lunedì 30 maggio 2011

Inglourious Glories, Ch. VII, Gremio Foot-Ball Porto Alegrense

[Torcida Grenal]

28 luglio 1983. L'Estadio Olimpico Monumental di Porto Alegre osserva i giocatori in maglia tricolore raccogliere il pallone calciato da Morena in fondo alla rete che fissa il risultato sull'1 a 1. I gialloneri di Montevideo assaporano i supplementari e provano un poco meno di paura dopo il pareggio impostogli in casa la settimana precedente dal Gremio di Valdir Espinosa. I brasiliani, invece, si vedono tagliate le gambe dopo il generoso primo tempo che, tuttavia, aveva portato solamente la rete del puntero Caio. Sugli spalti, inizia a fare freddo. Un'aria che avvolge gelida chi non è nessuno e riscalda, invece, chi dal calcio ha già avuto tutto. Poi un attimo, un silenzio. Renato Portaluppi, folta chioma nera e maglia aderente, alza la testa dalla fascia destra e vede l'inserimento di Cesar. Il cross è alto e morbido. Colpo di testa e rete. Scende l'avalanche. Si spezzano i sogni del Penarol ed il Gremio è campione del Sudamerica per la prima volta nella sua storia. Hugo De Leon, con la barba lunga nera, alza la Copa. Renato è invincibile, assieme a Valdo Filho e Tòffoli. Quella che fino a quel momento era la migliore squadra dello Stato del Rio Grande do Sul ottiene così la consacrazione internazionale. Qualche mese dopo, in dicembre, il Tricolor Gaucho si regala anche la Coppa Intercontinentale, battendo l'Amburgo di Magath Campione d'Europa. Ancora le magie di Portaluppi. Doppietta. E la torcida Geral intona finalmente il canto preferito Nada pode ser maior. Del Gremio.

[Renato Portaluppi]

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Ad inizio secolo, in Brasile, il calcio era una questione per pochi. Semplicemente, giocava a pallone chi ne possedeva uno. I pochi esemplari di cuoio viaggiavano assieme ai commercianti ed ai pastori. A Porto Alegre, l'unico pallone era di un imprenditore paulista, un certo Candido Dias da Sorocaba. Narra la leggenda che questi assieme agli amici adorasse l'oggetto senza tuttavia comprenderne appieno le funzionalità. Successe poi che il principale club calcistico brasiliano fino a quel momento, lo Sport Club Rio Grande, fosse giunto in città proprio per offrire una dimostrazione del gioco del calcio. A metà dimostrazione il pallone degli stranieri si forò e Candido Dias, estasiato dallo spettacolo, offrì il suo in cambio del disvelamento delle regole del gioco del calcio. La settimana successiva alla partita poi, in un locale della zona del porto, il Salao Grau, decise di fondare una squadra di calcio. Nasceva così il Gremio Foot-Ball Porto Alegrense. Nel marzo 1904 la prima uscita ufficiale contro un'altra squadra di Porto Alegre, il Fuss-Ball Club Porto Alegre, anch'esso fondato per attirare l'interesse della comunità tedesca della Regione, e poi tanti anni a livello amatoriale e il primo stadio: la Baixada dos Moinhos de Vento. A partire dagli anni Dieci il Gremio iniziò a giocare anche contro squadre di altre regioni e Stati brasiliani e negli anni Quaranta sposò il professionismo. Erano anni di transizione. Veniva inaugurato il nuovo stadio, l'Olimpico Monumental, e per lo più il Gremio provò a conquistare l'egemonia regionale tra il Campionato Gaucho e quello di di Porto Alegre e a vincere più scontri possibili contro i rivali dell'Internacional. Solamente a inizio anni Ottanta il vento iniziò a cambiare, a soffiare più forte.

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Per il Brasileirao del 1981 si siede sulla panchina del Gremio un grande del calcio brasiliano: Enio Andrade. Qualche anno prima aveva vinto il campionato con il Colorado e ad oggi è uno dei quattro allenatori che sono riusciti a vincere per tre o più volte il titolo: solo Muricy Ramalho (quattro affermazioni con San Paolo e Fluminense) e Vanderlei Luxemburgo (cinque con Palmeiras, Corinthians, Santos e Cruzeiro) lo precedono nel novero degli allenatori più vincenti in Brasile.

Negli anni Ottanta, il campionato brasiliano era una specie di guerra infinta e si chiamava Trofeo d'Oro (Taca de Ouro). Le 40 squadre che vi prendevano parte erano suddivise in 4 gironi. Turno unico e passaggio del turno per le prime 7 classificate. Seconda fase ancora a gironi. Alle 28 squadre qualificate nel turno precedente si aggiungevano le 4 prime classificate della Taça de Prata, la competizione brasiliana di serie B: si formavano così 8 gruppi di 4 squadre ciascuno. Andata e ritorno e passaggio del turno per le prime 2 classificate. La fase finale, infine, prevedeva l'eliminazione diretta. E andata e ritorno fino alla finale.

Alla prima fase, il Gremio pesca un girone abbordabile e nonostante le sconfitte con il Brasilia e l'Operario di Campo Grande (città dello Stato di Mato Grosso do Sul) si qualifica per il gruppo successivo. Come quarto classificato, il Gremio viene inserito nel girone con San Paolo, Fortaleza e Inter de Limeira. E gli uomini di Andrade partono malissimo, perdendo in casa del Tricolor Paulista per 3 a 0. Si rifanno sul Fortaleza ma cascano nuovamente sotto i colpi dell'Inter. Poi la svolta. Altri 4 punti al ritorno con il San Paolo e al Castelao di Fortaleza. Infine, arriva anche la vendetta sull'Inter, 1 a 0. Il Gremio passa il turno come seconda classificata e approda agli Ottavi. Dove incontra il Vitoria della Città di Salvador. Sconfitta di misura in trasferta e 2 a 0 secco tra le mura amiche. Arrivano i Quarti: di nuovo l'Operario. Il Tricolor Gaucho si impone in tutti e due gli scontri senza mai lasciare il gioco agli avversari, guadagnandosi una difficile Semifinale con il Ponte Preta.

All'Olimpico Monumental, Tarciso, Tadei e Izidoro, rispondendo alla doppietta di Lola, inchiodano il punteggio sul 3 a 2 per il Gremio. A Campinas, la banda Andrade soffre, ma perde solamente 1 a 0, qualificandosi alla Finale in virtù del miglior risultato al turno precedente (il Ponte Preta, infatti, aveva superato il Vasco di Dinamite ai Quarti in virtù dello stesso criterio, non piazzando gol di scarto).

In Finale, ancora il San Paolo. Il Gremio va subito sotto in casa - gol di Chulapa - ma reagisce e tra il 59 ed il 69 piazza la doppietta di Izidoro, guadagnando il vantaggio in vista del ritorno. E in un Morumbì stracolmo (95.000 spettatori) una lancia scagliata da Balatazar (anche Pichichi della Liga in maglia colchonera) colpisce al cuore la squadra paulista. Il Gremio di Andrade è campione del Brasile.

[Baltazar]

La vittoria del campionato nazionale regala la qualificazione alla Copa Libertadores dell'anno successivo. Alla sua prima apparizione in competizioni internazionali, tuttavia, il Gremio viene subito eliminato, complice la presenza nel girone del primo turno del Penarol, poi campione sui cileni del Cobreloa. Nel campionato dell'anno successivo (1982) il Gremio raggiunge nuovamente la finale, contro il Flamengo di Zico, ma perde al terzo scontro (l'andata era finita 1 a 1 e il ritorno 0 a 0). La qualificazione alla Finale però garantisce lo stesso l'accesso alla Libertadores '83. Quella che lancerà tra i grandi Renato Portaluppi, portando il trionfo contro il Penarol.
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Negli anni successivi alla sbornia internazionale, il Gremio non riesce più ad imporsi a livello nazionale, bensì solo in ambito statale. Arrivano 7 Campionati Gaucho e poco più. Serve il ritorno ad alti livelli. Serve una svolta. E' il 1993 e la dirigenza pensa a un nome già passato dalle parti del Monumental qualche anno prima. Luis Felipe Scolari. 45enne, con esperienze in squadre minori e all'estero, in Arabia Saudita e Kuwait. Nel '91 Luis aveva vinto la Coppa del Brasile con una squadra praticamente sconosciuta, il Criciuma.
All'esordio con il Gremio nel Brasileirao, Scolari stecca. non superando la prima fase a gironi. Quel Campionato si rivelerà poi affare del Palmeiras di Zago, Roberto Carlos ed Edmundo. L'anno successivo, il Gremio si conferma incapace di accedere alla seconda fase. Ancora una volta vince il Palmeiras, che ha ora Rivaldo ad affiancare 'O Animal. Capocannoniere della competizione è invece un ragazzetto del Guaranì da gol estremamente facile di nome Marcio Amoroso. La vittoria della Copa de Brasil però salva la panchina di Scolari e porta il Gremio di nuovo in Libertadores.

[Luiz Felipe Scolari]

A metà anni Novanta, la Libertadores aveva una formula particolare. Ogni Paese partecipava con due squadre che venivano accoppiate in girone con le due squadre di un altro Paese. Le prime tre di ciascun girone avrebbero poi occupato posizioni vicine nella griglia degli Ottavi. Questo rendeva assai probabile i derby ai Quarti e la presenza di 4 Paesi diversi in Semifinale. Il Brasile venne accoppiato all'Ecuador e Palmeiras e Gremio si trovarono di fronte Emelec e Nacional. La dirigenza decide di investire e regala a Scolari Mario Jardel, un giovane di vent'anni cresciuto nelle giovanili del Vasco da Gama, e il paraguaiano Francisco Arce per la fascia. A questi si aggiunge il centrocampista offensivo Mocellin Magno, in prestito dal Flamengo. La poco collaudata truppa di Porto Alegre fatica nel doppio scontro con il Palmeiras - perde all'andata e pareggia al ritorno - ma ha gioco facile contro gli ecuadoriani. L'Emelec impone il pareggio per 2 a 2 a Guayaquil (Paulo Nunes e Jardel) ma viene sommerso di gol al Monumental (Jardel, Luciano, Paulo Nunes e Magno), El Nacional viene affossato all'Olimpico Atahualpa da una doppietta di Arce e regolato in Brasile da Jaques e Mocellin Magno. Il Gremio chiude secondo davanti all'Emelec e a un soffio dal Palmeiras.
Agli Ottavi il Tricolor incontra l'Olimpia di Asuncion, prima nel girone Paraguay-Venezuela e decide di farsi bello. 3 reti in trasferta, 2 in casa. Mario Jardel è scatenato e si rivela un incubo per i difensori paraguaiani. La torcida è titubante. Il Gremio fa paura, ma sembra tutto troppo bello e casuale. E ai Quarti c'è di nuovo il Palmeiras. La squadra delle stelle, la migliore formazione del Sudamerica negli anni Novanta. Edmundo è passato al Flamengo ma lo ha rimpiazzato un campione del mondo: Luiz Antônio Correia da Costa, in campo, per tutti, Müller. Sulla fascia destra poi c'è un altro nome nuovo, Cafù.
All'andata, in un Olimpico Monumental esaurito in ogni ordine di posti, il Gremio esagera. L'uno-due Arce-Arilson a ridosso dell'intervallo taglia le gambe ai paulisti. Mario Jardel ne infila tre a metà ripresa. 5 valanghe, 5 boati assordanti. Scolari in panchina si gode il suo gioiello. Il Palmeiras è annichilito.
Al ritorno, alla Palestra Italia di San Paolo, il gol di Jardel in apertura dovrebbe essere il preludio ad un altro trionfo. Sembra diventato tutto facile per il Gremio. Troppo facile. Il Palmeiras ferito reagisce e in batter d'occhio ribalta il risultato con Cafù (partito in posizione dubbia) e Amaral. Ad inizio ripresa Paolo Isidoro segna il 3 a 1. Ora gli uomini di Carlos Alberto Silva ci credono. Al Tricolor iniziano a cedere le gambe. Il tifo assordante spinge in rete anche il rigore calciato dall'argentino Alejandro Mancuso, 4 a 1. E' il 69esimo e per il Gremio il tempo non scorre. Ancora Cafù, gol strepitoso. Al minuto 84. I successivi 6 minuti più recupero credo siano un graffio nella mente di qualunque tifoso del Gremio. I minuti del dolore, i minuti interminabili. Poi il fischio di Pereira e il passaggio del turno. Per uno sporco gol in mischia di Jardel in apertura.

[Mario Jardel]

Lasciata l'angoscia alle spalle, il Gremio si concentra sulla Semifinale. Ancora l'Emelec, che nel frattempo ha faticato contro il Cerro Porteno, battendolo solamente ai calci di rigore, e vinto facile con lo Sporting Crystal di Lima. Come nella prima fase, gli ecuadoriani impongono il pareggio tra le mura amiche ma si sciolgono in terra brasiliana. I gol sono del solito Jardel e di Paulo Nunes. Il Gremio è in Finale.
Di fronte la sorpresa della competizione. Quell'Atletico Nacional di Medellin che agli Ottavi ne ha fatti 6 al Penarol, ai Quarti ha superato di misura Los Millionarios di Bogotà e in Semifinale si è concesso il lusso di eliminare ai rigori il River Plate.
Per la gara di andata, il Monumental è esaurito. Scolari ripropone la coppia d'attacco delle meraviglie con Arilson e Dinho a creare in mezzo al campo. I colombiani si affidano invece alla stella Juan Pablo Angel e ai capelli di Renè Higuita. L'Atletico parte forte e prova ad impostare la partita. Il Gremio gestisce e ogni tanto riparte. Tra il 36' ed il 43', la svolta. Prima un cross morbido dalla destra incontra la sfortunatra deviazione di Marulanda, poi Jardel raddoppia in mischia. In un istante il Gremio schiaffeggia l'Atletico. In un istante, il Monumental tocca il cielo. Ad inizio ripresa arriva anche il timbro di Paulo Nunes. Hernán Cadavid Gónima, il coach colombiano, scuote la testa, invocando la speranza. Angel lo accontenta e firma la rete che riapre il doppio scontro. Finisce 3 a 1. Una settimana dopo, Medellin è un'immagine terrificante. Il manto erboso mezzo bruciato, i fumogeni ed un frastuono assordante. E l'Atletico che parte fortissimo.
Scolari è pensieroso e impreca al tiro alto di Jardel lanciato da solo in contropiede. Sente che gli manca il respiro quando al 12' i colombiani feriscono Danrlei. E' un confuso capolavoro di precisione l'azione che porta al gol di Aristizabal. E' un tocco sotto micidiale: all'Atletico manca un gol per aggiudicarsi la Copa e questa volta i minuti alla fine non sono 6, sono molti molti di più. Il Gremio però reagisce e tiene il campo. Il tempo scorre e i battiti del cuore aumentano.Poi un attimo, come più di dieci anni prima. La corsa di Jardel verso l'area avversaria. Gli strattoni presi e dati. L'ingresso in area ed il fallo del difensore colombiano. Il cileno Imperatore fischia rigore e Dinho, i capelli radi e l'aria di chi ha già scelto l'angolo, sistema il pallone. Il silenzio, come sul cross di Portaluppi. E l'urlo ad Higuita battuto.
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L'anno dopo Medellin, il Gremio vinse la Recopa Sudamericana contro l'Independiente di Burruchaga. Poi Felipao scappò in Giappone, al Jubilo Iwata. Qualche anno dopo vincerà la Coppa del Mondo con il Brasile, grazie ad un Ronaldo stratosferico. Jardel tentò la fortuna in Europa insieme a molti altri giocatori di quel Gremio campione La storia recente dell'Imortal Tricolor non parla di trofei. Qualche grande nome, as musas e tante delusioni. La sconfitta in Finale di Libertadores nel 2007, contro il Boca, e la vittoria dell'odiato Internacional sul Gauadalajara lo scorso anno. Infine, la recente eliminazione, sempre in Copa, per mano dell'Universidad Catolica, con Renato in panchina.
La storia recente parla di schiaffi e crisi finanziarie. Il cuore della torcida Grenal però batte ancora forte. Per quei sei minuti contro il Palmeiras. Per la gioia di Jardel e per le botte da fuori di Arce. Perchè il Nal non regni. Perchè ancora una volta nulla possa essere più grande. Del Gremio.

[Natália Anderle, musa do Gremio]

giovedì 26 maggio 2011

LIBERTADORES 2011 - Cuadro Final

Archiviata la Fase de Grupos, la Copa si fa calda. E vi devo un aggiornamento, dalla seconda parte dei gironi alle Semifinali.

Fase de Grupos - Segunda Parte

Grupo 1 - Passano Libertad (PAR) ed Once Caldas (COL), complice il crollo verticale dell'Universidad de San Martin (PER), in testa fino a metà fase. Decisiva la vittoria dei colombiani a Callao (foto sopra) all'ultima giornata (partita da nove gialli e due rossi). Fuori anche i messicani del San Luis, ancora troppo acerbi per la competizione.

Grupo 2 - Dispiace per l'Oriente Petrolero, che almeno per questa volta però non chiude ultimo lasciandosi alle spalle il Leon de Huanuco (PER). Los Cremas avevano pure iniziato bene, poi la simpatia di Dionigi ha portato una serie infinita di imbarazzanti sconfitte. Agli Ottavi passano Junior (COL) e Gremio (BRA).

Grupo 3 - Forse il girone più combattuto. Chiude in testa l'America (MEX) grazie alla vittoria sull'Argentinos Juniors (ARG) alla penultima giornata. Segue la Fluminense (BRA), che vince l'ultima all'Engenhao (foto) -ancora contro gli argentini- e si lascia alle spalle il Nacional (URU).

Grupo 4 - Ci ha provato il Caracas. Il 3 a 0 incassato dal Velez (ARG) però condanna i colombiani al terzo posto. Prima l'Univesidad Catolica (CHI) e in coda l'altra squadra cilena del girone, l'Union Espanola.

Grupo 5 - La vera sorpresa di questa Copa si chiama Cerro Porteno. I paraguaiani di Roberto Nanni (ad oggi, capocannoniere della competizione) affiancano il Santos (BRA) nel passaggio del turno dopo aver sommerso di gol sia il Colo-Colo (CHI) che il Deportivo Tachira (VEN).

Grupo 6 - Tutto facile per l'Internacional di Porto Alegre campione in carica. 14 i gol fatti e solamente 3 quelli subiti. In più, un grosso favore ai Jaguares (MEX) che passano il turno proprio grazie all'ultima vittoria del Nal contro l'Emelec (ECU). Chiude la classifica un impreparato Jorge Wilstermann (BOL).

Grupo 7 - Il Cruzeiro (BRA) di Wallyson e Thiago Ribeiro è la migliore squadra della Fase de Grupos. Lascia per strada solo 2 punti, a Ibaguè contro il Deportes Tolima (COL), e stacca l'Estudiantes (ARG). Peggior squadra è invece il malcapitato Guaranì (PAR). Forse la differenza reti (-14) dovrebbe far riflettere la dirigenza della squadra di Asunciòn.

Grupo 8 - Assieme al 3, il Grupo più avvincente. La spunta la Liga de Quito (ECU) con 10 punti. Micidiale la coppia d'attacco della U Bolanos-Barcos, solida -fino a questa fase- la difesa guidata da Guagua. Secondo il Penarol (URU) (nella foto, il puntero Juan Olivera), nonostante la sconfitta in casa per mano dell'Independiente (ARG). Quarto, con onore, il Godoy Cruz (ARG).

Octavos

Cominciamo con la parte alta del tabellone. Il Cruzeiro, primo tra le prime, inciampa sgangherato contro l'Once Caldas. All'andata i brasiliani riescono a vincere a Manizales (Wallyson e Ortigoza), ma al ritorno cadono sotto le fucilate di Amaya e Moreno, salutando la competizione. Ai Quarti i colombiani vengono raggiunti dal Santos, che grazie ad un gol della stella Ganso (Davvero Milan per lui? Io ci credo poco) eliminano l'America di Città del Messico.

Negli altri Ottavi alti, i Jaguares si aggrappano alla differenza reti per passare il turno contro lo Junior: 1 a 1 in quel di Tuxla e 3 a 3 a Barranquilla, con doppietta di Jackson Martinez, tanta testa e piedi buoni sulla mediana. Al turno successivo se la vedranno con il Cerro Porteno. I paraguaiani stupiscono ancora, eliminando l'Estudiantes ai calci di rigore. Gli argentini si sono confermati una squadra ben messa in campo che però paga terribilmente la mancanza di un centravanti come si deve (nessuno di fatto ha sostituito Boselli dalle parti di La Plata). L'assenza della Brujita al ritorno ha fatto il resto.

La parte bassa regala ancora più sorprese. Fuori subito la Flu di Fred e Deco: la Libertad ribalta con un secco 3 a 0 la sconfitta per 3 a 1 dell'Engenhao e gela i (prematuri?) sogni di gloria brasiliani. Lo scontro ai Quarti sarà con gli argentini del Velez. Gli schemi di Gareca (foto sotto) mandano in gol praticamente mezza squadra e l'aggregato racconta di una Liga de Quito eliminata con 5 gol al passivo.

Infine, il Penarol decide di tornare grande, eliminando l'Internacional di D'Alessandro. L'ultimo Quarto è contro l'Universidad Catolica, giustiziera di un Gremio molto -decisamente troppo- insipido.

Cuartos

All'Once il merito di aver messo in seria difficoltà il Santos delle stelle. Il solo gol di Renteria non basta però contro quelli di Neymar (davvero Chelsea per lui? Più credibile rispetto all'affare Ganso-Milan, per me) e Alan Patrick. I campioni del 2004 fanno strada alla grande favorita per questa edizione.

E in Semifinale con il Santos ecco il Cerro Porteno, che con un pò di fatica supera l'ostacolo Jaguares. Buona prima uscita, in ogni caso, per los de la Selva. E attenzione ad Antonio Salazar, la punta messicana classe '89.

La parte bassa vede un Velez inarrestabile anche contro la Libertad -sono 7 i gol segnati tra andata e ritorno dal Fortin- e un Penarol che si guadagna la Semifinale a scapito dei cileni dell'Univesidad.

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Tra Santos e Cerro dico Santos (e l'1 a 0 della scorsa notte firmato Edu Dracena sembra confermare il mio pronostico). Tra Penarol e Velez dico Velez. Vittoria finale dico Velez. Non credo infatti che i paraguaiani continuino a sognare. I brasiliani sono decisamente favoriti. Per il Penarol, la Semi con il Velez sarà durissima, ma gli uruguaiani hanno in attacco Juan Oliveira. La faccia sporca e una carriera tra Corea, Cina ed Arabia Saudita. La sfida al Tanque Silva è aperta.

lunedì 23 maggio 2011

Elogio della Locura


 Se sin da piccoli ed in tutta coscienza abbiamo scelto di preferire il calcio alla vita vera, o se non altro di farne la valvola di sfogo privilegiata delle nostre pulsioni sentimentali, certo avevamo i nostri buoni motivi. Nel calcio esistono vincoli definitivi che annientano la precarietà del provvisorio. Nel calcio il tempo non è che una somma di attimi e fotogrammi, in una discontinuità che eludendo la barbarie del quotidiano nobilita la magia di un ricordo, la teatralità di un istante. Ma, soprattutto, nel calcio esistono storie d’amore che hanno il loro lieto fine, come tenute in piedi da un incantesimo rubato ad una fiaba.

Pur senza aver mai raggiunto la ribalta del grande calcio mondiale, Martin Palermo, el Loco, capello biondo platino a sdrammatizzare un fisico massiccio e dei lineamenti un po’ rudi, centravanti per vocazione e per mestiere, è un nome che suona noto alle orecchie degli appassionati. Il libro della sua carriera non aveva bisogno di nuove pagine per essere consegnato alla storia del pallone. Dentro ce n’era già per tutti i palati. Record bislacchi, come il gol di testa da 38 metri, quello di piede da dietro la metà campo o persino i 3 rigori sbagliati in una stessa partita. Infortuni tragicomici, come il crollo di un muretto di sostegno ad un cartellone pubblicitario, che gli procurò quasi due anni di stop, o il crac dei legamenti nel 2008. Un grande amore corrisposto, quello con la maglia del Boca, una maglia che è tutto tranne che un indumento.

L’esordio, nel 1997, i primi anni d’oro, con Libertadores, Intercontinentale (doppietta al Real) e Pallone d’Oro sudamericano, la dolorosa separazione, nel 2000, il tempo di tentare l’esperienza europea, pentirsi, e tornare da figliol prodigo nel 2004. Ancora trofei. E gol, tanti, 240 in tutto, che ne fanno il primo marcatore della storia del Boca Juniors. Maradona, che del Boca è tifoso e del Loco è un amico, lo richiamò in nazionale dopo quasi dieci anni. Era ottobre 2009 quando a pochi minuti dal termine, impantanato in un drammatico 1-1 contro il Perù, el Pibe si ritrovava virtualmente fuori dal Mondiale sudafricano. E allora dentro el Loco, che sbuca come un falco nella notte di Baires ed al 93esimo regala a Diego un’esultanza epica sotto il diluvio universale. A 37 anni e mezzo Martin Palermo ha deciso che a fine stagione chiuderà con il calcio giocato. Da due anni, ha ammesso candidamente, è seguito da una psicologa al fine di prevenire il trauma del ritiro. Perché togliersi per sempre quella maglia di dosso sarà un punto di non ritorno, come staccarsi il cordone ombelicale.

Quello di domenica scorsa era il suo ultimo Superclasico: Boca-River. Il derby più derby del mondo. Bombonera vestita a festa, stracolma in ogni ordine di posti. Riconquistare in una notte il primato cittadino e fermare i rivali di sempre riavvicinandoli in classifica. Canta La Doce, è un’orgia di calore, nel nome di una passione che va oltre, “màs allà de toda explicaciòn”. Il destino aveva apparecchiato già tutto. Dopo l’errore di Carrizo che apre la strada al vantaggio del Boca, è il nostro Principe Azzurro siglare il definitivo 2-0. E’ l’apoteosi! Un’esplosione di gioia che persino il filtro televisivo di Sportitalia fatica a contenere. River nella polvere, Boca sull’altare. A pochi minuti dal fischio finale Martin Palermo è richiamato in panchina, ed il tempo si ferma di nuovo sulla lenta camminata verso bordo campo di questo omone commosso e stremato. Nel delirio della Bombonera c’è il tributo più bello che un calciatore può sognare di ricevere. Un’emozione contagiosa, che varca oceani e teleschermi.

“Il Fuhrer non sarebbe potuto uscire dalla scena della storia come un fuggiasco qualunque”, sospira Goebbels nel film La Caduta. “El Loco non può chiudere con il Superclasico senza una firma sul tabellino”, era scritto domenica tra le pagine del destino. Nel teatro di Beckett si dice che nasciamo tutti pazzi e solo qualcuno ci rimane… In quello di Shakespeare che “la follia come il sole se ne va passeggiando per il mondo, e non c'è luogo dove non risplenda”… E ora che la tua platea è in visibilio, grande Loco, lasciamo pure che cali il sipario. Il tuo ultimo atto è stato il più emozionante!

mercoledì 18 maggio 2011

Italo Che Fece L’Italia – Uno sceneggiato televisivo (Parte 3)

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EPISODIO VI
BUDAPEST: SOTZI E I SUOI FRATELLI
Nella Coppa Campioni 1964-65 la storia si ripete.. L’Inter all’inizio è un carroarmato sovietico: in attesa di prendere Praga tritura la Dinamo Bucarest (6-0, 1-0) e i Ranger Glasgow (3-1, 0-1), ma poi si arresta bruscamente sulle rive del Mersey accartocciandosi sull’1-3 contro la resistenza trozkista del Liverpool di Shankly.. Figura archetipica del calcio britannico, Bill Shankly è figlio di minatori che grazie al calcio esce dalla povertà ma non dalla dimensione della dignità umana propria della working class.. Ha appena portato il Liverpool dalla seconda divisione al titolo che mancava da 17 anni e, con un manipolo di ragazzi sottoproletari del vivaio del Merseyside, due coglioni grandi così ed una inarrivabile lungimiranza tattica, sta gettando le basi di uno dei più bei capolavori della storia dell’arte calcistica: quel 3-1 all’Inter ad Anfield ne è l’incipit, o almeno avrebbe dovuto esserlo.. Siccome dall’altra parte del tabellone il Benfica si sbarazza facilmente degli ungheresi del Gyor, tutto fa propendere per una finale di Coppa dei Campioni tra le città portuali di Liverpool e Lisbona: estremo occidente d’Europa da cui secoli prima erano salpati i primi macellai della democrazia da esportazione sotto l’egida della chiesa e del capitale.. Ma nella successiva finale di San Siro i discendenti di Vasco Da Gama, Pedro Alvares Cabral e Fernão de Magalhães non se la vedranno contro i pronipoti di Humphrey Gilbert, James Bruce e James Cook.. Nella semifinale di ritorno infatti l’arbitro spagnolo Jose Maria Ortiz de Mendibil fischia a senso unico e l’Inter ribalta il risultato dell’andata di Anfield vincendo 3-0..
A fare sorgere il sospetto che qualcosa non quadri sono i primi due gol della compagine nerazzurra: il primo, di Corso, è una punizione a due battuta direttamente in porta e convalidata; il secondo, di Peirò, viene realizzato sottraendo il pallone al portiere dopo che quest’ultimo ha fatto i classici tre palleggi prima del rinvio.. se in quest’ultimo può esserci responsabilità dell’estremo difensore, va però detto che nel parapiglia che si scatena dopo l’assegnazione del gol i giocatori del Liverpool praticamente prendono a calci l’arbitro.. ma De Mendibil, chissà perché, accetta cristianamente improperi e sberle e porge l’altra guancia.. Evidentemente qualcuno gli ha assicurato il paradiso: in terra.. A confermare i sospetti, è comunque la direzione della gara in generale - “Non ci diede né un fallo né una rimessa laterale a favore” ricorda il mitico Shankly nella sua autobiografia.. E sono due semifinali su due passate grazie ad arbitraggi compiacenti.. E sono due Coppe dei Campioni consecutive - la prima doppietta nella storia del calcio italiano - visto che poi nella finale di Milano l’Inter batte 1-0 il Benfica con gol di Jair al 42’..
E ritorniamo così a quel 20 aprile 1966.. giorno della terza semifinale in tre anni che l’Inter disputa in Coppa Campioni: la famigerata semifinale di ritorno tra Inter e Real Madrid dopo che gli insopportabili bianchi monarchici hanno vinto 1-0 all’andata.. Ritorniamo a Budapest, a dieci anni di distanza dall’ingresso dell’Armata Rossa sovietica in città.. (quando all’interno del PCI nacque un dibattito che vide gente come Pietro Ingrao dissentire dall’incubo tecnocratico, intellettuali come Italo Calvino dimettersi per disgusto dal partito e grigi burocrati fedeli alla linea come Giorgio Napolitano appoggiare i macellai e condannare come controrivoluzionari gli insorti ungheresi.. Inutile chiedersi chi di questi tre sia oggi l’undicesimo Presidente della Repubblica Italiana e l’erede dei gloriosi valori risorgimentali del nostro paese..) E a Budapest leggiamo il racconto che fa l’arbitro ungherese Vadas nel libro Only The Ball Has A Skin di Borenich sulla semifinale di ritorno tra Inter e Real Madrid che ebbe luogo dieci anni dopo l’invasione sovietica dell’Ungheria.. “Nei giorni precedenti alla gara il faccendiere Sotzi non ci mollò per un secondo, venne nella nostra camera d’albergo e fece a me ed al guardalinee un’offerta in dollari di una tale portata che avremmo potuto comprarci cinque Mercedes nuove, in cambio voleva che arbitrassimo a favore dei nerazzurri (…) Il giorno stesso della partita poi, fummo invitati a pranzo nella villa di Imbersago appartenente al presidente dell’Inter Angelo Moratti. Accolti con tutti gli onori, a me e al mio guardalinee fu fatto dono di un orologio d’oro. Poi, durante il pranzo, ci disse che Sotzi ci avrebbe regalato, come gesto di cortesia, una televisione e altri elettrodomestici..”
Questa è tentata corruzione, ma l’arbitro Vadas non è un burocrate integralista figlio del PCI e pronipote della Chiesa Cattolica come il nostro amato undicesimo presidente, e perciò non ci sta: e dice no, e fa sentire la sua voce in dissenso senza preoccuparsi delle magnifiche e progressive sorti del Partito.. E quella sera del 20 aprile 1966 a San Siro decide di arbitrare secondo le regole dell’etica leninista, non secondo i vantaggi della contingenza krusceviana.. E il Real, che all’andata aveva vinto 1-0 (Pirri al 12’) va subito in vantaggio con Amancio dopo 20 minuti.. E così, durante l’intervallo, negli spogliatoi succede il finimondo, Sotzi passa dalle offerte in denaro alle minacce, ma Vadas non ascolta e la partita finisce 1-1.. L’Inter è eliminata.. La mattina dopo, all’alba delle cinque, quando su Budapest il grigio fetore di quella che fu la gloriosa Armata Rossa sovietica rende ancora più tetra una lattiginosa alba di speranze svanite, Sotzi telefona al capo della federcalcio ungherese Honti.. Al suo ritorno a Budapest, dopo un faccia a faccia con Honti, Vadas sarà impossibilitato a continuare la carriera di arbitro.. Altri, come abbiamo visto, in Italia ed in Ungheria, continueranno la loro spettacolare carriera, politica e calcistica.. Bronte delenda est, e chi la rase al suolo oggi è un eroe..
EPISODIO VII
TORINO: VIVA V.E.R.D.I. (Vittorio Emanuele Re Di Italia)
E’ il 1970.. Anno di albe e di tramonti.. Dopo avere guidato l’anno prima il paese alla rivolta contro la monarchia di re Idris, il lungimirante Muammerd Abu Minyar al-Qaqafi, altrimenti noto come Gheddafi, già Guida della Rivoluzione assume l’oneroso compito di primo ministro della Libia avviando la nazionalizzazione dei pozzi petroliferi.. E’ l’alba della nuova via, quella che cerca di coniugare socialismo rivoluzionario e panarabismo anticolonialista.. E’ il 1970.. Anno di albe e di tramonti.. Dopo essersi riempiti le tasche di gettoni d’oro canticchiando di pace ed amore, quattro ragazzotti deficienti di Liverpool annunciano lo scioglimento del loro gruppo musicale.. E’ il tramonto di una delle migliori operazioni marketing della storia ed è l’alba, in Occidente, del target socioeconomico del gggiovane.. E’ il 1970.. E l’Italia non capisce se sia più fastidioso il rumore del Chi Non Lavora Non Fa L'Amore di Mori & Celentano che trionfa a San Remo o il sibilo dei proiettili delle neonate Brigate Rosse che trionfano negli uffici dei Servizi Segreti.. E’ il 1970.. E bellissimo e furbissimo come sempre, abbronzato e benvestito, il nostro dandy postrisorgimentale approda alla corte di un altro dandy ugualmente abbronzato e benvestito ma un po’ meno bello e molto meno furbo: l’Avvocato Agnelli.. E’ il 1970.. E dopo avere impersonato il Principe per come Machiavelli ce lo racconta, facendo della corruzione la più sublime delle arti nella gestione del potere della res publica, Italo Allodi capisce che, se vuole fare l’Italia come il suo nome gli impone, deve trasferirsi nella città che poco più di cento anni prima ha pianificato, unificato ed imposto l’Italia al resto del paese.. Torino..
Il passaggio però non può essere diretto, le due società sono storicamente nemiche: a Milano bruciano ancora le umiliazioni causate dalle decisioni prese in favore dei bianconeri dall’ex presidente federale Umberto Agnelli; a Torino urtano ancora le manovre di controffensiva ideate da Italo Allodi per sottrarsi a quel potere bianconero ed eclissarlo, arrivando a dominare in Italia e nel mondo.. Ci vuole una pausa, urge un diversivo.. E così, dopo avere lasciato l’Inter nel 1968, Allodi si fa nominare dirigente federale al seguito della Nazionale italiana durante gli Europei disputatisi sul suolo patrio.. Sarebbe inutile ricordare che quell’europeo lo vincemmo, primo titolo conquistato a quarant’anni di distanza dai fascistissimi mondiali, grazie solo e solamente ad Allodi: altro che Valcareggi, altro che Riva, Anastasi e Domenghini.. Sarebbe impietoso ricordare che in semifinale sconfiggemmo l’Unione Sovietica solo grazie ad una monetina, e che la ripetizione della finale contro la temibile Jugoslavia (la prima partita era terminata 1-1 con reti di Dzajic e Domenghini) ci vide trionfare 2-0 (Riva all’11’ e Anastasi al 32’) grazie ai buoni uffici dell’arbitro José Maria Ortiz De Mendibil, lo stesso arbitro della chiacchierata semifinale vinta dall’Inter contro il Liverpool.. Sarebbe crudele nei confronti del calcio italiano.. Sarebbe spietato.. E allora soprassediamo, e ci concentriamo sul fatto che nel 1970, anno di albe e di tramonti, tramonta l’epoca dell’Italo nerazzurro e sorge l’alba dell’Italo bianconero..
Allodi è chiamato alla corte sabauda della famiglia reale degli Agnelli per officiare l’ultimo rito del pallone: trasformarlo in spettacolo.. La Juve, come sempre all’avanguardia nella mitopoiesi del calcio, vuole allestire una squadra composta da italiani provenienti dai quattro angoli della penisola, cosicché qualsiasi operaio deportato (pardon, emigrato, siamo in democrazia..) dal profondo sud a Torino per essere sfruttato a sangue nelle catene di montaggio della Fiat abbia un conterraneo in maglia a strisce bianconere da su cui proiettare i propri desideri di rivalsa sociale.. E’ una grande rivoluzione semiotica nel linguaggio delle affettività.. Al proletario che ogni mattina si sveglia oppresso dalla fatica dell’industrializzazione, assordato dai cingoli della produzione meccanica, abbagliato dalle luci dei turni di notte della fabbrica e schiacciato dalla insostenibile pesantezza della nebbia padana, è permesso trasferire i desideri umani di libertà e di appartenenza, così come le dinamiche sociali di fatica e ricompensa, non più all’intera squadra.. ché ne sarebbero potute sorgere derive di stampo comunista.. quanto all’immagine proiettata su di lui dal singolo calciatore della squadra: quello proveniente dalla stessa regione, magari dal paesino limitrofo.. Alla nuda vita del proletario meridionale deportato nelle fabbriche concentrazioniste del nord, spogliata di ogni dignità politica, viene offerta in sacrificio l’identificazione con il conterraneo.. A questo serve il calciomercato negli anni settanta: a costruire una mappa mosaico che rappresenti tutto il territorio del calcio italiano.. E nell’Italia degli anni settanta, Italo Allodi lo sa bene, la mappa è ancora il territorio..
EPISODIO VIII
VERONA: GIULIETTA E’ UNA ZOCCOLA
E’ il 1970.. E lo juventino Italo Allodi, già incoronato re del mercato nei suoi anni interisti, si presenta all’Hotel Gallia di Milano, storica sede del calciomercato, con un sorriso e una parola buona per tutti.. E’ amato, servito e riverito da colleghi, amici, nemici, avversari, coinquilini e affittuari.. incuranti che le strette di mano del bel dandy postrisorgimentale siano letali come il morso della vipera.. La sua prima mossa è mozzare la mano che fino a ieri gli aveva dato il pane, un gesto teatrale con cui l’ex playboy di Suzzara recide ogni cordone ombelicale col passato.. Strappa all’Inter la bandiera Picchi, l’indomito capitano livornese che per decenni aveva incarnato lo spirito della Grande Inter di Herrera, per affidargli la panchina della Juve.. Poi pesca sulla colorata mappa-territorio del Risiko italiano Zoff, Scirea, Causio, Gentile, Spinosi e Cuccureddu.. E in un paese in cui fuori dai locali pubblici del profondo nord venivano apposti cartelli recanti la scritta “vietato l'ingresso ai cani ed ai meridionali”, le mille sfumature dei colori del melting pot mai progettato e dell’integrazione mai realizzata virano in un triste e juventino bianco e nero..
Raffinato giocatore sulla scacchiera geopolitica, Allodi rifila alla Roma il trentacinquenne Del Sol e i casinari Zigoni e Vieri in cambio del giovane Capello, provocando così una delle tante rivolte di piazza capitoline eterodirette per (s)favorire un passaggio di proprietà a livello societario.. A farne le spese quella volta fu il presidente Marchini, en passant figura di rilievo del PCI: e agli occhi della Fiat questa mossa del loro nuovo dirigente, acchiappare Capello e liquidare un comunista, vale doppio.. Italo Allodi in nemmeno un anno ha già in mano i destini della squadra del padrone d’Italia.. Come nemmeno Talleyrand, che passò dall’organizzare la rivoluzione a realizzare la restaurazione senza battere ciglio e senza che il famoso battito d’ali della farfalla potesse avere luogo, il grande burattinaio Italo attraversa indenne l’autostrada A4 (Milano-Torino) del potere calcistico riuscendo a tenere sempre in mano i fili del potere..
Ma a differenza che nella provinciale e borghese Milano, nella regale ed operosa Torino certe (brutte) cose si fanno di nascosto, forte è l’impronta anticlericale e luterana dei vizi privati e delle pubbliche virtù.. E così, nonostante quella sia la Juve di Allodi, a Torino si premurano di farla apparire la Juve di Boniperti (vedi la leggenda dei suoi famosi contratti fatti firmare in bianco..) Ecco perché oggi del periodo juventino di Italo che fece l’Italia preferisce non ricordarsene più nessuno, e i meriti della costruzione di quella squadra fantastica vengono attribuiti al Boniperti Giampiero (altrimenti soprannominato affettuosamente Marisa dai compagni di spogliatoio) quando invece il lavoro è tutto suo.. E’ infatti sempre Allodi, dopo la prematura morte di Armando Picchi nel 1971, che chiama sulla panchina della Juve quel Cester Vyckpalek - sempre lui, lo zio di Zeman che a Mantova lo prendeva in giro per le rimesse laterali sbagliate - e getta le basi della Juve che dominerà negli anni ’70 e ’80.. E che intanto vince due scudetti.. Nel 1972 dopo un entusiasmante testa a testa quadricefalo con Milan, Torino e Cagliari.. Nel 1973 grazie alla shakespeariana fatal Verona.. quando il Milan perde lo scudetto all’ultima giornata venendo sconfitto 5-3 dagli scaligeri con un arbitraggio discutibile di tale Concetto Lo Bello e il titolo finisce alla Juve di Italo Allodi.. E siccome la storia, i nomi, le date e i luoghi si ripetono e si sovrappongo sempre tante, troppe volte nel nostro racconto, sarà bene ricordare che nel 1990, 27 anni dopo, accade un’altra fatal Verona.. Il Milan capolista perde lo scudetto all’ultima giornata venendo sconfitto 2-1 dagli scaligeri con un arbitraggio discutibile di tale Rosario Lo Bello (ca va sans dire, figlio legittimo di Concetto Lo Bello) e lo scudetto finisce al Napoli di Luciano Moggi (ca va sans dire, figlio illegittimo di Italo Allodi).. Nemmeno l’immenso Shakespeare avrebbe potuto immaginare una tale tragedia famigliare: né tantomeno ambientarla in quel di Verona..
I riferimenti a persone, luoghi, eventi, aziende, istituzioni esistenti sono da considerarsi esclusivamente occasioni narrative e vengono qui utilizzate solo in quanto repertorio di un immaginario condiviso..

martedì 17 maggio 2011

Villas Boas chi???



Il tam tam è cominciato da tempo, non si parla d’altro e tutti sembrano volerlo. Tutti lo conoscono, tutti ne masticano il nome ma.. sappiamo davvero chi è Villas Boas? E soprattutto importa saperlo per davvero?
Il curriculum sembra davvero perfetto ed accattivante: giovane, belloccio e affamato di gloria calcistica tanto da essere accostato a tutti i club d’Europa. La carriera è di quelle folgoranti, soprattutto per un classe 1977 (uno che per età in Italia neanche vivrebbe da solo), la stagione sta per chiudersi tra mille fasti alla guida della più blasonata delle squadre portoghesi.
Il paragone con Mourinho è fin troppo facile (anche se la rottura fra i due pare insanabile), infatti Villas Boas è della stessa covata di Robson, in particolare beneficiato dal fatto di esserne il vicino di casa. Quello che lo forgia però è lo Special One, in particolare affidandogli quello che è l’incarico più delicato e prestigioso: l’addetto alla strategia. Villas Boas infatti negli anni del Chelsea è quello che viaggia per trovare i punti deboli delle altre squadre, l’occhio che consente a Mou di predisporre le sue machiavelliche “contro tattiche”. Così lo stesso André descriveva il suo lavoro: "My work enables Jose to know exactly when a player from the opposition team is likely to be at his best or his weakest. I will travel to training grounds, often incognito, and then look at our opponents' mental and physical state before drawing my conclusions and presenting a full dossier to Jose."
Da vero e proprio agente segreto calcistico ad allenatore il passo è breve: un’esperienza breve e romanzesca con la nazionale delle Isole Vergini, una rocambolesca salvezza con l’Academica di Coimbra e, infine, l’approdo al Porto culminato nella stagione trionfale che tutti sappiamo.
Pagato il debito alla biografia possiamo parlare di ciò che Villas Boas significa come personaggio nell’odierno calderone calcistico, di come la figura dell’allenatore sia plasmata anch'essa sui dettami della società dello spettacolo. E’ incredibile infatti come un trentacinquenne che non ha mai giocato a calcio (“non ne ho mai avuto il tempo” ha dichiarato con un pizzico di spocchia e superando quindi il ressentiment da calciatore fallito dei vari sacchi & Co.) e ha imparato a fare il manager giocando a Scudetto, sia potuto arrivare al vertice del calcio europeo in maniera ancora più rapida del suo mentore Mou.
Oramai la figura dell’allenatore prescinde da una formazione propria e tipica, ma necessita di un quid di appeal estetico, familiare (AVB è nobile e di origine inglese) e la sfacciataggine di sapersi proporre con la leadership di un politico. Obama, Cameron, Westerwelle e Villas Boas sono dunque figli della stessa cultura.
Restando nel seminato calcistico, mi pare che Villas Boas sia la versione aggiornata di Mancini e Mourinho shakerati e non agitati. Già perché lo stesso tecnico italiano ha beneficiato del suo essere mediaticamente glamour, riuscendo saltare la gavetta: il valore mitopoietico della sua sciarpa bilancia nettamente la sua paracula assenza di un gioco vero e questo conta più di tutto.
Come Mou, più di Mou, invece AVB ha la capacità di salire la scala sociale del calcio, novello Rastignac, flirta e si propone alle squadre più blasonate sapendo che, nella società dello spettacolo, la notizia più è falsa e più dunque è parte del vero. Fa sorridere come la sua immagine puramente mediatica sia capace di infiammare i tifosi di mezza Italia e mezza Inghilterra, che non lo hanno mai visto ma lo conosco attraverso le immagini, immagini che creano immagini, in una spirale crescente di carta (pesta) stampata.
Carta stampata affamata di creare la replica seriale di Mourinho, perché la ripetibilità e non l’unicità sono le cifre stilistiche dello spettacolo che ci domina.
L’atteggiamento di Villas Boas, presenzialista nel negarsi, personalmente mi ricorda quello di Roberto Saviano (sono tutti e due della bilancia), altra icona del modello autopoietico della celebrità contemporanea…
Che sia veramente bravo André cosa importa? Tutti ne parlano, nessuno lo conosce e quindi tutti sembrano volerlo… “Nel mondo realmente rovesciato il vero è un momento del falso.”

domenica 15 maggio 2011

La Rosaleda, Wanchope, e la gloriosa stagione del Malaga 2004/2005


Julio Baptista

Ci sono due modi per capire cosa è il calcio a Malaga. Il primo è quello di cercare di seguire i biancazzuri dall’alto del proprio stadio da 80mila posti, gettando uno sguardo distratto alle partite trasmesse da Sky. Il secondo, invece, è quello di sedersi sui seggiolini sbiaditi dal sole della Rosaleda. Un privilegio, questo, che mi è capitato nella lontana temporada 2004-2005. La stagione del cambio in panchina, della retrocessione data ormai per certa ancora prima del giro di boa, della vittoria per 1-6 a Pamplona, in casa dell’Osasuna, del miracolo del decimo posto finale.
Paulo Wanchope

Ma, soprattutto, la stagione di Paulo Wanchope. O almeno così doveva essere. Una scommessa costata mezzo milione di euro alle casse delle società ma capace, secondo l’astuta dirigenza, di moltiplicare il propio valore nel giro di poche settimane. Insomma, la classica pietra preziosa da incastonare in una rosa fatta di nomi un tempo altisonanti (Arnau, ex Barcellona, Marcio Amoroso, ex pichichi della Serie A tornato malconcio dalla Germania, Tote, scarto del Real Madrid, Fernando Sanz, come sopra, Cesar Navas, come sopra), qualche bella speranza (Duda) e qualche onesto picchiatore(Gerardo,Miguel Angel, Litos). Ad ingigantire le aspettative intorno all’attaccante costaricano, poi, ci pensarono quell’affascinante nome esotico e la provenienza insolita del suo trasferimento che l’aveva scaraventato nella Costa del Sol direttamente da Manchester, sponda City. Una speranza che nemmeno i numeri riuscirono ad attenuare. Eppure bastava leggere i tabellini per capire che in tutta la sua carriera quel simpatico attaccante non aveva mai avuto un rapporto molto intimo con il gol. . Ma poco importava, visto che ormai i media l’avevano eletto a nuova macchina da gol per la serie maggiore. “Con questo attaccante con il nome da bambola – aveva garantito El Mundo Deportivo – il Malaga può tornare in Coppa Uefa. Sa usare perfettamente la testa e ha un piede letale”. E gli inizi sembrano anche dare ragione al periodico spagnolo. Sì perché se Wanchope si perde (insieme ad Arnau) l’esordio stagionale contro l’Atletico Madrid (vinto per 2-0 dai Colchoneros) e latita in campo nel pareggio col Zaragoza, la settimana successiva il suo gol a dieci minuti dalla fine permette al Malaga di battere il Mallorca e lasciare il penultimo posto in classifica. Una scena che si ripete anche sette giorni dopo, quando l’attaccante segna la rete del 3-0 nel complessivo 4-1 contro il Numancia.
 

La Rosaleda esplode. I suoi non saranno sempre gol determinanti, ma il ragazzo c’è e ha ancora un margine di miglioramento. E Paulo lo dimostra fra la sesta e l’ottava giornata. Prima affonda l'Osasuna insieme al gemello Amroso, poi si vede annullare il gol che poteva valere il pareggio del Malaga a Bilbao, e infine timbra per la quarta volta il cartellino contro l’Espanyol. Undici punti in nove giornate, però, sono un bottino che non lasciano proprio tranquilla la dirigenza. L’allenatore, Gregorio Manzano, non riesce a dare gioco e idee alla squadra. Forse neanche lui sa come mettere in campo gente che sembra trovarsi sul campo per caso. Così, dalla decima alla quattordicesima, il Malaga fa il pieno. Di sconfitte. Real, Getafe, Barcellona e Albacete passeggiano sulle rovine di una squadra che sembra aver già finito la benzina. Wanchope lotta ma non si sblocca. “E’ servito male” dicono gli addetti ai lavori. “E’ scarso” rispondono i tifosi. Paulo prova a dimostrare che la verità, quanto meno, è nel mezzo ma la palla proprio non ne vuol sapere di entrare in porta. Manzano lo scarica e lo manda in tribuna contro un Valencia che deve assolutamente vincere per salvare la panchina di Ranieri. E quello che diventerà poi l’allenatore della Juve centrerà l’obiettivo sbancando la Rosaleda per 2-0. Il successo con il Levante illude tutti. Si pensa alla rinascita, invece si materializza il baratro.
 
Gerardo

In tre partite il Malaga prende tre schiaffi dal Villareal, addirittura 5 dalla Real Sociedad e 2 dal Racing.
Serve un cambio. Manzano lascia la panchina ad Antonio Tapia, un generale di ferro che aveva navigato per tutta la carriera nel calcio minore e che ora doveva dare ordine a una squadra che non aveva idea di che cosa fosse uno schema. Se si doveva retrocedere, almeno, bisognava farlo con un po’ di dignità. L’esordio di Tapia è di quelli che lasciano il segno. Wanchope entra dalla panca e il Malaga batte in casa l’odiato Sevilla di Julio Baptista per 1-0, grazie all’autogol di Aitor Ocio. È il break che tutti aspettavano. La domenica successiva i bancazzurri affondano l’Atletico e si riportano in corsa. Così, per mettere più benzina nel motore, la dirigenza decide di fare un regalo a Tapia acquistando un attaccante brasiliano atipico, uno di quelli che fa della concretezza il suo biglietto da visita. Fernando Baiano sceglie il numero 6 e comincia a segnare. Wanchope non gradisce e si ingastrisce prima in panchina poi in tribuna. Tapia non lo vede e, complice anche la strepitosa stagione di Juan Rodriguez (mi ricordo ancora un titolo di un free press del posto: “Tocala otra vez, Juan”), finisce nel dimenticatoio. Entra a partita in corso, quando non può fare troppi danni. A volte si infila le scarpette quando il novantesimo è già passato da un pezzo. I tifosi cominciano a deriderlo e lui chiede di essere ceduto. La dirigenza prende tempo, non sa che fare. Comincia a cercargli una nuova sistemazione. Purtroppo per lui, però, il Malaga comincia a pigiare sull’acceleratore e mette la freccia. Sotto l’occhio sempre più torvo di Paul batte in casa l’Espanyol e affonda per 1-6 l’Osasuna in trasferta. Il suo cammino si fa meno barcollante e supera nelle ultime giornate l’Albacete, il Levante, la Real Sociedad, il Racing e infine il Sevilla. Ma a Wanchope questo non interessa più. Prova a cercarsi una squadra per l’anno successivo, anche se l’unica a non rispondergli “le faremo sapere” è l’Al-Garafa. Lui accetta, saluta l’Andalucia e va a svernare prima in Qatar, poi in Argentina e Giappone. Di lui, ormai, si ricordano in pochi. Familiari compresi. La doppietta al mondiale tedesco gli dà una seconda giovinezza che dura quanto il cammino del Costa Rica. Si dice che la Roma sia sulle sue tracce. Nessuno si muove tranne i Chicago Fire. Paul fa un’altra volta le valige per provare ancora la sorte. Anche stavolta senza risultato. I due gol segnati con la sua nuova maglia non bastano perché qualcuno gli offra un nuovo contratto. Torna a casa sua, dove aveva iniziato. Gli offrono un contratto da allenatore dell’Heridiano, la squadra dove aveva iniziato a giocare. Lì può insegnare il suo calcio, quello che i suoi allenatori non apprezzavano. I suoi giocatori hanno più o meno la stessa reazione e lo fanno esonerare.
 
La Rosaleda

Ma anche ora che è fuori dal mondo del calcio, Wanchope non torna con piacere su quella stagione 2004/2005. D’altra parte, per lui, quel campionato era finito domenica 3 aprile in casa contro il Getafe. Allora, i 20 mila della Rosaleda decisero di protestare contro l’aria di smobilitazione che si respirava in società. Una dichiarazione di guerra scandita da un coro, ripetuto per tutti e 90 i minuti. Miguel-Angel-no-se-vende. Juan-Rodriguez-no-se-vende, Cesar-Navas-no-se-vende, Vicente-Valcarce-no-se-vende, urlavano a squarciagola i tifosi per difendere i loro pezzi pregiati. E chissà come si deve essere sentito Paulo, la punta spuntata, quando i suoi hinchas gli hanno dedicato un pensiero: Wanchope-no-se-vende- Wanchope-se-regala. E così è stato.

mercoledì 11 maggio 2011

Imparare dal Derby

Speculatori
(nella foto, il patron del Derby County, l'americano Tom Glick)
Capita delle volte nella vita che uno viene a contatto con una parola, un argomento, una persona di cui fino a quel momento non si era mai interessato – magari addirittura ne ignorava l’esistenza – e poi, a partire da quel momento, ne diventa inseguito, accerchiato, ossessionato. A me sta succedendo con l’idea che gli imprenditori americani che investono nel pallone - in primis nella Roma - siano in realtà dei sòla.

È con grande apprensione allora, perché tra le righe scrutavo i colori giallorossi, che ho letto un articolo su When Saturday Comes in cui si racconta dei danni che gli yankees hanno fatto al Derby County (il titolo del pezzo è “Losing pride”, un gioco di parole con il nome dello stadio dei Rams, il Pride Park Stadium). A occhio e croce se qualcuno pronuncia la parola derby in mia presenza, prima di arrivare con la mente alla squadra delle East Midlands, penso a un mucchio di altre cose, nell’ordine: la stracittadina con la Lazio, un succo di frutta dell’infanzia, un locale milanese in cui si esibivano i comici, l’unica città che avevano offerto come destinazione Erasmus al mio amico Andrea, Brian Clough. Il Derby County, che si è appena salvato in Championship anche grazie a capitan Robbie Savage ed è allenato da Nigel Clough, figlio di Brian (che quando lo allenava lo chiamava semplicemente “number nine”), in realtà è un club storico – è stato uno dei dodici membri fondatori della Football League nel 1888 - e meriterebbe molto più rispetto. Non solo il mio, ma anche quello degli attuali proprietari. Mi spiego.

Un tempo – e forse ancora, in qualche zona remota dell’universo calcistico – essere proprietari di un club di calcio era soprattutto una questione di prestigio (locale o mondiale, a seconda del tipo di club). Un buon investimento di immagine per il macellaio o il palazzinaro locale per farsi conoscere nel paese natio, rimediare qualche buon contatto per il futuro e in generale godere di un quarto d’ora di fama ben ventilato, alle redini della squadra del cuore. Tutto tranne un investimento profittevole dal mero punto di vista economico. Al contrario, oggi, se ben gestito e magari portato più in alto della posizione in cui era stato preso, con la vendita di un club si corre anche il rischio di ricavarci un certo guadagno. Pura speculazione, insomma. Era quello che pensavano gli americani della General Sports and Entertainment (GSE), oscura società dietro cui si nasconde la tipica cordata di amici ricconi cresciuti con il sogno americano nel taschino della camicia a maniche corte.

Nel gennaio 2008, data dell’acquisizione da parte della GSE, il Derby aveva un discreto potenziale: giocava in Premier League, e poteva contare su  più di trentamila spettatori a partita (diciottomila solo gli abbonati), strutture sportive di primo livello e un manager ambizioso come Billy Davies che aveva ottenuto la promozione dei Rams l’anno precedente. Gli americani arrivano per rendere il Derby una realtà stabile della Premier e ovviamente, un vero classico!, "rafforzare il brand del club nel mondo" (alla faccia dei succhi di frutta e dei locali milanesi). I tifosi, tra un fish&chips che si squaglia in mano e l'ultimo pezzo degli Arctic Monkeys fischiettato andando allo stadio, sognano acquisti di grido e tour estivi in Giappone. Peccato però che gli americani non caccino una sterlina per rinforzare la squadra e quando il mister glielo fa notare decidano di cacciarlo e di rimpiazzarlo con Paul Jewell. Quella stagione è rimasta nella storia perché il Derby ha battuto tutti i record negativi: tra gli altri, quello di retrocessione più veloce (a marzo!), quella di minor numero di punti realizzati e, ex aequo con il Loughborough (che aveva raggiunto lo stesso risultato 108 anni prima), quello di aver finito il campionato con una sola vittoria (non voglio sapere contro chi). Sono lontani, insomma, gli anni in cui al Pride Park Stadium spopolavano Ciccio Baiano (giocatore dell’anno nella stagione 1997-1998) e Stefano Eranio. Sono ancora più lontani gli anni magici di Brian Clough, i due scudetti degli anni settanta, le scorribande europee. A ricordarli, solo una statua e qualche curry house fuori dallo stadio.

L’anno del ritorno in Championship la squadra viene affidata al piccolo Clough ma le cose non cambiano. Di fronte all’inerzia della proprietà, la rosa si spolpa anche quantitativamente (i migliori sono già tutti scappati), tant’è che spesso il povero Nigel non ha abbastanza giocatori da portare in panchina. Se mancassero anche le magliette sembrerebbe di stare in un film di Ken Loach. Clough fa di necessità virtù reclutando un po’ di giovanotti in giro per le serie inferiori ma il salto di qualità ovviamente non arriva e, anche in Championship, il Derby County, orgoglio di duecentocinaquantamila anime, naviga a vista. Intanto il Tom Di Benedetto del caso, tale Tom Glick (anche lui sicuramente acclamato nel Testaccio di Derby al suo arrivo), assicura che il loro obiettivo è di rendere il club forte dal punto di vista economico, privo di debiti e con una rosa maneggevole e determinata. Peccato però che nessuno voglia venire a giocare a Derby, visto che pagano meglio anche in puntini sulla mappa come Scunthorpe e Doncaster, dove peraltro i bianconeri scagliano con regolarità. I tifosi iniziano così a domandarsi se era questo quello che gli americani intendevano quando parlavano di rendere il brand della squadra conosciuto in tutto il mondo...

Il Derby esce dalla coppa con il modestissimo Crawley e Clough, non si sa se per fare un complimento ai vincitori o giustificare la sconfitta, dichiara in conferenza stampa che i suoi giocatori guadagnano la metà degli avversari. Praticamente i proprietari americani trattano i giocatori del Derby come i lavoratori della Chrysler, e piano piano smantellano la squadra - e la storia. Clough, come il padre, è un idealista, non rompe le scatole, fa il suo lavoro e lo porta avanti fino in fondo, e al di là della campagna acquisti e della busta paga non abbandona la nave. La squadra ha sempre meno debiti ma fa anche meno investimenti. Qualsiasi altro allenatore sarebbe saltato sulla sedia davanti ad un affronto di questo tipo. Il padre, in questo meno idealista, se li sarebbe mangiati vivi. 

La questione è inquietante, anche dal punto di vista logico, perché se è evidente che l’obiettivo degli americani – fallita la speculazione – è quello di vendere al primo offerente (a chiunque, anche a Marisa Laurito), e che per attrarre compratori è importante che non ci siano debiti e che i conti siano a posto, è altrettanto evidente che un salto nel buio di due serie (come quello che ha rischiato di fare anche quest’anno) sarebbe una mazzata per ogni pretesa di vendere “bene”. Basti pensare che negli ultimi sei mesi c’è stato un crollo di oltre seimila spettatori. Qualcosa è andato storto, avranno pensato i geniali analisti della GSE, cercando sul loro iphone un nuovo business in cui investire (qualunque business, anche un agriturismo in Molise). 

L’articolo si conclude con una riflessione che poi è quella che ha spinto queste mie brevi note, dal momento che - è noto - non riesco a togliermi di dosso un certo scetticismo (uso un eufemismo) di fronte all'avanzata di questi poco credibili "americani a Roma". Oltre a evidenziare che questi proprietari assenti prendono dal club più di quello che investono, il brutto di questa storia è che non si riesce a capire cosa dovrebbe motivare questi personaggi a mantenere il controllo di un club - neanche a dire a gestirlo bene - che, per loro colpa, è in caduta libera. Non ci sono guadagni né di breve né di lungo periodo, così come mancano tutti gli aspetti positivi di guidare un’operazione di successo (non mi riferisco ai successi sportivi, o al tifo, che è completamente assente da questa storia, ma alle gioie imprenditoriali). Ogni settore del club è in uno stato peggiore di quello in cui era quando la GSE è arrivata (tre anni fa, non trenta), ed è più probabile che continui a peggiorare piuttosto che a migliorare. A meno che, ovviamente, non arrivi il buon vecchio macellaio o palazzinaro locale che mandi indietro il nastro e faccia le cose "come si facevano una volta".

domenica 8 maggio 2011

L'ultimo capolavoro di Malesani

Difficilmente questa volta il capolavoro andrà in onda. Inutile pensare a un sequel o ad un secondo capitolo del colossal del 2002. Eppure gi ingredienti sono più o meno gli stessi. Il protagonista (Alberto Malesani), la trama (una squadra che si inabissa dopo aver navigato in acque tranquille per tutta la stagione) e il colpo di scena (l’iceberg della serie B). A rendere meno sapido il tutto, però, ci hanno pensato gli antagonisti (moltiplicati nel numero dai tribunali e dimezzati nella qualità dal calciomercato). Insomma, anche se alla fine della pellicola mancano ancora 180 minuti, è difficile pensare che prima dei titoli di coda per il Bologna non arrivi il tanto atteso happy ending, quello che mancò al Verona nel 2002. Merito di quei 5 punti che ancora la separano dal terzultimo posto e di una manciata di squadre troppo sgangherate per colmare il gap. Eppure l’ultimo B-Movie con la firma di Malesani, quello girato nelle campagne senesi la scorsa stagione, aveva fatto pensare che, forse, il tanto atteso salto di qualità poteva essere finalmente arrivato. Ma andiamo con calma. Tutto inizia nell’estate del 2001, una delle più roventi nella storia del calcio veronese. Sì perché dopo decenni di sfottò dei cugini “ricchi”, la favola del Chievo approda per la prima volta nella massima serie, con buona pace per il subdolo striscione apparso qualche mese prima nella curva dell’Hellas: “Il derby in A? Solo quando l’asino volerà”. Peccato, però, che solo un paio di mesi dopo gli asini cominciarono a volare davvero, anche in classifica. Sulla panchina del Verona, in quella torrida estate, si siede Alberto Malesani, quattro stagioni passate sull’altra sponda dell’Adige e un curriculum che dopo l’anemica esperienza con la Fiorentina era stato irrobustito con una Coppa Italia, una Coppa Uefa e una Supercoppa conquistata sulla panchina del Parma prima di essere esonerato. ”Sono felice per questa chiamata – aveva detto presentandosi ai nuovi tifosi prima di scappare dal dentista - io sono di qui, e da qui ho spiccato il volo. Solo Verona poteva convincermi ad allenare una cosiddetta piccola. Sarà una grande stagione, per Verona sportiva. Due squadre in A, un derby che solo i grandi club possono permettersi. Ogni domenica, al Bentegodi, sarà festa”. E, a giudicare dalla partenza sprint, Malesani aveva ragione. All’esordio in campionato, infatti, un pallonetto di Oddo sorprende Pelizzoli e inchioda i campioni d’Italia giallorossi sull’1 a 1. Il “miracolo” si ripete la domenica dopo in casa di uno stralunato Venezia, quando Salvetti scaraventa in rete un tiro-cross di Oddo consentendo al Verona di mettere in cassaforte i 3 punti. Ed è solo l’inizio. Nelle successive 8 giornate i gialloblù mettono insieme 9 punti (vincendo, fra l’altro, a Firenze e pareggiando con Parma e Juve). Poi la svolta. Il 18 novembre, infatti, in casa dell’Hellas si presenta proprio la matricola Chievo, la cenerentola capace di stregare il calcio dei Grandi. Il primo derby in serie A è di quello da togliere il respiro. Il Chievo gioca con la tranquillità di chi non ha niente da chiedere e passa per due volte in 37 minuti: prima con l’allora Eriberto, poi con il rigore di Corini. Tutto chiuso? Macché. A 5 minuti dalla fine del primo tempo un rigore di Oddo riapre le speranze dell’Hellas. Speranze che si tramutano in sogno con l’autogol di Lanna al 25’ del secondo tempo e con la rete di Camoranesi due minuti più tardi. Malesani esplode, non si tiene più. Al fischio finale schizza sotto la sua curva urlando e improvvisando uno spogliarello. Rimane lì sotto per diversi minuti, bagnato e in mutande, per cercare l’abbraccio dei suoi tifosi. Gli stessi tifosi lo guardano come un extraterrestre, indecisi se ridere con lui o di lui. “Lasciatemi esultare, sono il bello del pallone – risponde a chi lo critica per la reazione esagerata - la gente mi chiedeva di esultare da due settimane. E avevo anche il permesso di Delneri. Ci siamo incontrati davanti alle tv private. ' Se vinco posso andare sotto la curva?' 'Io resto, ma tu vai' mi ha detto”. E ancora: “Non c'è niente di cui vergognarsi, si vergogni chi va a rubare. Mi dispiace solo di venir ricordato come 'quello che esulta', invece sono l' ultimo allenatore italiano che ha vinto in Europa. A proposito, dopo la Coppa Uefa col Parma, non ho fatto niente. E poi io sposto l'attenzione della gente su quello che di bello c'è nel calcio, così non pensa ad altro”. Qualcosa sembra cambiare nella percezione che il mondo del calcio ha di Malesani. Anche gli addetti ai lavori non lo vedono più come quel personaggio ingastrito e triste, famoso solo per le sue esultanze chiassose. Ora viene considerato un uomo di campo preparato, un maestro del “gioco d’attacco doc”, come lo definì Tosatti. Così la vittoria nel derby riesce a conferirgli quell’alone di credibilità che neanche la vittoria della Coppa Uefa era riuscita a ritagliarli. E per l’Hellas questo si traduce in un nuovo slancio che riesce a fissare a 6 il record di vittorie consecutive al Bentegodi, striscia interrotta solo dal tris casalingo ricevuto dall’Inter. Quell’atmosfera di euforia che mancava dai tempi di Bagnoli mette benzina nel motore del Verona, che chiude il girone d’andata con 25 punti, destinati a salire a 32 alla quinta di ritorno. La salvezza è lì, basta fare il compitino per portarla a casa e vivere con un po’ meno di imbarazzo il successo degli asinelli volanti. Ma dopo un altro 3 a 0 rimediato dall’Inter si va a Bologna. Al gol di Gilardino al 30’ del secondo tempo rispondono le reti di Fresi e di Cruz al 47’. La vittoria in casa col Parma, 2 domeniche dopo, sembra togliere l’Hellas dalle sabbie mobili. Ma è solo un’illusione. Improvvisamente l’energia sparisce dalle gambe dei giocatori di Malesani, i reparti si allungano, gli avversari si infilano in vere e proprie praterie. Il Verona perde per tre volte di seguito: in Piemonte con la Juve, a casa del Chievo e poi contro il Torino. Il pareggio con il Brescia e la vittoria con l’Udinese, entrambe concorrenti dirette per la salvezza, sembrano soffiare sulle vele dei gialloblù che, con 39 punti, potrebbero accontentarsi di un punto nelle ultime 3 gare per raggiungere una salvezza tranquilla. Peccato che la domenica successiva coincida con il compleanno di Roma, non proprio la data migliore per andare a giocare nella città eterna. E infatti il Verona esce dall’Olimpico con le ossa rotte (5-4 contro la Lazio). Poco male, visto che l’idea di poter fare un punto nelle ultime 2 gare permette all’Hellas di guardare alla gara in casa contro il Milan con maggiore serenità. Troppa. Pirlo e Inzaghi seppelliscono i gialloblù che vanno a giocarsi tutto a Piacenza. È il 5 maggio, una data che non può essere storta solo per l’Inter. A spiegarlo a Malesani è il gol di Volpi al venticinquesimo, a confermarglielo ci pensa la doppietta di Hubner che inchioda il risultato sul 3-0. Le radioline puntate sugli altri campi sono impietose. L’Udinese già salva perde in casa contro la Juve, il Brescia travolge uno svagato Bologna per 3 a 0. La classifica parla Chiaro: Brescia 40 punti, Hellas 39. Un’algebra che vuol dire serie B per la banda Malesani. B come beffa, poi, visto che il quinto posto aveva garantito al Chievo l’ingresso in Europa al primo tentativo. Ora, dopo 9 stagioni, Malesani sembra non aver messo ancora la testa a posto. Lo testimonia sono i due punticini striminziti che il suo Bologna è riuscito a mettere insieme nelle ultime 6 partite (6 nelle ultime 9) che hanno fatto traslocare stabilmente i rossoblù da un’onestissima metà classifica a uno scricchiolante quindicesimo posto. “Abbiamo raggiunto quota 40 punti troppo in fretta” ha detto il guru di Verona nei giorni scorsi. Sarà, ma se questa volta il capolavoro non dovesse andare in onda, Malesani dovrebbe ringraziare Lecce e Catania, ma soprattutto Garrone. Con Pazzini e Cassano ancora in blucerchiato, infatti, l’happy ending per il suo Bologna avrebbe potuto lasciare il posto a un vero e proprio psicodramma.