatini/Baldini assolutamente concorde.

    RispondiElimina
  6. non chiedeteci perchè ma tutti i commenti a questo post sono misteriosamente spariti...è un paio di giorni che quelli di blogger bevono più borghetti di noi...o forse semplicemente dietro a blogger c'è tom glick...

    RispondiElimina